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giovedì 10 settembre 2026

A guerra finita, ciò che accade a Gaza è incontestabile genocidio - Ennio Remondino

«The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience». «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi», scrive Ilana Hammerman, studiosa ebrea, su Haaretz. «Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre, 282 bambini e ragazzi sotto i 18 anni sono stati uccisi, una media di un bambino al giorno».

Genocidio in corso

Una parte rilevante dei 1.191 palestinesi uccisi in questo lasso di tempo, nel quale si sono registrati anche 3.853 feriti. Solo un aspetto del genocidio in corso, che molti di più muoiono di stenti e malattie a causa delle condizioni in cui sono costretti i sopravvissuti, ristretti nel 30% del territorio originale della Striscia.

La morte dal cielo e dal profondo della terra

«Per chi segue quanto si consuma a Gaza si tratta di cose note», annota Davide Malacaria su Piccolenote.it. La prima è quella di Plestia Alaqad, ventiduenne di Gaza, che il 18 ottobre 2023, solo tre settimane dall’inizio della guerra, scriveva sul suo diario: «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi» (il diario del giovane palestinese è stato pubblicato negli Stati Uniti da Little, Brown and Company e nel Regno Unito da Pan Macmillan con il titolo The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience).

L’occhio invasivo di Israele

Seconda citazione, un post del dottor Said Muhammad Al-Kahlout, che racconta il monitoraggio invasivo da parte di Israele: «I cieli sono pieni di occhi che seguono ciò che gli aerei stanno registrando, e gli aerei sono vicini e possono contare la dentiera nella bocca di un vecchio sfollato». E nel post ci racconta appunto «di un anziano emaciato sul quale la morte è piovuta da quel cielo affollato di occhi. Ucciso senza una ragione, come tanti a Gaza, e la sua morte diventerà un numero perso tra le tante notizie che scorrono veloci nei telegiornali».

L’ossessiva narrazione israeliana

Ma forse la parte più interessante della nota (condivisa con Malacaria e Haaretz), è quella in cui la Hammerman si confronta con l’ossessiva narrazione israeliana, che vede l’IDF impegnato a «ridurre al minimo i danni alle vite civili e alle infrastrutture». Umanitari, dicono di loro stessi. Invece la cronista di Haaretz: «Fin dall’inizio, l’attacco a Gaza è stato una guerra di annientamento sistematica, una risposta sproporzionata e frenetica al barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre. Una guerra che fin dal primo giorno non ha fatto distinzione tra combattenti e civili, né tra le infrastrutture militari di Hamas e quelle civili di Gaza».

Massacro voluto

«Nei pesanti bombardamenti sulle aree residenziali densamente popolate, effettuati senza nessun distinguo, decine di migliaia di donne, bambini e anziani sono stati uccisi, feriti e resi permanentemente invalidi, e sono stati distrutti ospedali, istituti scolastici, strade, reti idriche ed elettriche, così come l’agricoltura. E l’opera di distruzione continua ancora oggi, non solo attraverso i bombardamenti aerei e con i droni, ma anche condannando la stragrande maggioranza della popolazione a condizioni di vita disumane. Oltre l’80% degli abitanti di Gaza è stato costretto ad abbandonare le proprie comunità e le loro case sono state distrutte».

Gaza del ‘non vivere’ ancora oggi

«Vivono in tende sovraffollate, roventi d’estate e allagate d’inverno dall’acqua piovana, con i liquami che scorrono tra le tende e si accumulano in pozzanghere. Sono esposti a un’infestazione di topi, ratti e pulci, e a malattie infettive che, in assenza di cure adeguate, si traducono in una condanna a morte, in particolare per i bambini e gli anziani». GENOCIDIO. «Si tratta, dunque, di genocidio. Lo Stato di Israele ha inflitto e continua a infliggere un olocausto alla Striscia di Gaza. Non c’è altra parola per descriverlo oggi, quando le dimensioni delle uccisioni e della devastazione sono evidenti a tutti. ‘Pochi minuti fa ho visto il video di un ragazzo di 15 anni caduto in una delle tante fosse di liquami sparse intorno alle nostre tende. Era già morto quando è stato portato in ospedale».

Morte compagna di vita grama

«Prima di lui, un altro ragazzo stava giocando con un oggetto sospetto che è esploso uccidendolo. Poi un altro ragazzo è passato accanto ai blocchi di cemento gialli [che delimitano la parte della Striscia occupata da Israele] e i soldati dell’occupazione gli hanno sparato. Un proiettile ha colpito una tenda dove si trovava una ragazza e l’ha uccisa».

«Dei bambini sono caduti da un rimorchio e sono rimasti schiacciati sotto le ruote. Altri bambini sono morti di malnutrizione e altri non sono stati curati. Ci sono bambini che non morti in attesa di ricevere qualche cura… A Gaza la morte incombe sui nostri figli da ogni parte, persino dalle viscere della terra. Qualcuno sente? Qualcuno vede?»

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martedì 30 giugno 2026

Voti truccati e propaganda: come Israele ha comprato l'Eurovision per nascondere l'orrore di Gaza - Eliana Riva

L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio

Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.

Dopo due anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime palestinesi.

La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco

Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer, professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo Netanyahu.

L’Eurovision come arma di Soft Power

In questo scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.

Per il governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.

Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.

Voti pilotati

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.

L’analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale costruito a tavolino con dollari e algoritmi.

L’anno prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.

Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU

L’European Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti, l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.

La strategia per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le linee guida pur di non discutere di diritti umani.

L’EBU ha valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto, rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento culturale in uno strumento di legittimazione politica.

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lunedì 2 marzo 2026

La coscienza di un fruttivendolo apre le porte al boicottaggio dell’economia israeliana


Un dipendente di un supermercato Tesco in una tranquilla cittadina costiera dell’Irlanda del Nord ha innescato un dibattito europeo sulla responsabilità individuale di fronte al genocidio. Nell’agosto 2025, mentre le immagini di Gaza devastata – con oltre 60.000 palestinesi uccisi dall’offensiva israeliana – lo perseguitavano fino alla cassa, ha iniziato ad avvertire i clienti sulla provenienza israeliana di frutta e verdura, poi ha rifiutato di scannerizzare quei prodotti. “Non posso averlo sulla coscienza”, ha dichiarato prima di essere sospeso da Tesco a Newcastle, County Down, cittadina nota più per il turismo estivo che per l’attivismo politico. La sua reintegrazione a gennaio 2026, dopo proteste di massa e pressioni sindacali da Unison e Unite, ha creato un precedente cruciale: “Se abbastanza persone lo fanno, non potranno vendere prodotti israeliani”, ha affermato, incoraggiando altri lavoratori a seguire il suo esempio.

Il caso richiama lo storico boicottaggio irlandese del 1984 contro l’apartheid sudafricano, quando dipendenti di Dunnes Stores rifiutarono per tre anni di maneggiare merci dal Sudafrica, contribuendo al primo divieto commerciale dell’Europa occidentale. Oggi il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions), lanciato nel 2005 da società civile palestinese per isolare economicamente Israele fino al rispetto del diritto internazionale, sta trasformando proteste individuali in politiche statali. Sindacati in Irlanda, Regno Unito e Norvegia hanno approvato mozioni per non obbligare lavoratori a gestire merci israeliane; cooperative come Co-op UK e Coop Alleanza 3.0 in Italia hanno rimosso prodotti in solidarietà con Gaza. Slovenia ha vietato nell’agosto 2025 import da insediamenti illegali in Cisgiordania (30.000 euro annui, principalmente avocado), Spagna ha seguito con decreto a inizio 2026; Paesi Bassi e Irlanda discutono misure simili, quest’ultima con l’Occupied Territories Bill bloccato dal 2018 nonostante consenso parlamentare, vittima di “pressioni USA per conto israeliano” secondo il deputato Paul Murphy.

Ma l’avanzata BDS incontra resistenze orchestrate: B’nai B’rith International ha avvertito nel 2025 il parlamento irlandese di conflitti con leggi anti-boicottaggio USA; documenti leakati rivelano programmi israeliani da 130.000 euro per monitorare attivisti via studi legali, inclusa l’ex-europarlamentare Sinn Féin Martina Anderson. In Germania, risoluzione 2019 equipara BDS ad antisemitismo, ritirando fondi pubblici; ELNET finanzia viaggi a Israele per politici Labour britannici (3.000 sterline dichiarate da Bridget Phillipson), mentre Luke Akehurst – ora MP Labour, ex-direttore We Believe in Israel – ha promosso leggi per bloccare boicottaggi da enti locali UK. Nonostante queste contro-offensive, la strategia dal basso sta funzionando: coscienza etica individuale, pressione sindacale e mobilitazione popolare stanno erodendo il consenso europeo verso l’occupazione israeliana, trasformando gesti di cassa in sanzioni legislative.

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martedì 10 febbraio 2026

La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad

A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.

Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi, cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per dire: io resto qui.

Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”, le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate, e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba. All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.

A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.

A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare – come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli gesti.

A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere: non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentito. Anche quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la coscienza, più che con gli occhi.

Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno 20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre 180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più larga.

Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più niente.

Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie, cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria istruzione. È questo che fa tornare la vita.

Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.

Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la nostra speranza.

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venerdì 26 dicembre 2025

Il governo Meloni blocca il gemellaggio Riace-Gaza. “Pregiudizio per politica estera”. Lucano: “Senza parole” - Lucio Musolino

 

Il governo Meloni si oppone al gemellaggio tra il Comune di Riace e la Città di Gaza, in Palestina. A comunicarlo al sindaco Mimmo Lucano è stato il ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoli che, martedì, ha scritto una lettera al primo cittadino (ed eurodeputato di Verdi-Sinistra) in risposta allo schema del gemellaggio trasmesso a fine novembre al ministero e sottoscritto, lo scorso agosto, dallo stesso Lucano in collegamento video con il sindaco di Gaza City Yahya Sarraj.

Nella lettera ricevuta da Lucano, su carta intestata della Presidenza del Consiglio, l’esponente del governo scrive che “a conclusione dell’istruttoria esperita presso le amministrazioni interessate, si rappresenta che il Mministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale ha espresso parere negativo alla sottoscrizione del gemellaggio”.

Calderoli riporta anche il parere del ministero guidato da Antonio Tajani, secondo cui “sussistono rilevanti motivi ostativi, connessi al legame esistente tra consigli locali e sindaci di Gaza e l’organizzazione terroristica Hamas, sottoposta a sanzioni da parte dell’Unione europea. Pertanto, ove effettivamente concluso, il gemellaggio in questione sarebbe suscettibile di arrecare un grave pregiudizio alla politica estera italiana. L’Italia, infatti, sostiene senza ambiguità la necessità di escludere Hamas da qualsivoglia futuro politico e securitario nella Striscia”. “Ciò posto, – conclude il ministro per gli Affari regionali e le autonomie – tenuto conto delle considerazioni sopra riportate, non si ravvisano le condizioni necessarie al rilascio del prescritto assenso finalizzato alla sottoscrizione delgemellaggio in questione”.

Lucano dal canto suo ribatte: “Rimango senza parole alla Vigilia di queste festività. Anche se il periodo storico che il mondo sta vivendo ci porta a trascorrere il Natale 2025 come uno dei più drammatici della storia dell’umanità, normalmente un sindaco, in questi giorni, si aspetta gli auguri dalle altre istituzioni. A Riace, invece, arriva una lettera con la quale il governo Meloni, per bocca del ministro leghista Calderoli, ci dice che non abbiamo il suo assenso al gemellaggio del mio Comune con la città di Gaza, per oltre due anni assediata da un vero e proprio genocidio messo in atto da Israele”.

Per il primo cittadino di Riace, “è una lettera gravissima perché senza alcuna spiegazione nel merito, il ministero degli Esteri accusa il sindaco di Gaza di essere legato ad Hamas. Come la nostra iniziativa possa arrecare danno alla politica estera italiana dovrebbe chiarirlo il ministro Antonio Tajani che, assieme a tutto il governo, sembra più interessato a capire cosa accade a Riace, piuttosto che impegnarsi in un reale percorso di pace in Palestina. Aver voluto a tutti i costi fare il gemellaggio tra Riace e Gaza è stato un atto di fraternità umana con il quale abbiamo, nel nostro piccolo, voluto riconoscere un popolo martoriato dalla guerra. Volevamo trasformare il dolore in speranza e unirci al messaggio di un mondo che nei palestinesi vede esseri umani e non terroristi, come fa invece il nostro ministero degli Esteri”. Lucano si dice, in sostanza, “esterrefatto perché quello che ho letto non è altro che un tentativo di azzerare una decisione di un Comune che non si occupa solo di buche nelle strade e che, a differenza del governo Meloni, non si gira dall’altra parte davanti ai bambini uccisi a Gaza”.

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lunedì 13 ottobre 2025

La propaganda di Israele si arma di recensioni. Campagna d'odio contro locali pugliesi e lucani che espongono bandiere palestinesi

Diverse attività commerciali tra Matera, Monopoli e Locorotondo sono state bersagliate su Google con pareri negativi e accuse infondate. Dietro l'esercito di account ci sarebbe Naor Meningher, podcaster che ride se si parla di sofferenze a Gaza e che ha lavorato alle campagne elettorali di Netanyahu

Sarà che i Sassi e la Murgia ricordano un po’ i paesaggi della Palestina storica, sarà che per chi sostiene l’occupazione e la cancellazione di un popolo è tutto lecito e l’impunità travalica i confini nazionali. Ma da qualche giorno diverse attività commerciali tra Puglia e Basilicata, in particolare a Matera, Monopoli e Locorotondo, sono sommerse da commenti negativi su Google Maps. I profili di parrucchieri, birrerie, ristoranti, musei e negozi di abbigliamento sono pieni di accuse infondate e recensioni da una stella riconducibili ad account israeliani, persone che, se esistono, evidentemente non sono mai neanche entrate in quei negozi.

A guidare l’esercito virtuale sarebbe Naor Meningher, podcaster e filmmaker israeliano. È co-host di “Two nice Jewish boys”, (due bravi ragazzi ebrei), un podcast dal titolo quantomeno eufemistico che negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé per aver mostrato il lato distopico della società israeliana: “Se avessi un pulsante per distruggere Gaza, e uccidere ogni essere vivente a Gaza, lo premerei all’istante, la maggior parte degli israeliani farebbe lo stesso. Non stiamo promuovendo l’uccisione di bambini, ma perdonateci se non ce ne frega niente se nella Striscia muoiono tutti”.

 

Oltre a ridere ascoltando queste atrocità, Meningher nel suo sito web si definisce uno “specialista in campagne digitali con una comprovata esperienza in campagne politiche di successo. Tra il 2019 e il 2022 ho lavorato a cinque campagne elettorali del Primo Ministro Netanyahu, occupandomi della direzione dei progetti digitali, video e chatbot. Mi occupavo anche della gestione di tutti i canali digitali del Primo Ministro. Tra i miei principali progetti durante le campagne elettorali c’era la pagina Facebook di Netanyahu". Di lavoro, insomma, Meningher è organo di propaganda del premier israeliano, il megafono di una persona su cui pende un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Una mansione che deve avergli procurato un certo livello di stress durante i due anni di genocidio. Così, seguendo l’esempio dei soldati dell'Idf che si sono rilassati in Costa Smeralda, ha scelto l’Italia per una vacanza. Ma il lavoro, si sa, ti segue ovunque. A Matera, Meningher si imbatte in diverse attività commerciali che in segno di solidarietà al popolo palestinese hanno affisso all’entrata una bandiera palestinese. Sono parte di un corpo sociale sempre più attivo ed eterogeneo, lo stesso che ha popolato le piazze di tutta Italia per chiedere la fine del genocidio a Gaza e di tagliare i rapporti con il governo di Tel Aviv.

 

La stessa marea ha travolto anche Naor Meningher, che ha subito deciso di prendere contromisure: “Un appello importante per gli israeliani che viaggiano in Italia per le vacanze!!!”, ha scritto in un post su un gruppo Facebook israeliano in cui turisti si scambiano dritte e consigli sui viaggi a Roma e in Italia. “Avrete notato che in quasi tutte le città ci sono aziende che scelgono di appendere orgogliosamente la bandiera di Hamas”. Quella che lui chiama bandiera di Hamas è in realtà quella palestinese, ma chi lo fa notare nei commenti viene insultato. “Uniamo tutti le forze”, continua “per sapere come evitare queste attività e avvisiamo gli altri. Scatta una foto. Entra su Google Maps e lascia una recensione in ebraico, dicendo che questa azienda supporta Hamas. E ovviamente non entrare in queste attività e non sostenerle! Mostriamogli che ci sono conseguenze per le loro azioni! E non restiamo in silenzio”. Nel post ci sono anche geolocalizzazioni e foto di esercizi commerciali di Matera. 

 

Tra questi c’è il Tam, museo d’arte contemporanea che da mesi ha all’ingresso una bandiera palestinese. “Per ragioni statistiche teniamo traccia della provenienza dei nostri visitatori e negli ultimi anni non abbiamo mai registrato nessuno da Israele. È quasi certo che nessuno degli autori delle recensioni negative sia stato davvero qui”, spiega uno dei fondatori del museo. “In alcune veniamo chiamati terroristi, in altre si lamentano dei prezzi (non essendo mai neanche entrati). Il nostro museo nasce come luogo di confronto, aperto, civile, attento e solidale con gli ultimi e riteniamo giusto rendere palese, ancor prima di entrare, da che parte stiamo: chi non è d’accordo con questa nostra posizione non è certamente obbligato a entrare”, aggiunge. L’ondata di odio si è riversata anche nei commenti al post su Instagram in cui il museo ha ribadito la propria posizione: “Terrorismo, stupro, presa di ostaggi, uccisione di bambini e anziani, esecuzione di persone a un festival musicale. QUESTO è ciò che tu e il tuo grazioso piccolo villaggio state promuovendo. E questo è ciò che avete deciso di fare: invece di chiedere la pace (come farebbe una persona decente), date la colpa a un altro ebreo per avervi accusato di sostenere il terrorismo. Dovreste essere completamente privati dei fondi”, ha scritto un utente.

 

Lo stesso trattamento è toccato a un parrucchiere, sempre di Matera, definito “non professionale”. Un negozio di abbigliamento che casualmente proprio negli stessi giorni avrebbe avuto clienti israeliani che non hanno gradito la qualità dei capi in vendita. Un bistrot che fa piatti tipici è diventato un “sostenitore di Hamas” e un birrificio è stato preso di mira con un pretesto: “Dopo solo due drink ho avuto mal di stomaco e la mia esperienza è stata completamente rovinata”. Tutto ciò che accumuna questi locali è che sono nel centro storico di Matera e hanno esposto bandiere o scritte in favore della causa palestinese. Una lista di proscrizione che non si è fermata alla Lucania. Anche diversi ristoranti di Monopoli e Locorotondo, in Puglia, hanno subito lo stesso "bombardamento", con le stesse parole copiate e incollate e le stesse modalità, e dagli stessi utenti. “Una grande bandiera nazionale inventata all’ingresso del ristorante”, “disgustoso, ho avuto forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato lì”, “bassa qualità”, sono i commenti che accompagnano recensioni da una stella per posti che hanno medie ben sopra le quattro stelle su cinque. Le associazioni locali, tra cui il Comitato per la Pace Matera, si sono già attivate per rispondere con una contro-ondata di recensioni positive, in solidarietà a chi è stato vittima della campagna denigratoria.

È probabile però che diversi altri esercizi finiscano nella rete tessuta dal propagandista Naor Meningher. Il gruppo su cui ha invitato a attaccare chiunque in Italia renda visibili al pubblico simboli palestinesi conta 60mila iscritti e, malgrado l’intento originario sia quello di “aiutare, consigliare, orientare, dare recensioni e avvertire i viaggiatori israeliani su tutto ciò che riguarda Roma e la zona circostante”, gli utenti hanno risposto in fretta alla chiamata alle armi. D’altronde, quello di inondare il web con contenuti favorevoli alla propaganda israeliana è un diktat dello stesso Netanyahu: “Le armi cambiano nel tempo, le più importanti oggi sono i social media”, ha detto durante un incontro tenutosi lo scorso settembre con un gruppo di influencer americani. “L’acquisto più importante in corso, ad esempio, è quello di TikTok. Spero che vada in porto, perché può avere conseguenze significative”. Una strategia che Meningher, da responsabile delle campagne social del premier, doveva conoscere bene.

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venerdì 10 ottobre 2025

Gaza, tra il dire e il fare ci sono 61 milioni di tonnellate di macerie. Ecco le stime realistiche di un incubo - Franz Baraggino

Fonti accreditate stimano che rimozione e smaltimento dei detriti richiederanno decenni, tra veleni nel suolo, ordigni inesplosi, diritti perduti e vittime ancora sepolte.

La devastazione infrastrutturale ha proporzioni inedite. La più recente stima del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) indica che la distruzione o il danneggiamento di circa 250 mila edifici ha prodotto un volume di circa 61 milioni di tonnellate di macerie, diciassette volte la somma di tutti i detriti prodotti dai precedenti bombardamenti a Gaza dal 2008. Secondo le fonti più accreditate, rimuovere e processare questa massa enorme richiederà decenni, anche al netto degli imprevisti. Perché Gaza è anche un cimitero dove si stima che almeno 12 mila corpi siano ancora sepolti sotto le macerie. Chi è rimasto dovrà invece fare i conti con suoli e acque contaminate, e con la perdita e la distruzione dei registri di proprietà, sempre che si vogliano davvero riconoscere i diritti.

Quanto ci vorrà per rimuovere le macerie a Gaza? – Il lavoro di smaltimento si articola in due fasi: la rimozione e il trasporto iniziale, e la successiva lavorazione per il riciclo del materiale idoneo. Per la sola fase di rimozione dei detriti, le Nazioni Unite hanno stimato che potrebbero volerci fino a 15 anni. Calcolo elaborato ipotizzando l’uso di una flotta di 105 autocarri con capacità di 19 tonnellate (circa 17,24 tonnellate metriche), attivi su turni di 8 ore per 30 giorni al mese. Uno studio pubblicato a luglio (Samer Abdelnour e Nicholas Roy su Environmental Research: Infrastructure and Sustainability) stima che il trasporto delle macerie richiederà oltre 2,1 milioni di carichi di autocarri, coprendo una distanza equivalente a circa 736,5 volte la circonferenza terrestre. Ma lo studio si basa sui primi 14 mesi di conflitto, fino al primo dicembre 2024, quando le macerie erano circa la metà, 36,8 milioni di tonnellate. Anche i calcoli delle Nazioni Unite, fatti quando le tonnellate erano circa 50 milioni, vanno aggiornati, portando i tempi necessari a più di 20 anni. Per non parlare delle strade: già un anno fa il Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) stimava che circa il 31% della rete stradale a Gaza è stata moderatamente danneggiata, l’8,9% gravemente danneggiata e il 25,4% distrutta.

Decenni solo per la frantumazione – Ma il vero dilemma riguarda la fase successiva, quella della lavorazione o frantumazione, che allunga i tempi in modo drammatico, anche a causa delle restrizioni sull’accesso a macchinari industriali pesanti. Lo studio di Abdelnour e Roy intitolato ‘Trattamento dei detriti provenienti dagli edifici distrutti e danneggiati a Gaza: emissioni di carbonio, tempi e implicazioni per la ricostruzione’ ipotizza scenari diversi, calcolando il trattamento dell’80% dei detriti, quelli non contaminati e idonei alla frantumazione. Nello scenario “ottimale” entra in campo una flotta di 50 macchinari industriali per frantumare le macerie, i cosiddetti frantoi a mascelle ad alta capacità, per un lavoro da 400 tonnellate l’ora che richiederebbe poco più di sei mesi. Peccato che “non sono attualmente disponibili a Gaza”, segnala lo studio. E questo per le restrizioni imposte all’ingresso di macchinari pesanti e parti di ricambio, pratica di lungo corso che andrebbe appena rinegoziata. Ecco il perché dello scenario “realistico”, che prevede una flotta di 50 frantoi più piccoli (“tipo primario utilizzato in Gaza”) che per fare lo stesso lavoro ci metterebbe quattro decenni. Stima che va però aggiornata e finisce per superare i 60 anni.

Vittime, ordigni e contaminazioni – Ad aprile le Nazioni Unite stimavano che 12 mila vittime fossero ancora sepolte sotto gli edifici distrutti. L’urgenza di rimuovere i detriti si scontra dunque anche col delicato compito di individuare e identificare con attenzione i resti delle vittime, operazioni che richiedono l’intervento di personale specializzato. Tra le incognite c’è poi il rischio elevato di ritrovare ordigni inesplosi (UXO). Il Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine (UNMAS) indica che fino al 10% delle armi esplosive potrebbe non essere detonato. La rimozione delle macerie è poi “intrinsecamente rischiosa” e richiede il supporto dei team di EOD (Explosive Ordnance Disposal). L’eventuale ritrovamento comporta la sospensione immediata del sito e l’evacuazione del personale. Quanto alle risorse, quelle limitate per EOD a Gaza lasciano supporre “ritardi significativi”. A complicare drasticamente la gestione dei materiali c’è poi la loro contaminazione. Si stima che circa il 15% delle macerie è probabilmente contaminato da amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti e vanno gestite come rifiuti pericolosi, col personale EOD dotato di protezioni e tute protettive monouso.

Ricostruzione senza diritti – Il recupero post-conflitto, che include la ricostruzione delle abitazioni, richiede tempi ancora più lunghi e difficilmente calcolabili. Basandosi sulle dinamiche di ricostruzione successive a precedenti conflitti, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) ha stimato che per ricostruire le stesse case distrutte sarebbero necessari circa 80 anni. Al contrario, i problemi sono già dietro l’angolo, come le complessità legali relative al riconoscimento dei diritti di proprietà (HLP – Housing, Land, and Property). La situazione legale a Gaza era già confusa, con norme più recenti che confliggono con quelle ereditate dall’Ordinanza Britannica sulla Pianificazione Urbana del 1936 e addirittura dal Codice Fondiario Ottomano del 1858. A Gaza si stima che fino al 30% della terra privata non sia registrata, rendendo difficile la risoluzione delle controversie già in tempo di pace. A questo si aggiunge la perdita o distruzione dei registri di proprietà. Il mancato riconoscimento dei diritti HLP fin dalle prime fasi di recupero è considerato un ostacolo tra i più critici alla possibile ripresa. Le organizzazioni come il HLP Working Group al quale partecipano agenzie Onu, ong e istituzioni accademiche, lavora per sviluppare messaggi di sensibilizzazione per “evidenziare l’importanza dei diritti HLP in tutte le fasi” e fornire linee guida vista la diffusa assenza di registri.

L’ambiente, l’altra vittima – Per l’Unep, il recupero dai danni ambientali a Gaza “potrebbe richiedere decenni”. La situazione è “peggiorata drasticamente su quasi tutti gli indicatori” da giugno 2024, lasciando “un’eredità che potrebbe influenzare la salute e il benessere delle generazioni di residenti di Gaza”. Insomma, la rimozione delle macerie e i loro contaminanti potranno solo peggiorare una condizione del suolo e delle risorse idriche che è già compromessa. Le forniture di acqua dolce sono “gravemente limitate e gran parte di ciò che resta è inquinato”. Il crollo delle infrastrutture per il trattamento delle acque reflue, la distruzione dei sistemi di condutture e l’affidamento a pozzi neri hanno probabilmente “aumentato la contaminazione della falda acquifera” che fornisce la maggior parte dell’acqua di Gaza. Tanto che, avverte l’Unep, anche le aree marine e costiere sono “sospettate di essere contaminate” a causa del crollo di queste infrastrutture. Secondo l’Aggiornamento sulla Situazione Umanitaria delle Nazioni Unite dello scorso 2 ottobre, il danno alla terra coltivabile è massiccio: dal 2023, la Striscia di Gaza ha perso il 97% delle sue colture arboree, il 95% della sua boscaglia e l’82% delle sue colture annuali, rendendo di fatto impossibile la produzione alimentare su larga scala. Il tutto aggravato dall’uso estensivo degli esplosivi, la cui potenza totale è ritenuta essere tre volte quella combinata delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

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mercoledì 8 ottobre 2025

Solo l’1,5% dei suoli agricoli della Striscia di Gaza resta coltivabile. È ecocidio - Paolo Pileri

 

Abbiamo già scritto di ecocidio mesi fa riportando i dati di distruzione dei suoli nella striscia di Gaza da parte dell’esercito israeliano. È venuto il momento di tornare sulla questione a favore dei lettori visto che la Fao ad agosto ha pubblicato un foglio statistico aggiornandoci sulla distruzione dei suoli agricoli a Gaza. I dati sono sconvolgenti.

Al 28 luglio 2025 l’86,1% dei campi è stato deliberatamente distrutto, affamando tutta la popolazione sopravvissuta, di cui l’80% è stata dichiarata in emergenza alimentare. Per capirci meglio, dei 15.000 ettari coltivati a Gaza ne sono rimasti solo 2.090, praticamente, niente. Nella regione più a Nord della Striscia, la distruzione è del 94% circa. A veder meglio i dati, di quel paio di migliaia di ettari i campi ancora coltivabili in sicurezza ammontano a soli 232 ettari ovvero l’1,5% delle aree agricole di tutta la striscia di Gaza. Sono numeri che fanno tremare i polsi. Se non è un ecocidio questo non oso immaginare che cosa lo sia.

A definire che cosa si intende per ecocidio si è occupato tra il 2020 e il 2021 un nutrito e autorevole gruppo di giuristi ed esperti indipendenti (Iep) in materie ambientali, ripetutamente riunitosi sotto il tetto della Stop ecocide Foundation (Sef). La definizione che ne è uscita è la seguente: quell’insieme di “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Attenzione agli aggettivi. Con “grave” si intende riferirsi a “un danno che implica cambiamenti avversi molto significativi, distruzione o deterioramento di qualsiasi componente dell’ambiente, incluse le gravi ripercussioni sulla vita umana, o sulle risorse naturali, culturali o economiche”. Con l’aggettivo “diffuso” si intende “un danno che si estende oltre una limitata area geografica, valica i confini nazionali o è patito da un intero ecosistema o specie, o da un gran numero di esseri umani”. E infine con “duraturo” ci si riferisce a “un danno che è irreversibile o che non può essere sanato in maniera naturale in un periodo di tempo ragionevole” e per “ambiente” significa “la terra, la sua biosfera, criosfera, litosfera, idrosfera ed atmosfera, così come il cosmo”.

Sottolineo quattro concetti sopra riportati: “cambiamenti avversi molto significativi”, “gravi ripercussioni sulla vita umana”, “patito da un intero ecosistema” e “patito da un gran numero di esseri umani”. Nel caso di Gaza ritengo ragionevolmente che siano purtroppo soddisfatte tutte le quattro casistiche visto che quasi due milioni di persone a Gaza sono soggette a un’acuta crisi alimentare, di cui il 32% sono considerate a livello di allarme definito da “catastrofe” (Ipc, 2025) e visto che dell’ecosistema suolo agricolo rimane sano e sicuro solo 1,5%. Non mi pare ci siano dubbi che quanto è stato fatto da Israele nella terra di Palestina sia un ecocidio con particolare accanimento verso i suoli (da cui potremmo dire anche suolicidio).

Oltre a sanzionare e isolare Israele e lavorare diplomaticamente alla pace e oltre a riconoscere lo Stato di Palestina, il nostro governo, insieme ad altri, dovrebbe avviare presto il riconoscimento del reato di ecocidio. Mi viene da suggerirlo anche alle opposizioni a cui non vorrei fosse sfuggito. Non occuparsene ci mette in una condizione di maggior impotenza e accettazione, di fatto, dei crimini e delle ingiustizie perpetrate a milioni di persone e all’ambiente a Gaza. In altre parole, ci rende in qualche modo ancor più complici (cosa di cui personalmente mi vergogno). Detto tra noi, il riconoscimento di ecocidio sarebbe anche molto utile per le nostre beghe interne.

Non vorrei che questo sia il vero freno al riconoscimento. Rivolgo il medesimo appello anche ai nostri parlamentari europei che, anziché mollare tutto (ma non lo stipendio) e correre a candidarsi alle elezioni regionali, dovrebbero darsi da fare per far approvare la proposta di direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente che potrebbe essere un passo importante anche verso il futuro riconoscimento del reato di ecocidio. Ogni indugio, ogni rallentamento e ogni opportunità rimandata concorrono non solo ad accelerare e acutizzare i disastri ambientali e umanitari in corso ma anche, nel caso delle guerre, a porsi di fatto dalla parte opposta a quella dei processi di pace. Sbaglio?

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domenica 7 settembre 2025

Gaza: genocidio di popolo e terra - Paola Caridi

Un bulldozer che sradica un ulivo. A Mughayyir, un villaggio palestinese a neanche 30 km di distanza da Ramallah. Cisgiordania. Ben lontano da Gaza. Ancor più invisibile (che paradosso!) di Gaza. È uno dei simboli del genocidio che Israele sta compiendo sui palestinesi. C’è tutto, in questo fermo immagine ricavato da un video in cui la soldata israeliana alla guida del bulldozer si assume tutta la responsabilità (morale e penale) di un gesto che a prima vista sembra folle. Tutto è, meno che folle. Descrive nella sua essenza il genocidio, sottolinea il senso di impunità che da decenni segna le azioni delle forze armate israeliane, mostra il senso di onnipotenza e, intrinseca, la rimozione totale che gli israeliani esercitano sui crimini che stanno commettendo. Ne hanno già sradicati tremila, di ulivi, a Mughayyir: il sostentamento economico, produttivo del paesino cisgiordano, con il preciso obiettivo di espellere, cacciare la popolazione palestinese.

L’ulivo, l’albero non può neanche accusato di essere un terrorista. Viene, però, considerato palestinese. La soldata dice: oggi l’albero, domani ti demolisco la casa. Ed è ben singolare che, per la soldata israeliana e per tutti gli israeliani che bruciano gli alberi o non fanno niente per fermare la spirale di ferocia in cui sono attanagliati, l’albero venga abbattuto e sradicato in quanto palestinese. Ma come, quella terra non è Eretz Israel? Non è parte fondamentale del ritorno – appunto – “alla terra” di “un popolo senza terra”? Qui è la differenza fondamentale tra le comunità, tra l’israeliana e la palestinese. Per la prima, l’ulivo è da abbattere, bruciare, sradicare,  come fanno da decenni coloni ed esercito. Centinaia di migliaia di alberi sacrificati, c’è chi parla di un milione. E’ tutto legato all’idea di dominare, anche la terra: possederla, esserne proprietari. Per i palestinesi, invece, l’albero è compagno, un elemento del sistema, dell’ecosistema, della terra: come della terra sono elemento gli umani.

La ferocia si esprime in modi differenti, in questo ultimo capitolo della questione israelo-palestinese. Anche nella violenza irriducibile, nella rabbia protetta da una impunità incomprensibile e inaccettabile che prende di mira… un albero.

È per questo che per il genocidio in atto dei palestinesi, da parte di Israele, andrà cercata una nuova parola. Genocidio non basta, anche se è termine ineludibile perché è quello che gli israeliani stanno compiendo, e che è sanzionato dalla convenzione sul genocidio del 1948 che abbiamo sottoscritto (come Italia), e che è crimine punito dalla nostra stessa legislazione attraverso la legge 962 dell’ottobre 1967 (firmata dall’allora presidente del consiglio Aldo Moro). Dettaglio importante: dovrebbero leggerla tutti e tutte, questa legge, politici compresi, giornalisti compresi, perché nessun cittadino, nessuna cittadina è esclusa da possibili accuse e condanne.

Una parola aggiuntiva, dunque, oltre quella conclamata di genocidio. L’ecocidio, di cui s’è già scritto: la distruzione dell’ambiente. Non basta, però. È genocidio ed ecocidio assieme, tentativo di annichilire, cancellare popolo e terra assieme. E in quell’assieme c’è la relazione indissolubile che non ne fa due ‘cidi’ staccati. Non è genocidio sommato a ecocidio. È popolo e terra assieme, ed è questa relazione ancestrale, consolidata, naturale che fa più paura a chi ha orchestrato, intenzionalmente, lo sterminio in atto. Com’è successo ai popoli nativi oggetto dei genocidi in epoca coloniale, certo. Ma qui, ora c’è una misura che va oltre, non solo perché la tecnologia la rende più feroce. Bisogna azzerare la terra, espellere il popolo. Fare tabula rasa per cancellare la sua storia.

Gaza è a ferro e fuoco, da quasi due anni. E in questi ultimi giorni è la città di Gaza a essere il bersaglio primo. La città di Gaza, la città che ha migliaia di anni e di storia, la città-porto terminale della via dell’Incenso e della via delle Spezie, la città della scuola teologica cristiana di Gaza, la città delle moschee e dei commerci e dei festival poetici delle rose, la città capoluogo di una regione molto più estesa della Striscia in cui è stata rinchiusa dal 1948. Non penseranno mica, gli israeliani, di bombardare, minare, distruggere l’abitato di Gaza e cancellare, in questo modo, la storia plurimillenaria di Gaza? Come se la storia plurimillenaria di Gaza possa essere azzerata da un misero insieme di ferraglie che si chiama caterpillar. Come se non risorgerà proprio dalla sua distruzione per dire: “sono perché sono stata, la storia di questo posto, e lo testimonia il mare che ha sempre bagnato Gaza e non può essere distrutto”.

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lunedì 18 agosto 2025

La disumanizzazione degli aiuti umanitari a Gaza: l'Italia coopera alla "soluzione finale" di Netanyahu – Antonio Mazzeo

 

Durante la conferenza stampa in cui il premier genocida israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato come il piano di occupazione militare e deportazione da Gaza City di oltre un milione di abitanti preveda pure "la creazione di corridoi sicuri per la distribuzione degli aiuti umanitari, l'aumento del numero di punti di distribuzione sicuri gestiti dai contractor militari-privati USA-Israele e un maggior numero di lanci aerei da parte delle forze israeliane e di altri partner".

Paracadutare gli "aiuti" da velivoli da guerra è l'ennesimo atto di disumanizzazione dell'"intervento umanitario", vergognosamente costoso, pericoloso e soprattutto funzionale ad accrescere le tensioni e il caos tra la popolazione di Gaza e, di conseguenza, i "tiri al bersaglio" contro chi tenta di appropriarsi dei "doni" piovuti dal cielo.

Dal 9 agosto anche l'Aeronautica Militare italiana ha avviato i lanci degli aiuti dai C-130 della 46^ brigata aerea di Pisa. “Solidarity Path Operation” è il nome dato alla missione: i velivoli italiani decollano da una base militare della Giordania per poi raggiungere la Striscia di Gaza e "liberarsi" dei "carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili", così come riporta l'ufficio stampa del Ministero della Difesa.

I lanci vengono effettuati unitamente ad altri velivoli di Giordania, Emirati Arabi Uniti, Germania, Francia, Belgio e Olanda.

Dopo il sostegno a 360 gradi ai crimini di Israele contro la popolazione palestinese, l'Italia si piega all'ignobile campagna di sterminio per fame degli abitanti di Gaza, anch'essa funzionale alla loro deportazione ed espulsione. Con detestabile ipocrisia di parla di "aiuti", mentre nulla viene fatto per imporre ad Israele il rispetto del diritto internazionale umanitario, l'apertura dei valichi della Striscia ai camion che trasportano viveri e medicinali e la fine del blocco navale militare della Marina di Tel Aviv nelle acque nazionali della Palestina (si vedano gli arrembaggi e i sequestri delle imbarcazioni della Freedom Flotilla).

I "paracadutaggi" degli aiuti vengono filmati a fini di propaganda e legittimazione dell'occupazione israeliana di Gaza. Quella che era fino al 7 ottobre 2023 la più grande prigione a cielo aperto del mondo è stata trasformata in un immenso lager di sofferenze e morte. Adesso, grazie ai lanci militari di pochissime scatolette di alimenti, Gaza è ulteriormente brutalizzata e disumanizzata e resa simile più simile ad una "gabbia-zoo". Anche di queste nefandezze un giorno tutte e tutti dovremo risponderne di fronte ai nostri figli e nipoti.

 

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giovedì 17 luglio 2025

Il furto degli asini di Gaza: il colonialismo mascherato da tutela animale - Grazia Parolari


Migliaia di asini a Gaza sono stati strappati alle loro famiglie e deportati in Europa, in nome di un presunto “salvataggio”. Questi animali sono oggi al centro di una controversa operazione che nasconde una realtà ben più complessa e dolorosa. Non si tratta di tutela animale, ma di un furto che riproduce, in forma specista, il colonialismo che sta uccidendo Gaza e la sua gente.


L’asino: compagno quotidiano, simbolo culturale e spirituale della Palestina

Da secoli, l’asino è parte integrante della vita palestinese, nelle campagne della Cisgiordania come tra le strade polverose di Gaza: trasporta acqua, ortaggi, pietre, legna, persone. Prima dei checkpoint e del muro, portava i bambini a scuola, i contadini nei campi, il pane nei mercati.

 Ma l’asino non è soltanto un mezzo di trasporto: è un alleato instancabile, una figura profondamente radicata nella cultura popolare, nella memoria collettiva, nella vita familiare, e perfino nella spiritualità.

In un territorio segnato da colonizzazione e assedio, la sua presenza silenziosa ha assunto, nel tempo, un valore sempre più simbolico e la sua figura è divenuta parte importante dell’identità collettiva: animali pazienti, intelligenti, capaci di percorrere sentieri difficili, esattamente come il popolo che li accudisce.

Il murales di Bansky sul muro di separazione a Betlemme, prima che venisse trafugato

Un’immagine potente di questa sovrapposizione tra la quotidianetà del popolo palestinese e quella degli animali l’ha rappresentata Banksy in uno dei suoi murales: un soldato israeliano che ferma un asino per un controllo dei documenti. L’artista ha scelto proprio l’asino per denunciare, con il suo consueto sarcasmo tagliente, come la violenza dell’occupazione si abbatta su ogni forma di vita, e come l’asino – figura centrale nella vita palestinese – diventi involontario testimone e vittima della stessa brutalità.

Il rispetto verso l’asino è anche presente nella tradizione islamica. Nel Corano (2:259) (1), Allah riporta in vita un asino come segno del Suo potere di risurrezione, in risposta allo stupore di un uomo che si chiedeva come una città distrutta potesse tornare alla vita. (E non si può non pensare a Gaza, che nonostante tutto continua a resistere e a sperare in una rinascita.)

Il Profeta Muhammad possedeva un asino, Ya‘fūr(2), e gli mostrava grande gentilezza. Questo legame viene ricordato come esempio di compassione verso gli animali e rispetto per la loro dignità.

Nel pensiero islamico, l’asino incarna qualità spirituali come umiltà, perseveranza e la capacità di portare silenziosamente il peso della vita.

L’aggressione e l’assedio: gli asini come ancora di salvezza

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, l’asino è diventato un simbolo ancora più eloquente. Resiste, continua a servire, aiuta a sopravvivere: è l’immagine stessa di una comunità che, schiacciata e sterminata dal colonizzatore, non si arrende.

Gli asini sono “assolutamente vitali a Gaza”, afferma Ciro Fiorillo, capo dell’ufficio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) in Palestina, in una intervista al canale online Bigissue.com:  “La carenza di carburante, le strade danneggiate e gli accessi limitati rendono il trasporto meccanizzato inaffidabile o impossibile”.

“Animali come asini, cavalli e muli sono un’ancora di salvezza“, continua Fiorillo. “Trasportano merci – cibo, acqua e altri beni essenziali – e trasportano persone e aiuti umanitari attraverso strade dove i veicoli non possono circolare”.

È difficile calcolare il numero totale di asini a Gaza. Le valutazioni della FAO indicano che a febbraio 2025 erano ancora vivi 3.964 animali da lavoro, ma l’organizzazione ammette la difficoltà di ottenere dati in una zona di guerra attiva. Il Dott. Alden, veterinario di Gaza, ritiene che il numero totale di animali sia maggiore: “Pur riconoscendo i dati della FAO, la nostra esperienza sul campo suggerisce una cifra più alta. Basandoci sul numero di asini curati, riteniamo che il totale sia intorno ai 10.000, con numero analogo probabilmente morto a causa della guerra.”

Anche prima della guerra, gli asini erano importanti nella densamente popolata e povera Gaza. L’embargo economico israeliano, durato diciotto anni, limitava la fornitura di camion e carburante, quindi i carretti trainati da asini trasportavano prodotti agricoli, materiali da costruzione e rifiuti.

Allo scoppio della guerra, sono anche diventati ambulanze: “Gli asini sono diventati il principale mezzo di trasporto per le persone che necessitano di cure mediche urgenti, e dei corpi dei martiri”, spiega il dott. Alden, “e hanno facilitato gli spostamenti delle persone a seguito degli incessanti ordini di evacuazione israeliani”

Quando ancora il carburante era disponibile, il costo di un gallone era salito alla vertiginosa cifra di 28 dollari, con i prezzi degli asini aumentati di conseguenza. Prima dell’ottobre 2023, un carro e un asino potevano valere 800 dollari, stima il dott. Alden. A settembre dello scorso anno, si poteva arrivare a più di 3.000 dollari.

Il grande carico di lavoro ha un impatto importante sugli animali. La grave carenza di foraggio e medicinali veterinari a Gaza li lascia affamati e malati, afferma Fiorillo. “Gli animali sono malnutriti e vulnerabili. E con la carestia e l’aumento dei costi, molti proprietari faticano a permettersi cure adeguate per i loro animali.”

Asini gazawi trasportati in Europa

Propaganda mascherata da salvataggio

Potrebbe quindi sembrare un’ottima notizia il trasferimento in Europa, principalmente in Francia e in Svizzera, di centinaia di asini gazawi a cura di alcune associazioni animaliste israeliane che, in collaborazione con l’IDF che si occupa di prelevare gli asini nella Striscia, presentano l’operazione come un’azione di salvataggio urgente per animali feriti e maltrattati. Ma ciò che appare come un gesto di compassione cela, in realtà, una dinamica molto più inquietante,(oltre al fatto che quella stessa IDF che si occupa di “salvare” gli asini, li prende di mira e uccide esattamente come fa con i loro compagni umani).

Israele ruba gli asini da Gaza [Akhbar Al Yawm/Facebook}

Dietro l’apparente intento umanitario, questa rimozione forzata è parte di una strategia ben più ampia: quella dell’animalwashing, ovvero l’uso della tutela degli animali per ripulire l’immagine dell’occupante e distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità nella crisi umanitaria.

In questo caso, la narrazione si concentra sulla “crudeltà” dei gazawi nei confronti dei propri animali, ignorando il contesto in cui questa sofferenza si produce: Gaza è sotto assedio, affamata, assetata, privata di carburante, di cibo, di farmaci, di foraggio. Chi blocca l’ingresso dei medicinali veterinari? Chi impedisce il passaggio dei camion con il mangime? Chi bombarda e distrugge le cliniche veterinarie?

In queste condizioni, attribuire le colpe ai palestinesi, dipingendoli come incapaci o negligenti verso i propri animali, è volutamente fuorviante e ipocrita. Gli asini soffrono, è vero — ma soffrono insieme ai loro compagni umani, vittime dello stesso assedio, dello stesso collasso sistemico, della stessa fame.

Oltre all’inaccettabile strumentalizzazione morale, questo “salvataggio” produce inoltre un danno diretto e concreto: priva la popolazione palestinese dell’ultimo mezzo di trasporto rimasto, fondamentale per la sopravvivenza quotidiana.

Conseguenze e implicazioni politiche

Israele non è nuovo a questo tipo di operazioni: già dal 2021 era in vigore un divieto di importazione di asini a Gaza, ufficialmente giustificato non solo con la salvaguardia degli animali da supposti maltrattamenti, ma anche dalla falsa notizia che i gazawi uccidessero gli asini per vendere le pelli in Egitto e poi in Cina. Notizia mai confermata da fonti indipendenti, ma utile a creare l’immagine di un popolo “incivile” da cui gli animali vanno salvati, e funzionale nel deprivare i gazawi di una componente fondamentale della loro resilienza.

Su quella strada già tracciata, oggi accade quindi che decine, centinaia di asini vengano “strappati” a Gaza – ovvero, deportati – e trasferiti in Europa. Il santuario israeliano Starting Over Sanctuary (SOS), che dopo il 7 ottobre ha ricevuto oltre 1.200 asini, ha stretto una collaborazione con l’organizzazione britannica Network for Animals, organizzando i primi voli per l’Europa. Il 18 maggio 2025, 58 asini sono stati caricati su un aereo cargo e inviati in rifugi in Francia e Belgio. Un secondo volo è previsto, mentre si cercano fondi per completare l’operazione. In precedenza, erano già stati inviati circa 300 asini al rifugio inglese Wood Green.

La fondatrice di SOS, Sharon Cohen, con l’asino Avigdor nella sua nuova casa in Francia. Foto: SOS

Commovente tutto ciò? Ma cosa, stiamo davvero celebrando ?

Gli asini non sono pacchi da esportazione. Non sono trofei da esibire per lavare le coscienze. E non sono animali randagi in cerca di casa: avevano già una casa, una vita, un territorio, condiviso con le comunità palestinesi che li curavano, li rispettavano, li usavano per lavorare e muoversi in un contesto di risorse limitate. Il loro esilio è l’altra faccia della distruzione sistematica della vita a Gaza.

E i rifugi europei che li accolgono – pur animati da buone intenzioni – diventano complici inconsapevoli (ma non innocenti) di questo esilio. Accettano animali strappati da un contesto sotto occupazione, senza interrogarsi su come e perché questi animali arrivino da loro. Non chiedono conto della violenza che li ha preceduti. Non fanno domande sul significato politico di quei “trasferimenti” .

Emblematico il caso de La Tanière – Zoo Refuge, vicino alla città francese di Chartres, che ha accolto calorosamente gli asini e li ha celebrati come simbolo di “compassione e civiltà”, presentando a ogni asino una “storia di fuga dall’inferno”, senza alcun riferimento alle loro origini palestinesi o alle loro famiglie anzi, definendoli “asini in arrivo da Israele”.

In un mondo che ama “salvare gli animali”, ma che può permettersi di ignorare le persone, questi asini diventano strumenti di una narrazione tossica: Israele come paese civile che salva, Gaza come luogo selvaggio da cui gli animali vanno tratti in salvo. Una narrativa coloniale, specista, predatoria.

La libertà degli asini – come quella degli umani – non si costruisce nei rifugi, ma ponendo fine all’occupazione, alla distruzione, all’assedio. Un asino che bruca l’erba in Francia, mentre la sua casa a Gaza viene bombardata, non è un animale libero: è un rifugiato senza ritorno, strumentalizzato per rendere più digeribile un crimine.

Gli asini di Gaza non hanno bisogno di voli in Europa. Hanno bisogno che cessi l’occupazione sionista, sostenuta e giustificata dall’Occidente. Hanno bisogno che venga restituita dignità e libertà a chi vive con loro: un popolo esiliato, occupato, a cui da oltre 75 anni viene negato il diritto di tornare alle proprie terre e di vivere in un proprio Stato libero e indipendente...


Note:

1 – O oppure come colui che passò presso un villaggio che giaceva in rovina sulle sue [stesse] [sedi], e disse: «Come potrà Allah far rivivere queste [rovine] dopo la loro morte?» Allah lo fece morire per cento anni, poi lo risuscitò e gli chiese: «Quanto tempo sei rimasto qui?» Rispose: «Sono rimasto un giorno o parte di un giorno». Disse: «No, sei rimasto per cento anni. Guarda il tuo cibo e la tua bevanda: non si sono alterati; guarda il tuo asino: lo abbiamo fatto diventare scheletro e poi lo abbiamo rivestito di carne. E tutto questo perché ti abbiamo fatto un segno per gli uomini. Guarda le ossa: come le solleviamo, poi le rivestiamo di carne». Quando gli fu chiaro [che Allah ha potere su tutto], disse: «So che Allah ha potere su ogni cosa»”.

2 – Yaʽfūr era l’asino usato dal Profeta come mezzo di trasporto. Descritto come dono del governatore bizantino dell’Egitto, Yaʽfūr viene spesso citato nella sīrah come animale montato senza briglie.Alcune tradizioni narrano che Yaʽfūr parlò al Profeta, rivelando la sua genealogia e il suo desiderio di servire – un racconto presente nella compilazione Kitāb al-Ḥadāyā wa’l-Tuhaf e riportato anche dal commentatore Ibn Kathīr .La credenza che tali tradizioni siano autentiche è dibattuta fra gli studiosi; la maggioranza le considera poco affidabili o deboli, ma esse restano parte del patrimonio leggendario intorno alla figura di Yaʽfūr .

Fonti: