Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

domenica 9 novembre 2025

La vita non va così - Michele Virdis

In Sardegna viviamo con una contraddizione gigantesca.

Da una parte proclamiamo di essere un popolo orgoglioso, forte, speciale, portatore di valori superiori e di una cultura millenaria indomita. Dall'altra viviamo una dipendenza economica strutturale, con un PIL pro capite tra i più bassi d'Europa, un'emigrazione giovanile che ci svuota di migliaia di giovani ogni anno, un'economia dipendente dai trasferimenti pubblici, intaccata sempre più dall'inflazione. La sociologia dice che siamo orgogliosi e l'ISTAT che siamo poveri.

E queste due cose non dovrebbero stare insieme. Normalmente non stanno insieme. La povertà prolungata erode l'orgoglio, perché l'orgoglio si nutre di realizzazioni concrete. Ma noi abbiamo trovato un modo per far convivere le due cose senza che la testa ci esploda. Abbiamo aggiunto un terzo elemento che risolve la contraddizione: la nostra povertà non è un fallimento e non è semplicemente il frutto delle nostre idee e colpe, no, è una scelta morale. Molti di noi sostengono: potremmo essere ricchi a 360 gradi ma abbiamo detto no. Perché abbiamo valori più alti -quasi francescani- e non siamo suscettibili alla materialità del denaro.

Ed ecco che la contraddizione scompare.

Non siamo poveri E orgogliosi, siamo poveri PERCHÉ orgogliosi.

La povertà diventa la prova dell'orgoglio, non la sua negazione. Questo meccanismo psicologico funziona perfettamente. E la storia di Ovidio Marras, ora portata al cinema da Riccardo Milani con "La vita va così", è diventata l'icona perfetta di questa narrazione. Il film racconta di un pastore che per quindici anni ha resistito alle offerte milionarie di una cordata di imprenditori che volevano costruire un resort a Capo Malfatano. Ha detto no, ha portato la battaglia in tribunale, ha vinto. La Cassazione ha fermato i lavori. Il progetto è fallito, gli immobili vanno demoliti.


Ma cosa c'è oggi a Capo Malfatano? C'è un ambiente incontaminato? C'è un allevamento di bovini che vende carni genuine ai locali e ai turisti? Ci sono strutture ricettive sostenibili? magari gestite dai giovani sardi grazie alle quali non emigrano ma vivono a casa loro con un reddito dignitoso?

No. Ci sono strutture fatiscenti, scheletri di cemento mai demoliti "che non vede solo chi non le vuole vedere". Opere incompiute che arrugginiscono sulla collina, costruite con materiali che si degradano con un potenziale inquinante altissimo. C'è il peggio dei due mondi: il cemento e l'abbandono. L'ambiente non ha vinto, perché è danneggiato comunque. L'economia, il turismo o l'agricoltura sostenibile non hanno vinto, perché dopo la morte del Signor Ovidio nessuno ha ereditato o presidia l'ambiente seguendo il modello pastorale e tradizionale (Uomo che ammiro anche io per aver perseguito la libertá e il modello nel quale lui si riconosceva). La comunità non ha vinto, perché Teulada continua a perdere popolazione e i giovani continuano a partire. Non è stata costruita nessuna alternativa, nessun modello di sviluppo diverso. È stato semplicemente fermato quello. E nel vuoto che è rimasto, non è cresciuto niente.

Ma il film non mostra questo.

Non può mostrarlo, perché mostrarlo distruggerebbe la narrazione. Il film mantiene separate due realtà: la realtà simbolica della resistenza, dell'orgoglio, dei valori, e la realtà materiale del cemento abbandonato, dell'economia ferma, dell'alternativa inesistente. E lo spettatore, che ha bisogno di sentirsi bene, accetta volentieri questa separazione. Forse perché unire le due realtà significherebbe porre interrogativi scomodi e impopolari.

Impopolari come scrivere queste righe.

Domande del tipo: Ma c'è qualcuno che in questo disastro non solo non perde, ma ci guadagna? Constatare per esempio che nei NO c'è chi ci sguazza da decenni. Sono per esempio "i garantiti", la classe che è demandata dal popolo per creare futuro e sviluppo ma che vive nel perpetuare il sottosviluppo e gode comunque di emolumenti e privilegi che non sono mai relazionati ai risultati economici.

Non c'è bisogno di cercarli oltre tirreno, è sufficiente osservare l'orda locale, in parte chiamata "classe dirigente" coi curriculum sempre più vuoti e il portafoglio sempre più pieno, proprio perché nessuno misura il risultato in termini di sviluppo che il loro fare crea e non crea. Questa è la grande asimmetria che il pauperismo nasconde: se c'è una parte di Sardegna che dirige e vive benissimo creando il nulla come a Capo Malfatano, che gestisce e si arricchisce creando povertà, allora la retorica del film è funzionale solo a chi guadagna dal modello immobile. Il pauperismo è l'ideologia perfetta per proteggere questa rendita.

Se il valore supremo non è creare ricchezza ma preservare l'identità -su connottu- , allora il "garantito" può giustificare la sua esistenza improduttiva come missione culturale e valoriale.

Se il profitto è moralmente sospetto, allora chi non crea le condizioni per produrre profitto, non solo non ha fallito nella sua missione ma è moralmente superiore.

Se lo sviluppo è "speculazione", allora chi impedisce lo sviluppo è un eroe. Il pauperismo trasforma l'incapacità in virtù e la rendita in resistenza. E chi vive di rendita ha tutto l'interesse a perpetuare questa narrazione, ad applaudire film come quello di Milani , a celebrare ogni no come vittoria morale. La narrazione pauperista serve magnificamente a mantenere in piedi un sistema di rendita che altrimenti crollerebbe sotto il peso della propria oggettiva inefficienza. Finché possiamo dire che siamo poveri per scelta morale, non dobbiamo affrontare il fatto che alcuni sono poveri e altri prosperano proprio su quella povertà. Finché celebriamo il no come valore supremo, non dobbiamo misurare i risultati di chi dirige senza costruire nulla.

Ma c'è chi il danno lo subisce davvero - parte interpretata anche nel film, dall'attore Cullin, per questo ruolo selezionato: alto, bello e competente-. Sono i giovani di Teulada -non diversamente dai giovani sardi- costretti ad emigrare per mancanza di possibilità o per mancanza di possibilità all'altezza dei propri studi e delle proprie competenze. Sono i bambini che non nasceranno, figli della sterilità demografica che dipende anche e soprattutto dall'economia. Perché non si fanno figli dove non c'è futuro. Non si mette su famiglia dove non c'è lavoro e servizi. Il danno vero è questo: una generazione dopo l'altra che se ne va o che non nasce proprio.

I dati demografici sono implacabili. Migliaia di giovani -i più formati- emigrano ogni anno. Il saldo naturale è negativo di diecimila persone. A questi tassi, in trent'anni la popolazione attiva si dimezzerà. Ma mentre questo accade, mentre la Sardegna si svuota letteralmente, noi celebriamo film su chi ha detto no come unica forma di resistenza senza nemmeno accennare alla costruzione di una visione del futuro. Celebriamo il non fare senza dire "cosa fare".

Nel mentre, 40.000 giovani sardi (età 15-29 anni) sono classificati come NEET, ossia: non lavorano, non studiano e non sono in formazione, mentre tanti giovani con altissima formazione vanno via, tra questi c'è certamente chi capisce il messaggio implicito di questa retorica -capire che qui il valore supremo non è costruire sviluppo prendendoci responsabilità e rischi ma preservare il passato fine a se stesso. Quindi non illudiamoci che il pauperismo sia innocuo.

Non è solo una narrazione consolatoria che permette agli adulti di gestire la dissonanza cognitiva ma è un meccanismo che distrugge attivamente il futuro. Ogni volta che celebriamo un NO senza costruire un sì alternativo, stiamo dicendo ai giovani: qui si resiste finché si può, si demolisce ma non si costruisce mai.

Ogni volta che trasformiamo la povertà in virtù, stiamo dicendo loro: l'ambizione economica è moralmente sospetta.

Ogni volta che attacchiamo chi prova a costruire chiamandolo speculatore (a prescindere dal come ma solo in base al quantum) stiamo dicendo loro: meglio non provare. E loro il messaggio lo ricevono forte e chiaro. E partono, scappano, partono e ancora scappano!!. E hanno ragione a farlo.

Nella narrazione del film "La vita va così" e soprattutto nella presentazione degli attori non poteva mancare la compiacenza sui luoghi comuni del continentale nei nostri riguardi. La scelta dell'attore protagonista, pastore di ottantaquattro anni con la sua statura ricercatamente minuta e il suo parlare "spigoloseggiante", non è casuale. Sostiene esattamente questo stereotipo, anche nella fisicità esibita nei Red carpet. È il buon selvaggio, il primitivo nobile, l'ultimo custode dei valori perduti dei sardi.

È lo sguardo che si compiace della propria superiorità nascondendola dietro il paternalismo ammirato, che esibisce un signore anziano come si fa con un bambino nel primo giorno di scuola. Il colonialismo culturale che si materializza, come la natura infestante, si insedia soprattutto dove non cresce nulla. L'erba cattiva attecchisce dove non si è capaci di coltivare erba buona, perché l'erba buona, con le sue radici profonde e la sua crescita vigorosa, impedirebbe all'infestante di trovare spazio. La politica del "non far crescere nulla" crea esattamente lo spazio per la mal erba. Ed è quello che è successo in Sardegna.

Non abbiamo coltivato economia forte, imprenditorialità diffusa, classe dirigente frutto di competenza o perlomeno di "gavetta". E in questo vuoto si è insediato tutto: la dipendenza da trasferimenti, la cultura della rendita, lo sguardo coloniale che ci vuole pittoreschi e inoffensivi, soprattutto quando ci sono da amministrare risorse e ricchezze. "Guardate, loro sono così, semplici, legati alla terra, non capiscono il business. Dev'essere questo pabulum che ha determinato il cachet dell'attore protagonista (rivelatosi un'ottima attore) che si è lamentato della paga bassa - che gli ha permesso di rinnovare il bagno di casa- no male per essere l'attore protagonista di un film che sta macinando incassi milionari.

Insomma, per l'ennesima volta si materializza, l'orientalismo di Edward Said. Lo sguardo che esotizza, che folklorizza, che trasforma in spettacolo valoriale ciò che dovrebbe essere riconosciuto come fragilità sistemica. E noi, invece di ribellarci a questo sguardo costruendo la nostra strada, (alternative concrete) lo abbracciamo. Lo facciamo nostro. Trasformiamo lo stereotipo paternalista (a tratti razzista) in identità orgogliosa. E applaudiamo quando quel pastore, piccolo (scelto in primis poiché piccolo) viene portato sul red carpet di Roma, perché ci sentiamo accettati. Senza capire che siamo rappresentati esattamente come il suprematismo culturale ci vuole: innocui, pittoreschi, fuori dal tempo. Prova che non serva più costringerci alla subalternità, lo facciamo noi stessi. Quello che rende tutto questo particolarmente preoccupante è che non è un episodio isolato. È un sistema, un modo di funzionare che si ripete, si replica, si autoalimenta.

E lo vediamo chiaramente nella questione dell'energia rinnovabile, che sta accadendo proprio ora con le stesse identiche dinamiche. I numeri sono implacabili. Il sistema lo nasconde sempre (si parla sempre di produzioni di nicchia) ma basta leggere le pubblicazioni statistiche per rendersi conto che la produttività agricola lorda per ettaro in Sardegna è di circa mille euro (fonte RICA 2023). In Italia la media è tremila (in trentino sette Mila) - in sostanza abbiamo la redditività per ettaro tra le più basse d'Europa-. L'agricoltura sarda, in particolare la pastorizia, sopravvive in termini percentuali -più di tutte le altre regioni - in dipendenza a trasferimenti pubblici, sempre più radi e sempre più in ritardo, che rappresentano il 45% del reddito delle aziende. Noi agricoltori/pastori conosciamo la nostra fragilità.

Sappiamo -senza mai dirlo- che quella terra rende poco, che è faticosa, che è dipendente, che è falcidiata da burocrazia e tasse e che i figli lo sanno e non vogliono sostituire i padri ma andare via. Per questo motivo, quando sono arrivate le proposte per gli impianti fotovoltaici ed eolici, molti hanno visto l'unica opportunità per il futuro. Vendere o affittare terreni che rendono mille euro l'ettaro -dopo fatiche e calvari indicibili- per quattro , cinquemila euro garantiti per vent'anni. Sono stati firmati contratti preliminari, tra agricoltori/pastori e fondi di investimento del settore delle rinnovabili per circa centomila ettari. Centomila. È vero che una piccolissima parte riguardano i terreni nei quali passano o sorgono le infrastrutture elettriche, i quali sono soggetti ad esproprio per pubblica utilità, per il resto (99%) , a vendere, sono consapevoli proprietari terreri che cercano una via d'uscita dalla povertà di opportunità che il sistema del sottosviluppo ha determinato, lo stesso sistema che oggi fa finta di cascare dal pero, sviluppando una narrazione in linea con le opportunità di consenso e che si focalizza esclusivamente intorno ai modi per dire no: La pratobello dice no al 100% e la legge 20 dice no al 99%. Non si deve fare nulla. È speculazione.

Sono i continentali che vengono a sfruttarci. Rovinano il paesaggio. Distruggono la terra. E certamente moltissimi progetti sono inaccettabili, impattanti e frutto di becera speculazione. Ma la realtà rivelatrice, sulla quale questa epistola vuole mettere il focus è che nella discussione pubblica non è emersa nemmeno una proposta costruttiva. Non un piano -benche meno legge- che dicesse: facciamolo noi. Decidiamo dove è accettabile e dove no. Creiamo una società energetica regionale che controlli la filiera. Investiamo nella rete. Formiamo tecnici sardi. Niente. Solo variazioni e sfumature del no.

Nel frattempo la Sardegna ha l'energia elettrica più cara d'Europa, uno dei fattori che contribuisce al suo sottosviluppo.

La produce bruciando carbone importato, petrolio importato e ora gas liquefatto importato. Le centrali a carbone di Portovesme e del Sulcis continuano a funzionare, a inquinare, a costare. Persino l'energia più pulita (l'idroelettrico) ha le sue contraddizioni, è per esempio, responsabile di uno spreco d'acqua enorme in un'isola dove l'acqua è vitale per le persone e per lo sviluppo della sua economia agricola, con bacini che buttano in mare milioni di metri cubi l'anno, gestiti secondo logiche di mercato energetico (in totale servitù) e non secondo necessità territoriali. Ma anche questo non si può dire, perché rovinerebbe la narrazione. Anche in questo caso, la conclusione è un NO all'energia rinnovabile (sulla quale si gioca il futuro delle economie moderne) mentre continuiamo a bruciare carbone come nel 700. Diciamo no alla possibilità di controllare la filiera energetica mentre paghiamo l'energia più inquinante e cara d'Europa a società che non controlliamo e che dichiarano i profitti in Olanda e Lussemburgo.

E soprattutto diciamo no senza costruire nessuna alternativa concreta. Perché costruire è difficile. Richiede merito, competenze, capitali, coordinamento, visione, rischio. Dire no è facile, immediato, ti fa sentire puro. E non richiede di uscire dalla zona di comfort della rassegnazione assistita (del "così va la vita") nella quale siamo precipitati. 

di Michele Virdis

Link originale

da qui

mercoledì 19 febbraio 2020

Il mondo ha bisogno di pecore nere - Paola Nicolini


Chiunque sia andato a vedere il film Sorry we missed you di Ken Loach, ne è uscito con molte tensioni, dalla rabbia alla frustrazione, dall’impotenza al dolore. Impossibile restare indifferenti al potente sistema che schiaccia e inserisce in una centrifuga di circoli viziosi la famiglia protagonista. La tensione accompagna tutta la visione, sebbene non vi siano scene di esplicita violenza, a parte quelle in cui il protagonista viene attaccato da una banda di teppisti. Si respira nelle prime scene l’aria di qualcosa che si apre come una possibilità – il nuovo lavoro e le opportunità di riscatto che sembra promettere – e si finisce scena per scena a doverne osservare i limiti, fino a percepirlo come una condanna, una pena da scontare giornalmente senza avere colpe e che si manifesta in tutta la sua potenza nell’ultima scena.
Già Carlo Ridolfi ha fornito la trama e una interpretazione del film in un’ottica di sistema economico-sociale, del tutto condivisibili (leggi Quel piccolo ariano). Ma con l’occhio della psicologa, vorrei aggiungere una parte in cui forse viene additato il “come se ne esce” o meglio, il “come se ne uscirebbe” se le categorie mentali e sociali con le quali siamo per lo più abituati a guardare al mondo e a spiegarci i comportamenti umani non ci impedissero di vederlo.
Il film mostra una famiglia in cui almeno tre dei componenti attraggono nel loro insieme e per lo più un’attenzione benevola da parte dello spettatore: in prima fila la signora Abbie, amorevole con i propri “clienti” – come è obbligata a chiamarli per essere politicamente corretta – e disponibile ai loro bisogni, accorta rispetto all’organizzazione familiare e pronta al dialogo anche nei momenti di tensione con ognuno dei membri che la compongono, legata al marito a cui offre contenimento quando questi perde le staffe, sufficientemente decisa e diretta nelle comunicazioni quando la situazione lo richiede; Ricky, un uomo dedito al lavoro per assicurare alla famiglia un futuro migliore, affettuoso con la moglie e coinvolgente in modo amorevole e giocoso con la figlia Liza Jane, impegnato nel dialogo con il figlio adolescente fino ad arrivare a mostrargli le sue emozioni dopo una furiosa lite; Liza Jane, una bambina obbediente e “saggia”, una piccola donna con molte autonomie, in grado di “sostenere” il padre quando questi si deprime, di offrire vicinanza al fratello e di vigilare su di lui per ricondurlo sulla traccia sicura della quotidianità che ci aspetta da un giovane della sua età, di svegliarsi di notte per assicurarsi che tutti siano rientrati e gli equilibri funzionanti, di operare come una mediatrice di pace, sebbene pagandone le conseguenze con qualche enuresi notturna; infine Seb, il personaggio disallineato, l’adolescente ribelle che si esprime con i graffiti, che al contrario suscita indignazione e sentimenti di rimprovero, perché si pone contro genitori che fanno quel che fanno e vivono come vivono proprio per dare a lui e alla sorella un’opportunità di riscatto e di vita migliore. “Ma guarda tu questo stupidello che non capisce il valore della scuola, che non apprezza i sacrifici dei genitori, che perde tempo a spruzzare con le bombolette i muri, che – dunque – non può che essere la persona che ha nascosto le chiavi del furgone al padre per dispetto, per provocazione, per contribuire a mandare all’aria i piani di persone che si impegnano anche per lui” viene da pensare. Seb squaderna e fa inciampare continuamente la storia che potrebbe prendere la via della sicurezza economica ristabilita, perché è a causa dei suoi comportamenti che il padre perde via via giorni di lavoro e accumula multe e sanzioni, a causa sua il dialogo con tra moglie e marito si infrange; è per via di una lite tra padre e figlio che Ricky si ritrova a perdere il controllo e ad assestargli un colpo secco al volto, per il clima di tensione di cui appare l’artefice in larga parte che la solidità di Ricky si spezza riversandosi nelle relazioni con i clienti a cui vanno consegnati i pacchi – accanto ovviamente alla concomitante pressione determinata dal “contratto di lavoro”.
Ed è questo il punto: le categorie mentali con le quali affrontiamo la visione del film – e perciò per lo più anche la vita reale – con schemi preconfezionati in cui inserire i dati che recepiamo e che immediatamente valutiamo per farci un’idea di quel che accade attorno a noi. Quel che accade nel nostro spazio interiore che poi si fa comportamento pubblico è che ci posizioniamo vicino per empatia o lontano per distonia rispetto agli “altri”. Certo Seb non aiuta a farsi amare e a creare vicinanza. Per questo tutto quel che fa e che dice è interpretato in una cornice di “negatività”, di rimprovero tacito quando non espresso dai protagonisti del film, di dissenso perché provoca le lacrime della madre e spinge il padre a una rissa, con il suo atteggiamento strafottente. È decisamente per buona parte del film “la pecora nera” di una famiglia che potrebbe tutto sommato vivere bene, se solo decidesse di essere più collaborativo e di dismettere l’espressione ingrugnita che o caratterizza per la gran parte della durata del film. Esattamente quel che fa di Liza Jane il suo contrario: sorride, gioca, si lascia abbracciare, è in dialogo con tutti, obbedisce, cucina e si cucina, aiuta il padre in una giornata di lavoro, è la protagonista di un’unica sequenza in cui il sole illumina la scena.
Nella velocità del giudizio, è facile dividere “i buoni” da “i cattivi”. Si è pronti a parteggiare per l’una e porsi in modo sfavorevole verso l’altro. Ma c’è un passaggio di pochi istanti che quasi non si nota, in cui il padre prende in mano i fogli disegnati dal figlio a seguito di una violenta lite per la quale Seb è andato via di casa e si è rifugiato da uno degli amici della sua banda. Si apre uno spiraglio di comprensione, il dubbio di non aver capito nulla di quel figlio così difficile e incomprensibilmente “contro”. In quei bozzetti che il padre sfoglia è racchiuso un mondo di significati che non prendono la via della parola, strumento complesso di elaborazione cognitiva e razionale, più tipico degli adulti. Sono quei disegni che indicano il bisogno di riconoscimento con i tanti punti interrogativi che troneggiano tra i volti schematizzati di profilo, quelle lingue arrotolate che provano a esprimersi in una lingua contratta che necessita di un ascolto attento per poter essere decodificata, che necessita di sospendere il giudizio che separa i buoni dai cattivi, che ha bisogno di consapevolezza rispetto alle categorie e alle rappresentazioni mentali che ci rendono decodificabili e simpatici i primi e opachi e fastidiosi i secondi.
Paradigmatico in questo senso è il rovesciamento di ruoli tra i due fratelli che avviene proprio nelle ultime scene del film: è Liza Jane che si autodenuncia per un’azione che era stata attribuita al fratello e per la quale il padre è stato sanzionato per i ritardi sul lavoro che ha provocato. Ed è Seb che, proprio nelle battute finali, è quello che si sveglia presto per andare a fermare il padre, in un ultimo disperato tentativo di fermare la folle spirale in cui si è infilato e che – si intuisce – non gli porterà bene.
È quel Seb che per tutto il film ha fatto la parte della “pecora nera” che si è sforzato di additare la via d’uscita, l’unica risposta possibile al sistema inumano che stritola: fuoriuscirne, usare modalità altre, adottare linguaggi diversi – come quello dell’arte, certo povera, dei suoi graffiti – coltivare le relazioni interpersonali come avviene all’interno del suo gruppo dei pari, solidale quando serve ospitalità, vicino quando si esprime la sofferenza, disponibile a lasciare spazio quando si formula la richiesta di “firmare” la propria protesta.
Per tutto il tempo del film si è come esposti continuamente a un bivio tra due strade da intraprendere e sulle quali andare avanti: mantenere il lavoro che affida al dispositivo tecnologico il controllo della situazione o lasciarlo per dedicarsi alla cura delle relazioni familiari che si sta sbriciolando sotto la pressione lavorativa. Seb ci prova, e con i suoi comportamenti forza l’intera famiglia a momenti di confronto e di riflessione, così come si rivolge alla comunità più ampia con i suoi graffiti, insieme ai suoi coetanei. Ma la forza del suo messaggio sembra non essere colta, dal padre in primo luogo ma anche dalla madre e dalla sorella, dagli insegnanti, dal dirigente scolastico, dal poliziotto, adulti questi ultimi più impegnati a reprimere che a lasciar esprimere, a con-dannare invece che a com-prendere.
Ne emerge il ruolo essenziale delle giovani generazioni che non accettano il sistema, spesso replicato proprio dalle istituzioni scolastiche, con adolescenti che si mettono di traverso, che usano linguaggi forti e non possono che arrivare allo scontro per venirne fuori.
Usando un approccio psico-sociale, gli adolescenti come Seb possono essere considerati come un sismografo, che rileva ed esprime quel che accade nella società. Per studiare i cambiamenti, perciò, la procedura migliore consiste nell’esaminare cosa accade tra i giovani che, all’interno della società, sono il gruppo che meglio esprime i cambiamenti necessari, pur senza esserne la diretta origine. In quanto sismografi, essi registrano le variazioni che avvengono in un dato contesto e additano alla prospettiva futura. Ma per coglierne i messaggi una de-categorizzazione è assolutamente necessaria, permettendoci di sperimentare una vicinanza non facile, per arrivare a adottare con Bert Hellinger, noto psicologo e studioso delle costellazioni familiari, quello sguardo che permette di vedere in coloro che sono chiamati “pecore nere” della famiglia i “cercatori di cammini di liberazione”, un potente antidoto al grave squilibrio che viviamo e che rischia di portarci tutti verso una via senza ritorno.

lunedì 23 giugno 2014

un po' di fracking e un film

Il fracking è il sistema estrattivo del momento, come molti avranno visto nell'ultima puntata di Report. Quello necessario a tirare fuori dalla roccia shale gas e petrolio. Ma non mancano rischi per la salute dei cittadini e l'ambiente, che i governi tendono ad ignorare. A dirlo stavolta, oltre alle organizzazioni ambientaliste, è un'indagine del Congresso americano. La notizia, rilanciata dall'Associated Press e comparsa solo su agenzie e giornali stranieri, ha come sfondo l'impegno del governo Obama per l'export di gas naturale liquefatto (Gnl). Mentre il partito repubblicano spinge sul fracking, proponendo di bloccare preventivamente le norme preventive che potrebbero varare i singoli stati.     I giacimenti che il fracking permette di sfruttare si sono guadagnati l'appellativo di “non convenzionali”, proprio come è questa tecnica. La fratturazione idraulica consiste nella perforazione orizzontale, e non verticale, di uno strato roccioso nelle profondità del terreno (1500-6000 metri), estremamente permeabile e contenente gas naturale. Per estrarlo, vengono aperte delle fratture tramite piccole esplosioni, poi allargate pompando acqua e sostanze chimiche a pressioni elevate. Da lì, il gas confluisce nella condotta del pozzo e arriva in superficie. Una tecnica costosa, che richiede perforazioni e fratturazioni continue. E rischiosa a causa di perdite di gas, contamiazione delle falde acquifere e sismicità indotta, come raccontato dal film del 2012 Promised Land. Ma vale la pena, dicono analisti e petrolieri. Perché proprio le risorse fossili da shale ci permetteranno di utilizzare per decine di anni le fonti energetiche che credevamo in esaurimento…
continua qui

lunedì 3 marzo 2014

La grande bruttezza – Carlo Verdone intervistato da Francesco Merlo

Carlo Verdone mi dice che dal suo balcone al Gianicolo vede già "il buio del magnifico fallimento della mia città, una nuvola di depressione". È la stessa che io respiro a Termini già alle 6 del mattino con il puzzo d'orina che si sprigiona dall'ultima uscita della metropolitana e si diffonde, unica fragranza in mancanza di ponentino, sul piazzale dove si staglia l'orrenda statua di Papa Wojtyla che è romanissima arte per amicizia e non per valore estetico. Verdone nota con dolore che "mentre a Los Angeles si celebra la Roma metafisica di Sorrentino, qui fallisce quella fisica". E prevede che, alla fine, "quando saranno finiti anche i 750 milioni che sono stati stanziati adesso, venderanno Roma ai cinesi come hanno fatto in Kenya". "Venderanno Roma agli asiatici e Pompei ai tedeschi. Quelli sanno come intervenire. Noi facciamo solo eventi e niente interventi". 

Dunque leggiamo, io e Verdone, il tempo dello stesso fallimento di Roma ognuno nel suo spazio. Girando a piedi tutte le mattine io ho imparato a riconoscere i borseggiatori fissi di Termini, che si nascondono tra le auto posteggiate, "finti poveri che ogni tanto picchiano i veri poveri" mi spiegano i carabinieri e io penso che somigliano ai furfanti organizzati che ho visto a Calcutta. Verdone invece, che ha lavorato in periferia, è come entrato dentro la canzone di Renato Zero ("C'è chi fin là non giunge mai / è lì che muore il mondo") e perciò dice che lì Roma è strafallita molto tempo fa". Io invece a Termini ho visto all'opera la banda delle baby scippatrici: una decina di bambine che "lavorano" sotto, sulle banchine in direzione Laurentina, e sopra, nei treni dei pendolari. Tra i portoghesi che regolarmente non pagano il biglietto, ne riconosco sempre uno che salta i tornelli come un atleta. E ho pure notato che i vigili urbani si voltano dall'altra parte. Li ho invece visti multare un giovane dall'aria per bene che diceva di avere smarrito il biglietto. Ha versato 50 euro ripetendo con l'aria umiliata: "Ma ho la faccia di uno che non paga il biglietto, io?".

Racconto a Verdone che oggi, a Termini, sulla parete di un'edicola ho annotato un nuovo orribile scarabocchio decifrabile come "Marino sei un fallito", firmato dal graffitaro Lash Dirty Ink, che ha persino un sito Internet dove esibisce i tatuaggi. Commenta Verdone: "Ne prendessero uno, almeno una volta. Certo, questi sono dei gran maleducati, ma gli educatori, a Roma, dove stanno?"…
continua qui

giovedì 12 gennaio 2012

Siamo ancora qui (val Maira)

 La valle confina a nord con la valle Varaita, che corre parallela; a sud confina nella bassa valle con la valle Grana e nell'alta valle con la valle Stura di Demonte; ad ovest confina con la Francia e ad est ha il suo sbocco sulla pianura padana.
È lunga circa 45 km ed è tagliata a metà dal torrente che le dà il nome: il Maira.
L'intera valle presenta un orientamento pressoché costante lungo la direttrice di Est-Ovest ed è delimitata da due massicce catene montuose che si originano a partire dal compatto rilievo del Brec de Chambeyron formando dei definiti spartiacque con le valli dell'Ubayette (in territorio francese) a ovest, della Stura di Demonte e Grana a sud e Varaita a nord...
da qui

Avete mai sentito parlare del film “Il vento fa il suo giro” di Giorgio Diritti? Probabilmente no perché, come molti film indipendenti, è stato distribuito poco e male nelle sale italiane a partire dal 2007, nonostante abbia fatto il giro di una ventina di festival italiani e stranieri vincendo una mezza dozzina di premi.
Eppure questo film, ambientato nella Valle Maira, è stato molto apprezzato da quei pochi che l’hanno visto e, a parte questo, ha più di una peculiarità che da sola basterebbe a far parlare di sé:
- non ha usufruito di finanziamenti statali né televisivi;
- è stato prodotto in cooperativa: la troupe e gli interpreti sono entrati in coproduzione, garantendosi una quota dei guadagni;
- è stato girato nell'alta valle Maira (Cuneo) al confine con la Francia durante 3 stagioni e sottotitolato perché parlato in 3 lingue: francese, occitano, italiano;
- oltre a coprire i ruoli comprimari, gli abitanti delle valli hanno messo a disposizione mezzi, animali, oggetti di scena, ambiente, persino cibo;
- tutti gli interpeti, compreso il protagonista (che nella vita fa lo scenografo) sono non-attori (fonte: Il Morandini)...
da qui