giovedì 28 agosto 2025
sabato 20 agosto 2022
Felice giorno dell’infanzia in Argentina, ma per chi? - Maria Teresa Messidoro
In Argentina, da quasi dieci anni, nella
terza domenica del mese di agosto, si celebra il Dia de la infancia (il giorno dell’infanzia);
quest’anno sarà dunque il 21 agosto.
Per molte famiglie, questa ricorrenza
sarà soltanto una occasione in più per acquisti e consumi, come ci sta
abituando un sistema mondiale che trasforma ogni momento in merce.
Così non la pensa il Movimiento de Mujeres Indígenas por el Buen Vivir, che
ha appena emesso un comunicato molto duro, in cui prima di tutto si chiede
l’abolizione definitiva dell’aberrante pratica del chineo e la fine della sofferenze subite
dall’infanzia nei territori abitati dalle popolazioni indigene, sofferenze
dovute alla fame imperante, alla militarizzazione del territorio, alla violenza
istituzionale, alla criminalizzazione dei parti in casa, alla proibizione delle
medicine tradizionali e al vuoto del sistema di salute occidentale.
Nel documento si afferma che “non è denutrizione,
è No nutrizione, mancanza di acqua potabile, genocidio silenzioso, spogliazione
del territorio e impoverimento sistemico” (1).
Ma cos’è il chineo?
Viena definito così quel “costume
culturale” secondo il quale alcuni uomini bianchi si ritrovano e decidono di
sequestrare una bambina o una adolescente indigena, portarla in montagna,
violentarla ripetutamente in gruppo e poi lasciarla, viva o morta. Si chiama
chinear perché le bambine indigene hanno gli occhi molto simili a quelli della
popolazione cinese. Se la famiglia, o la comunità della vittima, decide di
denunciare quanto successo, non ottiene nessuna condanna perché gli stessi
giudici considerano l’accaduto una pratica appunto “culturale”.
Ma il chineo, che spesso
sfocia in un delitto, dovrebbe essere considerata secondo il Codice Penale
argentino, come gesto di violazione e stupro, accompagnato a volte da un
assassinio. Inoltre, le comunità indigene coinvolte denunciano anche che negli
ospedali viene quasi sempre negata una diagnosi che referti la violazione;
quando sarebbe necessario, non si procede alla somministrazione di un
anticoncezionale di emergenza, né si prescrivono esami per evitare eventuali
trasmissione di malattie sessuali.
A febbraio di quest’anno, una bambina di
appena 12 anni è stata assassinata. Si chiamava Pamela Flores, e non potrà più
dare vita ai suoi sogni (2).
Nel caso di Pamela, c’è un detenuto di
17 anni, che si è dichiarato colpevole, senza però voler descrivere esattamente
cosa è successo. Probabilmente i responsabili sarebbero 4 uomini.
I familiari di Pamela chiedono soltanto
giustizia: così come per il caso dell’agosto dello scorso anno, quando un’altra
bambina wichi è morta dopo una gravidanza a rischio, probabilmente risultato di
un atto di chineo.
E come la chiedono i famigliari di
Florencia Torres, di 14 anni, ammazzata 21 giorni dopo Pamela, esattamente 48
ore prima della giornata della donna (3).
Durante una sua visita in maggio a
Salta, per l’organizzazione del terzo Parlamento Plurinacional de Mujeres
y Diversidades Indígenas por el Buen Vivir, l’attivista Moira Millán aveva
dichiarato “Il chineo è una violazione delle bambine indigene, che nasce con
l’arrivo degli spagnoli e perdura ancora oggi. I violatori di ieri godevano
dell’impunità, come la godono i violatori di oggi. Scelgono le bambine che
vivono il momento della pubertà, per loro questi corpicini saranno un trofeo.
Camminando in questi territori, parlando con molte bambine, molte di loro mi
hanno raccontato che quando giunge la prima mestruazione piangono perché sanno
di poter essere la prossima vittima. Per questo, spesso abbandonano anche la
scuola rinunciando ai propri diritti. Fortunatamente, in questo mio viaggio, ho
incontrato donne coraggiose, che non scelgono il silenzio, ma continuano a
lottare e lo faranno fino a quando questo crimine non cesserà di esistere” (4)
Nel contesto della campagna #AboliciónDelChineoYa,
rilanciata il giugno scorso (5),, il
Movimiento de Mujeres Indigenas sottolinea che con l’abolizione del chineo si
vuole aprire una strada per ampliare i diritti delle donne e diversità indigene
e portare alla necessaria trasformazione della società nel suo complesso.,
recuperando l’armonia ed il rispetto delle 40 popolazioni indigene presenti sul
territorio argentino. Denuncia inoltre che fino ad oggi lo Stato Argentino non
ha nemmeno preso in considerazione le due richieste di impegnarsi in una
abolizione immediata del chineo, presentate dallo stesso Movimiento de Mujeres.
Per domenica 21 agosto è prevista una
azione plurinazionale che attraversi tutti i social con gli hashtags:
AbolicionDelChineoYa #DíaDeLasInfanciasNadaQueFestejar
Las Vidas indígenas también
importan.#AbolicionDelChineoYa
Chi vuole, può aderire qui https://cutt.ly/3XfJaZ0
La foto di copertina dell’articolo è
tratta da https://www.resumenlatinoamericano.org/2022/05/24/pueblos-originarios-en-la-tercera-jornada-del-parlamento-de-mujeres-y-diversidades-indigenas-se-abordo-el-lacerante-tema-del-chineo/
1.
https://www.resumenlatinoamericano.org/2022/01/24/pueblos-originarios-salir-a-chinear-la-costumbre-cultural-de-violar-en-grupo-la-historia-de-pamela-una-nena-wichi-de-12-anos/
4.
https://latinta.com.ar/2022/05/tercer-parlamento-plurinacional/
martedì 15 settembre 2020
Salviamo le bambine - Carol Pires
Un giorno del 2015 Rosana ha portato sua figlia di dieci anni all’ospedale, in Paraguay. La bambina vomitava e aveva dolori allo stomaco. Non era la prima volta che la faceva visitare. Diversi medici le avevano prescritto dei farmaci contro i vermi. Uno le aveva diagnosticato un tumore. Ma la bambina, in realtà, era al quinto mese di gravidanza. Il patrigno la violentava all’insaputa della madre. La bambina, chiamata dai giornali Mainumby, non ha potuto abortire.
Il Paraguay, uno dei paesi con il più alto tasso di gravidanze infantili,
consente di abortire solo quando c’è un rischio di morte per la madre, ma anche
in questi casi le autorizzazioni sono poche. Secondo Amnesty international, 634
paraguaiane tra i dieci e i quattordici anni hanno avuto un figlio nel 2016.
Poco dopo aver compiuto 11 anni, Mainumby ha partorito una bambina. I gruppi
contro l’aborto che avevano organizzato una campagna per impedirle di
interrompere la gravidanza sono comparsi per l’ultima volta quando la neonata
ha compiuto un anno. Oggi Mainumby ha 16 anni e la figlia 5. Secondo Rosana,
Mainumby soffre di dolori cronici al bacino e all’addome perché la gravidanza
ha sottratto calcio al suo corpo in via di sviluppo.
Ebbene sì, il Brasile non è l’unico paese a permettere pratiche barbare
come obbligare bambine a dare alla luce altri bambini senza avere le condizioni
fisiche, psicologiche e finanziarie per essere madri. Il caso recente della
bambina di dieci anni chiamata assassina da un gruppo di fanatici davanti
all’ospedale di Recife, dove è stata sottoposta all’interruzione di una
gravidanza frutto delle violenze sessuali da parte di uno zio, è una triste
realtà. L’America Latina è l’unica regione al mondo dove il tasso di gravidanze
tra le minori di 15 anni sta aumentando, sostiene l’organizzazione Niñas, no
madres (bambine non madri). Non a caso, qui abbiamo alcune delle leggi più
restrittive contro l’aborto, trattato come un problema morale e religioso e non
come una questione di salute pubblica. Per questo si moltiplicano casi che
fanno orrore.
Violenze e minacce
In Ecuador, la dodicenne Norma è stata stuprata dal padre e costretta a portare
avanti la gravidanza nonostante un tentativo di suicidio. Durante il parto,
mentre opponeva resistenza, il medico le ha detto: “Se hai aperto le gambe
prima, perché non puoi farlo ora?”. In Nicaragua Lucia è stata messa incinta
dal pastore della chiesa che frequentava. Il fatto è diventato di pubblico
dominio, ma l’uomo non è stato arrestato. Susana ha cominciato a essere
molestata dal nonno a sei anni, è rimasta incinta a 13 e ancora oggi deve
scappare dal suo aggressore. In Brasile ogni giorno sei bambine tra i dieci e i
quattordici anni interrompono legalmente una gravidanza frutto di violenza. Di
solito i responsabili sono familiari, vicini o conoscenti. Alle violenze
seguono le minacce. Quando restano incinte, le bambine sono colpevolizzate e
non hanno nessun sostegno. Le statistiche mostrano che molte abbandonano gli
studi, hanno meno possibilità di trovare un buon lavoro e convivono con le
conseguenze fisiche e psicologiche degli abusi. I loro figli hanno ancora meno
probabilità di uscire dalla povertà.
Per combattere questi crimini serve un cambiamento culturale. Bambine e
adolescenti devono essere spinte a denunciare gli abusi il prima possibile. Per
questo, devono essere educate da subito. La giornalista Helen Beltrame-Linné
racconta che in Svezia i bambini imparano presto ad allungare un braccio con la
mano aperta e a dire: “Stopp, min kropp” (Stop, il mio corpo). La frase dà il
nome a un manuale che insegna come parlare con i bambini dei limiti sul loro
corpo. Sensibilizzati su cosa devono dire se si sentono disturbati o
minacciati, imparano a capire quando un approccio è inopportuno e a segnalarlo.
Il manuale dice, per esempio, che non dobbiamo forzare i nostri figli a
baciare, abbracciare e a sedere in braccio ad altre persone.
In Brasile, dove si registrano ogni anno 26mila parti di madri in età
compresa tra i dieci e i quattordici anni, l’educazione sessuale e i diritti
riproduttivi devono essere discussi pubblicamente. Uno dei punti più bassi
della politica brasiliana è stato toccato durante la campagna elettorale del
2010, quando Dilma Rousseff e José Serra, entrambi provenienti dalla sinistra,
si sono dichiarati contro l’aborto per non perdere l’appoggio dei conservatori.
Da allora, la situazione è precipitata. Alle ultime elezioni, una campagna
diffamatoria associava Fernando Haddad, candidato di sinistra, all’incesto e
alla pedofilia.
Se la parte più moderata della società non supererà la paura di parlare di
diritti riproduttivi ed educazione sessuale – che, a differenza di quanto
afferma il presidente brasiliano, non vuol dire insegnare il sesso ai bambini –
consegneremo il dibattito agli estremisti. Se la questione non sarà messa sul
tavolo, scene come quelle all’ospedale di Recife saranno solo una premessa dei
futuri scontri elettorali.
(Traduzione di Alberto Riva)
Questo articolo è uscito sul numero 1374 di Internazionale.