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giovedì 23 ottobre 2025

Repubblica Dominicana: il massacro del prezzemolo - David Lifodi

Tra il 28 settembre e l’8 ottobre 1937 si consumò il massacro degli haitiani in Repubblica Dominicana ordinato dalla dittatura di Rafael Leónidas Trujillo in un’operazione di pulizia etnica considerata da molti storici come un vero e proprio genocidio.

  

Pesíl e perejil sono due parole utilizzate per indicare il termine prezzemolo. Il primo viene utilizzato in lingua francese, il secondo in spagnolo ed è proprio basandosi su questa distinzione che il dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo si rese responsabile, tra il 28 settembre e l’8 ottobre 1937, di una vera propria pulizia etnica ai danni della popolazione haitiana residente nel suo paese.

Il cosiddetto “massacro del prezzemolo”, ancora sconosciuto ai più, provocò tra le 20.000 e le 30.000 vittime. L’ordine di uccidere fu dato dopo che ai cittadini haitiani veniva presentato dall’esercito dominicano un mazzo di prezzemolo che, inevitabilmente, gran parte di loro, riconosceva utilizzando il termine francofono. In questo modo l’esercito di Trujillo riconosceva facilmente gli haitiani poiché non conoscevano bene la lingua spagnola preferendo utilizzare termini francesi con i quali avevano maggior dimestichezza e questo rappresentò per loro una automatica condanna a morte.

Il “massacro del prezzemolo”, ritenuto da molti storici un vero e proprio genocidio perpetrato ai danni della popolazione haitiana, fu compiuto dai militari dominicani con le armi fornite dagli Usa e a ben poco servì, successivamente, il tentativo di Franklin Roosvelt di pulirsi la coscienza offrendo al regime trujillista un prestito da 750.000 dollari per pagare gli indennizzi alle famiglie degli uccisi che peraltro Trujillo distribuì solo in minima parte: solo 2 centesimi di dollaro a ogni famiglia sopravvissuta.

Al massacro degli haitiani parteciparono non solo gli uomini dell’esercito, ma anche delinquenti comuni fatti uscire dalle carceri e utilizzati per il lavoro sporco, lo sterminio di donne, bambini e anziani i cui corpi furono nascosti in fosse comuni o gettati nel mare e nei fiumi nell’ambito della politica di blanqueamiento imposta da Trujillo che, non contento della pulizia etnica e dell’espulsione degli haitiani sopravvissuti dal suo paese, si adoperò anche per promuovere l’arrivo nella Repubblica Dominicana di migranti europei, ovviamente di pelle bianca.

La mattanza degli haitiani si verificò per via dell’arrivo di molti di loro nella zona di confine tra Repubblica Dominicana e Haiti e seguito delle lotte per conquistare l’indipendenza rispettivamente da Spagna e Francia e alla definizione assai incerta della frontiera tra i due paesi nonostante il trattato siglato da entrambi gli stati nel 1929.

A seguito del massacro, la dittatura di Trujillo fece di tutto per nascondere le proprie responsabilità e far credere ai dominicani che quanto accaduto potesse essere derubricato a sconti di scarso rilievo tra i campesinos residenti sul confine tra i due paesi.

Trujillo, che rimase al potere dal 1930 al 1961, utilizzò gli haitiani come capro espiatorio a causa del prolungarsi della crisi economica del 1929, quando quest’ultimi cercarono di oltrepassare la frontiera per iniziare le loro attività di commercio in Repubblica Dominicana e lavorare nelle piantagioni di zucchero.

Inoltre, lo sterminio degli haitiani fu fortemente voluto da Trujillo per eliminare dall’isola ogni traccia della cultura haitiana senza alcun interesse, da parte del dittatore, di far integrare la cultura haitiana con quella dominicana, in realtà complementari. La cosiddetta desnacionalización haitiana finì per coinvolgere gli stessi dominicani, a loro volta discendenti, in alcuni casi, degli stessi haitiani, approfittando anche del silenzio complice degli Stati Uniti.

Ancora oggi, la vita degli haitiani in Repubblica Dominicana, continua ad essere agra, vittime dell’estremo sfruttamento nelle piantagioni di canna da zucchero, dell’estrema povertà e delle condizioni di degrado nei bateys dove vivono senza alcun diritto.

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venerdì 16 maggio 2025

La biodiversità perduta - Margherita (Rita) Corona

 

La saggezza dei popoli ha ben chiaro da sempre che tentare di regolare artificialmente le forze della natura causa disastri incontenibili. Il problema è che attualmente chi prende le decisioni rispetto agli interventi da fare sui territori è completamente scollegato dalle comunità che su questi territori vivono e non segue dunque le regole del bene comune ma gli imperativi categorici di far denaro a tutti i costi nel modo più veloce e massimizzato possibile.

A livello commerciale/finanziario, il ruolo svolto dai decisori delle economie avanzate con la complicità della Banca Mondiale, si esplica nell’imporre interventi che depredano i territori delle loro risorse, devastandoli, per ottenere enormi profitti in tempi brevi. I prezzi agricoli vengono stabiliti nelle Borse Merci internazionali (Chicago, Parigi, Londra, Mumbai) che sono realtà private gestite dai grandi fondi finanziari globali, votati a tenere in pugno i paesi ricchi di risorse per farli indebitare e continuare a depredarli. Gli agricoltori, pur fornendo gli alimenti ai popoli del pianeta, sono fortemente vessati sotto molti aspetti: ogni anno devono ricomprare i semi; i prezzi del loro raccolto sono stabiliti altrove da un mercato finanziario che non fa i loro interessi ma quelli del commercio globale e della speculazione; le poche specie vendibili, che rispettano i requisiti richiesti per essere immesse sul mercato globale, richiedono un uso sempre più massiccio di costose sostanze chimiche quali concimi, diserbanti, antiparassitari e, per di più, la coltivazione di specie cosi uniformi espone più facilmente i contadini al pericolo di perdere tutto il raccolto o l’allevamento, per il diffondersi di malattie parassitarie, oltre a pagare di persona per le conseguenze del riscaldamento del clima con gli inevitabili danni da disastri ambientali.

Attualmente sono solo poche (Bayer/Monsanto, Corteva, ChemChina, Limagrain) le multinazionali che si occupano della produzione e commercio dei semi, che inoltre producono fertilizzanti, pesticidi, diserbanti. Purtroppo, alcuni governi corrotti di paesi in via di sviluppo proibiscono ai contadini l’uso dei propri semi, da sempre condivisi, scambiati e ripiantati, obbligandoli a comprare i semi brevettati posti in commercio che sono sterili, danno il raccolto da vendere ma non possono essere ripiantati l’anno dopo (Ogm Tecnologia Terminator); da notare che si è passati da 120 brevetti del 1990 a 12.000 oggi. Tutto questo naturalmente incrementa la povertà e la fame. Intorno al 2009 per la connivenza tra Governo indiano e Monsanto si suicidarono100.000 contadini e da qui ebbe inizio la lotta contro la bio pirateria per l’utilizzo dei propri semi avviata e vinta dopo lunghe vicissitudini da Vandana Shiva con le popolazioni rurali del suo paese.

Gli agricoltori sono l’unica grande categoria aziendale che non può stabilire il prezzo del proprio lavoro. Ad esempio il prezzo mondiale dei cereali viene deciso nelle Borse internazionali da quattro grandi multinazionali ABCD (Archer, Bunge, Cargill, Dreyfus) che non hanno terreni ma gestiscono allevamenti, fabbriche di fertilizzanti, infrastrutture, terminal e, secondo il Parlamento Europeo, incrementano così le speculazioni.

In Europa, con il prezzo del grano sempre più altalenante e basso stabilito dalle multinazionali in Borsa, i contadini delle aziende famigliari si trovano in grosse difficoltà poiché le spese per la coltivazione e l’allevamento superano i guadagni ottenuti dalla vendita dei loro prodotti e così le piccole aziende agricole, che assicurano la cura dei territori, la protezione degli ecosistemi e la biodiversità, sono costrette a chiudere vendendo la loro terra a poco prezzo alle grandi multinazionali dell’agrobusiness. Esse spianano i terreni comprati, estendono la coltivazione intensiva ed eliminano quelli che sono considerati gli ostacoli al procedere delle loro grandi macchine agricole, cioè, alberi, siepi, cespugli, fossi, fondamentali per gli impollinatori e base della vita, con grave perdita di biodiversità; secondo la FAO tra il 1900 e il 2000 è scomparso il 75% delle varietà agricole mondiali. Inoltre, le coltivazioni avvengono inondando i terreni dei prodotti chimici da loro stesse prodotti, spianando così la strada alla sterilità dei suoli (80 %). Si tratta di una forma sottile di land grabbing (furto di terra) che sta invadendo anche l’Europa dopo i paesi in via di sviluppo.

Qualcuno potrebbe obiettare che i contadini europei ricevono grossi finanziamenti dai fondi PAC (Politiche Agricole Comunitarie) per riequilibrare il fatto che i prodotti agricoli provenienti dal resto del mondo costano molto meno, essendo meno cara la manodopera. Ma, in realtà, le PAC vanno soprattutto ai giganti dell’industria dell’agroalimentare legati a commercio, distribuzione, allevamento intensivo e quel poco che resta va alle grandi aziende cosicché ai piccoli contadini, custodi della biodiversità e dei territori, non arriva praticamente niente. Negli ultimi vent’anni sono state chiuse in Italia 1.260.000 aziende agricole familiari, di cui 357.000 nel 2023 con 2.070 fallimenti, in pratica 1.285 che chiudono ogni giorno lavorativo. Tra il 2000 e il 2016 è scomparso il 46,8 % delle imprese italiane e in Europa 5 milioni negli ultimi 15 anni.

La consapevolezza dello stretto rapporto tra agricoltura ed ecosistemi in buona salute ha pervaso da sempre le azioni delle comunità contadine abituate ad adeguarsi ai cicli della natura, tenendo conto delle tradizioni tramandate anche oralmente riguardo l’ambiente intorno a loro. Per contro non sfiora minimamente la finanza internazionale che mira a monetizzare qualsiasi sua azione nel più breve tempo possibile, indipendentemente dalle conseguenze sociali ed ambientali anche disastrose per chi abita quei territori.

Il meccanismo è lo stesso da sempre. Da un calcolo approfondito e complesso svolto dal New York Times nel 2022 risulta che l’economia di Haiti, paese tra i più poveri al mondo, è stata devastata dal debito imposto dai Francesi agli ex schiavi rivoltatisi all’atto dell’Indipendenza, 1804, e il prezzo dell’indipendenza, pena l’invasione, richiesto nel 1825 per ripagare l’allontanamento dei latifondisti schiavisti, che avevano a lungo sfruttato gli abitanti e le risorse dell’isola fu di 150 milioni di franchi (560 milioni di dollari attuali). Il debito, ingigantito negli anni dagli interessi passivi, è stato a sua volta rilevato dalle Banche USA quando Haiti entrò nella loro sfera di influenza e dal calcolo risulta che il valore reale in termini di mancato sviluppo sia stato ripagato ad ora con oltre 21 miliardi di dollari ed ha nel tempo precluso qualsiasi investimento sociale, agricolo, ambientale, riducendo il paese sul lastrico, costantemente preda della malavita e della fame. Molte sono le cause che mantengono invariata questa situazione di miseria cronica: gli interessi delle multinazionali che impongono le loro politiche agricole a discapito delle coltivazioni utili per sfamare la popolazione del paese e ne depredano le ricche risorse naturali, con un tasso di interesse esponenziale in certi decenni del 17,5% . A ciò si è aggiunta la lunga dittatura di Duvalier, sostenuto dagli USA, il cui figlio Baby Doc in fuga è stato accolto in Francia malgrado le terribili malefatte; egli ha accumulato ben 900 milioni di dollari in Svizzera dove l’UBS (Unione delle Banche Svizzere) continua a opporsi alla restituzione dei soldi allo Stato haitiano, congelandoli con cavilli pretestuosi e richieste capestro.

È chiaro che per sconfiggere la fame nel mondo va cambiato completamente il modello di sviluppo. Il caso di Haiti è emblematico ma non è l’unico. Haiti fa il paio con il Congo, secondo paese più povero al mondo e uno dei paesi più ricchi di materie prime sul pianeta, piegato da un debito pesantissimo imposto dagli ex colonialisti per il riconoscimento dell’indipendenza del paese e martoriato da guerre fratricide fomentate dalle multinazionali tra bande di criminali, che hanno ridotto le popolazioni a miseria e fame.

Insomma, la ricchezza di risorse di un territorio, che fanno gola ai grandi capitali determinando la devastazione dell’ambiente, è spesso un pericolo per la prosperità e la democrazia di quel paese. Ne sono ben consapevoli la FAO e l’ONU che cercano con fatica, diplomazia e pazienza, di valorizzare il ruolo delle comunità autoctone e le aziende agricole familiari, primo antidoto davvero efficace contro la fame nel mondo e per la difesa della biodiversità, come dimostrato in vari studi internazionali. Il tema del rapporto tra Agricoltura Biodiversità Finanza è affrontato nelle COP (Conferenze delle Parti), l’ultima n. 16 svolta a Roma, dove procede con fatica l’istituzione dei fondi per lo sviluppo (Fondo Cali) che le economie prospere dovrebbero fornire ai paesi poveri, anche perché essi pagano più di tutti le conseguenze dei disastri ambientali. Ma la vera giustizia globale sarebbe l’azzeramento del fardello ineliminabile dei debiti dei paesi poveri, debiti causati in realtà dagli spropositati interessi passivi richiesti loro dalle banche delle nazioni ricche, le quali hanno fondato la propria prosperità sullo spietato sfruttamento coloniale e capitalistico avvenuto fin dai secoli passati.

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martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

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martedì 27 dicembre 2022

Haiti: saggezza dalla giungla - Marilyn Langlois

 

Mentre veniamo inondati da resoconti di varia credibilità sulla guerra istigata da USA/NATO contro la Russia che si sta combattendo in Ucraina, e che provoca giustificabili torcimenti di mani per le vane perdite di vite, la minaccia di un Armageddon nucleare e insperati sempre crescenti profitti ai fabbricanti di armi, faremmo bene a badare un po’ più a Haiti, base primaria di resistenza contro il colonialismo e l’eccezionalismo occidentali.

Giusto un fugace guizzo sul radar dei mass media, ci capita di vedere brevi rapporti di agitazioni a Haiti che travisano la vera portata e natura dell’attuale insurrezione. La popolazione di Haiti è scesa in strada in moltitudine crescente, esigendo il rispetto dei propri diritti umani e democrazia, nonché la fine della corruzione e del saccheggio di risorse pubbliche. Nonché la fine dell’occupazione USA/ONU e del regime di destra del Partito Tét Kale Haitian (PHTK) capeggiato da Ariel Henry.

Chiede invece un governo transitorio di salute pubblica (Sali Piblik) per creare le fondamenta per elezioni libere ed eque, e il ritorno a norme democratiche. Esigono la fine del terrore inflitto dalla Polizia Nazionale Haitiana e dai paramilitari, ivi compreso lo squadrone della morte G-9 agli ordini dell’ex-ufficiale di polizia Jimmy Cherizier, che coopera col regime del PHTK. Vogliono la fine della proliferazione di rapimenti, stupri, uccisioni poliziesche e massacri per tutto il paese, come l’orripilante massacro di Lasalin.

 

Tipicamente, gli USA, che hanno sostenuto Henry e fornito armi alle gang violente, adesso propongono una reazione cinica al caos che hanno scatenato: che i piromani cerchino di spegnere l’incendio mandandoci altri militari stranieri a reprimere la protesta e mantenere sotto controllo gli haitiani, mossa enfaticamente respinta dagli stessi.

Riferendoci alla crisi in Ucraina, il capo della politica estera UE Josep Borrell ha recentemente mostrato i veri colori dell’Occidente, esponendo con arroganza la posizione privilegiata dell’Europa come ‘un giardino di democrazia liberale, di buone prospettive economiche e di solidarietà sociale’ circondato da ‘la giungla’. Beh, benvenuta al club, Russia. Ora fai parte de ‘la giungla’ anche tu, una designazione condiscendente — con altri nomignoli volgari scelti con cura — che i leader occidentali hanno affibbiato a Haiti fin dal suo inizio.

Haiti non è un paese povero; è un paese derubato. La gente di Haiti e le sue preziose risorse naturali sono state sfruttate nei 500 anni scorsi con gli effetti di schiavitù, razzismo, colonialismo, imperialismo, isteria anti-comunista, militarismo, cleptocrazia, globalizzazione aziendale e libero scambio imposti dalle potenze occidentali. Se vi siete mai meravigliati dello splendore di Parigi con i suoi magnifici palazzi, monumenti imponenti e grandi viali, richiamate alla mente che tutto ciò è stato finanziato col sangue, sudore e lacrime di gente schiavizzata al lavoro nei campi di canna da zucchero di Saint Domingue (ora Haiti), in un capitolo precoce del commercio globale delle spezie, essendone quella di eccellenza a quel tempo lo zucchero, in precedenza raro.

L’atteggiamento insofferente degli schiavizzati e la loro determinazione ad asserire la propria dignità condusse  alla Rivoluzione Haitiana del 1791-1804 culminante nell’istituzione della prima repubblica libera dell’emisfero occidentale. Ebbero immediatamente il sopravvento estorsione, cooptamento e sabotagggio da parte delle potenze occidentali, che frustrarono il completamento della visione rivoluzionaria, ma gli haitiani non hanno mai cessato di tenere d’occhio il premio agognato.

Nel 1915, col crescere del movimento di rigetto del giogo di élite corrotte col patrocinio occidentale, Woodrow Wilson inviò i marines USA per sedare le masse in agitazione per i propri diritti. I militari USA occuparono Haiti per 19 anni, assumendo pieno controllo dell’erario nazionale, riscrivendo le costituzione, istituendo un esercito per reprimere il popolo, ed istituendo nuovamente la schiavitù sotto forma di lavoro forzato per costruire strade, al servizio degli interessi militari e commerciali. Durante la “fifa rossa” [l’isteria anticomunista maccarthista – ndt] della metà del 20° scolo, gli USA ricompensarono magnanimamente gli spietati dittatori Duvalier per il loro tenere a bada “il comunismo”.

 

La fioritura più recente dell’autodeterminazione a Haiti fu in seguito all’emergere del movimento Lavalas nei tardi anni 1980. Per parecchi anni fra il 1990 e il 2004 (interrotti dal violento colpo di stato del 1991 sostenuto dalla CIA e relativa truce repressione), gli haitiani sotto la guida Lavalas fecero notevoli progressi nel sollevare le condizioni dei poveri  riguardo a istruzione, sanità, livello salariale, diritti infantili, status femminile, infrastrutture, giustizia e diritti umani, democrazia politica, libertà religiosa, contrasto a traffico di droga e corruzione, e rapporti internazionali. Tutto ciò con un’incessante guerra economica degli USA, che cercavano di riguadagnare il controllo della forza lavoro e delle risorse naturali di Haiti.

Aggiungendo al danno la beffa, appena gli haitiani avevano celebrato con partecipazione senza precedent il bicentenario dell’indipendenza il 1 gennaio 2004—avvenimento di capitale importanza per tutti gli amanti della libertà, scandalosamente ignorato da quasi tutti i media negli USA — USA, Francia e Canada cospirarono per attuare un colpo di stato il 29 febbraio 2004, col rapimento del presidente Aristide e sbarcando i marines USA, successivamente sostituiti da forze multinazionali ONU; con una brusca frenata sull’ulteriore attuazione della politica Lavalas d’inclusione, partecipazione e trasparenza.

Il presidente Aristide aveva sovente affermato con enfasi che il problema era/è l’esclusione e la soluzione l’inclusione, dove ognuno ha un posto a tavola, che smuove la gente dalla miseria alla povertà dignitosa e oltre.

Il regime insediato dagli USA rigettò molta parte della popolazione nella miseria e represse violentemente il partito Fanmi Lavalas, come annotato nella sua recente dichiarazione:

“…dal rapimento/ colpo di stato del 29 febbraio 2004, l’occupazione del paese ha causato altra corruzione, altri massacri nei quartieri popolari / della classe lavoratrice, più impunità, più fame, più miseria, più attori nel settore economico alleatisi con bande che aumentano le sepolture quotidiane. Sono stati spesi molti miliardi di dollari per l’occupazione [militare], e per che cosa? La situazione ha continuato a peggiorare, come possiamo tutti testimoniare. Questa calamità è il risultato del colpo di stato del 2004…”

Eppure la resistenza del popolo haitiano allo sfruttamento continua, coe visto nelle mobilitazioni crescenti.   La dichiarazione del Lavalas prosegue asserendo:

“la soluzione per Haiti è nelle mani dei haitiani…è giunto il tempo di trovare insieme come fermare la macchina dell’insicurezza che sta spargendo morte ovunque nel paese. Sì, non è troppo tardi. Il futuro di Haiti è nelle nostre mani, Popolo Haitiao. Insieme, salvaguardiamo la nostra dignità”.

Per i non-haitiani che chiedono: che cosa posso fare per aiutare?  Se vivete nella UE, in Canada o USA (come me), educate i vostri compatrioti e ditelo ai vostri capi in termini decisi.

Smettete di vedervi più illuminati, più democratici, più capaci di risolvere i problemi, più meritevoli di comodità materiali che la gente di Haiti. Liberatevi della vostra coazione a controllare altri fingendo di “salvarli”. Fatela finite con l’immischiarvi a livello economico, politico e militare a Haiti e altrove. Non in mio nome e non con le mie tasse. Accettate di non poter sempre dire agli altri che cosa fare e abituatevi a rispettare le altre nazioni e a interagire con loro in modo collaborativo.

 

Se vivete in altre parti del mondo (altrimenti dette ‘la giungla’), dite ai vostri capi di respingere la pressione USA ad inviare soldati a Haiti, [pur] in veste di peacekeeper con fucile ed elmo blu.

Gli haitiani hanno bisogno che gli si garantisca l’opportunità di una piena partecipazione nel plasmare il proprio futuro. Haiti respinge l’assistenza delle armi e non ha bisogno del “dono” di prestiti che creano debito oneroso. Non ha bisogno che le venga detto che cosa piantare o a chi fornire manodopera sfruttata, o a chi si debbano travasare le sue vaste risorse naturali. I bambini haitiani meritano di essere nutriti e accuditi, non resi orfani e privi di tutto, maturi per venire trafficati. Haiti non dev’essere costretta a lottare per le briciole al tavolo del banchetto mondiale. Tale ingiustizia è già durata troppo.

Nelle mie varie visite a Haiti dopo il colpo di stato del 2004, ho visto gli haitiani associarsi per risolvere problemi nelle spire della vita quotidiana. Ho assistito al loro impegno per i veri valori della democrazia. Il popolo haitiano ha conquistato la propria libertà 200 anni fa, e insiste nel voler plasmare il proprio futuro. Ormai è tempo che le istituzioni globali si facciano da parte lasciando che Haiti si goda la libertà per cui il suo popolo ha combattuto, è morto e ha sofferto tanto. Mi sono sentita mortificata ad interagire con tante persone con una determinazione ancora ben viva; che rifiutano di lasciar perdere il proprio sogno e la visione di una Haiti in cui siano soddisfatti i bisogni elementari di ognuno e dove lo spirito umano possa prosperare.

Come fin troppo chiaro, il ladrocinio e l’arroganza occidentali non sono diretti solo a Haiti. Basta sostituire haitiani nei paragrafi precedenti russi etnici nel Donbass, palestinesi, etiopi, eritrei, congolesi, yemeniti, siriani, cubani, etc., e unire i puntini. Dobbiamo stare con la gran massa della famiglia umana sul lato a valle [della giostra globale] nel correggere a modo i loro avidi parenti.

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sabato 7 gennaio 2017

Per le vittime del colera ad Haiti le scuse dell’Onu non bastano - Marina Forti


 

Nel mondo è passato inosservato il discorso pronunciato il 1 dicembre dal segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, ormai alla fine del suo mandato. Non così a Haiti: quel giorno un centinaio di persone si è raccolto davanti alla sede di una piccola organizzazione per i diritti umani per ascoltarlo in diretta streaming, e molti hanno festeggiato. Quello che hanno sentito era un raro discorso di scuse per l’epidemia di colera scoppiata nell’isola caraibica nel 2010.
“Non abbiamo fatto abbastanza riguardo al colera e alla sua diffusione a Haiti”, ha detto Ban Ki-moon davanti all’assemblea generale dell’Onu, parlando prima in creolo haitiano, poi in francese e infine in inglese. “Siamo profondamente dispiaciuti del nostro ruolo”, ha affermato.
Per la prima volta l’Onu, per bocca del suo massimo rappresentante, ammette di aver avuto un ruolo nell’epidemia che ha ucciso quasi diecimila haitiani in pochi anni (ma forse sono molti di più), e questa è in sé una notizia: per ben sei anni l’Onu aveva negato ogni responsabilità. Ban Ki-moon ha voluto pronunciare queste scuse prima di concludere il suo mandato, come per ripulire la sua reputazione (dal primo gennaio è formalmente insediato il suo successore, il portoghese Antonio Guterres, già alto commissario dell’Onu per i profughi). Nel suo discorso ha però sorvolato su chi o cosa abbia provocato quell’epidemia. Eppure a Haiti, uno dei paesi più poveri dei Caraibi, il colera è arrivato proprio con le Nazioni Unite.
Sul momento nessuno capì cosa l’aveva ucciso, e tutti continuarono a lavarsi i denti e a fare il bucato nel fiumiciattolo contaminato
I fatti sono ormai accertati. Il primo caso di colera a Haiti si è manifestato nell’ottobre del 2010 presso Mirebalais, sulle colline centrali, in una borgata vicina all’accampamento che ospitava 454 caschi blu appena arrivati dal Nepal. Haiti stava cercando di riprendersi dal disastroso terremoto di alcuni mesi prima, e la già debole infrastruttura sanitaria era al collasso. Dall’accampamento dell’Onu l’acqua di scarico defluiva nel vicino fiume Meille, che l’intera borgata usava per lavarsi.
Un giorno un uomo di 38 anni è stato colto da un attacco di diarrea fulminante, e nel giro di poche ore è morto. Sul momento nessuno capì cosa l’aveva ucciso, e tutti continuarono a lavarsi i denti e a fare il bucato nel fiumiciattolo contaminato. In Nepal allora era in corso un episodio di colera, che del resto è endemico nel paese himalayano: ma questo gli abitanti delle colline centrali di Haiti non lo potevano sapere. Gli operatori sanitari sanno che il contagio del colera passa attraverso le feci e l’acqua, ma i caschi blu non devono averci pensato.
Il contagio è stato rapido e virulento. Nel giro di 17 mesi oltre mezzo milione di haitiani si sono ammalati e oltre settemila sono morti di colera. Passata la fase acuta dell’epidemia la mortalità è calata; il colera però non è mai stato debellato e il conto ufficiale si attesta ora su 9.200 morti. Su una popolazione totale di dieci milioni di persone è impressionante. E poi tutto lascia pensare che il bilancio sia più alto. I conteggi ufficiali si basano sui registri degli ospedali pubblici, ma molte vittime non ci sono mai arrivate. In seguito Medici senza frontiere ha rifatto i calcoli e suggerisce che almeno per i primi sei mesi dell’epidemia il conto dei morti sia da moltiplicare per tre (lo studio di Msf è stato pubblicato nel marzo del 2016 sul giornale del Center for disease control and prevention degli Stati Uniti, considerato tra i massimi centri di controllo delle malattie infettive).
Amara ironia. Haiti è passata negli ultimi vent’anni attraverso rivolgimenti politici violenti e disastri più o meno naturali, sconta una devastazione ecologica senza pari e una povertà schiacciante. Già prima del terremoto solo una piccola parte della popolazione aveva accesso ad acqua corrente e fognature. Ma almeno un flagello era assente: da almeno mezzo secolo non c’era notizia di colera. Paradossale che sia arrivato proprio con i caschi blu, mandati dall’Onu nel 2004 per pacificare il paese, e rimasti da allora nel paese.
Eppure, quando nel 2011 un gruppo di cittadini haitiani ha chiesto risarcimenti, la delegazione dell’Onu ha semplicemente definito “irricevibile” la richiesta. Includere il colera nei programmi di assistenza umanitaria, sì. Ammettere una responsabilità, no.
Critiche e proteste
Cosa ha spinto il segretario generale Ban Ki-moon, dopo ben sei anni, a presentare le sue scuse agli haitiani? Forse che la sua posizione era ormai insostenibile. A Haiti le proteste si susseguono da anni, manifestazioni davanti agli uffici locali dell’Onu, dimostrazioni agli accampamenti dei caschi blu. Un gruppo di avvocati haitiani per i diritti umani, il Bureau des avocats internationaux, ha organizzato cause legali per far valere il diritto delle vittime a risarcimenti materiali.
Le critiche circolano ormai anche all’interno all’organizzazione internazionale. L’8 agosto 2016 uno dei consulenti legali delle Nazioni Unite ha consegnato a Ban Ki-moon un rapporto che definiva “una vergogna” l’operato dell’organizzazione a Haiti (il documento è poi trapelato al New York Times). Il giurista Philip Alston, special rapporteur sulla povertà estrema, in quel documento affermava che l’atteggiamento dell’Onu sul colera a Haiti è “moralmente inconcepibile, legalmente indifendibile e politicamente controproducente”. L’epidemia “non sarebbe scoppiata senza l’azione delle Nazioni Unite”, che però hanno rifiutato di riconoscere l’evidenza, cioè che il contagio ha avuto origine dallo scarico del campo dei caschi blu.
L’Onu non ha neppure dato seguito alle sue promesse di assistenza, constatava Alston nel suo rapporto. Nessun progetto di infrastrutture idriche, acquedotti o fognature è stato completato negli anni successivi, due impianti di depurazione delle acque costruiti in tutta fretta dopo l’inizio dell’epidemia hanno smesso di funzionare molto presto per mancanza di fondi. (Da un altro rapporto interno all’Onu, citato dal New York Times, risulta addirittura che nel 2014, due anni dopo l’inizio dell’epidemia, gli accampamenti dei caschi blu continuavano a riversare gli scarichi nei corsi d’acqua).
Il giurista concludeva che un tale atteggiamento “mina sia la credibilità dell’Onu in generale, sia l’integrità dell’ufficio del segretario generale”.
Di fronte a tante pressioni, nell’agosto del 2016 per la prima volta l’ufficio di Ban Ki-moon ha parlato di “coinvolgimento” nella faccenda del colera. “L’Onu ha maturato la convinzione che deve fare molto di più circa il suo coinvolgimento nell’epidemia e nella sofferenza di quanti sono stati contagiati”, ha dichiarato il portavoce del segretario generale, Farhat Haq.
Infine sono arrivate le scuse: ci sono voluti sei anni. Per questo festeggiavano, nell’ufficio della piccola organizzazione per i diritti umani: “Per molte vittime del colera, le parole di Ban Ki-moon sono suonate come un primo passo verso un po’ di giustizia”, dice Beatrice Lindstrom, avvocata presso l’Institute for justice and democracy in Haiti (Ijdh), che ha sede a Boston e lavora insieme al gruppo di giuristi haitiani. “La prima richiesta delle vittime, ripetuta in tante proteste e petizioni, era proprio questa: delle scuse formali. Ora però restano le altre due richieste, assistenza materiale alla popolazione colpita, e serie misure per debellare il colera”.
Ora è il momento di dare seguito concreto alle promesse di assistenza materiale alle vittime
In effetti, per recuperare il suo ritardo l’Onu ha presentato in settembre un nuovo piano per affrontare il colera a Haiti, un “pacchetto” in due fasi da finanziare ciascuna con 200 milioni di dollari. La prima include opere di infrastrutture sanitarie e di “eradicazione” del colera, la seconda parla di “assistenza materiale” alle persone toccate dall’epidemia. Questa seconda fase resta in realtà molto vaga, Ban ha parlato di istruzione e piccoli progetti sociali, da definire in consultazione con “le comunità, le vittime e le loro famiglie”.
“Se funzionasse, un piano simile sarebbe sicuramente una riparazione materiale alle vittime e a tutta la società haitiana”, osserva Lindstrom (che ho raggiunto al telefono). “Ma bisogna che venga davvero finanziato”. E questo è il punto debole: il piano di “assistenza materiale” alle vittime del colera non ha ancora trovato finanziatori. Piani di carattere straordinario come questo dipendono dai paesi “donatori” (a meno che gli stati accettino di farlo rientrare nei contributi ordinari, quelli obbligatori).
D’altra parte, Ban Ki-moon ha scelto con molta cura le sue parole in quel discorso di scuse: responsabilità morale, “coinvolgimento”, “non abbiamo fatto abbastanza”. Ma non ha ammesso che l’epidemia è stata provocata dai caschi blu. Nulla che possa rinviare a una responsabilità tangibile, tanto meno a un danno da riparare: mai usato la parola “risarcimenti”.
“È vero, il segretario generale non ha ancora ammesso che l’Onu ha portato il colera a Haiti. Però ha dato segno di un’assunzione di responsabilità che finora mancava”, osserva Beatrice Lindstrom. “Ora è il momento di dare seguito concreto alle promesse di assistenza materiale alle vittime”.
Questo però resta molto ipotetico. Nel 2011 l’Onu aveva annunciato alcune riparazioni, poi aveva rifiutato di dar seguito alla promessa “senza neppure dare una spiegazione”, spiega l’avvocata. È allora che gli avvocati haitiani e i colleghi di Boston hanno cominciato a rivolgersi ai tribunali degli Stati Uniti a nome di cinquemila cittadini haitiani che chiedono risarcimenti: ma in agosto la magistratura statunitense non ha accettato di considerare la causa, dichiarando che l’Onu gode di immunità legale. “Noi accettiamo il fatto che l’Onu abbia immunità rispetto ai tribunali nazionali. Ma nei suoi regolamenti contempla accordi extragiudiziari per concordare eventuali riparazioni, e nel caso di Haiti è venuta meno a questo suo obbligo”.
Nel suo documento, Alston scriveva che bisogna riconoscere risarcimenti alle vittime del colera, non semplici aiuti umanitari. Ma è proprio quello che l’Onu cerca di evitare.

giovedì 11 giugno 2015

ONU brava gente

Sesso in cambio di cibo, telefonini, scarpe e profumi: secondo un rapporto choc dell’Onu, condotto dall’Oios, i servizi di investigazione interna del Palazzo di Vetro, i caschi blu hanno commesso «in modo abituale» abusi nei Paesi in cui sono stati schierati, pretendendo prestazioni sessuali in cambio di denaro o oggetti “lussuosi”. «Le prove emerse in due missioni di peacekeeping dimostrano che le richieste di prestazioni sessuali sono piuttosto comuni ma tenute sotto traccia», denuncia il documento, che è datato 15 maggio e di cui l’Associated Press è entrata in possesso. Le denunce di abusi sessuali sono 480 in un periodo compreso fra il 2008 e il 2013 e riguardano soprattutto le missioni nella Repubblica Democratica del Congo, in Liberia, Haiti, Sudan e Sud Sudan. Secondo il rapporto, inoltre, un terzo dei casi di sfruttamento e abusi coinvolge minori di 18 anni…

lunedì 21 maggio 2012

l'ambasciatore Sean Penn


Non dimenticare Haiti dopo il terremoto che nel gennaio 2010 l’ha devastata e gettata ancor di più all’inferno.
L’appello arriva dal Festival del Cinema di Cannes e il portavoce non è una persona qualunque ma il famoso attore e regista Sean Penn.
Non riesce a darsi pace, l’attore. Haiti gli è rimasta nel cuore. “Un paese che ho nel cuore e che mi emoziona profondamente” dice Penn. Grazie ai buoni rapporti con il direttore del Festival Thierry Fremaux, l’attore Usa è riuscito a far inserire nel calendario della manifestazione un evento in favore della popolazione dell’isola caraibica. Una vera novità che non si è mai verificata prima.
Non ha risparmiato parole e nemmeno critiche l’attore “Non bisogna mollare, questo è il momento di agire. Quando ci fu il sisma molte celebrities accorsero e i media arrivarono in massa, poi il silenzio quando i giornalisti sono andati via, abbandonando Haiti. Questo è il nostro fucking world”...
Cinema e solidarietà, Sean Penn nominato... di TMNews