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sabato 25 maggio 2024

La mortalità indotta dall’uomo per i grandi uccelli migratori

È di recente pubblicazione sul n. 293 della rivista scientifica Biological Conservation la ricerca “Tracking data highlight the importance of human-induced mortality for large migratory birds at a flyway scale”.

L’indagine – condotta da uno staff di 162 fra ricercatori di università e istituti pubblici ed esperti di organizzazioni ambientaliste provenienti dall’Europa, dall’Africa, dal Medio Oriente, e dalle Americhe – ha analizzato il destino di 4.097 uccelli migratori (rapaci, avvoltoi, cicogne, gru) sulla rotta africano-eurasiatica nel periodo 2003/2021.
Si tratta di uccelli dotati di trasmettitori perché già seguiti da studi di monitoraggio, appartenenti a 45 specie, fra cui molte protette, a rischio e vulnerabili, come il Grifone, il Gipeto, il Capovaccaio, l’Aquila Fasciata, l’Aquila Imperiale Orientale, e tante altre presenti nella red list delle specie minacciate dell’International Union for Conservation of Nature.

Fra gli uccelli monitorati i ricercatori hanno identificato 1704 eventi di mortalità, di cui 1030 avevano una causa nota, in 637 casi indotta dall’uomo. Per quest’ultima categoria, quasi la metà delle cause di morte è attribuibile alla folgorazione/collisione con infrastrutture energetiche.
La maggior parte degli eventi mortali avvengono in Europa: il 65% dei decessi per tutte le cause, il 70% di quelli causati dall’uomo.
Per quanto il numero degli uccelli considerati sia limitato in termini assoluti, a fronte delle centinaia di migliaia di migratori che attraversano ogni anno i continenti, il dato sulla tipologia prevalente di morte è importante per riportare l’attenzione sull’impatto delle nostre infrastrutture energetiche sulla fauna selvatica, già ampiamente decimata dalla distruzione degli habitat e della catena alimentare, dalla caccia (legale e illegale che sia), e da varie forme di inquinamento e avvelenamento.

Nel discorso pubblico sul nostro presente e futuro energetico, il contributo delle infrastrutture all’estinzione di intere specie non è in nessun modo all’ordine del giorno.
Non è all’ordine del giorno la modifica degli elettrodotti presenti e futuri per la messa in sicurezza dei migratori dal rischio di folgorazione, non è all’ordine del giorno l’imposizione di un divieto reale di installare parchi eolici ed elettrodotti sulle loro rotte.
E non rappresentano certo un deterrente normative blande e mai applicate veramente, sempre a rischio di revisione al ribasso. Per quanto riguarda il Belpaese, si stanno moltiplicando le domande di installazione di nuovi parchi eolici, con pale alte oltre 200 metri, sui crinali appenninici o sulle isole (per la Sardegna in particolare si prefigura un vero stato d’assedio), e dei relativi elettrodotti a servizio.

Spuntano progetti in luoghi sensibili per l’avifauna migratoria, la cui valutazione di impatto ambientale è fatta col copia incolla di documenti redatti esplicitamente per altri territori, giusto per farne capire l’accuratezza. Al contempo, in tempi di passaggio forzato al mercato libero dell’energia, sbocciano offerte “green” i cui etici gestori si permettono pure di ridicolizzare il problema (*).

Proponiamo oggi la traduzione di alcune parti della ricerca pubblicata da Biological Conservation (qui la versione integrale in inglese, liberamente scaricabile e con licenza Creative Common), sperando di non ritrovarci un giorno a dover spargere lacrime di coccodrillo davanti alle immagini delle specie sacrificate sull’altare di questo modello di sviluppo. (Ecor.Network)...

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sabato 3 febbraio 2024

Le relazioni fra uccelli e pesci per il tramite dei sapiens: i ladri di piume - Valerio Calzolaio

 

I pesci in linea di massima vivono in acqua, sotto la superficie di bacini oceanici, mari, laghi, fiumi, e lì si nutrono in vario modo per garantirsi sopravvivenza e riproduzione. Gli uccelli in linea di massima vivono per aria per la maggior parte del loro tempo, sopra la superficie del suolo e delle acque, e lì si nutrono in vario modo per garantirsi sopravvivenza e riproduzione. Molti uccelli mangiano pesci e organismi presenti nelle acque; vale anche l’inverso seppur sia meno frequente, pesci che mangiano uccelli. Noi umani, che in linea di massima viviamo appoggiati a terra, molto condizionati dall’attrattiva forza di gravità (come molti altri animali mammiferi e piante radicate), ci siamo spesso nutriti con pesci e uccelli. Ben lo sappiamo anche noi sapiens commensali, che inoltre abbiamo studiato come farci aiutare dalle sembianze di uccelli per catturare i pesci: il reale ha sempre una variabile in più.

I pesci perlopiù sono erbivori, onnivori o detritivori, tuttavia voraci carnivori possono trovarsi in tutte le acque del mondo, dolci e salate, a tutte le profondità, pure a pochi metri dal pelo dell’acqua. Alcuni hanno acquisito opportunità di mangiare uccelli. Per esempio, il noto Siluro d'Europa (Silurus glanis) appartiene alla famiglia Siluridae, è diffuso soprattutto nei grandi fiumi dell'Europa centrale, ha mostrato notevoli capacità di predatore e mangia anche uccelli che si trovano in superficie. Non è il solo ad aver sviluppato tattiche specializzate per catturare animali terrestri, creature che volano sopra l'acqua o che si aggirano troppo vicino alla riva. Il pesce gatto francese di Wels si è evoluto per afferrare piccioni lungo le sponde del fiume Tarn ad Albi. Il pesce arciere è un predatore dal basso, caccia insetti appesi ai rami degli alberi sopra l'acqua, senza saltare, sparando un getto d'acqua. Poi andrebbero citati il Silver Arowana del Sud America, alcune specie di squali, i piccoli Mudskipper o i pesci serpente, le trote arcobaleno, i pesci tigre africani (contro le rondini).

Innumerevoli ovviamente, a loro volta, sono gli uccelli volanti che mangiano pesci nuotanti, ovvero che si nutrono solo o prevalentemente di animali acquatici. Oltre a onnivori, fruttivori, granivori, mollusivori, nettivori, avivori, ofidiofagi, insettivori, vi sono gli uccelli carnivori e soprattutto proprio quelli definiti piscivori. La scienza ci ha spiegato molto a riguardo e vi sono vari cambiamenti in corso. Circa un anno fa, per esempio, è stata segnalata una sorta di “invasione” di cormorani in Puglia, più che triplicati a causa della tropicalizzazione del clima (temperatura di 2,65 gradi superiore alla media storica), con ripercussioni economiche gravi per i pescatori e per gli allevamenti di pesce in mare aperto. Ogni cormorano può mangiare fino a 10 chilogrammi di pesce al mese, oltre 300 grammi al giorno. In quegli ecosistemi con pesci e uccelli nel variabile ruolo di prede e predatori ci sono da decine di migliaia di anni anche umani, noi abbiamo messo bocca ovunque.

Talvolta pesci e uccelli fanno parte del medesimo ecosistema e partecipano del medesimo delicato equilibrio di complessiva riproduzione, adattamento e resilienza. Non tutti i predatori sono da condannare assumendo solo il punto di vista delle prede. Certo, bisogna approfondire bene dinamiche ed effetti. Le specie si combinano con associazioni sia parassitarie o gerarchiche, sia simbiotiche o complementari; vi sono catene alimentari (trofiche) fra specie, qualcuna fa da sé, qualcuna si nutre di qualche altra, qualcuna solo di qualcuna che non fa da sé, qualcuna infine decompone rifiuti e carcasse; esistono anche ecosistemi separati con specie diverse; non abbiamo inventato noi i livelli trofici, la predazione e lo sfruttamento di energie accumulate da altre specie, le relazioni gerarchiche e le combinazioni fra le specie; fattori biotici e abiotici hanno continuato a esistere, vivere, evolvere senza relazioni fisiche dirette con la nostra specie. Non dobbiamo mai dimenticare che le gerarchie biologiche e ambientali sono sempre transitorie e mutevoli; la classifica non riflette una competizione generale e non è mai eterna; noi siamo divenuti via via più invadenti.

Noi peschiamo. In Europa Neanderthal e Sapiens si sono cibati sia di pesci che di uccelli, dipendeva da contesto e opportunità, talvolta considerandoli prede, talaltra comunque competitori. Ben presto abbiamo capito che era meglio attrezzarsi per la pesca, soprattutto quella di sopravvivenza, interpretando correttamente il contesto climatico e ambientale e sofisticandoci nelle relative tecniche efficaci. Gli ami sono divenuti parte essenziale dell’attrezzatura da pesca, ben prima che ci avventurassimo negli oceani con navi attrezzate e usassimo altri (discutibili) attrezzi. Le tipologie degli ami piccoli ancor oggi in commercio sono innumerevoli, cambiano in base alla preda, al luogo dove cacciarla, alle motivazioni non solo alimentari o commerciali del pescatore (esistono i pescasportivi, come noto). L’uncino dell’amo non è appetibile, punge. Per farlo agganciare dal pesce occorre ingannare l’animale, deve pensare di mettere la bocca su una cosa morbida, affascinante e gustosa. Pare che in decine di migliaia di anni, dapprima gli umani abbiano utilizzato gusci di lumaca, pezzetti di legno, poi rametti, ossa, conchiglie e via sperimentando, sia col bronzo che col ferro. 

A un certo punto della nostra presenza sul pianeta le modalità di pesca, individuale e collettiva, con le canne o con apposite navi, è cambiata profondamente. Spesso gli ami sono restati utili. Fra l’altro, abbiamo imparato a usare uccelli per cacciare pesci, vi sono ricerche e storie che ne trattano. Recentemente, è uscito un libro che le racconta in parte, prendendo spunto e approfondendo uno specifico fatto di cronaca nera, un furto da parte di un ladro di piume: Kirk Wallace Johnson, Il ladro di piume. Bellezza, ossessione e il colpo del secolo di storia naturale, traduzione di Sandro Ristori, Nutrimenti Roma 2023 (orig. 2018), pag. 407. Nel prologo siamo al museo privato di storia naturale di Tring (circa quaranta miglia a nord di Londra), il 24 giugno 2009. Il 20enne allampanato flautista statunitense Edwin Rist, dopo un proprio concerto alla Royal Academy of Music, realizza di notte l’ardito furto di 299 pelli di sedici preziose specie e sottospecie diverse di uccelli, puntava alle piume.

Non fu la prima né l’ultima rapina del genere, spiega Johnson, siamo all’interno di milionari bracconaggio e mercato illegali, lui cercava denaro per la propria vita. Però a Tring c’erano i fringuelli di Darwin e la collezione del grandenaturalista, geografo, esploratore e antropologo britannico Alfred Russel Wallace (1823-1913), uno dei padri dei meccanismi dell’evoluzione, altro che storie! Le fatiche attraverso cui Wallace riuscì a scovare, classificare, raccogliere e trasferire quegli esemplari animali dall’Asia insulare (dopo che i primi reperti di pelli, piante, insetti dall’Amazzonia erano andati persi), essenziali per comprendere la selezione infra-speciale e offrire spunti alle dinamiche di speciazione, sono una mirabolante avventura, in parte da lui stesso ricostruita e narrata, in parte materia di centinaia di volumi storici, in parte oggetto di migliaia di contributi scientifici. Alla loro conservazione molto contribuì un ricco rampollo dei Rothschild, proprio quando nelle ultime tre decadi dell’Ottocento centinaia di milioni di uccelli maschi vennero uccisi per usare le loro piume nel mondo e nel mercato della moda.

L’abolizione del commercio delle piume, lo statunitense Migratory Bird Treaty Act del 1918 e la Convenzione internazionale sulla conservazione di fauna e flora del 1933 furono poi una vittoria soprattutto di movimenti delle donne. Arrivarono poco dopo, però, alcuni pescatori con gli elaborati ami, artistici e colorati grazie alle piume. L’ossessionato Rist era bravissimo a costruirli e venderli. Un curioso scrittore andava a pesca a mosca con gli amici, ne conobbe il furto e cominciò a ossessionarsi per capirne il perché e il come. Il poco più che quarantenne sceneggiatore e giornalista (laureato in Lingue e Civiltà del Medio Oriente) Kirk Wallace Johnson (West Chicago, 1980), già funzionario della cooperazione allo sviluppo e fondatore dell’organizzazione no-profit di aiuto al reinsediamento dei rifugiati iracheni, nell’estate 2011 si trovava e pesca nelle acque del Red River (New Mexico), quando il mentore e amico Spencer Seim gli parlò di Edwin Rist, che aveva voluto mettere le mani sugli uccelli necessari per creare le mosce che entrambi usavano, appena quattro mesi dopo la sentenza sul furto.

Quella particolare peculiare rapina lo stregò, iniziò a studiare l’arte vittoriana di creare sugli ami riproduzioni di insetti per la pesca dei salmoni e a entrare in un sottobosco di fanatici e di venditori di piume sgargianti, di drogati e di appassionati di caccia grossa, di ex detective e dentisti dalla dubbia fama. Seguirono oltre cinque anni sfibranti di sacrifici, capillari ricerche d’archivio e sul campo, frequentazioni e incontri, trasferte e simposi, molte interviste a distanza e in presenza (spesso o a lungo rifiutate, il 26 maggio 2015 con Rist), finché non è arrivato questo interessante affascinante volume, uno splendido saggio narrato come un romanzo giallo noir con tutti i relativi espedienti letterari, ottima occasione per informarsi sugli ami.

Nella prima parte l’autore racconta le premesse dell’evento, il travagliato percorso scientifico che aveva condotto le piume al museo e le motivazioni commerciali dell’infatuazione per le piume da parte di gruppi di sapiens. Nella seconda parte l’attenzione si concentra sul ladro (da cui il titolo), la nascita e l’adolescenza statunitensi, il trasferimento musicale in Inghilterra, la passione per il flauto e la mania per gli ami a mosca, il furto meticolosamente preparato e poi l’uso della refurtiva, la lunga indagine poliziesca e la casuale soluzione del caso, l’arresto e il processo, l’accoglimento della “Difesa Asperger” e il rilascio di fatto senza una pena e senza aver rintracciato larga parte delle pelli e delle piume trafugate. La terza parte riguarda la ricerca dell’autore stesso per darci qualche elemento in più sulla verità, descriverci la situazione attuale di permanente dubbia legalità e perorare un punto di vista scientifico sulle umane ossessioni (anche relative alla pesca). In mezzo un ricco esplicativo inserto fotografico. In fondo una nota sulle fonti, la bibliografia e l’indice analitico.

da qui

martedì 28 giugno 2022

E’ arrivato il degrado turistico sull’Isola dei Cavoli?

 

L’Isola dei Cavoli, nel mare sud-orientale della Sardegna, è un piccolo gioiello naturalistico del Mediterraneo.

Granitica, è sede di nidificazione dell’avifauna marina ed è ricca di endemismi botanici, fra cui la Brassica insularis, il Verbascum conocarpum, il Limonium retirameum, la Bryonia marmorata, l’Helicodiceros muscivorus.

Per il suo eccezionale valore naturalistico, l’Isola dei Cavoli, oltre a esser tutelata con vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), fa parte del sito di importanza comunitaria (S.I.C.) “Isola dei Cavoli, Serpentara, Punta Molentis e Campulongu”(direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e semi-naturali) e della zona di protezione speciale (Z.P.S.) “Isola dei Cavoli” (direttiva n. 09/147/CE sulla salvaguardia dell’avifauna selvatica). Rientra anche nell’area marina protetta “Capo Carbonara” (leggi nn. 979/1982 e s.m.i. e 394/1991 e s.m.i.), istituita con D.M. 15 settembre 1998 e s.m.i.

Sull’Isola sorge il Faro, ottocentesco e realizzato su una preesistente torre costiera cinquecentesca. E’ bene culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), individuato con decreto Segretariato BCA Sardegna n. 71 del 3 novembre 2009.

All’Isola e al Faro si può accedere a fini turistici, tuttavia può essere intuibile la sorpresa di chi, in questi caldi giorni di fine giugno 2022, vi ha visto un quad, mezzo meccanico da trasporto che notoriamente beneficia della massima attenzione nidificazione dell’avifauna e, soprattutto, endemismi botanici.  

Chi ne ha autorizzato la presenza? Qual è il suo utilizzo?   Quali sono le modalità di fruizione turistica di questo vero e proprio gioiello naturalistico super-tutelato del Mediterraneo?

In proposito, il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha inoltrato (27 giugno 2022) una specifica istanza di accesso civico, informazioni ambientali e adozione degli opportuni provvedimenti ai Ministeri della Cultura e della Transizione Ecologica, alla Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, alla Guardia costiera, all’A.M.P. “Capo Carbonara”, al Comune di Villasimius, ai Carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale, al Corpo forestale e di vigilanza ambientale.

Basta poco per perdere eccezionali valori naturalistici, qualsiasi fruizione turistica va controllata con grande attenzione.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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martedì 22 marzo 2022

L’Aquila del Bonelli è ritornata! - Grig

 

L’Aquila del Bonelli (Aquila fasciata) è un rapace tipico del Mediterraneo, sebbene piuttosto raro. 

E’ diffuso anche nel Maghreb, in Medio Oriente, in India e nel sud est asiatico, tendenzialmente con densità contenute.

L’habitat europeo è costituito da una commistione di praterie naturali, aree agricole estensive e pascoli, intercalati da aree a vegetazione arbustiva mediterranea.

In Italia è presente in Sicilia, con una quindicina di coppie nidificanti, saltuariamente in Calabria.

In Sardegna s’Abilastru era in origine ampiamente diffusa, ma nel corso della seconda metà del ‘900 è andata via via rarefacendosi a causa della riduzione degli habitat naturali e, soprattutto, del piombo calibro 12.

Le ultime nidificazioni accertate risalgono alla fine degli anni ’80 del secolo scorso.

E’ in corso l’importante progetto “Aquila a-LIFE”, avviato nell’ottobre del 2017 grazie alla collaborazione della ONG spagnola GREFA con l’I.S.P.R.A. (con il supporto dell’Agenzia regionale Forestas) e altri partner spagnoli e francesi, avente come obiettivo proprio quello di reintrodurre l’Aquila del Bonelli, classificata in pericolo critico di estinzione in Italia.

La reintroduzione dell’Aquila di Bonelli in Sardegna rappresenta una grande opportunità per la conservazione della specie anche attraverso il ripristino della continuità di areale nel Mediterraneo centro-occidentale.

Tra gli obiettivi indicati nel progetto anche “l’aumento del rispetto della società nei confronti dell’Aquila del Bonelli in particolare, e dei rapaci in generale”.

Obiettivo non facile da raggiungere per la persistenza di delinquenti armati di fucile che non si fan scrupoli di sparare ai rapaci.

Dei cinque esemplari di Aquila del Bonelli reintrodotti in Sardegna nel parco naturale regionale di Tepilora (agosto 2018), una femmina è deceduta presso il Rio Palmas (Sulcis) a causa del virus West Nile, che agisce sul sistema nervoso centrale e provoca il decesso per encefalite (autunno 2018), un’altra femmina è stata impunemente uccisa a fucilate presso il Lago di Monte Pranu, nel Sulcis (settembre 2019), un maschio è stato gravemente ferito (e poi oggetto di eutanasia) per impatto con linee elettriche ad alta tensione nella piana di Arborea (gennaio 2020), mentre un’altra femmina è deceduta sempre per impatto su linee elettriche ad alta tensione presso Siligo (maggio 2020).

Nel settembre 2020 altri sette esemplari di Aquila del Bonelli sono stati liberati e, dopo un mese di ambientamento, hanno iniziato a solcare i cieli isolani.

Purtroppo, alla fine di settembre 2020 un esemplare è stato ritrovato ferito seriamente nelle campagne di Decimomannu ed è poi deceduto, nonostante un’operazione chirurgica effettuata presso il Centro recupero della fauna selvatica (C.A.R.F.S.) di Bonassai.

Nel dicembre 2020, altri due esemplari sono stati ritrovati deceduti nel Campidano (Siamaggiore e San Gavino Monreale) a causa delle linee elettriche ad alta tensione, mentre nel maggio 2021 altri tre esemplari sono stati liberati nell’Isola.

Nel prossimo mese di maggio 2022 sarà liberato l’ultimo gruppo di esemplari di Aquila del Bonelli sui monti di Montresta.

“Dal 2018 ad oggi, il progetto europeo di reintroduzione dell’Aquila del Bonelli in Sardegna ha completato il rilascio in natura di 25 esemplari. Per quattro di questi, il destino è del tutto sconosciuto poiché il trasmettitore GPS – di cui tutti sono dotati – non ha più inviato dati. Di questi, 11 sono con certezza ancora vivi, di 4 si sono perse le tracce, gli altri purtroppo sono deceduti”.

Un risultato finora comunque positivo, perché ha riportato l’Aquila del Bonelli in Sardegna.

L’impatto delle linee elettriche ad alta tensione è, purtroppo, molto grave: “sono complessivamente 17 – su 87 marcati – gli esemplari deceduti a causa delle linee elettriche, di cui tre in Sardegna. In Spagna la problematica dell’elettrocuzione è molto sentita: di recente, alcune delle società elettriche operanti nel territorio sono state riconosciute colpevoli per aver causato la morte di specie in pericolo di estinzione e per questo multate”.

In Sardegna il rischio è anche per il Grifone: “benché la rete elettrica sia meno sviluppata che altrove in Italia e molti tratti siano in elicord, sistema che impedisce il verificarsi di elettrocuzione, sono ancora moltissime le situazioni di forte rischio. Sono già almeno tre le aree in cui le linee elettriche si sono rivelate fatali per le aquile di Bonelli reintrodotte: la piana di Bolotana, Arborea, e l’area dove ha trovato la morte Abbaluchente (Siligo, n.d.r.), tutte ottime zone di caccia per i rapaci”.

Sono stati acquisiti anche elementi interessanti per la conoscenza della specie: “il costante monitoraggio degli spostamenti delle aquile ha permesso di comprendere meglio il loro comportamento e le loro abitudini, contribuendo a migliorare le conoscenze riguardo la biologia e l’ecologia di questa specie in Sardegna. Ad esempio, la propensione nei primi anni di vita a frequentare e stabilirsi in zone umide, dove le aquile si stabiliscono per lunghi periodi. Qui trovano diversità ed abbondanza di prede, elemento che conferma l’incapacità di predare animali di grandi dimensioni, prediligendo invece cornacchie, uccelli acquatici o, più raramente, altri rapaci come la poiana”.

Ora l’auspicio risiede nell’auspicata formazione di coppie e conseguente riproduzione.

Un bel segnale di speranza per il futuro della specie, sempre che linee elettriche e delinquenti armati stiano alla larga.

Gruppo d’Intervento Giuridico odv


p.s. l’Aquila del Bonelli è il simbolo storico del GrIG!

 

da I.S.P.R.A. News, 3 marzo 2022

Aquila di Bonelli in Sardegna, ultimi esemplari in arrivo.

A settembre la chiusura del progetto.
Previsto per maggio 2022 l’arrivo in Sardegna dell’ultimo gruppo di aquile di Bonelli grazie al progetto AQUILA a-LIFE. Quest’anno l’area di rilascio sarà nel comune di Montresta in provincia di Oristano, dove è già pronta un’apposita grande voliera. Come negli anni precedenti, i pulcini saranno costantemente monitorati ed “allenati” alla vita in natura durante il periodo che trascorrono all’interno della voliera prima di essere rilasciati. Una volta liberati saranno monitorati grazie a speciali trasmettitori GPS, così da poter intervenire in caso di necessità e allo stesso tempo identificare ancor meglio gli habitat ed i siti idonei per questa specie in Sardegna.

Dal 2018 ad oggi, il progetto europeo di reintroduzione dell’Aquila del Bonelli in Sardegna ha completato il rilascio in natura di 25 esemplari. Per quattro di questi, il destino è del tutto sconosciuto poiché il trasmettitore GPS – di cui tutti sono dotati – non ha più inviato dati. Di questi, 11 sono con certezza ancora vivi, di 4 si sono perse le tracce, gli altri purtroppo sono deceduti.

Nonostante le difficoltà, questo è un risultato significativo, che ha portato nuovamente esemplari di una specie ormai estinta a ripopolare i cieli dell’isola. Ad ottenerlo lo sforzo coordinato di vari enti e istituzioni: ISPRA, Grefafauna, Agenzia Regionale Forestas e Corpo Forestale, Edistribuzione. La collaborazione con quest’ultima è stata fondamentale per applicare misure di adeguamento e messa in sicurezza delle linee elettriche in quelle aree critiche dove forte è il rischio di morire per elettrocuzione per rapaci ed altri uccelli. Almeno cinque delle Aquile di Bonelli sinora rilasciate sono morte folgorate sui tralicci, facendo dell’elettrocuzione la prima causa di morte per questa specie in Sardegna. Grazie al progetto parallelo ElectroRevolution, finanziato dalla Fondazione Segré, sono stati individuati i tratti più pericolosi, che verranno presto messi in sicurezza.

Il costante monitoraggio degli spostamenti delle aquile ha permesso di comprendere meglio il loro comportamento e le loro abitudini, contribuendo a migliorare le conoscenze riguardo la biologia e l’ecologia di questa specie in Sardegna. Ad esempio, la propensione nei primi anni di vita a frequentare e stabilirsi in zone umide, dove le aquile si stabiliscono per lunghi periodi. Qui trovano diversità ed abbondanza di prede, elemento che conferma l’incapacità di predare animali di grandi dimensioni, prediligendo invece cornacchie, uccelli aquatici o, più raramente, altri rapaci come la poiana.
L’auspicio è che gli esemplari oggi presenti in Sardegna si stabilizzino e formino le prime coppie. Proseguirà poi il lavoro di identificazione dei migliori habitat e siti idonei per questa specie in Sardegna, così da adeguare e proteggere le linee elettriche eventualmente in essi presenti.
Nelle immagini animate, alcuni dei movimenti più spettacolari che abbiamo potuto osservare nel corso di questi quattro anni e gli spostamenti della maggior parte degli animali seguiti nel corso del 2021.

 da qui

sabato 13 febbraio 2021

Il ritorno dei piccioni viaggiatori: colombofilia nel Sahel - Mauro Armanino

Non hanno l’ambizione di rivaleggiare coi droni, coi satelliti della comunicazione messi in orbita, con la rete del NET o tanto meno con gli  aquiloni. I colombi o i piccioni, dall’arca di Noè in poi, sono stati fedeli alla missione loro affidata. Nel loro piccolo i piccioni viaggiatori hanno dato buona prova di loro, da millenni, nella storia civile e militare del mondo.

Utilizzati per portare messaggi fino a mille kilometri di distanza in un giorno, andata e ritorno, hanno talvolta cambiato le sorti delle battaglie. Altre volte, a loro insaputa, hanno saputo giocare brutti tiri alle diplomazie con falsi messaggi presi per veri. La colombofilia, l’amicizia coi colombi, ha trovato nel Senegal, in Africa occidentale, una nuova generazione di giovani che si è lanciata nell’allevamento dei piccioni viaggiatori.

Tanto che essi, con malcelata fierezza, vorrebbero rivaleggiare con i più quotati campioni piccioni europei, belgi e francesi in particolare. E’ l’Agence France Presse, AFP, a dare la notizia di agenzia in poche e laconiche righe del dispaccio. La colombofilia, nuova passione dei giovani senegalesi, così sentenzia il messaggio. Nel Sahel è presi come a tenaglia tra la Covid che impedisce alle poste di funzionare correttamente, una guerra condotta da armi ogni volta più sofisticate e l’azione di dissuasione di mercenari o militari a servizio delle geopolitiche del potere.

L’idea di rilanciare, allevare e usare i colombi viaggiatori appare dunque poco meno che provvidenziale. La diffusione a scala nazionale, regionale e continentale potrebbe rappresentare una lusinghiera alternativa alla guerra totale che così tanto ha marcato gli altri continenti e l’Africa.

Già, l’Africa è il continente che in questi ultimi cinquant’anni ha conosciuto il numero più elevato di guerre, con un bilancio che viene stimato a oltre 10 milioni di morti. Il nostro Sahel, a modo suo, contribuisce ad arricchire il numero di conflitti armati e il consueto retaggio di sfollati, profughi e infine migranti ‘economici’ a sfidare le frontiere. Taluni dicono che la colpa è loro. Le frontiere della colonizzazione o la colonizzazione delle frontiere.

Etniche, inventate, costruite, reali, manipolate, economiche, militari, occasionali, esterne, interne, progressive, di religione, di culture e di classe. Ad ogni continente le frontiere che si merita o che altri hanno deciso meritasse. Le guerre passano dalle frontiere per giustificarsi e allora capiamo come i piccioni viaggiatori, volando, rendono le frontiere un mero oggetto paesaggistico.

L’allevamento di colombe e piccioni potrebbe rappresentare un serio passo in avanti per la costruzione di una pace durabile ‘oltre’, o meglio, ‘sopra’ le frontiere. I piccioni viaggiatori, invece di pallottole o mine antipersona, potrebbero trasportare SMS di pace, concordia, fratellanza e soprattutto giustizia. L’introduzione mirata e capillare di questi nobili uccelli rappresenterebbe un passo in avanti, forse decisivo per ricreare spazi di diplomazia alla portata dei cittadini più consapevoli e responsabili.

Immaginiamo l’edificio delle Poste Centrali di Niamey, che già ospita migliaia di caselle postali, facilmente trasformabili in piccionaie numerate secondo le classi di età e il sesso dei colombi. Il nuovo hotel a cinque stelle della capitale, il Radisson Blu, il nuovo grattacielo del Ministero delle Finanze e altri simili palazzi, sarebbero l’ideale per favorire l’insediamento di colonie di colombe della pace. Senza contare le prossime elezioni.

Tutto più facile affidare loro la pubblicità elettorale, con fiocchi colorati secondo i partiti governativi e di opposizione senza distinzione di numero. Persino le elezioni sarebbero facilitate. Perché spostarsi presso i seggi elettorali, fare la coda, rischiare di sbagliarsi di scheda, rincorrere i candidati e i loro doni monetari, quando coi piccioni viaggiatori il voto sarebbe democraticamente lasciato alla valutazione oculata delle colombe. Solo i canditati sinceramente interessati a creare condizioni di pace godrebbero il favore dei volatili.

Nelle capitali del Sahel non solo gli hotel o i palazzi sarebbero luoghi di allevamento ma soprattutto le case comuni. Ognuna i suoi piccioni viaggiatori che porterebbero in giro, senza distinzione alcuna, messaggi restauratori di fiducia e di nuovi legami basati sulla verità delle parole. La nuova compagnia delle colombe avrebbe il suo statuto ed escluderebbe ogni tipo di lucro. La gratuità sarebbe l’unica condizione ammessa per la federazione degli allevatori di piccioni. La priorità di volo si darebbe ai bambini portati dalle cicogne.

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domenica 3 gennaio 2021

Le piume morte – Guido Ceronetti

Il mondo d’oggi è già un mondo privo di uccelli, anche se ancora se ne vedono, o se ne immaginano, fuori dalle gabbie e dalle voliere, perché abbiamo rotto con loro quei rapporti che il mito, l’analogia e il simbolo rendevano possibili. Il deicidio dei deicidii è l’uccisione di Cibele; c’è dappertutto il suo sangue. Se agli uccelli occorreva per sopravvivere al fiato umano una piramide di occhi divini dove nidificare, non più trovarla li ha uccisi. Ora il piccolo allarme suona in un cielo svaligiato, le leghe internazionali per proteggere gli uccelli non risusciteranno il linguaggio perduto che li teneva su.

Da molto tempo il cielo si spopola di gente alata: la coincidenza con quel che chiamiamo Progresso della Ragione è interessante. Il pensiero è più forte dei veleni e degli spari, e nel pensiero che si accanisce a distruggere le verità oscure e paradossali, le sapienze rivelate e le realtà immaginate, privando la conoscenza delle cose che non possono esser conosciute (la sua bevanda dell’immortalità) tutti gli abitanti del cielo, visibili e invisibili, sono tacitamente condannati a una morte piena. Il cielo umano si svuota di vita e si riempie di morte: metalli di Seth, motori distruttori, fumi d’inferno, concerti spaventosi, funghi di Abaddon, offese a tutto, senza fine, finché non sarà chiusa questa officina di morte, uomo.
Si direbbe che uno spazio dove hanno cessato di muoversi i piedi dei morti, di risiedere gli archetipi, i grandi Adami e Purusha, le parole e le anime sacre prima d’incarnarsi, ai nidi, ai voli, ai piumaggi, alle ali, ai migratori, ai rapaci ripugni. Come abbia fatto la fionda umana a raggiungere questi enti strani, che parevano fuori di qualunque tiro, resta misterioso; certo la cosa è cominciata molto tempo fa, forse ne rimane traccia soltanto in qualche mito, come in quello della torre che cerca disperatamente di essere bab-ili, porta di Dio. Ogni tentativo di costruire una torre di Babele riceve dall’alto una risposta violenta. Siamo noi a colpire gli uccelli a morte per costruire l’ultima torre, o la loro morte è già una risposta ai lavori in corso per costruirla?
Se un cacciatore tira a un’ombra che vola e il cane gli porta, vergognoso, l’aureola di un cherubino bruciacchiata o un sandalo alato sforacchiato dai suoi colpi, forse getterà il fucile. Ma succede qualcosa di molto più strano: ai nostri piedi di cacciatori di metafisiche, di miticidi feroci, di spremitori dell’Universo, di lordatori del Sacro, di costruttori di torri maledette, il cielo sta buttando, straziati da varie agonie, tutti i portatori di ali classificati nei repertori ornitologici. «Volevamo colpire a morte l’Irrazionale, non loro!». Eppure, invece di fantasmi, cadono piumaggi autentici, a una morte indiretta data con la mente corrisponde una strage vera. Esistono, in cielo e in terra, più simpatie, da cui dipendono la vita e la morte, di quante ne possiamo immaginare. Dovrebbe essere la mente miticida, la mente che non comprende le simpatie cosmiche, a gettare spaventata il fucile.
Libri, stile di scrittura e di vita, conversazioni, viaggi, politica, sono già mondi completamente privi di uccelli. E così l’arte, il lavoro, le città, le religioni… Anche nei sogni si sono fatti rari. Scomparso l’ultimo uccello non impagliato, non ingabbiato, non impaginato, avremo il mondo illimitatamente razionale verso il quale ci spinge la nostra impazienza di vivere privi di qualsiasi ragione di vivere.
Un mondo clinicamente morto. Ma in questo insuperabile deserto un superstite occhio invisibile – ai nostri cacciatori potrebbe esserne sfuggito qualcuno – si divertirebbe a ripescare, tra le esalazioni delle pattumiere razionaliste, i giornali dove i trionfi della vita sulla morte e della luce sulle tenebre erano dedotti dalle percentuali della Produzione e del Reddito, e la felicità pubblica, il bene privato e il Bene assoluto fatti dipendere dallo sviluppo del sistema industriale e dall’aumento di potenza tecnologica.
«Dobbiamo proteggere gli uccelli perché ci sono utili». Li perderete, perché il riconoscimento della loro utilità non è che uno dei raggi del terribile sole mentale che li stermina. Anche il candido ornitofilo utilitario ha un alito che li fa cascare giù morti. L’utilità è Medusa o Megera. Giustamente i mostri ridono delle dimostrazioni scientifiche di utilità.
Bisognerebbe saper vedere, ancora, nell’usignolo Filomela, nella rondine Procne, nel pettirosso Iti, nell’upupa Tereo, e le falangi angeliche dai vetri degli squallori urbani; sentire le potenze inferiori che brucano, come i morti i loro lenzuoli, i tappeti di luce sopra le notti di spavento delle città. Avremmo bisogno ancora di un cuore arcaico, di un cuore comunicante, di un cuore analfabeta; ce l’hanno agghiacciato.
Le campagne si fanno silenziose; ma il loro silenzio, che comincia ad angosciare anche i meno sensibili, non è che la fulminea risposta, il riflesso drammatico del silenzio che si è fatto nella mente, non più portatrice e rinnovatrice dei miti che ci scampavano da una vita simile alla morte. Forse gli uccelli sanno che il filosofo ormai incapace di trovare la verità negli enigmi e nelle figure, il letterato privo dei quattro elementi, il tecnocrate e il politico che non dovrebbero essere mai nati, sono la faccia profonda della distruzione che li ha raggiunti. Eccoli tutti neri di scuola, nessuno più capace di capire. Vale infinite tonnellate di veleni sparsi, questa prigione mentale dove sono persi come verità viventi i grandi apologhi degli animali parlanti, la storia del falco e della colomba del Mahabharata, e perfino il chiaro e sottile, veramente razionale, discorso anticartesiano di La Fontaine a Madame de la Sablière.

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venerdì 23 dicembre 2016

Stiamo uccidendo il mondo - Maria Rita D'Orsogna


È quasi la stagione delle migrazioni. Un gruppo di cosiddette oche delle nevi, perché sono bianche, decide di riposarsi in un lago lungo la loro rotta migratoria. Nevica e sono stanche. Vedono il lago. Un luogo ideale. Non sanno però che il lago è in realtà un buco-miniera un tempo usato dall’industria del rame, abbandonato e a cielo aperto, oggi pieno di acqua tossica e acida. È anche un sito indicato dal governo federale come sito da bonificare – un Superfund site – una specie di sito di interesse nazionale per gli americani. Gli uccelli sono in volo. Arrivano, si posano sull’acqua e muoiono all’istante. Tutti.
Il “lago” in questione si chiama Berkeley Pit e siamo nelle vicinanze di Butte, Montana. La miniera è gestita dalle due ditte Atlantic Richfield e Montana Resources. Gli addetti hanno cercato di allontanare gli uccelli, prima della loro discesa, cercando di spaventarli per farli atterrare altrove.
Non è la prima volta che tutto ciò succede. Presso la Berkeley Pit ci fu un incidente simile nel 1995 con la morte di 342 oche bianche che bevvero l’acqua del lago e le cui trachee furono ustionate, causandone la morte.

In questo nuovo episodio del 2016 non si conosce il numero esatto di uccelli morti anche se i responsabili dicono che si tratta di circa il 10 per cento dello stormo iniziale. Quello che si sa è che non se n’è salvata neanche una: tutte quelle che sono entrate in contatto con l’acqua tossica del lago sono morte.
Butte era un tempo nota come la “piu ricca collina del mondo”. Nel 1955 le operazioni di scavo iniziarono sotto la Anaconda company. Erano gli anni d’oro del rame, usando un gioco di parole.
Nel corso degli anni questa miniera produsse un miliardi di tonnellate di rame e di monnezza. I prezzi del rame calarono a partire dalla fine degli anni Settanta e la miniera venne abbandonata nel 1982.
Restò dietro un buco. La miniera. Con gli anni la pioggia entrò dentro e si formò questo lago. L’acqua piovana reagì con i sulfidi e gli altri metalli ancora presente nel terreno creando una specie di cisternona piena di un brodino tossico.
Ci sono progetti di svuotarla e di bonificarla prima che sia troppo tardi e prima che le falde acquifere vengano compromesse. Ma non siamo ancora arrivati qui, e la miniera per adesso è ancora lì che cuoce monnezza e uccelli morti.
Dopo l’incidente del 1995 si decise però di mettere su un sistema di segnali di allerta per gli uccelli con fari, e sensori che attivassero rumori molesti.
Tutto bene fino a qualche giorno fa.
Lo stormo del 2016 era di dimensioni fuori dal comune e viaggiava in ritardo rispetto ai tempi soliti delle migrazioni. A causa dei cambiamenti climatici, secondo il professor Jack Kirkley, ornithologo dell’Università del Montana, gli uccelli tendono a cambiare le proprie rotte e a partire per il sud prima o dopo del normale, portandoli a volte ad esplorare rotte nuove. In questo caso, la stanchezza ha prevalso e tutti i sistemi di cautela non hanno funzionato.
Un altra puntata dell’uomo che distrugge la natura.