Visualizzazione post con etichetta Daniele Martino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Daniele Martino. Mostra tutti i post

domenica 7 aprile 2019

Giù la maschera, si va in gita - Daniele Martino


«Professore professore! Ci accompagna in gita?» Gli studenti di una mia prima con spontaneità mi hanno cooptato. Gita di un giorno in montagna organizzata dalla collega di Scienze motorie. È una bella scocciatura: in quella data sono in servizio in un’altra scuola: devo farmi autorizzare dal vicario di plesso, trovare la collega che vorrà gentilmente sostituirmi (in questi sacrifici i colleghi maschi si dileguano rapidamente, in genere). Ma me ne occupo, e mi rendo disponibile. Partenza all’alba, ritorno nel tardo pomeriggio. Anche qui, 2 ore retribuite e 10 regalate allo Stato, alle famiglie e soprattutto ai ragazzini. La collega votata al sacrificio mette insieme anche una terza, e altri 2 colleghi pronti alla missione anche questa volta si sono trovati. I genitori accalcati davanti al bus alle 6.30 del mattino finalmente fuori dalla scuola: no campanelle, no orari, no discipline, no cattedre, no registri elettronici, no voti e note disciplinari. Quello che funziona oggi nella scuola viene tutto dalla scuola primaria, l’elementare.

Lì, nonostante l’avanzare degli abominevoli test a risposta chiusa, la quizzomania di impronta americana, le “maestre” ogni giorno affondano in una entità imprevedibile chiamata giornata; otto lunghe ore in cui con i piccolotti attraverseranno deliri, stanchezza, momenti di dare-e-avere che la scuola secondaria di primo grado provvede a smantellare sistematicamente a botte di respingimenti anaffettivi, e verifiche, e “programmi” che a regola ministeriale non esistono più da anni ma che vengono spettralmente rievocati dai famigerati libri di testo, ciambella di salvataggio per tutti i docenti che ora si fanno chiamare “professori”, spesso abbarbicati alla loro “disciplina” (nomen omen) come renitenti all’unica bellezza dell’essere insegnanti oggi: lasciarsi andare all’imprevedibile accadere del giorno, dove dovrebbe zampillare una sola sorgente, la nostra soddisfazione nel vedere gli studenti infine capaci di responsabilità, di consapevolezza di sé e dell’altro, e di autonoma attrezzatura per imparare a vivere in una quotidiana reinvenzione di se stessi, studiando e ristudiando quel che accade intorno a noi in relazione agli altri e in riposizionamento elastico e duttile nell’interazione sociale.

I più alti e attuali conseguimenti del pensare collettivo in Unione Europea e nelle organizzazioni mondiali dell’educazione dicono, scrivono, raccomandano questo. Poi, di alto pensiero in nazionale recepire, di brain storming pedagogico in circolare ministeriale, di circolare ministeriale in dirigente scolastico, di dirigente scolastico in collegio docenti, di collegio docenti in dipartimento, di dipartimento in consiglio di classe, di consiglio di classe in singolo insegnante in singola classe, rinchiusi in 50 metri quadrati tutto progressivamente si sbriciola, rallenta nel combattimento corpo a corpi di un’ora “disciplinare”, e dal ben pensato si passa a un così cosà spesso inevitabile.



Sul bus si fa l’appello, si fa fatica a farli sedere. Passo sedile per sedile a far allacciare le cinture di sicurezza, esplicando che in caso di brusca frenata il loro nasino andrebbe in briciole. Indi, smartphone. Tutti chiusi nel loro smartphone. Massima relazione umana è mostrare al compagno di fila il proprio smartphone con la propria addiction individuale. La relazione sarebbe comunicarsi a incrocio due singole addiction solitarie. Noi prof ci indigniamo: andiamo in gita per stare insieme e voi vi chiudete in 35 su 35 smartphone? Fingono di non capire. Allora dispongo regola restrittiva: giochini NO, messaggi sì. Passo tra le file e sequestro 2 smartphone a 2 recidivi. Prendono atto che hanno infranto la regola. «Se starete tutto il viaggio con gli occhi sul vostro smartphone, visto che andando in montagna faremo tante curve, vi verrà la nausea e sboccherete». Dopo mezz’ora prima sosta per primo sbocco in area di emergenza. 

Quando escono dall’affitto attrezzature per la lezione-base di sci sono goffi come albatros sulla tolda della nave di Baudelaire. La montagna intorno è desolante; non è né inverno né estate. La neve è finta, sparata nella notte da suggestive turbine hi-tech che sembrano Transformers in stand-by; intorno, boschetti spelacchiati marron-grigi, fango puzzolente, il cielo è azzurro, il sole è piacevole, ma tutto sa di pianeta fuori quadro. Imparano i fondamentali, e dopo due ore vengono già giù diritti. Apprendono in fretta ma non direi che si divertano granché. Io me ne sto ai bordi della pista e traduco dalla retina di plastica le indicazioni stentoree degli abbronzatissimi/e maestri /e di sci (a distanza bellissimi/e) in individualizzati piccoli accorgimenti. Mi ascoltano. A metà mattina Marta molla. Ha le paturnie. Viene a sedersi sulle panche. Che c’è? Non parla. Sei stanca? No. Ti spiace non riuscirci? Non risponde. Lagrime. Offro ovviamente uno dei 70 fazzoletti di carta che occorre avere ogni giorno in tasca per nasi sanguinanti, lagrime, starnuti ecc. Vado a prendere un buon the caldo: «Non lo voglio». Poi lo beve e si tira su. Compro due fette di torta di mele: «Non mi piace la torta di mele». La finisco io. Poi mollano Flori e Stefan, che a merenda nell’intervallo in genere sgranocchiano salami del supermercato. Allora lancio un po’ di farina di neve in testa a Marta e lei comincia a ridere, e lei ne lancia in faccia a me. Le propongo di spacciare zucchero di canna ai compagni che sciano ancora: lieta del ruolo di assistente sportiva si distrae e arriva l’ora del pasto.

Dopo il caffè mi avvio per fare due passi solitari e fumarmi l’iQos un po’ lontano dal gruppo, per non istigare al consumo di sostanze tossiche i minorenni. Niente da fare: arriva a stanarmi la collega capo-gita: c’è una ragazza che ha vomitato, mi sembra non stia bene di testa, vieni a parlarle tu. Ci mettiamo fuori al sole. Non è una mia allieva, è della terza. Timida. Faccio anamnesi. Con cautela. Ha dovuto ingurgitare i tre panini prosciutto+formaggio che la madre di origini romene le ha messo nello zainetto perché deve mangiare e mangiare, anche se lei non li avrebbe mangiati tutti e tre. Non è la prima volta che vomita il cibo. La scorsa estate in Romania due cugini trogloditi la prendevano in giro, dicevano che aveva il culo e le cosce grasse e le tiravano schiaffoni sulle cosce. Le parlo un po’ dell’origine psichica e emotiva del suo rapporto complicato con il cibo. C’è di mezzo la “famiglia”. Lei li chiama «i miei genitori» ma le spiego che sono due persone distinte: uno è un uomo che ritiene di dover vestire il ruolo di padre, l’altra è una donna che ritiene di dover vestire il ruolo di madre, e tra madre e figlia ci sta spesso il problema in queste cose di bellezza, magrezza, cibo.



Dallo psicologo non è ancora andata perché non è pazza. Io le dico che sono quelli che stanno veramente male che non vanno dagli psicologi. Che è bello parlare di sé con una persona che ha un punto di osservazione fresco. Noi dobbiamo stare bene, e non dobbiamo farlo facendo stare male altri. La vita è tutta qui. L’egoismo è calpestare gli altri. Si riprende. Torna con gli altri. La capo-gita me ne porta un’altra, una mia allieva. Quella dello sbocco all’andata. Ha di nuovo la nausea. Con la collega numero 3 la porto a sgranocchiare un po’ di ghiaccio tritato antinausea, e poi bevo con lei una tisana disintossicante. Riprende colorito. Io ho speso tra prima e adesso i 30 euro che mi ero portato. Mi restano 3 euro e 40 centesimi fino alle sei. Mi faccio dare un bicchiere da asporto con miele per la ragazza di terza in odore di bulimaressia, è digiuna e ha l’acido dello stomaco in gola. Mentre saliamo sul bus lo mangia di gusto. Dopo un po’ la guardo, le chiedo con un cenno come va, lei sorride e mi fa OK con il pollice e torna a litigare con i compagni buzzurri che fanno gruppi istantanei Whats App gestendoli come amministratori unici brutali, aggiungendo e buttando fuori all’istante compagne e compagni e postando le foto appena scattate su Instagram con emoji merda in testa a Tizia e Caia, inferocite.

Quando la collega numero 2 interviene spiegando che questa pratica è odiosa e illecita i tizi dicono «ma noi scherzavamo!», e lei spiega che lo scherzo si fa in 2 per ridere in 2, se no è molestia. I tizi sono sbalorditi e perplessi.
Ah: a pranzo Marghe si è girata verso di me, ha staccato con le mani una fetta della sua pizza e me l’ha donata: io l’ho ringraziata e ho dovuto mangiarla. Quando Marghe ogni tanto sul bus si gira verso di me e mi fa un sorriso io le rispondo con un sorriso. Arriviamo: i genitori ci trovano abbronzati. Se ne vanno un po’ per volta con i figli rosolati, financo grati a noi professori regrediti alla gioia di essere maestri. Andando verso l’auto la collega n. 3, di origini siciliane, ricorda un modo di dire siciliano: «Siamo pronti per la pressa». Vero, siamo sfiniti, in una sorta di polverizzazione psichedelica. In un paio di giorni dovremmo riprenderci.
da qui

giovedì 21 marzo 2019

È primavera, aprite le gabbie! Le uscite didattiche - Daniele Martino



Nelle prime ore di sole tiepido di febbraio tra gli alberi in città cominciano a canticchiare passeri e capinere. Ci siamo: sta arrivando la primavera! Le aule-bunker vengono inondate dalle 11 da un sole che all’interno diventa odioso. La fila vicino alla finestra inizia a gemere e a fare smorfie, e il docente è invitato a tirare giù le veneziane. Se ci sono. Se non sono ancora sbertucciate o scassate. Se si può, si fa, se no comincia la migrazione interna alla cella degli accaldati, che si accatastano sulle due file più interne, quella sul muro del corridoio e quella centrale. Il tutto è condito da sedie senza feltrini che stridono orrendamente e inviti a non traslocare giacche a vento e pesantissimi zaini-trolley: portatevi soltanto il libro! Se ce l’hanno. Siccome ce l’hanno uno su due allora comincia la peripatetica della cerca del compagno con libro ma solo.

Poi qualcuno soffoca ancora e spalanca la finestra. Allora qualcuno geme per il freddo, io chiudo la porta sul corridoio, che ho cominciato a tenere aperta da quando non ho più paura di essere spiato da colleghi malevoli che potrebbero dire «ma sai cosa ha detto Tizio in classe?».
Cresce l’evidenza della claustralità psicotica del triennio della scuola secondaria di primo grado, detta per capirci “le medie”. Dai 20 ai 25 poveretti ammassati in 36-47 metri quadrati. Quando abbiamo fatto in Geografia la densità demografica, ho fatto loro calcolare la densità demografica della classe. Quando hanno scoperto che abbiamo circa 2 metri quadrati a testa ci sono rimasti male, e io ho sorvolato sulle severissime “norme di sicurezza in caso di improvvisa evacuazione”, che ci metterebbero nella condizione di topolini con pochi secondi per salvarsi la pelle.

La primavera porta a una impennata delle “uscite didattiche”. I colleghi referenti di tale dipartimento burocratico cominciano a richiedere form compilati in cui non puoi sgarrare in ogni singola cella del modulo, che ovviamente viene fornito in Word per complicare la vita: Excel sarebbe troppo. Mi è capitato di reinviare via mail spedite a tarda sera della domenica il PDF del mio form anche tre volte, poiché avevo inavvertitamente cancellato una cella in Word. Non ho per questo tolto il saluto al collega savoiardo.
I docenti possiamo classificarli, in merito alla questione “uscita didattica” in tre categorie: quella dei veterani che sarebbero in grado di garantire ottime uscite didattiche, perché esperti nel come governare il gregge in mezzo alle fermate di tram e bus, ma che si guardano bene dallo svolgere uscite didattiche poiché sanno che esse non sono retribuite e che spetta loro trovare il collega cui affibbiare la sostituzione di un’ora in altra tua tumultuosa classe quel giorno non in uscita; quella dei docenti virtuosi che non hanno capito ancora bene che le ore di uscita non sono retribuite e che il tasso di rischio penale per qualsiasi rogna accada fuori dalle mura scolastiche sarà tutto a loro carico; quelli che svolgono il loro incarico di docenti come mummie, entrando e uscendo dalla scuola, dalle classi e dalle aule docenti senza proferir verbo (questi sono detti in codice “i Muti”).

Appartenendo io alla seconda categoria quest’anno ho portato in uscita didattiche più volte una mia classe facinorosa. Mi sembra ovvio che uscire dalla classe e dalla scuola per dei ragazzini di periferia che non sanno neanche bene quale sia la piazza storica centrale e che non sanno letteralmente nulla dei musei cittadini o dei cinema o dei teatri della loro città sia una cosa per loro benefica. Si deve redigere una domanda cartacea al dirigente scolastico: rassicurarlo che nelle tue ore di uscite o eri già assegnato a quella classe o ti sei trovato un collega che ti rimpiazza, e allora lei firma il form. A quel punto tu devi raccogliere i soldi per eventuali biglietti di cinema o museo, e i fogliettini di autorizzazione di ogni genitore. Se un’ora prima di uscire qualcuno non ha ancora portato i soldi o lo lasci a scuola ignorando i suoi occhioni acquosi o metti tu i soldi che mancano.
Io chiedo a tutti di mostrarmi o l’abbonamento all’azienda dei trasporti o i due biglietti per l’andata e il ritorno. Massimo stress quando alla fermata in centro devi tenere il branco lontano dai binari, mentre sghignazzano su selfie, meme, e varie scemenze su smartphone. Finora non me ne è morto nessuno. Una volta soltanto mi è preso male perché, passando per strada la moglie di un celebre calciatore, una decina di loro si è tuffata tra un bus e un jumbo tram per inseguirla e farsi il selfie con lei; essendo una ricca moglie di origini maghrebine, per loro, africani e maghrebini di origini, era fondamentale documentare il momento magico con un sorella economicamente molto fortunata.
Sui bus ci accalchiamo in mezzo ai pensionati. I ragazzi mi raccontano che i momenti più frequenti di neorazzismo avvengono appunto sui bus: i pensionati, inferociti non so bene da cosa (visto che hanno una pensione e vivono in uno dei continenti meglio messi al mondo e in un Paese non messo poi così male), non sopportano i ragazzotti e le ragazzotte; in particolare quelli di origini marocchine e africane. La mia collega ed io ci dislochiamo ai due capi del mezzo. Cerchiamo di verificare il timbro dei ticket. Io sono piuttosto chiaro con i miei: se verrete beccati da un controllore senza avere pagato il biglietto saranno cavoli vostri, io la multa non ve la pago e vi faccio venire a prendere da un vostro genitore. Il deterrente funziona abbastanza bene.



Lascio che ascoltino musica dagli smartphone per strada. Le ragazze cantano, e sono così carine! I maschi non hanno niente da cantare perché ascoltano trap con testi non cantabili e irripetibili in pubblico, oppure trap americano di cui non capiscono una parola, pur studiando inglese da svariati anni. Lascio anche che utilizzino amplificatori: ma non sui bus, e ovviamente non nei musei; se entriamo in un bar non possono mangiare il loro panino nei bar. Le ragazze in giro si fermano davanti ai negozi di intimo e di trucco. I ragazzi davanti a niente. Hanno una fame mostruosa e incessante: mangiano l’enorme panino della mamma, e poi non sazi si fanno regalare svariate orrende pattine fritte che le ragazze più facoltose acquistano nelle friggitorie su strada; a nulla vale il mio appello a tutela del loro fegato e della loro carnagione, nonché l’invito ad arginare il sovrappeso. Niente da fare. Una volta sono entrato in una pasticceria rinomata e ho comprato loro 17 baci di dama, svenandomi: ma mi hanno ringraziato tutti e mi hanno guardato con un sorriso anche i più famigerati. 

Fuori dalle gabbie sono carini: in particolare sui bus scherzo platealmente e ad altissima voce con i miei maghrebini e africani. Molti pensionati così si rendono conto che non sono un pericolo per loro, e addirittura qualcuno sorride. Una gentile signora, mentre stavo uscendo appeso a un mancorrente volando dietro l’ultimo tardigrado, mi ha guardato con amore e mi ha detto sorridendo «certo che è una bella fatica fare il professore!»; io, in estasi, volando già dal bus, le ho urlato «sì ma è una fatica bellissima!» La propaganda è propaganda.

Ai giardini della passata monarchia si sono messi a giocare. Non giocano mai. Hanno giocato a nascondino! Ho vinto il terrore di perderne qualcuno, e alla fine c’erano tutti. Ho proposto di giocare a fazzoletto ma si sono categoricamente rifiutati. Un vecchietto feroce con badge museale era agitatissimo perché qualcuno di loro tagliava sui praticelli vietati. Ho ribadito ai miei che dovevano correre soltanto sui vialetti ghiaiosi. Infine, il vecchietto ringhioso ha urlato che se qualcuno avesse ancora tagliato su un prato avrebbe chiamato la polizia. Uscendo gli sono passato davanti e non l’ho salutato. Stronzo.
Spesso, in qualche momento di pace, su una panchina, qualche ragazzino ti racconta cose sue. Io lo ascolto. Quando la graziosa, capricciosa, lagnosissima Huda ha scartato anche il secondo gelataio, perché voleva un cono enorme ma a un prezzo da periferia, mi sono alterato e le ho detto che aveva due opzioni: o stare senza gelato, o accettare – da me offerto – un piccolo cono di altissima qualità; ha accettato la seconda opzione, dopo un lungo giro musone per i giardini. E alla fine ha detto che il gelato era buonissimo.

da qui 

giovedì 3 gennaio 2019

Ridere - Daniele Martino



In sei ore ne capitano di cose, stando insieme. Raramente nella nostra vita privata dobbiamo stare nella stessa stanza con qualcun altro ore e ore, senza pause. Oggi è tale la paura che un ragazzino si spacchi il naso durante un intervallo che certi dirigenti scolastici addirittura vietano di fare l’intervallo nei corridoi e negli atrii! Chiusi in classe! Oppure spuntano cartelli di VIETATO CORRERE! VIETATO USARE IL CELLULARE! VIETATO FUMARE! (questo diventa attuale ormai dalle classi terze della media, dove i maschi credono di farsi fighi svapando nei bagni…). La mia innata propensione alla provocazione mi spinge più volte a voler appendere qualche altro cartello, tipo: VIETATO RIDERE! VIETATO ABBRACCIARSI! VIETATO STARE BENE! Lo so lo so, i pericoli ci sono: a me in prima media hanno spaccato il naso; resta uno dei rari ricordi della mia infanzia; immenso atrione alla scuola media Majorana; orde di classi mescolate, scatenamento scimmiesco generalizzato; un tizio con rincorsa salta in groppa a un altro tizio che mi precipita sul naso con la tempia; svengo, e quando riapro gli occhi vedo il mio sangue per terra dappertutto; risvengo, e quando mi sveglio in pronto soccorso un medico cerca di raddrizzarmi con i pollici il naso. Ne so qualcosa, ma niente è più difficile che spiegare ai bambini, ai ragazzi, e agli adulti l’inesorabile concatenazione di causa-effetto. Niente da fare. Respiro tutt’ora con una narice alla volta, e ho troppa paura di farmi operare al naso.
Quindi, capisco che un dirigente scolastico tenda a trasformare una scuola in un carcere di massima sicurezza: prevenire, proibire, visto che al punire ci sono ancora poche alternative e non si può più. Ma ogni passo che facciamo nella direzione di bloccare i loro corpi ne facciamo uno indietro lontano dall’affettività; se loro non possono correre, noi non possiamo toccarli. Guai se un professore sfiora con il suo corpo un allievo! Chiunque può denunciarti per pedofilia, se gli dai una carezza sulla nuca (spesso infestata di pidocchi) o per violenza sui minori se lo allontani con energia dalla zuffa con un rivale. Se oggi dovessimo osservare ogni possibile effetto accidentale o legale di un nostro comportamento in una scuola potremmo tranquillamente passare alle videoconferenze in assenza. A che serve il mio corpo di prof in una scuola o in una classe se non posso camminare con loro, abbracciarli se piangono, dare una pacca sulla spalla se stiamo ridendo, spingerlo lontano se si sta schiaffeggiando?  Se devo restare una voce che “fa la lezione” e enumera le regole e le proibizioni passiamo pure alla robotizzazione: ce ne stiamo a casa e ci colleghiamo in videodiretta mentre qualche domatore mantiene i loro corpi zitti e muti in classe.
Detta così sembra che la scuola sia un posto tristissimo. Ma effettivamente i ragazzi ridono. In continuazione. Non ridono per niente entrando, poi in inesorabile drop techno ridono in classe durante la lezione, ridono a crepapelle uscendo. Non è piacevole stroncare una risata in un ragazzino e sistemare l’apprendimento nella colonna delle non-risate. Un altro ricordo della mia scuola media è appunto quello delle risate (a crepapelle spesso) che ci facevamo in classe. In seconda media eravamo solo due piemontesi: la scuola media Ippolito Nievo aveva appena fatto ingresso nella nuovissima e quasi bella sede in Largo Mentana, in zona pre-collinare, che oggi è ovviamente una scuola piuttosto chic. Ma quello era il primo anno in cui la vecchia sede vicino alla stazione centrale di Porta Nuova, fatiscente, era stata definitivamente chiusa. 20 studenti su 22 in quella seconda (beh, sì, dopo la rottura del naso avevo cambiato scuola…) erano figli di immigrati italiani meridionali. Usai e Palladino erano multiripetenti; erano altissimi, giganteschi rispetto a noi, e almeno Usai per me era un figo assoluto: aveva capelli lunghi sino alle spalle e fumava. Palladino era meno figo ma facevano coppia. Durante l’ora di Tecnologia una volta con metodica lentezza avevano cominciato ad impilare tutte le sedie della classe, mentre il povero prof urlava a squarciagola vietandoglielo. La pila cresceva… era diventata una piramide… altissima… quindi? A un certo punto Usai prende la sedia più sotto… e la strappa via! Un boato spaventoso! E io, Franti, risi. Ridevamo tutti. E Usai e Palladino si presero l’ennesima nota.

Se un mio allievo oggi provasse a fare una cosa del genere non riderei proprio. Quindi, quello che fa ridere un ragazzino quasi mai fa ridere un prof. Li trovo stupidini e scemini, ma non posso dirlo se no sono anti-pedagogico eccetera. Ma quando sono lì, tutto socratico che cerco di condividere con loro (non si dice più “fare lezione”, loro dicono “il prof ci spiega”) il tema dei Paesi ricchi e di quelli poveri nel mondo, quando cerco di attirare la loro attenzione spiegando che colonialismo imperialismo e guerre non sono che la versione statale della prevaricazione o del bullismo che loro quotidianamente possono agire o subire come individui, e ne vedo 2-4-6 che tra di loro ridono per Dio-sa-solo-cosa, a me non vien da ridere e devo cercare di non arrabbiarmi. Mi sento offeso! Sì, certo! Ragazzi, 80 anni fa mio padre per andare a scuola ha dovuto lasciare il suo villaggio di montagna e scendere in città, oggi avete l’istruzione gratuita e in classe ridete? Allora, invece di urlare, mi offendo e sto zitto e li guardo. Un minuto, due minuti, tre minuti… qualcuno comincia a urlare “state zitti!” e per ora si arriva ancora agli ultimi due o tre che nel silenzio dicono una sciocchezza, ridono, si guardano intorno, e hanno la vaga sensazione di essere fuori dal coro. E tacciono, e mi guardano.

Le uniche volte in cui ridono per qualcosa che dico io è quando acchiappano un doppio senso volgare. Huda non ha il libro, come al solito, e io sto facendo leggere a turno. Sekou il libro ce l’ha, ma è uno di quelli che ridacchiano perché quando vuole leggere legge così male che si vergogna e non va oltre una frase. Allora Huda – che quando smette di litigare con Mwaka vuol farmi vedere che oltre che carina è pure brava - vuol leggere. Ma Sekou, visto che lei civetta e si punzecchia e si dà schiaffetti con Mwaka e non con lui, non vuol condividere il suo libro con lei manco morto. Allora Huda mi urla “prof! Sekou non mi fa vedere il suo libro!” e quando io dico “Sekou , faglielo vedere!” viene giù la classe dalle risate. Maschi e femmine. Vabbeh, mi scappa un sorriso quando arrivo anch’io a quel punto al doppio senso. Grazie al cielo suona l’ultima campanella.
Devo trovare il modo di ridere con loro.