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martedì 3 agosto 2021

L'INCIVILE RICCHEZZA DELL'ITALIA IN VACANZA - Maurizio Maggiani

 

Ci spiaccicano su grafici ormai da settimane, chi di dovere non se ne capacita o se ne fa una ragione, e l’uno e l’altro proclamano qualcosa in merito un giorno via l’altro, noi ne soffriamo ormai da un bel pezzo in perfetto silenzio. Il tema è: ma questo Paese è un Paese ricco o un Paese povero?

Da come la vedo io è un Paese miserabile, un Paese di miserabile ricchezza e di miserabile povertà. Un Paese di miseria dove è sempre più difficile trovare tracce di nobiltà. Un Paese dove, facendo i conti in base al semplice principio di ragionevolezza, quello che dovrebbe costare molto costa poco e quello che dovrebbe costare poco costa molto. Dove l’idea del valore delle cose, e della loro essenza, sembra definitivamente pervertita. Ci sono state code di venti, cento, mille chilometri lo scorso week end, di gente che se ne andava al mare e dal mare ci tornava, e questo, è stato detto, è segno di quanto siamo ricchi. No, questo è un buon segno della nostra miseria. Quelli ricchi non si mettono in coda, al mare ci vanno in elicottero o in eurostar. Gli scandinavi, che sono ricchi davvero, pur essendo inopinatamente socialisti, al mare ci vengono quando noi siamo a lavorare, e si scelgono i momenti più belli dell’anno, non l’unico momento che hanno.

C’è un vecchio film dei primi anni cinquanta, c’era naturalmente Ave Ninchi tra gli altri, ed è la storia di una domenica al mare di Ostia della gente di borgata. Comincia e finisce con l’assalto al trenino per il mare. La gente che si azzuffa per un posto a sedere, che spintona e picchia anche solo per poter salire e starsene pigiata in piedi sulla piattaforma. Quel trenino per Ostia e queste code autostradali raccontano della stessa miseria. E’ cambiato in cinquant’anni solo il mezzo di trasporto, ma si tratta della stessa identica gente: gente delle nuove borgate ma dei vecchi sogni, delle vecchie angosce, delle vecchie illusioni. Ma gente che non ha forse più quella forza d’animo e di rivolta al destino che quel cinema sapeva recitare così bene, e che forse era proprio vera, vera per la gran parte dei miserabili di allora.

Chi si è messo in coda per andare a farsi un bagno nelle nostre splendide spiagge a basso costo di accesso si è certamente fermato a fare benzina e avrà una volta di più imprecato sul costo astronomico della benzina. Poi, per non morire disidratato, si sarà preso qualche bottiglia d’acqua all’autogrill. E ha pagato una bottiglietta da mezzo litro, uno virgola cinque euro. Tremila lire, per chi non lo vuole capire all’europea. Ha pagato l’acqua più del doppio della benzina. Allora, se costa meno della metà dell’acqua, la benzina non costa niente, vi pare? Oppure l’acqua ha un prezzo delinquenziale. Ma nella società del libero mercato il prezzo lo fa la domanda.

Questo Paese spaventato e impoverito è disposto a spendere cifre disumane per bere acqua minerale. Perché? Perché questo Paese è il più grande consumatore di acque minerali del mondo? È desertico? Ha le sue riserve idriche totalmente inquinate da agenti mortali? Se fosse così, se non possiamo, come possono tutti gli altri esseri umani del pianeta, bere acqua del rubinetto non saremmo forse autorizzati a fare una rivoluzione? Contro gli inquinatori, gli speculatori del bene primario dell’acqua? Volete fucilare gli stupratori e non vorreste forse fucilare gli avvelenatori degli acquedotti? Un Paese senza acqua da bere è un Paese più che miserabile. Ma forse l’acqua minerale è un vizio. L’acqua minerale ci fa sentire signori, ricchi, fichi.

Non si vergogna il primo ministro danese – l’ho visto con i miei occhi, e dirige un governo di destra, non un soviet – a chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto in un caffè, ma un impiegato italiano non se la sente. E un barista italiano nemmeno se lo sogna di offrirgli un bicchiere di quell’acqua. E anche questa è miseria; le pile di bottiglie nei supermercati sono miseria, miserabile ricchezza. Potremmo o no spendere meglio, in modo più intelligente e proficuo, i soldi che spendiamo per quelle bottiglie? Potremmo impiantare qualche impresa poco più compressa e progressiva di un’industria dell’imbottigliamento?

Abbiamo le bollette energetiche più care d’Europa ma i cellulari più a buon mercato. L’acqua, la luce, il gas, la casa dovrebbero essere accessibili a ognuno senza doversi ridurre in miseria, ma un telefono mobile potrebbe benissimo costare 10 volte il suo prezzo, e funzionare per anni e anni, come una buona lavatrice, come un buon infisso, senza privare alcuno del diritto alla comunicazione.

Andare in giro a mandare fotografie idiote con il cellulare è miserabile ricchezza, pagare metà del proprio stipendio per due buchi in periferia è miserabile povertà. E l’una e l’altra coabitano incarnate in milioni di miei connazionali. Sarebbe civilmente corretto che l’energia elettrica costasse la metà, ma un vestito Armani dieci volte di più, un Rolex cento, perché il lusso deve essere pagato a prezzo politico, come a prezzo politico deve essere pagato l’indispensabile per vivere. Ogni cosa ad un prezzo, perché ogni cosa ha un valore. Ma non solo valore commerciale, ma anche valore morale e civile.

L’armadietto del bagno zeppo di medicine è incivile ricchezza, prendersi la polmonite al pronto soccorso è immorale povertà, e le due cose sono in coabitazione perfetta. Una medicina che ti solleva dal dolore, che ti guarisce dovrebbe costare qualcosa per tutti, un euro per chi solo quello, mille per chi ne ha milioni. La gratuità genera indifferenza e disprezzo. La vita non è gratis, e quando lo sembra è solo un’orribile illusione: c’è qualcuno che sta pagando per te.

Ed è immorale ricchezza anche un corso di studi – elevato e completo come tutti avrebbero diritto di desiderare – fornito gratuitamente. La cultura, l’istruzione, la formazione di qualità costano moltissimo alla comunità. Ogni studente, ogni famiglia di ogni studente, dovrebbe dare per scontato che studiare sarà un grande sacrificio e un faticoso impegno. Intellettuale ed economico. Chi non ha i mezzi ma ha le qualità potrà farlo a carico della comunità, mettendoci di suo quello che può se ne ha, ma chi ha i mezzi e magari niente qualità dovrà pagare salato per levarsi lo sfizio. Questo sarà un paese di nobile ricchezza, oggi è un Paese ricco di corsi di studio mediocri e di molti giovani vagolanti tra la depressione e la languida noia.
Ecco che siamo un paese tragicamente povero, stupidamente ricco, miserabile senza nobiltà.


Fonte:www.ilsecoloxix.it/
26.06.05
Tratto da http://www.zivago.com/FattiLibriInterna?id_fatto=5130

 

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mercoledì 25 settembre 2019

Il 99 per cento delle foto che fai non interessa a nessuno. Neanche a te - CHRIS TAYLOR




Per le nostre vacanze estive, mia moglie ci ha fatto fare in macchina, a tutto gas, i vari Parchi nazionali, spinta dalla smania di collezionare tutti i timbri sul suo Passporto dei Parchi. Con entusiasmo, ci siamo accaparrati i nuovi gadget della linea National Park Geek. Il cane è stato insignito del titolo di #BarkRanger. E io, in qualità di fotografo di riserva, sono stato invitato a immortalare incisioni rupestri risalenti a migliaia di anni fa e grotte, per non parlare dei tronchi d’albero vecchi di 200 milioni di anni.
Siamo tornati a casa. Mia moglie ha guardato e riguardato il passaporto e i timbri. Calamite e adesivi sono finiti sul frigo e sulla macchina. Il cane ha sfoggiato il suo distintivo di #BarkRanger raggiante e orgoglioso, a spasso per il quartiere. E le mie foto? Non le abbiamo ancora guardate. E dubito che lo faremo mai. Se davvero avremo mai necessità di rivedere quell’incisione rupestre o quell’albero, faremo prima a cercarli su Google, dove troveremo scatti migliori, di qualità professionale
Se mi somigliate almeno un po’, ecco quante volte all’anno guardate Apple Foto, Google Foto o altri archivi simili: praticamente nessuna. Chi ne ha il tempo? Nonostante gli incoraggiamenti da parte di queste aziende ad archiviare da loro i nostri scatti, se ne rimangono lì, una sequenza di zero e di uno – miliardi di foto ‘teoriche’, che consumano enormi quantità di energia sui server cloud, al costo di qualche euro al mese.
Oppure, ancora peggio, condannate al braccio della morte di un singolo e vulnerabile disco rigido, che inevitabilmente perirà.
Sì, può succedere che un paio di volte diate un’occhiata all’archivio per qualche minuto. Dal vostro account Facebook o Instagram, ripescate dall’oscurità uno scatto, elevandolo ad una relativa notorietà grazie a qualche Like. Nell’archivio dei social, almeno, le foto si guardano più spesso. Eppure potete ritenervi fortunati se questa nobilitazione tocca a più di uno scatto su cento.
Le foto che scattate normalmente spariranno nel dimenticatoio per l’eternità, e sarebbe ora di farsene una ragione. Viviamo in un’epoca di abbondanza digitale, che ha svalutato più di ogni altra cosa le fotografie. La generazione Snapchat-e-Story le tratta come qualcosa di effimero ed evanescente, e la generazione X non è da meno – ci illudiamo di preservare la storia in questi archivi digitali polverosi e costosi. Ma cosa stiamo conservando esattamente, e per chi? I nostri discendenti, assediati da ogni parte da nuovi mezzi di comunicazione, si degneranno mai di dare un’occhiata? Se non lo facciamo noi, perché dovrebbero farlo loro?

L'ascesa e la caduta della fotografia
Abbiamo assistito ad un declino nel valore delle fotografie negli ultimi 50 anni. Dalla prima immagine mai scattata, nel 1882, al lancio della Kodak Brownie da un dollaro, nel 1900, erano oggetti originali, unici, dal valore inestimabile. La Brownie ci ha dato le istantanee, che erano ancora piccoli tesori: costose da sviluppare, scattate piuttosto raramente, sistemate in album custoditi con cura, che tuttavia, cadevano come foglie al vento nell’arco di qualche decennio. Io, ad esempio, ho solo due preziose fotografie per ciascuno dei miei nonni inglesi e italiani.
Il carattere effimero delle fotografie ha iniziato a palesarsi in modo evidente nel 1963, con la prima macchina fotografica Polaroid, in cui si caricava la pellicola “packfilm” tipo 100 per scatti a colori. Si puntava l’obiettivo, si scattava e si strappava la parte superiore per sviluppare la foto. Dieci anni dopo non c’era neppure più bisogno di strappare la parte superiore. (Non c’era neanche bisogno di scuotere la foto Polaroid. Anzi, scuotendola si rischiava di danneggiare l’esposizione. Grazie mille, Outkast.)
L’avvento della macchina fotografica digitale ha portato con sé una serie di limitazioni. Per seguire la restituzione di Hong Kong alla Cina nel 1997, comprai un affare di plastica ingombrante che somigliava a un paio di binocoli. Ci scattai dieci foto che uscirono macchiate, prima di doverla ricaricare. Avrebbe davvero rimpiazzato la pellicola? Ero scettico.
Non avevo idea della portata del diluvio che stava per rovesciarsi su di noi, nessuna avvisaglia del fatto che la decade seguente mi avrebbe arricchito enormemente di contenuti fotografici, ma mi avrebbe impoverito nella capacità d’attenzione.

Se c'è la foto non è successo davvero
Apple Foto, l’erede di iPhoto, è organizzata in senso cronologico; rimpicciolendo, appare un’immagine multicolore pixelata di tutte le foto che avete fatto (o caricato) ogni anno. Guardando il mio archivio, salta agli occhi che la stragrande maggioranza delle 25.332 foto e 950 video che custodisce, per oltre 100 GB di dati, è stata scattata negli ultimi dieci anni.
Una sorta di esplosione di vita del Cambriano che si è verificata negli ultimi anni del 2000, dopo il lancio dell’iPhone. In più, si vede un aumento dei duplicati negli anni a cavallo del 2010 – segno inequivocabile del fatto che ho smesso di curare con attenzione il mio giardino fotografico. Si è deteriorato, trasformandosi in una foresta di cloni dimenticata. (iOs, almeno, sta per diventare abbastanza intelligente da eliminare le foto doppie)
Ogni tanto, in questa foresta appare un fiore luminoso, una fotografia ben curata, salvata sul rullino da Instagram – il clone che ha visto la luce del sole.
Anche senza doppioni, l’esplosione non sembra destinata a diminuire. In base a diverse stime, il numero delle foto digitali che scattiamo ogni anno ha superato i mille miliardi dal 2015, una cifra tre volte superiore a quella rilevata nel 2010. Secondo una stima di Info Trends, nel 2017 la cifra era pari a mille e duecento miliardi – ovvero 160 foto per ogni persona vivente, all’anno – e sembra aumentare di 100 miliardi l’anno.
È difficile immaginare che storicamente anche solo un miliardo di queste avranno un qualche significato. E tutto il resto? Sono a favore della conservazione di materiale storico, ma siamo condannati ogni anno ad accumulare migliaia di miliardi di foto mai guardate, come scatoloni in un magazzino che si espande sempre di più, con la remota speranza che uno di questi contenga l’Arca dell’Alleanza?

Ci sono moltissime foto identiche, con lo stesso soggetto, esposte all’esterno del Petrified Forest National Park in Arizona. Davanti al Deserto Dipinto, scatti in bianco e nero dell’800 sono in mostra a fianco di foto a colori dello stesso luogo risalenti agli anni 1980. L’idea è di mostrare che il paesaggio non è affatto cambiato perché è stato impedito che i turisti scappassero portandosi via gli alberi pietrificati, ricchi di minerali.
Ma c’è anche un altro messaggio, più sottile: facciamo tutti la stessa identica maledetta foto, ragazzi, da quasi 140 anni. Che significato ha un’altra fotografia uguale dello stesso posto? Forse dovremmo darci un taglio, godendoci invece l’esperienza di trovarci qui in questo momento.
E lo abbiamo colto io e i miei colleghi National Park Geek? No, non lo abbiamo fatto. Siamo rimasti ad ammirare a bocca aperta il deserto dipinto per un attimo e poi, in automatico, abbiamo alzato il telefonino. Facendo ben attenzione a non fare entrare sconosciuti nello scatto – non sia mai che un particolare del genere potesse renderlo davvero unico – e abbiamo scattato e scattato. E sui server a migliaia di chilometri di distanza, nuovi alberi informatici sono andati ad arricchire una immensa foresta pietrificata.


sabato 6 luglio 2019

come eravamo nel 1959

Sardegna 1959. L'Africa in casa 
era (ed è) il titolo del libro fotografico di Carlo Bavagnoli













QUI altre foto

domenica 16 giugno 2019

I migranti diventati un'icona: "Su quel barcone eravamo noi" - FABRIZIO GATTI


Della nostra epoca, tra le opere d’arte destinate a sopravvivere, resterà sicuramente una fotografia scattata in mezzo al Mediterraneo. È l’immagine che sabato 7 giugno 2014, ventuno minuti dopo le cinque del pomeriggio, Massimo Sestini ha inquadrato sull’esatta verticale di un barcone e delle sue centinaia di volti. Tutti con lo sguardo all’insù, circondati dal mare.



Ecco Hajar, che allora ha 15 anni. Ecco sua sorella Shaza, in viaggio con la figlia di quattro mesi. Ecco Amal, la loro madre, che è riuscita a farle scappare dalla Siria in fiamme. E Ansoumana, partito dal Gambia, 15 anni anni pure lui e per questo soprannominato Bambino. E poi Bakary del Mali, 14 anni. E Ayman, 30 anni, con il figlio Mahmood che di anni ne ha solo quattro. Eccoli quel giorno. E rieccoli oggi, sani e salvi nelle loro nuove vite in Francia, Germania, Italia e Svizzera.

National Geographic ha voluto raccontare la storia di questa foto straordinaria che è tuttora l’icona mondiale delle migrazioni. Marco Cattaneo, direttore dell’edizione italiana della prestigiosa rivista, ha dedicato la copertina e il servizio di apertura del numero di giugno, in uscita sabato, ai protagonisti di questo ritratto collettivo, intenso, immediatamente riconoscibile. Volti e voci che incontreremo su National Geographic anche nel documentario in onda nella Giornata mondiale del rifugiato, giovedì 20 giugno alle 20.55 (Canale 403 di Sky), con la produzione di Marco Visalberghi e Doclab, il patrocinio dell’Alto commissariato per i rifugiati, musiche originali di Massimo Nunzi e la regia di Jesus Garcés Lambert.

“Where are you? Dimmi dove sei” è il titolo, ispirato allo stesso appello che Massimo Sestini ha rivolto dai social media agli sconosciuti passeggeri del barcone. Sempre il 20 giugno (alle 20.30) il documentario sarà proiettato in contemporanea al Maxxi di Roma: una serata aperta al pubblico, organizzata da National Geographic, in collaborazione con il Museo nazionale delle arti del XXI secolo e Unhcr.


La fotografia, quando è unica e irripetibile, ha la stessa potenza di un’opera d’arte. Eppure nell’immaginazione di un profano sembra uno scatto facile: l’elicottero si ferma in volo sopra il grappolo di sguardi e si ha tutto il tempo necessario per l’inquadratura. Massimo Sestini ascolta. Sta guidando la sua macchina sull’autostrada per Firenze. «Prova a mettere la faccia fuori dal finestrino», dice divertito: «Stiamo andando a 130 all’ora e già così puoi capire. Sul mare l’elicottero viaggia tra i duecento e trecento orari. È un’operazione di soccorso, non puoi chiedere al pilota di fermarsi sopra il barcone, anche perché rischierebbe di farlo rovesciare. Non appena esci dal portellone, però, vieni investito dal vento della velocità e dal flusso violento che scende dal rotore».

National Geographic rivela i retroscena, aneddoti e trucchi che ogni fotografo amatoriale vorrebbe conoscere. È comunque sconsigliabile farsi appendere a trecento all’ora sul mare senza essere professionisti esperti: «Il merito della foto», ammette Sestini, «è per il 50 per cento del comandante Sergio Prato. È lui il pilota dell’elicottero imbarcato sulla nave Carlo Bergamini della Marina militare che ha centrato la posizione esatta per la mia inquadratura».

All’inizio l’appello, rilanciato anche dalla Bbc, è caduto nel vuoto. Fino a quando in una scuola svizzera del Canton Ticino un professore ha chiesto ai suoi studenti di raccontare con un disegno la loro storia personale. Hajar, che oggi ha 20 anni e vive in Germania, voleva descrivere il viaggio che l’ha portata in salvo con tutta la sua famiglia: dai bombardamenti a Homs, la sua città in Siria, alla traversata del Mediterraneo. «Cercavo su Internet le immagini. Quando ho trovato quella barca mi sono detta: sarà una foto come un’altra. Allora», sorride Hajar, «ho provato a zoomare per capirci di più. Fino a quando... mi sono riconosciuta!»


domenica 25 giugno 2017

Devo uscire da ‘sta pagina maledetta - Alessandro Ghebreigziabiher


Svelto.
Devo esser svelto, prima che sia troppo tardi.
Prima che la cosa si abitui e decida di restare.
La cosa, già, non devo darle un nome, altrimenti diviene familiare, vicina, mia.
Non me lo posso permettere, non ora, non io.
E cosa posso fare, io?
Eccola, la guardo solo per un istante, con sentimenti e pensieri rigorosamente a tempo determinato.
Una donna che seppellisce una creatura di soli tre anni, la sua, sotto un cespuglio.

Fatto.
Adesso, velocemente, prendo l’immagine e la nascondo.
Dove? Dove, cavolo?
Ah, lì, là sotto, c’è un mucchio di cose come questa, in quell’angolo della memoria che prima o poi svuoterò da qualche parte.
Bene, sotto a tutto, perfetto, a posto così.
Un momento…
No, come al solito, ho fatto questo errore!
Ma perché ci casco sempre?
Adesso c’è un’altra immagine a tormentarmi.
Io, ci sono io, con in mano la foto incriminata ed evocata dall’abituale orrenda notizia, mentre mi impegno a occultarla dove potrò più facilmente dimenticarla.
Rapido, devo essere rapido.
Ormai dovrei esser bravo a far tutto con estrema celerità.
Prendo la compromettente immagine che raffigura il sottoscritto, il quale seppellisce quella della madre che fa lo stesso con la figlia senza vita, per farle entrambe sparire.
Dove?
Ma sempre lì, laggiù, nel lato cieco della comune coscienza collettiva che, come un social network di ignavi profili, ci dice dove guardare e cosa censurare.
…
Oh, caspita… ma sono impazzito?
E’ un incubo, è letteralmente un incubo, ciò di cui sto scrivendo e che vorrei disperatamente depennare dai miei più recenti ricordi.
Sì, perché sono finito nell’ennesimo, paradossale loop morale.
Mi basta chiudere gli occhi e vedere la cosa, che diventa sempre più grande e intollerabile.
La scena in cui, illuso di non esser visto, mi accingo a eliminare dal mio personale orizzonte l’immagine dove tento di far lo stesso con quella nella quale mi sono macchiato del peccato originale tra le fughe dalla realtà.
Ovvero, nascondere in tempo reale, confondere me, distrarre il sottoscritto laddove si illuda di tener lontano il lato scomodo dello schermo dagli occhi e il cuore.
Svelto, devo esser svelto a raggiungere il punto.
Devo uscire da questa pagina maledetta al più presto.
Dove tu, donna e madre che seppellisci vita, ci guardi.
E vedi tutto…

sabato 8 aprile 2017

primavera



Dal giallo all'arancio, dal rosso porpora al blu. È lo spettacolo che si offre in questi giorni ai visitatori del Carrizo Plain National Monument, in California, dove è in corso una fioritura eccezionale. Situata a un'altitudine media di 700 metri, con punte fino a quota 1.500, nell'entroterra costiero tra San Luis Obispo e Santa Barbara, la "piana", di circa 1000 km quadri, è l'ultima prateria rimasta nello stato occidentale degli Usa. Classificata come area semiarida, Carrizo e la sua vegetazione avevano sofferto la pesante siccità che negli ultimi anni si è abbattuta sullo stato occidentale degli Usa. Ma quest'anno, il ritorno delle piogge ha fatto il miracolo...

martedì 8 marzo 2016

Come il glifosato sta uccidendo l’Argentina – Tommaso Perrone

Un fotografo argentino emergente ha deciso di realizzare un reportage di quelli davvero tosti. Come Davide contro Golia, i suoi nemici sono il glifosato e la Monsanto.
Il glifosato, uno degli erbicidi più usati al mondo in campo agricolo, ha effetti devastanti e drammatici sulla salute delle persone che sono costrette a vivere in suo contatto. Questa volta a sostenerlo non è un’organizzazione ambientalistao, meglio ancora, qualche agenzia che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità. Lo dimostra, con immagini e testimonianze, un reportage realizzato da Pablo Ernesto Piovano, un fotografo argentino che nel 2014 ha deciso di documentare la condizione della popolazione del suo paese che lavora o vive nei pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di diserbanti.
Il costo umano dei pesticidi
Il reportage si chiama El costo humano de los agrotóxicos, il costo umano dei pesticidi, ed è stato esposto all’edizione 2015 del Festival della fotografia etica di Lodi. Le foto di Piovano sono una denuncia senza appello alla Monsanto, la multinazionale che si è inventata l’accoppiata ogm-Roundup, ovvero la coltivazione di soia geneticamente modificata abbinata all’utilizzo del diserbanteRoundup (al quale la soia è resistente) che contiene glifosato.
“Questo lavoro è stato dettato dal mio amore per la natura. Ho lavorato per trovare prove su questa situazione, trascorrendo giorni interminabili da solo con la mia macchina fotografica, viaggiando per oltre seimila chilometri sulla mia auto di vent’anni, per dare il mio contributo affinché tutto questo finisca”, ha dichiarato Piovano a Burn, il magazine dedicato ai fotografi emergenti.
Una breve storia del glifosato
La storia del glifosato inizia negli anni Cinquanta, ma la sua commercializzazione con il nome di Roundup da parte della Monsanto è partita nel 1974 negli Stati Uniti come strumento per liberare i campi agricoli dalle erbacce. Poi la cosa è “sfuggita di mano” quando il glifosato ha iniziato a fare coppia fissa con i cereali modificati geneticamente per resistere al pesticida. Oggi è commercializzato in tutto il mondo e il brevetto è scaduto quasi ovunque, Italia compresa dove è uno dei prodotti fitosanitari più venduti. In Europa sono quattordici le aziende che lo producono.
La scelta sciagurata dell’Argentina
Il dramma argentino ha avuto inizio nel 1996 quando il governo ha deciso di approvare la coltivazione e la commercializzazione di soia transgenica e l’uso del glifosato senza condurre alcuna indagine interna, ma basando la sua decisione solo sulle ricerche pubblicate dalla Monsanto. Da allora, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del totale e solo nel 2012 sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi tossici su 21 milioni di ettari di terreno. In quelle stesse terre, i casi di cancro nei bambini sono triplicati in dieci anni, mentre i casi di malformazioni riscontrate nei neonati sono aumentate del 400 per cento. A dir poco incalcolabili i casi di malattie della pelle e i problemi respiratori riscontrati senza motivo apparente nei giovani come negli adulti.
Un terzo degli argentini soffre per colpa del glifosato
Un’indagine recente, secondo quanto riportato da Burn, ha calcolato che 13,4 milioni di argentini (un terzo della popolazione totale) ha subìto gli effetti negativi del glifosato. A fronte di tutto ciò, l’Argentina non ha preso alcuna decisione per bloccare questo dramma, né ha commissionato nuovi studi per capire cosa stia accadendo alla popolazione. Anzi, oggi in Argentina si trovano 22 dei 90 milioni di ettari coltivati a soia ogm nel mondo, secondo quanto riportato dal settimanale tedesco Die Zeit.
Il reportage, però, non è passato inosservato vincendo diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam, nella categoria “Carolina Hidalgo Vivar el medio ambiente”. Ma l’omertà e la forza di una multinazionale del calibro della Monsanto sono nemici duri da sconfiggere, molto più potenti dell’evidenza e del dolore.
da qui





AIAB: SI VIETI SUBITO IL GLIFOSATO, PROBABILE CANCEROGENO

L'Italia e l'Unione Europea considerino immediatamente le misure necessarie per proteggere agricoltori e consumatori dal Glifosato. Questo principio attivo di uno degli erbicidi più diffusi al mondo, il Roundup della Monsanto, è stato classificato come "probabile cancerogeno per gli esseri umani" in un report stilato da alcuni ricercatori dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione. Il Glifosato è utilizzato in almeno 750 prodotti per l'agricoltura, il giardinaggio, il trattamento degli spazi urbani e nel nostro Paese viene irrorato con disinvoltura su campi e giardini: è il diserbante più usato da noi. Non dobbiamo infatti metterlo solo in relazione all'uso degli Ogm, pur ricordando che la Monsanto commercializza soia, mais, cotone e colza Roundup Ready tolleranti applicazioni dell'erbicida e che rappresentano la gran parte della superficie mondiale geneticamente modificata.

"Che il Glifosato faccia male alla salute dell'uomo e dell'ambiente, che si accumuli nei cibi e nell'acqua, lo sappiamo da anni e da anni combattiamo contro questo e gli altri pesticidi, spacciati per innocui", dichiara il presidente di Aiab Vincenzo Vizioli. "Ora anche le agenzie delle Nazioni Unite (lo IARC fa parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità) indicano vari principi attivi come potenzialmente lesivi della salute in forma grave. Lo studio dello IARC non solo riporta la 'probabile cancerogenicità' del Glifosato, ma rileva la correlazione fortissima con danni riscontrabili sul Dna umano: molti lavoratori esposti hanno sviluppato una alta vulnerabilità al linfoma non Hodgkin".
"La chimica nelle campagne significa la chimica nel piatto: ora spetta all'Unione europea trarre le conclusioni sul Glifosato e sugli altri quattro pesticidi che sono ritornati di prepotenza sul banco degli accusati dopo lo studio riportato da Lancet quattro giorni fa: Diazinon, Malathion, Parathion, Tetraclorvinfos. Queste sostanze vanno bandite dalle nostre campagne e dai nostri giardini. L'agricoltura biologica dimostra che se ne può fare a meno con facilità e vantaggi per tutti".
Le reazioni della Monsanto non si sono fate attendere: in un comunicato rilasciato dalla multinazionale dell'agroindustria, si legge che quella dello IARC è "scienza spazzatura" di un "ente senza potere regolatorio". "Una reazione arrogante e violenta", la definisce Luca Colombo, segretario generale di Firab, la Fondazione per la ricerca nel biologico. "Dobbiamo aspettarci un grande lavoro delle lobby a Bruxelles per evitare che il loro prodotto di punta venga danneggiato dalla ricerca libera. Per questo occorre una mobilitazione dell'opinione pubblica, degli agricoltori e dei consumatori per fare in modo che il dossier aperto dallo IARC venga affrontato dalle autorità nazionali e comunitarie il prima possibile".
da qui

giovedì 3 marzo 2016

Qui, dove i figli consolano i padri – Giulio Cavalli



Guardate la foto qui sopra.
Un figlio consola il padre. Piange, il padre, probabilmente perché ha sempre sperato di poter garantire la dignità, almeno. Almeno la dignità. Dando per scontato che la sopravvivenza sia il risultato minimo per un genitore. Sia con la guerra, la tempesta, il sole, il caldo, lo scirocco, le pallottole, le malattie ogni genitore nel mondo, qualsiasi legge e qualsiasi religione, qualsiasi genitore ha il dovere di preservare i propri figli, è un bisogno che sente connaturato com il respiro, la sete e il sangue. Qui il padre cede il posto alla disperazione, che non è altro che l’esaurirsi della produzione della speranza, e si arrende, chiedendo scusa al suo dio, se ne ha uno e con qualsiasi nome lo chiami. Questa foto è la sindone di una sconfitta collettiva.
Il figlio, lui, ha uno sguardo preoccupato ma nemmeno troppo. I bambini hanno una bilancia tutta loro dei dolori, delle gioie e delle sconfitte e spesso ci insegnano a noi adulti a non prendersi mai troppo sul serio, a non disabituarsi a vedere la bellezza intorno. Quel bambino sta pensando probabilmente che niente di così terribile può succedere finché suo padre è lì. E lui con lui, e anche qualcosa da mangiare.
Per questo mettere su una barca dalla morte probabile il proprio figlio è un gesto che condanna tutti gli stati della terra ferma: quando un genitore gioca a carte con la vita dei figli e quando i padri e i figli sono così numerosi significa che s’è perso il limite potabile delle possibilità, significa che da qualche parte rischiare è l’unico atto di protezione possibile. Roba da perderci la testa. Roba da restarci secchi per la distanza tra il dolore che si arriva a scrivere e quello che ci sbrodola in giro. Senza nemmeno il vocabolario per poterle scrivere.
E allora mi chiedo, e me lo chiedo senza provocazioni, me lo chiedo in questo tempo di preoccupazione pelosissima per ogni bambino del mondo, ecco sarebbe bello, mettiamola così, riversare tutta questa polifonica preoccupazione su questo bambino qui e su tutti quelli (sono tantissimi) come lui. Quelli che hanno passato la notte con le ortiche nel naso per i fumogeni della polizia oppure quelli che hanno avuto una scarpa impigliata nel filo spinato. Ecco, io penso che se davvero fosse diventato di moda preoccuparsi di tutti i bambini del mondo, se davvero lasciassimo da parte le posizioni pregiudiziali e decidessimo che tutti, davvero tutti, laici o cristiani o cattolici o islamici o evangelisti, tutti per davvero, se tutti ci interessassimo come ci interessiamo in queste ore dei bambini, ecco credo che sapremmo bene che Paese desolato è quel Paese in cui i figli consolano i padri e mica il contrario. E sarebbe già un profumo di primavera. Prima del tempo.
da qui

(grazie a Daniela per la segnalazione)

sabato 18 aprile 2015

Radamenes, il gatto infermiere

In una clinica veterinaria della città di Bydgoszcz, in Polonia, c’è un gatto speciale con una storia incredibile. Radamenes dopo aver rischiato la morte ed essere stato salvato dai medici, ha voluto ricambiare, iniziando ad aiutare gli animali bisognosi e convalescenti della clinica. Li abbraccia, li massaggia e gli da tutto il conforto possibile. Ormai è diventato un’attrazione in città, tutti vogliono vederlo, si dice che porti fortuna…


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giovedì 24 luglio 2014

la "guerra" vista dalla luna



Due drammatiche immagini si aggiungono al dossier del conflitto sulla Striscia di Gaza. Questa volta la guerra tra Israele e Palestina viene immortalata dalla Stazione spaziale internazionale. Gli scatti arrivano attraverso il profilo Twitter dell'astronauta tedesco Alexander Gerst che li definisce i più tristi da lui catturati finora: ''my saddest photo yet'', scrive. E sottolinea come sia possibile vedere chiaramente la luce dei razzi e delle esplosioni dei bombardamenti sul territorio. La condivisione è stata immediata: oltre 20mila retweet in pochissime ore (a cura di Marzia Papagna).


martedì 28 gennaio 2014

qualche foto che non faremo mai

Ci sono ancora molte sorprese ai confini dell’Universo visibile. Grazie a nuove osservazioni del telescopio spaziale Hubble, gli astronomi hanno infatti studiato alcune fra le più lontane galassie mai viste nel cosmo. Poiché la luce viaggia a velocità finita, osservare galassie a miliardi di anni luce da noi equivale a guardare l’Universo com’era miliardi di anni fa e aprire così una finestra sul passato del cosmo.
Con queste osservazioni gli scienziati hanno ottenuto tre importanti risultati, a partire dalla più dettagliata immagine mai ottenuta di un ammasso di galassie. Hubble ha poi permesso di scoprire quattro galassie insolitamente luminose e una popolazione di deboli galassie, che potrebbero aver avuto un ruolo fondamentale nella formazione stellare nell’Universo primordiale…