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lunedì 13 aprile 2020

Coronavirus, riscoprire il cibo del territorio e l’autoproduzione - Murat Cinar

(se dopo la pandemia da coronavirus avremo imparato a nutrirci cercando e conoscendo chi produce il cibo, vicino a casa nostra, diremo grazie al virus)


Il periodo straordinario che stiamo attraversando ridisegna le nostre relazioni umane ma non solo. Secondo la società di consulenza strategica Kearney, in questo momento, sta crescendo con un tasso senza precedenti una supply chain più resiliente, più locale di prima. L’azienda statunitense prevede una notevole crescita anche sull’attenzione dei cittadini in merito all’healthy food e Km. 
In Italia i produttori locali non solo garantiscono la continuità di produzione e fornitura ma aumentano anche le vendite. Una filiera veramente corta, con tutti i prodotti non sembra che sia un’utopia.
In quest’ottica ho deciso di raccontare due storie interessanti. La prima è quella di un sistema professionale che unisce i produttori locali con gli acquirenti.
Ivana Sanfilippo, una delle due responsabili dell’Alveare a Torino, sezione Barriera di Milano, racconta così la sua esperienza: “Siamo nate 3 anni fa. In questo momento storico le nostre vendite sono cresciute più del doppio. Ovviamente questo aumento ha un effetto positivo anche per i nostri fornitori che sono sempre in crescita“. Ivana specifica che questo periodo storico, oltre dare un valore ai produttori locali, ricorda anche alle persone che è importante imparare a mangiare bene. “L’Alveare Che Dice di Sì” è un sistema di acquisto collettivo che fa da ponte tra una serie di produttori regionali (piccoli o grandi) e gli acquirenti, con dei presidi locali di distribuzione. L’acquisto si fa online, comodamente da casa consultando la lista dei prodotti in vendita settimanalmente.
Dall’altra parte, oltre ai sistemi alternativi di vendita e acquisto, in questo periodo forse è importante concentrarsi anche su un aspetto che potrebbe ridimensionare le nostre abitudini di produzione, ossia quello dell’autoproduzione. Per approfondire questo tema ho deciso di sentire Alessandro e Barbara della “Permaculture Training“. La loro è un’esperienza di vita molto interessante e giovane che si riassume con questo slogan: “Progettare Ambienti Umani Sostenibili“.
“Nel mio caso tutto ebbe inizio circa 20 anni fa con un piccolo gioco. Ho voluto fare a casa, da solo, una serie di cose che compravo fuori. Man mano ho iniziato a produrre un sacco di cose essenziali da solo e sono diventato un formatore in questo campo. Quindi la mia curiosità iniziale è diventata la mia vita e la mia professione“. Ho conosciuto Alessandro forse circa 15 anni fa, quando era all’inizio della sua nuova vita. Per un lungo periodo mi ha fornito i detersivi, le creme ma anche i biscotti che produceva proprio lui. Inoltre, Alessandro, ha gestito diversi orti urbani e ha fornito consulenza per varie persone che erano all’inizio di queste esperienze. Il percorso di Barbara invece è più fresco, è una storia di trasloco da un appartamento in città in una cascina, un anno fa.
Entrambe vivono nel centro storico di Rivalta di Torino, in una vecchia cascina del 700 con un grande terreno. In poco tempo hanno creato due orti ed una serra riscaldata con i pannelli solari prodotti da loro. Nel loro lavoro agricolo rispettano i principi della permacultura e continuano a realizzare una serie di prodotti alimentari a casa. Raccontano la loro vita quotidiana utilizzando gli account Instagram e Facebook..

“Penso che questa pandemia abbia scatenato una serie di paure che abbiamo dentro di noi. E’ una cosa naturale ma è anche un’occasione per avviare un nuovo e diverso modello in cui si deve imparare ad allenarsi per crescere e così diventare più forti e consapevoli” descrive con queste parole Alessandro ciò che sta cercando di dirci questo virus.
Barbara attira l’attenzione su come dobbiamo iniziare a ridimensionare le nostre relazioni umane e quelle con ciò che mangiamo: “Bisognerebbe capire che è importante investire sulle relazioni che riguardano una nuova cultura di produzione. Dobbiamo metterci in contatto con la vita tramite anche un semplice vaso di basilico o pomodorino che abbiamo sul balcone“.
Un piccolo esempio, un concreto consiglio invece arriva da Alessandro: “In questi giorni abbiamo visto che parecchie persone hanno deciso di fare il pane a casa. E’ una cosa molto bella tuttavia abbiamo scoperto in pochi giorni che il lievito è diventato una cosa introvabile nei supermercati. In realtà si tratta di un prodotto molto facilmente producibile a casa con un po’ di farina, acqua e miele magari aggiungendo un po’ di birra e qualche fettina di mele si ottiene quel famoso “lievito madre“. La stessa cosa vale anche con il formaggio che è un prodotto facilmente realizzabile a casa“. In poche parole, secondo Alessandro e Barbara, questo è il momento ideale per riappropriarsi delle capacità di fare qualcosa che ci rende più forti di fronte ad una serie di episodi che aumenterebbero la nostra paura.
Quelle lunghe code davanti ai supermercati formate pochi minuti dopo la comunicazione delle misure straordinarie non si cancelleranno facilmente dalle nostre menti. Tuttavia queste scene ci fanno capire che la principale preoccupazione della massa è quella di poter restare priva dai prodotti di forte necessità, in cima della lista si trovano quelli alimentari. Oggi parliamo degli anticorpi che potremmo avere dentro di noi per proteggerci dal coronavirus ma forse è il momento di pensare anche a quegli anticorpi che possiamo sviluppare collettivamente contro la cultura agricola e alimentare non sostenibile che domina la nostra vita; dal monopolio sui semi al viaggio lungo e inquinante dei prodotti che provengono dall’altra parte del mondo. Facendo così possiamo valorizzare di più la nostra produzione locale per creare una cultura economica sostenibile e migliorare la nostra relazione con ciò che mangiamo.



da qui

domenica 10 novembre 2019

tornare all'orto



La seconda vita di Alex, dalla laurea alla Bocconi alla vita da contadino: "Ho voluto salvare l'orto di famiglia" - Cinzia Sasso

La seconda vita di Alex comincia il lunedì alle 5 del mattino. Da Milano a Granarolo sono poco più di duecento chilometri, il Doblò fila sull'Autosole e lui, il manager della consulenza, entra nei panni dell'altro se stesso: l'inventore dell'Orto di Barbieri.  Ha 36 anni, un passato da campione di BMX e karate, una laurea in Bocconi, una carriera cominciata in Mediobanca, passata per GE e Accenture, approdata adesso alla comunicazione digitale. Ma è nato a pochi chilometri da Bologna, è cresciuto in campagna, nei trentasei ettari che il nonno bracciante era infine riuscito a comprare e il padre a far fruttare, e lì ha le sue profonde radici. Quando l'azienda dei genitori ha cominciato a scricchiolare, mentre lui bazzicava in abito blu e camicia candida i santuari della finanza, non se l'è sentita di lasciarla morire. Ed ha inventato la sua vita parallela, quella del contadino.
"È cominciato tutto due anni fa. L'azienda della mia famiglia stava andando a carte quarantotto ed eravamo al punto che o cambiavamo, o chiudevamo. In agosto, invece che al mare, sono andato lì, dove ero cresciuto e dove tutto stava per finire. E ho capito che avrei dovuto far qualcosa perché non andasse cancellata la vita della mia famiglia. Il mio lavoro è aiutare le aziende a trasformarsi usando l'informatica, e allora insieme ai miei genitori abbiamo deciso di provarci anche da noi. Papà continua a lavorare i campi, la mamma ha aperto al capannone un punto vendita diretto e io sono il tuttofare del negozio social. Aggiorno il sito, rifaccio ogni settimana la vetrina virtuale, raccolgo gli ordini, preparo le cassette e le consegno a domicilio. Non so se siamo completamente fuori dalla crisi, ma so che non sono mai stato così contento. Ho riscoperto le mie origini, e sento che quello che faccio ha un senso forte. Forse, soprattutto oggi, non c'è niente di più importante di mangiare sano".


L’Orto di Barbieri, Azienda Agricola, Vendita Diretta e Consegna a Domicilio

L’Orto di Barbieri è un'Azienda famigliare con un’esperienza di oltre 60 anni nella produzione ortofrutticola. Crediamo che il concetto di agricoltura sia cambiato molto negli ultimi anni e con questo anche le esigenze dei consumatori. Per questo motivo abbiamo deciso di avviare un percorso di rinnovamento della nostra azienda, integrando a quello he abbiamo sempre fatto un servizio di vendita diretta  e di consegna a domicilio con l’obiettivo di riuscire ad avvicinarci sempre di più alle persone e a tutti coloro che desiderano mangiare prodotti freschi e di stagione provenienti dal territorio.
Nel nostro mercato online, i clienti potranno trovare una vasta selezione di frutta, verdura, erbe aromatiche, uova e di prodotti lavorati come farine, passate, sott’olio e marmellate.
La nostra mission è aiutare le persone a vivere meglio nutrendosi con prodotti sani e dalla tracciabilità certa, per questo adottiamo le più moderne tecniche di produzione sui nostri prodotti freschi e lavorati e, qualora necessario, integriamo la nostra offerta grazie a fornitori che garantiscono gli stessi standard di trasparenza di filiera. Tutto questo lo facciamo mettendo i nostri clienti in condizione di essere consapevoli dell’origine di quello che acquistano.
A partire dal 2017 l’azienda ha anche avviato un percorso di conversione ad agricoltura biologica di parte dei propri terreni. Questo percorso è tutt’ora in corso ma ci permetterà a breve di fornire alla nostra clientela oltre ai prodotti provenienti da agricoltura integrata volontaria, anche una selezione di prodotti biologici certificati BIO.
Inoltre siamo alla ricerca di prodotti antichi oramai difficili da trovare nella grande distribuzione. Il nostro obiettivo è favorire il ritorno della biodiversità e alla riscoperta dei diversi sapori che ciascun frutto o verdura possono garantire. Il tema della biodiversità per noi è molto importante, in quanto in un’Indagine della Coldiretti realizzata in occasione della Giornata mondiale della Biodiversità segnala come in appena 1 secolo sia scomparso il 75% delle varietà di frutti nel Bel Paese. A inizio ‘900, si contavano 8 mila diverse tipologie di frutti mentre ad oggi solo 2 mila sono le varietà coltivate in Italia.
Pensiamo che essere un’azienda agricola oggi non voglia dire solamente produrre buona frutta e verdura, ma significhi anche essere vicini alla propria comunità. Per questo organizziamo occasioni di incontro con i nostri clienti o con chi ci segue volte a rafforzare il contatto con la natura e a rendere partecipe chi lo desidera del nostro lavoro. Questo concetto cerchiamo di declinarlo anche sui social attraverso un canale di comunicazione diretto e senza intermediazioni con i nostri follower.

lunedì 2 aprile 2018

I grandi falsari di futuro nel Sahel - Mauro Armanino


Johnson è uscito ieri di prigione dopo tre mesi di detenzione. Accusato di aver nascosto una macchina per fabbricare biglietti di banca clandestini. Nato ‘circa’ nel 1963 in Liberia, che ha lasciato nel 2007 per raggiungere il Gabon, paese che in quel momento galleggiava sul petrolio. Passa poi nel Camerun, transita in qualche modo nel Burkina Faso e infine affonda nella polvere del Niger. Avrebbe voluto andare in Libia e forse da lì sbarcare nell’Europa dei falsari. Johnson è stato ingiustamente condannato per averli ospitati a casa sua. L’hanno arrestato con altri due per favoreggiamento nella fabbricazione di moneta falsa. Sono invece a piede libero i Grandi Falsari del futuro del Sahel. I rapinatori e i falsari hanno in comune la spoliazione di quanto di più sacro ci sia nella storia umana. Il sogno di un mondo differente che passa dai piedi alle mani che raccontano di sollevazioni e frontiere smantellate a colpi di utopie.
Falsano la realtà e la storia che va dall’altra parte a ciò che i poteri propugnano. Circondano l’Occidente con un gran muro di falsità e fanno dei diritti una collezione per amatori di ruderi. Johnson è più onesto di loro e dei complici che li assecondano in ogni circostanza. Stamane torna in carcere per ritirare il suo passaporto e nel secchio porta un po’ di carbone, sapone, olio e un pacco di zucchero per i compagni rimasti in cella. Johnson è onesto e non dimentica dove e come ha vissuto gli ultimi tre mesi. Ricorda a memoria i nomi dei compagni di cella della prigione civile di Niamey, affollata da oltre 1500 persone, per una capienza di 400. Non è un falsario come i ministri locali e i loro associati occidentali che passano da una conferenza all’altra. Assieme all’Alto Commissariato per i Rifugiati e l’Officina delle Migrazioni Internazionali non fanno mai domande sul perché trovano così tanto lavoro nel Sahel. Rapinatori di sabbia e falsari di futuro, vergogna.
Deportano nel deserto i migranti espulsi dall’Algeria, paese che rinnega la dignità della sua indipendenza. Creano ‘hot-spot’ battezzati Macron che tradisce il nome di Emmanuel che porta. Dio non è più con noi, si trova nelle agenzie umanitarie che lo assistono per salvare vite umane dai trafficanti che loro stessi pagano, armano e proteggono. Meglio Johnson, che esibisce il foglio di uscita dal carcere, col titolo ‘Avviso di Liberazione’. Quello che i falsari della storia e i loro accoliti non possederanno mai. Loro si presentano come i nuovi salvatori del Sahel. Ignobili menzogne rispetto al diritto fondamentale alla mobilità umana e impostori di un mondo aperto ai passi del futuro. Amministratori finti del sistema che congiura contro la coniugazione dell’uguaglianza con la libertà. Dimenticano che già nel 1889, nella Conferenza Internazionale sulle Migrazioni, si affermava la libertà di disporre della propria persona come meglio si crede.
Johnon esce con più dignità dall’accusa di falsario di quanti operano il falso nella politica di repressione della mobilità umana. Al diritto di lasciare un paese non corrisponde quello di entrare in un altro. Solo perché resi poveri da decreti di espulsione o ritenzione nelle maglie giuridiche di chi crede di avere il potere. La lista dei falsari è lunga e tortuosa. La dichiarazione di Niamey, siglata la settimana scorsa, ne è uno degli ultimi esemplari. Il pretesto della lotta senza quartiere a trafficanti di migranti è la patente falsificazione del passato che ha prodotto e consolidato i trafficanti. I primi di questi sono nelle risorse, le armi e gli accordi di libera rapina delle economie rese fragili dalle multinazionali. Johnson torna al futuro e così, se vorranno imitarlo, potranno fare i falsari. Johnson porta ai compagni di cella un po’ di carbone e d’olio per cucinare, sapone per lavare le ferite e alcune zollette di zucchero per dare gusto al futuro.

domenica 1 aprile 2018

Seicento donne occupano la Nestlé - Desinformémonos


Circa 600 donne hanno occupato la sede dell’impresa Nestlé a São Lourenço, regione sud del Minas Gerais, Brasile, per denunciare la vendita delle acque alle compagnie internazionali promossa dal governo di Michel Temer, nell’ambito del Forum Mondiale delle Acque, a Brasilia.
Maria Gomes de Oliveira, della direzione del Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST), ha affermato che “c’è bisogno di molta sfacciataggine per organizzare un forum internazionale con l’obiettivo di commercializzare le nostre riserve d’acqua” e che “loro non si sono riuniti per discutere la gestione di nulla, stanno promuovendo una vera asta per vendere il paese al ‘prezzo delle banane’”.
“Immagina di essere obbligata a comprare bottiglie d’acqua per tutto il giorno per saziare la tua sete. Nessuno lo reggerebbe. E questo è ciò che vogliono le imprese che sono riunite in questo esatto momento in quel Forum”, ha detto la dirigente.

Oliveira ha spiegato che lo sfruttamento dell’Acquifero Guaraní, che abbraccia Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, è stato discusso da Temer e dal presidente della Nestlé Paul Bulcke, ma con la vittoria dei conservatori in Argentina e dei colpi di stato che sono stati promossi in Paraguay e in Brasile, solo l’Uruguay può porre degli ostacoli alla privatizzazione. “Quanto più va avanti il golpe, più chiara diventa l’influenza dei grandi gruppi economici sulla politica e sugli interessi per sfruttare le nostre ricchezze naturali”, ha aggiunto.
Dal 1994 la Nestlé ha installato un impianto nel Minas Gerais e da allora è stata oggetto di denuncie da parte della popolazione per lo sfruttamento dell’acqua, ma il governo appoggia la compagnia e permette l’estrazione delle risorse naturali.
La componente del MST ha dichiarato che “la Nestlé si è stabilita qui da decenni e, da allora, promuove lo sfruttamento predatorio e, anche, irregolare. L’acqua è un bene comune dell’umanità, difenderla è una questione di sovranità”.

giovedì 29 marzo 2018

Raccolta tappi di plastica: come fare e a chi rivolgersi - Marta Albè



Raccolta dei tappi di plastica. Ci troviamo di fonte ad una bufala, alla classica leggenda metropolitana o ad una vera e propria operazione di solidarietà? Un amico o un parente potrebbe avervi proposto di tenere da parte i tappi di plastica delle bottiglie, così da raccoglierli a scopo benefico, ad esempio per donare una sedia a rotelle o un apparecchio per la dialisi alle persone in difficoltà. A chi consegnare i tappi di plastica? Esistono associazioni che si occupano della loro raccolta?
Secondo un articolo riportato dal Cicap, 1 tonnellata di tappi rende circa 150 euro e corrisponde a più di 400 mila tappi di plastica. La raccolta dei tappi di plastica delle bottiglie può essere condotta dalle associazioni poiché i tappi non vengono considerati rifiuti urbani, a differenza delle bottiglie, che invece devono essere ritirate dagli appositi consorzi di raccolta. Le leggende metropolitane sarebbero nate quando in Italia la raccolta dei tappi di plastica a fini benefici non esisteva ancora.
Cosa è successo? All'inizio degli anni Novanta, qualcuno aveva cominciato a spargere la voce della possibilità di raccogliere tappi per riuscire a donare una sedia rotelle a un disabile o a una persona anziana. Era forse forte il desiderio di portare in Italia una realtà benefica già presente all'estero, ad esempio in Francia, dove è attiva l'associazione Bouchons d'Amour (Tappi d'Amore).
Separare i tappi di plastica dalle bottiglie sarebbe utile anche per facilitare la raccolta differenziata. I due elementi, infatti, non vengono riciclati nello stesso modo, poiché i materiali da cui sono composti risultano diversi: PE per i tappi e PET per le bottiglie. Le associazioni che si occupano della raccolta dei tappi di plastica devono affrontare alcuni problemi spinosi. Trovare lo spazio in cui accumularli e pagare i mezzi necessari per il loro trasporto.
Ecco perché, probabilmente, alcune associazioni decidono di porre fine alla raccolta alimentando così la diffusione di leggende metropolitane e bufale al riguardo. Ma la raccolta dei tappi di plastica in Italia e nel mondo a scopi benefici esiste e avviene davvero. Il ricavato viene utilizzato per opere di beneficenza, come la costruzione di orfanotrofi. Ciò che dovrete fare, èrivolgervi ad associazioni serie e davvero attive dal punto di vista della solidarietà.
1) Centro Mondialità Sviluppo Reciproco
Il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco si occupa della raccolta di tappi di plastica in Italia. I punti di raccolta sono sparsi in tutta la penisola e sono presenti in oltre la metà delle nostre regioni. La raccolta dei tappi di plastica è nata da un'iniziativa della Caritas Diocesana di Livorno in collaborazione con Galletti Ecoservice, ditta impegnata nel trasporto e nel riciclaggio di rifiuti e materiali plastici. Il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco ne ha assunto la gestione nel 2003, con l'obiettivo di realizzare progetti per l'approvvigionamento idrico in Tanzania. Clicca qui per scoprire il punto di raccolta dei tappi di plastica più vicino. Per tutte le informazioni necessarie adattivare la raccolta in altre zone, è possibile telefonare allo 0586-887350. Potrete scaricare online il materiale relativo ai progetti già avviati.
2) Gruppo Ecoimballaggi
Il Gruppo Ecoimballaggi, che ha sede ad Aprilia, si occupa della raccolta, dello smaltimento e del trasporto dei rifiuti sul territorio. Si impegna inoltre nella diffusione della cultura del riciclo e nella promozione della raccolta di tappi di plastica. I tappi possono essere consegnati presso la sede di via Spadellata, oppure presso uno dei punti di raccolta presenti in aziende, scuole e enti pubblici. La maggior parte delle somme ricavate dalla raccolta dei tappi di plastica vengono destinate da parte del Gruppo Ecoimballaggi a progetti sociali.
3) Movimento Adulti Scout
Il Movimento Adulti Scout di Collegno, in provincia di Torino, ha organizzato una raccolta di tappi di plastica a cui tutti i cittadini possono partecipare. Come? Preparando i sacchetti con i tappi e consegnandoli presso le scuole, il centro anziani o l'ecocentro presente in città, I tappi verranno inviati in Toscana e verranno gestiti dal Centro Mondialità Sviluppo Reciproco di cui sopra.
4) Insieme per l'India
L'associazione Insieme per l'India raccoglie i tappi di plastica e li vende alla cooperativa sociale La Cometa di San Lorenzo di Cambiano, in provincia di Torino. L'iniziativa è promossa dall'associazione stessa e dal Comune di Fossano. I tappi raccolti vengono riutilizzati per la creazione di vasi per i fiori, cassette e tubi di scarico. Il ricavato viene destinato ai progetti dell'associazione. I tappi adatti sono quelli delle bottiglie di plastica, del latte, dei succhi di frutta e degli ammorbidenti. Grazie ai tappi, sono stati raccolti fino a questo momento almeno 6000 euro. Tra i progetti benefici troviamo sostegno a distanza e costruzione di scuole. I tappi devono essere consegnati a mano presso i punti di raccolta dell'associazione. Consulta qui la mappa.
5) Associazione Lombarda Cooperative di Produzione e Lavoro
L'Associazione Lombarda Cooperative di Produzione e Lavoro promuove il progetto Va a ciapà i tapp. La raccolta dei tappi viene condotta a sostegno dell'associazione Onlus di volontariato La Nostra Comunità che dal 1981 a Milano promuove attività educative, formative e di animazione per adolescenti e adulti con disabilità multipla. Per ulteriori informazioni: legacooplombardiapl.it. Per aderire al progetto scrivere a: giusy.palumbo@lombardia.legacoop.it.
6) Amico dell'Ambiente
Amico dell'Ambiente è un progetto per la raccolta dei tappi di plastica attivo dal 2007. L'iniziativa sta andando molto bene, tanto che solo nel 2014 sono stati recuperati 300 milioni di tappi. È attivo in Veneto e in altre sette regioni, con l'obiettivo di estenderlo a tutta Italia per far conoscere le possibilità di riciclo dei tappi di plastica, che in questo caso vengono trasformati in cassette di plastica per l'ortofrutta (in collaborazione con il consorzio Conip). In questo tipo di raccolta sono state coinvolte più di 400 associazioni, con grande soddisfazione a livello sociale. L'estensione in tutta Italia dovrebbe avvenire entro i prossimi due anni. Scuole, associazioni e enti possono collaborare alla raccolta dei tappi di plastica rivolgendosi a www.amicodellambiente.it.
7) Associazione Elfo Avventure
L'Associazione Elfo Avventure ha iniziato diversi anni fa la raccolta tappi collaborando con altre realtà di volontariato maggiori e già da tempo sul territorio di altre città.
Da tre anni è un punto di riferimento per la raccolta tappi in plastica a Modena e provincia (Nonantola, Carpi, Mirandola).
Svolge un'azione educativa nelle scuole con lezioni gratuite che spiegano l'utilità sociale del riciclaggio e in particolar modo di quello dei tappi in plastica; sensibilizzano tra l'altro i ragazzi sul problema della solidarietà internazionale e della facilità con la quale un gesto semplice come buttare un tappo nel raccoglitore giusto possa cambiare il destino di un loro coetaneo africano.
Fino ad ora i fondi ricavati con la vendita della plastica sono serviti a finanziare lo scavo di pozzi in Africa. Dal 2016 hanno aperto un un nuovo progetto che consiste nel finanziamento di una borsa di studio per una ragazza del Mozambico che intende studiare per diventare infermiera.
Conoscete altre associazioni che si occupano della raccolta di tappi di plastica a fini benefici?

mercoledì 28 marzo 2018

L’Eni nell’Artico, i petrolieri texani e l’Europa a tutto gas - Mario Agostinelli



Non è solo Trump a non voler attuare una politica che rallenti il riscaldamento climatico. Il 2018 sarà un anno di svolta per il consumo di petrolio mentre l’Europa punta a diventare un rigassificatore globale e l’Eni inizierà a perforare l’Artico.
Molti di noi mostravano scetticismo sulle conclusioni della Cop21, di Parigi, il summit internazionale contro i cambiamenti climatici provocati dalle massicce emissioni in atmosfera di anidride carbonica. Non solo l’arrivo di Trump, ma il malcelato appoggio allo scapigliato presidente sparso in giro per il mondo da tutte le multinazionali e dagli interessi che assecondano il modello di sviluppo alimentato dai fossili e dal nucleare, ha già fatto dimenticare il fiato sul collo messo ai governanti dalle convenzioni internazionali sul clima. Tra una Cop e l’altra vengono vanificati o posposti tutti gli impegni più cogenti scritti sulla carta e così un testo senza sanzioni certe mostra tutta la sua debolezza e inefficacia. Così, provo subito ad elencare i punti più qualificanti dell’accordo di Parigi compromessi o beffati senza che si crei un minimo di inquietudine nell’opinione pubblica mondiale.
L’articolo 2 dell’accordo fissa l’obiettivo di restare “ben al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali”, con l’impegno a “portare avanti sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi”. L’articolo 3 prevede che i Paesi “puntino a raggiungere il picco delle emissioni di gas serra il più presto possibile”, e proseguano “rapide riduzioni dopo quel momento” per arrivare a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra già nella seconda metà di questo secolo”. In base all’articolo 4, tutti i Paesi “dovranno preparare, comunicare e mantenere” degli impegni definiti a livello nazionale, con revisioni regolari che “rappresentino un progresso” rispetto agli impegni precedenti e “riflettano ambizioni più elevate possibile” di decarbonizzazione. I paragrafi 23 e 24 della decisione intergovernativa sollecitano i Paesi che hanno presentato impegni al 2025 “a comunicare entro il 2020 un nuovo impegno, e a farlo poi regolarmente ogni 5 anni”, e chiedono a quelli che già hanno un impegno al 2030 di “comunicarlo o aggiornarlo entro il 2020”. La prima verifica dell’applicazione degli impegni è fissata al 2023.
DI fatto, come documentato sotto, si cerca di aumentare la produzione e di tagliare i costi di un’attività
L’articolo 9 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”. Ma, in realtà, viene aumentata la produzione e tagliati i costi con sovvenzioni pubbliche per quello che era il fulcro della vecchia economia: la produzione di petrolio e di gas; e neanche un dollaro è stato infilato in una bussola per la carità posta ad un incrocio qualunque!
SI CERCA DI SPOSTARE IN AVANTI IL PICCO DEL PETROLIO
Nel suo recente ed esauriente report sul futuro del petrolio e del gas la International Energy Agency (IEA: Oil 2018, analysis and forecasts to 2023, www.iea.org ) induce a riflessioni tutt’altro che scontate sull’avvenuto raggiungimento del picco delle fonti fossili. Ormai si perfora e si spara acqua compressa nei luoghi più inimmaginabili e pericolosi. Anzi, caparbiamente, le grandi corporation e i gruppi finanziari più esposti esplorano ogni possibilità di rilancio anche dei combustibili più sporchi. Accelerando perfino, come proverò qui sotto, i più assurdi tentativi di estrazione sotto il profilo climatico-ambientale e azzardando le operazioni più rischiose dal punto di vista finanziario e delle probabili bolle in borsa. Tutto, pur di contrastare il cambio di modello energetico e di trasferire solo sul piano contabile di governi e multinazionali gli effetti di una esasperata combustione dei fossili recuperati ovunque, dopo averla dichiarata incompatibile con il riscaldamento del pianeta ad ogni superfluo appuntamento Cop (ormai, con quella dopo Parigi e Bonn, arrivate al numero 23, https://www.lifegate.it/persone/news/cop-23-fiji-bonn-finale ).
Lo stesso direttore esecutivo della IEA, Fatih Birol, sostiene che dalla Cop 21 ad oggi si deve registrare con sorpresa una espansione notevole di immissione “sporca”, dovuta soprattutto all’impressionante ripresa della produzione di petrolio e gas da scisti negli Stati Uniti. L’impatto globale dell’aumento dello shale oil (LTO) e il contemporaneo irrobustimento dell’esportazione di shale gas comporta un cambiamento fondamentale nella natura dei mercati petroliferi globali.
Previsioni di produzione di LTO in USA a seconda della velocità di esaurimento dei pozzi (http://peakoilbarrel.com/the-future-of-us-light-tight-oil-lto/ )
La spina nel fianco della tecnologia di fracking consiste nel più rapido esaurimento dei giacimenti (le varie curve in figura indicano diverse velocità di estrazione – in barili al giorno – e quindi diverse previsioni più o meno pessimistiche di svuotamento dei pozzi). Si deve notare che la modalità di fracking delle rocce, estremamente dannosa sul piano ambientale, andrà comunque ad esaurirsi entro la metà del secolo, ma che tutte le curve (tranne la più bassa) sono in crescita fino al 2023. Di conseguenza, quindi, l’inevitabile picco previsto cinque anni fa ancora non è raggiunto, consentendo agli USA di solidificarsi come il principale produttore di petrolio al mondo mentre la Cina e l’India li sostituiscono come principali importatori di oro nero.
Il Fondo Monetario Internazionale vede una crescita economica globale del 3,9% all’anno fino al 2023 e le economie forti utilizzeranno più petrolio con una crescita della domanda a un tasso medio annuo di 1,2 milioni di barili / giorno. Dove sta allora la decarbonizzazione, parola d’ordine della Cop di Parigi e della SEN di Calenda? Eppure, ci sono segnali di possibile e vantaggiosa sostituzione del petrolio con altre fonti energetiche in vari paesi. Ma non è assolutamente pari agli obiettivi di sostituzione necessari, se si escludono sforzi locali in Asia e parziali in Germania. Un esempio di riferimento sta diventando la Cina, che, partendo da una situazione disastrosa in particolare nelle città, ha introdotto alcune delle più severe normative mondiali in materia di efficienza dei consumi e di emissioni. La produzione e le vendite di veicoli elettrici stanno aumentando e c’è una forte aumento nello spiegamento di veicoli a gas naturale, in particolare nelle flotte di camion e autobus. Un numero crescente di autobus elettrici e autocarri alimentati a GNL in Cina rallenterà in modo significativo la crescita della domanda di gasolio. Le flotte di oltre 16.000 bus elettrici di Shenzhen sono un punto di riferimento mondiale.
Spesso si trascura che i prodotti petrolchimici sono un fattore chiave per la crescita della domanda di petrolio e che la corsa al riarmo concentra ancora di più il ricorso ad esso. Man mano che le spedizioni canadesi di shale oil e shale gas verso gli Stati Uniti crescono, questo libera il greggio statunitense più leggero per l’esportazione, in particolare per soddisfare la domanda asiatica di materie prime petrolchimiche. Ogni anno il mondo ha bisogno di rimpiazzare l’offerta persa dai campi maturi e questo è l’equivalente di sostituire un Mare del Nord ogni anno. Le scoperte di nuove risorse petrolifere tradizionali sono scese ad un altro minimo storico nel 2017. Messico e Venezuela sono campi ambiti di intervento, ma anche fonte di enormi tensioni (Il muro di Trump, l’attacco asfissiante al governo di Caracas), mentre l’instabilità in Iraq, Libia e Nigeria e l’isolamento del Qatar comporta che ormai i Paesi non OPEC diventino i protagonisti sulla scena, con in testa gli Stati Uniti, almeno nei prossimi quattro-cinque anni. Spinta dall’LTO, che non ha ancora raggiunto il suo picco (v. figura), nel 2023 la produzione degli Stati Uniti sarà cresciuta di 3,7 milioni di barili al giorno, cioè, più della metà della crescita totale della capacità produttiva globale, di 6.4 mb / d prevista per allora. Gli Stati Uniti sono pertanto in una posizione favorevole per aumentare il proprio ruolo nei mercati globali. Per di più, sotto la presidenza Trump viene favorita nettamente la capacità e il ruolo della logistica e dei grandi impianti. Questo include importanti progetti canadesi come Trans Mountain e Keystone XL, osteggiati da Obama e il gasdotto EPIC 550 kb / d di TexStar Logistics, che sarà operativo nel 2019 in Texas. Dieci impianti di esportazione di petrolio greggio sono in corso di aggiornamento o di costruzione, facendo di Corpus Christi il principale hub di esportazione nella costa del Golfo. Anche l’attale eccesso di capacità di raffinazione globale è destinato ad esaurirsi a causa del rallentamento della crescita della domanda di prodotti raffinati, in particolare dall’Asia, che richiede sempre più greggio per la propria industria petrolchimica.
La domanda petrolifera europea, nel frattempo, dovrebbe tornare alla sua tendenza al declino a lungo termine. La maggior parte della crescita verrà dal GPL e dall’etano. Buoni guadagni si vedranno anche nel consumo di kerosene, dato che i viaggi aerei diventano più accessibili nei paesi non OCSE. La crescita della domanda di benzina rallenta nel periodo da qui al 2023 con standard più rigidi in materia di risparmio di carburante, mentre la crescita del gasolio rallenta in media dello 0,7% all’anno.
ESTRARRE E IMPIEGARE E PAGARE AD OGNI COSTO SHALE GAS
Segnalo alcuni temi destinati a essere considerati decisivi nei prossimi 12-24 mesi per il settore globale del GNL (gas naturale liquefatto) se si prendono in considerazione prevalentemente i vantaggi di mercato, lasciando ricadere all’esterno sia i danni ambientali, che quelli sociali e i rischi finanziari (le fonti sono elaborate da informazioni della Banca Mondiale http://www.worldbank.org/ ).
L’accumulo nell’approvvigionamento di GNL (Gas naturale liquefatto) a livello globale è significativamente ritardato dalla capacità di liquefazione. Negli ultimi due anni, la crescita dell’approvvigionamento di GNL ha rappresentato meno di due terzi della capacità di crescita di offerta grezza. Ciò è dovuto a numerosi fattori, tra cui ritardi di messa in servizio e interruzioni di fornitura non pianificabili, spesso dipendenti da conflitti locali o dall’onerosità delle infrastrutture di trasporto e trasformazione. Le imprese e la gran parte dei Governi stanno attuando ogni sforzo per invertire questa tendenza nel 2018 e nel 2019, con la crescita dell’offerta mondiale più strettamente in linea con la crescita della capacità di fornitura. Una grande fetta di questa crescita proviene da progetti avviati nel 2017, sia da quelli in fase di pieno utilizzo che da quelli che hanno raggiunto la stabilità. I produttori tutt’ora operano investimenti per un livello relativamente basso di interruzioni rispetto a quanto osservato negli ultimi anni, in gran parte a causa dei maggiori volumi in arrivo da Angola, Egitto e Trinidad e Tobago. Nel 2018 è prevista la maggiore crescita in volume di qualsiasi anno passato, superando sostanzialmente la crescita della domanda globale. Tuttavia, dopo il 2019, la ristrutturazione della pipeline dei progetti di liquefazione si esaurirà e la crescita dell’offerta inizierà nuovamente a decadere. Ciò inciderà sul prezzo al mercato e sui rischi di investimento in atto.
La scala di crescita nel 2017 è stata attribuita in gran parte alla Cina, che ha dominato il mercato, rappresentando quasi la metà della crescita globale della domanda. Ma il ritmo di questa crescita si attenuerà. L’aumento del consumo di gas domestico e l’insufficienza delle forniture locali vedranno continuare a crescere le importazioni di GNL, ma con un rallentamento, dovuto all’estensione delle rinnovabili, nonostante il passaggio dal carbone al gas. Più in generale, i mercati emergenti continueranno a sostenere la crescita globale, compreso un gran numero di nuovi entranti. Tuttavia, molti dei più attraenti di essi sono già stati sfruttati e il ritmo dei nuovi entranti inizierà a rallentare. Ciò non significa riduzione effettiva di investimenti e di perforazioni nel settore, ma un maggior rischio , dichiaratamente coperto dalla svolta di Trump rispetto agli impegni di Parigi.
In questo quadro di maggiore tolleranza per lo shale gas, fino a due anni fà messo al bando dall’UE, L‘Europa punta ad adottare il ruolo del rigassificatore globale. Ciò vale anche per il carbone, il petrolio, o le biomasse, ma fa gola specialmente per l’esportazione di gas americano. La regione è unica nella sua capacità di assorbire l’avanzo globale, grazie ai suoi mercati del gas ampi, integrati e liberalizzati e ai significativi volumi di offerta flessibile. L’Europa deve però – secondo i più grandi produttori di gas e i fornitori interni (ENI, Total e BP) – fare un ulteriore salto e diventare il maggior consumatore di gas a livello globale: a questo puntano esplicitamente gli Stati Uniti (con l’esportazione di shale gas) e la Russia (con la costruzione di gasdotti). Nella competizione russo-statiuniti- canadese l’UE favorisce le iniziative di immissione in rete gassosa del GNL da scisto nordamericano ai nodi degli attracchi europei (dalla Lituania, Estonia e Inghilterra – per limitare il gas russo – alla Toscana – per favorire la metanizzazione della Sardegna messa sul piatto dal governo italiano). Nasceranno così nuovi problemi per il mercato del gas, dato che il fattore determinante dei flussi complessivi in ​​Europa sarà il prezzo, con i carichi di GNL in competizione sugli hub dei porti per eliminare le forniture da gasdotti. In questo modo, i prezzi del mercato europeo del gas emergeranno come un importante fattore trainante dei prezzi globali del GNL nel medio periodo. E non necessariamente al ribasso, ma in condizioni di maggiore volatilità.
Mentre l’Europa contribuirà a riequilibrare il mercato dal lato della domanda, l’offerta è altamente inelastica rispetto ai prezzi. La maggior parte della capacità di liquefazione è impegnata in contratti a lungo termine e, dati i bassi costi di produzione, la maggior parte delle forniture è incentivata a gestire in loco i propri impianti alla massima capacità e a vendere solo l’eccesso sul mercato spot. Gli Stati Uniti, nel breve periodo e in funzione del surplus di shale gas, sono probabilmente l’unica fonte di offerta di GNL a livello globale, nonostante i suoi costi di produzione-liquefazione-trasporto-rigassificazione relativamente elevati e l’impatto disastroso sui cicli naturali e l’ambiente. Su base annua media, lo spread tra il miglior prezzo statunitense e i benchmark europei ed asiatici sembra favorevole alle esportazioni dall’America per tutto il 2018 e 2019. Tuttavia, i prezzi del gas sono altamente stagionali e durante i mesi estivi, la capacità degli Stati Uniti verrà probabilmente sottoutilizzata e compensata per altra via.
L’espansione del gas è quindi fonte di incertezze e di gravi disagi ambientali, oltre che di rischi finanziari notevoli. Ma tant’è: nonostante tutte le Cop organizzate con grande pompa e risonanza, la decarbonizzazione strombazzata ad ogni lato, paradossalmente rilancia il gas, con l’attenuante della sostituzione del carbone con il mantenimento sotto traccia del suo contributo ai gas climalteranti nella percezione dell’opinione pubblica, abbagliata dalla narrazione di quote di rinnovabili nei paesi di industrializzazione matura a integrazione anziché a sostituzione dei consumi fossili.
Negli ultimi due anni, solo due decisioni di investimento finale sono state prese su progetti di liquefazione, a livello globale: Tangguh LNG (Indonesia) e Coral FLNG (Mozambico). Per il 2018 sono invece ben 17 i progetti in lizza, di cui sette con solide prospettive di realizzazione. Perché mai, visto lo scoraggiamento che dovrebbe provenire dagli appuntamenti sul clima? La verità è che le sanzioni finanziarie sui progetti saranno sostenute dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dall’attenuazione dei vincoli di capitale sulle principali compagnie petrolifere e del gas, nonché da una forte deflazione dei costi dei servizi a sostegno dell’economia dei progetti di liquefazione. Ancora una volta, il modello di sviluppo finisce sulle spalle del pubblico e dei consumatori, con la complicità dei governanti.
BIG DATA =PIU” EFFICIENZA, PIU’ PROFITTI, MA MINOR DURATADEI POZZI
I grandi cambiamenti in atto nel settore petrolifero e del gas, ora che esso sta iniziando a adottare le ultime innovazioni anche in fatto di informatica, provocano l’illusione di tornare ad essere competitivi economicamente con le fonti “pulite” a dispetto della riduzione dei costi di quest’ultime e dell’insostenibilità ambientale provocata dalla circolazione di gas e petrolio (Il carbone non è affatto marginale, ma ormai le banche lo sfavoriscono). Alcune tecniche – come l’analisi avanzata dei dati che vengono commissionate a Google, Facebook, Amazon ed altri sia per intralciare i contatti diretti con la clientela, sia per “strizzare” al massimo le fonti sotto le superfici più fragili e contaminabili– ormai sono utilizzate sempre più spesso dal settore energetico. Molti dirigenti di società petrolifere credono che i risultati potrebbero essere altrettanto sbalorditivi e rivoluzionari che per la manifattura. (v. Il sole 24 ore http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-02-14/cosi-big-data-salveranno-gas-e-petrolio-nell-era-rinnovabili–150458.shtml?uuid=AEkoZxzD&refresh_ce=1 )
L’aumento della produzione reso possibile dalle innovazioni digitale dovrebbe esercitare pressioni verso il basso per i prezzi petroliferi, “creando venti contrari per le tecnologie concorrenti, comprese quelle applicate alle automobili elettriche”. Entro i prossimi dieci “Nei giacimenti petroliferi di scisto degli Stati Uniti il nuovo sistema potrebbe incidere sui costi di produzione nella misura del 40 per cento” ha osservato il CEO di Chevron, Occorre tener effettivamente conto che nella classifica Top 500 dei supercomputer più potenti al mondo oggi, i maggiori proprietari del settore fossile risultano essere Total ed Eni – le società petrolifere a compartecipazione governativa rispettivamente di Francia e Italia, e Petroleum Geo Services, un’azienda che effettua rilevamenti di giacimenti di petrolio e relativa produzione di immagini di resa e simulazione. “Le operazioni legate alle trivellazioni sono in buona parte gestite da esseri umani. Crediamo che in futuro saranno sempre più automatizzate e delegate a un computer”(Chevron). Il basso costo dei sensori e la disponibilità di servizi nel cloud rendono senz’altro maggiore la resa, ma petrolio e gas restano produttori di climalteranti alla combustione e il principio dell’entropia ha un carattere di irreversibilità e una dipendenza dalla velocità delle trasformazioni in natura che nessuna elaborazione di dati può sostanzialmente invertire, se i parametri e le intensità termiche inseguite rimangono invariati.
Come nel caso della manifattura 4.0, la sostituzione dell’azione umana con Intelligenza Artificiale, nonchè l’estrema velocità di elaborazione in tempo di dati non sempre correlati giustamente tra loro distraggono dalla qualità e dalla finalità che si produce a fini di profitto e dall’intero ciclo di vita dei prodotti. I quali evidentemente non si esauriscono nel consumo, ma rimangono scarto degradato e, di fatto, nel caso dei fossili e ancor più per il nucleare, scarto ineliminabile in tempi storici. La fase di accelerazione dellìimpiego tecnologie digitali, ormai pervasive e sorrette da notevoli investimenti nelle infrastrutture, sta creando illusorie aspettative tra gli operatori economici e affanni di competizione tra i sistemi nazionali. Anche se in complesso viene riconosciuto che l’attuale crisi sia generale, a carattere epocale e strutturale e pertanto richieda soluzioni in profonda discontinuità con le ricette che l’hanno provocata, perfino riguardo alle fonti fossili ci si limita alla pura efficienza, alla maggior velocità delle connessioni tra siti e spezzoni di ciclo, di elaborazioni e esecuzioni materiali, che prescindono dall’utilità sociale dei prodotti, lasciano inalterata la divisione del lavoro, ne incorporano nel macchinario la residua autonomia, estendono la loro potenza organizzativa all’intero tempo dell’esistenza umana. Continua cioè a prevalere in ambito economico e politico la speranza di superare – ostinatamente in un orizzonte rischiarato da una improbabile crescita – il duro avvitamento di una società in cui degrado di natura, limiti alla democrazia, perdita di diritti sono ormai emergenze irrisolvibili, ma, nello stesso tempo, il frutto di scelte maturate nel modo di produzione e di consumo, che rimane la sostanza da mettere in discussione.
MULTINAZIONALI, ROTTE ARTICHE, PETROLIO E GAS POLARE
Mentre la domanda globale di combustibili fossili aumenta e il ghiaccio del mare artico continua a sciogliersi, le multinazionali e i governi prevedono di espandere le esplorazioni petrolifere e le rotte commerciali nella regione. Un’altra incredibile contraddizione rispetto alle decisioni sbandierate ai summit sul clima.
Il 26 gennaio 2018, Pechino ha annunciato l’apertura di rotte marittime nell’Artico per un tipo di strada della seta polare. La Cina sta mettendo sotto osservazione le possibilità di estrarre petrolio, gas, risorse minerarie, nonché di favorire la pesca e il turismo nella regione. Il gigante asiatico ha una quota importante nel progetto russo di gas naturale liquefatto (GNL) di Yamal, che dovrebbe fornire alla Cina 4 milioni di tonnellate di GNL all’anno.
Nell’aprile dello scorso anno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato un ordine esecutivo che inverte le restrizioni dell’ex presidente Barack Obama sulle trivellazioni nell’Artico, offrendo all’ENI la concessione di perforazioni esplorative nell’Artico a partire dal 2018.
Affrontare sversamenti di fossili in questo tipo di ambiente richiede conoscenze, capacità tecniche e capacità di risposta che semplicemente non abbiamo: oltre 25 anni dopo Exxon Valdez, non ci sono ancora tecnologie note per la pulizia di olio in zone ghiacciate.
Nonostante i probabili disastri naturali che potrebbero introdurre, le nazioni e i Governi interessati (compreso quello italiano!) stanno predisponendo piani per trarre profitto dalle risorse dell’Artico e dalle possibili rotte commerciali. Attualmente, due importanti rotte artiche sono sempre più navigabili in estate. The Northwest Passage (Canada), che farebbe risparmiare due settimane di viaggio rispetto al Canale di Panama e la rotta del Mare del Nord (Russia), che è già in uso per navi commerciali. Sebbene le rotte non siano aperte tutto l’anno, le compagnie investono già miliardi di dollari in petroliere in grado di rompere e superare il ghiaccio invernale.
Il Worldwatch Institute di Washington ( http://www.worldwatch.org/node/5664 ) ha riferito che più della metà dell’Oceano Artico era coperto di ghiaccio tutto l’anno a metà degli anni ’80. Oggi, la calotta polare è molto più piccola, come ha dimostrato la NASA con le prove satellitari: la copertura ghiacciata artica, a partire da febbraio, poggia su meno del 30 percento dell’oceano.
I diritti allo sviluppo nell’Oceano Artico sono fortemente contestati tra Stati Uniti, Russia, Canada e Norvegia. Tutti e quattro i paesi stanno discutendo fino a che punto la loro piattaforma continentale si estende nell’oceano e quindi concede loro diritti di perforazione. Ma il rapporto 2016 dell’Istituto per l’ambiente di Stoccolma ( v. https://issuu.com/mcarta/docs/stockholm_re-silient_2015 ) avverte che “l’integrità degli ecosistemi artici è sempre più sfidata, con importanti implicazioni per le comunità artiche e per il mondo nel suo complesso. I cambiamenti climatici minacciano una vita polare varia e abbondante che dipende dallo spessore del ghiaccio, dagli orsi polari e dai trichechi, fono al al minuscolo krill. Lo scioglimento delle calotte glaciali e dei ghiacciai sta causando l’innalzamento dei livelli del mare. Le modifiche ai climi polari rappresentano una doppia minaccia: influiscono direttamente sulla vita polare, ma hanno anche importanti effetti a catena per i sistemi climatici di tutto il mondo. ”
In conclusione, chi guida il mondo continua a ritenere reversibile e riparabile l’impronta che in particolare le attuali generazioni lasciano sulla Terra.
E PER FINIRE….LA BREXIT
Per rappresentare lo stato di involuzione dl sistema mondiale fondato su grandi centrali e migliaia di miglia di reti di distribuzione carenti di accumulo, riprendo da ultima una notizia tanto imbarazzante quanto segno di imprevidenza. Questione senz’altro non messa in conto dagli Inglesi quando son stati consultati nel referendum popolare per la Brexit. Il Regno Unito non ha ancora nemeno abbozzato le regole di sostituzione necessarie Ma il tempo stringe per elaborare nuovi accordi prima di marzo. La francese EDF impegnata alla costruzione dei reattori nucleari di Hinkley Point, nel sud-ovest dell’Inghilterra – tre enormi gruppi da 1600 MW l’uno per un esborso di 19,6 miliardi di sterline (26,2 miliardi di dollari) – ha sollevato il problema dell’uscita dell’Inghilterra dall’Euratom e dei rapporti che in particolare i francesi tengono oltre Manica per la standardizzazione delle centrali da loro progettate e per l’accesso e il ritrattamento del carburante nucleare. L’adesione all’Euratom ha per tutti questi anni aiutato la Gran Bretagna a diventare un produttore leader di combustibile per reattori e un partecipante chiave nei progetti di ricerca nucleare a guida UE. Il governo del primo ministro Theresa May ha sottovalutato la decisione di lasciare con l’UE anche l’Euratom. Ma dal momento che l’organizzazione del nucleare europeo governa tutto, dal trasporto di materiali radioattivi, dal combustibile per reattori agli isotopi medici e alla tecnologia atomica commerciale, in attesa di complicati accordi tutti da riscrivere il Regno Unito non avrebbe accesso al carburante. Se i benefici chiave previsti dal trattato Euratom soprattutto per la sicurezza non venissero mantenuti, non si sarebbe in grado di spostare il combustibile nucleare o le merci dentro e fuori il paese. E EDF dovrebbe sospendere le operazioni, mentre la Gran Bretagna dovrebbe reperire 5.000 posti di lavoro per costruire la stazione ed essere in grado di accedere a dipendenti qualificati provenienti da altri paesi europei. Intanto il combustibile nucleare giacerebbe incustodito e non ritrattato per migliaia di anni o almeno finchè non si ripristinino gli accordi per una loro conservazione il meno pericolosa possibile per tempi storici
A valle delle constatazioni qui prese in considerazione solo per il “rilancio” clandestino dei fossili, considerare Parigi 2015 una tappa storica è davvero un abbaglio in attesa di una sola possibile scossa: quella dei cittadini -uomini e donne – che pongono la rigenerazione, la biosfera, la cura della Terra sopra la ricerca di un profitto illusoriamente a termine