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giovedì 20 novembre 2025

Elogio del tempo lungo, ovvero la lezione dello sport - Patrizio Pacifico

 

Viviamo in un’epoca che ha smarrito la lentezza. Una società che misura tutto in secondi, che pretende risultati prima ancora di iniziare, che confonde la velocità con la competenza e l’urgenza con il valore. Un’epoca in cui ogni gesto deve produrre un ritorno immediato, un effetto visibile, una gratificazione istantanea. Anche lo sport, che per secoli è stato scuola di tempo, di limite e di pazienza, ne è stato travolto. Lo sport del sacrificio – quello che non promette successo ma forma caratteri – è diventato un linguaggio minoritario, quasi incomprensibile. Eppure, mai come oggi ne avremmo bisogno. Ci sono sport che non illudono, che non fanno sconti. Il canottaggio, il pugilato, il ciclismo, la pallanuoto. Sport dove la vittoria è un evento raro, e la sconfitta una compagna quotidiana. Sport che non si praticano per apparire, ma per imparare a resistere. Dove la gloria dura un istante e la fatica occupa tutto il resto. Lì, tra il silenzio dell’acqua, il rumore di un sacco, il respiro che brucia in una salita, sopravvive un’idea antica: che il valore non stia nel traguardo, ma nel percorso. Che la conquista non sia il premio, ma la possibilità stessa di tentare. Che la dignità non nasca dal talento, ma dal lavoro.

Viviamo in un tempo che teme la fatica come se fosse un errore di progettazione. Il corpo deve essere efficiente, mai stanco. La mente produttiva, mai annoiata. L’attesa è uno scandalo, la costanza una virtù inutile. Ma lo sport, quello vero, si fonda proprio su ciò che la nostra epoca rifiuta: la ripetizione, la disciplina, la lentezza, la noia, la sconfitta. È un paradosso: nella società dell’accelerazione, lo sport è rimasto l’unico luogo dove il tempo torna umano. Dove il progresso si misura in giorni, mesi, anni. Dove ogni gesto è un tentativo di domare il proprio limite, non di eliminarlo. Non è colpa dei giovani se faticano a comprendere questo linguaggio. Li abbiamo educati all’istantaneità, alla logica del risultato, all’idea che ogni desiderio debba avere una soddisfazione immediata. Ma lo sport di sacrificio non si presta a questo schema. È una grammatica dura, fatta di verbi lenti: attendere, ripetere, sopportare, migliorare. È la pedagogia del tempo lungo. E come ogni pedagogia, chiede fiducia. Fiducia nel processo, nel corpo, nel domani. In un mondo che non crede più nel domani, lo sport rimane uno degli ultimi atti di fede laica. Il canottiere che rema nel buio, il ciclista che sale da solo, il pugile che si allena in silenzio, il pallanuotista che ripete lo stesso gesto mille volte: tutti compiono lo stesso rito. Non cercano la vittoria, ma la misura. Cercano il punto esatto in cui la volontà incontra il limite. È lì, in quell’incontro, che nasce l’etica dello sport. Non l’eroismo del vincitore, ma la dignità di chi insiste. Non la retorica del sacrificio, ma la consapevolezza che nulla di vero si costruisce senza sforzo. La fatica non è punizione: è il linguaggio con cui il corpo insegna alla mente la misura delle cose.

Il successo, nel mondo contemporaneo, è spettacolo; la perseveranza, invece, è silenzio. Eppure è nel silenzio che si forma la coscienza. Lo sport non è solo competizione, ma educazione. Non all’obbedienza, ma al rigore. Non alla violenza, ma alla responsabilità. È l’unico spazio in cui il corpo torna ad avere un valore politico, perché insegna la conseguenza. Ogni errore ha un peso, ogni progresso ha un costo, ogni scelta comporta una rinuncia. È una scuola di realtà in un mondo che vive di apparenze.

Il sacrificio sportivo, oggi, è una forma di resistenza. Non è nostalgia, è ribellione. È l’atto di chi decide di dedicare tempo a qualcosa che non produce profitto, visibilità o consenso. È una dichiarazione contro la cultura del risultato, contro l’idea che solo ciò che serve valga. È la difesa di un modo di esistere che non si misura in performance, ma in profondità. Lo sport di fatica è politico proprio perché non ha scorciatoie. È un’educazione alla complessità, un addestramento alla libertà. Perché solo chi ha conosciuto la disciplina può comprendere il senso della libertà.

Ogni atleta lo sa: l’avversario non è un nemico, ma una condizione. Senza avversario, non esiste crescita. Senza fatica, non esiste misura. Lo sport insegna a convivere con il limite, non a cancellarlo. E in questo è più democratico di qualsiasi ideologia: perché restituisce a ciascuno la stessa regola, lo stesso campo, la stessa possibilità di sbagliare. Lì, nell’equilibrio tra forza e fragilità, si costruisce l’etica del corpo e quella della cittadinanza. Chi impara a perdere impara anche a comprendere. Chi impara a sopportare impara anche a rispettare. Chi accetta il tempo lungo dello sport accetta la lentezza della democrazia. Forse è proprio questo che rende lo sport di sacrificio tanto distante dal nostro presente: è un esercizio di attesa. E l’attesa, oggi, è rivoluzionaria. Viviamo nell’immediatezza del gesto, dell’opinione, dell’emozione. Ma senza lentezza non esiste profondità. Senza fatica non esiste libertà. Senza tempo non esiste senso.

Non basta correre. Bisogna sapere dove si va. Non basta vincere. Bisogna capire cosa si è vinto. Non basta allenarsi. Bisogna imparare a resistere. Lo sport non è la negazione della fatica: è la sua educazione. La vittoria non è il traguardo: è la conseguenza. Il sacrificio non è il prezzo: è il significato. E forse, in un mondo che ha smarrito il tempo, l’unica vera rivoluzione è imparare di nuovo ad aspettare.

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giovedì 16 dicembre 2021

L’illanguidimento, il tempo e le Cose Che Contano - Annamaria Testa

 

Piove. Fra freddo. Anche oggi il cielo ha l’inconfondibile sfumatura biancoverdastra di una mozzarella andata a male. A metà pomeriggio, cioè praticamente subito, sarà buio. E l’unica cosa che vorrei davvero fare adesso è infilarmi sotto un piumone con una scorta di libri gialli. E riemergere solo dopo aver sciolto ogni enigma e scovato tutti gli assassini. 
Chissà, magari dopo Pasqua. O almeno dopodomani.
Intanto cincischio sul computer. E, cincischiando, mi imbatto nell’illanguidimento e nei suoi correlati. Compreso un video piuttosto pregevole.

L’EMOZIONE DOMINANTE. L’illanguidimento (languishing) è l’emozione dominante del 2021, 
scrive lo psicologo Adam Grant sul New York Times il 19 aprile di quest’anno. Cita gli amici che lamentano di avere difficoltà a concentrarsi, i colleghi che non riescono a entusiasmarsi nemmeno di fronte alle prospettive aperte dal vaccino. E il familiare che tira tardi la notte riguardando per l’ennesima volta un film che conosce a memoria.

Nel suo articolo, Grant sottolinea che non è questione di esaurimento (burnout), perché le persone hanno ancora energie. E non è depressione, perché non si sentono disperate. Insomma, non si tratta di un vero disagio psichico ma, piuttosto, di un – assai diffuso – senso di stagnazione e di fatica.
È, ne più né meno, assenza di benessere: come guardare la propria vita attraverso un parabrezza appannato. Una condizione che rimanda a quel grande piano indistinto che si colloca giusto a metà tra le vette dell’entusiasmo e della focalizzazione e le voragini del malessere. 

CONTRASTARE L’ILLANGUIDIMENTO. Grant dà due suggerimenti per contrastare l’illanguidimento. Il primo riguarda il provare a immergersi nel flusso (flow), cioè in quella speciale condizione di attenzione totale e concentrata che è stata teorizzata da Mihaly Csikszentmihalyi, e che è tipica del lavoro creativo. In sostanza, chi si immerge in un’attività che sa fare bene, e specie in un’attività creativa, può, in certi casi, lasciarsene trasportare, fino a dimenticarsi completamente di se stesso.
È una sensazione non frequentissima, ma entusiasmante.

Il secondo suggerimento riguarda lo scegliere, per potersi concentrare e abbandonare al flow, attività sfidanti ma non impossibili. Quindi: né noiose perché troppo facili, né frustranti perché troppo impegnative. 
Nei mesi seguenti l’articolo viene 
ampiamente ripreso e citato, anche qui in Italia. Ma, forse, i benintenzionati suggerimenti di Grant non bastano a contrastare la pervasività del languore.

LA COSA PIÙ CORAGGIOSA. Il New York Times torna sul tema a ottobre, con un video che esordisce ricordando la rinuncia della ginnasta Simone Biles a competere durante le Olimpiadi. E che subito dopo mette in discussione l’assunto “chi vince non molla e chi molla non vince”, assai radicato in un paese che, come gli Stati Uniti, massimamente valorizza la perseveranza. Il mettercela tutta. E che a lungo ha promosso l’imperativo di essere “vincenti” a ogni costo, stigmatizzando qualsiasi propensione a rinunciare.

Qualche volta, invece, la cosa più coraggiosa che si può fare è esattamente questa: smettere, mollare. E, soprattutto, smettere con le cose che in teoria bisognerebbe amare, ma che (ormai, segretamente) ci risultano insopportabili. 

EQUILIBRI MIGLIORI. È la Great Resignation: quella che negli Stati Uniti sta coinvolgendo lavori e matrimoni, social media e abitazioni urbane. Le persone, semplicemente, ripensano alle proprie carriere, alle proprie condizioni di lavoro, alla propria situazione affettiva, agli obiettivi a lungo termine. E tirano i remi in barca, con l’intenzione di andare alla ricerca di equilibri diversi e migliori. 

Il video del New York Times merita di essere visto per le immagini, per la grafica e il montaggio eccellenti, per la pregevole sintesi. E anche perché suggerisce che il fenomeno della Great Resignation nasca dal superamento collettivo e (complice la pandemia) piuttosto improvviso, di due bias. Cioè di due fallacie cognitive, che di norma disorientano le nostre decisioni in modo assai insidioso. 

COSTI CHE NON SI RECUPERANO. Il primo è il bias dei costi irrecuperabili (sunk cost bias): l’idea che, siccome si è già sostenuto un costo (non necessariamente un costo in danaro, ma anche in tempo, in attenzione, in emozioni) per ottenere qualcosa, quel qualcosa vada preservato anche se non va più bene, o se non è più soddisfacente, proprio perché il costo pregresso non può essere recuperato. 

Per esempio: potrei scegliere di andare a vedere uno spettacolo che non mi interessa solo perché ho già pagato il biglietto. Tuttavia, facendo questo, comunque non recupero il costo del biglietto, e in più spreco malamente il mio tempo. Sarebbe invece molto meglio, e più sano, resistere al bias, non rammaricarsi per il biglietto e concedersi il gran sollievo di fare tutt’altro. 

OPPORTUNITÀ A CUI SI RINUNCIA. Il secondo è il bias, simmetrico, del costo opportunità (opportunity cost bias). La scarsa percezione del fatto che qualsiasi scelta attuata (per esempio, andare in ufficio) implica sempre e in ogni caso anche un costo. Il quale corrisponde al valore (o al beneficio) che potrebbe essere conseguito compiendo una scelta alternativa (per esempio, fare una passeggiata). 

Dunque, se scegliere qualcosa coincide sempre col rinunciare a qualcos’altro, abbandonare quel qualcosa può coincidere con il procurarsi qualcos’altro, che potrebbe anche avere un valore maggiore per noi. Specie se consideriamo che anche il nostro tempo è una risorsa scarsa.
Giusto per fare un esempio: l’immagine che segue mostra il numero di settimane di vita media di un essere umano. Non sono poi così tante, no? Ecco perché la variabile-tempo andrebbe considerata attentamente in tutte le scelte che si compiono.

 

L’immagine è tratta dalla piattaforma British Columbia - Yukon

LE COSE CHE CONTANO. In sostanza: il New York Times sostiene (e come dargli torto?) che la scelta di perseverare va compiuta solo nei confronti delle Cose Che Contano Davvero. 
Non dev’essere, cioè, un automatismo dipendente dall’approvazione sociale. O dall’abitudine. O dal timore di affrontare l’incertezza e la dose di rischio che sono fatalmente connesse con il cambiamento.

Intanto, il cielo è diventato grigio topo, e poi grigio piombo, e poi nerofumo. Se i miei umori sono – lievemente – migliorati è solo perché, cincischiando tra schermo e tastiera, ho avuto la ventura di imbattermi in un paio di idee interessanti, che forse sono perfino riuscita a raccontare. 
Amen. 

Ora, forse mi intratterrò per un po’ con l’idea che raccontare possa essere una fra le non molte Cose Che Contano Davvero.  E che, alla faccia dell’illanguidimento, vanno preservate.
O forse andrò a spiaggiarmi su un divano guardando una serie, da adesso e ancora e ancora, fino a domattina. 

https://nuovoeutile.it/lillanguidimento-tempo-cose-che-contano/

sabato 22 maggio 2021

I modi migliori per sprecare il tempo - Arthur C. Brooks

 


Qualche pomeriggio fa, nel tentativo di provare a non lavorare, ho preso in mano Walden ovvero Vita nei boschi di Henry David Thoreau. Si è rivelato una scelta azzeccata, perché Thoreau aveva qualcosa da dire sullo sprecare il tempo. “Il costo di una cosa”, ha scritto in Walden, “è la quantità di quella che io chiamerò vita che, subito o a lungo andare, bisogna dare in cambio per ottenere quella cosa stessa”.

Il senso delle parole di Thoreau non è che dovremmo tutti lavorare senza concederci svaghi: è stato anzi, storicamente, uno dei principali critici di questo tipo di vita. In realtà, sosteneva che sprechiamo troppo del nostro tempo per cose a cui non attribuiamo valore. Senza pensarci, stiamo commettendo un errore cosmico di valutazione tra costi e benefici, se li misuriamo non in base al denaro ma alla cosa più importante: il tempo.

È difficile confutare questo ragionamento. Molti dei passatempi ai quali consacriamo enormi porzioni delle nostre vite ci procurano piacere sul momento, ma generano poi ansia e dispiacere quando riusciamo a staccarcene. In media, nel primo trimestre del 2020, un cittadino statunitense ha trascorso ogni giorno tre ore e 43 minuti a guardare la televisione, secondo l’istituto Nielsen. È un sacco di tempo, ma comunque meno delle tre ore e 46 minuti che le persone passano a fissare i loro smartphone.

Una risorsa preziosa
Non dico che le attività non lavorative siano necessariamente una perdita di tempo. Anzi: ci sono un 
sacco di prove che il tempo passato a sognare a occhi aperti o a goderci attività fuori del lavoro possano portare non solo alla felicità, ma anche a risultati migliori e a una maggiore creatività. La realtà è che il tempo può essere “sprecato” solo in due modi: quando ci si dedica a cose che tolgono spazio ad attività più fruttuose o edificanti, e quando ci si dedica consapevolmente a cose che, a conti fatti, neppure ci piacciono. Queste situazioni possono essere una fonte di ansia e di rimpianto, ma in realtà costituiscono una risorsa preziosa: allenandoci a non sprecare il nostro tempo, ne costituiremo una riserva da usare in modi gioiosi e produttivi.

A tutti capita di sperperare del tempo in cose inutili a danno di altre più preziose, e di prenderci a calci più tardi. Una volta sono rimasto sveglio fino alle tre del mattino a guardare Howard e il destino del mondo – riconosciuto dalla critica come uno dei peggiori film della storia – la notte prima di un importante colloquio di lavoro (ulteriore aggravante, mi ricordo ancora la trama del film).

Ho sprecato quel tempo perché non ho ben calcolato il costo opportunità nel guardare quel film: ovvero non ho soppesato il valore di tutte le altre cose che avrei potuto fare in alternativa (per esempio dormire). Se gli esseri umani fossero delle creature perfettamente razionali, saremmo in grado di calcolare i costi e i benefici di ogni attività abbastanza bene da evitare simili errori, o almeno da non ripeterli più e più volte. Ma la maggior parte delle persone sa per esperienza diretta che le cose non funzionano così. Anche gli esperti sbagliano: in un esperimento che coinvolgeva degli economisti professionisti, quasi l’80 per cento di loro non è riuscito a valutare correttamente i costi opportunità.

Questi errori avvengono perché, in mancanza di una precedente pianificazione, i bambini impulsivi che abbiamo nel cervello, e che sono sprovvisti di un’idea di domani, dominano le nostre funzioni esecutive. Questo ci porta a sovrastimare il valore di un piccolo piacere a breve termine e a sottostimare il valore del nostro benessere a lungo termine. I risultati possono essere cose di poco conto, come giocare a Angry birds per altri dieci minuti, o più seri, come continuare a fumare per un altro giorno. Ogni giorno.

Al guinzaglio
Ho capito quanto non mi fosse piaciuto Howard e il destino del mondo solo quando il film è finito. Ma, misteriosamente, noi esseri umani sprechiamo tanto tempo anche facendo cose che già sappiamo di non voler fare. Prendete l’esempio dello smartphone: uno strumento comodo e pratico. Eppure, nonostante i suoi benefici, in uno 
studio del 2015 quasi un proprietario su tre lo riteneva più una sorta di “guinzaglio” che una fonte di “libertà”. E questo guinzaglio comporta gravi conseguenze: gli psicologi hanno stabilito un legame tra l’uso eccessivo degli smartphone e la “dipendenza digitale”, che a sua volta può provocare solitudine, ansia e depressione.

E allora perché milioni di persone decidono di farsi mettere al guinzaglio? Come ogni altra dipendenza, l’uso eccessivo degli smartphone ci attrae stimolando il sistema di ricompense del cervello: otteniamo una gratifica immediata, ma di brevissima durata, che rapidamente svanisce e ci lascia in preda al dispiacere e al desiderio di un’altra dose. Anche se non aumenta il livello della dipendenza, un qualsiasi spreco di tempo compulsivo che non ci rende più felici a lungo termine – che si tratti di partite a solitario o di filmati di gattini – può ugualmente danneggiare il nostro benessere.

Per il bene della felicità e della produttività, il nostro obiettivo non dovrebbe essere sfruttare ogni secondo possibile d’evasione e divertimento delle nostre giornate. Dovrebbe essere, semmai, gestire le nostre giornate conformemente alle nostre priorità, distinguendo tra le perdite di tempo che amiamo e quelle che non amiamo, e rinunciando a queste ultime. Ecco due modi per cominciare.

Programmiamo il nostro tempo libero
Il modo migliore per affrontare il problema del costo opportunità è di decidere come gestire il tempo prima di cominciare qualunque attività, cioè prima che la nostra capacità decisionale possa essere distorta dalla ricerca di un piacere a breve termine (soprattutto se è l’una di notte e la tv probabilmente trasmette Howard e il destino del mondo). Nel suo libro “Deep work. Concentrati al massimo. Quattro regole per ritrovare il focus sulle attività davvero importanti”, Cal Newport consiglia una strategia chiamata time blocking: prendere decisioni in anticipo sull’uso del tempo, rispettando poi il nostro programma.

La cosa non deve limitarsi al lavoro. Per molte persone che lavorano da casa durante la pandemia, lavoro e vita privata hanno cominciato a intrecciarsi in maniera fastidiosa, perché non esiste una struttura temporale evidente imposta da un luogo di lavoro formale. La mia risposta consiste nel fissare un programma per ogni cosa, compresi i passatempi, i divertimenti e perfino il sognare a occhi aperti. Potremmo per esempio scrivere “perdita di tempo” sulla nostra agenda dalle 13.30 alle 14 di domani. Dal momento che perdere tempo non è più un intralcio ai nostri programmi, finisce per non scombinare il nostro ritmo, e le possibilità di rimettersi al lavoro alle 14 aumentano moltissimo.

Diamo alle nostre cattive abitudini un valore monetario
Nel 2012 due studiosi di gestione dell’università di Toronto hanno effettuato una 
serie di esperimenti nei quali hanno chiesto ai partecipanti di pensare al loro reddito in termini di salario orario, e di assegnare un valore monetario al tempo che trascorrevano in attività ricreative. I partecipanti, per esempio, dovevano pensare al tempo (non lavorativo) trascorso su internet in termini di stipendio perso. Come risultato di questo pensiero, era diminuita la felicità che le persone traevano dalle loro attività ricreative.

I ricercatori hanno interpretato queste scoperte come una conseguenza negativa della monetizzazione del tempo libero, ma questo metodo può essere di grande valore nel dissuaderci dall’intraprendere passatempi che creano dipendenza e che non ci piacciono. Per esempio, trascorrere molto tempo sui social network è un’attività che – come ha dimostrato la ricerca – riduce la nostra felicità in caso di eccesso, soprattutto tra i giovani. Se supponiamo di passare sui social network la quantità media di tempo rilevata negli Stati Uniti (circa 142 minuti al giorno) e di guadagnare un salario orario medio (sempre negli Stati Uniti e pari a circa 29,92 dollari) alla fine “spendiamo” in questa attività un tempo equivalente a 71 dollari al giorno.

Ricordiamoci del nostro salario orario all’inizio di ogni giornata, e abituiamoci a ricordarcene quando cominciamo un’attività che potrebbe portare via parte del nostro tempo. Avremo più possibilità di prendere decisioni efficienti nell’usare i social network, informandoci rapidamente su cosa accade ai nostri amici e nel mondo, senza dover nutrire il sistema di ricompense del nostro cervello tramite una costosa ora di navigazione ripetitiva.

 

In Walden c’è un passaggio particolarmente seducente, nel quale Thoreau paragona il tempo a un ruscello. “Il tempo non è che il ruscello dove io vado a pesca”, scrive. “Vi bevo; ma mentre bevo ne scorgo il fondo sabbioso e vedo come sia poco profondo. La sua corrente sottile scorre via, ma l’eternità resta”. Pescare nel fiume del tempo – anche senza prendere niente – non è una perdita di tempo. Può essere una forma speciale di fantasticheria.

Il problema è se peschiamo quando dovremmo cacciare, o se ci dedichiamo alla pesca volante pur preferendo quella con l’amo. E lo stesso vale per qualsiasi passatempo: anche leggere Walden, mi sono accorto. È un libro delizioso, pieno di spunti interessanti. Ma a un certo punto è necessario chiuderlo e rimettersi al lavoro.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul sito del mensile statunitense The Atlantic.

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domenica 22 settembre 2019

Arrivare in anticipo - Andrea Pomella


Ai tempi della scuola i miei compagni cenavano tutti tardi. Cenare tardi era indice di modernità. Più si cenava tardi, più si era evoluti, alla moda, giusti, impeccabili, audaci. Più si cenava presto, più si era primitivi, bifolchi, demodé, sbagliati, coglioni. Cenavano tardi le famiglie piccolo borghesi, avvezze dalla nascita a modi estroversi e spigliati. Cenavano presto i complessati, i goffi, gli incarogniti nel male sociale del disprezzo di sé. Io che discendo da una famiglia di origine contadina avevo l’abitudine di cenare alle sette meno un quarto, quando in Tv davano Zig Zag con Raimondo Vianello, o I Jefferson, o Italia Sera con Piero Badaloni, e pertanto rientravo nel novero dei coglioni.
Poi sono cresciuto, e nel frattempo quel che allora era considerato moderno è diventato antico. Ma ciò che è rimasto inalterato nel connotare una certa idea borghese di modernità è proprio la gestione del tempo individuale. Si è moderni se si possiede una comprovata disinvoltura nel rispetto degli orari. Badate alla parola disinvoltura, è la chiave per capire tutto. Il mondo così come lo conosciamo è il dominio dei disinvolti, ossia di chi è ardito, sfacciato, privo di riserbo e di rispetto, di chi pone il sé davanti all’altro da sé, di chi si sente ben centrato nel globo terrestre e illuminato dal sacro getto della luce di Dio.

Ma la questione del tempo di cui voglio parlare non riguarda solo l’orario in cui si è soliti sedere a tavola. Riguarda cosa succede quando dobbiamo andare a un appuntamento. Ci sono infatti tre modi per presentarsi a un appuntamento: arrivare presto, arrivare puntuali, arrivare tardi. Poi c’è un quarto modo, praticato da pochissimi amatori – che qui denominerò iperanticipanti – e che richiede un vero e proprio esercizio di filosofia: arrivare in largo anticipo. I disinvolti non solo non ammettono il quarto modo, ma sono incapaci anche solo di immaginarlo, come le marmotte non possono immaginare a cosa serve una caffettiera.
Nella concretezza della mia vita da iperanticipante arrivare in largo anticipo significa che, se devo prendere un treno alle nove del mattino, farò in modo di trovarmi in stazione alle sette e quarantacinque. Perché proprio un’ora e un quarto di anticipo, e non un’ora tonda? Un’ora e un quarto di anticipo non è un tempo casuale o approssimativo. È il frutto di un ragionamento profondo. Perché l’ora d’anticipo è il minimo che la mia coscienza rivendica affinché io possa galleggiare nel tempo dell’attesa senza lasciarmi trasportare dalle sue fluttuose rapide. Il quarto d’ora che precede l’ora di anticipo è il margine che concedo all’imprevisto, è un tempo-cuscinetto in cui un ritardo minimo del taxi, per esempio, non mi manda in crisi, è un limbo di pace assoluta in cui i muscoli della mia psiche si sciolgono come saponette in un bagno caldo, è l’anti-anticamera, il sacco amniotico, il mondo prima del mondo. Ed è cosa ben diversa dall’ora di anticipo vera e propria. L’ora di anticipo vera e propria è la terra promessa, il luogo in cui io potrò dimorare in pace sorbendo un caffè, gironzolando tra gli scaffali di una libreria, telefonando, o semplicemente sedendomi da qualche parte in attesa del treno per osservare gli altri viaggiatori.
E se ho un appuntamento di un altro genere? Be’, la mia indole non subirà grandi variazioni. In questo caso tenderò a mascherare l’anticipo (retaggio d’infanzia che mi impone di non mostrare il mio naturale carattere antimoderno, involuto, bifolco e coglione). Non raggiungerò quindi il luogo dell’appuntamento con un’ora e un quarto d’anticipo, bensì raggiungerò un luogo poco distante dal luogo dell’appuntamento con un’ora e un quarto d’anticipo, salvo poi dirigermi verso il luogo vero e proprio dell’appuntamento con un anticipo di soli cinque minuti, fingendomi immondamente trafelato.
L’iperanticipante in effetti possiede qualcosa che nel mondo moderno è considerato disonorevole: ha pudore. Egli prova un profondo senso di riserbo per questa sua attitudine, sa che per gli altri è un tratto incomprensibile della propria natura. Peggio, sa che per gli altri, abituati a considerare il tempo come un valore monetabile, la sua condotta è uno sperpero sciagurato.
L’inclinazione morale ad arrivare in largo anticipo l’ho ereditata da mia madre. Quand’ero ragazzino, mia madre era il tipo che se avevamo un appuntamento dal dentista alle quattro del pomeriggio, diceva che era meglio presentarsi alle tre. La scusa era semplice: se il paziente prima di noi avesse saltato l’appuntamento, noi saremmo subentrati al suo posto. Tuttavia non ho memoria di un paziente prima di noi che abbia saltato l’appuntamento. Piuttosto il dentista non rispettava mai l’orario. Così, anziché sedersi sulla poltrona del dentista alle quattro, ci si sedeva alle quattro e mezzo. E anziché guadagnare mezz’ora, si finiva per perderne una e mezza.

Ma questa, appunto, era una scusa. E l’ho capito crescendo. A mia madre non interessava sbrigarsela in anticipo. A mia madre premeva soprattutto non entrare in conflitto col tempo. Senza rendersene conto, riteneva che tra tutte le divinità orfiche Chrónos fosse la più temibile. Chrónos è il tempo astratto che scorre, la durata, la quantità. Kairós invece è il momento propizio, l’istante in cui le cose sono possibili. Mia madre temeva Chrónos e venerava Kairós. In pratica non aveva la propensione a subìre il tempo, ma ad abitarlo. Si comportava come le più antiche comunità cristiane per le quali il compimento dell’esistenza consisteva nel risiedere nelle vicinanze della fine dei tempi («Il tempo è vicino» è scritto nell’Apocalisse di Giovanni – Ap 22, 10).

Abitare il tempo è cosa profondamente diversa dal subirlo, come fa la maggior parte delle persone, inclusi i disinvolti. Abitare il tempo in attesa dell’“istante in cui le cose sono possibili” è la leva saggia e profonda che muove quelli della nostra razza.
Ho detto che mia madre ed io dal dentista “finivamo per perdere un’ora e mezza”. In questo caso però perdere è il verbo sbagliato. Per noi (includo nel noi tutti i giudiziosi, oculati seguaci della filosofia dell’arrivare in largo anticipo) aspettare non è dilapidare qualcosa di inestimabile. Il tempo non è l’oggetto pregiato. E non è neppure il vento furente che ci colpisce strappandoci di dosso le cose preziose. Il tempo è il luogo.
Nell’undicesimo libro delle Confessioni Agostino d’Ippona tratta del problema filosofico del tempo, ammettendo lui stesso la difficoltà nel declinarlo. Cos’è il tempo? “Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so”. Per i relazionisti si può afferrare il tempo, e quindi definirlo, solo in presenza degli eventi. Se non accade nulla, il tempo non esiste. E qual è in fondo l’utopia primordiale dell’uomo se non fermare il tempo? Forse negarlo? Per gli iperanticipanti come me, non è né l’una né l’altra cosa. Il tempo è una nebbia raggelata che comprime l’aria, una nube aliena che compare al mattino in un parco, ci seduce e ci invita a scomparire dentro di essa permettendoci di diventare estranei al mondo. Noi iperanticipanti non desideriamo né fermare né negare il tempo; desideriamo sottrarre noi stessi agli eventi, e quindi alla storia.
Ho un’amica iperanticipante con cui a volte conversiamo di questo argomento, lei è capace di frasi come: “Ci ho provato, sono andata a Termini con la metropolitana. Sono arrivata con cinquanta minuti di anticipo, sono salita sul treno per un pelo”. Oppure facciamo scambi del tipo: “Sto davanti al tabellone delle partenze, il treno parte fra quaranticinque minuti”. “Quarantacinque… sei un po’ a filo, eh”. Un giorno mi ha raccontato di aver prenotato un taxi alle cinque e cinquanta del mattino. Per arrivare alla stazione avrebbe impiegato dieci minuti. Da ciò risulterà evidente che aveva il treno in partenza alle sette e un quarto. Mi ha scritto: “Metterò la sveglia vergognosamente prima, nel dubbio di dover chiamare un altro taxi”. Ho rilanciato: “Fossi in te penserei a prenotarne due: uno alle cinque e cinquanta e un altro alle sei e cinque” (il quarto d’ora che precede l’ora di anticipo, il limbo, il sacco amniotico), “poi quando arriva il primo, annulli il secondo”. E lei: “Non ci crederai, ma lo faccio sempre. Una volta ho trovato due taxi fuori casa ad aspettarmi”.

Qualcuno di recente mi ha detto che tutto questo non è altro che un disturbo denominato ansia anticipatoria. Ho letto che l’ansia anticipatoria si presenta con una domanda: Che succede se? In pratica è un’ansia autoindotta dalla raffigurazione mentale di possibili scenari funesti (un imprevisto, un ritardo, la perdita del treno). Secondo alcuni è semplicemente paura del futuro. Il punto è che un iperanticipante, come abbiamo visto, tende a sottrarsi al tempo, o al limite a immergervisi. E quindi se il futuro è un aspetto del tempo, egli si sottrae al futuro, come allo stesso modo si sottrae al passato (la soglia di casa che lascia per andare in stazione con il dovuto anticipo), immergendosi in un presente eterno e immobile.
Per paradosso quindi l’iperanticipante non soffre di ansia anticipatoria. Messo alle strette, affermerà senza alcun dubbio che, quando sarà il momento di morire, vorrà presentarsi all’appuntamento fatale con – indovinate? – un’ora e un quarto d’anticipo, e in quell’ora e un quarto dimorare per sempre. Nulla, meglio di questo, renderà l’esattezza della morte una questione che non gli appartiene. Un affare per disinvolti.