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domenica 3 agosto 2025

La guerra minaccia i semi: la corsa contro il tempo per salvare la biodiversità agricola - Maurizio Bongioanni

 

Nel 2025, in un mondo scosso da crisi geopolitiche, anche i semi diventano vittime della guerra. Da Khartoum a Charkiv, da Gaza ai monti dell’Afghanistan, le banche genetiche che custodiscono la biodiversità agricola mondiale subiscono attacchi, saccheggi, chiusure forzate. E con loro rischiano di scomparire le varietà tradizionali di cereali, legumi e ortaggi adattate nei secoli a climi estremi, suoli poveri e parassiti locali. Veri e propri tesori genetici oggi più che mai preziosi, in un mondo sempre più caldo e instabile.

Per salvare questo patrimonio, gli scienziati si affidano a un luogo remoto e gelido. Da 2008 il Global Seed Vault alle isole Svalbard, scavato nel permafrost artico norvegese, conserva in condizioni sicure milioni di semi provenienti da ogni angolo del Pianeta. Una sorta di Arca di Noè vegetale pensata per resistere a guerre e disastri naturali.

I semi minacciati dalla guerra in Sudan, Ucraina e Palestina

Il caso più drammatico è forse quello del Sudan. Come racconta il giornalista Fred Pearce su Yale Environmental 360, a Wad Medani, lungo il Nilo Azzurro, la banca nazionale dei semi custodiva varietà ancestrali di sorgo e miglio perlato, coltivate da millenni e fondamentali per l’adattamento ai climi aridi. Ma nel dicembre 2023, all’inizio della guerra civile, le milizie paramilitari delle Rapid Support Forces (Rsf) hanno invaso il centro. Quando i ricercatori sono riusciti a tornare, tredici mesi dopo, hanno trovato congelatori svuotati e semi sparsi ovunque. Il direttore delle risorse genetiche, Ali Babiker, ha recuperato quel che restava da una stazione di ricerca a Elobeid e, nel febbraio scorso, ha spedito i semi alle Svalbard. Ma solo un quarto della collezione sudanese è stato finora messo in salvo.

Simile la sorte dell’Ucraina. Prima della guerra, il Paese era tra i maggiori esportatori di grano al mondo grazie anche alla banca genetica di Charkiv, tra le dieci più grandi a livello globale. Nel 2022, però, un bombardamento russo ha colpito l’istituto. Parte della collezione è stata salvata e trasferita in un luogo segreto a ovest, ma molte varietà restano in territori occupati. Solo 2.780 campioni — su 154mila totali — sono oggi duplicati alle Svalbard.

In Palestina, invece, la banca dei semi di Hebron — gestita dalla Union of Agricultural Work Committees (Uawc) — continua a operare nonostante le pressioni israeliane. Dal 2003 raccoglie varietà locali di ortaggi coltivati tra Cisgiordania e Gaza. Nonostante nel 2021 Israele abbia designato la Uawc come organizzazione terroristica, l’Unione europea e le Nazioni Unite continuano a collaborare con i suoi ricercatori. Nell’ottobre scorso i primi semi palestinesi sono arrivati al Global Seed Vault: un segnale di speranza in un contesto altamente instabile.

Le banche dei semi a rischio: cause e territori coinvolti

Molti dei centri di origine delle colture mondiali — luoghi dove i primi agricoltori hanno addomesticato grano, orzo, lenticchie — coincidono oggi con zone di conflitto. Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen. In questi territori i semi non sono solo cibo: sono memoria, cultura, resilienza.

In Afghanistan, ad esempio, le banche genetiche sono state sistematicamente distrutte sin dagli anni ’70. Le collezioni sono state rubate, disperse, bruciate. Anche in Iraq la guerra ha fatto il suo corso, con la distruzione nel 2003 del centro di Abu Ghraib. Ma alcuni ricercatori, prevedendo che qualcosa di simile potesse accadere, avevano già inviato i campioni all’Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) di Aleppo, in Siria. Quei semi hanno poi attraversato nuove guerre e, poco prima dell’assalto dell’Isis, sono stati trasferiti in Libano, Marocco e alle isole Svalbard. Un viaggio travagliato che ha permesso di preservare varietà di grano, orzo e legumi antichissimi, ora usati per selezionare nuove piante resistenti alla siccità.

Come se non bastasse la guerra, anche i cambiamenti climatici causati dall’uomo e i conseguenti eventi meteorologici estremi stanno minacciando la sopravvivenza dei semi a livello globale. Lo scorso anno, riporta Pearce, le isole Svalbard hanno prelevato semi duplicati dalla banca genetica nazionale filippina di Los Baños. Quest’ultima ha perso più di metà della sua collezione due volte, prima a causa di un tifone nel 2006 e poi a causa di un incendio nel 2012.

Le banche dei semi minacciate anche dai tagli ai finanziamenti

La rivoluzione verde degli anni ’60 ha permesso di sfamare miliardi di persone, introducendo – specie nei Paesi del Sud del mondo – sementi ad alta resa, fertilizzanti chimici e tecniche moderne di irrigazione. Ma ha anche ridotto drasticamente la varietà genetica delle colture. Oggi la maggior parte dei campi coltivati nel mondo si basa su poche varietà selezionate per produrre il massimo con l’uso intensivo di fertilizzanti e irrigazione. Senza la ricchezza genetica dei semi tradizionali, però, sarà impossibile affrontare le nuove sfide: parassiti, malattie, siccità, ondate di calore. 

Era il 1921 quando il famoso agronomo Nikolai Vavilov fondò la prima banca dei semi al mondo, in Russia. Oggi la maggior parte delle nazioni dispone delle proprie strutture, supportate da 11 banche internazionali gestite nell’ambito di una partnership nota come Cgiar (Consultative Group on International Agricultural Research), finanziata in gran parte dai governi. Eppure, proprio oggi, questo sistema globale vacilla. Gli Stati Uniti, attraverso Usaid, erano tra i principali donatori della rete Cgiar. Ma, con i tagli alla cooperazione internazionale stabiliti dal presidente Donald Trump, molte banche dei semi che fanno parte di questa alleanza rischiano la chiusura. Il centro statunitense di Fort Collins ha subito licenziamenti, ad esempio, e il Regno Unito, attraverso il Millennium Seed Bank, denuncia un clima crescente di sfiducia.

A proposito di sfiducia, persino la Norvegia, sede del “caveau dell’Apocalisse” (come è chiamato il centro di conservazione delle Svalbard), comincia a essere vista con sospetto dagli altri Stati. Lo storico interesse russo sulle isole Svalbard sta alimentando i timori: alcuni governi esitano a inviare i propri semi, temendo per la loro sovranità genetica.

I semi come patrimonio da proteggere dalle guerre

Conservare i semi del passato significa garantire cibo nel futuro. Significa poter selezionare piante più resilienti, più adatte ai cambiamenti climatici, meno dipendenti da input chimici. Significa difendere la biodiversità agricola, che è alla base della nostra sopravvivenza.

Le guerre bruciano archivi genetici che hanno richiesto secoli per formarsi. Ma, ogni volta che un ricercatore riesce a salvare un campione e spedirlo alle Svalbard, quella memoria vegetale trova rifugio tra i ghiacci. Finché ci saranno semi da proteggere, ci sarà ancora una possibilità di riscrivere la storia.

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venerdì 16 maggio 2025

La biodiversità perduta - Margherita (Rita) Corona

 

La saggezza dei popoli ha ben chiaro da sempre che tentare di regolare artificialmente le forze della natura causa disastri incontenibili. Il problema è che attualmente chi prende le decisioni rispetto agli interventi da fare sui territori è completamente scollegato dalle comunità che su questi territori vivono e non segue dunque le regole del bene comune ma gli imperativi categorici di far denaro a tutti i costi nel modo più veloce e massimizzato possibile.

A livello commerciale/finanziario, il ruolo svolto dai decisori delle economie avanzate con la complicità della Banca Mondiale, si esplica nell’imporre interventi che depredano i territori delle loro risorse, devastandoli, per ottenere enormi profitti in tempi brevi. I prezzi agricoli vengono stabiliti nelle Borse Merci internazionali (Chicago, Parigi, Londra, Mumbai) che sono realtà private gestite dai grandi fondi finanziari globali, votati a tenere in pugno i paesi ricchi di risorse per farli indebitare e continuare a depredarli. Gli agricoltori, pur fornendo gli alimenti ai popoli del pianeta, sono fortemente vessati sotto molti aspetti: ogni anno devono ricomprare i semi; i prezzi del loro raccolto sono stabiliti altrove da un mercato finanziario che non fa i loro interessi ma quelli del commercio globale e della speculazione; le poche specie vendibili, che rispettano i requisiti richiesti per essere immesse sul mercato globale, richiedono un uso sempre più massiccio di costose sostanze chimiche quali concimi, diserbanti, antiparassitari e, per di più, la coltivazione di specie cosi uniformi espone più facilmente i contadini al pericolo di perdere tutto il raccolto o l’allevamento, per il diffondersi di malattie parassitarie, oltre a pagare di persona per le conseguenze del riscaldamento del clima con gli inevitabili danni da disastri ambientali.

Attualmente sono solo poche (Bayer/Monsanto, Corteva, ChemChina, Limagrain) le multinazionali che si occupano della produzione e commercio dei semi, che inoltre producono fertilizzanti, pesticidi, diserbanti. Purtroppo, alcuni governi corrotti di paesi in via di sviluppo proibiscono ai contadini l’uso dei propri semi, da sempre condivisi, scambiati e ripiantati, obbligandoli a comprare i semi brevettati posti in commercio che sono sterili, danno il raccolto da vendere ma non possono essere ripiantati l’anno dopo (Ogm Tecnologia Terminator); da notare che si è passati da 120 brevetti del 1990 a 12.000 oggi. Tutto questo naturalmente incrementa la povertà e la fame. Intorno al 2009 per la connivenza tra Governo indiano e Monsanto si suicidarono100.000 contadini e da qui ebbe inizio la lotta contro la bio pirateria per l’utilizzo dei propri semi avviata e vinta dopo lunghe vicissitudini da Vandana Shiva con le popolazioni rurali del suo paese.

Gli agricoltori sono l’unica grande categoria aziendale che non può stabilire il prezzo del proprio lavoro. Ad esempio il prezzo mondiale dei cereali viene deciso nelle Borse internazionali da quattro grandi multinazionali ABCD (Archer, Bunge, Cargill, Dreyfus) che non hanno terreni ma gestiscono allevamenti, fabbriche di fertilizzanti, infrastrutture, terminal e, secondo il Parlamento Europeo, incrementano così le speculazioni.

In Europa, con il prezzo del grano sempre più altalenante e basso stabilito dalle multinazionali in Borsa, i contadini delle aziende famigliari si trovano in grosse difficoltà poiché le spese per la coltivazione e l’allevamento superano i guadagni ottenuti dalla vendita dei loro prodotti e così le piccole aziende agricole, che assicurano la cura dei territori, la protezione degli ecosistemi e la biodiversità, sono costrette a chiudere vendendo la loro terra a poco prezzo alle grandi multinazionali dell’agrobusiness. Esse spianano i terreni comprati, estendono la coltivazione intensiva ed eliminano quelli che sono considerati gli ostacoli al procedere delle loro grandi macchine agricole, cioè, alberi, siepi, cespugli, fossi, fondamentali per gli impollinatori e base della vita, con grave perdita di biodiversità; secondo la FAO tra il 1900 e il 2000 è scomparso il 75% delle varietà agricole mondiali. Inoltre, le coltivazioni avvengono inondando i terreni dei prodotti chimici da loro stesse prodotti, spianando così la strada alla sterilità dei suoli (80 %). Si tratta di una forma sottile di land grabbing (furto di terra) che sta invadendo anche l’Europa dopo i paesi in via di sviluppo.

Qualcuno potrebbe obiettare che i contadini europei ricevono grossi finanziamenti dai fondi PAC (Politiche Agricole Comunitarie) per riequilibrare il fatto che i prodotti agricoli provenienti dal resto del mondo costano molto meno, essendo meno cara la manodopera. Ma, in realtà, le PAC vanno soprattutto ai giganti dell’industria dell’agroalimentare legati a commercio, distribuzione, allevamento intensivo e quel poco che resta va alle grandi aziende cosicché ai piccoli contadini, custodi della biodiversità e dei territori, non arriva praticamente niente. Negli ultimi vent’anni sono state chiuse in Italia 1.260.000 aziende agricole familiari, di cui 357.000 nel 2023 con 2.070 fallimenti, in pratica 1.285 che chiudono ogni giorno lavorativo. Tra il 2000 e il 2016 è scomparso il 46,8 % delle imprese italiane e in Europa 5 milioni negli ultimi 15 anni.

La consapevolezza dello stretto rapporto tra agricoltura ed ecosistemi in buona salute ha pervaso da sempre le azioni delle comunità contadine abituate ad adeguarsi ai cicli della natura, tenendo conto delle tradizioni tramandate anche oralmente riguardo l’ambiente intorno a loro. Per contro non sfiora minimamente la finanza internazionale che mira a monetizzare qualsiasi sua azione nel più breve tempo possibile, indipendentemente dalle conseguenze sociali ed ambientali anche disastrose per chi abita quei territori.

Il meccanismo è lo stesso da sempre. Da un calcolo approfondito e complesso svolto dal New York Times nel 2022 risulta che l’economia di Haiti, paese tra i più poveri al mondo, è stata devastata dal debito imposto dai Francesi agli ex schiavi rivoltatisi all’atto dell’Indipendenza, 1804, e il prezzo dell’indipendenza, pena l’invasione, richiesto nel 1825 per ripagare l’allontanamento dei latifondisti schiavisti, che avevano a lungo sfruttato gli abitanti e le risorse dell’isola fu di 150 milioni di franchi (560 milioni di dollari attuali). Il debito, ingigantito negli anni dagli interessi passivi, è stato a sua volta rilevato dalle Banche USA quando Haiti entrò nella loro sfera di influenza e dal calcolo risulta che il valore reale in termini di mancato sviluppo sia stato ripagato ad ora con oltre 21 miliardi di dollari ed ha nel tempo precluso qualsiasi investimento sociale, agricolo, ambientale, riducendo il paese sul lastrico, costantemente preda della malavita e della fame. Molte sono le cause che mantengono invariata questa situazione di miseria cronica: gli interessi delle multinazionali che impongono le loro politiche agricole a discapito delle coltivazioni utili per sfamare la popolazione del paese e ne depredano le ricche risorse naturali, con un tasso di interesse esponenziale in certi decenni del 17,5% . A ciò si è aggiunta la lunga dittatura di Duvalier, sostenuto dagli USA, il cui figlio Baby Doc in fuga è stato accolto in Francia malgrado le terribili malefatte; egli ha accumulato ben 900 milioni di dollari in Svizzera dove l’UBS (Unione delle Banche Svizzere) continua a opporsi alla restituzione dei soldi allo Stato haitiano, congelandoli con cavilli pretestuosi e richieste capestro.

È chiaro che per sconfiggere la fame nel mondo va cambiato completamente il modello di sviluppo. Il caso di Haiti è emblematico ma non è l’unico. Haiti fa il paio con il Congo, secondo paese più povero al mondo e uno dei paesi più ricchi di materie prime sul pianeta, piegato da un debito pesantissimo imposto dagli ex colonialisti per il riconoscimento dell’indipendenza del paese e martoriato da guerre fratricide fomentate dalle multinazionali tra bande di criminali, che hanno ridotto le popolazioni a miseria e fame.

Insomma, la ricchezza di risorse di un territorio, che fanno gola ai grandi capitali determinando la devastazione dell’ambiente, è spesso un pericolo per la prosperità e la democrazia di quel paese. Ne sono ben consapevoli la FAO e l’ONU che cercano con fatica, diplomazia e pazienza, di valorizzare il ruolo delle comunità autoctone e le aziende agricole familiari, primo antidoto davvero efficace contro la fame nel mondo e per la difesa della biodiversità, come dimostrato in vari studi internazionali. Il tema del rapporto tra Agricoltura Biodiversità Finanza è affrontato nelle COP (Conferenze delle Parti), l’ultima n. 16 svolta a Roma, dove procede con fatica l’istituzione dei fondi per lo sviluppo (Fondo Cali) che le economie prospere dovrebbero fornire ai paesi poveri, anche perché essi pagano più di tutti le conseguenze dei disastri ambientali. Ma la vera giustizia globale sarebbe l’azzeramento del fardello ineliminabile dei debiti dei paesi poveri, debiti causati in realtà dagli spropositati interessi passivi richiesti loro dalle banche delle nazioni ricche, le quali hanno fondato la propria prosperità sullo spietato sfruttamento coloniale e capitalistico avvenuto fin dai secoli passati.

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venerdì 25 agosto 2023

Il cavallo di Troia nei campi europei - Fabio Marcelli


L’hanno lasciato fuori dalle mura dietro le quali, per diversi decenni, in Europa s’era riusciti almeno in parte a difendere la bioversità, i saperi e il lavoro contadino, la qualità e la proprietà collettiva dei semi, il cibo sano, l’ambiente e la salute dall’assedio dei giganti del business agrochimico e dalle manipolazioni genetiche. Adesso, però, l’agricoltura e il sistema alimentare europeo rischiano di cedere a un nuovo più subdolo assalto di una deregulation che utilizza le nuove tecniche del genoma (NGT), il maquillage usato per introdurre i “nuovi” OGM, portando nei propri campi agricoli un cavallo di Troia che cela al suo interno il grimaldello per un’ondata di brevetti che serve a privatizzare sementi e varietà di piante, inquinando le coltivazioni esistenti, criminalizzando le resistenze dei contadini e mettendoli a rischio di ritorsioni legali. Le istituzioni dell’Unione Europea danno da tempo ampi segnali di apertura a questo nuovo assalto e a un sostanziale cambio di velocità nella colonizzazione dell’agricoltura continentale. Il governo italiano, quello che aveva cercato in modo goffo di cavalcare l’idea della sovranità alimentare distorcendone completamente il significato, si distingue adesso per la disponibilità a fare da apripista. Abbandona così una ventennale linea di fermezza sui controlli e i principi precauzionali: il recente ddl sulla siccità ha già sdoganato la sperimentazione in campo di nuove varietà vegetali biotech senza alcuna opposizione. Nel segnalare l’utilità dell’ottimo rapporto di Crocevia intitolato “Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina“, l’articolo di Fabio Marcelli rileva le molte importanti contraddizioni che questa irresponsabile apertura alle pressioni e agli interessi dei quattro colossi agrochimici e sementieri mondiali (e di pochi altri soci) trova sul piano politico e giuridico con i trattati, le dichiarazioni e i pronunciamenti esistenti a livello internazionale. Quella che ha preparato l’inganno ispirato alla trovata di Ulisse per aggirare oltre vent’anni di resistenza agli OGM è una macchina da guerra. La macchina che antepone e contrappone l’accumulazione di denaro, profitti e capitale alla difesa della vita, perché poi la bioversità non è altro che la ricchezza della vita sulla terra. Non è mai stato e non sarà facile provare a incepparla, ma avere la consapevolezza che non esistono alternative al provarci e riprovarci è un primo passo importante. Per esempio, duecento milioni di contadini sparsi in ogni angolo del mondo, quelli raccolti nella Via Campesina – prima e dopo Seattle, dove l’opposizione agli Ogm fu uno dei temi fondativi – ci sono andati abbastanza vicino e, in parte, ci sono anche riusciti. Sarebbe sciocco cessare di coltivare la speranza, che per molti versi, poi, è proprio la vita che si difende.


È a tutti evidente il ruolo cruciale dell’agricoltura, settore primario dell’economia, strategico da vari punti di vista, come la sovranità alimentare, la salute e l’ambiente. Basti pensare al suo rapporto, attualmente del tutto negativo e perverso, colla questione ambientale, non solo per gli aspetti tradizionali legati all’abuso di fitofarmaci e pesticidi, ma anche per il suo apporto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità, nonché per costituire lo scenario del più forte e selvaggio sfruttamento della forza-lavoro, spesso di origine migrante e quindi ancora più vulnerabile e ricattabile e infine per l’essenziale problematica dell’alimentazione e quindi della salute di ciascuno di noi.

Da  tutti questi decisivi punti di vista appare essenziale mantenere il controllo sulla produzione agricola mediante un ambito sociale ad esso dedicato che non subisca a sua volta il dominio e le imposizioni della finanza e sia in grado di gestire autonomamente il processo tecnologico che, nel settore in questione più che in altri, presenta aspetti estremamente problematici, che divengono sempre più tali alla luce delle incessanti scoperte che si verificano nell’ambito della biologia e di altri campi della scienza. Adottando tale approccio risulta di primaria importanza la questione dei diritti degli agricoltori, cui è stata dedicata, quasi cinque anni fa, un’importante Dichiarazione adottata nell’ambito delle Nazioni Unite (Dichiarazione delle Nazioni Unite per i Diritti dei Contadini e di altre Persone che lavorano nelle Aree Rurali – ARI (assorurale.it)).

A fronte di tale sua importanza appare davvero sbalorditivo il disinteresse della classe politica. Mentre per Draghi si trattava dì questione di gran lunga secondaria a fronte delle tematiche attinenti alla finanza e alla difesa, Giorgia Meloni ne ha affidato la cura a Francesco Lollobrigida, il quale per il momento pare essersi limitato a ribattezzare il Ministero di sua competenza in Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Si sarebbe tentati di ravvisare in questa innovazione terminologica la solita fuffa priva di una qualsiasi sostanza.

Una buona occasione per stabilire se i nostri sospetti siano o meno degni di accoglimento è costituita dall’annosa faccenda degli organismi geneticamente modificati (OGM)  in agricoltura. È infatti evidente a chiunque come l’introduzione, sia pure sotto mentite spoglie, di tali organismi, da tempo agognata da buona parte della politica e delle burocrazie europee a supporto delle imprese sementiere che dominano il mercato globale, significherebbe tra l’altro il definitivo abbandono di ogni sovranità alimentare, consegnando il controllo delle sementi, che ne costituisce una delle chiavi fondamentali, alle multinazionali che ne detengono l’esclusiva. Per altri versi è altresì noto come gli OGM presentino varie criticità dal punto di vista ambientale, costituendo una vera e propria bomba a orologeria contro la biodiversità. Non sarà inutile sottolineare, a tale proposito, lo strettissimo legame esistente fra struttura di classe della produzione agricola, con particolare riguardo ai suoi metodi, fattori e strumenti, da un lato, e nocività ambientale della stessa.

 

Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina

Il Rapporto di Crocevia. Con 140 brevetti sui nuovi OGM, le multinazionali sono in prima fila per privatizzare l’agricoltura europea a scapito della qualità del cibo e dei diritti dei contadini

Una lettura istruttiva al riguardo è costituita dal Rapporto a cura dell’organizzazione Crocevia internazionale dal titolo “Vita privata. Come i brevetti sui nuovi OGM minacciano la biodiversità del cibo e i diritti degli agricoltori”, adottato nel giugno 2023 (Vita privata: i brevetti sui nuovi OGM e l’attentato alla biodiversità contadina – (croceviaterra.it)).

Il Rapporto evidenzia come, per aggirare la normativa europea vigente (direttiva 18 del 2001, EUR-Lex – 32001L0018 – EN – EUR-Lex (europa.eu), che prevede una serie di vincoli e controlli in materia, che consistono in valutazione del rischio sulla base del principio di precauzione, tracciabilità e etichettatura dei prodotti qualificabili come OGM, hanno introdotto, alla stregua di cavalli di Troia, le cosiddette New Genomic Techniques (NGT), le quali, insieme ai prodotti che ne derivano “potrebbero accelerare la già preoccupante concentrazione del mercato sementiero e contaminare campi non coltivati con varietà biotech, realizzando una vera e propria appropriazione indebita della biodiversità contadina e minando alla base la sopravvivenza dell’agricoltura biologica”.

L’esame dei brevetti rilasciati negli ultimi vent’anni in materia di editing genomico consente oggi a Crocevia di affermare come dietro i NGT vi siano in realtà i soliti pochi soggetti multinazionali ovvero le “grandi imprese agrochimiche e sementiere del mondo come Bayer-Monsanto, BASF, Syngenta e Corteva” che “hanno già costruito un cartello europeo per gestire l’offerta di processi e prodotti NGT in regime di oligopolio”. Uno strumento privilegiato per orientare e controllare le attività di ricerca in materia è costituito dagli accordi coi centri attivi in tale campo, che, date le condizioni di sottofinanziamento di tali attività, si sottomettono di buon grado a finanziatori forti come le imprese appena menzionate.

La legalizzazione della coltivazioni di sementi ottenute con NGT comporta varie conseguenze negative, rendendo più difficile e costoso l’accesso alle sementi, mediante l’introduzione del sistema del brevetto al posto di quello della privativa, e determinando altresì un effetto negativo sulla biodiversità mediante la cosiddetta biocontaminazione che impone i vincoli derivanti dal brevetto anche agli agricoltori che subiscano involontariamente la diffusione dei NGT, ad esempio a causa dei fenomeni atmosferici. In tal modo verrebbero gravemente minacciate e colpite le coltivazioni biologiche, rendendo fra l’altro impraticabile il raggiungimento degli obiettivi della stessa strategia europea cosiddetta From Farm to Fork. Inoltre l’introduzione dei NGT consentirebbe di brevettare i caratteri nativi delle piante aggirando anche il regolamento europeo n. 1829/2003 (LexUriServ.do (europa.eu)).

In conclusione, secondo il Rapporto elaborato da Crocevia, “La diffusione delle NGT può quindi compromettere definitivamente i diritti degli agricoltori a conservare, scambiare, riprodurre e vendere le proprie sementi”.

Si tratta di diritti riconosciuti su base internazionale da parte dell’art. 9 del Trattato internazionale sulle risorse genetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (ITPGRFA) (Trattato Internazionale sulle Risorse Fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura (fao.org), e dalla  legislazione sementiera italiana. L’art. 9 dell’ITPGRFA in particolare afferma al primo comma che “Le Parti contraenti riconoscono l’enorme contributo che le comunità locali e autoctone e gli agricoltori di tutte le regioni del mondo, in particolare quelli dei centri di origine e di diversità delle piante coltivate, hanno apportato e continueranno ad apportare alla conservazione e alla valorizzazione delle risorse fitogenetiche che costituiscono la base della produzione alimentare e agricola nel mondo intero”, e al secondo comma precisa che “le Parti convengono che, per quanto attiene alle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, la realizzazione dei diritti degli agricoltori spetta ai governi. In funzione delle proprie esigenze e priorità, ogni Parte contraente deve, se necessario, e salvo quanto previsto dalla normativa nazionale, adottare apposite misure per proteggere e promuovere i diritti degli agricoltori e per garantire, tra l’altro: a) la protezione delle conoscenze tradizionali che presentino un interesse per le risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; b) il diritto di partecipare equamente alla ripartizione dei vantaggi derivanti dall’utilizzazione delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; c) il diritto di partecipare all’adozione di decisioni, a livello nazionale, sulle questioni relative alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”.

Importante anche l’art. 19 della citata Dichiarazione sui diritti dei contadini, che qui vale la pena di riportare integralmente “I contadini e le altre persone che lavorano in zone rurali hanno il diritto alle sementi, in conformità con l’articolo 28 della presente Dichiarazione, che comprende: (a) il diritto alla protezione delle conoscenze tradizionali relative alle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (b) il diritto di partecipare equamente alla ripartizione dei benefici che derivino dall’utilizzo di risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (c) il diritto di partecipare ai processi decisionali sulle questioni riguardanti la conservazione e l’uso sostenibile di risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura; (d) il diritto di mettere da parte, utilizzare, scambiare e vendere i semi da loro prodotti o i loro materiali di moltiplicazione; 2. I contadini e le altre persone che lavorano in zone rurali hanno il diritto di mantenere, controllare, proteggere e sviluppare i propri semi e le proprie conoscenze tradizionali. 3. Gli Stati devono prendere delle misure per rispettare, proteggere e soddisfare il diritto alle sementi dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali. 4. Gli Stati devono assicurare che semi di qualità e quantità sufficiente siano a disposizione dei contadini nel periodo più adatto per la semina, e ad un prezzo accessibile. 5. Gli Stati devono riconoscere il diritto dei contadini di affidarsi o ai propri semi, o ad altri semi disponibili localmente e di loro scelta, e il diritto di decidere sulle coltivazioni e sulle specie che desiderano coltivare. 6. Gli Stati devono prendere delle misure appropriate per sostenere i sistemi di sementi dei contadini, e devono promuovere l’agrobiodiversità e l’uso dei semi dei suddetti. 7. Gli Stati devono prendere delle misure appropriate per assicurare che la ricerca e lo sviluppo agricoli includano i bisogni dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali, e per assicurare una loro attiva partecipazione alla definizione delle priorità e nell’effettuazione di attività di ricerca e sviluppo agricoli, prendendo atto della loro esperienza, e devono aumentare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo delle colture e dei semi orfani che rispondano ai bisogni dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali. 8. Gli Stati devono far sì che le politiche sulle sementi, sulla protezione della varietà vegetali e le altre leggi di proprietà intellettuale, i sistemi di certificazione e le leggi sulla commercializzazione delle sementi rispettino e prendano in considerazione i diritti, i bisogni e le realtà dei contadini e delle altre persone che lavorano in zone rurali”.

Le NGT quindi si configurano come un attentato all’agricoltura biologica e ai diritti dei contadini. Tutto ciò in violazione anche di una sentenza della Corte di giustizia europea che, su richiesta dell’organizzazione contadina francese Confédération paysanne, ha stabilito, nel 2018, che la normativa relativa agli OGM deve applicarsi agli organismi ottenuti per mutagenesi (Organisms obtained by mutagenesis are GMOs and are, in principle, subject to the obligations laid down by the GMO Directive (europa.eu).

La proposta approvata dalla Commissione europea il 5 luglio scorso (https://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-11592-2023-INIT/en/pdf)  va purtroppo in senso contrario a tale saggia decisione sottraendo alla disciplina vigente per gli OGM le cosiddette NGT ed aprendo le porte anche alla brevettabilità di elementi naturali. Il panorama delle posizioni dei vari Stati europei appare tuttavia alquanto frastagliato al riguardo e non è detto che il Consiglio la approvi senza apportare significative variazioni. Purtroppo il governo italiano, nonostante le dichiarazioni di principio sulla sovranità alimentare, appare schierato nel fronte degli Stati più possibilisti in materia e nel frattempo ha anche aperto le porte alla sperimentazione in pieno campo di questi prodotti.  (Il Decreto Siccità passa alla Camera. I nuovi OGM entrano nei campi italiani – (croceviaterra.it).

Occorre quindi vigilare affinché non si abbia un accoglimento delle richieste delle lobby agroindustriali citate, che comporterebbe, per i motivi accennati, un grave arretramento nella lotta per un’agricoltura sana, da tutti i punti di vista.


Fabio Marcelli è giurista internazionale e Copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia

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domenica 23 ottobre 2022

Una guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione - Luca Martinelli

 

La difesa degli ecosistemi non può prescindere dal considerare i diritti di chi abita le foreste, le popolazioni indigene che tutelano la biodiversità. Per questo, in vista della Cop27, la Ong Survival lancia una guida per orientarsi nel linguaggio della conservazione e tra i suoi retaggi coloniali

 “Perché spesso pensiamo alla ‘wilderness’ come a una natura vergine e selvaggia priva della presenza umana, quando in realtà si tratta quasi sempre di terre abitate, plasmate e gestite dagli esseri umani nel corso di millenni?”. La “Guida per decolonizzare il linguaggio nella conservazione” pubblicata a ottobre dall’organizzazione Survival International (qui) ci interroga. Da oltre cinquant’anni a fianco dei popoli indigeni, Survival sostiene che chiunque abbia davvero a cuore il Pianeta deve smettere di sostenere qualsiasi forma di “conservazione” che ferisca, alieni e distrugga i popoli indigeni, i migliori alleati dell’ambiente. Un’altra domanda, nient’affatto retorica: vi siete mai chiesti “perché in Europa le persone possono vivere nei parchi nazionali mentre in Africa non possono farlo?”.

È un’altra delle domande a cui dà risposta la guida, pubblicata e presentata a meno di un mese dall’avvio della Cop27, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2022 in programma a Sharm El Sheikh, in Egitto, dal 6 al 18 novembre: secondo l’organizzazione, infatti, è necessario chiarire alcuni malintesi molto comuni quando si parla di cambiamenti climatici e di conservazione della biodiversità, con l’obiettivo ultimo di “smontare le narrative dominanti che rinforzano stereotipi razzisti alla base della violazione dei diritti umani dei popoli indigeni”.

Il punto di vista è quello dei popoli indigeni, 476 milioni di persone in 90 Paesi diversi, secondo le Nazioni Unite. Tra loro, circa 150 milioni vivono in società tribali. Spiega Survival, infatti, che l’evidenza scientifica dimostra che i popoli indigeni comprendono e gestiscono i loro ambienti meglio di chiunque altro: l’80% della biodiversità della Terra si trova nei loro territori. Per proteggere la biodiversità, quindi, il modo migliore è quello di rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni, i migliori conservazionisti.

“Ancora oggi, esattamente come in epoca coloniale, il modello dominante di conservazione è quello della ‘Conservazione fortezza’, che prevede la creazione di aree protette militarizzate, in terre indigene, accessibili solo ai ricchi”, spiega Fiore Longo, responsabile della campagna di Survival per decolonizzare la conservazione.
Per rafforzare questa lettura è utile una narrazione che vuole le terre indigene “vergini”, “intatte” e “selvagge”, ovvero “wilderness”. Questo, però, non è vero: “Gli ambienti naturali più famosi al mondo come lo Yellowstone, l’Amazzonia e il Serengeti sono le terre ancestrali di milioni di indigeni che per millenni li hanno plasmati, alimentati e protetti, e ne sono stati dipendenti”, spiega la guida. “L’idea stessa di ‘wilderness’, nel senso di una natura intatta, non intaccata dagli esseri umani, è un mito coloniale: le terre furono ritratte come vuote in modo da potersene appropriare”, sottolinea ancora Survival.

Un altro concetto controverso, accanto a quello della wilderness, è la sovrappopolazione, che sarebbe causa diretta di un aumento delle emissioni. Il riferimento, in particolare, è all’incremento demografico in Africa e in Asia. “La vera causa della perdita di biodiversità, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici non è il numero crescente di persone nel Sud globale ma lo sfruttamento delle risorse per profitto e il sovra-consumo crescenti trainati dal Nord. Le narrative sul ‘siamo in troppi’ possono avere conseguenze drammatiche: in diversi Paesi, Stati Uniti inclusi, donne sia nere sia indigene sono state specificamente prese di mira per essere sottoposte a sterilizzazione forzata contro la loro volontà e persino senza esserne consapevoli”. Secondo Survival, in Asia e Africa, il Wwf avrebbe gestito programmi di controllo delle nascite, sterilizzazione compresa, attraverso i progetti “Population, Health and Environment” sponsorizzati da Johnson & Johnson e Usaid. Ricerche come quella dell’economista francese Lucas Chancel, dedicate a emissioni e disuguaglianze, dimostrano che sono invece le emissioni dei ricchi -nel Nord come nel Sud del mondo- ad aver fatto esplodere la crisi climatica.

Dopo aver definito alcuni concetti base, come appunto quello di “Conservazione fortezza” (“Perché si basa sulla violenza e sull’esclusione dei popoli indigeni e locali dalle loro terre”), la guida passa ad affrontare i termini da decostruire, cioè coppie di termini che sono razzializzate, ovvero presentate con connotazioni relativamente positive o neutre per persone bianche e le loro attività, oppure negative o peggiorative se riferite ai popoli indigeni e ai neri. Un esempio? I primi “cacciano”, i secondi fanno “bracconaggio” (anche se per loro si tratta di una forma di sopravvivenza). Un altro: viaggiatori e nomadi. “Nell’Africa orientale, la parola ‘viaggiatori’ è utilizzata in senso positivo per descrivere persone -abitualmente turisti bianchi- con la libertà e il diritto di andare ovunque vogliano. ‘Nomade’, al contrario, è quasi sempre usato in senso dispregiativo da governi che vogliono mettere fine e addirittura criminalizzare gli stili di vita dei popoli pastori e cacciatori-raccoglitori”. Infine ci sono parole controverse. Una è direttamente legata al tema dei cambiamenti climatici, l’idea di compensazione e dei crediti di carbonio.
“Alla base dei progetti di ‘compensazione’ (‘carbon offsetting’) c’è l’idea che aziende e governi responsabili di una certa quantità di emissioni di anidride carbonica possano finanziare altrove dei progetti che possano, in teoria, ‘catturare’ un ammontare equivalente di carbonio o impedirne il rilascio”, spiega la guida. La modalità di compensazione di carbonio sono due ed entrambe -secondo Survival- sono inefficaci e pericolose per i popoli indigeni, deviando risorse e sottraendole ai reali sforzi per diminuire le emissioni da combustibili fossili.

Secondo Survival sono pericolosi (e impregnati di cultura coloniale) progetti come i REDD+, ovvero per la Riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado
della foresta nei Paesi in via di sviluppo, che limitando la deforestazione generano crediti di carbonio che aziende e governi possono acquistare per compensare le loro emissioni. Sono progetti in relazione ai quali i popoli indigeni hanno ripetutamente espresso preoccupazione. Un altro modo per “catturare” quantità significative di carbonio sarebbe quello di piantare alberi. Ma quando questi vanno a sostituire gli ecosistemi preesistenti, come le praterie, finiscono “col devastare i mezzi di sostentamento dei popoli indigeni e locali, che per la propria sopravvivenza dipendono dalle risorse naturali del territorio”.

Conclude Fiore Longo: “Tendiamo a dare per scontato che queste parole e immagini corrispondano alla realtà, come se fossero neutre, oggettive o ‘scientifiche’. Ma non lo sono. Ci auguriamo che la nostra nuova guida permetta alle persone di fermarsi a pensare alle parole e ai concetti che usiamo quando scriviamo o parliamo di questioni ambientali. La violenza e il furto di terra subiti da milioni di indigeni e da altre popolazioni locali nel nome della conservazione derivano in gran parte da questi assunti”. La guida, che è rivolta a giornalisti, divulgatori e attivisti, rappresenta senz’altro uno strumento di facile consultazione per tutti.

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martedì 16 novembre 2021

Biodiversità: anche in Italia una ricchezza ignorata - Laura Scillitani


La biodiversità è fondamentale per l'equilibrio e il funzionamento degli ecosistemi. Dal più piccolo e sconosciuto organismo ai più grandi, tutti fanno parte di un ingranaggio forgiato da millenni di evoluzione. Non occorre andare troppo lontano per vedere una biodiversità ricca, ma sottovalutata e minacciata: ce l'abbiamo sotto gli occhi, proprio in Italia.


La parola biodiversità, oggi di comune uso, è piuttosto recente: nasce nel 1992, coniata dal mirmecologo e divulgatore Edward O. Wilson nel saggio La diversità della vita. Il termine indica la varietà e la ricchezza delle forme viventi, quella che ha consentito alla vita di adattarsi ai più disparati contesti del pianeta, e a sua volta a consentire il funzionamento degli ecosistemi. Perché gli organismi vegetali e animali, dai più minuscoli a quelli enormi, contribuiscono a fare girare il mondo come lo conosciamo, un mondo che ci ha consentito di evolverci… e di dominarlo.

Qual è il primo posto che vi viene in mente se si parla di “ricchezza di biodiversità”? Probabilmente sarà una lussureggiante foresta pluviale, pullulante di vita e minacciata da una feroce deforestazione. Ma non occorre fare viaggi troppo esotici. La nostra penisola è, in ambito europeo, uno dei posti più ricchi di specie e sottospecie: oltre 8 000 specie di piante vascolari, 60 000 di animali terrestri (il 98% invertebrati), e 9 300 marini. La grande varietà di forme di vita è dovuta al fatto che l’Italia ha una grande diversità litologica, topografica e climatica e riveste una posizione centrale nel bacino Mediterraneo, uno degli hotspot di biodiversità su scala planetaria. Non solo: l’Italia è ricca di endemismi, cioè piante e animali che vivono solo all’interno dei confini della penisola. Sono endemici circa il 20% delle specie animali terrestri e d’acqua dolce, e oltre il 16% delle piante.

Una ricchezza di cui bisognerebbe andare fieri, e per la quale sentire una forte responsabilità per la sua salvaguardia. Eppure, la biodiversità italiana non se la passa proprio benissimo. Lo dicono i dati del “Rapporto direttive natura 2013-2018” di ISPRA. Oltre il 50% delle specie italiane considerate di interesse comunitario per l’Unione europea sono in uno stato di conservazione sfavorevole, e la situazione è pure peggiore sul fronte della conservazione degli habitat, in particolare le acque interne: qui, infatti, la percentuale sale all’89%. Il Rapporto è il frutto di una articolata rete di collaborazioni che coinvolge Regioni, Province autonome, società scientifiche e università, e riunisce in un unico volume le rendicontazioni richieste dall’UE in merito allo stato di conservazione di specie vegetali e animali tutelate dalla Direttiva habitat e dalla Direttiva uccelli (nel quinquennio 2013-2018) oltre a quella richiesta dal regolamento europeo per le specie aliene.

La Direttiva habitat e la Direttiva uccelli sono importantissimi strumenti legislativi per la tutela della biodiversità, il cui scopo ultimo è quello di creare una rete ecologica a scala europea, che rappresenti le varietà e peculiarità degli habitat dell’Europa e che garantisca la sopravvivenza e gli spostamenti delle popolazioni selvatiche. Le direttive tutelano oltre 460 specie di uccelli selvatici, 1 389 specie animali e vegetali e 233 tipi di habitat considerati di importanza comunitaria. Per le specie e gli habitat in elenco gli Stati si devono impegnare a garantire uno stato di conservazione soddisfacente. “Soddisfacente” significa sostanzialmente che esistono e ci saranno in futuro le condizioni perché la specie o l’habitat siano in buona salute, con popolazioni stabili o in espansione.

Torniamo quindi all’Italia e alla sua ricchezza di biodiversità: ben il 30% delle specie e degli habitat è oggetto di tutela in direttiva, ma tale dato è offuscato dal fatto che 53% delle specie animali e il 54% di quelle vegetali versa in uno stato di conservazione inadeguato o cattivo. In particolare, è preoccupante la situazione dei pesci di acqua dolce: circa il 60% delle popolazioni ha uno stato di conservazione cattivo. Anche la situazione di anfibi e rettili è tutt’altro che rassicurante, dato che la metà ha un cattivo stato di conservazione. Rispetto alla situazione fotografata dal precedente rapporto biodiversità, per il 78% delle specie animali la situazione è del tutto invariata; in alcuni casi è peggiorata, come nel caso di anfibi e rettili. Particolare è il caso degli uccelli: è diminuita la percentuale di specie minacciate di estinzione (il 4% in meno rispetto al report precedente), ma per quelle che hanno uno stato di conservazione sfavorevole la situazione si è aggravata: sono infatti aumentate del 5% le specie in pericolo di estinzione. Ma la situazione più critica è quella relativa allo stato di conservazione degli habitat di interesse comunitario: le valutazioni favorevoli sono nettamente diminuite rispetto al precedente rapporto, passando da 55 a 21. In parte questo si spiega col fatto che nel tempo sono stati cambiati i criteri per la valutazione dello stato di conservazione, ma la situazione è comunque preoccupante.

Sia per le specie animali che per gli habitat, le principali minacce per la conservazione sono l’agricoltura intensiva e lo sviluppo di infrastrutture, e per le acque dolci l’inquinamento legato ad attività estrattive e di acquacultura. Le specie vegetali sono minacciate dall’abbandono delle pratiche agronomiche e pastorali tradizionali, il sovra-pascolo, la conversione in aree agricole, le modifiche idrologiche e l’inquinamento. Nell’ambiente marino, invece le principali cause di declino sono l’inquinamento, il disturbo arrecato dalle attività umane, la costruzione di infrastrutture e i cambiamenti climatici. Un'ulteriore minaccia per la conservazione delle specie in direttiva è la presenza di specie aliene invasive. Secondo il report, vantiamo la triste presenza sul podio, insieme a Francia e Belgio, dei tre Paesi con il più alto numero di specie aliene invasive di importanza unionale, guadagnando una medaglia di bronzo. Per le specie aliene lo strumento normativo europeo è il Regolamento 1143/14 , che identifica una lista di specie esotiche invasive ritenute “di rilevanza unionale”, per le quali i Paesi europei hanno una serie di obblighi e divieti (rilascio nell’ambiente, vendita, riproduzione e detenzione). In Italia sono presenti 31 sulle 48 specie elencate nel regolamento, 17 animali e 14 vegetali. Il problema è diffuso soprattutto al nord, ma alcune specie, come Trachemys scripta (la tartaruga americana dalle guance rosse, che un tempo si vinceva ai luna park), sono presenti in tutte le regioni. Il Regolamento 1143/14 prevede azioni di contenimento per le specie aliene invasive di importanza unionale, ma a oggi gli interventi sono concentrati su alcune specie e l’area di intervento non copre tutta la zona di presenza nazionale.

I dati italiani sull’andamento delle specie in direttiva confluiscono in un report globale, che comprende le valutazioni di tutti i Paesi del’UE: State of Nature in the EU, che ogni sei anni fotografa la situazione e gli andamenti delle specie e degli habitat protetti dalle direttive europee. Le statistiche italiane sono perfettamente in linea con quelle dell’Unione europea: il 63% delle specie in direttiva e l’81% degli habitat hanno uno stato di conservazione sfavorevole. Non ultimo, questi report permettono di valutare quanto realmente la biodiversità venga monitorata come le direttive indicherebbero: sia in Italia che in Europa, in realtà, si hanno a disposizione per molte specie e habitat dati frammentari, monitoraggi parziali o valutazioni basate unicamente sul parere di esperti. Solo una minoranza delle valutazioni è basata su dati completi. Questo evidenzia una globale difficoltà nel mettere in piedi sistemi di monitoraggio di specie e habitat che siano robusti, standardizzati e uniformi su scala nazionale, spesso legato a una mancanza di sufficienti risorse economiche con investimenti sostanziali e di lunga durata e di un sufficiente contingente di personale dedicato e strutturato negli enti.

Il fatto che non siamo i fanalini di coda nella tutela di specie e habitat non è decisamente un “mal comune mezzo gaudio” ma un'amara constatazione che c’è molto da lavorare per invertire la tendenza. Malgrado le buone intenzioni, fondi dedicati (come i programmi Life) e l’impegno concreto messo in atto da tecnici del settore, resta molto da fare per la tutela della biodiversità europea. Mantenere lo status quo, lo dicono gli stessi report, non è sufficiente, occorre uno slancio per un miglioramento concreto della situazione. Le pressioni antropiche restano ancora troppo forti, e bisogna cambiare rotta se in dieci anni si vogliono raggiungere gli ambiziosi obiettivi prefissati: la strategia EU per la biodiversità indica che per il 2030 almeno il 30% delle specie con uno stato di conservazione non soddisfacente devono passare a una conservazione soddisfacente. E il traguardo appare ambizioso se si pensa al fatto che la situazione è stagnante o addirittura peggiorata per molte specie.

Scrive Wilson ne La diversità della vita:

Ogni nazione ha tre patrimoni diversi: quello materiale, quello culturale e quello biologico. Se abbiamo le idee ben chiare sui primi due perché costituiscono il nocciolo della nostra vita quotidiana, quanto alla biodiversità, l’essenza del suo problema sta nel fatto che del patrimonio biologico ci curiamo infinitamente meno. Si tratta di un gravissimo errore strategico di cui col passare del tempo ci pentiremo sempre più amaramente. […] La fauna e la flora fanno parte anch’esse del patrimonio di una nazione, in quanto rappresentano il risultato, localizzato nel tempo e nello spazio, di milioni di anni di evoluzione, e dovrebbero pertanto essere oggetto di interesse non meno di altri aspetti particolari.

Parole scritte trent’anni fa, eppure la biodiversità fa fatica a entrare nelle agende dei decisori politici come azione prioritaria, e la sua erosione stenta a diventare un urgenza di cui preoccuparsi per agire in tempi rapidi e tutelarla in modo effettivo. Riuscirà a diventare un'urgenza prima che sia troppo tardi?

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mercoledì 18 agosto 2021

Cibi giusti per non superare i limiti del pianeta - Marinella Correggia

  

Davanti all’allarme dell’Overshoot Day 2021 [ieri, 29 luglio, ndr] è impossibile ignorare il ruolo del cibo (al centro del pre-Vertice sui sistemi alimentari svoltosi a Roma), i cui modelli di produzione e consumo sono pesantemente coinvolti nel superamento dei nove «limiti planetari» individuati dallo Stockholm Resilience Centre.

Come ha spiegato lo scienziato Johan Rockström nella tre giorni Onu, «il rischio di destabilizzazione dell’intero pianeta è fortissimo. Quattro limiti sono già stati oltrepassati e il sistema del cibo è parte in causa. Pensiamo al riscaldamento del clima, alla perdita di biodiversità, alla deforestazione, a un eccessivo uso di nutrienti che inquinano l’acqua. Se ci proponessimo di tornare nei limiti planetari con l’attuale assetto, potremmo nutrire solo 3,5 miliardi di persone».

Strategie

Nell’ambito delle strategie globali e locali per la rivoluzione dei sistemi alimentari urge renderli attraenti per i giovani, come sottolinea il recentissimo rapporto «Promuovere l’impegno e l’occupazione dei giovani nell’agricoltura e nei sistemi alimentari» commissionato dall’Onu e realizzato da scienziati consulenti della Fao. I giovani partecipano sia ai processi preparatori nazionali del Vertice sui sistemi alimentari (New York, settembre 2021), sia al percorso critico dei movimenti sociali e contadini che hanno organizzato nei giorni scorsi una contro mobilitazione planetaria virtuale.

Campagne che attirano nuove braccia e menti? Dipende non solo dal reddito ma, ad esempio, dall’investimento nella ricerca e sviluppo di attrezzature e macchinari a energie rinnovabili, in grado di risparmiare fatica, razionalizzare le operazioni, ridurre il consumo di materie prime, incorporare la trasformazione. Tecnologie appropriate, adatte anche ad aree impoverite ma non ghettizzanti.

Il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara insistette molto, negli anni ’80, sull’essiccazione solare, per non sprecare i frutti che maturavano tutti insieme. Sul lato del fresco, Yuma è il più economico ed ecologico sistema per la piccola refrigerazione: scatola capiente che funziona senza elettricità, è l’evoluzione del tradizionale «frigo africano». Il progetto Innovation Accelerator del Programma alimentare mondiale esplora la possibilità di rendere accessibile la soluzione idroponica (senza suolo) nelle comunità vulnerabili.


Cibi giusti

Quanto ai cibi giusti, il 2023 sarà l’anno internazionale del miglio, con il sorgo e alcuni legumi protagonista del progetto Smart Food dell’Icrisat (Istituto di ricerca per i tropici semiaridi): colture tradizionali in Africa e India, ricche in micronutrienti e spartane quanto a necessità idriche. Spesso neglette anche per un fatto di moda, a favore del mais e del riso.

La Safe Seaweed Coalition è un’alleanza internazionale che promuove le grandi potenzialità nutritive delle piante acquatiche e delle alghe: i vegetali del mare e non solo. Il settore cresce, ma non necessariamente a beneficio dei piccoli produttori/raccoglitori, spesso donne.


Proteine vegetali

Sul lato dei vegetali di terra, nei giorni scorsi la Lav ha chiesto al governo italiano di «orientare produzione e consumi verso le proteine vegetali. E non sovvenzionare più il sistema zootecnico. Si prevede un aumento di oltre il 50% della domanda globale di carne entro il 2050 rispetto al 2012»: insostenibile.

Ma attenzione. Sul mercato che conta, le tradizionali proteine dalle piante – non appetibili per i colossi e magari non gradite ai palati habitués di grigliate e fast-food – sono quasi surclassate da due nuovi business. Le imitazioni «realistiche» della carne (stile Impossible Meat) a base di legumi, grassi vari, ortaggi e additivi; e la discutibile «carne coltivata» in vitro. Pronta a sbarcare anche in Africa.

Fonte: il manifesto, 30 luglio 2021


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venerdì 19 marzo 2021

Lasciate in pace la natura - Paolo Cacciari

  

È stato da poco pubblicato un ponderoso rapporto, The Economics of Biodiversity, che il Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, vale a dire il ministero delle finanze del governo inglese, commissionò due anni fa al prestigioso professor Partha Sarathi Dasgupta, economista indiano, del St John’s College dell’università di Cambridge, sui costi economici e i rischi della perdita di biodiversità, nonché sulle misure da mettere in atto per tentare di evitarli. Si tratta di un documento importante, specie in preparazione dell’appuntamento di settembre della Conferenza Onu sulla biodiversità a New York, frutto di una rassegna transdisciplinare che mette assieme la letteratura scientifica in vari campi delle conoscenze biogeofisiche, economiche e sociali, con un ricco apparato di casi studio locali.

Il raffronto più immediato che viene alla mente è con i rapporti del Club di Roma sui limiti che la crescita economica permanente avrebbe presto o tardi incontrato scontrandosi con una biosfera dai confini definiti. O con l’altrettanto famoso rapporto della commissione sull’ambiente dell’Onu coordinata da Gro Harlem Brundtland, Il futuro di noi tutti, del 1987, che inventò il sintagma di successo “sviluppo sostenibile”, poi variamente interpretato e degradato fino a prendere il significato di “crescita rigenerativa” implementata dai nuovi driver Green Economy, Smart Economy, Circular Economy, ecc. Ovvero, nuovi modelli di business, piuttosto che nuovi paradigmi di civiltà.

Oggi conosciamo con precisione i drammatici contorni del disastro di un sistema economico, sociale, istituzionale e culturale che non ha saputo fare i conti (impatti, esternalità, perturbazioni) con la fisiologia della biosfera. Da anni chi governa il mondo cerca di trovare la quadra tra economia ed ecologia. Si cercano di “integrare” – come affermano l’Agenda 2030 dell’Onu e il Green Deal europeo – le ragioni dell’ambiente con quelle della prosperità delle popolazioni, sempre misurata in valori monetari. Ma da cinquant’anni di politiche e negoziati internazionali sul clima, sulle foreste, sugli oceani e sulla biodiversità si registrano più fallimenti che successi. Lo certifica il Dasgupta Review, precisando che non si tratta solo del risultato dell’«inefficacia allocativa nell’uso delle risorse» del sistema economico di mercato, ma di un «fallimento collettivo globale nel raggiungere la sostenibilità». Evidentemente, vi è qualche cosa di più profondo che non funziona nella natura umana che andrebbe indagato.

I confini planetari

Partiamo quindi dalle conclusioni del lavoro di Partha Sarathi  Dasguptan, dando per acquisita la incredibile mole di evidenze scientifiche a disposizione sulla rottura dei processi vitali naturali che mettono a rischio la vita nostra e dei nostri discendenti. La pandemia, infatti, avrebbe dovuto porre la parola definitiva su come il macrorganismo vivente, la biosfera, la Terra, può reagire – immunizzarsi – a fronte dell’invadenza delle attività antropiche. Non c’è solo il surriscaldamento dell’atmosfera. I “confini planetari” – per dirla con le ricerche di Rockström, allegate alla Revew – sono stati superati in più punti. Basti pensare che gli esseri umani con i loro animali di allevamento costituiscono il 96% della massa di tutti i mammiferi. «Solo il 4% è tutto il resto: dagli elefanti ai tassi, dalle alci alle scimmie». Su 8 milioni di specie animali e vegetali note, un milione è a rischio di estinzione. È stata chiamala La sesta estinzione di massa (Richard Leakey, Roger Lewin, Bollati Boringhieri, 1995) o biocidio, ma le cose non cambiano. La preservazione della fertilità del suolo, la protezione della aree naturali, il rewilding (rinselvaticamento) dei terreni degradati, il “leave it in the ground” (rinunciare all’estrazione delle risorse minerarie), fino ai grandi progetti di rinaturalizzazione come The Great Wall (la fantastica muraglia verde sub-sahariana da tempo progettata, ma priva di finanziamenti) non sembrano rientrare nelle politiche di investimento delle grandi potenze economiche, nemmeno in epoca di retorica Green New Deal.

La Dasgupta Review, dopo aver speso centinaia di pagine per invitare i governi a ricongiungere l’economia all’ecologia, indicando specifiche metodologie da seguire, conclude che «la biodiversità non ha solo un valore strumentale [fornire beni e servizi ai processi trasformativi economici], ha anche un valore intrinseco – forse morale. Ogni sensibilità umana si arricchisce quando riconosciamo di essere incorporati nella natura. Separare la natura dal ragionamento economico implica che consideriamo noi stessi esterni alla natura. La colpa non è dell’economia; sta nel modo in cui abbiamo scelto di praticarla». Come dire: «la natura è più di un semplice bene economico», c’è una dimensione imprescindibile spirituale, oltre che biologica, che va riscoperta: «l’attaccamento emotivo, lo stupore e la meraviglia per il mondo naturale». Nel mondo contemporaneo, invece, sembra quasi che: «L’ipotesi di fondo è che l’umanità sarà in grado, a lungo termine, di liberarsi dalla biosfera». Una distopia trans e post umana che va molto di moda e che guarda con entusiastico spreco alla colonizzazione di Marte, così come alla geoingegneria di moderni doctor Frankenstein impegnati a imbiancare le nuvole per filtrare i raggi solari, fertilizzare gli oceani per imprigionare la CO2, catturare e iniettare nel sottosuolo l’anidride carbonica. Qualsiasi cosa pur di non mettere in discussione consumi, comportamenti e gli stili di vita progrediti, nel senso di “affluenti” nella società opulneta.

Ma non è di questo che si occupa il lavoro del prof. Dasgupta, per consapevole scelta: «La Review ha sviluppato l’economia della biodiversità osservando la natura in termini antropocentrici e razionali. Si tratta di un punto di vista del tutto ristretto, ma giustificabile. Infatti – si giustifica il prof. Desgupta – se la natura dovesse essere protetta e promossa perché apprezzata unicamente per i suoi usi per noi umani [fornitura di beni e servizi], avremmo ragioni ancora più forti per proteggerla se riconoscessimo che ha un valore intrinseco». Cioè, un valore non commensurabile e non negoziabile. Del resto – ricorda la Review a riprova del suo punto di vista utilitaristico – non è bastato che gli indù riconoscessero il fiume Gange come sacro per preservarlo dagli inquinamenti, servirebbe anche un corretto ragionamento economico, una “lente antropocentrica”.

Georgescu-Roegen

La Economics of Biodiversity – a me sembra – deve un tributo alla teoria bioeconomica fondata da Georgescu-Roegen (The Entropy Law and the Economic, 1971). La scommessa dell’Economia della biodiversità (da non confondere con le tecnologie di produzione che tentano di usare biomasse “no food” come materie prime “riproducibili” e “riciclabili”) parte dal riconoscimento della dipendenza di ogni nostro bene – così come di “ogni respiro” – dal buon funzionamento dei processi naturali. Per cui «la rigenerazione della biosfera è la chiave per la sostenibilità dell’impresa umana». Di più. Dobbiamo imparare a riconoscere che «ognuno di noi è un elemento di molti ecosistemi». Siamo incorporati nella natura e a nostra volta conteniamo svariati ecosistemi microbici. «La biosfera è il più grande ecosistema di cui siamo solo un elemento: è la nostra casa». Essendo al suo interno, dipendiamo interamente da essa, non solo per la sopravvivenza e per il nostro benessere. «I beni e i servizi della natura sono le fondamenta delle nostre economie». Quindi serve una teoria e una pratica economica che prenda in considerazione per intero i “servizi di fornitura” multifunzionali, gratuitamente e generosamente offerti dalla biosfera. Non solo cibo, acqua, fibre, legname, medicine… ma anche manutenzione e regolazione del clima, della fertilità dei suoli e della pescosità dei mari, dell’idrologia, dell’impollinazione… Le correlazioni tra sistemi di vita umana e salute degli ecosistemi sono fitti e infiniti. Pensiamo alla dieta, all’urbanizzazione, alle catene di approvvigionamento delle materie prime, alle pratiche agricole, alle consuetudini comunitarie e ai diritti di proprietà… fino all’influenza che ha l’autonomia delle donne sul controllo della fertilità e quindi sulla demografia.

L’Economia della biodiversità di Partha Sarathi  Dasguptan non sposa una prospettiva esplicitamente post-capitalista, tantomeno anticapitalista. Ma va oltre quella idea di “sostenibilità debole”, che cerca di conciliare le contrapposte esigenze delle imprese e degli stati di crescita dei fatturati e del Pil con la preservazione della natura. La proposta della Economics of Biodiversity si presenta però diversa da quella tradizionale della Environmental Economics. Qui i vincoli ecosistemici sono assunti come incomprimibili, mentre nelle tradizionali politiche ambientali sono flessibili e negoziabili. L’esempio più noto è la creazione di mercati dei permessi di inquinamento, tramite i meccanismi “cap and trade”: stabilisci un limite alle emissioni e attribuisci loro un valore commerciale. È proprio su questi meccanismi di mercato (crediti di carbonio) inventati dal protocollo di Kioto nel lontano 1997 che ancora si concentrano le trattative in vista della 26 Cop sul clima di Glasgow in programma a novembre.

Ecologia e mercato

La Review di Dasgupta si presenta come una sfida diretta, sul loro terreno, ai tanti riformatori del sistema che, da Dovos a Bruxelles, da Biden a Ursula von der Leyen, lavorano al “Great Reset of Capitalism”, alla trasformazione etica ed ecologica del mercato. La soluzione della difficile equazione tra valori economici e naturali passa per la ridefinizione della nozione di ricchezza, di progresso, oltre che di economia. «Il Pil è un indice fuorviante di successo economico, perché non contempla il patrimonio naturale» che viene utilizzato nei cicli produttivi. Così come il sistema dei prezzi di mercato non riesce a includere tutti i valori d’uso generati dai servizi ecosistemici, quali i benefici per la salute, la soddisfazione e il piacere del vivere in un ambiente sano. L’economia della biodiversità suggerisce di elaborare una misura di “inclusive wealth” che riesca a calcolare la redditività sociale trasgenerazionale della biosfera. Vale a dire «incorporare il capitale naturale e i servizi ecosistemici nelle metriche economiche», in modo da «comprendere e apprezzare il posto dei servizi della natura nelle nostre economie». La “ricchezza inclusiva” (comprensiva) verrebbe quindi registrata da prezzi (“accounting price”) capaci di contabilizzare il valore del patrimonio naturale. Si tratta però di un’arma pericolosissima a doppio taglio. Se da una parte, infatti, la contabilizzazione del “capitale naturale” offre molti vantaggi, poiché: «consente di comprendere e apprezzare il posto dei servizi della natura nelle nostre economie, compresi i servizi che di solito vengono trascurati; permette di tracciare nel tempo i movimenti di capitale naturale (prerequisito per la valutazione della sostenibilità); offre un modo per stimare l’impatto delle politiche sul capitale naturale», d’altra parte può ingenerare la rischiosa idea che gli stock e i servizi ecosistemici (che gli economisti hanno chiamato “capitale naturale”) possano essere equiparati, sostituiti, commercializzati come si fa con gli altri “capitali” e con gli altri mezzi e strumenti antropici impiegati nei processi produttivi. Tramite il denaro, astratto “equivalente generale”, la natura viene sussunta nel mercato e dissoluta nell’accelerazione dell’entropia del sistema (“eutanasia antropica”, come la chiamava Enzo Tiezzi). Breve è il passo verso la finanziarizzazione del “capitale naturale”. La ong Re:common (Biodiversity offsetting. Licenza di distruggere) ha documentato vari casi di multinazionali che riescono a mettere a valore estese aree in “paesi in via di sviluppo” attraverso la stima del valore monetario della loro biodiversità, così da poter “compensare” lo sfruttamento minerario e agricolo di altri territori. Una nuova forma di colonialismo del carbonio. Scendere con il ragionamento sul terreno economico-monetario significa consegnare la natura alla logica del mercato; offrire argomentazioni falsi all’idea che “pagando si può”. La valutazione monetaria (valorizzazione) non è uno strumento neutro, porta a conseguenze pratiche e ha implicazioni etiche.

Insomma l’Economia della biodiversità di Partha Sarathi  Dasguptan prospetta un’uscita solo a metà dal mercato dove, comunque, le comunità locali, da una parte, e gli stati, dall’altra, dovrebbero giocare un grande rinnovato ruolo. Le “communidades” dovrebbero riuscire a gestire direttamente gli ecosistemi locali geograficamente definiti attraverso meccanismi virtuosi di cooperazione e autogoverno. I secondi, i governi, dovrebbero mettere in campo sistemi di tracciabilità delle catene di approvvigionamento, promuovere tecnologie basate sulla natura, imporre tasse e sovvenzioni, divieti e regolazioni, sistemi trasparenti di compensazione… tali da cambiare i modelli di produzione e di consumo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di «Lasciare in pace la natura in modo che sia in grado di prosperare».

https://comune-info.net/lasciate-in-pace-la-natura/

venerdì 29 gennaio 2021

La distruzione di biodiversità della Terra - Robert J. Burrowes

Nell’agosto 2010, il segretario generale della Convenzione ONU sulla Diversità Biologica, Ahmed Djoghlaf, ammoniva che «Stiamo perdendo biodiversità a un tasso senza precedenti», stiamo cioè andando verso la distruzione di biodiversità della Terra.

Secondo il Programma Ambientale ONU ‘la Terra è nel bel mezzo di un’estinzione massiccia di esseri viventi’ con gli scienziati che stimano che ‘ogni 24 ore si estinguano 150-200 specie di piante, insetti, uccelli e mammiferi’ il che è quasi 1.000 volte il tasso ‘naturale’ o ‘di fondo’. Inoltre è maggiore di qualunque fenomeno del genere subìto al mondo dalla sparizione dei dinosauri quasi 650.000 secoli fa’. (Si veda ‘Protect nature for world economic security, warns UN biodiversity chief’).

Due mesi dopo, al decimo incontro della Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità Biologica tenutasi dal 18 al 29 ottobre 2010 a Nagoya, Prefettura di Aichi in Giappone, fu adottato un Piano Strategico per la Biodiversità riveduto e aggiornato, ivi compresi gli Obiettivi Aichi per la Biodiversità pr il periodo 2011-2020. (Si veda ‘Strategic Plan for Biodiversity 2011-2020, including Aichi Biodiversity Targets’).

I 20 Obiettivi Aichi per la Biodiversità si possono leggere sul sito web della Convenzione. Erano ambiziosi ma rappresentavano una valutazione realistica di quel che bisognava conseguire entro il 2020 se i governi nazionali dovevano arrivare all’obiettivo a più lungo termine di ‘Vivere in Armonia con la Natura’ entro il 2050, che comportava una significativa deviazione dal “solito andazzo” in una vasta gamma di attività umane’. (Si veda ‘Global Biodiversity Outlook 5’).

Com’è dunque andata nei dieci anni scorsi?

Nel 2015, gli illustri conservazionisti professor Gerardo Ceballos, Anne H. Ehrlich e professor Paul R. Ehrlich pubblicarno il loro libro intitolato The Annihilation of Nature: Human Extinction of Birds and Mammals [L’annientamento della natura: estinzione di uccelli e mammiferi ad opera umana] che racconta la storia della ‘aggressione massiccia e incalzante dell’umanità a tutti gli esseri viventi su questo pianeta’, che sta producendo quella che è ora la sesta grande estinzione di massa della Terra: ‘un tempo buio per gli uccelli e i mammiferi del nostro pianeta’.

Facendo rilevare che le radici di questa distruzione ‘sprofondano lontano nel tempo’ con la caccia e altre attività umane responsabili di spingere all’estinzione intere popolazioni di animali ancora ben prima della rivoluzione agricola (iniziata circa 100 secoli fa), essi osservano che l’attuale attacco collettivo ad animali, piante e microbi ha raggiunto un livello così orrendo che ‘qualunque nostro eventuale allarme sarebbe troppo inconsistente rispetto alla tragedia che si sta consumando’. Ma mentre la decimazione della vita ora in corso è causata dall’Homo sapiens, le sue conseguenze avranno un impatto anche sull’umanità stessa perché le forme di vita in annientamento fanno ‘parte operativa dei sistemi di sostegno biologico da cui dipende la civiltà’.

Pur con le impressionanti statistiche che registrano la sconfitta della vita sulla Terra e la minaccia fondamentale costituita da questa crisi d’estinzione, Cebellos e gli Ehrlich sono ben consci che il pubblico e i politici in generale non stiano reagendo emotivamente a questa crisi come a quelle ‘ben note con l’impoverimento della natura’. Ma sperano che ci si possa riferire al destino dell’ultimo macaco di Spix, un maschio che ha cercato invano una compagna fino a scomparire dalla savana del nord-est brasiliano nel 2000.

E sapevate che addirittura l’iconico leone africano può dover affrontare l’estinzione nell’ambiente selvatico? Nel 2015, come risultato di decenni di caccia, malattie e perdita di habitat, nelle vaste savane d’Africa restavano solo 23.000 leoni: neppure il 10% di quelli che vi si aggiravano nel 1950. E oggi ce ne sono meno ancora.

Ma a parte le estinzioni di specie, la Terra continua a subire ‘un immenso episodio di declino ed estirpazione di popolazioni [animali], che avranno conseguenze negative a cascata sul funzionamento degli e dei servizi vitali al sostentamento della civiltà’. In un rapporto del 2017 il prof. Ceballos e coautori descrivono ciò che chiamano ‘un “annientamento biologico” per evidenziare l’attuale dimensione della sesta grande estinzione di massa in corso sulla Terra’. Per di più, estinzioni locali di popolazioni ‘sono più frequenti per vari ordini di grandezza che quelle di specie, ma ne sono comunque un preludio, sicché la sesta estinzione di massa ha proceduto oltre quel che i più presumono’. (Si veda ‘Biological annihilation via the ongoing sixth mass extinction signaled by vertebrate population losses and declines’).

Aldilà di tutto questo molte specie aggiuntive sono ormai intrappolate in una spirale di reazioni che affretterà inevitabilmente anche la loro estinzione per come agiscono le ‘co-estinzioni’, ‘le estinzioni localizzate’ e le ‘cascate (a domino) di estinzioni‘ una volta innescate e come già peraltro accaduto in quasi tutti i contesti ecosistemici. (Si veda la serie in finora 6 puntate ‘Our Vanishing World’.

Avete visto uno stormo d’uccelli di qualunque dimensione recentemente? Una farfalla?

Che cosa provoca la sesta estinzione di massa?

L’homo sapiens. E il suo attrezzo chiave è sempre la distruzione degli habitat, sia in terra che nell’oceano. Ovviamente, hanno un enorme impatto comportamenti umani particolari. Combattere guerre (o anche solo sprecare risorse per fabbricare armi e altre infrastrutture militari) ne è uno (particolarmente data la guerra perpetua in cui sono impegnati gli USA per assicurarsi risorse e mercati), un altro è la distruzione del clima e attuare il 5G un altro ancora. Ma ci sono molti altri comportamenti umani anch’essi distruttivi.

Consideriamo le foreste. Sol l’anno scorso, 6,5 milioni di ettari di foresta vergine sono stati tagliati o bruciati via per scopi come lo sgombero di terre per stabilirvi allevamenti bovini cosicché molti possano mangiare economici hamburger, attività minerarie (di cui molte illegali) per una varietà di minerali (come oro, argento, rame, coltan, cassiterite e diamanti) e sfruttamento del legname, [perlopiù] trucioli cosicché si possa comprare a basso prezzo carta (anche igienica). Si veda ‘Our Vanishing World: Rainforests’.

Un risultato di tale distruzione è che 40.000 specie d’alberi tropicali sono ora minacciate d’estinzione. Inoltre, la distruzione foresta pluviale è anche causa primaria di specie a livello globale dato il numero di specie che vivono in tale habitat. Si veda ‘Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services’.

Un altro esito è che ‘la preziosa Amazzonia sta pencolando sull’orlo della distruzione funzionale e con essa noi stessi’. Si veda ‘Amazon Tipping Point: Last Chance for Action’.

E a proposito di un altro importante habitat in via di distruzione, consideriamo gli oceani del vasto mondo. Riassumendo, gli oceani stanno riscaldandosi, acidificandosi e deossigenandpsi; contaminandosi con radiazioni nucleari, con petrolio estratto dai fondali e di perdite e sversamenti e con le perforazioni per il gas naturale; e intanto danneggiati dalle attività minerarie a gran profondità, inquinati da scarti chimici industriali e agricoli e danneggiati in una miriade di modi; e intanto soggetti a un rapinoso eccesso di pesca.

In breve: gli oceani sono sotto assedio su un’ampia serie di fronti e stanno realmente ‘morendo’. Si veda il compendio esauriente in 18 punti in ‘Our Vanishing World: Oceans’.

Volendo, si può leggere anche una serie di tali compendi sul destino degli uccelli e degli insetti in rispettiv. ‘Our Vanishing World: Birds’ e ‘Our Vanishing World: Insects’.

Qual è lo stato della partita a inizio 2021?

In un rapporto pubblicato dalla Piattaforma Scientifica-e-d’Indirizzo su Biodiversità e Servizi Eco-sistemici (IPBES) nel maggio 2020, gli autori rilevano che ‘la Natura sta declinando a livello globale a ritmi senza precedenti nella storia umana – e il tasso di estinzioni di specie sta accelerando, con gravi impatti ormai probabili sulle genti del mondo’. Con un totale stimato di 8 milioni di specie animali e vegetali sulla Terra (di cui 5,5 milioni di specie di insetti), un tasso quotidiano stimato d’estinzione, in accelerazione, combinato con un cronico declino della salute degli ecosistemi – conclude il rapporto – ben 1 milione di specie sono minacciate d’estinzione. Si veda ‘Nature’s Dangerous Decline “Unprecedented”; Species Extinction Rates “Accelerating”’ e ‘A million threatened species? Thirteen questions and answers’.

E l’ultima edizione della pubblicazione ammiraglia della Convenzione sulla Diversità Biologica ‘Global Biodiversity Outlook 5’, uscita il 18 agosto 2020, riferisce che ‘L’umanità è a un crocevia in quanto all’eredità che lascia alle future generazioni. La biodiversità sta declinando a un tasso senza precedenti, e le pressioni che l’inducono stanno intensificandosi. Nessuno fra gli Obiettivi di Aichi sulla Biodiversità sarà raggiunto appieno’. Un garbato understatement, questo.

Nel loro commento del novembre 2020 a questa situazione problematica, gli studiosi Ruchi Shroff e Carla Ramos Cortés fanno notare che ‘Nonostante diffuse appelli internazionali per contenere la sesta estinzione di massa, nel secondo decennio consecutivo non è stato raggiunto nessuno degli Obiettivi di Aichi della Convenzione sulla Biodiversità. In qualche caso la perdita di biodiversità è stata peggiorata dall’inerzia nel contenimento dell’uso di pesticidi, combustibili fossili e plastica, e dell’inquinamento’. Si veda ‘The Biodiversity Paradigm: Building Resilience for Human and Environmental Health’.

Ma la distruzione è ben peggiore di quanto ciò lasci intendere. Perché, come già osservato sopra, la distruzione in corso di foreste pluviali e oceani, per non parlare di altri habitat – dalle zone umide ai deserti, l’annientamento della vita sulla Terra continua ad accelerare senza indicazioni di rallentamento di sorta di tale distruzione. Perciò la distruzione della biodiversità resta uno dei quattro percorsi primari verso l’estinzione umana (insieme alla guerra nucleare, all’attuazione del 5G e alla catastrofe climatica).

È troppo tardi per far qualcosa?

Può darsi. Come già detto: Poiché molte specie sono ormai intrappolate in un circolo di retroazioni che affretterà inevitabilmente la loro estinzione a causa del modo in cui funzionano ‘co-estinzioni’, ‘estinzioni localizzate’ e ‘cascate a catena di estinzioni’, sono ormai inevitabili molte ulteriori estinzioni.

Possiamo tuttavia intraprendere azioni per salvare individui e specie non ancora intrappolati in un circuito di retroazioni e che potrebbero quindi essere ancora salvati. Ma se si aspetta che governi o grosse aziende agiscano responsabilmente, si aspetta invano, come dimostrato dagli ultimi vent’anni.

Si hanno dunque alcune potenti opzioni da considerare. La prima e più importante è considerare i modi per poter ridurre il proprio consumo. L’ambiente planetario viene distrutto in modo tale che i governi e le grosse aziende coinvolti possano rispondere alla richiesta dei consumatori. Tutto, dalla spesa militare e la guerra all’estrazione e combustione dei combustibili fossili, è fondamentalmente trainato da ciò che si compra. E ogni singolo articolo che si compri ha un impatto ambientale negativo; senza eccezioni.

Se si riduce il proprio consumo e si aumenta la propria autosufficienza, si riduce l’onere imposto all’ambiente naturale dall’estrazione, trasporto, fabbricazione e distribuzione delle risorse, causa della distruzione degli habitat e dell’annientamento della biodiversità.

Un’opzione da considerare è ‘The Flame Tree Project to Save Life on Earth’ che delinea una serie progressive di passi per ridurre il consumo e aumentare l’autosufficienza.

Se si vuole capire meglio perché tanti esseri umani siano drogati da un consumo illimitato, si veda ‘Love Denied: The Psychology of Materialism, Violence and War’. C’è maggior dettaglio sulle o origini di questo comportamento in ‘Why Violence?’ e ‘Fearless Psychology and Fearful Psychology: Principles and Practice’.

Se propendete a partecipare a una campagna per difendere la biodiversità in un contest o un altro, che sia per por fine alla guerra, fermare la catastrofe climatica, interrompere l’installazione del 5G o farla finita con il traffico di animali selvatici, per esempio, considerate di farlo strategicamente. Si veda ‘Nonviolent Campaign Strategy’. E potreste anche prendere in considerazione la firma di un solenne impegno online sulla base di ‘The People’s Charter to Create a Nonviolent World’.

O, se quelle opzioni vi sembrano troppo complicate, considerate di impegnarvi ne: L’impegno per la Terra

Per amore della Terra e di tutte le sue creature … da questo giorno in poi m’impegno a:

  1. Ascoltare profondamente i bambini. Vedi “Nisteling: The Art of Deep Listening“.
  2. Non viaggiare in aereo;
  3. Non viaggiare in macchina;
  4. Non mangiare carne e pesce [e derivati di origine animale, ndr];
  5. Mangiare solo cibo biologico / biodinamico;
  6. Ridurre al minimo la quantità di acqua dolce che utilizzo, anche riducendo al minimo la mia proprietà e l’utilizzo di dispositivi elettronici;
  7. Non possedere né utilizzare un telefono cellulare;
  8. Non comprare legname della foresta pluviale;
  9. Non comprare né usare plastica monouso, come borse, bottiglie, contenitori, bicchieri e cannucce;
  10. Non usare banche, fondi pensione o compagnie di assicurazioni che forniscano servizi a società che investano in combustibili fossili, energia nucleare e/o armi;
  11. Non accettare impieghi da o investire in organizzazioni che supportino o partecipino allo sfruttamento di altri esseri umani o traggano profitto dall’uccisione e / o dalla distruzione della biosfera;
  12. Non ricevere notizie dai media aziendali (giornali tradizionali, televisione, radio, Google, Facebook, Twitter…);
  13. Fare lo sforzo di apprendere un’abilità, come il giardinaggio o il cucito, che mi renda più autosufficiente;
  14. Incoraggiare gentilmente la mia famiglia e i miei amici a considerare di firmare questo impegno.

Conclusione

Una specie – Homo sapiens – sta annientando la vita sulla Terra, spingendo almeno 200 specie all’estinzione ogni giorno. Nel tempo che vi ci è voluto per leggere quest’articolo, un’altra specie di vita sulla Terra è finita nel registro dei fossili.

Questo annientamento di vita è indotto dal nostro sovraconsumo. Il Mahatma Gandhi, con indosso già il suo indumento auto-filato, faceva notare oltre 100 anni fa: «La Terra provvede abbastanza per i bisogni ma non per l’avidità di ognuno».

Ovviamente, al mondo molti non sono responsabili di sovraconsumo. Campano ai margini della vita, con giusto quanto basta per mangiare, altro che prosperare. E questo riflette le inequità insite in un sistema economico globale che privilegia il profitto per i pochi, anziché le risorse per vivere per tutti. Allora ciò vuol dire che l’onere per ridurre i consumi deve ricadere su chi nelle società industrializzate beneficia della maldistribuzione delle risorse planetarie.

Ralph Waldo Emerson una volta predisse che «La fine della razza umana sarà che finirà per morire di civiltà». Se dobbiamo dimostrare che aveva torto, non ci resta molto tempo.

Questo perché Homo Sapiens è una parte del tessuto della vita. E noi lo stiamo scelleratamente distruggendo quel tessuto.

da qui