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venerdì 4 aprile 2025

Sulle Ande un mondo intero rischia di scomparire con i ghiacciai - Amanda Chaparro

 

Nel villaggio di Phinaya, nella regione peruviana meridionale di Cusco, l’orizzonte è dominato dal Quelccaya, enorme e maestoso: arriva a 5.500 metri di altitudine. Il paesaggio, però, non è composto da cime montuose, ma da vasti altopiani di ghiaccio e crepacci che formano una delle calotte di ghiaccio più estese del mondo, con una superficie di 42 chilometri quadrati.

Gli scienziati osservano con particolare attenzione il gigante bianco, noto anche come Quyllur puñuna (là dove riposano le stelle, in lingua quechua). Sui suoi pendii l’acqua scorre creando zone umide chiamate bofedales, dove pascolano diverse specie di camelidi andini. Lo scioglimento del ghiaccio crea vari corsi d’acqua: alcuni affluiscono nel fiume Vilcanota, le cui rapide precipitano fino a Machu Picchu e alimentano la centrale idroelettrica di Santa Teresa, che fornisce energia a una parte degli 1,2 milioni di abitanti del dipartimento di Cusco.

Ai piedi del ghiacciaio la famiglia di Yolanda Quispe, un’allevatrice di alpaca di 44 anni, è preoccupata perché il Quelccaya sta morendo lentamente. Secondo alcune stime, negli ultimi quarant’anni avrebbe perso il 46 per cento della sua massa e uno studio della Nasa ha rivelato che il ghiacciaio potrebbe scomparire del tutto prima della fine del secolo.

Per anni Quispe ha lavorato come guardia del parco naturale dell’Ausangate, dove si trova il Quelccaya. Ogni giorno ha visto la natura cambiare davanti ai suoi occhi. “Le bofedales si prosciugano e ci sono sempre meno puquiales, pozzi naturali. Questo ci preoccupa molto, perché noi consumiamo quest’acqua, e anche gli animali”, spiega. La donna racconta con tristezza che, insieme al ghiacciaio, si sta perdendo anche una parte della cultura e dell’identità degli abitanti della zona.

Le montagne di ghiaccio hanno un ruolo fondamentale per le comunità quechua, che le considerano entità sacre, oggetto di miti e leggende. “Il Quelccaya per noi è vitale. Facciamo offerte, lo ringraziamo e ce ne prendiamo cura. Lo proteggiamo e in cambio il ghiacciaio protegge noi”, spiega Quispe.

Questa comunità, che sopravvive in condizioni climatiche estreme, deve affrontare periodi di siccità sempre più frequenti a causa dell’arretramento del ghiaccio e del calo delle precipitazioni. Nel 2022 la famiglia di Quispe ha perso decine di alpaca, su cui si fonda l’economia locale. Quispe, per esempio, vende la lana di questi animali e consuma la loro carne.

Il cambiamento climatico ha colpito centinaia di famiglie quechua che vivono nella zona e dipendono quasi interamente dalle risorse naturali, ma anche varie specie di animali selvatici, sia uccelli sia mammiferi.

Questi cambiamenti, conseguenza della crisi climatica e della deforestazione (che altera il ciclo delle precipitazioni), ricordano che l’Amazzonia non è lontana, meno di cento chilometri in linea d’aria: “Quando ci sono incendi nella foresta gli effetti si sentono anche qui. Sul ghiaccio si depositano macchie scure”, dice Quispe.

Thomas Condom, dell’Istituto di ricerca per lo sviluppo di Grenoble, in Francia, ha studiato queste particelle. Sono una causa ulteriore dell’arretramento dei ghiacciai. “Le polveri scure accelerano lo scioglimento del ghiaccio assorbendo i raggi del sole. Possono provenire da incendi boschivi ma anche dalle attività di estrazione mineraria, diffuse nella regione di Cusco, o ancora dall’attività vulcanica naturale, come in altre regioni del Perù”, spiega il ricercatore.

Il rischio di un disastro naturale provocato dallo scioglimento dei ghiacciai e dallo straripamento dei laghi glaciali è preso molto sul serio nelle 18 catene montuose del paese. Nel 1970 la piccola città di Yungay, ai piedi della cordigliera Blanca, fu spazzata via in pochi minuti a causa di una scossa sismica che provocò il distacco di un enorme blocco di ghiaccio e l’esondazione di un lago glaciale, riversando sulle case una valanga di ghiaccio, roccia e acqua, e uccidendo più di settantamila persone. È stata la peggiore catastrofe naturale nella storia del paese.

Nel 1941 una valanga seguita da una colata di fango distrusse parte della città di Huaraz. Con il peggioramento della crisi climatica episodi di questo tipo potrebbero diventare sempre più frequenti, perché il Perù si trova su numerose faglie sismiche. “A causa dell’aumento della temperatura i massicci sono più fragili e le pareti rocciose meno stabili”, dice Condom. Per questo le autorità peruviane sorvegliano in maniera costante i massicci. “Il Perù è un precursore nella gestione di questo tipo di rischi. Esistono sistemi di allerta avanzati, piani di prevenzione e percorsi di evacuazione. Sono state eseguite grandi opere, come i tunnel di cemento in grado di assorbire un’enorme quantità d’acqua in caso di esondazione dei laghi”, conclude il ricercatore.

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martedì 16 aprile 2024

Distruggere o creare. Due mondi in disputa - Raúl Zibechi

 

Hanno cominciato a costruire la loro università popolare nella quale saranno in tanti e tante a insegnare, ad esempio le levatrici e chi nelle comunità si occupa di salute, per proporre studi anticoloniali. Intanto hanno moltiplicato gli “orti medicinali”. Hanno soprattutto scelto di vivere un’agricoltura senza chimica orientata da principi e pratiche di sovranità alimentare. Tutti questi aspetti, in un angolo del mondo devastato dalle multinazionali dell’olio di palma e che non smette di pensare a Berta Cáceres, tante comunità boicottano ogni giorno la disperazione: non lo fanno pensando a come abbattere il capitalismo ma scoprendo che possono vivere relazioni sociali alternative, possono creare vita

“L’albero rimarrà al centro dell’edificio dell’università”, dice Miriam indicando con il braccio, sotto il sole cocente di mezzogiorno a Vallecito. A partire da quest’albero Victor prese tutte le misure dell’università per costruire un edificio rotondo in mattoni con tetto di tegole. “Sono tre anelli concentrici. Il più esterno avrà sale per i docenti e i giovani potranno lavorare e fare ricerca collaborando tra loro, per esempio alla costruzione di tamburi. Poi ci sono i diversi corridoi e nel punto in cui si trova l’albero ci sarà un cortile interno”. La costruzione dell’università Garifuna avanza per mano di una decina di uomini giovani guidati da Victor, il più anziano del gruppo di costruttori. Miriam racconta che la costruzione circolare fa sì che “le sale siano connesse e gli studenti possano transitarvi senza che ci sia una netta separazione. Tutto è relazionato. Vogliamo qualcosa di integrale, non parzializzato come quelle aree specialistiche che servono solo a guadagnare un sacco di soldi”.

La proposta è che l’università possa essere utile a tutto il popolo Garifuna e che gli studenti delle 48 comunità possano venire qui a studiare pur lavorando. Sarà aperta anche a membri di popolazioni indigene come i Miskito, perché la casa degli studi sarà partecipata e ovviamente anticoloniale, aperta sia nella struttura fisica che nel modo di funzionare.

“A insegnare sarà la gente della nostra comunità che possiede le conoscenze più antiche; le levatrici, chi si occupa di salute, chi realizza tamburi, perché i giovani possano rafforzare la cultura del popolo Garifuna”, ribadisce Miriam.

Capitalismo, violenza e distruzione

“Le piantagioni di palma da olio avanzano a passi da gigante in America Latina, portando con sé l’espulsione delle comunità dai loro territori, deforestazione, violenza e povertà. In Honduras si registrano circa 210 mila ettari di palma. L’espansione della palma è in atto su territori indigeni e afrodiscendenti, in particolare sulle comunità Garifuna e del Bajo Aguan. Queste comunità subiscono violenza, abusi e minacce da parte dei militari e dei gruppi paramilitari legati ai politici del paese”, racconta un testo della ONG ambientalista Grain1.

Vallecito è il ritratto vivente di quel breve racconto. Le monoculture non solo danneggiano l’ambiente ma distruggono anche il tessuto sociale. I giovani motociclisti che lavorano nelle coltivazioni di palma intorno alle comunità, nel tempo libero lavorano come guardie del corpo per gli “impresari” dediti al traffico, che gli assegnano i compiti più rischiosi.

L’espansione della palma da olio è inarrestabile. “Il consumo di olio di palma è aumentato negli ultimi trent’anni dal 2 per cento al 41 per cento della produzione totale di olio del mondo, sostituendosi alla soia come olio vegetale più consumato in assoluto”, spiega Grain. Allo stesso modo la superficie seminata è aumentata 3,5 volte con conseguenza l’estrema povertà e l’aumento della violenza.

In parallelo si assiste all’espansione delle Zone Speciali di Sviluppo Economico (ZEDE), che possiamo definire come stati dentro uno stato poiché sono dotate di un regime legale speciale che permette agli investitori di occuparsi della politica fiscale, di sicurezza e risoluzione dei conflitti2.

Come le monoculture e gli investimenti nel turismo, le ZEDE provocano trasferimenti forzati, perché il capitale finanziario che promuove questi progetti ha bisogno di controllare sempre più territori, in una guerra infinita contro i popoli che lascia tracce di morte e sparizioni, di emigrazione e sfollamento.

“Esiste una politica di svuotamento delle nostre comunità che colpisce soprattutto i giovani, per consegnarli sconfitti al narcotraffico”, dicono le donne di Vallecito. Migrazione e comunità sommerse dalla droga sono secondo loro due facce dello stesso progetto di sterminio del popolo Garifuna e dell’insieme di popoli originari.

Resistere creando vita

La Casa Ceremonial o Gayunari, situata al centro della comunità Vallecito, è un’enorme costruzione di terra con tetto di palme che accoglie decine di persone che danzano al suono di tamburi e maracas. Sarebbe un errore confondere spiritualità e religiosità. Nelle religioni occidentali i fedeli sono meri destinatari delle idee e dei costumi promossi dai sacerdoti. Nella spiritualità Garifuna, al contrario, esiste una pluralità di soggetti che si relazionano senza la mediazione di un’autorità a indottrinarli o a dirigerne il culto. Si tratta di pratiche collettive che rafforzano l’identità comunitaria e contribuiscono alla salute fisica ed emotiva delle persone. “La spiritualità Garifuna non è un aspetto isolato nella dinamica di vita quotidiana, è legata a tutto quello che succede all’individuo, alla famiglia e alla comunità in generale. È un tutto”, spiega la psicologa Garifuna Tesla Quevedo in un articolo sulla spiritualità3.

 

Nella stessa direzione vanno le Casas de Salud Ancestral, considerate come un asse organizzatore del popolo Garifuna. Nove case sono operative e altre quattro stanno per aprire, però durante la pandemia operavano fino a 33 centri di salute, quasi uno per comunità.

Melissa Martínez racconta che convocano gli “abuelitos” per imparare da loro e disimparare i saperi inculcati dal sistema. “Recuperiamo le conoscenze ancestrali di erbe e piante, affrontiamo i problemi principali di salute come diabete, ipertensione e violenza domestica su bambini e bambine in base ai propri saperi, perché la pandemia ci ha mostrato che noi popoli abbiamo conoscenze che sono state negate dall’industria farmacetica “.

Miriam ricorda che i Garifuna sono “un popolo malato” e che “devono affrontare la salute in maniera integrale. Perciò stanno diversificando la produzione di alimenti, con il cocco come coltivazione centrale da cui estrarre olio nella loro fabbrica, che poi consegnano alle Casas de Salud e alle altre comunità, compresi i Miskito. Cercano di evitare le medicine industriali e stanno moltiplicando gli “orti medicinali”, a carico delle donne che sono il cardine delle cure comunitarie e della spiritualità. Hanno aperto anche club di danza nelle Casas de Salud, secondo la loro visione integrale del benessere.

Durante la visita abbiamo potuto osservare il pollaio, l’allevamento di maiali, le coltivazioni di yucca, fagioli, banane e anguria, che di solito vengono lavorati collettivamente. Alcune di queste iniziative, come la lavorazione dell’olio di cocco con metodi tradizionali, sono state comprate con il sostegno dell’OFRANEH (Organización Fraternal Negra Hondureña), per cui oggi arriva anche gente da altre comunità a lavorare per produrre l’olio.

“Produciamo l’olio con la spremitura a freddo, perché conservi le sue proprietà. Abbiamo 18 mila piante di cocco nei vivai che poi seminiamo. Non usiamo prodotti tossici, lo facciamo in giornate in cui compagni solidali che vengono ad aiutarci, abbiamo circa 115 manzanas di cocco coltivate. Una manzana è un po’ più di mezzo ettaro. L’idea è di arrivare a 500, e abbiamo una parte con banane e agrumi, oltre ai maiali, per arrivare ad avere una varietà di alimenti perché la questione del cibo diventerà insostenibile e ci servono alimenti per le 150 persone che mangiano qui”, continua Miriam.

 

Università per la vita

L’avvocato Garifuna Rony Castillo assicura che Vallecito “è un centro di identità, di sovranità alimentare e di spiritualità per la rinascita del nostro popolo”. L’università è parte di questa vasta realtà al centro dell’esistenza di Vallecito. Per questo popolo l’università è “la comunità intera” e non solo quello che accade in aula. Come la salute, anche l’educazione è integrale e comunitaria. In questo modo si stanno affermando nella loro resistenza al sistema, perché tutti questi aspetti fanno ri-scoprire che esistono alternative al capitalismo.

La questione dell’educazione genera dibattiti. “Lottiamo contro i maestri” dice Melissa. Miriam aggiunge:”Se non cambiamo, se non ci spogliamo di ciò che ci trasciniamo dietro, è finita, perché abbiamo raccolto un sacco di spazzatura dall’esterno”. Si tratta, dicono, di una “lotta che parte da dentro” in cui si gioca il destino del popolo Garifuna. Sono frasi che si possono ascoltare in molti popoli originari del nostro continente.

“L’educazione statale strappa e deforma i nostri figli”, dice il buyei (leader spirituale) Selvin nella penombra della sera. “Per questo uno dei nostri grandi problemi sono i maestri”. L’obiettivo è che i maestri Garifuna “insegnino secondo il piano di vita del nostro popolo”, che è il loro modo di “decolonizzare l’educazione”.

Sulla base della convergenza di salute e educazione proprie della spiritualità Garifuna, si vanno a creare proprio le autonomie territoriali che il sistema si impegna a smantellare.

La colla verde

Dopo che Miriam è stata vittima di diversi attentati, la comunità ha deciso di farla proteggere da cinque soldati dell’esercito hondureño, che la seguono come un’ombra. Una decisione polemica che genera perplessità in chi arriva dalla città. Tuttavia è stata una decisione collettiva perché il popolo Garifuna ancora non è in grado di proteggersi da solo.

L’importante è che Miriam e gli altri comuneros siano aperti al dibattito, riconoscono che si tratta di una contraddizione e iniziano a conoscere esperienze di autodifesa come la Guardia Indígena nasa del Cauca colombiano. Per noi è un’esigenza di rispetto perché non sono le nostre vite a essere in pericolo.

La complessa realtà e il terribile precedente dell’omicidio di Berta Cáceres, fanno sì che la “colla verde”, come la chiama Miriam, non sia motivo di orgoglio ma un promemoria delle azioni da compiere come popolo.


1 “La palma da olio in America Latina: monocultura e violenza”, 17 Marzo 2024 su https://desinformemonos.org/la-palma-de-aceite-en-america-latina-monocultivo-y-violencia/

2 Thelma Gómez, “C’è un piano genocida contro il popolo Garifuna”, Mongabay Latam, 13 Ottobre, su https://es.mongabay.com/2021/10/honduras-amenazas-pueblo-garifuna-entrevista-premio/

3 Tesla Quevedo, “Spiritualità Garifuna: una fonte di benessere”, su https://www.revistas.una.ac.cr/index.php/tdna/article/view/17430/25909

 

Pubblicato su desinformemonos.org. Traduzione per Comune di Leonora Marzullo. Nell’archivio di Comune tutti gli articoli di Raúl Zibechi sono leggibili qui

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sabato 21 gennaio 2017

In America Latina l’estrazione illegale dell’oro rende più del narcotraffico – Marcello Rossi



L’immagine dominante della criminalità organizzata latinoamericana è stata per decenni quella del cartello della droga. Ma negli ultimi anni, per un numero crescente di gruppi di narcotrafficanti, di milizie paramilitari di destra e di ribelli di sinistra, la principale fonte di guadagno è rappresentata dalle miniere d’oro illegali.
Fino all’inizio di questo decennio, il legame tra l’attività mineraria illegale e i gruppi criminali non era considerato una questione di rilevanza nazionale. Il problema è giunto all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2011, quando un rapporto del servizio di sicurezza colombiano ha segnalato al governo che il 50 per cento delle miniere del paese era illegale e molte di esse erano controllate da gruppi armati. Grazie alle indagini e alle denunce che ne sono seguite, l’opinione pubblica ha cominciato a capire quanto fosse esteso il business delle miniere illegali; oggi si ritiene che il suo valore sia superiore a quello del traffico di droga.
Secondo il World drug report pubblicato nel 2015 dall’Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), in Colombia i ricavi all’ingrosso dei cartelli della droga, tra cocaina ed eroina, ammontano a 1-1,5 miliardi di dollari l’anno, mentre quelli dei trafficanti di oro estratto illegalmente si aggirano tra 1,9 e 2,6 miliardi di dollari l’anno. In Perù la situazione è simile: il valore delle esportazioni di oro illegale, circa 2,6 miliardi di dollari l’anno, ora supera ampiamente quello del traffico di cocaina (1-1,5 miliardi l’anno).
Benché la produzione illegale sia difficile da quantificare, diverse stime, tra cui un recente rapporto di Giatoc (Global initiative against transnational organised crime, Iniziativa globale contro il crimine organizzato transnazionale), concordano sul fatto che la percentuale dell’attività mineraria illegale svolta in Sudamerica sia molto più alta di quella dell’attività mineraria illegale in altre parti del mondo. Per esempio, sia in Colombia che in Venezuela, due delle aree aurifere più ricche del mondo, quasi il 90 per cento dell’oro viene estratto in modo illecito, mentre in Ecuador questa percentuale è dell’80 per cento circa.
Secondo Livia Wagner, consulente di Giatoc per il settore privato e autrice del rapporto, la portata del problema è sconcertante. “È spaventoso andare in queste miniere illegali e vedere il loro impatto negativo sull’ambiente e sulle persone,” afferma.
Questa moderna corsa all’oro è stata alimentata principalmente dalla domanda crescente e dalla conseguente impennata dei prezzi negli ultimi 15 anni. In un’epoca segnata dallapolitica monetaria espansiva del mondo sviluppato e dalla perdita di fiducia nelle monete a corso forzoso come il dollaro statunitense, l’oro si è rivelato una delle opzioni migliori per creare riserve di valore e persino per generare ritorni sugli investimenti. Il prezzo dell’oro ha raggiunto il picco a ottobre del 2012, quando un chilo valeva 57mila dollari. Oggi, anche se i prezzi sono scesi notevolmente, un chilo d’oro costa ancora 37mila dollari contro, per esempio, i mille o duemila dollari al chilo della cocaina freebase all’ingrosso.
Il vero prezzo dell’oro
Benché sia stato estratto per secoli, l’oro è un bene estremamente raro sulla terra. Si stima che, nel corso della storia, siano state estratte dal suolo soltanto 161mila tonnellate d’oro – quanto basta per riempire a malapena due piscine olimpioniche. Il grosso è stato estratto negli ultimi cinquant’anni, e in questo periodo la produzione mondiale è raddoppiata, passando da circa 1.500 a quasi tremila tonnellate l’anno. Secondo il World gold council, quasi tre quarti dei giacimenti d’oro del pianeta sono esauriti, e le nuove scoperte sono rare.
Alcuni dei più grandi giacimenti d’oro rimasti si trovano in America Latina, dove perciò il minerale è un elemento cruciale di numerose economie nazionali. In molte aree di questa regione è l’unica fonte di sostentamento per gli abitanti privi di istruzione superiore.
Ma negli ultimi anni gran parte del suo valore è passato dalle mani dagli stati a quelle dei gruppi criminali che operano nei loro confini. L’aumento del prezzo dell’oro da una parte e, dall’altra, le sfide della “guerra alla droga” portata avanti dagli Stati Uniti, hanno spinto molti gruppi armati e terroristici verso la decisione più semplice: passare dal narcotraffico all’attività mineraria illegale. Poiché i siti ricchi d’oro si trovano di solito in zone isolate e di difficile accesso, per i cartelli è stato facile infiltrarsi con la complicità dei militari locali.
C’è un altro fattore chiave che ha reso così facile per i gruppi criminali latinoamericani appropriarsi dell’attività estrattiva: nella maggior parte dei paesi ricchi di giacimenti auriferi (come gli Stati Uniti, la Cina, il Sudafrica, l’Australia e il Canada) l’estrazione dell’oro è svolta da grandi multinazionali che utilizzano tecnologie avanzate e operano in miniere a larga scala. Ma in America Latina è un’attività soprattutto artigianale, a scala ridotta. Alcune piccole miniere sono esistite per decenni, echi delle frenesie risalenti al saccheggio perpetrato secoli fa dai conquistadores spagnoli in cerca di favolosi giacimenti d’oro.
Benché l’attività mineraria su scala ridotta e artigianale non sia di per sé illegale, in America Latina il settore è in larga parte informale e privo di regolamentazione, e perciò particolarmente esposto alle infiltrazioni criminali. Quasi ogni settimana spunta una nuova miniera. Nel 2014 si stimava che in Colombia fossero attive circa 17mila miniere (in cui lavoravano circa 50mila persone) prive di titoli e licenze ambientali, mentre in Brasile (all’undicesimo posto tra i produttori mondiali d’oro) soltanto nel bacino amazzonico operano illegalmente circa 75mila minatori. In Colombia le Farc (il gruppo guerrigliero di sinistra che ha appena firmato uno storico accordo di pace con il governo), hanno ottenuto più del 20 per cento dei loro finanziamenti attraverso l’estrazione illegale di oro, con il trentaquattresimo fronte del gruppo guerrigliero che guadagnava oltre un milione di dollari al mese.
L’estrazione illegale dell’oro è anche uno dei modi più semplici e redditizi per riciclare il denaro. La natura e le dimensioni del mercato, la forte dipendenza di quest’ultimo dai pagamenti in contanti, la possibilità di vendere e comprare l’oro in forma anonima, la difficoltà nel tracciare e verificare le transazioni: tutto ciò rende questa attività particolarmente attraente per i gruppi criminali organizzati, poiché fornisce un meccanismo per convertire il denaro sporco in un bene da reinvestire caratterizzato da stabilità, anonimato e facile commerciabilità.
Costi umani e ambientali
Oltre a finanziare le attività criminali, in America Latina l’estrazione illegale dell’oro ha avuto un pesante impatto ambientale. La regione possiede alcune delle zone più ricche di biodiversità del mondo, e molte di esse sono messe a rischio dall’attività mineraria illegale su scala ridotta, molto più distruttiva di quella delle grandi compagnie. Mentre queste ultime tendono a concentrarsi su aree con ricche vene aurifere sotterranee, le piccole attività illegali di solito si spostano rapidamente all’interno di vasti territori. Aprono grandi varchi nella giungla e passano al setaccio tonnellate di terreno per trovare qualche granello d’oro, lasciandosi alle spalle quello che sembra un paesaggio lunare.
Tra il 2001 e il 2013, soltanto per l’estrazione dell’oro su scala ridotta sono stati abbattuti circa 168mila ettari di foresta. Altre perdite significative si sono verificate nell’ecoregione della foresta umida della Guyana, nella foresta umida dell’Amazzonia sudoccidentale peruviana, nella foresta umida brasiliana di Tapajós-Xingú e nelle regioni colombiane di Urabá e della valle del fiume Magdalena. Secondo la Fao, tra il 2000 e il 2015 la Colombia ha perso oltre il 5 per cento delle proprie foreste.
L’anno scorso, un gruppo di ricerca della Carnegie institution for science di Washington ha pubblicato una valutazione sulla regione diMadre de Dios, nel bacino amazzonico del Perù sudorientale, utilizzando satelliti, aerei e ricercatori sul campo. Lo studio ha scoperto che l’estrazione illegale dell’oro distrugge ogni giorno dai cinque ai dieci ettari di foresta pluviale protetta. “Per noi è stato uno shock,” dice il coordinatore del progetto Greg Asner. “Siamo tutti abituati a considerare la deforestazione un problema serio. Ma questa è una rimozione totale dell’ecosistema oltre il livello del suolo.”
Inoltre, le attività estrattive in territori senza legge stanno inquinando pericolosamente fiumi e bacini idrici, con conseguenti rischi sanitari per le comunità vicine e lontane. Dopo che l’oro viene estratto, deve essere separato dal materiale in cui è incorporato. Nelle attività informali e illegali, l’oro grezzo polverizzato si unisce al mercurio per creare una miscela che viene poi bruciata dai lavoratori: in questo modo il mercurio evapora e resta solamente l’oro allo stato solido. Questo procedimento, spesso eseguito senza attrezzature di sicurezza, sta portando i livelli di mercurio in molti laghi e fiumi della regione a più di 34 volte il limite di sicurezza. Analizzando campioni di capelli, un’altra ricerca della Carnegie ha scoperto che il 78 per cento delle persone nella regione di Madre de Dios ha nel corpo il triplo della concentrazione di mercurio normale. In alcuni casi, più di 27 volte oltre il limite internazionale stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A livello globale, l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta è la prima causa di inquinamento da mercurio nei corsi d’acqua causato da attività umane (almeno mille tonnellate l’anno secondo le stime dell’Onu). Si ritiene che l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta rilasci ogni anno circa 800 tonnellate di mercurio nei corsi d’acqua e nei terreni; soltanto nella regione di Madre de Dios, si stima che ogni anno siano scaricate nell’ambiente da 30 a 40 tonnellate di mercurio. Questa pratica avvelena il pesce e può causare problemi di salute permanenti agli esseri umani che vivono fino a quattrocento chilometri a valle. Il recupero di queste aree, spogliate di tutto lo strato superficiale del terreno e cariche di mercurio, secondo gli esperti potrebbe richiedere decine di anni.
Circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini
La proliferazione di attività minerarie artigianali in tutta l’America Latina sta comportando costi umani notevoli. Poiché le miniere si trovano generalmente in zone prive di vere e proprie autorità governative, i lavoratori sono estremamente esposti al lavoro forzato e alla servitù per debiti. Il lavoro in sé è sporco, pericoloso e difficile, e perciò poco attraente per chiunque, tranne che per i più disperati. Sfollati, minoranze e singoli individui privi di documenti di identità spesso lavorano nelle miniere per mancanza di altre opportunità.
Tutto ciò per quanto riguarda gli uomini. Le donne, a cui è vietato lavorare nel sottosuolo, sono invece oggetto di tratta e di sfruttamento sessuale. I responsabili delle attività minerarie criminali usano false offerte di lavoro che promettono alti salari per attirare le ragazze nelle città minerarie e costringerle a lavorare nei bordelli. Un esempio impressionante è La Rinconada, un centro minerario peruviano vicino al confine con la Bolivia. La polizia stima che oltre 4.500 ragazze siano state vittime di tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale nei bar frequentati dai minatori.
Va poi ricordato che circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini. Alcuni anni fa, il difensore civico nazionale della Bolivia, Rolando Villena, ha affermato che nella regione mineraria di Potosí i bambini possono essere acquistatiper una cifra che va dai tre ai sette dollari.
Lo sfruttamento da parte dei responsabili delle attività minerarie illegali ha colpito anche le tribù locali. Nel 2012 ha fatto notizia il caso della tribù indigena yanomami, dopo che alcuni suoi membri sono stati trovati con dei numeri tatuati sulle spalle, come schiavi.
La debole risposta del governo
Negli ultimi due anni, i governi locali hanno aumentato moltissimo il numero delle operazioni volte a sradicare le miniere illegali. Le forze armate peruviane, colombiane e brasiliane hanno raso al suolo decine di campi minerari, e le autorità hanno limitato la vendita di gasolio e benzina nelle zone a rischio, nel tentativo di ostacolare le attività.
Tuttavia, la forza dei gruppi criminali e la loro determinazione nel condizionare i funzionari locali attraverso la corruzione o l’intimidazione rendono difficile questa battaglia. Inoltre, quando vengono ostacolate in un determinato luogo, le attività di estrazione selvaggia si trasferiscono rapidamente in altre aree difficilmente raggiungibili. Concretamente, finora la maggior parte degli sforzi per stroncare l’attività mineraria illegale ha dato risultati limitati.
L’estrazione dell’oro presenta un altro elemento chiave: i minatori illegali possono guadagnare dei 30 ai 75 dollari al giorno. Non è abbastanza per diventare ricchi, ma è molto più di quanto un adulto privo di istruzione potrebbe guadagnare facendo il contadino sugli altopiani circostanti. Alcuni politici locali hanno affermato che in realtà i governi non dovrebbero puntare alla chiusura delle miniere illegali, perché creano posti di lavoro. In Perù, per esempio, alcuni politici hanno dichiarato pubblicamente che si dovrebbe permettere ai minatori di guadagnarsi da vivere, sostenendo che tutti hanno il “diritto di sbarcare il lunario.”
“Questa battaglia non ha alcun senso”, dice Luis Pardo, direttore del think tank Colombia punto medio. Ma Pardo ha una soluzione: il governo dovrebbe dare la caccia a chi sta dietro alle attività estrattive, anziché ai minatori o ai siti in cui avvengono le operazioni.
“Puoi bombardare una ruspa e mandare in galera il ragazzo che la faceva funzionare, ma il vero proprietario dei macchinari vive in una grande città e ha soldi a sufficienza per comprare un’altra ruspa nel giro di poche settimane,” afferma Pardo. “Perciò, quando il governo deciderà davvero di stroncare le attività minerarie illegali, dovrà dare la caccia a chi investe in queste attività”.
(Traduzione di Cristina Biasini)