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venerdì 15 agosto 2025

Etiopia, la vetrina africana dell’Italia che bluffa

Dietro ai sorrisi, ai fiori, agli applausi ben inquadrati dalle telecamere e alle strette di mano con il premier Abiy Ahmed, il viaggio di Giorgia Meloni in Etiopia conferma ciò che ormai appare chiaro: il cosiddetto Piano Mattei è una costruzione propagandistica, più utile a fare campagna elettorale che a definire una reale politica estera e di cooperazione.

Il viaggio, presentato come “storico”, non ha prodotto nulla di realmente misurabile. Accordi vaghi, fondi non quantificati, progetti indefiniti. Si parla di sviluppo, ma non si sa per chi, come, né quando. Nessuna delle promesse ha una calendarizzazione concreta, e gli investimenti italiani restano ipotetici, condizionati da dinamiche future non precisate. Ancora una volta, si annuncia molto e si realizza poco.

Ma il problema più grave è la visione geopolitica completamente assente. La premier si è recata in una delle aree più instabili del continente africano senza nemmeno citare le tensioni crescenti tra Etiopia ed Eritrea.

Silenzio sulla militarizzazione della regione del Tigrai, sui rigurgiti autoritari del governo Abiy, sulle tensioni lungo il corridoio del Mar Rosso, strategico anche per l’energia italiana. Se si cerca stabilità senza parlare di conflitti, si mente per omissione.

Il silenzio di Meloni sui diritti umani è ancora più grave. L’Etiopia è uno dei Paesi con la più alta incidenza di sfollati, vittime civili, e repressioni politiche degli ultimi anni. Dopo la brutale guerra civile nel Tigrai, non c’è stato alcun reale processo di verità o riconciliazione.

L’idea di rafforzare i rapporti senza neanche accennare a condizioni democratiche o libertà civili non è solo cinica: è miope. Aiutare regimi repressivi non costruisce stabilità, la deteriora.

Il Piano Mattei – che si propone come alternativa alla Cina e come argine alle migrazioni – continua a oscillare tra una facciata di cooperazione solidale e un evidente intento securitario.

Dietro la narrazione umanitaria, si cela l’idea che basti comprare la “buona volontà” dei governi africani per bloccare i flussi verso l’Europa. Una logica da outsourcing coloniale, mascherata da partenariato.

Infine, un’ultima osservazione: dove sono i partiti di opposizione? Questo vuoto strategico e diplomatico dovrebbe offrire terreno fertile per una critica politica chiara e alternativa. E invece nulla.

Nessuna voce autorevole mette in discussione le ambiguità del Piano Mattei, né denuncia la copertura politica offerta a governi che reprimono, affamano e respingono. Anche su questo fronte, il silenzio è assordante.

Se l’Italia pensa di costruire una nuova relazione con l’Africa a colpi di sorrisi, contratti vuoti e omissioni comode, il fallimento è garantito. E i costi – economici, politici e morali – li pagheremo tutti.

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martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

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giovedì 30 luglio 2020

Acque pericolose?

La grande diga (sul Nilo) della discordia - Angelo Ravasi

Più che una diga della rinascita rischia di diventare, non solo della discordia – quella è un dato di fatto – ma il detonatore di una crisi regionale dagli effetti imprevedibili.
Nemmeno i negoziati di settimana scorsa tra Etiopia, Egitto e Sudan, hanno sciolto i nodi. Tutte e tre i paesi rimangono sulle loro posizioni, senza che vi siano segnali, concreti, che si possa arrivare a un accordo in tempi brevi. Ma ciò che potrebbe aver messo una pietra tombale sulle negoziazioni trilaterali è la decisione di inviare la questione all’Onu. La mossa, annunciata dal ministero degli Esteri del Cairo, invita il Consiglio di sicurezza a intervenire “al fine di affermare l’importanza del proseguimento dei negoziati tra Egitto, Etiopia e Sudan, in attuazione degli obblighi previsti dalle norme di diritto internazionale, con l’obiettivo di raggiungere una risoluzione equa ed equilibrata della questione e di impedire l’adozione di misure unilaterali che potrebbero incidere sulle possibilità di raggiungere un accordo”. L’annuncio non è stato ancora commentato ufficialmente dal governo di Addis Abeba che in precedenza, per voce del ministro degli Esteri Gedu Andargachew, aveva dichiarato che l’Etiopia potrebbe abbandonare il tavolo dei negoziati in corso con Egitto e Sudan nel caso in cui le autorità de Il Cairo lo avessero a loro volta lasciato. Il ministro aveva anche accusato le autorità egiziane di aver cercato di ostacolare i colloqui rimettendo il contenzioso al giudizio del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Mentre li invitiamo a negoziare con mentalità aperta ed a discutere questioni basate su principi, gli egiziani stanno pensando in modo diverso e per interrompere la negoziazione”, aveva detto Andargachew. Il capo della diplomazia etiope è nuovamente intervenuto sulla vicenda domenica scorsa, ribadendo in un’intervista all’agenzia di stampa Ena che l’Etiopia non accetterà mai alcun accordo che limiti i suoi diritti idrici sul Nilo Azzurro. “L’Etiopia sta discutendo con i due paesi solo del processo di costruzione della diga e non di questioni relative ai suoi diritti di utilizzare il fiume”, ha osservato il ministro, tornando ad accusare l”Egitto di voler limitare i diritti idrici dell’Etiopia.

L’Onu, dal canto suo, ha invitato le parti a “lavorare insieme” per risolvere la questione. Il Consiglio di sicurezza ha tenuto, sul tema, solo una videoconferenza informale, rimandando, di fatto, la palla nel campo dei contendenti. Il portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, ha ribadito “l’importanza della Dichiarazione dei principi sulla diga del 2015” che “sottolinea la necessità di una cooperazione basata sulla buona fede, il diritto internazionale e il beneficio comune”. In una lettera inviata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il ministro degli Esteri etiope Gedu Andargachew ha ribadito l’intenzione di proseguire negoziati tripartiti sulla Grande diga della rinascita etiope (Gerd) e ha accusando l’Egitto di voler internazionalizzare i colloqui nonostante i progressi compiuti. Ma, su questa spinosa questione, sono intervenuti anche altri paesi. I governi di Gibuti, Somalia e Qatar, infatti, hanno respinto la risoluzione della Lega araba che sostiene l’Egitto nella disputa che riguarda il negoziato.

La partita è dunque delicatissima e sia l’Egitto sia l’Etiopia hanno tutti i motivi per difendere le loro posizioni. Dall’acqua del Nilo dipende tutto. Il Nilo è l’Egitto. Il paese delle piramidi potrebbe perdere fino a 300 milioni di dollari di elettricità e un miliardo e mezzo di dollari in agricoltura. Il Cairo, inoltre, dovrebbe aumentare le sue importazioni alimentari fino a poco meno di 600 milioni di dollari, con una perdita di circa un milione di posti di lavoro. L’Egitto consuma circa 80 miliardi di metri cubi di acqua all’anno, di cui 50 provengono dal Nilo. L’Etiopia, invece, potrebbe perdere lo slancio economico che sta mettendo in campo il primo ministro Abyi Ahmed. Il balzo del Pil – attualmente la crescita sfiora le due cifre, ma occorre fare i conti con la pandemia di coronavirus – potrebbe rimane una chimera e deludere l’opinione pubblica interna, con conseguenze imprevedibili, vista l’attuale fragilità del tessuto sociale, spesso squassata da rivalità etniche e religiose. Un Pil , tuttavia, che non si riflette sull’economia reale, sul benessere della popolazione. Addis Abeba ha un gran bisogno di questa diga che, non a caso è stata definita “diga della rinascita etiope” e, come ha affermato di recente il premier etiope, la costruzione terminerà tra poche settimane. I lavori sono iniziati nel 2011 e affidati all’italiana Salini. L’invaso, inoltre, potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi di acqua e il riempimento dovrebbe cominciare, almeno secondo le intenzioni di Addis Abeba, a luglio. L’oggetto del contendere è, infatti, sul riempimento che l’Egitto vorrebbe avvenisse in cinque anni mentre l’Etiopia in tre.
Sulla vicenda, inoltre, ci sono contratti milionari. La Cina, infatti, ha annunciato una mega partecipazione proprio in questa infrastruttura. La compagnia Ethiopian Electric Power (Eep) ha firmato un contratto del valore di 40 milioni di dollari con la China Gezhouba Group per la gestione delle attività relative alla diga. Si spiega, dunque, l’asprezza del negoziato che, tutti si augurano, non sfoci nella Prima guerra dell’Acqua del terzo millennio.
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La diga che avvelena le relazioni tra Egitto ed Etiopia - Francesca Sibani

La settimana scorsa gli egiziani hanno temuto che si materializzasse una delle loro peggiori paure: vedere il Nilo prosciugarsi. Pochi giorni dopo la chiusura senza un accordo dell’ultima tornata di negoziati tra Egitto, Sudan ed Etiopia sul funzionamento della diga Grand ethiopian renaissance (Gerd), in costruzione sul Nilo Azzurro, la tv etiope Ebc ha dato la notizia che il riempimento del bacino idroelettrico era cominciato, come dimostravano alcune immagini satellitari che circolavano in rete, e ha citato il ministro delle risorse idriche etiope Seleshi Bekele, secondo cui “la costruzione della diga e il riempimento del bacino erano due processi che andavano avanti di pari passo”.
Dal Cairo, che pretende di stabilire le modalità di riempimento prima che l’Etiopia passi all’opera, è arrivata subito la richiesta di “urgenti chiarimenti”. Come se non bastasse, il Sudan ha fatto sapere di aver registrato un calo della portata del fiume in corrispondenza di Al Deim, vicino al confine con l’Etiopia, a poche decine di chilometri dalla Gerd.
Poche ore dopo, la smentita di Seleshi su Twitter: “La costruzione della diga ha raggiunto il livello di 560 metri, contro i 525 di questo periodo dell’anno scorso. Il riempimento del bacino è dovuto alle forti piogge, l’afflusso supera il deflusso e si è creato naturalmente un ristagno. Resterà finché non comincerà il deflusso”.
Che sia stato intenzionale o no, la diga ha cominciato a riempirsi e questo ha fatto schizzare alle stelle le tensioni tra l’Etiopia, da una parte, e l’Egitto e il Sudan, dall’altra. “Cosa succederà quando gli etiopi cominceranno a immagazzinare miliardi di metri cubi d’acqua, privando l’Egitto di una parte delle sue risorse?”, si chiedeva l’esperto di Medio Oriente Alain Gresh in un articolo su Orient XXI (ripubblicato da Internazionale). Oggi la domanda è più pressante che mai e molti evocano lo spettro di una guerra per l’acqua.

Ricapitolando
La costruzione della diga Gerd, opera dell’azienda italiana Salini Impregilo (Webuild), è cominciata nel 2011. Al termine dei lavori, che sono stati completati per due terzi e sono costati finora oltre quattro miliardi di dollari, sarà la diga più grande dell’Africa, con la capacità di generare 6.450 megawatt di energia, più del doppio di quanto faccia oggi l’Etiopia (dove 65 milioni su 110 milioni di abitanti non hanno la corrente elettrica). In questo modo Addis Abeba spera di sostenere i suoi progetti di sviluppo economico e di industrializzazione, e proporsi come esportatore di energia elettrica nel resto della regione.
L’Egitto, invece, trae dal Nilo il 90 per cento del suo approvvigionamento idrico, che è già inferiore ai suoi bisogni. Se la portata del fiume dovesse ridursi per colpa di un afflusso ridotto dal Nilo Azzurro, per l’Egitto sarebbe la crisi. Simili sono le preoccupazioni del Sudan, che nel corso degli anni – anche in ragione dei cambiamenti politici interni – ha sostenuto prima le ragioni di Addis Abeba e poi quelle del Cairo.


L’Egitto, il Sudan e il Regno Unito ignorarono completamente l’Etiopia e altri paesi africani nei negoziati che portarono all’accordo del 1959 sulla spartizione delle acque del Nilo. In base all’intesa, la portata annuale del fiume era divisa nella misura di 55,5 miliardi di metri cubi per l’Egitto e 18,5 miliardi per il Sudan. Il Cairo continua a sostenere la validità dell’accordo, sostenendo che i paesi africani del bacino del Nilo (che oltre i tre paesi già citati comprende anche Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda, e l’Eritrea come osservatrice) beneficiano di precipitazioni piovose ben più abbondanti. Ma i paesi africani ribattono che con il riscaldamento globale le piogge sono diventate meno regolari.
Nel 2015, riassume Equal Times, i leader dei tre paesi firmarono una dichiarazione di princìpi per risolvere la disputa, ma il documento era vago e ognuno l’ha interpretato in modo diverso. Uno dei punti più discussi è stato quanti anni debba metterci l’Etiopia a riempire il bacino per non lasciare all’asciutto i paesi a valle e cosa debba succedere in caso di uno o più anni di siccità, un evento reso più probabile dai cambiamenti climatici.
Gli ultimi colloqui, all’inizio di luglio, patrocinati dall’Unione africana rappresentata dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, dovevano concludersi il 13 luglio ma ufficialmente sono ancora aperti e devono riprendere oggi, 21 luglio.

Negoziati complicati
A ostacolare l’accordo, come spesso succede, sono le questioni di politica interna e di orgoglio nazionale. Sui mezzi d’informazione etiopi e nei discorsi dei politici la diga assume un grande valore simbolico. Oltre a evocare nel nome l’idea di “rinascimento” e quindi di una nuova epoca di sviluppo e benessere, il progetto è presentato dall’attuale governo di Abiy Ahmed – ma era così anche per quello precedente – come una “diga etiope per gli etiopi”, scrive Thembisa Fakude su Middle East Monitor.
“Gli etiopi sono orgogliosi di aver raccolto da soli la maggior parte dei fondi per la Gerd e la diga è diventata un vessillo dei nazionalisti. Ogni ostacolo al progetto potrebbe scatenare reazioni distruttive e instabilità regionale”. Non bisogna dimenticare che il paese sta vivendo grandi cambiamenti, anche al livello istituzionale, e che a volte le tensioni tra i vari gruppi etnici hanno dato origine a scontri violenti tra le comunità o tra gruppi di potere rivali all’interno della stessa etnia, com’è successo dopo la morte del musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa.

I tentativi di regolamentare con un accordo il funzionamento della diga hanno sollevato critiche sui mezzi d’informazione etiopi contro gli organismi internazionali e i paesi (per esempio, gli Stati Uniti) che di volta in volta hanno cercato di mediare, accusati di intromettersi in affari di competenza interna.
Infine, come spiega la rivista scientifica Nature, l’Etiopia ha fretta: ha solo un’occasione all’anno per riempire la diga e vuole sfruttare le piogge stagionali di luglio e agosto per farlo. In caso contrario, dovrebbe aspettare l’anno prossimo.

Minaccia esistenziale
L’Egitto, invece, che si oppone al progetto fin dall’inizio, considera la diga una “minaccia alla sua stessa esistenza”. Come osservava Gresh su Orient XXI, fu Erodoto nel quinto secolo avanti Cristo a scrivere che “l’Egitto è un dono del Nilo” e ancora oggi il paese conta su questo “bene millenario” per il suo approvvigionamento d’acqua. Ma, al completamento della Gerd, sarà qualcun altro a controllare il flusso delle acque e questa prospettiva non è tollerabile dal regime egiziano di Abdel Fattah al Sisi che, neanche troppo velatamente, ha minacciato di usare la forza per difendere gli interessi del suo paese. Intanto il 20 luglio il parlamento egiziano ha approvato l’invio di truppe in Libia per sostenere l’alleato Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi, e contenere l’avanzata delle forze sostenute dalla Turchia.
Questa retorica bellicosa porterà a un conflitto sulle acque del Nilo? All’invio di aerei da guerra egiziani per bombardare la diga, che innescheranno la risposta della contraerea etiope? In realtà molti analisti concordano nel considerare la guerra tra i due paesi un’eventualità molto remota.
Anche se l’Etiopia ha cominciato a riempire la diga, “c’è un unico modo costruttivo di procedere: continuare i colloqui”, scrive su Twitter William Davison, esperto di Etiopia dell’International Crisis Group. Perché, nonostante non sia stato firmato un accordo definitivo, i progressi sulle singole questioni tecniche sono stati notevoli e sarebbe un peccato sprecare il lavoro fatto finora.
Ashok Swain, ricercatore in studi sulla pace dell’università di Uppsala in Svezia, suggerisce una strategia dei piccoli passi. Innanzitutto i tre paesi dovrebbero provare a firmare un accordo a breve termine. “Ci sono stati vari esempi in passato di intese valide un anno come quella del 1975 tra India e Bangladesh sulla spartizione delle acque del Gange”, ha dichiarato a Nature. “I due paesi non riuscivano ad accordarsi su come far funzionare la diga, così hanno cominciato con un primo accordo della durata di un anno, che è stato esteso a tre, a cinque e infine a trent’anni. Almeno si guadagnerà un po’ di tempo”.
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giovedì 27 febbraio 2020

La nuova maledizione biblica - Aldo Morrone



“La malattia è il lato notturno della vita,
una cittadinanza più onerosa.
Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza,
nel regno dello star bene e in quello dello star male.
Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono,
ma prima o poi ognuno viene costretto,
almeno per un certo periodo,
a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.
(Susan Sontag, 1977)

Siamo tornati stanchissimi e ricoperti di polvere dalla testa ai piedi. In bocca, in gola e negli occhi. Si tossiva e starnutiva, non era il coronavirus, ma la mancanza di strade. Solo piste per asini e dromedari. Ma siamo riusciti a raggiungere Semema e a incontrare la popolazione locale con cui da anni lavoriamo per garantire la salute e la dignità alle donne incinte perché nessun neonato e nessuna donna debba più morire di parto. 
Insieme a Carmen a Giulia, a Luca, accompagnati da Esayas e da Hagos, ci siamo commossi a vedere e sentire la gioia di creature che “ai confini” del mondo ci abbracciavano e cantavano. Il desiderio di vivere è più forte della paura di morire. Non conoscono il COVID-19, per fortuna, ma temono di più la malaria, la diarrea infantile, il morbillo e il tetano. Ci chiedono cosa faremo per contrastare gli sciami di locuste che da mesi li sta portando alla carestia e fame. Per loro e per quel po’ di bestiame che cercano di allevare. Questo oggi li spaventa e hanno paura che il resto del mondo non comprenda questa “maledizione” biblica

Ma per un giorno si festeggiava. C’erano nuovi strumenti diagnostici, per evitare di morire per un’emorragia “post partum” o per una banale infezione. Con i medici e gli infermieri dell’Università di Aksum, abbiamo avviato l’ennesimo screening per le “Tropical Neglected Diseases”, se riusciamo a diagnosticarle subito, si possono salvare migliaia di vite. E noi utilizziamo la conoscenza delle lesioni cutanee che spesso compaiono molto prima di tutti gli altri sintomi. 
Stanchi, stanchi da morire, ma felici perché tocchiamo con mano che si può e si deve lottare per la salute di tutti, sotto casa e a migliaia di chilometri di distanza. Non fa nessuna differenza. Proprio con l’epidemia del COVID-19 l’abbiamo imparato a nostre spese. 
Il sole al tramonto è stato dolce con noi e stanotte le stelle ci sorridevano. Domani un altro villaggio, un’altra woreda, con altre donne e bambini

giovedì 11 luglio 2019

‘Guerra del Nilo’ Egitto-Etiopia, l’acqua per vivere - Piero Orteca



‘Guerra del Nilo’ Egitto-Etiopia, l’acqua per vivere
Le rogne in Medio Oriente sono come gli esami di Eduardo De Filippo: non finiscono mai. Oggi parliamo di una “crisetta”, quella (guarda tu!) tra il “faraone” egiziano El-Sisi e lo scorbutico premier israeliano “Bibi” Netanyahu. Per la verità, la faccenduola, ancora “trattabile”, potrebbe trasformarsi in motivo di scontri ben più ponderosi tra i due ex nemici. Anche perché l’Egitto proprio sull’oggetto del contendere non fa sconti a nessuno. Si parla di acqua, che dalle parti del Cairo vuol dire “ossigeno”, nel senso che è preziosa quanto l’aria che i figli delle Piramidi respirano. E se l’Egitto, diceva Erotodo, “è un dono del Nilo”, chi briga per prosciugarlo merita tutte le maledizioni di Tutankhamon.

Le armi israeliane
Di cosa parliamo? Presto detto. Esiste e sta crescendo una “Guerra del Nilo” tra l’Etiopia e il Cairo. Il governo di Addis Abeba sta costruendo una ‘Renaissance Dam’ sul Nilo Azzurro, il maggior affluente del ramo principale del fiume (il Nilo Bianco). Così facendo rischia di ridurre drasticamente il volume delle acque che arrivano in Egitto dopo avere attraversato tutto il Sudan. Ma Israele che c’entra? C’entra, c’entra. Perché le sue supertecnologiche industrie degli armamenti hanno venduto agli etiopi un avanzatissimo sistema anti-missile, da piazzare proprio sulla diga, contro eventuali attacchi di ipotetici nemici. Che, in questo caso e visti i chiari di luna, non sarebbero tanto ipotetici. Un nome a caso? Gli egiziani, se lo scontro titanico per dissetarsi dovesse proprio andare male.

L’acqua strategica
E qui, attenzione, non parliamo di abbeverare i cammelli, ma di minima disponibilità di risorse idriche per quasi 100 milioni di assetatissimi egiziani. Che già stavano per rivoltarsi sei mesi fa, quando El Sisi, vista la penuria del prezioso liquido, aumentò le bollette… del 150%. Così, ieri gli israeliani hanno tagliato il nastro del loro luccicante “Spyder-Mr air defense system”, accoccolato in cima alla grande “Ethiopian Renaissance Dam”, orgoglio del popolo abissino. A questo punto, dicono spifferi di corridoio, pare che El Sisi sia uscito dai gangheri: secondo calcoli fati dai suoi esperti, infatti, il gigantesco tappo idroelettrico creerà un invaso di ben 74 miliardi di metri cubi d’acqua, pari al doppio della portata annuale del Nilo Azzurro al confine tra Etiopia e Sudan.

Ethiopian Renaissance Dam
Ma ad Addis Abeba le lamentazioni egiziane fanno il classico baffo. Con 15 mastodontiche turbine e tutto quel ben di dio d’acqua a disposizione, gli etiopi sono convinti di far decollare la loro gracile economia. Sia per quanto riguarda il settore energetico che per l’agroalimentare. Per cui, trattare (a chiacchiere) va bene, ma piazzare i missili sulla diga va ancora meglio. Fonti israeliane, intanto, fanno sapere che Addis Abeba ha scelto il sistema d’arma di Gerusalemme dopo le mirabilie dimostrate sul teatro di guerra indo-pakistano. Il sistema è in grado di lanciare due tipi diversi di missili: il Python-5 a corto raggio e il Derby-6. Con una portata di oltre 50 chilometri. El Sisi aveva supplicato Netanyahu di soprassedere. Ma si sa, business is business.
Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

(Nei commenti:
orteca si è scordato di dire che la diga in questione è di costruzione italiana, ma sia mai che le patrimoniali le si chiedano alle aziende che sconquassano l'africa con questi scempi, nè che si scriva le parole salini o impregilo, qualcuno potrebbe offendersi)
  

martedì 26 maggio 2015

Land grabbing or land to investors? - Alfredo Bini



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L’aria è quella tipica del deserto Saudita al mattino. Secca, fresca, salubre. Camion carichi di cereali s’incolonnano sulla polverosa strada di Al Kharj, due ore a sud di Riyadh, per scaricare il contenuto nella più grande fattoria casearia integrata del mondo, l’Almarai. La metà degli oltre due milioni di tonnellate di foraggio, consumato annualmente dalle centomila vacche da latte, proviene da appezzamenti di terra coltivata all’estero. 

Il sole etiope è allo Zenit, la terra tanto sterile e slavata da rendere impossibile camminare senza alzare nuvole di polvere giallastra che riempie la bocca e il naso. Un operaio arraffa con le mani nude quanta più terra può, e copre le talee di canna da zucchero di una nuova piantagione. Infatti, il clima caldo e l’abbondanza d’acqua fanno dell’Afar il luogo eletto per la produzione di canna da zucchero. Poco distante i fumi della raffineria di biofuel si diffondono sulla piantagione che in passato era un pascolo. 

L’enorme soffitto a volta della sala dei ricevimenti è luccicante e d’orato come nell’immaginazione delle mille e una notte. Più sotto il presidente del Mozambico e altri dignitari africani si dividono le attenzioni dei governanti dei paesi del Golfo; ma si dividono anche l’Africa, visto che partecipano a una conferenza sulla promozione di investimenti per acquisire terreni agricoli in paesi in via di sviluppo: il Land Grabbing. 

Il Land Grabbing nacque in seguito alla crisi alimentare del 2007 e al conseguente rialzo dei prezzi delle materie prime agricole che fece iniziare la corsa alle terre coltivabili. Il fenomeno si contraddistingue per non avere il consenso della popolazione locale, in violazione dei diritti umani e in mancanza di un adeguato studio dell’impatto socio-ambientale dell’investimento. L’Università della Virginia l’ha definito come un accordo per accaparrarsi appezzamenti agricoli di almeno 200 ettari che converte in produzione commerciale un’area naturale in precedenza usata dagli abitanti locali. 

In ogni continente, eccetto l’Antartide, è possibile imbattersi nel Land Grabbing, e nonostante la terra coltivabile sia stata da sempre usata come forma di controllo sociale, questa è la prima volta dalla fine del colonialismo che gli stati sovrani e le istituzioni governative dei paesi sviluppati promuovono una simile pratica.
Le risorse finanziarie allocate dai paesi Arabi, le politiche d’incentivo al consumo di biofuel della Comunità Europea e degli Stati Uniti, le assicurazioni private, i carbon trade, i finanziamenti della banca mondiale, e il prezzo irrisorio della terra, concessa di solito dai governi locali in modo incondizionato, sono tutti fattori che azzerano il rischio dell’investimento, rendendolo estremamente redditizio. 

Controllare la terra significa assumere anche la totale gestione delle risorse idriche presenti sul territorio, con impatti devastanti sulla vita della popolazione locale. 
Il 5,7% degli abitanti mondiali controlla attraverso il Land Grabbing, il 40% delle risorse idriche globali, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a nutrire adeguatamente 300-390 milioni di persone, la metà della popolazione malnutrita del mondo. Stati Uniti, Emirati Arabi, India, Gran Bretagna, Egitto, Cina e Israele sono responsabili del 60% di questo scambio d’acqua virtuale. 

Imprenditori e politici discutono gli investimenti e le strategie in conferenze distanti migliaia di chilometri dalla terra che andranno a controllare, e ideologicamente ancor più distanti dalle persone che la usano per sopravvivere. 

La scelta di svolgere questa ricerca in Etiopia è stata naturale: è discutibile l’eticità di trarre profitto da prodotti coltivati in un paese mentre i suoi abitanti muoiono di fame. Sei milioni di etiopi, infatti, sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari distribuiti dalle Nazioni Unite – uno dei programmi d’aiuto più costosi del mondo. Al tempo stesso, aerei cargo decollano giornalmente carichi di verdura fresca e rose, con destinazione finale gli alberghi degli Emirati Arabi e i mercati di fiori olandesi. Il paradosso è più che evidente.