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domenica 13 luglio 2025

Gli americani sono ovunque e stanno gentrificando il turismo. Vedi l’Albania - Antonio Leggieri

Abbiamo un problema con l’America. Alcuni direbbero che in realtà, soprattutto in questo momento storico, i problemi sono più di uno. Io però mi occupo di viaggi, quindi mi concentro sul mio settore. Il problema – che io considero serio e senza, purtroppo, una soluzione in vista – è questo: il turismo americano sta facendo lievitare i prezzi di molte città in giro per il mondo.

Non c’è bisogno di essere economisti di Cambridge per capirne il motivo: nonostante un’inflazione galoppante che negli ultimi anni ha minato il loro potere d’acquisto, gli stipendi degli americani – soprattutto quelli di chi vive sulla West e sulla East Coast: parliamo di parecchie decine di milioni di persone – sono decisamente più alti degli stipendi percepiti da chi vive nei paesi che gli americani visitano ogni anno.

Questo differenziale determina un effetto definibile come “gentrificazione turistica”: quando turisti provenienti da economie con redditi più alti, come quella statunitense, affollano determinate destinazioni, essi sono disposti a pagare prezzi più elevati per alloggi, ristoranti e servizi. Gli operatori locali, di conseguenza, alzano i prezzi per massimizzare i profitti, rendendo l’esperienza inaccessibile o meno sostenibile per i turisti provenienti da paesi con redditi medi più bassi e, in molti casi, persino per la popolazione locale.

Negli ultimi 15 anni ho visitato 60 Stati e ho avuto modo di constatare che gli americani sono ovunque. Prediligono però alcune destinazioni: il Messico, i Caraibi (il Costa Rica è una loro enclave), il Giappone, la Tailandia e molti paesi europei, tra cui Inghilterra, Spagna, Francia e Italia. Il nostro paese è nella top 3 delle preferenze degli yankee: gli aumenti del costo della vita in città come Milano, Roma e Venezia – quest’ultima monopolizzata di recente da Jeff Bezos e consorte – ne sono la testimonianza. Certo, non tutte le colpe sono riconducibili ai turisti americani e ai loro stipendi. Come sempre è la politica a essere la prima complice della turistificazione.

Nella città in cui vivo, Bologna, la sinistra al caviale si è resa protagonista di una serie di scelte che hanno chiuso le porte in faccia ai comuni cittadini e aperto portoni a investitori danarosi, il cui obiettivo è quello di rendere la città più appetibile, ma solo per chi la visita e spende in beni e servizi. Per dirla sempre con gli americani: Talk left, live right.

Ora però torniamo a noi. Temo che, nel giro di una manciata d’anni, un’altra destinazione – geograficamente molto vicina all’Italia – sarà destinata a finire nel calderone delle mete overturistiche. Sto parlando, per chi non l’avesse capito, dell’Albania. Le voci che si rincorrevano da tempo sull’interesse di Ivanka Trump e del marito Jared Kushner per l’isola di Saseno, nella baia di Valona, hanno infine trovato conferma. Secondo il Guardian, la figlia di Donald Trump e l’immobiliarista nato nel New Jersey hanno intenzione – una volta completata la bonifica dagli ordigni inesplosi: Saseno era usata nei decenni del regime come presidio militare – di trasformare l’isola in una nuova mecca del turismo ultra-lusso. L’investimento, un miliardo di dollari circa, andrà a sommarsi al portafoglio immobiliare della coppia che incarna plasticamente il turbocapitalismo neosionista di matrice trumpiana.

Così, mentre Leonardo DiCaprio ha di recente acquistato l’isola di Guafo, in Cile, per proteggerla da attività minerarie e deforestazioni, Saseno è pronta a essere riconvertita in paradiso esclusivo per pochi, mentre l’Albania intera rischia di diventare l’ennesimo laboratorio di gentrificazione travestita da sviluppo turistico.

Dicevo prima che la politica ha sempre la sua grossa parte di responsabilità. Secondo il primo ministro albanese Edi Rama, “l’Albania ha bisogno del turismo di lusso come un deserto ha bisogno d’acqua”. Rama non sa, o fa finta di non sapere, che l’arrivo di capitali porta sempre con sé inflazione: nei prossimi anni l’investimento di Trump e coniuge provocherà l’espulsione lenta ma progressiva di molti residenti dal distretto di Valona, spinti ai margini da un’economia che premia solo chi può permettersi di comprare, costruire o speculare.

Secondo il magazine Monitor, nel 2024 in Albania si è già registrato un incremento medio dei prezzi delle strutture alberghiere del 25-30 percento. I rialzi più elevati sono stati rilevati a Sud – da Vlora, la principale città del distretto di Valona, a Ksamil e Saranda: se nel 2023 si poteva prenotare un hotel nel centro di Valona a 40-50 euro a notte, oggi – basta fare una ricerca su Booking.com – è difficile trovare qualcosa sotto i 70-90 euro, anche per strutture di fascia media. E non è raro che i prezzi superino i 200 euro a notte per gli hotel con vista mare.

Ci tengo a specificare, in conclusione, che gli americani non sono gli unici turisti a provocare questa dinamica. I tedeschi, ad esempio, si sono resi indirettamente responsabili del forte aumento dei prezzi in Croazia negli ultimi 10-15 anni: molti italiani – la nostra capacità di spesa è nettamente inferiore rispetto a quella di tedeschi, americani, inglesi e spesso persino di quella degli spagnoli e dei cugini francesi – non hanno potuto fare altro che escludere questo Paese dalla lista delle proprie destinazioni preferite. Una delle ultime mete a noi vicine e a basso costo era l’Albania. Tempo che le dinamiche del turismo internazionale facciano il proprio corso e poi, con i nostri stipendiucci, non potremo permetterci neanche di andare in vacanza da quelli che consideravamo i vicini poveri.

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venerdì 16 ottobre 2020

Lo Student Hotel e il city branding - Alice Diacono

Lì dove è stato sgomberato un palazzo occupato da decine di famiglie e il centro sociale XM24, apre a Bologna lo studentato per ricchi. Uno dei più emblematici processi di vampirizzazione dei quartieri popolari.

Nel 2018 questo volantino del centro sociale XM24 era appeso sui muri delle strade di Bologna. Parlava di un certo Student Hotel, uno studentato per ricchi che avrebbero costruito al posto dell’Ex Telecom, in Bolognina, il quartiere popolare sottoposto negli ultimi anni a un’operazione di riqualificazione (leggi gentrificazione).

L’edificio è quello dove fino al 2015 vivevano centinaia di famiglie in una delle occupazioni più grandi e vivaci della città. Una comunità di circa trecento persone di nazionalità diverse, con bambini, anziani e disabili, che il 20 ottobre 2015 è stata svegliata dalla polizia e scaraventata in strada senza troppi complimenti.

Poi in quel palazzo vuoto sono arrivate le guardie giurate a controllare notte e giorno. Successivamente anche XM24, che si trovava poco più avanti, è stato sgomberato. Nell’agosto del 2019 un’altra comunità dal basso, punto di riferimento storico nel tessuto sociale della città, è stata spazzata via dopo decenni di attività e radicamento nel quartiere. E adesso siamo arrivati alla vigilia dell’apertura dello Student Hotel. 

Come documentato nella dettagliatissima inchiesta di Wolf Bukowski pubblicata su Giap nel luglio del 2018 e intitolata appunto The Student Hotel, lo studentato per «creativi» che vampirizza i quartieri popolari, la scelta di quell’edificio non è stata casuale ma figlia di una precisa volontà politica. Il fondatore e amministratore delegato Charlie MacGregor infatti, in una conferenza stampa, ha dichiarato apertamente: «Non solo ne eravamo al corrente, ma diciamo che questo è quasi il motivo principale per il quale abbiamo scelto proprio quella location […] conosciamo la brutta storia [dell’ex-Telecom] ma non ci interessa, ci interessano di più le potenzialità per il futuro […] L’edificio di per sé è bellissimo, si vede che è stato occupato e abusato, ma con un buon lavoro di restauro e design certamente diventerà un importante elemento di riqualificazione dell’intero quartiere».

Della catena olandese di hotel-studentati ha già parlato su Jacobin Italia nel 2019 Carlotta Caciagli. Nel frattempo la pandemia globale, l’arresto dei flussi turistici e l’incertezza delle lezioni in presenza dell’università non hanno impedito di portare a termine il progetto. Con prezzi decisamente al di sopra della media del quartiere in cui è situato, lo Student Hotel si appresta ad aprire le sue porte ai giovani ricchi creativi di tutto il mondo, ma non senza difficoltà e polemiche. Il primo ottobre infatti è stata indetta dai collettivi Cua, XM24, Noi restiamo e Saperi Naviganti, quella che doveva essere una contestazione rumorosa per «rovinare la festa» all’inaugurazione della struttura, inaugurazione che però è stata annullata all’ultimo momento a causa di «ritardi nelle consegne». Mentre i clienti che avevano già prenotato sono stati sistemati in alberghi a 4 stelle gratis, i collettivi hanno deciso di riorganizzare la protesta, secondo lo spirito del tempo, in una «Fase 1» e una «Fase 2».

La «Fase 1» è stata appunto il primo ottobre, in cui i collettivi si sono dati appuntamento in piazza dell’Unità, nel cuore della Bolognina, per poi andare in corteo verso Via Fioravanti, dove sorge lo Student Hotel, esattamente davanti ai nuovi palazzi del Comune di Bologna. Quando il corteo è arrivato davanti alla struttura, ci sono stati momenti di tensione con chi dirigeva i lavori del cantiere e con la Digos, lanci di uova e vernice colorata sui muri del palazzo grigio. Macchie di vernice che probabilmente faranno piacere ai giovani creativi e verranno subito inglobate come segno di garanzia underground dall’enorme macchina da soldi animata da spirito neoliberista che si nutre proprio della creatività delle stesse comunità che vengono eliminate in suo nome e invita i suoi clienti a «essere uniti nel nome della ribellione artistica».

Il tardo capitalismo si alimenta di parole, termini, culture degli stessi luoghi che ha contribuito a far morire per poi rivendicare quei concetti brandizzandoli e speculandoci sopra. Come ci conferma L., un architetto che ha collaborato con Rizoma, lo studio che cura gli interni di tutti gli Student Hotel d’Italia, «l’idea è quella di partire da un concept diverso per ogni città. Per esempio lo Student Hotel di Firenze aveva come tema il Rinascimento e sul tetto è stata fatta una piscina con vista su cupola del Brunelleschi. Per Bologna è stato scelto il tema del punk e del ‘77 proprio perché la Bolognina è sempre stata il quartiere storico dell’underground e proprio perché lì vicino una volta sorgevano il Livello 57 e XM24».

Come se non bastasse l’uso del marketing a dir poco imbarazzante (o cringe, come dicono i giovani) ci sono i prezzi esorbitanti delle stanze che vanno dai 450 euro mensili per una doppia ai 700 euro per una singola. Ciò andrà a sommarsi alla già enorme crisi abitativa causata dalla crescita sregolata di Airbnb e dal progetto di city branding che da anni ormai sta trasformando Bologna nella City of Food a suon di speculazione edilizia e progetti faraonici fuori dalla realtà, come Fico, la Fabbrica Italiana Contadina, in questo momento a grosso rischio di fallimento.

È su questo aspetto che vertono gli slogan dei collettivi durante la manifestazione, che denunciano come gli studenti in questo momento non hanno spazi dove trovarsi con l’università sempre più messa alla prova dall’emergenza sanitaria e ormai dedita solo alla didattica e agli esami, e che continua a costare troppo alimentando disuguaglianze sistemiche che strutture come lo Student Hotel non fanno che acuire.

Nel frattempo le famiglie sgomberate nel 2015 sono ancora in emergenza abitativa, ovvero in alloggi pensati per una fase che doveva essere provvisoria e durare al massimo 18 mesi. «Dal 2008 – racconta Maria Elena, avvocato nonché ex abitante della Ex Telecom – questa città ha vissuto un’emergenza abitativa pesante che non ha mai risolto perché utilizza soluzione palliative. Nonostante ciò una struttura come questa viene rilevata da un magnate e riaperta con alloggi di lusso rivolti alla clientela di una certa classe sociale, mentre ci sono ancora migliaia di soggetti in situazioni di marginalità quasi estrema che vengono esclusi, un’intera fetta di popolazione ignorata, a cui non viene data una casa. Inoltre, proprio perché le strutture in cui sono state sistemate le famiglie sgomberate hanno carattere emergenziale (come i prefabbricati dati ai terremotati, tanto per capirci) e non hanno l’abitabilità si creano situazioni burocratiche paradossali per cui chi ci vive dentro, per esempio, non può richiedere il permesso di soggiorno in quanto vive in una casa inabitabile. Una situazione illegale approntata dalle stesse istituzioni».

La «Fase 2» della mobilitazione sarà il 15 ottobre, giorno del taglio del nastro dello Student Hotel. Ma la cosa che fa più rumore sono le parole della lettera scritta da una ragazzina di tredici anni che abitava alla Ex-Telecom insieme alla sua famiglia ed è poi stata sgomberata e trasferita al Galaxy, ironia della sorte proprio un ex-studentato. L’attore e regista teatrale Nicola Borghesi l’ha raccolta durante il progetto Comizi d’amore. 

Io, prima di venire a vivere al Galaxy stavo a Ex-Telecom, un posto dove le persone vengono, occupano una casa e ci vivono. È una cosa illegale, ma altrimenti le persone devono stare in strada. Anche se era un’occupazione facevamo la vita di una famiglia normale. Solo che per me, la mia famiglia era composta da 200 persone e c’erano moltissimi altri bambini come me: mi sentivo una principessa nel suo castello. Giocavamo sempre insieme, c’era una scuola per persone che non parlavano italiano, a volte si ballava anche. C’era un giorno in cui si invitavano tutti gli amici e suonavamo insieme, inventavamo anche degli strumenti. Il primo giorno di Ramadan alle 9 si preparava una festa in cui venivano anche delle personcine da fuori. C’erano arabi, italiani, cinesi, indiani, zingari e cubani. Non mi sentivo mai sola.

Il 25 settembre del 2015 alle quattro del mattino vengono a bussare, io stavo ancora dormendo. Sentivo solo i passi delle persone che correvano. I bambini urlavano perché si erano appena svegliati. La mamma mi dice di preparare lo zainetto in fretta e di mettermi qualcosa e uscire fuori con lei. Io mi sono messa il mio cappellino preferito che mi ero presa il giorno prima per andare a scuola. E invece c’era uno sgombero. Uno sgombero? Che cos’è? 

Abbiamo chiuso le porte a chiave perché la polizia non entrasse. C’erano persone in piedi e sedute che parlavano per organizzare la resistenza. Le donne e i bambini dovevano andare al primo piano, gli uomini sul tetto. Io e mia madre per sbaglio siamo finite sul tetto. La polizia ha cercato di sfondare la porta, una signora li ha insultati e l’hanno picchiata. Lo so perché una mia amica è sua figlia. Lei gli ha sputato e allora hanno picchiato anche lei. Noi siamo rimasti sul tetto per altre dodici ore. Io era tranquillissima, avevo il mio peluche. Mi dicevo: vinceremo noi è sicuro, abbiamo ragione. Io mi ero messa davanti alla finestra col mio orso. Poi ho visto i pompieri che salivano con le scale. Mi hanno fatta scendere per prima perché ero l’unica bambina. Ho pensato: non può succedere veramente. I fotografi sotto mi fotografavano e mi dicevano di sorridere. E io ho sorriso, ero innocente.

È stato il giorno più bello della mia vita, perché mi sentivo forte, come se stessi combattendo contro qualcosa che dicevano che era illegale, ma secondo me è legale perché quella è casa mia. Le persone che erano venute lì sotto stavano con noi, erano orgogliose di noi. Quello è stato il giorno in cui ho scoperto che cos’è la lotta. 

Io ci sono rimasta malissimo, proprio male. Prima di andarmene ho scritto delle parole molto brutte sul muro della mia casa. Ho scritto anche: mi avete tolto casa mia ma non mi toglierete… non ricordo cosa ho scritto. Io quando sono arrivata al Galaxy sono stata zitta per due giorni. Pensavano che non avrei più parlato.

Riguardando il volantino da cui abbiamo iniziato oggi sale una profonda rabbia. Adesso che XM24 non c’è più e l’Ex Telecom non c’è più, lo Student Hotel aprirà. Probabilmente fallirà miseramente, come Fico. O forse no. Forse contribuirà semplicemente a far alzare ulteriormente i prezzi degli affitti in una città già allo stremo, a svuotare ancora di più il midollo di un quartiere già in parte svuotato, come del resto sta succedendo in tutte le città del mondo.  Non sappiamo come andrà. Nel frattempo però The Student Hotel si porta dietro sofferenza, distruzione e quel «nulla» contro cui si batte Xm24 dal giorno del suo sgombero. 

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domenica 1 marzo 2020

Occupare Lisbona per affermare il diritto alla casa - Francesca Berardi



È un sabato pomeriggio di dicembre, a Lisbona il cielo è terso. Nella sede di un’associazione culturale a Intendente – quartiere a due passi dalla centrale piazza Martim Moniz – è in corso un’assemblea di Habita, un gruppo di attivisti che da più di dieci anni si batte per il diritto alla casa. A un certo punto si formano due gruppi di discussione. Nella sala principale decine di persone discutono di affitti, speculazioni, gentrificazione. Accanto, in una piccola stanza, altri condividono storie, paure e preoccupazioni su un tema specifico: l’occupazione. Sono tutte donne, di età e origini diverse, e tutte – a parte una che racconta di dormire in un vano scale – vivono in edifici occupati, nella maggior parte dei casi con dei figli.
Tra di loro c’è Joana. La donna ha cinque figli, una di 19 anni che è a sua volta madre di due bambini. In tutto sono dieci e dividono tre stanze in un appartamento occupato nel quartiere residenziale di Ajuda, nella zona occidentale di Lisbona, dove la stessa Joana è nata neppure quarant’anni fa. La casa è di proprietà del comune e Joana vive con l’ansia di essere sfrattata. Tuttavia, quando partecipa a incontri come questo, trova un po’ di sollievo. “Mi sento più forte, meno sola,” dice appena terminata la riunione. In effetti – secondo gli attivisti – il numero di persone che si trova nella sua situazione è in sensibile aumento da un paio di anni. “Solo da noi negli ultimi mesi si sono presentate più di un centinaio di persone che vivono in occupazione, quasi tutte donne, madri senza alternativa”, racconta Antonio Gori – residente a Lisbona ma originario di Prato – attivista di Habita.
I dati sulle occupazioni raccolti da Habita danno un’idea del fenomeno chiaramente non completa, ma sono gli unici disponibili insieme a quelli di associazioni come Stop despejos (Stop sfratti). Gli attivisti concordano nel dire che ci sono “centinaia” di famiglie in occupazione, ma nessuno riesce a quantificare con precisione quante siano. La loro impressione, così come quella dei residenti di vari quartieri con cui ho parlato, è che la maggior parte viva in case di proprietà del comune.

Le case vuote del comune
L’amministrazione ne possiede 26mila, dove si stima che vivano 75mila persone, circa un settimo dell’intera popolazione di Lisbona. Molte restano vuote e vengono occupate. Secondo le ricerche fatte per O que vai acontecer aquí?, documentario del collettivo di artisti Left hand rotation, le case disabitate sono più di duemila. Il comune smentisce, dicendo che si tratta di una cifra esagerata, ma si rifiuta – nonostante ripetute richieste – di diffondere dati precisi.
Le autorità si muovono con cautela per perseguire un obiettivo a lungo termine: liberare tutte le case occupate e riassegnarle con dei bandi. “La questione abitativa è una delle nostre priorità”, sostiene Ana Jara, eletta con il Partito comunista portoghese (Pcp) al municipio di Lisbona, “ma non dirò mai di essere d’accordo con l’occupazione di case popolari”. Inoltre, spiega Jara, se le case sono vuote probabilmente è perché sono in cattive condizioni. “Il problema non è solo avere una casa, ma avere una casa dignitosa”, chiarisce.
Tuttavia, i tempi della burocrazia sono sempre molto diversi da quelli della vita, e ci sono persone – soprattutto madri con bambini – che non ce la fanno ad aspettare ristrutturazioni e bandi. “L’amministrazione di Lisbona ha buone intenzioni, ma nella pratica non riesce ad affrontare l’emergenza abitativa che ha contribuito a creare”, sostiene Luís Mendes, professore all’istituto di geografia e pianificazione del territorio dell’Universidade de Lisboa, tra i più autorevoli esperti di gentrificazione e speculazione edilizia in Portogallo, oltre che membro attivo dell’organizazzione Morar em Lisboa (Abitare a Lisbona).
L’impatto di Airbnb
Le occupazioni sono solo uno degli aspetti più visibili della crisi abitativa che sta colpendo l’area metropolitana della capitale portoghese. Il puzzle è complesso ed è composto da pezzi tanto diversi quanto complementari: dall’uso sregolato di Airbnb a una legge che ha liberalizzato il mercato degli affitti senza tenere troppo conto delle esigenze dei cittadini più in difficoltà, ai Golden visa concessi dal governo, che hanno attirato ingenti investimenti stranieri in campo immobiliare. Il risultato è una città dove convivono diecimila famiglie in situazioni abitative precarie e milioni di turisti che ogni anno affittano appartamenti per periodi più o meno brevi.
Nel 2018 sono stati 4,5 milioni. Alla fine del 2019 su Airbnb c’erano più di 22mila annunci, il 75 per cento riguardanti interi appartamenti. Secondo il libro Lisboa e a Airbnb – pubblicato nel 2019 da un gruppo di studiosi – nella capitale portoghese ci sono almeno 25 proprietari che gestiscono in totale centinaia di annunci (uno di loro, da solo, ne gestisce 437). Tra il 2017 e il 2018, questo piccolo gruppo ha generato introiti superiori ai 24 milioni di euro.
Nel quartiere storico di Alfama più della metà delle case è destinata ad affitti brevi per turisti. “Ma svuotandolo dei suoi abitanti, non si fa altro che ammazzare un quartiere”, dice Mendes. “A Lisbona la situazione in certi casi è estrema, ma la città non è un caso isolato. Il contenimento degli effetti di Airbnb è un problema europeo”. Mendes è tra i promotori della campagna di raccolta firme Housing for all, una petizione partita da Vienna per chiedere alle istituzioni europee di sostenere investimenti nel campo dell’edilizia popolare e di regolare gli affitti a breve termine.

Turbogentrificazione
A Lisbona il mercato immobiliare sembra non avere più a che vedere con le persone che ci abitano e lavorano, classe media inclusa. Tanto che il termine gentrificazione non basta più. Mendes parla di “turbogentrificazione”.
Mentre in Portogallo il salario minimo aumenta lentamente – si è passati da 500 euro nel 2016 a 600 nel 2019, e l’obiettivo del governo guidato dal socialista António Costa è di arrivare a 750 nel 2023 – il costo delle case cresce in modo sregolato, secondo i modi e i tempi della finanza. I dati dell’Instituto nacional de estatística (Ine) mostrano che nel secondo trimestre 2019 a Lisbona si è registrato un prezzo medio al metro quadro di 3.154 euro, circa 400 euro in più rispetto al 2018. Gli affitti hanno raggiunto una media di 585 euro al mese per 50 metri quadri.
“E io cosa dovrei fare? Sono esausta”, dice Monica. È seduta su un materasso buttato a terra, nella casa che occupa da oltre un anno nel quartiere Lumiar, un’area popolare della cosiddetta Alta de Lisboa. Vive insieme al più piccolo dei suoi due figli, un ragazzo di quattordici anni. A parte il materasso per terra, un letto, un piccolo mobile su cui è appoggiata una tv e un atlante comprato per il figlio, non ha nulla. Neppure un tavolo. In bagno manca l’acqua corrente. Per lo scarico riempie delle taniche a casa di parenti che vivono in un appartamento lì vicino. Siccome non ha una cucina, da loro va anche a cena: in cambio compra delle cose con il sussidio di disoccupazione di 470 euro e le prepara per tutti. “Per fortuna mio figlio può mangiare a scuola sia a colazione sia a pranzo”, racconta. “Negli ultimi anni ho cambiato casa sei volte, ma ho sempre fatto di tutto affinché lui rimanesse nella stessa scuola. Almeno quello…”, dice.
La vita di Monica – arrivata dall’Angola in Portogallo ad appena otto anni – è crollata nel 2007 quando il marito l’ha abbandonata con migliaia di euro di debiti. “Il mio più grande errore è stato sposare la persona sbagliata”, dice, “un uomo con due facce”. Ricercato dalla polizia per un traffico di documenti falsi, è scappato in Angola senza dirle niente. “Non ne sapevo nulla. Un giorno la polizia mi ha svegliato all’alba puntandomi la pistola contro, ma lui non era a casa”, ricorda Monica.
L’appartamento in cui abitavano, e su cui stavano pagando il mutuo, è stato pignorato, e per anni la maggior parte del suo salario se n’è andato per saldare i debiti. “Mi restavano meno di 400 euro al mese, sono riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti degli assistenti sociali della Santa Casa”. Fino a un paio di anni fa Monica è riuscita a trovare case in affitto ai margini estremi della città, o appena fuori, ma ora neanche quello. “Essere una madre single non mi aiuta, e nemmeno il colore della mia pelle”.
Monica ricorda che una delle ultime case che ha affittato era un bilocale in una zona conosciuta come Bairro de Angola, a Camarate, fuori dei confini della città, ma ancora abbastanza collegata con la scuola del figlio. Pagava 400 euro al mese, mentre sostiene che i suoi vicini, una coppia di bianchi, pagassero 330 allo stesso proprietario per un’abitazione con una stanza da letto in più. Monica racconta di essere in lista di attesa per una casa popolare già da una decina di anni, ma finora non si è mosso nulla.
Anche Luis dice che le discriminazioni razziali sono un ostacolo. Ventisei anni, discendente da una famiglia rom, una compagna e due figli, cinque anni fa ha occupato uno spazio inutilizzato di proprietà del comune. “Siamo ridotti così anche a causa del razzismo”, dice, “eppure la mia famiglia, quella dei Ramos, è arrivata in Alentejo nel 1500”.
Per raggiungere la sua abitazione bisogna camminare mezz’ora dalla stazione della metro più vicina, Ameixoeiras. Si passa in mezzo a grandi condomini popolari e lungo una strada costeggiata da spazi verdi. Nel giardino di una delle case ci sono pecore e galline. Questo paesaggio – diviso tra i blocchi di cemento delle costruzioni e il suono leggero della campagna – è piuttosto comune nella periferia di Lisbona. “Ho fatto tutto con le mie mani”, dice Luis con orgoglio, mostrando delle pareti di cartongesso e il sistema con cui è riuscito a creare una doccia collegata a una caldaia. La casa è essenziale, ma ha tutto il necessario, anche una lavatrice.
Al momento l’uomo è disoccupato, ma ogni tanto gli capita un lavoro. “Sono rom, chi mi offre un contratto?”. Non chiede aiuto alle associazioni di attivisti perché è disilluso. “Siamo in attesa di una casa popolare da sei anni. Ho accettato di essere intervistato perché voglio che la gente sappia come siamo ridotti a vivere”. La compagna, Margarida, parla solo appena lui esce un attimo, chiamato da un vicino. Ha gli occhi azzurri, come la bambina che allatta al seno e che porta il suo stesso nome. Dice che è stanca di dover combattere con i ratti. “Sono sfinita. È come vivere in strada, non ci sono barriere”, dice. Confessa di sentirsi isolata.

Conseguenze sulla salute
Il problema della casa ha ricadute anche sulla salute mentale delle persone. A Lisbona ho intervistato decine di persone in situazioni abitative precarie. Quasi tutte dicevano di soffrire di depressione, attacchi di ansia, insonnia. Più di una mi ha detto di aver pensato al suicidio.
“Molti problemi di cui ci parlano i nostri pazienti, dallo stress all’isolamento, sono collegati a situazioni abitative precarie ”, racconta Cristiano Figuereido, medico di famiglia al Centro de saude di Martim Moniz, a due passi dalla piazza del Rossio. Il centro segue 15mila persone e Figuereido spiega che per alcuni di loro la struttura sperimenta un programma chiamato “prescrizione sociale”. “In molti casi invece delle medicine prescriviamo un incontro con l’assistente sociale qui in sede”, racconta.
 “La casa è forse il principale problema in questo momento a Lisbona”, spiega il direttore del centro Martino Gliozzi, originario di Imola. Il problema non coinvolge solo chi vive in situazioni limite, di occupazione o sfratto. “Ho una paziente costretta a usare dei sacchetti di plastica al posto del gabinetto. Il padrone di casa le ha rotto lo scarico del bagno per costringerla ad andarsene. Roba da medioevo. In certi casi, discutendo con i pazienti le possibili cause dei problemi di salute, ci rendiamo conto che più che di un medico, alcuni hanno bisogno di un assistente sociale, o addirittura di un avvocato”, spiega Gliozzi. Il centro ha da poco conquistato un importante premio nazionale per il suo approccio sperimentale.
Il comune di Lisbona ha attivato un numero verde per chi è stato sfrattato o è a rischio sgombero, e si sta muovendo per ristrutturare e assegnare le case popolari. Nel novembre 2019 sono stati aperti dei bandi per assegnare 120 alloggi con affitti calmierati, rivolti soprattutto alla classe media. Solo nel primo giorno si sono candidate più di mille persone, oggi sono quattromila. Il sindaco Fernando Medina ha lanciato l’ipotesi di ampliare il programma, affittando dai privati altri mille appartamenti per poi subaffittarli a prezzi contenuti.
“L’abitazione è un diritto, ma è anche una merce. E il mercato sta uccidendo il diritto, questo è chiaro”, sostiene Helena Roseta, 72 anni, in politica da cinquanta, deputata all’assemblea costituente dopo la dittatura di Salazar. All’inizio dell’ottobre 2019 ha lasciato la sua carica di presidente del consiglio municipale di Lisbona e di deputata in parlamento, ma prima si è battuta per far approvare una legge per il diritto a un’abitazione adeguata per ogni cittadino. “Non darà una casa a nessuno, ma per lo meno stabilisce regole e obblighi. Perché porti a dei risultati deve essere applicata, ed è ciò che mi auguro”, sostiene.
Secondo Roseta – che si batte per il diritto alla casa dagli anni sessanta – le stime sulla crisi abitativa a Lisbona e più in generale in Portogallo non riflettono la realtà. “La situazione è sicuramente più grave”, spiega. Parlando delle occupazioni che vedono come protagoniste le madri single, Roseta aggiunge che “affrontare il problema della casa significa occuparsi anche della discriminazione di genere e della violenza domestica”. Per questo ai gruppi di attivisti per il diritto alla casa si è unito il movimento femminista di Lisbona, così da affrontare il problema con un approccio intersezionale. “Molte donne si trovano a dover scegliere tra la strada e la violenza”, spiega Roseta, aggiungendo che “anche l’amministrazione di Lisbona si sta impegnando a tenere conto di questo aspetto”.
Edna ha lasciato la casa dove è cresciuta a 15 anni, incinta, anche a causa dei maltrattamenti subiti dal compagno della madre. Ora ha 29 anni e abita con i suoi tre figli in un appartamento occupato di proprietà del comune. È nel quartiere dove ha sempre vissuto, a Chelas, nella parte orientale di Lisbona. “Sono stata buttata fuori da cinque case, ho un lavoro precario e il mio figlio più piccolo ha problemi di respirazione. Non ho scelta”, dice mentre prepara uno stufato di carne nella sua cucina. Edna è nata nell’ex colonia portoghese di Sao Tomé e sta facendo le pratiche per ottenere la cittadinanza portoghese. Racconta di aver fatto richiesta di una casa al comune già dieci anni fa. “A volte mi assale la tristezza, ma non mi lascio deprimere. Non posso permettermelo. Ho paura che mi tolgano la custodia dei bambini”, spiega.
Ha dipinto di rosa la camera di sua figlia di nove anni e ha da poco cominciato a lavorare in un centro di assistenza per anziani, dove riceve il salario minimo. “Cerco di mantenere viva la speranza, ma è dura”. Mostra una notifica di sfratto ricevuta più di un anno fa. C’è scritto che aveva tre giorni per lasciare la casa. “Ancora non sono venuti a buttarmi fuori. Ho il cuore in gola ogni volta che sento bussare. Mi rilasso solo nei weekend perché so che non lavorano”. I vicini l’aiutano: “Mi capiscono e mi proteggono”, racconta. Forse perché conservano il ricordo di un’altra crisi abitativa, quella degli anni della dittatura, quando nel quartiere c’erano le baracche degli operai. Dopo il 25 aprile 1974, giorno della rivoluzione dei garofani contro il regime, interi quartieri furono occupati da movimenti di sinistra e studenteschi.
“Erano anni diversi, il popolo portoghese allora mostrò la sua forza, si rese protagonista”, ricorda Helena Roseta. “Anche un grande politico conservatore come Diogo Freitas do Amaral quarant’anni dopo ha difeso quelle occupazioni. Per lui erano legittime, come la rivoluzione”.

Questo articolo è parte di un’indagine sulla crisi abitativa a Lisbona condotta grazie al progetto europeo Horizon 2020 Rock.


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domenica 12 maggio 2019

La gentrification, il capitale e lo stato immobiliarista - Samuel Stein



Gli imprenditori immobiliari ridisegnano le città. Chiedono che lo stato si faccia da parte ma lo invocano quando si tratta di reclamare sicurezza. Ai movimenti spetta dimostrare che un modello di investimento così intensivo è fragile
Il capitalismo e la pianificazione statale hanno una relazione complicata. L’ideologia capitalista sostiene che lasciar decidere ai mercati le questioni economiche, sociali e ambientali sia la cosa migliore da fare, e che la scelta del consumatore sia la cartina di tornasole più equa ed efficiente della volontà popolare. Per decenni deregulation è stata la parola d’ordine delle classi dirigenti aziendali, e i politici conservatori a tutti i livelli hanno perseguito l’obiettivo di ridurre l’intervento dello stato.
Grover Norquist, dell’organizzazione di destra Americans for Tax Reform, ha dichiarato di voler restringere il governo «fino al punto di poterlo trascinare in bagno e gettarlo nello scarico della vasca». Questo è quello che dice il capitalismo, ma non ciò che fa. I capitalisti e i politici conservatori sono rapidissimi a invocare maggior intervento statale quando si tratta di sfruttare le sue funzioni carcerarie o la sua potenza militare, espressioni del potere statale che negli anni hanno fatto lievitare i budget locali, statali e federali. Le grosse società amano poi i regolamenti complicati che tengono alla larga la competizione delle società più piccole, perché possono assumere eserciti di avvocati per farsi largo nella giungla, mentre i loro competitor restano impantanati nel fango. L’espansione di questo genere di potere statale che aumenta le disuguaglianze e sopprime il dissenso lo considerano un lavoro ben fatto.
A livello di pianificazione urbanistica e politiche di sfruttamento del territorio, la retorica e la realtà sono ugualmente male abbinate. I capitalisti fanno richieste molto specifiche e serie allo stato, senza le quali farebbero fatica ad avere successo sul lungo periodo, o anche semplicemente giorno per giorno. Vogliono che lo stato investa quote fisse di capitale nelle infrastrutture che favoriscono i loro profitti. Vogliono inoltre che il governo assicuri un certo livello di supporto alla popolazione per favorirne la riproduzione sociale, così da avere una forza lavoro in buona salute da poter sfruttare. Senza questi investimenti – pianificati, pagati e coordinati dallo stato – non avrebbero basi su cui lavorare.

Le contraddizioni della pianificazione capitalista
Guardando più da vicino, tuttavia, emergono alcuni punti di frattura. Nel suo classico del 1986, Planning the Capitalist City, Richard Foglesong analizza la relazione tra il capitalismo e la pianificazione urbana così come si è evoluta negli Stati uniti dal periodo coloniale fino agli anni Venti. Foglesong costruisce il libro attorno a due assi principali: uno lo chiama «la contraddizione della proprietà», e l’altro «la contraddizione della democrazia capitalista».
La contraddizione della proprietà sorge poiché i capitalisti chiedono allo stato determinati interventi di pianificazione per rendere possibile la loro modalità di accumulazione, ma negano l’utilità della pianificazione in quanto tale, come fosse una specie di malattia socialista. E soprattutto, a parte alcuni principi fondamentali, i capitalisti urbani non vogliono le stesse cose che vogliono gli urbanisti. Le loro richieste rompono nettamente con la loro linea industriale. Le aziende manifatturiere reagiscono negativamente a quei regolamenti ambientali che limitano la loro capacità di sfruttare il terreno, l’acqua e l’aria senza conseguenze legali. Ma sono largamente favorevoli a interventi pianificati per calmierare i prezzi crescenti della terra e delle abitazioni, vedendo la terra come un costo nel processo di produzione e i prezzi delle case come un motivo per i lavoratori per mobilitarsi collettivamente per richiedere un aumento dello stipendio.
Gli immobiliaristi, d’altro canto, sono favorevoli a regolamenti ambientali che limitano l’inquinamento, poiché vedono lo smog e la sporcizia come fattori che abbassano il valore dei loro immobili. Ma non sarebbero altrettanto felici di vedere lo stato imporre controlli sugli affitti o costruire case popolari di alta qualità, dato che queste misure minacciano il loro modello di business. I pianificatori urbani, dunque, devono giocare su un doppio tavolo: andare incontro alle richieste tra loro in competizione dei due tipi di capitalisti, senza per questo pianificare troppo – cosa che li farebbe impazzire entrambi.
Nel tentativo di venirne a capo, i pianificatori urbani si confrontano con la contraddizione capitalismo-democrazia. I capitalisti veri – quelli che possiedono i mezzi di produzione, non semplicemente quelli che la pensano come loro – sono sempre una minoranza numericamente. In un governo repubblicano e in un’economia capitalista, i pianificatori devono includere la working class nel loro processo o rischiano una crisi di legittimità. Allo stesso tempo, tuttavia, a loro è affidato il compito di placare i capitalisti per i quali è pensato il funzionamento del sistema. Per superare questo dilemma, le città hanno elaborato complicati sistemi di controllo dello sfruttamento di suolo (nel quale il parere pubblico è incoraggiato ma non vincolante) e commissioni pubbliche di pianificazione urbana (che sono generalmente piene di esperti del settore immobiliare ed élite imprenditoriali).
Secondo questo modello, il principale compito dei pianificatori urbani è quello di tenere a bada queste due contraddizioni; nessuna delle due può essere risolta, ma entrambe possono essere gestite. È una scommessa complicata. Da loro ci si aspetta che intervengano in un certo modo sullo sfruttamento di suolo, ma senza poter fare cambiamenti radicali. Questo processo deve essere aperto al pubblico, mentre simultaneamente si deve garantire alle élite dominanti il controllo sul potere decisionale. È un lavoro davvero ingrato.

L’ascesa dello stato immobiliare
Cinque anni fa, stavo spiegando un libro di Foglesong in un seminario di geografia, e uno studente ha alzato la mano per fare una domanda. «Sembrerebbe che una parte importante del modello sia la competizione tra il capitalismo industriale e capitalismo immobiliare», ha giustamente osservato. «Come funziona ora che il capitale industriale e quello immobiliare non sono più concentrati nelle stesse mani?». Si trattava di una buona domanda.
Il mondo è più industrializzato che mai – gli Stati uniti sono certamente una nazione industriale, e l’industria rappresenta una grossa fetta dell’economia nazionale in termini di output annuale. Ma nel corso della seconda metà del ventesimo secolo, la produzione industriale statunitense è stata oggetto di un’intensa riorganizzazione geografica. Prima di tutto, dopo la Seconda Guerra Mondiale gli impianti di partizione e assemblamento si sono spostati dalle vecchie città del nord alle più nuove città del sud, nelle periferie e nelle zone rurali. Negli anni Settanta e fino a tutti gli anni Novanta, la velocità e l’ampiezza della delocalizzazione sono aumentate, molti impianti hanno lasciato definitivamente il paese.
Negli anni Novanta e nel primo decennio del Duemila è comparsa una nuova forma di espansione industriale, che ha visto la crescita dei gruppi della logistica per coordinare il complesso flusso di beni in entrata e in uscita dalle città. Questa nuova forma di attività produttiva tende ad avere luogo nei dintorni delle aree metropolitane (in modo da avvantaggiarsi di prezzi più bassi dei terreni, e per facilitare l’afflusso di beni). E quando è localizzata in città spesso occupa terre di proprietà pubblica.
Nel frattempo, una “cascata di soldi” è piovuta sul settore immobiliare, attualmente valutato a livello globale intorno ai 217 trilioni di dollari – rendendo le proprietà immobiliari la forma di bene proprietario più diffusa a livello mondiale. Negli Stati uniti, gli acquisti di case sono in calo da cinquant’anni, gli affitti medi sono più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, mentre i salari sono rimasti stagnanti. In alcune città, i prezzi delle case sono aumentati di oltre il 50 percento negli ultimi cinque anni. Diversi tipi di crisi abitativa coesistono nelle città di tutto il paese.
Con la concentrazione delle proprietà immobiliari e la delocalizzazione delle industrie, la relazione tra il capitale urbano e la pianificazione urbanistica è cambiata in modo significativo. Se le aziende manifatturiere non fanno più la parte dei potenti sostenitori capitalisti che chiedono di abbassare i costi delle terre e delle case in città, gli urbanisti che si scontrano con la «contraddizione della proprietà» restano in balia degli immobiliaristi e dei loro piani di cementificazione, che puntano a far aumentare sempre più i prezzi dei terreni e delle proprietà. Anche quando provano a risolvere problemi urbanistici che hanno poco a che fare direttamente con il mercato immobiliare – l’educazione, i trasporti, i parchi, etc. – gli immobiliaristi fanno pressione per ottenere interventi di pianificazione che favoriscano le loro speculazioni.
I pianificatori che hanno a che fare con «la contraddizione capitalismo-democrazia» sono portati sempre più ad assegnare ruoli di controllo agli immobiliaristi nelle stesse istituzioni di pianificazione. La commissione pianificatrice di New York, per esempio, è quasi interamente composta da persone con esperienza nel settore immobiliare: costruzione, promozione, vendita, leggi o ingegneria. La voce di dissenso più comune tra i commissari è quella di Michaelle de la Uz, una sviluppatrice di case no-profit – un modello differente, certamente, ma ancora parte dell’ecosistema dell’immobiliarismo urbano.
Questo è un vero stato immobiliarista: un governo allineato con le necessità e le domande di uno specifico settore del capitale, e ben sintonizzato per assicurare che le azioni di governo siano calibrate a favore del profitto dei costruttori, proprietari terrieri e speculatori. Come per altri settori statali (il welfare, il sistema detentivo, il comparto militare, eccetera), il settore immobiliare non è totalizzante, ma la sua influenza è particolarmente forte a livello locale, dove vengono prese la maggior parte delle decisioni sulle terre statunitensi.
Qualunque problema sia affrontato dai pianificatori, le soluzioni proposte dagli immobiliaristi prevedono quasi sempre lo sviluppo di quartieri di lusso come fattore chiave – anche quando il problema è la mancanza di abitazioni a prezzi accessibili. I pianificatori del settore immobiliare hanno il compito di aumentare i prezzi di mercato: o perché sono troppo bassi e gli investitori li vogliono più alti, o perché sono già alti e una loro deflazione potrebbe far crollare un bilancio fatto di castelli di carte. Lavorare sul ridurre la speculazione e incentivare l’offerta di case popolari e accessibili a tutti sembra un proposito assurdo per un regime di pianificazione il cui primo assunto è che il guadagno futuro passa attraverso la crescita immobiliare.
In questo sistema, la gentrificazione è una caratteristica, non una falla. È sicuramente una forza economica e sociale, ma è anche un prodotto dello stato – un processo pianificato di reinvestimento canalizzato e dislocamento mirato.
I pianificatori urbani, tuttavia, non sono semplicemente degli strumenti passivi del governo. La maggior parte di loro ha scelto questa professione perché voleva avere un impatto positivo sulle città. Molti hanno un background radicale e vedono la pianificazione come un mezzo per imporre un controllo al caos capitalistico. Ma sotto le restrizioni dello stato immobiliare, produrre spazio per propositi che non siano il profitto è una sfida enorme.
Tuttavia è una cosa possibile, e che i pianificatori non faranno da soli. Se vogliamo che essi si comportino diversamente, dobbiamo esercitare pressione politica per sfidare i loro dirigenti: i politici che decidono i capi delle agenzie, ovviamente, ma anche l’industria immobiliare.
Concentrandosi così intensivamente in un settore specifico, il capitale immobiliare si è esposto a una vulnerabilità unica. I movimenti militanti contro la gentrificazione possono minacciare la capacità degli immobiliaristi di realizzare profitti, trasformando la crisi immobiliare da fenomeno sulle spalle degli inquilini a peso per i proprietari terrieri, i costruttori e gli investitori. Non è un compito facile, ma è necessario se vogliamo combattere, il Real Estate State, lo stato immobiliarista.
*Samuel Stein sta svolgendo un PhD in geografia al CUNY Graduate Center. Ha scritto Capital City: Gentrification and the Real Estate State.
Questo articolo è uscito su Jacobinmag. La traduzione è di Gaia Benzi.

sabato 29 settembre 2018

Lisbona si ribella al dominio del turismo - Gianfranco Ferraro



Inquilini sfrattati da un giorno all’altro, un mercato immobiliare – tra affitti e prezzo delle case – ormai completamente impazzito, preda della speculazione di fondi immobiliari e di capitali stranieri che hanno trovato nella capitale portoghese la nuova torta da dividersi, un turismo di massa che sta cancellando le vecchie botteghe e i ristorantini di quartiere che hanno fatto per anni di Lisbona e del Portogallo una strana eterotopia tra Europa e Atlantico, per sostituirli con lounge bar, fast food e bed & breakfast che, grazie alle piattaforme online, stanno svuotando la città dei suoi naturali abitanti per fare dei quartieri semplici tendopoli turistiche.
È accaduto tutto in poco più di due anni, ma gli abitanti di Lisbona stentano ormai a riconoscere la propria città, consegnata al mercato della gentrificazione che, come un parassita, vende la città per poi svuotarla di quella stessa forma di vita che era stata pubblicizzata. Un tempo minimo, forse neanche sufficiente per metabolizzare quello che accade e per proporre una resistenza: è così che solo oggi diverse associazioni e sigle riescono a organizzare la prima vera manifestazione di piazza per il diritto all’abitare, con uno slogan preciso: “L’abitazione non è un affare. Lottiamo per le nostre case, per le nostre vite”.
Una manifestazione rigorosamente “apartitica”, come viene specificato in un comunicato degli organizzatori, tra cui la storica associazione Habita, particolarmente vicina in questi anni, con sportelli e con picchetti, ai cittadini sfrattati dei centri storici, così come a quelli dei quartieri popolari e delle baraccopoli che circondano la capitale portoghese, e tra le promotrici, l’anno passato, della Caravana pelo direito à habitação di cui ci ha parlato Luca Onesti. Un lungo corteo, dal vecchio quartiere, ora al centro di una spietata gentrificazione, di Intendente, sino a Cais do Sodré, l’affaccio sul fiume nei pressi della Câmara Municipal (il Municipio della città).
Lisbona vive un’agonia simile a quella che ha colpito le grandi capitali e le città d’arte: se a Venezia c’è – vicino ad una delle ultime antiche librerie della città – un orologio che conta impietosamente il numero dei residenti del centro storico, e a Berlino appena dieci anni era ancora possibile scegliere in quale quartiere vivere, per Firenze, Parigi, Praga, Barcellona, dove la sindaca Ada Colau è stata eletta proprio grazie alle sue battaglie per il diritto alla città, e adesso anche per Napoli, il turismo ha assunto i tratti della grande industria pesante del XXI secolo. Un turismo dai caratteri predatori che cancella la vita delle città in molti modi: aumentando esponenzialmente il prezzo delle abitazioni e riempiendo i luoghi pubblici di tutta una borghesia incolta ed estranea ai luoghi, che, per i pochi spiccioli richiesti ormai dalle compagnie low cost, riesce ancora a catapultarsi da un posto all’altro d’Europa al solo scopo di comprarsi, di fatto, il prossimo selfie da mostrare su facebook.
Lisbona entra in questo mercato immobiliare e turistico globalizzato grazie alle misure della Troika, che, dieci anni fa, ha di fatto costituito il Portogallo in un suo protettorato, grazie soprattutto all’appoggio incondizionato del precedente governo  di centrodestra di Passos Coelho e del presidente della Repubblica Cavaco Silva – e nonostante una storica mobilitazione di massa dei portoghesi – i quali hanno eseguito senza colpo ferire gli ordini di Bruxelles e del FMI, adottando una politica di selvaggia liberalizzazione del mercato immobiliare, e investendo in modo massiccio sulla presenza turistica.
Poco o nulla, in realtà, è cambiato dopo l’avvicendamento governativo che ha portato alla guida del Paese il nuovo leader del Partito Socialista António Costa, sindaco di Lisbona negli anni precedenti, sostenuto da una coalizione che comprende anche, per la prima volta dopo il 1975, la sinistra radicale del Paese: il Partito Comunista guidato dall’anziano segretario Jerónimo de Sousa, e il Bloco de Esquerda, guidato da Catarina Martins, un partito questo che nasce dalla giunzione tra troskisti e tutta una serie di realtà della sinistra che non si riconoscono nel Partito Comunista.
Con un capitombolo politico che ha – insieme – salvato la sua segreteria e lo ha portato alla guida del Paese, Costa ha scelto, dopo le elezioni del 2015, di spostare decisamente a sinistra l’asse politico del Portogallo, rompendo con gli schemi di bilancio previsti dai governi precedenti: il risultato è stato una politica di graduale ridistribuzione del reddito, con provvedimenti sulle pensioni e sui concorsi pubblici particolarmente apprezzati dopo gli anni di crisi, e una impennata del Prodotto interno lordo che negli ultimi anni ha fatto dell’economia portoghese la grande scommessa vinta delle politiche di austerity europee oltre che l’unica del bacino meridionale con indici sistematicamente positivi.
Una crescita che ha trascinato l’attuale ministro dell’Economia, Mario Centeno, al vertice dell’Eurogruppo e che ha portato indubbi vantaggi elettorali al Partito socialista, ormai vicino al 40%, percentuale che lo renderebbe autonomo per la formazione di un governo, in previsione delle elezioni europee del 2019 e politiche del 2020, come anche in realtà agli alleati, Pcp e Bloco de Esquerda, che hanno visto stabilizzarsi il loro monte voti elettorale intorno al 10% ciascuno.
A questo panorama nazionale, corrisponde a Lisbona un’alleanza elettorale tra Partito socialista e Bloco de Esquerda che ha portato alla sindacatura della città il socialista Fernando Medina, quarantenne rampante e pupillo di Costa. Una sindacatura che però non solo non ha impedito la guerra di tutti contro tutti del mercato immobiliare, ma che al contrario ha proseguito lungo le linee tracciate in precedenza, rinunciando a qualunque politica di gestione e di controllo. È solo di pochi mesi fa lo scandalo che ha coinvolto – e costretto alle dimissioni nonostante una strenua difesa da parte del suo partito – il giovane leader del Bloco Ricardo Robles, vereador (assessore) della città, e al centro di un drammatico conflitto di interessi a causa di un palazzo in pieno centro storico venduto dalla sua famiglia sull’onda della speculazione che colpisce la città. Ed è di poche settimane fa anche la notizia della chiusura al pubblico di uno degli storici luoghi di incontro per generazioni di giovani e meno giovani portoghesi, il miradouro di Santa Catarina, meglio conosciuto come Adamastor, per via della statua che lo domina, e che rappresenta la figura mitica raccontata da Camões nei Lusiadi. La causa? Il fastidio provocato dalla presenza di “popolo basso” e di giovani per i clienti di un lussuoso hotel a cinque stelle di recente costruzione. Una causa nascosta con vari slalom verbali dall’amministrazione cittadina, che si nasconde dietro la necessità generica di “recupero dello spazio pubblico”.
Luoghi pubblici interdetti ai cittadini, palazzi storici comprati dal miglior acquirente, anziani – emblematico il caso del quartiere di Castelo – costretti di fatto a spostarsi nell’estrema periferia della città, senza alcun contatto con il mondo in cui sono vissuti per anni. Certo, le città cambiano, e sono sempre cambiate. Cambiano i progetti e le visioni, come testimonia una recente, bella mostra sui “futuri” di Lisbona, ospitata dal Museo della Città e che raccoglie i diversi progetti che nei secoli successivi al grande terremoto del 1755 hanno cambiato il suo volto. Eppure, non sembra un bel futuro quello che si prospetta oggi per la capitale portoghese: manca una visione, che non sia quella di una industria immobiliare privata e turistica che spinge il Pil e sembra così legittimata a permanere come la principale industria del Paese. Questo, mentre tutto l’interno del Portogallo raccontato da Saramago nel suo Viaggio è praticamente abbandonato al suo destino, con paesini al limite del raggiungibile, abitati da (sempre meno) anziani e dove le forme di vita che hanno prodotto tra i migliori vini e formaggi d’Europa, completamente privi di un sostegno statale necessario per poter competere sul mercato internazionale, si vanno rapidamente estinguendo.
Certo, la Lisbona decadente di qualche anno fa, con edifici in rovina e interi quartieri abitati da anziani, non si poteva dire priva di problemi: la piccola e media borghesia portoghese, per prima, si è andata spostando nei quartieri-bene della periferia, lasciando al suo destino il centro della città. Oggi questo centro appare, come appariva Berlino negli anni scorsi, un cantiere a cielo aperto: palazzi puliti, piazze rinnovate, appartamenti comprati, a volte da stranieri, e subito affittati come b&b a volte rinunciando a quel minimo contatto umano tra inquilino e proprietario che passa per la consegna delle chiavi (l’ospite trova le chiavi dentro una cassetta la cui apertura avviene attraverso un codice consegnato via mail), immobili investiti dai capitali di pensionati francesi, italiani, inglesi e tedeschi, attratti spesso solo dalle misure di detassazione previste dal Memorandum della Troika, e poi sempre, pervasiva, incombente, la folla del turismo mordi e fuggi che evita accuratamente di mischiarsi con l’asprezza della città e che distrugge, giorno dopo giorno, quello che era il fascino della capitale portoghese: la quiete, popolata e multiforme, di una collina quasi dimenticata dallo scorrere secolare del suo fiume, il Tago.

La manifestazione di oggi cerca quindi di mettere un punto fermo: un dito sulla piaga di una città che sta perdendo l’anima, e che sembra ormai completamente impotente di fronte all’ultimo maremoto che l’ha travolta (un recente documentario porta, non a caso, il titolo di “Terramotourism”). Si poteva fare diversamente, forse ancora si può, seppure in parte, qualcosa. Perché almeno Lisbona non si consegni definitivamente al destino di tutte le nostre città turistiche: “un guscio vuoto, un fondale di teatro”, come ha scritto recentemente Marco D’Eramo in “Il selfie del mondo. Indagine sull’età del turismo” (Feltrinelli, 2017). E sulla stessa linea questo inquietante ospite che invade neppure tanto lentamente la città, simile al Nulla della Storia infinita, è stato diagnosticato da uno degli intellettuali più riconosciuti tra la nuova leva di scrittori portoghesi, Valerio Romão: “Tutto quello che è vivo e libero dev’essere ricondotto alla logica del parco di divertimenti tematico. Sino a che, di intere città, restino solo gli edifici – rinnovati e silenziosi – e una manciata di figuranti pagati per passare come locali”.
È contro questo destino che la manifestazione di oggi, con migliaia di persone in piazza, ha segnato il primo momento di discontinuità, e forse l’inizio di una battaglia tutta portoghese, ma la cui sfida è globale, per il diritto alla città e all’abitare, uno dei diritti più mistificati e disconosciuti dalle politiche economiche di questo primo quarto di secolo.