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sabato 21 febbraio 2026

Corpi sardi, potere italiano: decodificare un’immagine - Federica Marrocu

 


L’immagine del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella con alle spalle un gruppo di persone sarde in abito tradizionale è utile per riflettere su come si dispiegano i rapporti di disparità, dominio e ingiustizia epistemica in un contesto come la Sardegna.

Che cos’è l’ingiustizia epistemica?

L’ingiustizia epistemica si configura quando c’è uno squilibrio nei rapporti di dominio.

Il sapere (episteme) delle culture autoctone viene messo su un piano inferiore rispetto a quello della dominante. Il termine “sapere” va inteso non solo come insieme di conoscenze, ma come espressione piena della cultura di un popolo.

Nella situazione immortalata dalla fotografia, gli elementi della cultura sarda sono decontestualizzati e contribuiscono a creare un’immagine statica, congelata nel tempo.

Per comprendere cosa sia la violenza epistemica, bisogna ricordare che le epistemi eurocentriche sono universalizzanti, nel senso che rappresentano lo standard di civiltà a cui conformarsi. La stessa cosa accade anche tra Italia e Sardegna: ciò che distingue le culture dell’Isola come contesto unico è quasi ornamentale, spogliato di ogni carattere emancipativo.

L’affiancamento di persone in abito tradizionale di culture minoritarie a rappresentanti della cultura dominante può essere una pratica che perpetua dinamiche coloniali di potere, appropriazione culturale e folklorizzazione.

Queste giustapposizioni, comuni in cerimonie ufficiali in cui presenziano capi di stato e rappresentanti istituzionali, ristabiliscono dinamiche di potere.

Perché?

La relazione non è alla pari, ma non solo: chi rappresenta la cultura dominante rappresenta anche chi agisce la minorizzazione.

La cultura sarda non è solo minoritaria nel contesto dello stato italiano (in Sardegna non è affatto così scontato che lo sia, dipende sempre dal punto di vista), ma è minorizzata, in quanto soggetta a pratiche di dominio (culturale, politico, economico, sociale).

La colonialità del potere

Si tratta di un’estensione del concetto di colonialità del potere: la subalternità della Sardegna è stata -ed è- funzionale allo sviluppo dello stato-nazione italiano.

Una parte di territorio viene mantenuta in una condizione di dipendenza che legittima i tentativi di modernizzazione, con il pretesto dell’arretratezza.

La colonialità del potere stabilisce gerarchie interne ai confini e le rende quasi invisibili.

Corpi e spazi sono situati entro una geografia del dominio

L’accoglienza trionfale dei rappresentanti del potere dominante va pertanto letta nell’ambito dei rapporti di oppressione che relegano una cultura al margine. Le pratiche di dominio sono state (da parte dell’Europa coloniale) giustificate dall’intento filantropico (!) di portare la civiltà (nella convinzione di esserne i rappresentanti e i depositari).

La costruzione di un “altro” con caratteristiche di inferiorità (razzismo) serve a legittimare pratiche di sviluppo (estrattivismo) per produrre ricchezza di cui la cultura dominante si avvantaggia (capitalismo).

Per mantenere questa dinamica si mantiene un territorio in una condizione di dipendenza (economia del bisogno), la quale offre opportunità per mostrare il lato buono del potere

(come facevano e fanno ancora le monarchie attraverso gli aiuti ai popoli colonizzati).
La popolazione al margine si sente vista, considerata, specie nel caso di località periferiche, o percepite come tali, e spera di ricevere sostegno, supporto, riconoscimento.

La dinamica espressa da tale immagine non svela solo la natura del rapporto tra lo stato italiano e la Sardegna in termini di gerachie, ma anche come la cultura dominante benefici di elementi della cultura minorizzata per autoaffermarsi.
Lo fa attraverso il sentimento di gratitudine, di orgoglio che vuole suscitare in chi abita il margine e si sente visitato, visto, considerato. Succede quando la Sardegna viene presentata come “eccellenza italiana”.
Le figure istituzionali, affiancandosi a elementi riconoscibili come identitari che simboleggiano valori condivisi dalle subalternità, sembrano voler fare un omaggio, ma in realtà aumentano il loro prestigio. Come accade quando si indossano abiti o si sfoggiano acconciature proprie di una minoranza culturale senza farne parte e da una posizione di privilegio.

Quindi è colpa dei sardi?

A questo proposito è utile ricordare che cos’è la colonialità dell’essere.

Le pratiche di dominio si autoalimentano grazie alla costruzione di un “altro-da-sé”, come detto prima.

Come lo fanno?

Con processi di oppressione e inferiorizzazione, che col tempo influiscono anche sul modo di autorappresentarsi (noi sardi siamo disuniti, non ce la facciamo da soli) e limitano persino il pensare di avere desideri, sogni, aspirazioni di libertà e di decidere per sé.

Da questo senso di inferiorità nasce l’essere coloniale, come individuo che crede normale la propria condizione di subalterno; l’italianità è vista come coessenziale, un fatto accettato e vissuto come immutabile e non come una fase storica che può passare, esattamente come altre che la Sardegna ha vissuto.

La mancanza di strumenti di autodeterminazione viene vissuta come qualcosa che quasi “ci si merita”: come se il popolo inferiorizzato non avesse per cultura gli strumenti per emanciparsi in quanto sottosviluppato. Un eterno soggetto minore che ha bisogno di essere guidato e “condotto fuori dal proprio Medioevo di barbarie”, per citare Omar Onnis.

Si collabora con l’oppressore perché il rapporto di dominazione è nascosto, interiorizzato, sistemicoNormalizzato.
I soggetti marginali finiscono per fare propria la prospettiva esterna, dominante. Una delle conseguenze è sentire di occupare lo spazio illegittimamente, tranne in due casi: quando ci si conforma (siamo sardi, ma anche italiani) oppure quando il potere ci consente, in condizioni ben definite, di mettere in scena la sardità, una sardità innocua, integrata, come è accaduto nell’evento presieduto da Sergio Mattarella.

Ecco perché è importante parlare anche di pratiche di resistenza nell’abitare il margine.
Il margine può essere ferita feconda, uno spazio fertile.
Dove non avviene solo l’assimilazione del rapporto di dominazione, ma vengono messe in atto anche pratiche di sopravvivenza e perpetuazione delle nostre culture indigene.

La marginalità è un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza. Un luogo capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”.
Bell Hooks

da qui

giovedì 16 maggio 2019

Il silenzio come resistenza politica - Pablo Bujalance


Sociologo, antropologo, docente alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Scienze Umane Marc Bloch di Strasburgo, il pensatore francese David Le Breton (Le Mans, 1953) incarna come pochi dei suoi contemporanei la migliore tradizione intellettuale del suo paese. In Italia ha pubblicato molti libri di successo, come Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondoIl mondo a piedi. Elogio della marcia e Fuggire da sé. Una tentazione contemporanea, in cui punta su forme concrete di resistenza di fronte alla disumanizzazione del presente.
Mi permetta una domanda piuttosto elementare per cominciare: lei definisce il silenzio come forma di resistenza, ma da dove nasce il rumore?
Gran parte del nostro rapporto con il rumore deriva dallo sviluppo tecnologico, specialmente nella sua natura più portatile: portiamo sempre addosso dispositivi che ci ricordano che siamo connessi, che ci avvisano quando abbiamo ricevuto un messaggio, che organizzano i nostri orari fondati sul rumore. Questa situazione è venuta a combinarsi con quelle che avevano già preso forma del secolo XX come abitudini contrarie al silenzio, in special modo nelle grandi città, governate dal traffico e da numerose varietà di inquinamento acustico. In questo contesto, il silenzio implica una forma di resistenza, un modo di mantenere una dimensione interiore al sicuro dalle aggressioni esterne. Il silenzio ci permette di essere consapevoli della connessione che manteniamo con questo spazio interiore, la rende visibile, mentre il rumore la nasconde.
Un altro modo che abbiamo di connetterci con il nostro interiore è camminare, che si svolge nello stesso silenzio.
Forse il problema più grande è che, alla comunicazione, sono stati tolti i meccanismi propri della conversazione ed è diventata altamente utilitaria, basata su dispositivi portatili. E la pressione psicologica che sopportiamo per accumularli è enorme.
È più facile coltivare e incoraggiare il silenzio in Oriente che in Europa e negli Stati Uniti, per esempio?
Sì, nella tradizione giapponese c’è una nozione molto importante di disciplina interiore che si è cristallizzata in sistemi di pensiero come la filosofia zen. Diciamo che in Oriente sono molto avanti, ma le invasioni contro le quali conviene opporre resistenza, sono già le stesse.
Che cosa risponderebbe a coloro che sostengono che il silenzio è una confessione di ignoranza?
Il silenzio è l’espressione più vera ed effettiva delle cose innominabili. E la consapevolezza che ci sono determinate esperienze per le quali il linguaggio non serve o non basta, è un aspetto decisivo della conoscenza. In questo senso, le tradizioni come il cristianesimo, in cui il silenzio è molto importante, sono rivelatrici: la saggezza è finalizzata a comprendere ciò che non può essere detto, ciò che trascende il linguaggio. In questa stessa tradizione, il silenzio è un modo di avvicinarsi a Dio, che si può anche interpretare come conoscenza. Possiamo usare il silenzio per conoscere meglio noi stessi, per isolarci dal rumore. E questo è un valore da rivendicare nel presente.
A proposito di fuggire da sé stessi, penso alla psicologia costruttivista e agli autori come Jean Piaget. Sarebbe possibile formulare una psicologia della decostruzione per la personalità?
Sì, è possibile arrivare a questo attraverso una disciplina, esercitandosi nel silenzio. Come ti ti raccontavo, in Giappone questa disciplina è una cosa molto comune. Possiamo andare aprendo nella nostra routine quotidiana, buchi per il silenzio, per meditare e incontrarci con noi stessi e, con la disciplina adeguata, questi buchi saranno ogni volta maggiori. La mia più grande esperienza in questo senso, quella definitiva, è stata sul Cammino di Santiago: quando finalmente sono arrivato a Compostela, ho capito di essermi completamente trasformato dopo molti giorni in marcia e in assoluto silenzio. È stata una rinascita.
In Francia avete una grande tradizione del camminare con Balzac e la figura del flâneur.
Sì, camminare nelle città, vagare senza una meta concreta. Non solo Balzac, anche Flaubert lo sosteneva. E per i situazionisti divenne una questione fondamentale. Camminare è un altro modo di diventare consapevoli di sé stessi, di ricomporsi nel proprio corpo, nel respiro, nel silenzio interiore. C’è chi, nel Medioevo, si riuniva a camminare nel deserto, ma la pratica del camminare nelle città è associata al piacere. Si tratta di godere di ciò che si percepisce, di deliziarsi con le attrazioni che la città ti offre attraverso i sensi. È un’attività edonistica. Anche Jean Baudrillard e gli intellettuali che si mossero sulla scia di Sartre la definirono in questo modo, come una pratica contraria al puritanesimo.
È a causa di questa peculiare resistenza che chi cammina senza meta viene considerato folle?
Esatto, ed è per questo che il camminare, così come il silenzio, è una forma di resistenza politica. Non appena esci di casa e ti muovi, ti ritrovi immediatamente condizionato da criteri utilitaristici che chiariscono perfettamente dove devi andare, da che parte e in che modo.
Camminare per camminare, eliminando dalla pratica qualsiasi tipo di apprezzamento inutile, con una decisa intenzione di contemplazione, implica una resistenza contro quell’utilitarismo e, contemporaneamente, anche contro il nazionalismo, che è il suo principale benefattore. Camminare ti permette di avvertire la bellezza della Cattedrale, il gatto giocoso che lì si nasconde, i colori del tramonto, senza altro fine, perché questo è tutto il suo fine: la contemplazione del mondo. Di fronte a un utilitarismo che concepisce il mondo come mezzo di produzione, il camminatore assimila il mondo contenuto nelle città come un fine in sé stesso. E questo, ovvio, è contrario alla logica imperante. Da qui il legame con la follia.
Tuttavia, con le trasformazioni in centri commerciali, e penso nel cuore della stessa Málaga, le città non sono diventate i peggiori nemici dei camminatori?
Sì, non ha tutti i torti. In effetti, tutte le grandi città, siano esse Parigi o Tokyo, sono già diventate aree commerciali. È molto importante che le città trovino un equilibrio tra le risorse che garantiscono la loro prosperità e la qualità della vita di coloro che risiedono in esse. Altrimenti, le città diventano entità disumanizzanti. Il fatto di camminare per le strade senza alcun interesse a comprare o spendere soldi, vagando senza meta, qua e là, solo per il gusto di farlo, è anche un modo di renderle più umane, di ribellarsi agli ordini che convertono tutte e ognuna delle interazioni umane in un processo economico.
Tornando al silenzio, l’industria culturale non è stata uno dei principali canali del rumore nell’ultimo mezzo secolo?
Sì, è così. Sono d’accordo. Nel mio libro Du Silence ho trattato questa questione. Perché, alla fine, l’industria culturale diventa una forma di potere politico. Un’attività culturale dovrebbe essere orientata sull’incontro con sé stessi, al riconoscersi dentro, allo stabilire un dialogo intimo senza uscire dal sé, aiutandosi con gli strumenti che la cultura dovrebbe mettere a disposizione. Abbiamo, invece, una cultura che è sempre più di massa e meno di persone, una cultura in cui è impossibile riconoscersi. Attraverso il silenzio è importante anche opporre resistenza alle forme invasive della cultura.

(Fonte: blog del proyecto lemu, fonte originale: Diario de Sevilla
Traduzione per Comune-info: I’x Valexina)

venerdì 13 luglio 2018

La mia resistenza - Giovanni Gusai





Ieri ho condiviso una foto sul mio profilo Instagram, e ho aggiunto una didascalia tristemente profetica: “Vivere, altro che sopravvivere”. Perché poi tutti abbiamo saputo della lettera di Michele, trentenne suicida, che non voleva più “continuare a sopravvivere”.
La mia foto ritrae due rocce enormi, granito del mio Monte Ortobene: l’ho scattata mentre rientravo a Nùoro, a casa, a piedi. Ci ho messo un’ora a salire, quaranta minuti a scendere. Una giornata spettacolare.
All’inizio è stato faticoso, perché avevo finito da poco di fare colazione e perché Bobore, che era con me, ha cominciato a camminare a una velocità che non mi aspettavo. Non che non riuscissi a stargli dietro, ma non me l’aspettavo. Non ero pronto, ecco.
Il sentiero che abbiamo percorso è il numero 101. Se è parte di un elenco di sentieri non so di quale si tratti, di preciso. Neppure mi interessa. Mi piace pensare che Centouno sia un nome e non un numero.
In venticinque minuti abbiamo raggiunto un grande spiazzo in cui abbiamo abbandonato il sentiero per imboccarne un altro. Siamo saliti al Monte per verificare che fosse sgombro, che nessun albero caduto durante la bufera di qualche settimana fa ostruisse il passaggio. Dovevamo verificare che ci fosse acqua nelle fontane e abbastanza legna per accendere dei fuochi.
C’era l’acqua, fredda. E un sacco di legna. Decine di migliaia di tonalità di verde, un cielo che pareva respirarci sopra la testa, immacolato. Celeste come dev’essere e sgombro dalle nuvole. C’erano dei corvi, vicini a noi ma nascosti, che gracchiavano forte. E quelle rocce enormi che ho fotografato, certo. Fango, muschio, pozzanghere, freddo, foglie morte, ghiandaie, prati, rovi, cinciallegre, tracce di volpi, alberi caduti – nessuno ha ostruito nessun sentiero in maniera irreparabile. E aria, moltissima, pulita. Pochissimo vento, ma determinato. La libertà si muove a cavalcioni del vento, e se sai respirare ti riempie i polmoni.
Volevo scrivere un post già da ieri, per raccontare la bellezza della mia libertà, la fatica che mi rende felice. Da casa mia al cuore del bosco c’è un’ora a piedi, e il tragitto è mozzafiato.
Perché dovrei andarmene?
Già, perché la domanda retorica di questo posto bistrattato e umiliato che chiamiamo Sardegna è l’opposta: perché dovrei rimanere? E poi i corollari che rafforzano la tesi sottintesa: non c’è nulla, non c’è lavoro, non ci sono possibilità, non c’è speranza, non c’è niente da fare la sera.
Io rimango. Per non perdere la possibilità di salire a piedi al Monte e sentirmi ancora vivo, rimango per i nonni che non ho conosciuto e per la Storia che non mi hanno raccontato, rimango per i miei figli e perché sappiano che non ci sono posti giusti e posti sbagliati, ci sono solo le persone.
Io resto per provarci, perché vivere in mezzo al vuoto di opportunità coincide con il restare nella totalità delle possibilità, resto perché solo dove non c’è niente si può ancora costruire.
Io mi ostino a scegliere i sogni che voglio per me, per il tempo della mia libertà, per non darla vinta a chi ride dei miei studi, delle mie competenze, del mio percorso.
Questa è la mia resistenza, per la mia terra e per la mia generazione: perché nessuno abbia mai abbastanza potere da dirmi “questo è il lavoro che abbiamo scelto per te”, “questo è quello che abbiamo da offrirti”. È la mia resistenza per il mio diritto, acquisito da essere umano, sardo, nato libero, di inventarmi quello che voglio. È forse la resistenza degli illusi, di chi si accontenta, di chi si è arreso e non vuole provare a cambiare il mondo.
Ma io credo che solo chi cambia il pezzo di mondo attorno a sé cambi realmente qualcosa.
A Settembre compirò trent’anni. Ci arriverò, come accade da molti anni a questa parte, stanco.
Qualcuno ha avuto dal destino la possibilità di essere ricco. A me Dio ha donato la fortuna di essere felice. E se questo comporta stancarsi fino allo stremo e lottare, e resistere, io sono fiero della mia resistenza.
È una rivoluzione gentile, e debole, ma determinata. Come il vento ieri al Monte.
Miche’, per te conservo una preghiera. Temo che turberai le coscienze per poco tempo, e i giornali si dispiaceranno sempre meno, e parleranno di nuovo degli arbitraggi, delle canzoni e dei vestiti dei conduttori e di qualche scandalo che ne rimpiazzerà un altro, in tempo zero. Ogni tanto una defibrillatina con la morte di qualche disperato, giusto per stringere quel piccolo nodo alla gola che ci ricorda di essere umani.
Io, intanto, costruirò piccoli castelli con solide fondamenta, quaggiù, alle pendici del mio Monte, nella mia isola al centro del mare.

sabato 24 gennaio 2015

10 punti sulla Resistenza che ricomincia dalle montagne… - di bortocal

… almeno la mia.
* * *
Ecco alcune riflessioni, sempre mie: una specie di bilancio esistenziale in 10 punti.
1.     Viviamo soffocati dalla burocrazia, che solo apparentemente e` stupida, ma invece e` perfettamente mirata e ha lo scopo di costringerci a soddisfare tutti i nostri bisogni primari attraverso il mercato.
Riconquistare l’auto-sufficienza come produttori diretti di quel che serve ai nostri bisogni fondamentali e` un primo modo di liberarsi dalla dittatura del mercato e delle merci.
2.     La seconda forma di condizionamento capillare delle nostre vite sta nella moltiplicazione dei bisogni superflui, che fanno conto anche sul bisogno di ostentazione tipico di molti esseri umani, che, non potendo distinguersi per quello che sono, credono di poterlo fare per quello che hanno.
La prima libertà e` quella psicologica dai bisogni che non ci appartengono.
3.     Non tutto quello che il mercato offre e` in se stesso disprezzabile e una totale liberazione dal mondo delle merci e` impossibile. E tuttavia
non e` difficile selezionare anche praticamente tra i bisogni indotti quelli che non corrispondono alla propria natura profonda e rifiutarli; la selezione dei bisogni diminuisce il grado di dipendenza economica e dunque aumenta il grado di libertà personale.
4.  Da tempo lo scopo del continuo aumento della produzione non e` altro che l’accumulazione di ulteriore guadagno di chi affoga già nei soldi.
Questo problema dello spasimo di chi ha già tutto di volere ancora di più non ci riguarda.
Sottrarsi all'obbligo imposto di arricchirsi a tutti i costi e` un primo modo di indebolire la dittatura economica di chi ha troppo.
5.    Il mondo oggi non ha bisogno di aumentare ulteriormente la produzione del superfluo, ma di migliorare la felicita` concreta degli esseri umani; l’aumento della produzione di merci aumenta l’infelicità della massa degli esclusi e non soddisfa a sufficienza l’infima minoranza di coloro che possono avere inutilmente tutto.
Possiamo cominciare a cambiare questo stato di cose e a rifiutare il superfluo almeno per noi stessi; gli altri si regolino come credono e per quel che sentono.
6. Il problema di tutti coloro che non hanno abbastanza non dipende affatto da una insufficiente produzione di beni, ma dalla loro cattiva distribuzione: e` matematicamente chiaro che se una minoranza dell’1% possiede la meta` della ricchezza mondiale, e` sufficiente riportare questa minoranza nella media per raddoppiare la ricchezza media del resto della popolazione: e sarebbe perfino troppo.
Ma non occorre neppure pensare a soluzioni cosi` estreme: e` sufficiente un modesto incremento della tassazione sui grandi patrimoni per migliorare sensibilmente le condizioni di vita delle fasce di popolazione che vivono in poverta` estrema.
Agire politicamente per una migliore distribuzione dei beni comincia con la possibilità di averne di propri da mettere a disposizione di chi ne ha bisogno.
7.    Un potere ostile moltiplica le regole e le forme di tassazione e di controllo per impedire agli esseri umani di vivere secondo la propria natura originaria in spontaneità e collaborazione immediata  con gli altri.
Riappropriarsi di queste forme di vita autogestite e spontanee e` un modo di opporsi ad un potere pervasivo, malvagio e stupido.
Un ampliamento deciso della propria autonomia economica, anche attraverso la riscoperta di piccole forme di baratto solidale, e` la strada maestra della felicita`, della libertà` e della dignità`.
8.     I luoghi da cui molti fuggono perchè appaiono incompatibili con i modi di vita innaturali che ci vengono imposti presentano proprio per questo le condizioni di una natura meno devastata che altrove e ci restituiscono la bellezza del sentirci parte di un tutto vitale e di un pianeta vivo.
Le montagne sono il luogo privilegiato di questo patrimonio naturale in grado di ricomprenderci come figli suoi.
Ritornare alla natura, per quel che se ne e` salvato, ha tutto il valore di un no dichiarato ai paesaggi dolorosi da osservare che hanno devastato irrimediabilmente il territorio nel quale vivono le nostre città trasformandolo già da ora in un panorama post-umano.
9.     La montagna può essere anche il luogo fisico dove la rete della propaganda di massa arri va a estendere i suoi tentacoli con qualche difficoltà`.
I collegamenti intermittenti dei cellulari, delle reti internet, la ricezione più difficoltosa delle notizie manipolate che si sforzano di mantenerci nel flusso di un lavaggio cerebrale continuo non sono una limitazione, ma una ricchezza.
Ci consentono più facilmente quella osservazione critica delle notizie che e` la prima e non rinunciabile condizione della nostra libertà mentale, oppure facilitano la decisione di non dare alcun tipo di ascolto ai canali che evidentemente ci manipolano.
10. Vivere con naturalezza guardando le fabbriche e le superstrade centinaia di metri sotto di noi assomiglia molto al rifugiarsi in un nido d’aquila, rifiutando il destino del pollo di allevamento al quale qualcuno voleva incatenarci.
Camminare sul crinale di una montagna in silenzio e in pace con tutti, amare l’azzurro del  cielo e il mondo lontano sono ciascuno il gesto semplice di una rivoluzione silenziosa.

Del resto non siamo neppure obbligati a proporre alcuna rivoluzione a coloro che non sono interessati: il cielo azzurro che entra nei nostri polmoni attraverso il libero respiro può anche essere il premio, limitato, senza alcuna ingiustizia, a coloro che l’hanno cercato e scelto.