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mercoledì 8 luglio 2026

I nascenti poli africani nella produzione di farmaci - Mauro Indelicato

L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.

I poli africani di sviluppo dell’industria farmaceutica

Secondo i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre attuare significative riforme in tutto il continente.

 

Lo stesso discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini. Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto. L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.

I Paesi emergenti

La buona notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana. Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del sistema africano dipendente dalle importazioni.

Rimanendo nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano, compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia 2015-2025
, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali di farmaci.

Particolarmente interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota di farmaci prodotti localmente. In Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il Paese quasi senza farmaci.

da qui

sabato 10 agosto 2024

Case farmaceutiche che non pagano le tasse - Alessandro Lubello

Negli Stati Uniti le grandi case farmaceutiche registrano fatturati enormi grazie al fatto che il paese ha i prezzi dei farmaci più alti del mondo: secondo alcune stime sono circa tre volte più alti che in qualunque altro paese e contribuiscono alla maggior parte delle entrate delle aziende del settore. Eppure, osservano Brad Setser e Michael Weilandt, due economisti del centro studi specializzato in politica estera e affari internazionali Council on foreign relations (Cfr), tutto questo non si traduce in utili che generano tasse per il fisco statunitense.

Le aziende sono in perdita: nel 2023 la Pfizer ha chiuso il suo bilancio negli Stati Uniti in rosso per 4,4 miliardi di dollari, la AbbVie per 3,5 miliardi, la Merck per 15,6 miliardi, la Johnson & Johnson per due miliardi. Tra le grandi case farmaceutiche statunitensi solo la Eli Lilly ha registrato utili, per quanto relativamente esigui: novecento milioni di dollari.

Com’è possibile che fatturati enormi generino perdite? Le aziende ci tengono a precisare che i prezzi alti permettono di finanziare le loro costose ricerche. Ma Setser e Weilandt spiegano che, come tutte le multinazionali, anche le case farmaceutiche sfruttano le norme (e le lacune) dei regimi fiscali per far comparire i loro utili in paesi dove le tasse sono nettamente più basse o addirittura nulle.

La AbbieVie, per esempio, è riuscita a concentrare le entrate assicurate dal suo redditizio farmaco Humira nelle Bermuda, dove non paga l’imposta sugli utili societari. In particolare, l’azienda fabbrica l’Humira a Puerto Rico, un territorio che appartiene agli Stati Uniti ma non è inserito nel calcolo della base imponibile per le imposte dovute a Washington; la sua controllata a Puerto Rico, inoltre, paga generosi diritti di brevetto alla filiale della AbbieVie alle Bermuda, dove finisce il 99 per cento (dati del 2022) degli utili.

È per questo che nel 2023 i principali sette gruppi farmaceutici attivi negli Stati Uniti non solo non hanno pagato imposte, ma addirittura potevano vantare un credito verso il fisco di 250 milioni di dollari. E non si è trattato di un anno particolare, aggiungono i due economisti: se si confrontano i dati del 2022 o del 2021 non ci sono differenze significative. Con l’eccezione della Pfizer, che due anni fa non è riuscita a portare fuori degli Stati Uniti gli enormi incassi generati dal suo vaccino contro il covid-19, probabilmente perché il suo sviluppo era stato finanziato anche da fondi pubblici della Casa Bianca.

Il paradosso è che un’azienda come la Novo Nordisk, diventata ricchissima grazie al farmaco per dimagrire Ozempic, paga le tasse nel suo paese d’origine, la Danimarca; le aziende farmaceutiche svizzere le pagano in Svizzera, quelle francesi in Francia. Le statunitensi, invece, sfruttano un regime fiscale che gli permette di pagarle in Irlanda, in Belgio, alle Bermuda, a Malta o a Singapore. Il problema ovviamente riguarda le multinazionali di tutti i settori: la Apple, per esempio, paga più tasse all’estero (in gran parte in Irlanda) che negli Stati Uniti.

Oggi l’Irlanda è di gran lunga il più grande paese esportatore di farmaci negli Stati Uniti: nel 2023 ha registrato in questo ambito una quota di mercato doppia rispetto al Canada, alla Cina, all’India e al Messico. Le isole Cayman e le Isole Vergini Britanniche sono le più grandi esportatrici di servizi finanziari verso il mercato statunitense, mentre le Bermuda primeggiano nel settore assicurativo. Uno studio del Fondo monetario internazionale uscito nel 2017 ha dimostrato che gli investimenti stranieri fatti a livello globale dopo la grande crisi del 2008 non sono crollati in gran parte grazie ai capitali passati per gli snodi dell’elusione fiscale.

Senza dubbio il caso delle aziende farmaceutiche è clamoroso e richiederà un intervento del governo statunitense. Tuttavia, ha scritto Setser in un articolo per la rivista statunitense Foreign Affairs, ci dice molto anche sullo stato attuale della globalizzazione. Negli ultimi anni è stata data a più riprese per finita in seguito al successo di leader politici nazionalisti e protezionisti e ai conflitti commerciali tra le grandi potenze, in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina. In realtà, precisa Setser, la globalizzazione si sta dimostrando particolarmente resistente: nonostante dazi, divieti e minacce di conflitto, le merci, i servizi e i capitali continuano a farsi strada sulle rotte globali.

Alla base però ci sono due fenomeni che da tempo distorcono profondamente l’economia globalizzata: da un lato c’è la Cina, che inonda di prodotti il mondo (auto elettriche e altre tecnologie legate alla transizione energetica) senza incentivare la domanda interna (ne abbiamo parlato qui); dall’altro c’è proprio l’elusione fiscale delle multinazionali.

Un’iniziativa lanciata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) nel 2015, l’imposta minima globale del 15 per cento sugli utili delle multinazionali, si propone di risolvere il problema, ma per il momento non si può dire che abbia favorito una brusca frenata dell’elusione. Chi è preoccupato dal rallentamento della globalizzazione e vorrebbe salvarla dalle guerre commerciali e dai nazionalismi, conclude Setser, dovrebbe cercare di correggere certe distorsioni.

da qui