Silenzio. Ascolta il silenzio. Ascolta il silenzio della musica. Qui a teatro, qui dentro di noi, silenzio. Che tipo di silenzio? Il silenzio della fuga o il silenzio della ricerca: ci deve essere una via d’uscita, cosa possiamo fare, dove possiamo andare?
Ascolta il
terremoto sotto i nostri piedi, la faglia di Sant’Andrea. Ascolta il
Popocatépetl, il vulcano vicino a casa nostra in Messico, che emette fumo.
Silenzio assoluto o rombo di vita?
Ascolta le
persone sedute accanto a te. Un silenzioso conformismo o una rabbia che si
manifesta? Un’accettazione passiva o una speranza inestinguibile?
Ascolta
attentamente. “Un altro mondo non solo è possibile, ma è in arrivo e,
in una giornata tranquilla, se ascolti con molta attenzione puoi sentirlo
respirare” (citazione tratta da un intervento – intitolato Confronting
Empire, “Affrontare l’Impero” – di Arundhati Roy al Forum sociale mondiale
di Porto Alegre, in Brasile, nel 2003, ndr).
Ascolta
attentamente. Il silenzio, il respiro delle persone intorno a te. Ascolta
attentamente. L’altro mondo che non è ancora. Ascolta
attentamente. Il terremoto, il vulcano dentro di noi. La dignità.
Dentro le
nostre orecchie ci sono i tanti lamenti di miseria. Dentro i nostri corpi il
sanguinamento interno dei vulcani. Dentro le nostre teste, avvolte nei pensieri di
ribellione, come può esserci calma quando la tempesta deve ancora arrivare?
La tempesta
è qui. Ascoltate ancora. Sentite il mondo urlare. Dolore, rabbia. Le urla delle giovani ragazze
fatte a pezzi dalle bombe in una scuola elementare nel sud dell’Iran. Perché?
Nessun perché. Solo per divertimento. La tortura di Gaza, ogni giorno, mesi e
mesi. Le grida terrorizzate delle vittime dell’ICE.
Dolore, rabbia,
dignità: rabbia dignitosa. Rumore forte e confuso. Cosa stanno
dicendo? No Kings. Niente guerre. Niente frontiere. No ai
politicanti. ¡Que se vayan todos! No ai miliardari. Non ai
padroni della guerra. Hai gettato la paura peggiore che si possa mai gettare:
la paura di mettere al mondo dei figli.
No, no, no.
La rabbia della dignità, la dignità della rabbia riempie le strade, riempie
questo teatro. Non un mondo governato dal denaro. Spezza il potere del denaro,
mai così arrogante come oggi.
Canta una nuova
canzone. Riconquista il mondo prima che sia troppo tardi.
Costruisci
un nuovo mondo, un mondo di molti mondi. Mondi basati non sulla crudeltà del denaro, ma
sulla ricchezza di mille musiche diverse, mille silenzi diversi. Una
jam session, o un pub irlandese, in cui la musica si intreccia e va in
direzioni diverse, a ritmi diversi. Un’assemblea, un consiglio, una comune, una
comunizzazione. Non uno stato che ci imponga delle regole, che ci
leghi al dominio del denaro. Che imponga un solo ritmo. E una sola musica
noiosa, e un solo ritmo e un silenzio noioso.
Una canzone
ripetuta all’infinito, la canzone “Alzati. Vai a lavorare. Fai soldi, se non
per te stesso, almeno per qualcun altro. Fai soldi, non molto per te stesso,
soprattutto per qualcun altro!”. No, non quella canzone, non di nuovo! Non uno
stato che deciderà per noi, ma un incontro in cui decidiamo noi, con tutte le
nostre differenze e con tutta la nostra comune umanità, dove creiamo la nostra
musica in un’armonia dissonante.
Verso
l’armonia. Un accordo. Un accordo magico, dissonante, impossibile, sempre più
profondo e in continua evoluzione.
Difficile,
forse. Ma necessario. Vogliamo che i nostri figli vivano, e anche i nostri nipoti. Non in un
mondo dominato dal denaro e condotto alla catastrofe del riscaldamento globale,
della scarsità d’acqua, della guerra nucleare, della ricchezza oscena, della
povertà oscena e dell’odio reciproco. Noi, i perdenti di sempre,
dobbiamo vincere questa volta. Non c’è alternativa.
Non solo
piccoli miglioramenti, ma molto di più: spezzare il potere del denaro. Spezzare
il potere che sta distruggendo il pianeta, che sta distruggendo noi. Creare un mondo diverso, un mondo di
molti mondi, un mondo comunista, un mondo basato sul riconoscimento reciproco
della dignità. Un mondo creato da noi. Il silenzio è un urlo! Questo
concerto è un urlo che squarcia le mura del teatro. Per riempire le strade, le
case di Hollywood, Los Angeles, il mondo… Uscite in strada, tutti voi, tutti
noi, e cantate i nostri urli, urlate le nostre canzoni. Salite sui tetti e
cantate una nuova canzone di rabbia, di dignità. E ora di nuovo silenzio. Il
silenzio della nostra musica.
Ma ora
sappiamo che non è un silenzio di tomba. È il silenzio di una rabbia dignitosa,
di un mondo che sta nascendo.
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