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martedì 18 marzo 2025

Come diventare ricchi nel 2025? Serve una eredità - Valerio Sale


Inutile lavorare sodo, meglio dimenticarsi la carriera, ciò che conta è un’eredità. A inizio del Novecento i patrimoni ereditati valevano circa il 20% del Pil mondiale. Poi con le lotte e le conquiste sociali la percentuale si è ridotta drasticamente. Alla fine del secolo scorso con la fine della contrapposizione capitalismo contro comunismo, e l’avanzata del neoliberismo, la concentrazione della ricchezza è nuovamente aumentata e oggi il valore delle eredità è ritornato al 10% del Pil.

 

Esempio dinastie Rotschild e Agnelli

Chi può spiegarcelo meglio di due rappresentanti delle principali dinastie di ereditieri della storia? Sono i Rotschild e gli Agnelli, editori del britannico The Economist che ha svolto un’approfondita inchiesta sulle “ineguaglianze create dall’eredità”.  Un bel mea culpa che, se non fosse per alcune omissioni che vedremo più avanti, meriterebbe l’indulgenza plenaria. L’inchiesta fa emergere che le eredità in Francia sono raddoppiate dagli anni ’60. Quelle tedesche sono quasi triplicate dagli anni ’70. In Gran Bretagna sono il doppio in relazione ai guadagni dei nati negli anni ’80 rispetto alla generazione precedente. In Italia i patrimoni ereditari valgono il 15% del Pil nazionale.

Meno potere al reddito, più alla ricchezza

Risultato: diminuisce il potere del reddito ed aumenta quello della ricchezza. Le eredità sono centrali per determinare il benessere delle famiglie. Stipendio basso e patrimonio ereditato alto fanno la differenza con chi magari guadagna bene, ma non ha alle spalle alcun aiuto e del fieno in cascina. Prendiamo il caso del mercato immobiliare, ovvero dell’accesso al credito per ottenere un mutuo: se la banca “Mamma e Papà” fosse un’azienda sarebbe tra i dieci maggiori istituti di credito ipotecario. L’aiuto di genitori e parenti aumenta il tasso di proprietà immobiliare tra i giovani di più di un terzo, spiega The Economist.

Banca ‘mamma e papà’

L’analisi rileva che l’ascesa dell’eredità è dovuta principalmente a tre fattori: aumento della ricchezza legato a una crescita economica più lenta, invecchiamento della popolazione e calo demografico e una costante riduzione delle imposte di successione. Economisti come Thomas Piketty, che studia da anni le dinamiche delle diseguaglianze, fanno luce sul fattore principale per cui la maggior parte della ricchezza derivano dalle eredità: l’accumulazione di capitale generata dal sistema economico attuale. Nei Paesi più sviluppati le persone aumentano i risparmi a un ritmo abbastanza costante, ma il Pil aumenta meno rapidamente. Paesi a crescita più rapida, come gli Stati Uniti, sono meno condizionati dall’ereditarietà rispetto a quelli più lenti, come la Germania e l’Italia. Quando il patrimonio accumulato si trasforma in eredità e l’economia reale non offre opportunità di crescita, le disuguaglianze aumentano.

‘Finanza etica’ e scorciatoie

E’ quello che denunciano anche diversi Forum sulla finanza etica e l’economia sostenibile. Ed è quello che hanno dimenticato di sottolineare gli editori dell’Economist che amministrano i propri patrimoni (ereditati) attraverso sistemi di concentrazione economica e un ginepraio di riduzioni ed elusioni fiscali. La dinamica di riduzione delle imposte di successione non fa che confermare che ai più ricchi va ancor di più, accrescendo la diseguaglianza economica con il resto della società.

Le imposte di successione

«All’inizio del XX secolo, le entrate derivanti dalle imposte di successione rappresentavano una fetta considerevole delle entrate fiscali totali in America e Gran Bretagna. Ma a partire dagli anni 2000, i politici dei diversi schieramenti si sono fatti paladini della lotta contro le imposte. Oggi le imposte di successione rappresentano ben meno dell’1% delle entrate governative nei Paesi ricchi» dichiara il prof. Salvatore Morelli del “Forum Disuguaglianze e Diversità” che ha effettuato ricerche sul tema e che lo stesso The Economist cita come fonte. E sempre l’economista italiano ci aiuta ad osservare più da vicino la situazione dell’Italia.

Italia la media del pollo: chi tutto chi niente

Banca d’Italia e Istat indicano il patrimonio netto delle famiglie a quasi 10.500 miliardi di euro. Questo corrisponderebbe a circa 175mila euro di ricchezza per cittadino, ma in realtà sono 50mila coloro con un patrimonio medio di circa 15 milioni di euro, mentre la ricchezza pro-capite dei 25 milioni di adulti più poveri si avvicina ai 7mila euro.

«In Italia, attualmente, i lasciti ereditari superiori ai 10 milioni di euro generano imposte versate che valgono solo l’1% di tutto il valore del lascito. Questo onere fiscale era di 6 volte superiore negli anni ’90, poi c’è stata la riforma voluta fortemente da Berlusconi». La progressività dell’imposizione fiscale, sancita dalla Costituzione, resta una chimera.

da qui

giovedì 13 marzo 2025

Le eredità sono in aumento. E creano sempre più disuguaglianze - Luca Pisapia

I ricchi hanno molte cose in comune tra loro. A partire dal fatto che ogni giorno diventano sempre più ricchi e odiano sempre più i poveri. E questo perché i ricchi amano raccontare la storia che sono diventati tali per merito, si sono fatti da soli, hanno sudato per arrivare dove sono. In realtà questa è un’enorme bugia. Perché, come vedremo, la cosa che accumuna la maggior parte dei ricchi è che sono tali grazie alle eredità ricevute. Anche se tendono a negarlo. Altrimenti crollerebbe tutta la narrazione su cui si fonda non solo la loro ricchezza, ma l’intero sistema economico e politico nel quale ci è dato vivere. Lo riconosce perfino il settimanale britannico The Economist, in un articolo paradigmatico fin dal titolo “Come si diventa ricchi nel 2025. Non certo per la carriera, oggi è l’eredità l’unica cosa che conta”.

La crescita esponenziale del peso delle eredità nella ricchezza

A inizio del Novecento le eredità valevano circa il 20% del Pil dei Paesi sviluppati, scrive The Economist. Poi la percentuale di è ridotta drasticamente, grazie allo sviluppo del welfare state che ha livellato i cosiddetti ascensori sociali. Fino a riemergere prepotente oggi, e assestarsi di nuovo oltre il 10% del Pil. L’ascesa dell’eredità, secondo la rivista, è dovuta principalmente a tre fattori: aumento della ricchezza dovuto a una crescita economica più lenta, decrescita demografica diffusa e riduzione delle imposte di successione. Ne manca forse uno, il più importante, ma lo vedremo in seguito.

«Come quota della produzione nazionale, le eredità annuali francesi sono raddoppiate dagli anni ’60. Quelle tedesche sono quasi triplicate dagli anni ’70. In Gran Bretagna sono due volte più importanti, in relazione ai guadagni, per i nati negli anni ’80 rispetto alla generazione precedente. Le eredità in Italia valgono ora più del 15% del Pil», scrive ancora The Economist. Altro che merito. Comincia a configurarsi un sistema nel quale le eredità non sono solo la prima causa della ricchezza dei soliti noti. Ma anche la prima causa delle disuguaglianze. Andiamo con ordine, e vediamo a cosa è dovuta questa impennata delle eredità all’interno dei vari Paesi più sviluppati.

Ai più ricchi ancor di più

Curioso che The Economist di dimentichi il primo e più importante fattore per cui la maggior parte delle ricchezza derivano dalle eredità. Ovvero l’accumulazione originaria di capitale: il big bang che ha generato il sistema economico attuale. O forse non è curioso, dato che proprietari della rivista sono al 27% gli eredi della dinastia di banchieri Rotschild e al 43% gli eredi della famiglia Agnelli. I quali, a proposito di eredità, hanno diversi contenziosi aperti in sede giudiziaria con storie dai contorni abbastanza squallidi. Una volta stabilito da dove arrivi il potere delle eredità, esaminiamo attraverso i fattori che le conferiscono validità. E che permettono alla ricchezza di concentrarsi sempre più nelle stesse mani.

Come abbiamo scritto su Valori, negli ultimi dieci anni sono aumentati non tanto i miliardari, ma le loro ricchezze. E dei poco meno di tremila miliardari esistenti oggi al mondo, un terzo sono ereditieri. Un numero destinato a salire. Come spiega The Economist: «I tedeschi con più di 65 anni, che costituiscono un quinto della popolazione, possiedono un terzo della ricchezza del paese. I baby-boomer americani, anch’essi un quinto della popolazione del loro paese, possiedono metà della sua ricchezza netta, ovvero 82 trilioni di dollari. Ora i baby-boomer stanno iniziando a morire, lasciando grandi patrimoni ai loro eredi». E a questo si aggiunge la decrescita demografica, per cui sempre meno persone erediteranno sempre di più.

Diminuisce il potere del reddito, aumenta quello della ricchezza

La questione baby-boomer ci aiuta a affrontare il più complesso capitolo della ricchezza. Come detto prima, il calo del potere delle eredità durante il Novecento avviene grazie al welfare e alle democrazie, per cui nei Paesi sviluppati il reddito diventa più importante della ricchezza. Ma quei tempi sono finiti.

«La ricchezza, più ancora del reddito, sta assumendo un ruolo sempre più centrale nel determinare il benessere delle famiglie. Nelle economie avanzate, l’importanza della ricchezza è in costante crescita e ciò è influenzato dall’aumento dell’età media, dall’incertezza economica e lavorativa, e dalla riduzione della generosità dello stato sociale, inteso come l’offerta di servizi pubblici e sistemi di protezione sociale», spiega a Valori Salvatore Morelli, professore di Economia Pubblica a Roma Tre e membro del coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

Anche la rivista britannica, infatti, citando i lavori di Thomas Piketty e Gabriel Zucman, accetta il fatto che i Paesi a crescita lenta accumulano più ricchezza misurata in relazione al reddito nazionale. In questi Paesi le persone aumentano i risparmi a un ritmo abbastanza costante, ma il Pil aumenta meno rapidamente. «Negli ultimi anni, a causa della debole crescita sia della popolazione che della produttività, la crescita del Pil del mondo ricco ha subito un notevole rallentamento. Secondo i nostri dati, i Paesi a crescita più rapida, come l’America e l’Irlanda, sembrano essere meno colpiti dall’ereditarietà rispetto a quelli più lenti, come la Germania e l’Italia».

Le eredità sono la prima causa delle disuguaglianze

E arriviamo quindi alla situazione del nostro Paese. «In Italia, secondo i dati della Banca d’Italia e dell’Istat, il patrimonio netto delle famiglie vale quasi 10.500 miliardi di euro. Questo corrisponde a circa 175mila euro di ricchezza per cittadino. Questo patrimonio include immobili, piccole imprese familiari, risparmi, investimenti e fondi pensione, sottraendo i debiti. Ma chiaramente, non tutti hanno questa somma e i patrimoni sono distribuiti in maniera molto iniqua. Il patrimonio medio dei 50mila adulti più ricchi è infatti vicino ai 15 milioni di euro mentre la ricchezza pro-capite dei 25 milioni di adulti più poveri si avvicina ai 7mila euro», ci dice Salvatore Morelli, sui cui lavori si basa anche la ricerca di The Economist.

Ecco quindi che le eredità si configurano come vettore di privilegio, per pochi, e di disuguaglianze, per tutti gli altri. Queste disuguaglianze si acuiscono sempre più, al giorno d’oggi, anche a causa della diminuzione delle imposte di successione. «All’inizio del XX secolo, le entrate derivanti dalle imposte di successione rappresentavano una fetta considerevole delle entrate fiscali totali in America e Gran Bretagna. Ma nell’ultima parte del secolo, i politici si sono rivoltati contro le imposte. Oggi le imposte di successione rappresentano ben meno dell’1% delle entrate governative nei Paesi ricchi».

In Italia non va certo meglio, anzi. «Le imposte sulle donazioni e le eredità sono state persino abolite tra il 2001 e il 2006», dice Morelli a Valori. «Attualmente, i lasciti ereditari superiori ai 10 milioni di euro generano imposte versate che valgono solo l’1% di tutto il valore del lascito. Questo onere fiscale era di 6 volte superiore negli anni ‘90. Tutto ciò ha senza dubbio favorito la cristallizzazione delle posizioni socio-economiche nel tempo e ha acuito la profonda crisi generazionale che vive il nostro Paese».

Imposte di successione e redistribuzione della ricchezza

«Il boom delle eredità creerà sempre più disuguaglianze nel mercato immobiliare, indipendentemente dal fatto che i trasferimenti di ricchezza vengano effettuati alla morte o durante la vita», scrive il magazine britannico. «Una ricerca sull’America condotta da Legal & General, una società di servizi finanziari, suggerisce che se la “Bank of Mum and Dad” fosse un’azienda, sarebbe tra i dieci maggiori istituti di credito ipotecario. Il generoso sostegno dei parenti, a sua volta, aumenta il tasso di proprietà immobiliare tra i giovani di più di un terzo. Allo stesso tempo, le persone senza benefattori ci rimettono». Sembra quasi di capire che anche i ricchi si siano accorti, bontà loro, che un sistema così iniquo è controproducente per tutti. Forse anche per loro.

«Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha proposto molteplici interventi che, riequilibrando i rapporti di potere nella società, possano assicurare già nella produzione del reddito un riequilibrio che progressivamente si rifletta sulla distribuzione della ricchezza: la partecipazione strategica del lavoro al governo delle imprese; l’indirizzo strategico delle imprese pubbliche; regolazione della transizione digitale», ci dice Salvatori Morelli, che poi propone due misure che, accordate tra loro, potrebbero ridurre l’infausto peso delle eredità nella composizione sociale del nostro Paese.

«Due ulteriori interventi fra loro combinati possono intervenire nel decisivo momento del trasferimento generazionale di ricchezza», spiega Morelli. «Da un lato, l’istituzione di un trasferimento di risorse a tutti e tutte le giovani per livellare verso l’alto le basi della ricchezza finanziaria da cui si parte. Quelle su cui si può contare in una fase cruciale della vita com’è la transizione verso la vita adulta, quando si fanno delle scelte che spesso segnano il percorso di vita delle persone. Dall’altro, il ripensamento della tassazione dei trasferimenti di ricchezza in chiave progressiva come vuole la nostra Costituzione, che serva anche a generare buona parte del gettito fiscale per finanziare la dotazione di ricchezza».

da qui

venerdì 27 gennaio 2023

Chi e come può accedere alla nostra eredità digitale - Giuditta Mosca

  

Lo scorso 27 settembre il New York Times ha diffuso la notizia dell’imminente pubblicazione di una biografia postuma e non autorizzata di Anthony Bourdain, noto cuoco e personaggio televisivo morto suicida nel 2018. Due giorni dopo il sito Slate ha approfondito l’argomento chiedendosi quanto fosse lecito che persone estranee potessero accedere ai dati di un defunto, considerato che la biografia è stata scritta attingendo a piene mani sia al computer sia ai dispositivi mobili dello stesso Bourdain, “parte della sua eredità”.

Se qualcuno ha potuto accedere ai suoi dati privati, inclusi i messaggi, significa che anche i nostri potranno essere non solo letti ma anche diffusi pubblicamente dai nostri eredi? si è chiesto Slate. O magari i dati di qualcuno che non c’è più e con cui avevamo un rapporto di qualche tipo? Più in generale, chi ha il diritto di accedere ai dati di un defunto, in quali situazioni e in base a quali autorizzazioni? E quali sono i limiti legali e tecnici che potrebbero rendere difficile o impossibile per degli eredi accedere a dispositivi, profili e magari anche portafogli online? C’è infatti anche da considerare che i dispositivi di chi è mancato possono essere protetti da password. O che possedesse delle criptovalute, e qui le possibili complicazioni sono diverse.

 

Il dilemma di cosa fare con un dispositivo personale

Che sia protetto da password (codice di sblocco) o accesso mediante dati biometrici (impronta digitale o riconoscimento del volto) ci si trova davanti a un bivio: sbloccare o non sbloccare lo smartphone di un defunto? Nell’ipotesi di riuscire a trovarne il codice di sblocco, esiste davvero il diritto di scartabellare nei rapporti che il defunto ha intrattenuto con altre persone (ancora vive) e che, magari, avrebbe voluto mantenere inaccessibili ai propri familiari?

Eppure, accedere ai dati del defunto rientra nelle pratiche da svolgere quando una persona cara passa a miglior vita, infatti, ci sono buone possibilità che avesse sottoscritto online vari tipi di contratti (per la fornitura di energia elettrica o del gas, così come non è del tutto fuori luogo immaginare che avesse una relazione bancaria online o degli abbonamenti a contenuti multimediali in streaming). Esistono diversi tipi di rapporti commerciali che prevedono la totale (o quasi totale) assenza di corrispondenza cartacea, sostituita da comunicazioni via email. 

Dal punto di vista tecnico-tecnologico, sbloccare uno smartphone può non essere una missione impossibile, soprattutto quando si tratta di modelli non recenti. Ma la questione va oltre: con quale diritto lo si può sbloccare (in assenza di indicazioni chiare del suo precedente proprietario)?

 

Cosa dice la legge italiana: accesso consentito ma con limiti

Per la legge i defunti hanno diritto alla privacy, come spiega Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università degli studi di Milano e autore, sull’argomento, del volume: “Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network” (Utet, 2017): “Da tempo la normativa sulla protezione dei dati tratta anche il problema della protezione dei dati delle persone decedute. Il motivo è che è riconosciuto anche alle persone decedute una sorta di controllo sui propri dati anche post-mortem. Già il Codice Privacy disciplinava, prima del Gdpr, questo tema, e anche post-GDPR la normativa italiana – opportunamente adeguata – continua a disporre delle regole sul punto. In estrema sintesi, la normativa stabilisce che si possano ottenere i dati personali di una persona deceduta soltanto per ragioni familiari meritevoli di protezione, per chi ha un interesse proprio o se agisce a tutela dell’interessato come mandatario. Il riferimento è l’articolo 2-terdecies del Codice Privacy. Se ci pensiamo, è un segnale di civiltà cercare di trovare un compromesso tra la privacy dei defunti e permettere, comunque, a chi dovesse avere necessità di quei dati di ottenerli. Le ragioni degli affetti , ossia le ragioni familiari, escludono però l’accesso ai dati per mera curiosità. Occorre una ragione meritevole di protezione. In sintesi, quindi, è consentito un accesso ai dati di una persona deceduta ma con dei limiti ben stabiliti dalla legge. 

Un caso recente, che ha riguardato un giovane chef morto in un incidente d’auto, si è concluso con un invito da parte del Tribunale di Milano alla piattaforma di collaborare per recuperare dei dati del defunto da dare alla famiglia: si trattava di un insieme di ricordi, di ricette, di foto e video che i parenti volevano custodire come memoria. In questo caso, la ragione degli affetti è stata vista dal Tribunale come centrale per poter ottenere quei dati.
La domanda relativa al diritto alla privacy dei defunti non ha però sempre una risposta ben definita ma multistrato. L’argomento non può ritenersi esaurito perché, nell’impossibilità di stabilire per quale motivo il defunto non si sia fatto cruccio di fare avere agli eredi le password per accedere ai suoi dispositivi, si dà per scontato che non lo abbia fatto perché non voleva farlo. 

 

Distinguere tra i ricordi e le conversazioni private con terzi

Questo ha delle conseguenze sia sul piano giuridico, sia su quello pratico, come spiega ancora Ziccardi: “Il problema principale, in questo caso, non riguarda l’accesso in sé, ma i contenuti. I contenuti ritrovati su un dispositivo di una persona deceduta, e trattati dai parenti (perché anche la semplice consultazione è un trattamento di dati) possono essere di due tipi: contenuti legati a ricordi, ad esempio foto, video, messaggi, che hanno un valore affettivo e per così dire sentimentale per i parenti, e contenuti che riguardano anche altre persone (si pensi a corrispondenza riservata, chat con soggetti terzi, documenti di lavoro segreti o da non rendere pubblici).
A mio avviso, – prosegue Ziccardi – nel caso gli eredi dovessero entrare in possesso di dati digitali contro la volontà del defunto (che, ad esempio, non aveva volontariamente comunicato ai parenti il pin o i codici di accesso, né aveva nominato eredi digitali), occorrerebbe prestare particolare attenzione a mantenere riservati e, nel caso, distruggere il secondo tipo di dati, soprattutto perché possono coinvolgere persone ancora vive. La motivazione dei parenti è comunque, solitamente, la prima: cercare di recuperare più ricordi possibili in tutti i formati. D’altro canto, può esistere un defunto che in vita abbia manifestato l’intenzione chiara di escludere tutti i parenti dall’accesso ai suoi dati (ad esempio prevedendo codici e password particolarmente complessi e non rivelandoli)”.

 

La possibilità di nominare “eredi digitali” sulle piattaforme

Tuttavia, anche lasciare i codici di sblocco alle persone care o agli eredi equivale a un testamento digitale subordinato alle norme dei codici di legge: “Tutti i sistemi più usati permettono, oggi, di nominare degli eredi digitali che potranno operare sui dati secondo le indicazioni date dal defunto – spiega Ziccardi – ad esempio, la persona deceduta potrà sia trasferire i suoi codici di accesso, per permettere la consultazione di tutti i suoi dati, ma anche, ad esempio, indicare all’erede di cancellare tutte le informazioni, o di trasformare il proprio profilo in commemorativo. Occorre, però, fare attenzione al tipo di beni, e ambienti, cui si potrà accedere. È chiaro che se, ad esempio, sarà garantito l’accesso all’home banking o a un conto corrente online, andranno comunque rispettate le regole tradizionali dell’eredità e delle ripartizioni previste per legge”. 

Allo stesso tempo vi sono defunti che hanno accumulato comunque un grandissimo valore con la loro presenza online: si pensi al valore di un sito, o di un profilo, o ancora di un canale YouTube, calcolato in base ai follower o all’indotto pubblicitario. “Anche in questo caso andranno seguite le regole ‘tradizionali’ che disciplinano le eredità”, spiega Ziccardi.

Tutto ciò vale tanto per i dati fisicamente custoditi nei dispositivi quanto per quelli online e non potrebbe essere che così, poiché i servizi di cloud computing raccolgono copie di ciò che c’è sui dispositivi fisici. Il professor Ziccardi evidenzia come i dati siano trattati senza discriminazioni a prescindere dalla loro archiviazione: “Tendenzialmente i dati sono trattati tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla loro collocazione. Anzi, in molti casi sono gli stessi dati che sono presenti in più ‘luoghi’.” 

Si pensi, ad esempio, al backup del nostro cellulare che può essere almeno in altri due luoghi: il nostro computer e su un servizio di cloud. Spesso si possono trovare dati che sono cifrati in un luogo (ad esempio: sul telefono) a cui non si riesce ad accedere ma non sono cifrati, ad esempio, sul cloud o in un servizio di backup.
“È prassi, quindi, domandare ai gestori di tali servizi l’accesso. Può anche essere una buona strategia ‘investigativa’: nel caso il dispositivo del defunto fosse bloccato, o inaccessibile, il cercare di capire se i dati possano essere in altri luoghi, online o offline, o in diversi dispositivi”.

 

Come si comportano le piattaforme

Facebook ha una procedura, chiamata contatto erede, che consente a ogni utente di nominarne un altro, quale curatore del proprio account dopo il suo decesso. In assenza di questa scelta che l’utente deve fare prima del suo decesso, Facebook non concede l’accesso ad account di persone defunte.
Pure nominando un erede, questo non gode di totale libertà, potendo scegliere tra due opzioni: o la cancellazione dell’account o trasformarlo in un profilo commemorativo che, di suo, prevede funzionalità ridotte, limitandosi a permettere ai contatti di condividere ricordi. Gli account commemorativi si riconoscono dalla dicitura “In memoria di” posta accanto al nome della persona a cui il profilo è intestato.

Instagram adotta la medesima filosofia di Facebook con l’unica differenza che non prevede la figura del contatto erede e che, di conseguenza, dietro richiesta validata da un certificato di morte, un account può essere trasformato in commemorativo.

Twitter sostiene di non essere in grado di concedere l’accesso all’account di un defunto a chicchessia e a prescindere dal grado di parentela dimostrato, permettendo però di cancellarne il profilo riempiendo un modulo che poi verrà esaminato dalla stessa Twitter prima di essere accettato. Tra i documenti che occorre allegare alla richiesta figurano sia il certificato di morte sia copia del documento di identità del richiedente.

Linkedin permette di rendere commemorativo o di chiudere l’account di una persona passata a miglior vita, e in entrambi i casi chiede copia del certificato di morte.

TikTok non prevede altro che la cancellazione di un profilo e, dopo avere inviato un email all’indirizzo feedback@tiktok.com, verranno inviate le istruzioni relative ai documenti da inviare. 

Google ha un modello simile e prevede anche che ognuno possa impostare la cancellazione dell’account dopo un periodo prolungato di non utilizzo o, in alternativa, permette di scegliere fino a 10 contatti con i quali condividere dati e informazioni.

 

I memoriali

Sono procedure, spiega il professor Ziccardi, che hanno un fondamento giuridico: “Occorre cercare sempre di equilibrare le politiche delle piattaforme, che assumono valore per gli utenti, con le norme previste dai vari ordinamenti. Ad esempio, nel caso un utente morisse e i familiari volessero continuare a farlo ‘vivere’ aggiornando il suo profilo come se fosse lui/lei a parlare (perché in possesso delle credenziali dell’account), se la piattaforma venisse informata con una “death proof” (ad esempio: un articolo di giornale) della morte di quell’utente, trasformerebbe immediatamente quell’utenza in utenza commemorativa togliendone la disponibilità ai parenti. Questo, come è chiaro, per tutelare la fiducia degli altri utenti e, in un certo senso, per preservare l’ambiente online. Le piattaforme sono in generale molto preoccupate circa la presenza di profili di persone decedute (anche da un punto di vista dell’immagine) e cercano, pertanto, di controllarli o di confinarli in determinate aree”.

 

Quando l’eredità digitale è anche economica: il caso delle criptovalute

Come devono comportarsi gli eredi se il defunto avesse accumulato delle criptovalute? “Qui abbiamo due problematiche tecniche – spiega a Guerre di Rete il consulente informatico forense Paolo Dal Checco – se le credenziali sono relative a cambiavalute online (exchange), ovvero aree online dove il defunto aveva messo le sue criptovalute, può essere inutile conoscerle perché ormai non sono quasi mai utilizzate da sole. Oltre alle credenziali è sempre presente anche l’autenticazione a due fattori e quindi occorrono l’accesso alla posta elettronica, al cellulare del defunto oppure alle sue app di autenticazione come Google Authenticator”.
Questo significa che, anche conoscendo le credenziali, non è detto che gli eredi riescano ad accedere, a meno di non contattare l’exchange dimostrando di essere legittimati ad accedere, ma potrebbe essere più difficile con gli exchange esteri.

“Se, invece – prosegue Dal Checco –  il defunto ha comunicato agli eredi le chiavi private di un wallet locale (la parte crittografica del protocollo, diversa dalle credenziali d’accesso richieste da un exchange online) a quel punto non c’è nessuna difficoltà tecnica. L’aspetto giuridico sarà affrontato dai giudici che stabiliranno come gli eredi avranno diritto di muovere le criptovalute, ma dal punto di vista tecnico, gli eredi devono solo importare le chiavi private nei vari wallet per avere accesso al loro contenuto. 

Può darsi anche che il defunto abbia lasciato un wallet hardware, oggetti che sembrano delle pendrive e che in alcuni casi, soprattutto se obsoleti, possono essere forzati, ma non è una cosa comunque facile”.

 

La privacy dei morti è anche quella dei vivi

Uta Kohl, professoressa della University of Southampton (Regno Unito) ha offerto degli spunti interessanti tracciando un parallelo tra la privacy post-mortem e la confidenzialità in ambito medico partendo da un presupposto elementare: così come un medico è tenuto a mantenere il riserbo sul quadro clinico del defunto, deve esistere anche un riserbo digitale.

Secondo la professoressa Kohl, “la riservatezza – e, per estensione, la privacy delle informazioni – raramente può essere collocata in un’unica relazione binaria isolata tra un portatore di doveri e un titolare di diritti, ma è invischiata nella grande e disordinata socialità della vita, che comporta molteplici relazioni di fiducia che si sovrappongono e sono interdipendenti”. Inoltre: “Ciò che la cosiddetta privacy post-mortem ci dice sulla privacy è che questa ha un chiaro orientamento verso il futuro; alla morte del titolare dei diritti, si concentra sui vivi, come strumento per prendere decisioni autonome e libere dallo sguardo pubblico. La privacy post-mortem amplifica anche il fatto che la privacy si situi nelle relazioni e come tale sia profondamente sociale; non è protettiva dell’individuo rispetto alla comunità, ma degli individui all’interno delle comunità”.
L’eredità digitale, conclude la professoressa Kohl, non sconvolge i fondamenti della privacy ma ne accentua il significato, rafforzando l’argomentazione sulla natura profondamente sociale della privacy.

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