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giovedì 17 agosto 2023

Non può salvare il pianeta chi l’ha devastato - Paola Imperatore

 

La risposta alla crisi ecologica non può essere delegata alle Istituzioni che in questi anni l'hanno prodotta. Le comunità locali devono riprendersi il diritto di scrivere la propria storia

Di fronte alle devastanti conseguenze della crisi climatica, denunciata da anni da scienziati, scienziate e movimenti sociali, si è andata diffondendo una narrazione, squisitamente ideologica, che ritiene possibile sfidare l’attuale crisi solo attraverso la cooperazione di istituzioni nazionali/transnazionali, aziende e cittadini. Come argomentato dal sociologo Razmig Keucheyan in La natura è un campo di battaglia, questa narrazione appiattisce gli antagonismi esistenti e ignora che questa devastazione ambientale, per quanto di ampie dimensioni, ha dei responsabili ben definiti e delle vittime predestinate e si incrocia con altre dimensioni di oppressione (di classe, di razza, di genere e di specie) che ne rafforzano l’impatto.

Raccontare la sfida al cambiamento climatico come processo che può darsi tramite l’impegno congiunto di istituzioni, aziende e cittadini significa rimuovere una questione centrale: che la crisi ecologica è intrinsecamente legata al fallimento del modello della democrazia rappresentativa che, pur proponendosi come l’unico capace di mediare tra i diversi interessi presenti nella società, si è invece rivelato una stampella per chi ha l’interesse del profitto.

Il caso italiano ne è un esempio. Le mobilitazioni che da anni attraversano lo stivale per difendere i territori dalla costruzione di grandi opere inutili e dalla devastazione ambientale hanno svelato le contraddizioni dell’ambientalismo istituzionale che, da un lato, omaggia Greta Thunberg e, dall’altro, non perde occasione per rilanciare il Tav Torino-Lione come opportunità di crescita economica, misurata ancora una volta in termini di Pil e non di benessere delle comunità. 

La lotta a difesa della terra si è presto estesa a una lotta contro i governi che, pur cambiando nel corso degli anni, hanno mantenuto continuità nel rapporto col dissenso espresso dai territori proseguendo su due linee di azione: la militarizzazione e l’accentramento dei poteri decisionali. All’interno di questi conflitti, la tensione tra democrazia top down e democrazia bottom up, tra locale e nazionale, tra necessità dei territori e interessi speculativi di pochi, si è inasprita sino a divenire centrale nel dibattito dei movimenti contro le grandi opere.

Intorno ai conflitti ambientali si è plasmato in quest’ultimo decennio un modello di gestione del dissenso e si è ridefinita una visione alternativa di democrazia. Se la Valsusa in questo senso ha fatto scuola, mettendo in atto pratiche di resistenza capaci di porre al centro del dibattito la questione centrale del «chi decide sui territori», anche la controparte ha sperimentato proprio in questa valle dei modelli repressivi poi diventati un esempio da perseguire altrove. 

Sebbene inizialmente i tentativi di dialogo tra istituzioni e oppositori del Tav vi siano stati, si sono rivelati inutili nel momento in cui è emerso che si poteva discutere del tracciato ma non dell’opportunità di costruire l’opera. Ed è qui che si annida la questione centrale: ciò su cui non vi può essere confronto è sul rifiuto totale di un progetto. La macchina del progresso deve andare avanti. 

Per ovviare le tensioni che sempre più frequentemente si sono generate e continuano a generarsi intorno all’uso del territorio, mercificato e messo a profitto da un galoppante e insaziabile neoliberismo, si è costituito nel 2004 l’osservatorio Nimby Forum che, attraverso attività di «informazione» e coinvolgimento dei cittadini, ha l’obiettivo di rendere accettabili agli occhi delle comunità locali opere e attività estremamente discutibili puntando sul rilancio occupazionale ed economico di territori che il mercato ha depredato e ora vorrebbe salvare. Questo osservatorio, finanziato da istituzioni politiche e da aziende coinvolte nella costruzione stessa delle opere contestate, rappresenta in modo chiaro l’idea di coinvolgimento e partecipazione delle élites politiche ed economiche. Una partecipazione che non può mettere in discussione il dogma del progresso, non può esprimere il proprio radicale dissenso, ma deve essere ricondotta nell’alveo del buon cittadino, passivo e conciliante. 

Dati i numerosi attriti tra locale e nazionale in merito ai progetti infrastrutturali, il partito trasversale del cemento ha deciso di accentrare i poteri in poche mani. Si tratta di un processo inaugurato con la Legge Obiettivo del 2001 del governo Berlusconi e proseguito nel 2014 con lo Sblocca Italia del governo Renzi. Esautorando i livelli di governo locali delle loro competenze in materia si è cercato di velocizzare l’iter decisionale vanificando i tentativi delle comunità locali di fare pressioni sui livelli governativi a loro più vicini. Lo Sblocca Italia, in questo senso, ha rappresentato un ulteriore step nel processo di involuzione autoritaria nella gestione del dissenso proveniente dai territori, prevedendo procedure semplificate e in deroga al codice degli appalti che, tradotto, significa riportare competenze prima concorrenti tra Stato e Regioni nelle mani del primo e con maggiori rischi di corruzione nella costruzione di opere pubbliche. Inoltre, con lo Sblocca Italia, vengono dichiarate opere di «interesse strategico» nazionale tutte le infrastrutture legate all’uso di petrolio e di gas, come il Tap, con conseguenze in termini di potere decisionale riconosciuto allo Stato e di misure emergenziali a cui ricorrere a difesa dell’interesse strategico. È, ad esempio, appellandosi a quest’ultima ragione che nel 2017 ancora il governo a guida Pd decide l’istituzione di una zona rossa nei pressi del cantiere di Melendugno per difendere la multinazionale azero-svizzera Tap dalle contestazioni della popolazione che si stava opponendo all’eradicazione degli ulivi per far spazio al cantiere. 

L’incapacità delle istituzioni di dialogare con gli oppositori, o forse l’interesse delle élites politiche a difendere gli interessi speculativi, ha inevitabilmente spostato lo scontro dalle istituzioni alle piazze o, per meglio dire, ai territori, e la repressione spesso è sembrata essere l’unica risposta. Dai Daspo alle zone rosse, dai processi alle manganellate, vi è stato un tentativo capillare di disincentivare ogni forma di protesta limitando, tra l’altro, la libertà di circolazione degli abitanti.

La risposta muscolare dello Stato tramite la militarizzazione, in Valsusa come a Chiaiano, a Melendugno come a Niscemi, mostra essenzialmente la volontà delle istituzioni di rifuggire da un confronto politico trattando la protesta come una questione meramente di ordine pubblico e criminalizzando il dissenso. In numerose occasioni il conflitto è stato spostato nelle aule dei tribunali, arrivando al punto di sventolare l’accusa di terrorismo contro gli attivisti, come si è tentato spesso di fare con il movimento No Tav e più recentemente con gli attivisti sardi di A Foras contro le basi militari nell’isola. I recenti decreti sicurezza emanati dal passato governo giallo-verde sono andati nella stessa direzione, reintroducendo il reato di blocco stradale, depenalizzato nel 1999, e così criminalizzando una delle pratiche di resistenza più comuni tra i movimenti a difesa della terra. 

Sarebbe fuorviante pensare questi casi come delle eccezioni. Queste lotte, piuttosto, hanno messo in evidenza il modo in cui ordinariamente il sistema interagisce col dissenso. 

Il merito dei numerosi movimenti che negli ultimi vent’anni hanno animato il paese, è quello di essere riusciti a intrecciare in modo indissolubile la dimensione ecologica e quella democratica svelando le dinamiche di potere in un conflitto evidentemente asimmetrico e sollevando con irruenza un interrogativo: chi ha diritto a decidere sulle nostre vite e sui nostri territori? Perché delegare la decisione a chi difende gli interessi privati di pochi a danno delle collettività?

Questo breve excursus di atti e decreti, più che restituire una cronistoria del rapporto tra governi e istanze ambientaliste nel contesto italiano, serve a ragionare sulla retorica dominante nell’attuale fase politica. Questa narrazione tende a indicare l’umanità tutta – indistintamente da classe, razza e genere – come responsabile dei catastrofici stravolgimenti del pianeta che hanno condotto a una nuova era geologica (antropocene) e come protagonista, oggi, di una sfida che ci vede tutti alleati. 

Questa alleanza tuttavia non è possibile nella misura in cui i politici italiani – e non solo – continuano a investire in opere anacronistiche ed energivore basate ancora sui combustili fossili, come Tap, Rete Adriatica o Galsi, pur riempiendosi la bocca di parole e promesse di un futuro ecologico. L’idea di «green» che mercati e Stati vorrebbero attuare l’abbiamo conosciuta alle numerose Conferenze per il Clima e ai vertici internazionali. Ma anche a Milano, nel 2015, con Expo, dove dietro allo slogan «Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita» si è consumato l’ennesimo mega-evento fatto di debito, cemento e precarietà ma anche di corruzione e di redditizie opportunità per i grandi brand come Nestlè, Coca Cola, Enel o McDonald di presentarsi con un nuovo volto e per altre, come Eataly o Slow Food, di accaparrarsi una fetta di mercato costruito sulla strumentalizzazione delle istanze green.

Tenendo conto dell’intersezione tra questi aspetti, è evidente che la risposta alla crisi ecologica non può essere delegata a chi l’ha prodotta imponendosi sulle comunità, quelle che per prime hanno pagato il conto di un mercato predatorio che considera la deturpazione dell’ambiente, con tutto ciò che ne consegue, come esternalità negative da mettere a valore. La ricerca di una soluzione non può essere consegnata nelle stesse mani che hanno avvelenato e saccheggiato il pianeta e che hanno represso fisicamente e giudiziariamente chi ha provato a smascherare questo sistema e a difendere il diritto, individuale e collettivo, a vivere sul proprio territorio.

Questa sfida è stata già colta da anni dai movimenti contro le grandi opere inutili e imposte e oggi assunta dai Fridays For Future che sono stati capaci di legare, con efficacia locale e globale, lotta sui territori e lotta al cambiamento climatico. La rotta può essere invertita solo accogliendo la proposta proveniente da questi soggetti di ripensare radicalmente modelli decisionali e organizzativi che partano dalle necessità delle comunità di poter decidere per il proprio futuro e per il proprio presente. Questo significa anche disinnescare il processo individualizzante e atomizzante che caratterizza il sistema capitalista e ripensarci come comunità, ricomponendo quella tensione individuo-collettivo, termini che appaiono nel nostro tempo antitetici a causa di una retorica incentrata sulla competizione e sul darwinismo sociale.

Le lotte di cui parliamo sono state e sono tutt’ora fondamentali laboratori politici dove queste riflessioni sono maturate e hanno messo radici, e dove le comunità, basate su una comunione di intenti piuttosto che su un senso identitario escludente, si sono ricostruite e hanno posto in modo incontrovertibile la rivendicazione dell’autodeterminazione. Del diritto, per dirla con le parole usate dal movimento No Tav, di scrivere la propria storia.

*Paola Imperatore è dottoranda presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, membro dell’Opi (Osservatorio su Politica e Istituzioni) e del PoliCom. Attivista di Non una di meno Pisa, ha scritto per Gaia, Commonware, Il Ponte e altre riviste.

da qui

sabato 27 marzo 2021

In nome del progresso e dello sviluppo - Alexik


“Espressioni come una protesta ‘pacifica’ sono, dunque, non particolarmente utili per descrivere le nostre lotte. Protesta ‘pacifica’ non significa niente, perché dal punto di vista dello Stato e del Capitale, quando qualcuno si impegna in una protesta è, per definizione, non più in pace: l’atto di protestare è un rifiuto. È il rifiuto di uno status pacificato, è il rifiuto della pretesa che si debba accettare ogni cosa che viene imposta nel nome del progresso e dello sviluppo. Quando l’espropriazione viene contrastata dal rifiuto del soggetto, il soggetto diventa un nemico”.


Potremmo partire dalle parole di Mark Neocleous, pronunciate proprio a Melendugno nell’ottobre 20181, per commentare le sentenze di tre procedimenti contro il Movimento No TAP, conclusi in primo grado il 19 marzo scorso con 88 condanne a pene variabili dai 3 mesi ai 3 anni abbondanti. Condanne raddoppiate, e a volte triplicate, rispetto alle richieste del PM, o inflitte anche a fronte della richiesta di assoluzione da parte del PM stesso.

Sanzionati, dunque, i “muri umani” eretti per impedire il passaggio dei mezzi del cantiere TAP, muri di persone indisponibili ad “accettare ogni cosa imposta nel nome del progresso e dello sviluppo”, come la costruzione di un’opera devastante, pericolosa, inquinante, climalterante. Sanzionate le corna innalzate verso le truppe antisommossa e il dito medio contro l’elicottero in volo, i lanci di uova e di ciclamini, le violazioni dei fogli di via e le “inosservanze di provvedimenti dell’autorità”. Condannati con il massimo edittale anche 17 compagne e compagni a cui è stato negato lo status di parti lese, dopo essere stati braccati, feriti, umiliati, sequestrati mentre erano di ritorno dai cancelli del cantiere, dove avevano semplicemente intonato dei cori2. Inutile dire che nessuno procederà contro i loro aguzzini.

Per molti versi questa vicenda processuale infonde una persistente sensazione di dejavu, di cose già viste a circa 1.200 km a nord ovest, presso il Tribunale di Torino. Per esempio, accomuna gli uffici giudiziari torinesi e salentini la costruzione di maxiprocessi “omnibus”, che raggruppano ipotesi di reato per  fatti commessi in diversi tempi e luoghi e, nel caso del maxiprocesso leccese,  anche completamente scollegati.
Potpourri giudiziari con tantissimi imputati, che tradiscono più la fretta di arrivare a condanna che la volontà di approfondire contesti, dinamiche e reali responsabilità.
Altro particolare comune è l’attrazione che esercitano i movimenti territoriali per i magistrati antimafia. Se Gian Carlo Caselli ha lasciato in Val di Susa un ‘ricordo indelebile’, il maxi processo No TAP ha potuto giovarsi sia di un PM che del giudice monocratico provenienti dai processi alla Sacra Corona Unita. Non si tratta probabilmente di un caso fortuito:

 

“La nomina di un magistrato antimafia si inserisce in un solco già tracciato a livello nazionale, per cui si adottano le prerogative dell’antimafia nei reati di ordine pubblico. Da anni questa tendenza sempre più generalizzata associa i reati tipicamente ascrivibili all’area del dissenso e della conflittualità politica a quelli della criminalità organizzata, e lo fa attraverso l’accostamento dell’antimafia all’antiterrorismo… In questo modo nella prassi giudiziaria e nella strutturazione e interpretazione delle norme si è assottigliata, fino quasi a scomparire, la distinzione tra l’ambito del conflitto sociale e quello dell’eversione”3.

Nella stessa direzione si colloca la scelta delle aule bunker come location dei  processi contro i movimenti,  scelta atta a suggerirne l’equiparazione con le grandi organizzazioni criminali.
Anche a Lecce, come a Torino, ci sono testimoni che pesano come piume ed altri come montagne. Infatti, secondo le dichiarazioni del giudice monocratico, “la testimonianza di un pubblico ufficiale è da considerarsi già di per sé veritiera”.

Anche a Lecce, come a Torino, i procedimenti che tutelano le grandi opere dalle proteste popolari corrono “ad alta velocità”4. I tre processi contro il movimento No TAP, con 126 imputati, sono arrivati a sentenza di primo grado in appena 7 mesi, con udienze pressoché settimanali, addossando alla difesa un carico di lavoro immane, anche per la mole di materiale videoregistrato da consultare. Mentre il calendario delle udienze contro il movimento, nonostante l’emergenza COVID-19, non ha subito modifiche, un altro processo, che vede imputata per disastro ambientale la multinazionale TAP e le aziende appaltatrici, è stato rinviato per pandemia. Forse nella prospettiva di poter onorare anche questa volta l’antica tradizione italica della chiusura in prescrizione dei procedimenti che riguardano i reati ambientali.

A Torino il Tribunale ha fatto da tempo da apripista nel comminare condanne pesanti anche nei casi il cui l’opposizione alle grandi opere si è espressa attraverso modalità assolutamente “gandhiane”.
Emblematiche a proposito le carcerazioni di Dana, Fabiola, e prima ancora di Nicoletta, condannate per aver parlato al megafono o tenuto uno striscione durante una breve manifestazione sull’autostrada A32 .
Il Salento ha seguito l’esempio, e anche sulle condanne del 19 marzo contro il movimento No TAP è stato buttato il carico da 11. Divers* compagni e compagne potrebbero varcare nel tempo la soglia del carcere se la situazione non viene modificata nei successivi gradi di giudizio.
Molte delle condotte sanzionate, in altri tempi (sempre più lontani), probabilmente non avrebbero comportato nemmeno l’apertura di un processo.
Ma c’era bisogno di dare un segnale, perché il gasdotto vuole continuare la sua corsa verso nord, sotto le forme di “Rete Adriatica Snam”, e non tollera altri ostacoli.

 

Nel dicembre 2020 il Consiglio Europeo ha approvato “l’obiettivo vincolante di una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030“, da raggiungere  …. anche tramite “tecnologie di transizione come il gas”, avvallando in questo modo la prospettiva dell’utilizzo del gas come sostituto del carbone. [Che, per inciso, oltre ad essere un combustibile fossile, è un gas serra molto più potente della CO2, e la sua estrazione e trasporto comportano emissioni fuggitive in atmosfera tali da renderne l’utilizzo più climalterante del carbone stesso.]

Non vengono messi a rischio quindi dal Green New Deal europeo (anzi!) i 32 progetti di interconnessione del gas considerati “di interesse comune” dall’U.E., compresi il TAP, l’EastMed  (dai giacimenti al largo di Israele e Gaza fino alla costa di Otranto) e la Rete Adriatica Snam.
Quest’ultima promette di solcare con un tubo di 120 cm di diametro pieno di gas le aree a maggior rischio sismico della penisola, come la Valle Peligna, i paesi dell’hinterland aquilano, quelli dell’Umbria, delle Marche e dell’Emilia, fino a Minerbio. In pratica, sfiorando gli epicentri dei più forti terremoti che hanno interessato l’Italia dal 1997 a oggi.

Attualmente il processo di autorizzazione della Rete Adriatica Snam nel tratto Sulmona/Foligno è ancora fermo in attesa di un adeguato studio sulla sismicità, ma esperienza insegna che spesso non bastano le barricate di carta a fermare opere devastanti. Quando si renderà necessario anche in Abruzzo, Umbria, Marche ed Emilia innalzare “muri umani” contro le ruspe, l’esempio della sentenza salentina rappresenterà un sinistro precedente.

Per questo è il momento di dare un segnale di controtendenza, dimostrando che anche davanti a queste squallide operazioni siamo uniti e solidali con chi subisce rappresaglie per aver difeso i territori, con i loro ecosistemi e comunità umane, in Salento come altrove.
E anche per gratitudine, perché non dimentichiamo che proprio grazie alla Carovana No TAP e all’intervento informativo dei compagni salentini, si è innescato a Minerbio (BO) quel processo di coinvolgimento e attivazione di realtà locali che ha portato al blocco di un pericoloso progetto di sovrappressione degli impianti di stoccaggio del gas gestiti dalla Stogit. E di questo va dato atto proprio a quei compagni e a quelle compagne che oggi subiscono la criminalizzazione giudiziaria.

Support the fight!

Avanti NO TAP!


1.      Mark Neocleous, What is Pacification?, intervento al workshop “Policing Extractivism: Security, Accumulation, Pacification”, Melendugno (LE), 5-6-7 ottobre 2018. QUI la traduzione in italiano. 

2.      Ne abbiamo già parlato su Carmilla nella puntata n.  5 di “Il nemico interno” 

3.      Lecce: processo No Tap, aggiornamenti e qualche riflessione, Comunella Fastidiosa, 12/03/21. 

4.      Sulla velocità dei processi contro il Movimento No Tav, si veda, su Carmilla, la puntata n. 6 di “Il nemico interno“. 

L’articolo è uscito già su carmillaonline

da qui

lunedì 15 marzo 2021

Lo immaginavate, no? Il virus fa bene al Tap - Alice Mi

  

La pandemia da coronavirus del 2020, dal punto di vista economico, non è stata per tutti un’ecatombe. Anzi, per alcuni settori si può dire che abbia comportato dei vantaggi. Uno di questi settori è rappresentato dalle attività economiche basate sull’estrattivismo. 

Con questo concetto si fa riferimento a un fenomeno multiforme e, benché il termine faccia pensare in modo più immediato all’estrazione delle materie prime dalla terra, che certamente ne fanno parte, il suo significato si estende all’estrazione di valore: “Infatti, oltre che dal suolo, si sottrae ricchezza (fertilità) ai terreni con le colture intensive; o alle comunità con la privatizzazione di beni comuni (p.e. l’acqua); o alla società in generale con la costruzione di grandi opere inutili che sottraggono risorse sia naturali che monetarie alla cittadinanza tutta, con effetti diretti e indiretti spesso gravi sulla qualità della vita (p.e. l’inquinamento del suolo, dell’aria o delle falde acquifere)1.

Nonostante la quarantena, o forse proprio grazie ad essa, l’estrattivismo, appoggiato dalla complicità dei governi, ha proseguito la sua opera di distruzione e di sottrazione di valore dai territori e dall’esistenza di chi li abita.
Anche i lavori per il Trans Adriatic Pipeline, in Salento, sono proseguiti senza sosta.

Il TAP è l’ultimo tratto, lungo 878 km, di un mega gasdotto di quasi 4.000 km che parte dal giacimento di Shah Deniz 2 in Azerbaijan, fino ad approdare sulle coste salentine, precisamente sulla spiaggia di San Foca, marina di Melendugno. Il suo percorso prosegue fino a Brindisi, dove si allaccia alla rete SNAM, che attraversa il paese, passando per le zone ad alta sismicità del centro Italia, fino a raggiungere l’Europa. Il TAP è considerato la pietra angolare delle strategie energetiche europee, che puntano forte sul gas dell’Azerbaijan in nome di un presunto affrancamento dalla dipendenza dalla Russia.

In seguito alla comparsa del virus nel dicembre del 2019 a Wuhan e alla sua rapida diffusione, l’11 marzo del 2020 l’OMS ha dichiarato lo stato di pandemia. L’Italia è stata travolta dall’ondata pandemica alcune settimane prima rispetto agli altri paesi europei e la sera del 9 marzo, con un decreto in vigore dal giorno successivo, è diventata “zona rossa”. Il paese si è fermato, per 69 interminabili giorni, assecondando il principio del “chiudere tutto”. Ma a quel “tutto” sono sfuggite varie eccezioni e non le migliori che si potevano sperare.

Il 21 marzo il presidente del consiglio Conte anticipa l’emanazione di nuove misure per contrastare la pandemia. Tra queste la chiusura di tutte le aziende non strategiche fino al 3 aprile, data successivamente prorogata al 3 maggio: “Aperti solo supermercati, farmacie e altri servizi essenziali”. 

Proprio tra i “servizi essenziali” si nascondeva l’escamotage utilizzato dalla multinazionale e dal governo per imporre la prosecuzione dei lavori del TAP. Nella voce “servizi essenziali” rientravano infatti le “Attività dei servizi di supporto all’estrazione di petrolio e di gas naturale” e la “Fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata”. Questo è bastato per forzare l’interpretazione del DPCM, che si riferiva chiaramente alle opere terminate e attive, ed estenderla anche alla prosecuzione dei lavori di cantiere, permettendo a TAP e SNAM di lavorare indisturbate.Intanto sulla pagina facebook del Movimento No TAP, movimento nato per contrastare la costruzione del megagasdotto, venivano pubblicati i primi post che avanzavano dei dubbi riguardo al rispetto da parte della multinazionale delle regole anti-contagio delineate a livello nazionale. 

“Tap ha una protezione speciale dal Coronavirus? I suoi operai e le imprese che arrivano dalla zona del focolaio principale, non hanno bisogno di precauzioni?” scriveva il Movimento No TAP, sottolineando come in quei primi giorni di marzo, in cui la paura per una malattia virale sconosciuta e l’inadeguatezza del sistema ospedaliero del sud Italia la facevano da padrone, sapere di operai provenienti dalle zone focolaio del nord Italia, che circolavano liberamente nei piccoli centri, facevano la spesa nei supermercati locali, alloggiavano in strutture ricettive del Salento (che a rigor di legge in quel periodo avrebbero dovuto essere chiuse), lavoravano a stretto contatto con persone del luogo, creava nella popolazione uno stato d’animo di sconcerto e rabbia. 

Il 16 marzo, a pochi giorni dall’inizio del lockdown, il sindaco di Melendugno, Marco Potì, segnala alle autorità locali e alla magistratura, la presenza, presso i cantieri del gasdotto TAP di San Foca, di numerosi lavoratori, «molti dei quali» provenienti da altre regioni, «comprese ex zone rosse, con possibile violazione dell’ordinanza del Presidente della Regione Puglia» che prevede l’obbligo di quarantena per chi proviene da altre regioni. Lavoratori che, secondo il Sindaco, sarebbero entrati pericolosamente in contatto con i lavoratori delle ditte locali. Il primo cittadino invia la segnalazione all’Ufficio di Presidenza della Regione Puglia, all’Asl Lecce e alla Procura della Repubblica di Lecce. Nella nota chiede che si provveda con urgenza ad accertare “l’applicazione delle misure previste dalle normative emergenziali da parte delle aziende e ditte in questione, al fine di attenuare il rischio di propagazione del contagio dal Covid-19 attraverso l’attività posta in essere in detti cantieri”2. 

A dare man forte al primo cittadino melendugnese, pochi giorni dopo, si uniscono altri Sindaci dei paesi vicini, come Fulvio Pedone (Lizzanello), Francesca De Vito (Calimera), Fabio Tarantino (Martano), Franco Leo (Vernole), Dina Manti (Corigliano), Andrea Pascali (Castrì), chiedendo al Prefetto di Lecce l’immediata chiusura dei cantieri TAP e SNAM, al fine di contenere il rischio del contagio.

L’appello a fermare i cantieri arriva anche dal Movimento No TAP che il 19 marzo scrive: “Mentre Italia e gran parte del mondo sono in balìa di un virus sfuggito di mano, tra contagi in continuo aumento, morti, locali chiusi e danni economici, Tap e Snam continuano a lavorare nei cantieri tra San Foca e Brindisi non adottando nessuna delle precauzioni richieste per la limitazione dei contagi da Covid-19”. 

Il Movimento sostiene inoltre di essere in possesso di foto e comunicazioni dal cantiere che evidenziano la mancanza di dispositivi di sicurezza, quali mascherine o altro, e operai con personale tecnico a stretto contatto tra di loro nonostante la richiesta distanza di almeno un metro.
Ad avvalorare la tesi e le preoccupazioni dei sindaci, nonché le informazioni in possesso del Movimento No TAP, arriva la denuncia da parte di un operaio impiegato proprio nel cantiere TAP. L’uomo, intervistato da RaiNews il 22 marzo, afferma senza mezzi termini, che lavorare in quel cantiere è pericoloso:
“Usiamo mascherine non idonee, che si strappano e non a norma, gli operai sono tutti a stretta vicinanza, perché per il lavoro che fanno non possono avere la distanza di sicurezza, specialmente elettricisti e metalmeccanici” – e aggiunge – “quelli della sicurezza escono con le mascherine a norma, noi lavoriamo con la carta igienica. Il rischio di contagio non è alto, è altissimo. In uno spogliatoio siamo 10-15 operai e non abbiamo neanche i 20 centimetri di distanza l’uno con l’altro.” 

L’operaio conclude dicendosi preoccupatissimo per l’eventualità dello scoppio di un focolaio all’interno del cantiere, che potrebbe propagarsi anche tra la popolazione locale.

Le deputate del gruppo misto Veronica Giannone e Silvia Benedetti rincarano la dose e parlano di “Guanti e mascherine non a norma indossate anche per due tre giorni, operai che arrivano settimanalmente dal Nord, spogliatoi con 20 persone senza protezioni, distanze di sicurezza non rispettate, controlli farsa della Asl, che avvisa preventivamente i dirigenti sul giorno dei controlli, così da renderli perfettamente a norma. Insomma parliamo di violazioni gravissime che mettono tutti a rischio di contagio, operai e cittadini”.3

Su quest’ultimo punto aveva attirato l’attenzione anche il Movimento No TAP, denunciando che “Subito dopo la pubblicazione dell’esposto del 16 Marzo 2020 (Prot. N. 6005) da parte del Comune di Melendugno a firma del Sindaco Marco Potì, l’azienda sanitaria locale (ASL Lecce) si è recata nei cantieri per effettuare alcune verifiche, ma nel cantiere sono stati trovati solo la metà degli operai che mezz’ora prima erano presenti”.

 

Nonostante la multinazionale respinga tutte le accuse e sostenga che l’attenzione al rispetto delle norme di sicurezza sia massima, i fatti smentiscono le parole e il 2 aprile esce la notizia di due contagi sulla nave TAP che lavora a largo di San Foca e la conseguente quarantena di tutto l’equipaggio.  Si tratta della nave Protea, battente bandiera cipriota e utilizzata in attività di analisi dei fondali, che approda il 19 marzo a Costa Morena, con un sospetto caso Covid, un biologo marino. 
A bordo della nave sono presenti 53 persone, tra equipaggio, sub, biologi e un referente della multinazionale. Poco dopo emerge la positività di un altro membro dell’equipaggio, un marittimo. 
La nave, non potendo attraccare, è costretta a rimane alla fonda davanti al porto di Brindisi. 

“Con ancora più sgomento e incredulità – commenta il sindaco di Melendugno Marco Potì – apprendiamo della nave che lavora per Tap, in quarantena per il Coronavirus. Riteniamo, io e altri sindaci del territorio, che è urgente e non più rinviabile la sospensione di questo cantiere a Melendugno. Idem per quello dell’area compresa tra Lecce a Brindisi. Noi supplichiamo il prefetto di Lecce, affinché intervenga immediatamente, sospendendo il cantiere di Tap e delle ditte appaltatrici. Non possiamo tenere in uno stato di angoscia i cittadini che stanno soffrendo, già sottoposti alla rinuncia al lavoro e o ad aprire i propri negozi. Tap, per rispetto, deve bloccare tutto e andare via. Siamo tutti tenuti a rispettare le leggi per evitare il contagio”.

 

Possiamo sostenere, a ragione, che la pandemia abbia giocato a favore dell’estrattivismo e in questo caso della multinazionale TAP, soprattutto grazie alla neutralizzazione dell’opposizione sociale. 
La militarizzazione dei territori, dispiegata in tutto il paese, è stata un forte deterrente per ogni tipo di protesta o controllo dell’operato di TAP. Con le comunità costrette a stare in casa, al distanziamento fisico, all’isolamento, la multinazionale ha avuto la strada spianata per continuare a depredare e distruggere il territorio
: 

“Non sapremo mai, visto che nessuno controlla, di quanto si è espanso abusivamente il cantiere”, scriveva il Movimento No TAP. 

 

La conta dei “danni” è avvenuta solo allo scadere dei 69 giorni di quarantena, quando finalmente alle persone comuni è stato permesso di uscire e muoversi nel territorio. 

Ed ecco, giorno dopo giorno, un macabro resoconto dei luoghi naturali devastati da TAP: “Merine di Lizzanello, zona “bosco degli Lei” vicino la grande quercia”;
“Strada provinciale che collega Vernole a Calimera”;
“Zona “fondone”, Lecce”;
“Grande Quercia o “lizza dei briganti”, patrimonio dell’Unesco, tra Pisignano e Lizzanello”;

Un post del Movimento No TAP, datato 6 maggio 2020, titola:

 “L’inquietante post quarantena: Ci giungono immagini terribili delle nostre campagne. Una cicatrice larga 40 metri e lunga decine di Km punteggiata di tanto in tanto da piccole discariche di materiali di cantiere”.

Oltre il danno, la beffa. 
Con riguardo al processo che vede imputata la multinazionale TAP e le aziende a cui sono stati appaltati i lavori, accusati a vario titolo di disastro ambientale e costruzione abusiva, il 20 novembre 2020 viene diffusa la notizia del rinvio del processo, causa covid. 

Ma l’aula bunker del carcere di Lecce non resta vuota, perché il processo a TAP viene rimpiazzato con uno dei numerosi processi contro i No TAP, i cui capi di accusa rasentano, spesso, il ridicolo. 

“È chiaro che in rappresentanza di TAP il covid diventa un problema insormontabile – commenta il Movimento No TAP – mentre per quei processi super affollati, con 96 imputati, dove a giudizio vengono messi gli attivisti NO TAP, non esiste alcun problema di diffusione del virus.
Ma, del resto, era così anche quando i lavori nel cantiere continuavano, mentre l’intera nazione era in lockdown”.

TAP ha mostrato alla popolazione salentina che l’estrattivismo non si ferma davanti a niente. Va avanti nonostante tutto e tutti, nonostante la legge, nonostante le violazioni dei diritti umani e della natura, nonostante le accuse, nonostante le morti (come quella di un giovane operaio salentino, deceduto il 27 maggio 2020 per un incidente nel cantiere di interconnessione SNAM di Pisignano), nonostante una pandemia mondiale che blocca l’intero pianeta. 

Mentre eravamo chiusi in casa, mentre i nostri cari morivano da soli in ospedale, mentre tanta gente doveva rinunciare allo stipendio e si domandava se sarebbe riuscita a pagare il mutuo, a fare la spesa, ad assicurare un pasto ai propri figli; mentre tanti malati cronici restavano senza cure, mentre medici e infermieri mettevano a repentaglio la propria vita per salvarla agli altri, mentre ci abituavamo a non baciare i nostri genitori, a non stringere le mani dei nostri amici, mentre nelle carceri aumentavano i contagi e, le proteste dei detenuti, privati di tutto, venivano sedate con la più bruta violenza; mentre gli stadi, i cinema, i teatri erano vuoti e tutti facevamo i conti con le nostre paure, TAP continuava a lavorare, ferendo ulteriormente e irrimediabilmente un territorio e le vite dei suoi abitanti. 

 

Note:

1) Appendice all’edizione italiana di R. Zibechi “La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina”, p.82
2) La Gazzetta del Mezzogiorno, 17 marzo 2020, ‘Coronavirus Melendugno, il Sindaco: “Rischio contagio cantiere TAP”’.
3) Salento Metropoli, 31 marzo 2020, “L’Italia si ferma ma il cantiere TAP no”.

Questo articolo fa parte dell’eccellente Speciale Estrattivismo e Pandemia di EcorNetwork.

https://comune-info.net/lo-immaginavate-no-il-virus-fa-bene-al-tap/

lunedì 9 aprile 2018

Isteria, repressione e devastazione - Movimento No Tap


Ancora fatti spregevoli da parte delle forze dell’ordine sul cantiere di San Basilio. Ancora una volta atti di violenza contro i manifestanti e omissione di soccorso, ancora una volta Tap e Snam ordinano al governo di utilizzare ogni mezzo per portare a termine la loro opera. Ancora una volta, prefetto e questore eseguono gli ordini da regime totalitario, dettati da una multinazionale che sta devastando il nostro territorio. Ancora una volta, chi gestisce le forze dell’ordine sul cantiere viene preso da isteria e non riesce a mantenere il controllo.
Questa mattina, alle prime luci dell’alba, molti attivisti si sono ritrovati presso l’ingresso Eurogarden, sulla provinciale Melendugno San Foca, per provare a rallentare nuovamente i lavori. Sembra ormai, vista l’indifferenza e l’immobilismo della procura e dei politici, l’unico modo per bloccare il malaffare e la corruzione. Ci siamo frapposti tra i mezzi e la strada che porta al cantiere ed abbiamo semplicemente camminato piano, a passo d’uomo. Nessuna violenza se non una passeggiata a rallentare pacificamente i mezzi. Tutto sembrava andare per il meglio, nessun tipo di tensione, la nostra rimostranza stava ottenendo i suoi frutti, ma a quanto pare la nonviolenza non appartiene ai dirigenti delle forze dell’ordine, una delle quali, all’improvviso ha esternato quest’ordine “Ora basta, avete rotto il c…, toglieteli di mezzo”. Così la polizia ha caricato chi era lì inerme con braccia all’aria. Ci sono state manganellate in testa a un nostro attivista che stava riprendendo con il telefonino, e una manganellata sull’orecchio ad un altro che era con le braccia alzate. Al passare dell’ambulanza, di servizio presso il cantiere, è stato richiesto aiuto, ma sempre i dirigenti di polizia lo hanno negato. Solo in un secondo momento, forse per paura di una nuova denuncia per omissione di soccorso, l’ambulanza è stata richiamata indietro, intanto i nostri amici e compagni avevano provveduto a informare il 118 dell’accaduto.
Siamo ancora qui a presidiare il cantiere mentre la dittatura in questo lembo di terra avanza inesorabile nell’immobilismo di chi sarebbe chiamato a controllare.