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domenica 8 giugno 2025

Isole carcere e quella idea di riaprire Alcatraz - Valerio Calzolaio

 

Alcatraz è stata un’isola carcere per meno di trenta anni, fino al 1963. Forse lo tornerà, dopo oltre sessant’anni in cui vi si sono svolte prevalentemente altre attività umane, in quanto set cinematografico o in quanto parco naturalistico aperto al pubblico, perlopiù. L’attuale presidente statunitense Donald Trump si è espresso per farle svolgere di nuovo in futuro la funzione di ecosistema insulare di detenzione. È accaduto all’inizio di maggio, forse prima non era nei programmi elettorali, comunque ora è irrilevante. Tra la sera di domenica 4 maggio 2025 e il giorno successivo (in Europa) è emerso che Trump ha ufficialmente confermato di aver ordinato di ricostruire e riaprire il carcere di Alcatraz, decenni fa rinomata prigione federale situata su quella piccola isola della California. Ha scritto su Truth che il carcere sarà “sostanzialmente ampliato” e poi ospiterà "i criminali più spietati e violenti d'America", per quel che si è potuto capire destinato a contenere persone immigrate negli Stati Uniti in attesa di essere espulse e considerate particolarmente pericolose. 

Che le isole suggeriscano agli umani di relegarci altri umani è dinamica millenaria, forse risale addirittura a prima dell’ostracismo greco e dell’esilio romano. Abbiamo più volte esaminato come, quando e perché, sia valutando storia e geografia antropologica che esaminando singoli casi concreti, più o meno antichi o contemporanei, nel Mediterraneo e altrove.

Le origini di Alcatraz

Alcatraz è una piccolissima isola al largo della costa statunitense del Pacifico, appartiene alla municipalità di San Francisco e dista meno di due chilometri dalla metropoli. Ha un’estensione di circa 85 ettari (0,085 km2) e un’altezza massima di 40 metri sul livello del mare. Formatasi nel Cretacico (circa 100 milioni di anni fa) risulta composta prevalentemente di arenaria e di ardesia, non ha fonti d’acqua naturale e il suo suolo roccioso rende ardua ogni coltivazione: solo poche specie resistono naturalmente grazie alla rugiada e alla pioggia. Il primo colonizzatore spagnolo a documentarne l’esistenza fu Juan Manuel de Ayala, che mappò la baia nel 1775 e la nominò Isla de los Alcatraces per l’enorme numero di pellicani che vi sostava. L’isola fece poi parte del governatorato messicano, finché fu comprata nel 1846 dalla Repubblica della California che la destinò a uso dell’esercito. Nel 1850 divenne base di artiglieria a protezione della baia. 

Da fortezza militare a prigione

Successivamente vennero eretti una fortezza militare, un arsenale, una prigione militare (anche per gli sconfitti della guerra civile e i nativi americani), il tunnel di collegamento interno e un faro marittimo. A fine Ottocento intervennero parziali modifiche del piccolo ecosistema con l’introduzione di alberi, di piante esotiche, dei primi giardini con fiori e arbusti (acanti, ninfee, agavi, gerani, more, eucalipti, cipressi) e di piante da frutta. La prigione militare venne più volte ristrutturata, ammodernata e ampliata, finché il complesso fu trasformato in un penitenziario civile federale di massima sicurezza, anche per ospitare detenuti reputati problematici. L’11 agosto 1934 arrivarono i primi 137 detenuti del nuovo penitenziario, collocati in minuscole celle singole. Il personale era di 155 guardie (per taluni con alloggi per le famiglie). Le condizioni regolamentari (soprattutto quella del silenzio) erano molto pesanti. Negli anni successivi il carcere ospitò fra gli altri Al Capone (Alphonse Gabriel Capone, 1899-1947). Quattordici furono i tentativi di evasione (riusciti solo, forse, in un paio di casi). 

L’isola carcere per antonomasia

Per un trentennio Alcatraz e stata adibita esclusivamente a istituto di pena, diventando The Rock (La Roccia), l’isola carcere per antonomasia, fino alla chiusura, intervenuta il 21 marzo 1963 per gli elevati costi di gestione, legati al trasporto degli alimenti, dell’acqua potabile e di ogni altro prodotto. Le piante sono state abbandonate. Le poche residue specie vegetali forniscono di nuovo occasione per nidificazione di uccelli, in particolare marini (cormorani, gabbiani), oltre che per roditori e lumache. Dal 1972 la flora dell’isola risulta protetta. Dopo la chiusura, tra la fine del 1969 e l’inizio del 1971, l’isola fu occupata da nativi americani, infine sgombrati, pur avendo il presidente Nixon affermato di voler rivedere la politica di segregazione degli indiani. Il carcere e stato successivamente aperto al pubblico per visite guidate, attualmente gestite dal National Park Service. 

Come noto e forse visto, sono ispirati o ambientati ad Alcatraz decine di film e documentari statunitensi, qualche telefilm, innumerevoli videogiochi, episodi di romanzi, molte biografie. In particolare l’isola è entrata nell’immaginario collettivo di centinaia di milioni di persone, come emblema dell’esasperazione delle pene detentive, grazie al film Fuga da Alcatraz (1979) del regista Don Siegel con Clint Eastwood, ispirato alla tentata (forse riuscita) evasione reale, avvenuta l’11 giugno 1962, di Frank Morris e dei fratelli John e Clarence Anglin (che, scavando con un cucchiaio di metallo montato su un trapano elettrico ricavato dal motore di un aspirapolvere rubato, riuscirono a entrare in un condotto di areazione e a fuggire). Il rapporto ufficiale stabilì che i tre evasi erano annegati ma, secondo alcuni allora e successive ricostruzioni, almeno i due fratelli Anglin sarebbero riusciti a raggiungere il Brasile. 

Per girare quelle scene sull’isola proprio negli anni Settanta del secolo scorso si dovette ricostruire una rete elettrica lunga quindici miglia al fine di far di nuovo arrivare l’elettricità dalla terraferma; inoltre, furono necessari complicati lavori per ripristinare lo stato della prigione com’era al momento della chiusura. Al termine del film più famoso, molti dei miglioramenti apportati furono mantenuti intatti e permangono tuttora. La scena del pericoloso passaggio dalle cancellate della prigione fino alla spiaggia e in acqua non fu girata con controfigure, ma proprio dai tre interpreti, che si erano lungamente e adeguatamente preparati. Prima e dopo il film con Eastwood sono usciti molti articoli, saggi e volumi sull’isola carcere di Alcaraz, alimentando sia ricostruzioni veritiere che narrative fantasiose sui famosi criminali che vi sono stato coercitivamente ospitati nel trentennio detentivo e su alcuni “casi” che l’anno vista materialmente coinvolta.

Riattivare le isole come carceri: ne siamo sicuri?

Dopo il 4-5 maggio 2025 buio, la notizia non è più riapparsa. Fin dal primo momento è emerso un probabile paradosso: la “seria” volontà del presidente Trump c’era sicuro, un altrettanto seria capacità forse non si verificherà mai. Inoltre, alcuni commentatori hanno rilevato pure la volontà contingente di distogliere l’attenzione dagli scadenti risultati economici dei primi mesi della nuova presidenza. Peraltro, come noto, le carceri negli Usa sono un prodotto commerciale, la percentuale di popolazione che vi è forzatamente ospitata è incomparabile con altre democrazie europee e la gestione amministrativa è molto spesso privata. Rendere Alcatraz nuovamente funzionante necessiterebbe di un investimento enorme, probabilmente ingiustificabile rispetto al ristretto numero di detenuti che riuscirebbe poi concretamente a contenere. Già nel 1963 fu chiusa proprio perché i costi di gestione e manutenzione erano altissimi. Come emerse in rapporti tecnici e servizi giornalistici, alla fine degli anni Cinquanta si spendevano circa 10 dollari al giorno per prigioniero, contro i 3 dollari di media per gli altri penitenziari federali.

Il 4 maggio Trump ha motivato l’idea con il fatto (improbabile allo stato attuale delle conoscenze) che da Alcatraz nessuno sarebbe mai scappato. Dopo l’annuncio dei primi di maggio non vi sono state altre notizie ufficiali. Negli Stati Uniti attuali anche frasi istituzionali hanno spesso un valore effimero, talvolta l’obiettivo si esaurisce con il pronunciamento mediatico, talaltra la realizzazione pratica degli obiettivi annunciati si rivela incerta nelle forme, lunga nei tempi e complicata nell’interlocuzione con altri poteri pubblici rilevanti. Questa dinamica politica non è esclusiva degli Usa contemporanei, vedremo. Resta l’importanza del gesto e gli interrogativi del tema: le isole sono il posto ideale per detenere i cattivi conviventi? Il doppio (o triplo) isolamento insulare è l’unico o il principale modo per garantire una funzione antropica a quegli ecosistemi? È il caso di ricominciare a pensarci securitariamente in ogni bacino oceanico e mare del pianeta, da parte di altri stati? Pianosa va definitivamente riaperta come isola carcere?

Dopo la “fuga” del giugno 1962 (su cui sono state scritte decine di migliaia di pagine, mai con esiti incontrovertibili, a parte i film) resta il fatto che l’isola carcere di Alcatraz fu chiusa, definitivamente già dall'anno successivo, rimanendo inattiva fino a quando il National Park Service non iniziò a convertirla in un museo nel 1972. Da allora, l'ex prigione ha attirato più di un milione di visitatori all'anno, diventando uno dei siti più popolari del Parco Nazionale, secondo la Golden Gate National Parks Conservancy. Il presidente Trump ha dichiarato i primi di maggio che "rappresenta qualcosa di forte, di molto potente in termini di legge e ordine. Il nostro Paese ha bisogno di legge e ordine; Alcatraz è, direi, il massimo… Vedremo se riusciremo a ripristinarla in grande stile, ad aggiungere molto". Widner, nipote degli Anglin “fuggiti”, ha visitato Alcatraz molte volte e ha sostenuto ora che non gli piace l'ipotesi di smantellare il museo per far tornare Alcatraz un grande carcere: "Penso che sia una cattiva idea", ha detto Widner. "Si perderebbe molta storia lì".

Archeologia e storia delle isole carcere risultano invero ottimi argomenti di ricerca antropologica e geografica nel mondo. E di impegno civile e istituzionale. Meglio sarebbe chiudere tutte quelle ancora aperte, pensiamo al leader curdo Abdullah Ocalan rinchiuso dal 1999 sull’isola carcere di Imrali, pensiamo (in Italia) alla piccola isola di Favignana: un edificio carcerario sicuro non pure circondato dal mare è più che sufficiente a garantire le esigenze di giustizia e di pena costituzionale in uno stato moderno. Ovviamente, ben vengano parchi e musei sulle isole, scientificamente accompagnati da tracce della complessa memoria degli antichissimi e recenti “usi detentivi” degli ecosistemi insulari, soprattutto nel Mediterraneo, integrati dalla narrazione autobiografica di chi vi fu detenuto (come Nelson Mandela a Robben Island in Sudafrica

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sabato 3 febbraio 2024

Le relazioni fra uccelli e pesci per il tramite dei sapiens: i ladri di piume - Valerio Calzolaio

 

I pesci in linea di massima vivono in acqua, sotto la superficie di bacini oceanici, mari, laghi, fiumi, e lì si nutrono in vario modo per garantirsi sopravvivenza e riproduzione. Gli uccelli in linea di massima vivono per aria per la maggior parte del loro tempo, sopra la superficie del suolo e delle acque, e lì si nutrono in vario modo per garantirsi sopravvivenza e riproduzione. Molti uccelli mangiano pesci e organismi presenti nelle acque; vale anche l’inverso seppur sia meno frequente, pesci che mangiano uccelli. Noi umani, che in linea di massima viviamo appoggiati a terra, molto condizionati dall’attrattiva forza di gravità (come molti altri animali mammiferi e piante radicate), ci siamo spesso nutriti con pesci e uccelli. Ben lo sappiamo anche noi sapiens commensali, che inoltre abbiamo studiato come farci aiutare dalle sembianze di uccelli per catturare i pesci: il reale ha sempre una variabile in più.

I pesci perlopiù sono erbivori, onnivori o detritivori, tuttavia voraci carnivori possono trovarsi in tutte le acque del mondo, dolci e salate, a tutte le profondità, pure a pochi metri dal pelo dell’acqua. Alcuni hanno acquisito opportunità di mangiare uccelli. Per esempio, il noto Siluro d'Europa (Silurus glanis) appartiene alla famiglia Siluridae, è diffuso soprattutto nei grandi fiumi dell'Europa centrale, ha mostrato notevoli capacità di predatore e mangia anche uccelli che si trovano in superficie. Non è il solo ad aver sviluppato tattiche specializzate per catturare animali terrestri, creature che volano sopra l'acqua o che si aggirano troppo vicino alla riva. Il pesce gatto francese di Wels si è evoluto per afferrare piccioni lungo le sponde del fiume Tarn ad Albi. Il pesce arciere è un predatore dal basso, caccia insetti appesi ai rami degli alberi sopra l'acqua, senza saltare, sparando un getto d'acqua. Poi andrebbero citati il Silver Arowana del Sud America, alcune specie di squali, i piccoli Mudskipper o i pesci serpente, le trote arcobaleno, i pesci tigre africani (contro le rondini).

Innumerevoli ovviamente, a loro volta, sono gli uccelli volanti che mangiano pesci nuotanti, ovvero che si nutrono solo o prevalentemente di animali acquatici. Oltre a onnivori, fruttivori, granivori, mollusivori, nettivori, avivori, ofidiofagi, insettivori, vi sono gli uccelli carnivori e soprattutto proprio quelli definiti piscivori. La scienza ci ha spiegato molto a riguardo e vi sono vari cambiamenti in corso. Circa un anno fa, per esempio, è stata segnalata una sorta di “invasione” di cormorani in Puglia, più che triplicati a causa della tropicalizzazione del clima (temperatura di 2,65 gradi superiore alla media storica), con ripercussioni economiche gravi per i pescatori e per gli allevamenti di pesce in mare aperto. Ogni cormorano può mangiare fino a 10 chilogrammi di pesce al mese, oltre 300 grammi al giorno. In quegli ecosistemi con pesci e uccelli nel variabile ruolo di prede e predatori ci sono da decine di migliaia di anni anche umani, noi abbiamo messo bocca ovunque.

Talvolta pesci e uccelli fanno parte del medesimo ecosistema e partecipano del medesimo delicato equilibrio di complessiva riproduzione, adattamento e resilienza. Non tutti i predatori sono da condannare assumendo solo il punto di vista delle prede. Certo, bisogna approfondire bene dinamiche ed effetti. Le specie si combinano con associazioni sia parassitarie o gerarchiche, sia simbiotiche o complementari; vi sono catene alimentari (trofiche) fra specie, qualcuna fa da sé, qualcuna si nutre di qualche altra, qualcuna solo di qualcuna che non fa da sé, qualcuna infine decompone rifiuti e carcasse; esistono anche ecosistemi separati con specie diverse; non abbiamo inventato noi i livelli trofici, la predazione e lo sfruttamento di energie accumulate da altre specie, le relazioni gerarchiche e le combinazioni fra le specie; fattori biotici e abiotici hanno continuato a esistere, vivere, evolvere senza relazioni fisiche dirette con la nostra specie. Non dobbiamo mai dimenticare che le gerarchie biologiche e ambientali sono sempre transitorie e mutevoli; la classifica non riflette una competizione generale e non è mai eterna; noi siamo divenuti via via più invadenti.

Noi peschiamo. In Europa Neanderthal e Sapiens si sono cibati sia di pesci che di uccelli, dipendeva da contesto e opportunità, talvolta considerandoli prede, talaltra comunque competitori. Ben presto abbiamo capito che era meglio attrezzarsi per la pesca, soprattutto quella di sopravvivenza, interpretando correttamente il contesto climatico e ambientale e sofisticandoci nelle relative tecniche efficaci. Gli ami sono divenuti parte essenziale dell’attrezzatura da pesca, ben prima che ci avventurassimo negli oceani con navi attrezzate e usassimo altri (discutibili) attrezzi. Le tipologie degli ami piccoli ancor oggi in commercio sono innumerevoli, cambiano in base alla preda, al luogo dove cacciarla, alle motivazioni non solo alimentari o commerciali del pescatore (esistono i pescasportivi, come noto). L’uncino dell’amo non è appetibile, punge. Per farlo agganciare dal pesce occorre ingannare l’animale, deve pensare di mettere la bocca su una cosa morbida, affascinante e gustosa. Pare che in decine di migliaia di anni, dapprima gli umani abbiano utilizzato gusci di lumaca, pezzetti di legno, poi rametti, ossa, conchiglie e via sperimentando, sia col bronzo che col ferro. 

A un certo punto della nostra presenza sul pianeta le modalità di pesca, individuale e collettiva, con le canne o con apposite navi, è cambiata profondamente. Spesso gli ami sono restati utili. Fra l’altro, abbiamo imparato a usare uccelli per cacciare pesci, vi sono ricerche e storie che ne trattano. Recentemente, è uscito un libro che le racconta in parte, prendendo spunto e approfondendo uno specifico fatto di cronaca nera, un furto da parte di un ladro di piume: Kirk Wallace Johnson, Il ladro di piume. Bellezza, ossessione e il colpo del secolo di storia naturale, traduzione di Sandro Ristori, Nutrimenti Roma 2023 (orig. 2018), pag. 407. Nel prologo siamo al museo privato di storia naturale di Tring (circa quaranta miglia a nord di Londra), il 24 giugno 2009. Il 20enne allampanato flautista statunitense Edwin Rist, dopo un proprio concerto alla Royal Academy of Music, realizza di notte l’ardito furto di 299 pelli di sedici preziose specie e sottospecie diverse di uccelli, puntava alle piume.

Non fu la prima né l’ultima rapina del genere, spiega Johnson, siamo all’interno di milionari bracconaggio e mercato illegali, lui cercava denaro per la propria vita. Però a Tring c’erano i fringuelli di Darwin e la collezione del grandenaturalista, geografo, esploratore e antropologo britannico Alfred Russel Wallace (1823-1913), uno dei padri dei meccanismi dell’evoluzione, altro che storie! Le fatiche attraverso cui Wallace riuscì a scovare, classificare, raccogliere e trasferire quegli esemplari animali dall’Asia insulare (dopo che i primi reperti di pelli, piante, insetti dall’Amazzonia erano andati persi), essenziali per comprendere la selezione infra-speciale e offrire spunti alle dinamiche di speciazione, sono una mirabolante avventura, in parte da lui stesso ricostruita e narrata, in parte materia di centinaia di volumi storici, in parte oggetto di migliaia di contributi scientifici. Alla loro conservazione molto contribuì un ricco rampollo dei Rothschild, proprio quando nelle ultime tre decadi dell’Ottocento centinaia di milioni di uccelli maschi vennero uccisi per usare le loro piume nel mondo e nel mercato della moda.

L’abolizione del commercio delle piume, lo statunitense Migratory Bird Treaty Act del 1918 e la Convenzione internazionale sulla conservazione di fauna e flora del 1933 furono poi una vittoria soprattutto di movimenti delle donne. Arrivarono poco dopo, però, alcuni pescatori con gli elaborati ami, artistici e colorati grazie alle piume. L’ossessionato Rist era bravissimo a costruirli e venderli. Un curioso scrittore andava a pesca a mosca con gli amici, ne conobbe il furto e cominciò a ossessionarsi per capirne il perché e il come. Il poco più che quarantenne sceneggiatore e giornalista (laureato in Lingue e Civiltà del Medio Oriente) Kirk Wallace Johnson (West Chicago, 1980), già funzionario della cooperazione allo sviluppo e fondatore dell’organizzazione no-profit di aiuto al reinsediamento dei rifugiati iracheni, nell’estate 2011 si trovava e pesca nelle acque del Red River (New Mexico), quando il mentore e amico Spencer Seim gli parlò di Edwin Rist, che aveva voluto mettere le mani sugli uccelli necessari per creare le mosce che entrambi usavano, appena quattro mesi dopo la sentenza sul furto.

Quella particolare peculiare rapina lo stregò, iniziò a studiare l’arte vittoriana di creare sugli ami riproduzioni di insetti per la pesca dei salmoni e a entrare in un sottobosco di fanatici e di venditori di piume sgargianti, di drogati e di appassionati di caccia grossa, di ex detective e dentisti dalla dubbia fama. Seguirono oltre cinque anni sfibranti di sacrifici, capillari ricerche d’archivio e sul campo, frequentazioni e incontri, trasferte e simposi, molte interviste a distanza e in presenza (spesso o a lungo rifiutate, il 26 maggio 2015 con Rist), finché non è arrivato questo interessante affascinante volume, uno splendido saggio narrato come un romanzo giallo noir con tutti i relativi espedienti letterari, ottima occasione per informarsi sugli ami.

Nella prima parte l’autore racconta le premesse dell’evento, il travagliato percorso scientifico che aveva condotto le piume al museo e le motivazioni commerciali dell’infatuazione per le piume da parte di gruppi di sapiens. Nella seconda parte l’attenzione si concentra sul ladro (da cui il titolo), la nascita e l’adolescenza statunitensi, il trasferimento musicale in Inghilterra, la passione per il flauto e la mania per gli ami a mosca, il furto meticolosamente preparato e poi l’uso della refurtiva, la lunga indagine poliziesca e la casuale soluzione del caso, l’arresto e il processo, l’accoglimento della “Difesa Asperger” e il rilascio di fatto senza una pena e senza aver rintracciato larga parte delle pelli e delle piume trafugate. La terza parte riguarda la ricerca dell’autore stesso per darci qualche elemento in più sulla verità, descriverci la situazione attuale di permanente dubbia legalità e perorare un punto di vista scientifico sulle umane ossessioni (anche relative alla pesca). In mezzo un ricco esplicativo inserto fotografico. In fondo una nota sulle fonti, la bibliografia e l’indice analitico.

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