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giovedì 28 agosto 2025

Il Ponte sullo Stretto è solo un imbroglio propagandistico-finanziario - Alberto Ziparo

 


Non è cambiato molto anche con l’approvazione da parte del Cipess: il Ponte sullo Stretto è una partita che si gioca soprattutto, anzi quasi esclusivamente, sul piano propagandistico-finanziario, più di diverse altre grandi opere che pure presentano la medesima propensione. Questa però ha sempre posseduto una caratteristica in più: quella di rappresentare la figurina (o figurona) da agitare per ingannare e sottrarre risorse al Sud, e soprattutto alle due regioni interessate. Indirizzando ad arte attenzione e dibattito, rigonfiato dal fanfaronismo mediatico alimentato dal più grande gruppo editoriale della Calabria e della provincia di Messina, primo beneficiario di gran parte dei fondi spesi nei 55 anni di sopravvivenza della procedura, nonché da diversi ministri dei Lavori Pubblici prima e delle Infrastrutture più di recente. Spesso politici lontanissimi dai reali bisogni e interessi di Sicilia e Calabria, che credevano di risolvere tutto, almeno in termini di consensi, urlando le tre parole di Cetto la Qualunque (”Facciamo il Ponte”). Salvo poi scoprire di aver riaperto una nuova puntata di una telenovela che non fa più nemmeno ridere (se non si fa parte della ristretta consorteria dei grand commis di Stato che la gestisce); che anzi, nel tempo, ha trasformato l’ovvio scetticismo dei territori interessati in opposizione vasta e crescente, di chi ormai sa bene che, quando si agita di nuovo la figurina ponte, in realtà si preparano fregature.

Lo stesso partito dell’attuale ministro delle Infrastrutture ne era ben consapevole se un giorno del 2011, allorché Berlusconi, dopo aver confermato il “prosieguo della procedura”, dovette annunciare le dimissioni del suo dicastero per i problemi economici della fase, l’organo della Lega, titolò beffardamente “Il ponte porta sfiga!”. Qualche tempo dopo, allorché fu Renzi a rilanciare il progetto (salvo prodursi presto in una brusca ritirata, consigliatagli dai suoi luogotenenti calabri e siculi, ben consci del dissenso diffuso sull’operazione, dovuto, tra l’altro, alla consapevolezza degli inganni di un progetto irrealizzabile), fu proprio Salvini a farsi intervistare dal giornale leghista che titolava a tutta pagina: “Renzi vuole finanziare un progetto che gli stessi progettisti dichiarano irrealizzabile!”. Oggi, da sponsor del Ponte, Matteo Salvini dichiara di aver cambiato idea. Ma qui c’è una forte contraddizione. Si può cambiare idea, per scarsa conoscenza o disinformazione, su temi i cui elementi certi sono di difficile comprensione: i problemi economici e finanziari, l’impatto ambientale e paesaggistico, le ricadute e i dissesti urbanistici e territoriali indotti, le questioni socioculturali. Ma come si fa a cambiare idea sulla fattibilità – problema eminentemente tecnico –, se gli stessi super esperti di allora, massimi conoscitori del progetto in quanto coordinatori del Comitato tecnico scientifico di progettazione, confermano ancor oggi, ripetutamente, il giudizio di non costruibilità dell’opera?! Anche in questi giorni, tecnici delle costruzioni di fama internazionale, consulenti del nostro come di altri governi e grandi imprese, già coordinatori – e per periodi non brevi – del gruppo di progettazione del ponte (in primis Remo Calzona), hanno spiegato perché questo progetto è irrealizzabile: troppi parametri critici, e non solo sulla sismologia ma anche sulla fattibilità della struttura del manufatto principale. Ciò in quanto ancora non esistono i materiali che servirebbero per molte delle prestazioni ad esso richieste, almeno nelle condizioni dimensionali e ambientali di fattispecie, come confermato da molti altri esperti ed ex progettisti del ponte, tra cui Emanuele Codacci Pisanelli.

Il ministro e la società mentono quando sostengono che il nuovo Comitato tecnico scientifico avrebbe superato tali problemi. Negli stessi documenti progettuali è registrato che l’apposita Commissione tecnica ha solo rinviato la dimostrazione di fattibilità alla futura progettazione esecutiva (mai effettuata perché, secondo i citati esperti, avrebbe dimostrato l’esatto contrario del necessario, ovvero la non costruibilità dell’opera). I tecnici della stessa Commissione, con questo comportamento tanto singolare quanto anomalo, hanno invero assunto una posizione assai discutibile, non solo perché hanno contraddetto colleghi di grandissimi spessore tecnico-scientifico ed esperienza anche sul ponte, ma perché hanno evaso una regola da manualistica d’ingegneria: si procede con la progettazione esecutiva, che tra l’altro copre una quota assai rilevante del totale (nel caso il 14%, circa due miliardi di euro), solo allorché con il progetto definitivo si è dimostrata la fattibilità certa del progetto, di cui l’esecutivo esplicita per l’impresa che opera solo le migliori modalità di realizzazione. Nel caso in questione tale dimostrazione non c’è mai stata: anzi l’elaborazione tecnica prevalente indicava l’esatto contrario!

Potrebbe bastare questo a spiegare perché siamo ai limiti della truffa, certamente ai danni dei cittadini italiani, anzitutto siciliani e calabresi, ma anche dello Stato. Ma ci sono altri elementi che confermano il colossale eterno imbroglio.

In primis si annuncia l’avvio dei lavori nei prossimi mesi, ma ad oggi non esiste ancora giuridicamente il General Contractor, cioè il raggruppamento di imprese che dovrebbe effettuare i lavori. E manca proprio per effetto del decreto del maggio 2023 che “resuscita il programma di attraversamento stabile con relativa procedura” (pur con molti passaggi dubbi, oggetto di indagini dalla magistratura amministrativa, civile e penale anche per la pioggia di esposti e ricorsi che è caduta su questo e molti altri atti relativi al progetto). Il decreto, infatti, stabiliva che il General Contractor Eurolink (mandataria l’impresa Impregilo, poi Salini/Impregilo, adesso WeBuild, e già il cambio di natura giuridica del mandatario obbligherebbe a nuova gara, ennesima irregolarità della procedura; mandanti due imprese italiane fallite e rivendute a pezzi e due straniere oggi rappresentate solo dai legali) non poteva giuridicamente ricostituirsi se e finché le imprese non avessero rinunziato al contenzioso legale aperto con lo Stato al momento della cancellazione di progetto e procedura, della caducazione dei contratti e della messa in liquidazione della società concessionaria (SDM), operate dal Governo Monti nel marzo 2013: contenzioso che si è ulteriormente complicato con la bocciatura in primo grado delle imprese ricorrenti (“Sapevano dai loro tecnici dell’irrealizzabilità del progetto, ma hanno seguitato con l’azione giudiziaria”) e il relativo appello, corredato da reciproche denunce di inadempienza tra ministeri e imprese. Nonostante il passaggio al Cipess, ad oggi tale rinuncia non è avvenuta. Il prossimo appuntamento è fissato al Tribunale di Roma ad ottobre, ma non è detto che allora la controversia sarà risolta. Quel che è certo è che le imprese hanno chiesto alla concessionaria (che avrebbe accolto la richiesta: Il Fatto Quotidiano, 20 maggio 2025), una cifra pari al 10% del costo totale dell’opera (circa 1,4 miliardi di euro) in caso di recesso, ovvero di interruzione della procedura, more solito inevitabile per quanto detto. Anche se oggi la società smentisce, sostenendo che in questi giorni avrebbe fatto firmare i contratti alle imprese per una penale pari a poco più della metà della cifra indicata: il mistero è costituito da contratti firmati da imprese che ancora non esistono… Forse si dovrebbe stare più attenti e non auto smentire le proprie balle già mentre le si dicono. In ogni caso la penale scatterebbe all’atto di interruzione della procedura “qualsiasi siano i motivi e gli attori che hanno determinato la stessa”. Della serie: “qualche mese di ammuina e ci spartiamo un bel bottino!”. Si rischia di andare ben oltre la truffa ai danni della collettività e dello Stato.

La Corte dei Conti dovrà vagliare tra i molti elementi incerti un altro aspetto critico fondamentale, sollevato da più parti tra cui la stessa Anac: il decreto del maggio 2023 ha resuscitato l’affidamento di un appalto a privati (rappresentati da un contraente generale che non esisteva giuridicamente al momento dell’approvazione del decreto stesso e non esiste tuttora) aggiudicato nel 2005 per un valore di 4,5 miliardi di euro oggi triplicato (13,5 miliardi di euro). A parte le bizzarre singolarità della vicenda, ciò è vietato da diverse norme. Tra l’altro da una precisa direttiva comunitaria che stabilisce che non si possono riaffidare direttamente appalti senza nuovi bando e gara, nel caso di aumenti del valore del contratto superiori al 50%, qui ampiamente superato. Il Governo si giustifica con il progressivo aumento dei prezzi, che peraltro resta lontano dal valore del nuovo contratto.

I decreti di “rappezzamento” di questo e delle molte altre falle programmatico-normative e dei molti buchi procedurali sono assai sciatti e anche per questo spesso inattuabili, tra emendamenti e cancellazioni. Certamente però servono per l’obiettivo principale dell’operazione: l’annuncio propagandistico al momento dell’emanazione.

Il progetto del Ponte fa acqua da tutte le parti. A cominciare dal fatto che costituisce la riproposizione con qualche aggiornamento di elaborati redatti nel 2011, o ancora prima nel 2003 e in qualche caso addirittura nel 1993! Nell’aprile 2024 la Commissione Via del Mase l’aveva sostanzialmente bocciato, con oltre 260 prescrizioni e richieste di modifiche. Per superare tale scoglio il Governo ha pensato bene di…. cambiare la Commissione: sostituendo la gran parte di tecnici esperti con yes man di partito. Nonostante questo, il Via/Mase non ha potuto dare un’approvazione piena, ma altre raccomandazioni e il rinvio all’UE per alcuni problemi. Per proseguire nella procedura, aggirando il giudizio UE, il Governo ha allora dichiarato il Ponte “infrastruttura di emergenza senza alternative”: una altra solenne balla. E, per sovrammercato, l’ha dichiarata “necessaria a fini bellici”: ancora un falso subito contestato.

Si agitano gli espropri; ma delle opere complementari da realizzare prioritariamente in aree soggette ad esproprio non esistono nemmeno progetti di massima, solo schemi.

Si procede soprattutto per annunci. Che devono coprire non solo magagne e strafalcioni del progetto, nonché sottrazione di risorse a siciliani e calabresi, ma anche ciò che in realtà è successo finora. Per le diverse puntate della telenovela, compresa quella in corso, sono stati spesi ad oggi circa 650 milioni di euro (così si legge negli atti della società), dovuti soprattutto a spese di gestione societaria e presentazioni con pubbliche relazioni del progetto. Con straordinari emolumenti dei componenti del CdA della stessa concessionaria. Ad ogni puntata il ministro di turno, allorché capisce che non può fare molto altro, si concentra sulla pubblicità e nell’inserire almeno qualche suo cliente e sodale nel Cda societario.

Anche in questo, come in quasi tutti i casi di grandi opere, le spese reali superano di gran lunga quelle ufficiali. A fine 2024 L’Ufficio Studi della Camera, in un rapporto sulla programmazione infrastrutturale, ha dichiarato che negli ultimi 25 anni, dalla legge Obiettivo in avanti, sono stati stanziati per grandi opere “di emergenza e somma urgenza” 483 miliardi di euro, di cui oltre 390 effettivamente spesi. Si è però tradotto in lavori, anche solo iniziati o interrotti e solo in qualche caso completati, solo il 44%di tale somma! Quindi oltre 250 miliardi di euro sono stati trasferiti dalle risorse pubbliche soprattutto al mercato finanziario e finalizzati ad altro, alle spalle della società italiana.

Alla denuncia e alla critica di questa e di altre simili contraddizioni e distorsioni nel comparto grandi infrastrutture, non solo sui disastri ambientali e sociali, sarà dedicato un convegno nazionale organizzato ad Avigliana (in Val Susa) nel prossimo ottobre dal Coordinamento contro le Grandi Opere Inutili e Imposte.

da qui


sabato 27 marzo 2021

In nome del progresso e dello sviluppo - Alexik


Espressioni come una protesta ‘pacifica’ sono, dunque, non particolarmente utili per descrivere le nostre lotte. Protesta ‘pacifica’ non significa niente, perché dal punto di vista dello Stato e del Capitale, quando qualcuno si impegna in una protesta è, per definizione, non più in pace: l’atto di protestare è un rifiuto. È il rifiuto di uno status pacificato, è il rifiuto della pretesa che si debba accettare ogni cosa che viene imposta nel nome del progresso e dello sviluppo. Quando l’espropriazione viene contrastata dal rifiuto del soggetto, il soggetto diventa un nemico”.


Potremmo partire dalle parole di Mark Neocleous, pronunciate proprio a Melendugno nell’ottobre 20181, per commentare le sentenze di tre procedimenti contro il Movimento No TAP, conclusi in primo grado il 19 marzo scorso con 88 condanne a pene variabili dai 3 mesi ai 3 anni abbondanti. Condanne raddoppiate, e a volte triplicate, rispetto alle richieste del PM, o inflitte anche a fronte della richiesta di assoluzione da parte del PM stesso.

Sanzionati, dunque, i “muri umani” eretti per impedire il passaggio dei mezzi del cantiere TAP, muri di persone indisponibili ad “accettare ogni cosa imposta nel nome del progresso e dello sviluppo”, come la costruzione di un’opera devastante, pericolosa, inquinante, climalterante. Sanzionate le corna innalzate verso le truppe antisommossa e il dito medio contro l’elicottero in volo, i lanci di uova e di ciclamini, le violazioni dei fogli di via e le “inosservanze di provvedimenti dell’autorità”. Condannati con il massimo edittale anche 17 compagne e compagni a cui è stato negato lo status di parti lese, dopo essere stati braccati, feriti, umiliati, sequestrati mentre erano di ritorno dai cancelli del cantiere, dove avevano semplicemente intonato dei cori2. Inutile dire che nessuno procederà contro i loro aguzzini.

Per molti versi questa vicenda processuale infonde una persistente sensazione di dejavu, di cose già viste a circa 1.200 km a nord ovest, presso il Tribunale di Torino. Per esempio, accomuna gli uffici giudiziari torinesi e salentini la costruzione di maxiprocessi “omnibus”, che raggruppano ipotesi di reato per  fatti commessi in diversi tempi e luoghi e, nel caso del maxiprocesso leccese,  anche completamente scollegati.
Potpourri giudiziari con tantissimi imputati, che tradiscono più la fretta di arrivare a condanna che la volontà di approfondire contesti, dinamiche e reali responsabilità.
Altro particolare comune è l’attrazione che esercitano i movimenti territoriali per i magistrati antimafia. Se Gian Carlo Caselli ha lasciato in Val di Susa un ‘ricordo indelebile’, il maxi processo No TAP ha potuto giovarsi sia di un PM che del giudice monocratico provenienti dai processi alla Sacra Corona Unita. Non si tratta probabilmente di un caso fortuito:

 

“La nomina di un magistrato antimafia si inserisce in un solco già tracciato a livello nazionale, per cui si adottano le prerogative dell’antimafia nei reati di ordine pubblico. Da anni questa tendenza sempre più generalizzata associa i reati tipicamente ascrivibili all’area del dissenso e della conflittualità politica a quelli della criminalità organizzata, e lo fa attraverso l’accostamento dell’antimafia all’antiterrorismo… In questo modo nella prassi giudiziaria e nella strutturazione e interpretazione delle norme si è assottigliata, fino quasi a scomparire, la distinzione tra l’ambito del conflitto sociale e quello dell’eversione”3.

Nella stessa direzione si colloca la scelta delle aule bunker come location dei  processi contro i movimenti,  scelta atta a suggerirne l’equiparazione con le grandi organizzazioni criminali.
Anche a Lecce, come a Torino, ci sono testimoni che pesano come piume ed altri come montagne. Infatti, secondo le dichiarazioni del giudice monocratico, “la testimonianza di un pubblico ufficiale è da considerarsi già di per sé veritiera”.

Anche a Lecce, come a Torino, i procedimenti che tutelano le grandi opere dalle proteste popolari corrono “ad alta velocità4. I tre processi contro il movimento No TAP, con 126 imputati, sono arrivati a sentenza di primo grado in appena 7 mesi, con udienze pressoché settimanali, addossando alla difesa un carico di lavoro immane, anche per la mole di materiale videoregistrato da consultare. Mentre il calendario delle udienze contro il movimento, nonostante l’emergenza COVID-19, non ha subito modifiche, un altro processo, che vede imputata per disastro ambientale la multinazionale TAP e le aziende appaltatrici, è stato rinviato per pandemia. Forse nella prospettiva di poter onorare anche questa volta l’antica tradizione italica della chiusura in prescrizione dei procedimenti che riguardano i reati ambientali.

A Torino il Tribunale ha fatto da tempo da apripista nel comminare condanne pesanti anche nei casi il cui l’opposizione alle grandi opere si è espressa attraverso modalità assolutamente “gandhiane”.
Emblematiche a proposito le carcerazioni di Dana, Fabiola, e prima ancora di Nicoletta, condannate per aver parlato al megafono o tenuto uno striscione durante una breve manifestazione sull’autostrada A32 .
Il Salento ha seguito l’esempio, e anche sulle condanne del 19 marzo contro il movimento No TAP è stato buttato il carico da 11. Divers* compagni e compagne potrebbero varcare nel tempo la soglia del carcere se la situazione non viene modificata nei successivi gradi di giudizio.
Molte delle condotte sanzionate, in altri tempi (sempre più lontani), probabilmente non avrebbero comportato nemmeno l’apertura di un processo.
Ma c’era bisogno di dare un segnale, perché il gasdotto vuole continuare la sua corsa verso nord, sotto le forme di “Rete Adriatica Snam”, e non tollera altri ostacoli.

 

Nel dicembre 2020 il Consiglio Europeo ha approvato “l’obiettivo vincolante di una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030“, da raggiungere  …. anche tramite “tecnologie di transizione come il gas”, avvallando in questo modo la prospettiva dell’utilizzo del gas come sostituto del carbone. [Che, per inciso, oltre ad essere un combustibile fossile, è un gas serra molto più potente della CO2, e la sua estrazione e trasporto comportano emissioni fuggitive in atmosfera tali da renderne l’utilizzo più climalterante del carbone stesso.]

Non vengono messi a rischio quindi dal Green New Deal europeo (anzi!) i 32 progetti di interconnessione del gas considerati “di interesse comune” dall’U.E., compresi il TAP, l’EastMed  (dai giacimenti al largo di Israele e Gaza fino alla costa di Otranto) e la Rete Adriatica Snam.
Quest’ultima promette di solcare con un tubo di 120 cm di diametro pieno di gas le aree a maggior rischio sismico della penisola, come la Valle Peligna, i paesi dell’hinterland aquilano, quelli dell’Umbria, delle Marche e dell’Emilia, fino a Minerbio. In pratica, sfiorando gli epicentri dei più forti terremoti che hanno interessato l’Italia dal 1997 a oggi.

Attualmente il processo di autorizzazione della Rete Adriatica Snam nel tratto Sulmona/Foligno è ancora fermo in attesa di un adeguato studio sulla sismicità, ma esperienza insegna che spesso non bastano le barricate di carta a fermare opere devastanti. Quando si renderà necessario anche in Abruzzo, Umbria, Marche ed Emilia innalzare “muri umani” contro le ruspe, l’esempio della sentenza salentina rappresenterà un sinistro precedente.

Per questo è il momento di dare un segnale di controtendenza, dimostrando che anche davanti a queste squallide operazioni siamo uniti e solidali con chi subisce rappresaglie per aver difeso i territori, con i loro ecosistemi e comunità umane, in Salento come altrove.
E anche per gratitudine, perché non dimentichiamo che proprio grazie alla Carovana No TAP e all’intervento informativo dei compagni salentini, si è innescato a Minerbio (BO) quel processo di coinvolgimento e attivazione di realtà locali che ha portato al blocco di un pericoloso progetto di sovrappressione degli impianti di stoccaggio del gas gestiti dalla Stogit. E di questo va dato atto proprio a quei compagni e a quelle compagne che oggi subiscono la criminalizzazione giudiziaria.

Support the fight!

Avanti NO TAP!


1.      Mark Neocleous, What is Pacification?, intervento al workshop “Policing Extractivism: Security, Accumulation, Pacification”, Melendugno (LE)5-6-7 ottobre 2018. QUI la traduzione in italiano. 

2.      Ne abbiamo già parlato su Carmilla nella puntata n.  5 di “Il nemico interno” 

3.      Lecce: processo No Tap, aggiornamenti e qualche riflessione, Comunella Fastidiosa, 12/03/21. 

4.      Sulla velocità dei processi contro il Movimento No Tav, si veda, su Carmilla, la puntata n. 6 di “Il nemico interno“. 

L’articolo è uscito già su carmillaonline

da qui