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lunedì 20 aprile 2026

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa - Virginia Della Sala

 

Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali.

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lunedì 15 settembre 2025

La dipendenza è di per sé una droga - comidad

Si dice spesso, con l’aria di esibire una grande trovata, che le classi inferiori non possono rivendicare alcuna superiorità morale nei confronti delle classi dominanti. Infatti è un falso problema, in quanto la contestazione delle gerarchie sociali non ha nessuna necessità di basarsi su gerarchie morali. Non è un caso però che il sistema mediatico tenda continuamente a spostare la questione sul piano del moralismo spicciolo. Nel caso delle nozze di Jeff Bezos a Venezia si è chiaramente cercato di sollecitare indignazione per certe esibizioni di ricchezza, in modo da innescare il solito pretestuoso dibattito a vuoto tra pro e contro. Un rilievo infinitamente minore viene assegnato dai media al fatto che l’azienda di Bezos riscuote sussidi e agevolazioni fiscali in tutto il mondo. Nel momento in cui il carico fiscale pesa quasi esclusivamente sui contribuenti poveri, le spese di Bezos sono una questione direttamente politica e non astrattamente morale. Mentre Amazon pagava sempre meno tasse (come tutte le altre multinazionali), ha percepito oltre undici miliardi in aiuti governativi, e si tratta di una cifra molto sottostimata dato che tali contributi spesso non risultano trasparenti; ciononostante si rileva l’apparente incongruenza per la quale mentre Bezos a chiacchiere celebra il libero mercato, poi invece va continuamente in cerca di assistenzialismo da parte dei governi. L’incongruenza è solo apparente, poiché è del tutto ovvio che l’assistenzialismo per ricchi cerchi dei paraventi mitologici come il liberismo.

Si potrebbe obiettare che decine di miliardi di aiuti governativi sono nulla di fronte alle centinaia di miliardi di fatturato di Amazon. L’inconsistenza dell’obiezione sta però nel fatto che l’entità degli aiuti governativi risulta determinante se comparata con gli investimenti di un’azienda, non con i suoi fatturati o i suoi profitti finali. Inoltre, quando le quotazioni di un’azienda sono artificiosamente gonfiate, i soldi del governo sono quelli che consentono di distribuire dividendi agli azionisti, come si è visto anche nel caso Stellantis.

Gli aiuti governativi hanno effetti politici a catena, in quanto creano quel clima di “protezione” che agevola ogni rapporto dell’azienda con altre istituzioni, che così capiscono da che parte devono stare. Nel febbraio scorso il TAR del Lazio ha dimezzato una multa della AGCM (l’Antitrust) ad Amazon; ciò in base a un’argomentazione fumosa, cioè che la condotta dell’azienda sarebbe stata illecita ma non aggressiva. Il TAR del Lazio è recidivo, poiché già nel 2021 aveva annullato un procedimento della AGCM nei confronti di Amazon e Apple. Il cavillo utilizzato per annullare il procedimento e la relativa multa riguardava l’eccessiva lunghezza dei tempi, e la sentenza non era fondata su norme precise ma su alchimie analogiche. 

Il “segreto del successo” delle grandi aziende va ricercato nella loro attività per creare osmosi e reciproca dipendenza con la pubblica amministrazione. Nel 2021 la rivista online “Politico” calcolava che Amazon Web Services, allo scopo di ottenere contratti federali, aveva assunto oltre seicento funzionari governativi come premio di favori ricevuti. Va tenuto conto che non ci sono soltanto le assunzioni dirette di pubblici funzionari, ma anche fenomeni meno rilevabili, come le assunzioni di parenti e i contratti di consulenza.

La dipendenza è una componente fondamentale della potenza, quindi il potere reale è sempre una commistione di pubblico e privato, di legale e di illegale, ed anche di interno ed estero. Uno degli intoppi della scienza politica è l’eccessivo credito attribuito al concetto di Stato nazionale, dando per scontato che questo sia un soggetto definito. Il potere invece si articola in lobby che spesso intrecciano il personale di più Stati; come si vede tra USA e Israele, con politici e funzionari che esibiscono sfacciatamente da decenni una “doppia fedeltà”, come l’attuale ambasciatore USA in Israele.

Israele a sua volta segue una politica basata sulla crescita della dipendenza dagli USA; ma sarebbe altrettanto attendibile dire che sono gli USA a cercare la dipendenza da Israele. Il tutto si spiega se si tiene conto che USA e Israele sono soggetti astratti, mentre la lobby che li accomuna è un soggetto concreto.

Anche in Italia abbiamo visto come la ricerca della dipendenza dai “vincoli esterni” sia diventata la ragion d’essere delle oligarchie nostrane, che cercano di integrarsi con lobby sovranazionali. Sarebbe improprio definire ciò come strategia, poiché la dipendenza dà assuefazione, quindi può essere perseguita in automatico, persino quando non è più vantaggiosa. Nel caso di Macron il tentativo di riaffermare la dipendenza europea dalla “protezione” statunitense ha assunto toni di regressione infantile. In una conferenza stampa un Macron in versione Pollicino ha paragonato Putin a un “orco”, e ha concluso che lui e Merz a fine settimana sarebbero corsi a cercare rifugio tra le braccia di papà Trump.

Si parla spesso di dipendenza dalla droga, ma la stessa dipendenza può essere una droga. Una persona che abbia potere e ricchezza si abitua a essere servita, a non fare più nulla in modo diretto. La dipendenza del padrone dal suo servo è da secoli un argomento di ricerca filosofica e di narrazione letteraria. Il caso Epstein è rilevante non tanto per il fatto che tanti VIP siano dei depravati (questa sarebbe una scoperta dell’acqua calda), bensì per l’incapacità dei potenti di coltivare e organizzare da soli i propri vizi, affidandosi invece ai servigi di potenziali ricattatori.

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venerdì 19 aprile 2024

L’impatto culturale di Amazon - Leonardo Animali

 

Un’area definita ad “elevato rischio di crisi ambientale” nella quale una raffineria di petrolio è circondata da altri impianti industriali, allevamenti intensivi, una centrale a turbogas e un aeroporto si prepara ad accogliere l’ennesimo polo logistico Amazon. Poco importa se aumenterà il traffico pensante su una rete stradale già congestionata, se ci sarà un rincaro del mercato immobiliare e se crescerà il lavoro precario… Accade nelle Marche. Scrive Leonardo Animali: “L’impatto più pesante di Amazon in questo territorio, non sarà tanto quello ambientale e paesaggistico, ma quello culturale… Non emerge nessun altra riflessione, se non quella dell’impossibile riconversione di questi territori all’industria del turismo…”

 

Ottimismo ed entusiasmo. Sono questi i sentimenti che si percepivano alla Coppetella il 28 marzo, durante l’attesa del viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami. La Coppetella è una zona della bassa Vallesina, attraversata dal fiume Esino. Quello che l’imperatore Federico II di Svevia, nato a Jesi il 26 dicembre 1194, propose alle autorità jesine del tempo, in un gesto di riconoscenza per i natali avuti, di trasformare in un canale navigabile, dalla foce fino a Jesi; così almeno narra la storia mista a leggenda. Una moderna infrastruttura per quel tempo, capace di dare una impulso commerciale ed economico alla città, e di competere con la portuale Ancona. Ma gli jesini del Basso Medioevo, scelsero l’altra opzione che lo “Stupor Mundi” mise sul piatto: il conferimento del titolo prestigioso di “Città Regia”. Sarà per questa scelta di quasi mille anni fa, che i marchigiani hanno sempre avuto un desiderio di riscatto da quella rinuncia, tanto da continuare a voler costruire ancor oggi strade inutili.

Mentre a Jesi, con la giunta di destra, qualche anno fa, l’identitario titolo di “Città Regia”, è stato persino inserito nello Statuto Comunale, al pari del valore costituzionale dell’antifascismo. Ma dal XIII secolo, la Vallesina rimasta senza canale navigabile, fino al boom industriale del secondo Novecento, fu nota a livello economico per le piantagioni di cavolfiori e carciofi, che crescevano sui campi pianeggianti a ridosso dell’asta fluviale; non a caso nei generi ortofrutticoli, si distinguono il “carciofo precoce Jesi” e “il cavolfiore precoce Jesi”, del cui antico seme, non manipolato geneticamente dalla Monsanto, sarebbe gelosa custode certamente Vandana Shiva. Ma poi con lo sviluppo industriale, il territorio un tempo a vocazione agricola, ha lasciato il posto al manifatturiero, all’industria agroalimentare, e alla meccanica, che hanno fatto del contadino un lavoratore di serie B. E oggi, dall’estuario dell’Esino fino alla montagna della Gola della Rossa verso il fabrianese, lungo il fiume si susseguono solo segni di un’attività antropica fortemente impattante, che fanno di questo territorio da Ancona fino a Jesi, una zona AERCA (Area ad Elevato Rischio di Crisi Ambientale).

Partendo dalla foce del fiume, troviamo la raffineria API (una mini-Ilva di Taranto), zone artigianali ed industriali, gli allevamenti avicoli intensivi di Monteroberto, Jesi e Falconara Marittima del gruppo Fileni, l’aeroporto delle Marche, l’Interporto Marche, i 30 ettari da bonificare dell’ex zuccherificio Sadam del gruppo Maccaferri, la centrale Turbogas di cogenerazione a metano della Edison (oggi spenta), e tra poco il primo impianto delle Marche “End and waste” per rifiuti pericolosi e contaminati a Jesi. Si arriva così, risalendo circa 50 chilometri di fiume, a Serra S.Quirico, dove fino al 2048 le montagne verranno spolpate dalle cave di calcare massiccioE tra un anno, proprio alla Coppetella, verrà inaugurato il nuovo totem del rilancio occupazionale di questo territorio, perno di quella che il presidente della Regione Acquaroli definisce la “transizione economica”: l’undicesimo polo logistico italiano Amazon, la cui struttura di staglia già visibile in mezzo alla pianura, con i suoi 25 metri di altezza e 66 mila mq di superficie, e 300 metri di lunghezza.

Sotto un cielo da Triduo Pasquale, ad attendere il viceministro Bignami, c’era davvero tutta la cosiddetta classe dirigente di questo territorio, per la stretta di mano e la foto opportunity. I venti sindaci dei Comuni della Vallesina, capitanati da quello di Jesi Lorenzo Fiordelmondo, mezza giunta regionale, il presidente della Provincia e quello della Camera di Commercio delle Marche, il Presidente dell’Interporto Marche Massimo Stronati, vero artefice della concretizzazione dell’arrivo di Amazon, con i due componenti del cda, tutto di nomina regionale a marchio Fratelli d’Italia-Lega, Roberta Fileni vicepresidente dell’omonimo gruppo industriale leader degli allevamenti avicoli, e Gilberto Gasparoni, segretario regionale di Confartigianato. Non c’è nessuna autorità religiosa, come peraltro già avvenuto in occasione della posa della prima pietra del cantiere l’anno prima; perché, come spiegarono i vertici Amazon, essendo la multinazionale laica, non invitano mai i rappresentanti religiosi del Paese in cui mettono fondamenta.

 

La ragione della convocazione del 28 marzo, con gli onori di casa fatti dall’ad di Amazon Italia Logistica Lorenzo Barbo, era la visita al cantiere avviato il 24 maggio del 2023, con lo scopo non solo di illustrare lo stato dei lavori, ma anche di ribadire che per questo territorio Amazon sarà la panacea di tutti i mali, un farmaco del capitalismo senza alcuna controindicazione. La vicenda industriale è iniziata nel 2021, quando il Comune di Jesi era amministrato dal sindaco “civico” Massimo Bacci ma che, per la prima volta, dal 2012 portò sotto evolute spoglie, gli eredi del Movimento Sociale Italiano al governo della città per dieci anni, scalzando dopo decenni la sinistra. Un lungo tira e molla tra Regione, già a trazione meloniana, Comune e Interporto Marche (proprietario della stragrande maggioranza delle aree), guidato allora da un cda espressione della giunta regionale del Pd. Un percorso amministrativo con notevoli e complessi problemi urbanistici, che ad un certo punto fu sul punto di far fallire l’operazione, con le classiche accuse da ‘tutti contro tutti” tra i diversi protagonisti, che portarono Amazon a minacciare di dirottare la propria scelta verso la Spagna. Ma le malelingue della politica, narrano che ci furono diversi movimenti in Regione per provare a spostare il polo Amazon verso il piceno, forte roccaforte meloniana, e zona in forte crisi occupazionale. Ma, i meglio informati, raccontano che a premere sulla Regione per far saltare l’arrivo a Jesi del colosso di Seattle fondato da Jeff Bezos, sia stato il “sempreverde” potere industriale fabrianese, sostenitore elettorale del presidente di Fratelli d’Italia. La ragione molto semplice: la preoccupazione, considerata la strutturale depressione economica, sociale e occupazionale di Fabriano, iniziata dal 2009 e mai arrestatasi, per una migrazione verso la Vallesina alla ricerca di nuovo lavoro, con una conseguente forte flessione demografica di una città che da anni sta perdendo abitanti a causa della situazione occupazionale. Ma oramai è fatta.

“In tre anni – ha illustrato dentro l’esoscheletro del costruendo edificio l’ad Lorenzo Barbo – verranno creati mille posti di lavoro, con una retribuzione di 1780 € lordi mensili, più benefit aggiuntivi; in particolare daremo spazio al 35% di occupazione femminile, una quota molto più elevata della media del 22% del settore. All’interno di questo polo impiegheremo le più recenti tecnologie di robotica, e verrà sviluppato un ambiente di lavoro inclusivo, con annessa la mensa e un parcheggio con mille posti auto dotato di colonnine per la ricarica elettrica dei veicoli. Per Amazon il rapporto con il territorio, la transizione ecologica e la sicurezza sul lavoro sono coordinate prioritarie”. Infatti proprio l’estate scorsa, a 2 mesi dalla posa della prima pietra del cantiere, il 20 luglio qui alla Coppetella ha perso la vita Ciro Adinolfi, operaio specializzato di 75 anni che lavorava nel cantiere per conto di una ditta esterna, a seguito di un malore fatale dovuto al forte caldo di quelle giornate. Chissà poi se il lavoro sarà come quello annunciato dall’amministratore delegato, o come quello raccontato dal giornalista Andrea Rossi su La Stampa qualche mese fa? O se chi sta troppo in bagno verrà sanzionato? Tre anni fa, alla notizia dell’arrivo di Amazon, la politica “sparava” la notizia di qualche migliaio di posti di lavoro, ma ora i posti di lavoro sono stati ridimensionati a 1000 in tre anni. Ma nella “processione” istituzionale dentro al cantiere, il pourparler degli amministratori locali era perlopiù rivolto alle prossime elezioni amministrative del 9 giugno, che vedrà molti di loro ricandidati o meno, rieletti o meno.

Quello di cui non si è parlato, ma sono le questioni che più preoccupano gli abitanti del territorio è l’aumento del traffico pesante rispetto alla rete infrastrutturale già fortemente congestionata, compreso il casello A14 Ancona Nord, a pochi chilometri dal polo Amazon. Una rete stradale già ritenuta insufficiente rispetto all’aumento dei carichi di traffico pesante, e di quello veicolare, considerato che i mille nuovi occupati, non avranno alcuna alternativa per raggiungere il luogo di lavoro, se non l’automobile. Durante la visita al cantiere è stato fornito il dato di 18 camion all’ora in entrata e in uscita da Amazon. Una cifra comunque molto diversa da quella fornita due anni fa dall’amministrazione comunale jesina a guida Bacci, che parlava di 100 camion al giorno, perché quello illustrato il 28 marzo scorso alla Coppetella equivale invece a 432 camion giornalieri.

L’altro aspetto che preoccupa è quello del rincaro del mercato immobiliare, specie per le locazioni, a Jesi e paesi limitrofi. Una lievitazione dei canoni già iniziata all’arrivo delle centinaia di lavoratori delle ditte coinvolte nel cantiere, ma che aumenterà in vista dell’arrivo da fuori della nuova occupazione. Quello che sconcerta è che dalla politica marchigiana, in questi tre anni non si è levata una voce di perplessità sulle diverse “controindicazioni” dell’arrivo di Amazon. Neanche da sinistra, se non qualche mugugno dentro la maggioranza politica jesina, ma debitamente soffocato in nome della ‘ragion di stato’. Eppure, l’esperienza dello stabilimento di Castelguglielmo in provincia di Rovigo, aperto nel 2020, dovrebbe far sorgere qualche inquietudine, considerati i risvolti in tutto quel territorio dopo due anni e mezzo dall’apertura: l’aumento esponenziale del numero di precari che ha superato quello dei lavoratori con contratto stabile; contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi, l’impiego di maestranze in lavori poco qualificati unito a un ricambio continuo di lavoratori; lì a cinque mesi dall’apertura, i lavoratori a somministrazione arrivati tramite agenzia interinale erano l’84% degli occupati, un anno dopo il 53%. Anche lì l’aumento del 30% del prezzo degli affitti, e la difficoltà a trovare alloggi a cifre abbordabili in tutta la provincia, in cui una stanza singola è arrivata a costare fino a 400 euro.

Da ricerche fatte, nelle aree di insediamento Amazon in Italia, il reddito medio è compreso tra i 14 e i 20mila euro, mentre nelle Marche, nel 2022 il reddito medio dichiarato è stato 21.345 euro. Quindi, come dimostrato in altre zone d’Italia, l’arrivo di Amazon con la tipologia di contratti che applica, porta a un impoverimento generale del territorio. Ma tutti a Jesi sperano che l’economia marchigiana, grazie ad Amazon, torni a correre. Sono già ora nella regione 600 le imprese presenti sullo store Amazon, con circa 30 milioni di euro di vendite all’estero nel 2023. La visione della politica rispetto a questa operazione, può essere riassunta in un passaggio dell’intervento del sindaco di Jesi (Pd), durante il sopralluogo sul cantiere: “Sono convinto che Amazon ci aiuterà ad immaginare il nostro territorio in modo diverso. La scelta di Jesi dimostra che siamo un territorio attrattivo, si realizzerà un’occupazione non solo quantitativa, ma qualitativa, attenta alla differenza di genere, e soprattutto dal forte valore sociale, perché per molti soggetti ai margini e svantaggiati, rappresenterà un ascensore sociale e la realizzazione di un’aspettativa di vita”. Una riflessione che stride non poco, pensando alla storia del lavoro e delle lotte dei lavoratori che per decenni hanno fatto di questo territorio un esempio in termini di diritti, di emancipazione, di fierezza nei confronti dei padroni e dei loro capitali, e che ha visto sindaci bloccare i binari delle ferrovia assieme agli operai durante storiche crisi aziendali. Si, perché poi in fondo, l’impatto più pesante di Amazon in questo territorio, non sarà tanto quello ambientale e paesaggistico, ma quello culturale. La vicenda di Jesi è la prova che la visione della classe dirigente per il futuro del lavoro dei prossimi decenni, non va oltre quella messa sul piatto da Amazon. Non emerge nessun altra riflessione, se non quella dell’impossibile riconversione di questi territori all’industria del turismo. In una regione che tra il 2020 e il 2021, in meno di due anni, ha visto 16.000 marchigiani under 35 trasferirsi definitivamente all’estero o in altre regioni: come se all’improvviso nelle Marche fosse sparita una città grande come Porto S.Giorgio; anche il dato del 2023 non è migliore o più rassicurante, rispetto al saldo migratorio generale, e non solo giovanile. E questa classe dirigente, sintomo allarmante, quasi da TSO, pensa davvero che l’approdo di Amazon frenerà l’emorragia demografica, o che il sogno dei propri figli e nipoti, per i quali magari hanno fatto sacrifici economici perché abbiano ottimi livelli formativi, sia quello di restare nelle Marche perché c’è Amazon.

Ad ascoltarli, e anche nel vederli in azione, questi personaggi che svolgono funzioni pubbliche importanti e delicate nelle istituzioni, non si può non pensare al titolo di un album di Giorgio Gaber, “Anche per oggi non si vola”. Ad voler essere generosi con loro, ma quasi offensivi con Giorgio Gaber.

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martedì 5 luglio 2022

Come ti dipingo di verde qualsiasi cosa (anche un secchio di rifiuti) - Grig

 

Oggi non esiste complesso turistico-edilizio, magari a due passi dal mare, che non venga descritto come ecosostenibile.

Oggi non esiste attività commerciale che non venga definita attenta ai valori della sostenibilità.

Oggi non esiste attività agro-industriale che non venga indicata come Natura crea.

Oggi anche gli allevamenti intensivi si premurano di dire che i polli sono allevati all’aperto e senza uso di antibiotici.

Oggi anche la caccia, dove si uccide per divertimento e non più per necessità alimentare, vien dipinta come ambientalmente sostenibile.

Oggi non esiste produzione energetica che non sia finalizzata alla lotta ai cambiamenti climatici.

Oggi, chiunque voglia vendere bene l’immagine di qualsiasi cosa, anche la peggiore porcata, la deve dipingere di verde.

Greenwashing.

Oggi, se vuoi davvero difendere il tuo ambiente e la tua salute, se vuoi fare la tua parte per difendere la nostra Terra, devi metter in funzione cervello e senso critico e provare a guardar dietro la facciata dipinta di verde.

Noi lo facciamo.


Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

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martedì 7 settembre 2021

Amazon è il simbolo dello spreco capitalista - Paris Marx

Quest’anno il Prime day di Amazon [di per sé un monumento allo spreco] è stato il 21 e 22 giugno. Mentre i mezzi d’informazione hanno regalato al monopolista del commercio elettronico mondiale una valanga di pubblicità gratis – informando i lettori sui grandi affari che avrebbero potuto fare in quei due giorni comprando articoli scontati su Amazon (a volte inserendo perfino i link agli acquisti) – il canale britannico Itv News ha mandato in onda un servizio che ha spinto il pubblico a pensarci due volte prima di abbandonarsi al consumismo. Nell’inchiesta di Itv News il corrispondente Richard Pallot ha rivelato che il magazzino di Amazon a Dunfermline, nell’est della Scozia, distrugge ogni anno milioni di prodotti invenduti. Molti di questi prodotti non erano stati neanche tirati fuori dall’imballaggio.

Un lavoratore di Amazon protetto dall’anonimato ha raccontato a Pallot: “Il nostro obiettivo è distruggere 130mila oggetti ogni settimana”. Un documento conferma che in sette giorni sono stati contrassegnati per lo smaltimento 124mila prodotti, e solo 28mila per le donazioni. Un dirigente ha rivelato a Pallot che in poche settimane sono stati distrutti fino a 200mila oggetti. Secondo il lavoratore anonimo circa metà era composta da prodotti restituiti, spesso in buone condizioni, mentre l’altra metà era rappresentata da quelli nuovi, alcuni di buona qualità. “Ventilatori Dyson, aspirapolvere, qualche computer MacBook o iPad. L’altro giorno abbiamo fatto sparire ventimila mascherine ancora dentro le confezioni. Non ha senso”, ha dichiarato. Alcuni prodotti finiscono negli impianti di riciclaggio, ma la maggior parte va direttamente nelle discariche.

 

Lo spreco rivelato dall’inchiesta di Itv News non è limitato ai centri logistici di Amazon nel Regno Unito, e la società di Jeff Bezos non è la sola colpevole. Il rapporto mette in evidenza la frattura tra l’immagine che l’azienda cerca di trasmettere e il modo in cui si comporta realmente, ma sottolinea anche la profonda inefficienza della nostra economia del consumo.

Il magazzino di Dunfermline è solo uno dei 24 centri logistici Amazon nel Regno Unito. In tutto il mondo l’azienda gestisce attualmente più di 175 magazzini, e ne sta costruendo altri nel tentativo di capitalizzare l’aumento delle vendite durante la pandemia. È impossibile stabilire con precisione quanti prodotti siano distrutti, ma è innegabile che succeda. E Itv News non è la prima a documentarlo. Nel 2019 un documentario della rete francese Rtl rivelava che in Francia nel 2018 Amazon aveva fatto sparire più di tre milioni di prodotti. Uno dei centri logistici più piccoli del paese, a Chalon-sur-Saône, ne aveva distrutti 293mila in nove mesi. C’erano libri, confezioni di pannolini, costosi set Lego e perfino televisori della Lg ancora nelle confezioni originali.

Come Itv News, Rtl aveva scoperto che tra le cause dello spreco c’era l’aumento dei costi di stoccaggio che Amazon impone ai venditori terzi per tenere i loro prodotti nei suoi magazzini. I venditori sono invitati ad approfittare di questa opzione perché garantisce una migliore visibilità sulla piattaforma, ma Rtl aveva raccontato che il costo di un metro di spazio in un magazzino di Amazon era salito alle stelle, e questo spingeva i venditori a distruggere i loro prodotti invenduti. Per rimuoverne uno un venditore avrebbe dovuto spendere 17 sterline, per mandarlo al macero invece avrebbe pagato 13 centesimi.

 

Anche l’emittente pubblica tedesca Das Erste ha pubblicato un’inchiesta condotta da Greenpeace in occasione del Prime day, concentrandosi sul centro logistico di Winsen, nella Bassa Sassonia. Il servizio ha rivelato che ai lavoratori di Amazon veniva chiesto di tirare fuori prodotti integri dalle confezioni e perfino di danneggiarli intenzionalmente, in modo da poterli distruggere in base alle leggi tedesche sull’economia circolare.

Negli Stati Uniti l’azienda di Jeff Bezos vende alcuni prodotti usati, restituiti, danneggiati in magazzino e a volte anche nuovi attraverso la sezione “Warehouse deals” presente sul suo sito. Inoltre, in occasione delle “Amazon liquidations”, propone interi bancali di prodotti restituiti. Ma non sappiamo quanti oggetti siano rivenduti e quanti semplicemente distrutti.

Cosa ci dicono queste rivelazioni a proposito di Amazon? L’azienda sostiene di essere costruita per soddisfare i clienti. Ma è solo propaganda. Aumentando le tariffe per i venditori, infatti, Amazon rende le merci più costose, e nel frattempo aumenta i suoi ricavi. È concentrata sul consumatore solo fino a quando questo metodo è allineato al suo obiettivo principale, quello di massimizzare i profitti e l’espansione aziendale.

Anche se ci fidassimo della parola di Amazon, resterebbe comunque un problema: la quantità di rifiuti provenienti dai centri logistici dimostra che l’ottimizzazione a beneficio del consumatore produce effetti collaterali peggiori di quello che pensavamo. L’ossessione di Amazon per il consumatore crea inoltre un ambiente pericoloso per i lavoratori dei magazzini e per i fattorini. Il ricambio del personale all’interno dei centri logistici ha un ritmo forsennato. Il tasso d’infortuni negli Stati Uniti è il doppio della media nel settore. I lavoratori sono costantemente monitorati e possono essere facilmente licenziati se non raggiungono gli obiettivi. Spesso durante un turno non hanno il tempo di andare in bagno.

 

Oltre ai danni inflitti ai lavoratori, il modello imprenditoriale di Amazon ha enormi conseguenze per l’ambiente. Negli ultimi anni l’azienda ha sbandierato la promessa di azzerare le emissioni nette entro il 2040 e ha detto di voler investire due miliardi di dollari per sviluppare “prodotti, servizi e tecnologie in grado di proteggere il pianeta”. Ma al tempo stesso ha licenziato due dipendenti che chiedevano di adottare misure più incisive per contrastare la crisi climatica durante la pandemia, e non ha mantenuto gli impegni presi in precedenza.

Ora ci sono prove schiaccianti del fatto che Amazon mandi al macero merci integre. Tra l’altro si tratta soprattutto di prodotti elettronici, molto difficili da riciclare perché, quando finiscono nelle discariche, possono rilasciare sostanze chimiche pericolose. Ma è già abbastanza grave che siano gettati via pannolini e mascherine nuove.

Fare luce su Amazon è importante, ma il problema non si limita a un’unica azienda. Nel consumo di massa, che è cruciale per il nostro sistema economico, c’è un difetto strutturale.

Spesso ci dicono che il capitalismo basato sul libero mercato è il modo più efficiente per far funzionare un’economia. Tuttavia, dentro la catena produttiva del just-in-time (un sistema di produzione industriale in cui si riforniscono subito i pezzi all’unità di montaggio, senza creare grosse scorte di magazzino) ci sono quantità enormi di generi alimentari scartati e oggetti di consumo. Potrebbero essere dati alle persone che ne hanno bisogno, o forse non avrebbero mai dovuto essere prodotti. E invece no.

Oltre ad Amazon, anche la catena di supermercati Tesco è finita nell’occhio del ciclone per lo spreco che generava, e negli ultimi anni si è impegnata concretamente a ridurlo. L’azienda di vendita al dettaglio Target è stata multata in California per aver smaltito illegalmente per anni pericolosi rifiuti elettronici. Aziende come la Cartier e la Nike hanno ammesso di distruggere i prodotti invenduti in modo da mantenere alto il valore di quelli in commercio. I marchi di abbigliamento mandano al macero milioni di capi ogni anno. E questa è solo la punta dell’iceberg.

I venditori al dettaglio e i ristoranti gettano via immense quantità di prodotti ogni anno, anche perché la loro stessa esistenza si basa su una cultura dell’usa e getta. Tutti noi siamo condizionati a sostituire continuamente gli oggetti. Così come Amazon ha creato un ambiente in cui lo spreco è un modo come un altro di fare soldi, noi abbiamo costruito un’economia in cui è sensato produrre in eccesso o gestire in modo errato la produzione.

Il modello di Amazon, basato sulla spedizione di grandi quantità di prodotti in piccoli pacchi consegnati direttamente a casa entro pochi giorni, se non poche ore, oggi non è sostenibile e probabilmente non lo sarà mai. Ma è la conseguenza di una spinta che dura da decenni ad anteporre i prezzi bassi a tutto il resto e a considerare i lavoratori e l’ambiente come elementi sacrificabili in virtù del profitto.

Per cambiare questi princìpi basilari del nostro sistema non basterà modificare il nostro modo di fare acquisti né introdurre nuove tasse per arginare le grandi aziende. Servirà un profondo ripensamento del modo in cui funziona la nostra economia.

 

Questo articolo è uscito sul numero 1416 di Internazionale

(traduzione di Andrea Sparacino dall’originale pubblicato su TribuneRegno Unito)

https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/08/13/amazon-e-il-simbolo-dello-spreco-capitalista/

martedì 29 maggio 2018

Il Prime Day di Amazon lo organizziamo noi



Pubblichiamo, grazie a connessioniprecarie.org , l’appello rivolto dai lavoratori e dalle lavoratrici di Amazon in Spagna ai lavoratori e alle lavoratrici di Amazon in tutta Europa per un giorno di sciopero nella seconda settimana di luglio, durante il Prime Day. Sul sito Amazon en lucha si può trovare l’appello tradotto in diverse lingue. Qui invece l’invito Addio Amazon.

Cari compagni, care compagne,
si sta diffondendo in tutta Europa la lotta contro gli abusi della multinazionale Amazon e a favore di una distribuzione dei suoi profitti. Nonostante la strategia dell’azienda di aprire nuovi centri in paesi «sindacalmente più tranquilli», la durezza delle condizioni di lavoro sta portando sempre più lavoratori a ribellarsi.
In Polonia Amazon approfitta di una rigida legislazione anti-sciopero per imporre salari miserabili. In Germania continua la lotta per un accordo collettivo che garantisca i diritti di tutti i lavoratori indipendentemente dal loro magazzino. In Francia vanno avanti le misure di controllo del tempo e del rendimento dei lavoratori. In Spagna, una volta decaduto il contratto collettivo precedente, nuove condizioni lavorative sono state imposte unilateralmente dall’azienda nel suo principale centro logistico. In Italia la precarietà è ormai la norma e migliaia di lavoratori occasionali sono impiegati nei suoi centri logistici. Nel resto del mondo Amazon sta facendo la storia, ma solo per la scarsa distribuzione dei suoi profitti milionari.
Nello scorso marzo nel centro Madrid abbiamo iniziato un’intensa lotta per riconquistare un contratto collettivo che salvaguardi i nostri diritti e stabilisca le migliori condizioni lavorative che meritiamo. Il 21 e 22 marzo abbiamo proclamato uno sciopero che è stato sostenuto da più del 95 per cento dei lavoratori e delle lavoratrici. Da allora abbiamo continuato con la nostra mobilitazione per fare pressione sull’azienda.
Tuttavia, sappiamo che Amazon sta utilizzando la sua rete logistica europea per ridurre gli effetti dei nostri singoli scioperi. Noi a Madrid crediamo che solo lottando insieme potremo conquistare ciò che rivendichiamo. Allo stesso modo, solo con un’azione unitaria europea anche i lavoratori non sindacalizzati potranno organizzarsi.
Per questi motivi stiamo promuovendo l’idea di uno sciopero generale europeo nella seconda settimana di luglio, quando si svolge il Prime Day, nel quale Amazon programma di vendere milioni di prodotti, in uno dei suoi giorni di vendita maggiori. Se lavoratori e lavoratrici di tutta Europa non otterranno ciò che stanno rivendicando, quella giornata non avrà luogo.
Nelle prossime settimane contatteremo tutti i centri per discutere l’idea e concordare la forma di questa storica mobilitazione.
Salute e lavoro degno per tutti i lavoratori e le lavoratrici di Amazon! Fino alla vittoria!
da qui

martedì 20 marzo 2018

Sottrarsi al dominio del mercato - Paolo Cacciari



I difficili e faticosi tentativi di creazione di forme di impresa e di economie diverse da quelle dominanti possono incorrere in due opposte possibilità di fallimentonon riuscire a raggiungere una redditività minima vitale, oppure essere catturati dai meccanismi e dalle logiche usuali del mercato. Camminare lungo questo crinale senza scivolare in uno o nell’altro precipizio è la vera arte dell’operatore dell’impresa eco-solidale. Non un mero gioco di equilibrio, di compromessi e di compensazioni, ma un talento particolare, frutto di motivazioni soggettive profonde e di intenzioni che travalicano la stessa intrapresa. Un desiderio di lavoro liberato e utile per sé stessi e per gli altri.
Alcune notizie di questi giorni confermano la vita incerta dell’economia ecosolidale. Il colosso francese della grande distribuzione Carrefour ha aperto nei suoi supermercati  un  banco di varietà agricole autocertificate, prodotte da associazioni di piccoli contadini biologici, chiamato “Marché interdit” (vedi l’articolo di Teodoro Margarita, Caso Carrefour, semi “velenosi” per il mondo bio,sul supplemento “il Gambero Verde”  del quotidiano «il manifesto»). Come se da noi Esselunga facesse un accordo per commercializzare i prodotti dei contadini di Genuino clandestino!
Sempre in questi giorni, proprio il quotidiano il manifesto, autogestito dai giornalisti in forma cooperativa e appena uscito da una crisi finanziaria gravissima, è stato subissato da proteste dei suoi lettori per aver pubblicato una pagina a pagamento di pubblicità delle associazioni venatorie a favore della caccia. La direzione del giornale ha rivendicato la scelta affermando che quel che conta è non essere influenzati dagli inserzionisti. Produttori di armi, in questo caso. Ci mancherebbe!
Altro caso che fa discutere. Il marchio Fair Trade è da tempo sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo, ma ora il consorzio CTM-AltroMercato ha fatto un nuovo passo stipulando un contratto diretto con Amazon per la distribuzione domiciliare dei suoi prodotti.  Nel comunicato con cui il Consiglio di Amministrazione di CTM informa della decisione i suoi soci e la rete dei negozi affiliatiammette che Amazon “non è un canale ‘neutro’ nella percezione di molti di noi”,ma aggiunge che la politica commerciale impone “una strategia tesa a raggiungere il numero maggiore possibile di consumatori con i propri prodotti”.  In tal modo CTM raggiunge gli obiettivi di “un miglioramento sia della marginalità derivante da questo cliente [Amazon] (particolarmente preziosa in questa fase), sia della possibilità di utilizzare le pagine prodotto [pubblicate sulla piattaforma markerplace] per spiegare in maniera completa ed esauriente i valori dei nostri prodotti”. Da qui il via libera all’uso dei canali di distribuzione non propriamente allineati ai principi etici del commercio equo e solidale.
Potremmo continuare a lungo citando vari casi di ruzzoloni sul pendio scosceso del mercato. Basti pensare a taluni “sistemi di scambio non monetari” (le cosiddette monete alternative), nati come strumenti di difesa delle economie locali dal giogo finanziario ed oggi partecipati da banche commerciali. Basti pensare al biologico. Trent’anni fa i primi contadini pionieri del settore erano considerati trogloditi  anarcoidi che rifiutavano le meraviglie della chimica in agricoltura. Oggi il biologico è prodotto industrialmente e venduto dalla grande distribuzione. Attenzione, quindi, si può morire anche di troppo successo! Tra l’insignificanza e la cooptazione c’è un grande spazio d’azione.

Ciò che dovrebbe caratterizzare l’economia ecosolidale, infatti,  non riguarda solo la qualità dei valori d’uso dei beni e dei servizi prodotti e offerti ai fruitori finali, ma l’intero ciclo produttivo e distributivo. In particolare la differenza con il sistema economico dominato dalle regole della proprietà e del mercato (competizione, profittabilità, massima redditività dell’investimento) consiste nella natura dei rapporti sociali che si instaurano tra i diversi attori lungo tutta la filiera. Si sa, banalmente, che un pomodoro può essere buonissimo e sanissimo, ma prodotto da lavoro schiavo o provenire da terre così lontane da provocare impatti ambientali  insostenibili. Al contrario, paradossalmente, una cooperativa di lavoratori potrebbe fabbricare un carro armato Leopard completamente “biologico”, con lamiere di acciaio riciclato e vernici ad acqua, ma rimarrebbe pur sempre un carro armato.
Il ragionamento non è poi così strampalato se estendiamo lo sguardo alle politiche per l’ambiente e del welfare, come fa papa Bergoglio in un suo splendido discorso pronunciato nella udienza con i rappresentanti del Movimento dell’Economia di comunione: Non si dirà mai abbastanza: il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare (…). Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno gli ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema raggiungerà il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!”.  Pertanto: “L’Economia di comunione non deve soltanto curare le vittime (…) ma puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico- sociale” (Vaticano, 4/2/2017). La filantropia ha lo stomaco peloso!
L’economia ecosolidale in genere (sia quella produttiva di beni materiali che quella che fornisce servizi di cura, formazione, svago … ) non va intesa come un settore economico tra gli altri, sussidiario, complementare, che copre uno spicchio lasciato libero (spesso solo momentaneamente) dal mercato, ma come qualche cosa di qualitativamente e strutturalmente diverso, potenzialmente alternativo. Questa è la grande ambizione dell’economia solidale: essere un modello alternativo al sistema economico convenzionale. RIPESS, che è la rete intercontinentale dell’Economia solidale, scrive: “L’economia solidale promuove un diverso paradigma di sviluppo, persegue la trasformazione del sistema economico capitalista neoliberista in un altro che pone al centro le persone e il pianeta”. (RIPESS,  Global Vision for a Social and Solidarity Economy: Convergences and Differences. In “Concepts, Definitions and Frameworks”, 2015).
Dalle ricerche sociologiche sulle esperienze di imprese ecosolidali emerge che, fondamentalmente, la molla che fa scattare, in molti giovani e in non pochi adulti maturi, la voglia di intraprendere pratiche di resistenza e di sopravvivenza con un maggior margine di autonomia è il bisogno di svolgere un’attività iscritta in una cornice di sensoAttività attraverso cui le persone cercano di liberarsi dalla oppressione, dalla subalternità, dalla dipendenza economica del mercato. George Caffentzig e Silvia Federici hanno scritto: «Le iniziative di commoning sono qualche cosa di più di un semplice argine contro gli assalti neoliberisti alle nostre vite. Esse sono semi, forme embrionali di un modo alternativo di produzione in divenire»(Creare beni comuni e mondi nuovi).
Per quanto fragili, minute e spesso isolate le esperienze di economia solidale sono importanti perché dimostrano che è possibile creare attività e circuiti economici su presupposti etici diversi: esperienze che cambiano in profondità le persone, che creano consapevolezza, responsabilità, impegno. La dimensione psico-spirituale è, quindi, consustanziale dell’attività ecosolidale, decisiva per aumentare le capacità di autodeterminazione e di autostima degli individui. Solo in questo contesto il lavoro può liberarsi e assumere un significato di creatività e dono. Così come l’atto del “consumo” diventa una valutazione introspettiva dei propri bisogni e desideri e partecipazione attiva alla loro soddisfazione. Insomma, tutto un altro modo di rapportarsi a sé, agli altri, alla biosfera, al cosmo (vedi Ina Praetorius, L’economia è cura).

In concreto: chi sono i protagonisti delle economie trasformative, i nostri beniamini che hanno il coraggio di sfidare le regole del mercato? Contadini biologici, permacultori, agricoltori sociali, gasisti e cittadini che si organizzano a sostegno dell’agricoltura contadina transizionisti (gruppi che si riferiscono alle esperienze inglesi delle Transition Town), recuperatori, riciclatori e riparatori (ciclofficine, sartorie ecc.), installatori di generatori di energia rinnovabile (pannelli solari, pale minieoliche ecc.), bioarchitetti, biourbanisti, paseologi, informatici dei software open source, produttori “p2p” (peer-to-peer, rete paritaria), scambisti di tempo e competenze (Banche del tempo), inventori di circuiti e di strumenti di scambio non monetari, editori e librai indipendenti, educatori libertari, animatori di palestre popolari, di scuole di danza, di yoga, operatori delle medicine alternative, operatori del turismo di visitazione (cicloturismo, cammini, alberghi diffusi ecc.), cuoche e cuochi delle cucine di strada, teatranti e artisti di strada, pubblicitari e professionisti pentiti, decrescenti, obiettori della crescita e del consumismo. Altro ancora, alla rinfusa. Nel loro fare danno vita a  imprese autogestite (fattorie, fabbriche recuperate, laboratori artigiani, cooperative, coworking), servizi tecnologici (piattaforme digitali, consorzi tra professionisti), strumenti finanziari (microcredito, crowdfounding, assicurazioni mutualistiche), sistemi di approvvigionamento (piccola distribuzione organizzata, logistica), sistemi di mutuo aiuto (welfare di prossimità, ambulatori, cucine e palestre popolari), gestioni partecipate di beni comuni (immobili in autogestione), abitazioni condivise (proprietà collettive, cohousing, ecovillaggi, social street), cooperative e fondazioni di comunità, ecomusei, forme di cooperazione internazionale decentrata (accoglienza diffusa, commercio solidale legato alla cooperazione internazionale). Molto altro ancora. Ciò che più conta non è la forma giuridica di impresa che viene scelta (impresa sociale non profit, cooperativa, cooperativa di comunità, società semplice o di capitale, associazione di promozione sociale o culturale, ecc.), ma le motivazioni intrinseche che legano i promotori. Certo si tratta di germogli che spuntano qua e là tra le macerie lasciate sul terreno dal susseguirsi delle crisi del capitalismoAttività spesso microscopiche, a cavallo tra la resistenza e la sopravvivenza, non tutte pienamente consapevoli della loro straordinaria importanza.
Raul Zibechi dal suo osservatorio latinoamericano le definisce “comunità pionieristiche” che creano “piccole arche di autonomia”, ma capaci di indicare alternative replicabili (R. Zibechi, L’arca di Noè, oggi si chiama autonomia, ). Euclides André Mance, filosofo brasiliano, tra i maggiori pensatori delle alternative all’economia di mercato, definisce l’economia solidale come “economia di liberazione”, che “cerca di riorganizzare i flussi economici di  materie prime, prodotti, valori economici, rappresentazioni di valore affinché, con essi, si espandano le libertà pubbliche e private di tutte e di tutti, in forma economicamente sostenibile; allo stesso modo, cerca di contribuire a riorganizzare in queste comunità, flussi di potere in modo collaborativo, democratico, autogestito (…). E, ancora, di contribuire a riorganizzare iflussi di conoscenza, di tecnologia, di sviluppo di capacità attorno alla trasformazione della realtà, per costruire un nuovo sistema economico che assicuri a tutte e a tutti i mezzi economici richiesti per il loro bem viver» (E. Mance, Circuiti economici solidali, tradotto da Solidarius Italia e pubblicato quest’anno da Pioda imaginp). Le economie solidali, a ben guardare, sono economia della buona amministrazione dei cicli vitali, dei “beni comuni” sottratti alle leggi del mercato.
Ma sappiamo bene che il percorso per realizzare questi spazi di autonomia procede in un ambiente socio economico ostile. I condizionamenti esterni spesso sono pesanti e le discriminanti valoriali non sono facili da stabilire. Troppo spesso i tentativi di misurazione attraverso unità fisiche dei beni naturali, dei servizi ecosistemici o dei patrimoni cognitivi immateriali o, più in generale ancora, delle buone relazioni umane, sono funzionali alla loro cattura dentro le logiche di mercato e si traducono nel “prezzare” risorse non rinnovabili, commerciare permessi di inquinamento, privatizzare saperi e conoscenze, finanziarizzare beni comuni. Leggo, ad esempio, sul Dossier Investimenti di “Affari e Finanza” (La Repubblica del 5 febbraio 2018): “Gli investitori hanno manifestato una crescente predilezione per soluzioni di investimento trasparenti, con performaces exra-finanziarie chiaramente misurabili e con un alto grado di sofisticazione nella fase di reporting”. Ciò perché il loro “rendimento si è rivelato addirittura in alcuni casi superiore agli investimenti tradizionali”. Ecco spiegato il boom dei green e social  bond, delle “obbligazioni emesse con il fine di realizzare progetti di sviluppo sociale”, vendute anche in Italia da “palyer primari” come Enel, Hera, Intesa San Paolo, Ferrovie dello stato, Cassa e Depositi. Ecco da cosa deriva il boom delle validazioni etiche, delle certificazioni, dei bollini di qualità, dei manuali sulle procedure di responsabilità sociale e ambientale  delle imprese. Le crescenti sensibilità sociali e ambientali  in vasti settori di consumatori richiedono alle imprese una specifica qualificazione non solo funzionale-utilitaristica degli oggetti e dei servizi immessi sul mercato ma anche attributi di senso, simbolici, valoriali… Così accade che anche l’etica, considerata come “capitale reputazionale”  (brand reputation), viene sussunta nei cicli economici come “valore aggiunto”.

Di fronte ai rischi di cattura e integrazione nelle logiche del mercato anche delle imprese ecosolidali, domandiamoci allora con quali metodi quali-quantitativi sarebbe possibile stabilire se un’economia è davvero meno estrattivista di altre, se un modo di produzione è più collaborativo, se un sistema di scambio è realmente reciproco e paritario, se alla fine del ciclo economico si realizza una valorizzazione sostanzialmente equa delle dotazioni sociali e ambientali “messe al lavoro”. La griglia di valutazione messa a punto dalla federazione delle imprese che aderiscono all’Economia del Bene Comune è sicuramente un buon tentativo. Altri protocolli e carte dei principi sono state elaborate da distretti e consorzi dell’Economia solidale. Ma, probabilmente, ciò che più conta nell’analizzare le esperienze delle economie davvero trasformative sono i processi “immateriali” di soggettivazione che riescono ad attivarePratiche di commoning (per usare il neologismo di Peter Linebaugho il comunizar (per usare l’espressione di John Holloway) capaci, cioè, di mobilitare azioni collettive, che fanno acquisire alle persone consapevolezza e coscienza, che creano comunalità, comunanze, collettività, commons ovvero ambiti spaziali-sociali autoregolati, autonormati, all’interno dei quali nascono nuove relazioni intersoggettive, umane, tanto sentimentali quanto istituzionali.Quindi, oltre agli impatti ecosistemici e alla equa redistribuzione delle ricchezze prodotte contano anche le componenti psico-spirituali, etiche ed estetiche.
Ciò detto, non è però pensabile pretendere che ogni attività che ambisce a svilupparsi nell’alveo dell’ecosolidale sia tutta e sempre esente da contraddizioni e priva di contaminazioni dal mondo circostante. Molto spesso si tratta di pratiche promiscue, ibride e ambigue; per una parte inevitabilmente interne ai processi di valorizzazione capitalistica e per un’altra prefiguratrici di diverse modalità di relazioni produttive, di scambio e di utilizzo del lavoro umano e del patrimonio naturale comune. Vanno quindi valutate le diverse forme di interrelazione tra  le economie solidali e dei commons e l’economia di mercato dominante. Va preso atto con realismo che si tratta di una condizione strutturale destinata a permanere fino a quando l’economia eco-solidale non riuscirà a conquistare più consistenti ambiti vitali e forse anche dispositivi istituzionali favorevoli, “protezioni” legislative. Un’economia organica fondata sui beni comuni ha bisogno di regolamentazioni e di controlli indipendenti che tengano conto delle esternalizzazioni, del consumo delle risorse non rinnovabili, della distribuzione del carico fiscale e di mille altre cose regolate dallo stato. In alcuni paesi europei si è cominciato a legiferare sull’Economia Solidale e Sociale con intenti ed esiti diversi. Anche in  alcune regioni italiane, di particolare interesse la legge del Friuli Venezia Giulia del 2017.
In un fondamentale lavoro teorico desunto dall’analisi di alcuni casi studio,  Michel Bauwens e Vasilis Niaros (Value in the Commons Economy: Developments in Open and Contributory Value Accounting, pubblicata dalla Heinrich Böll Stiftung, 2015) formulano un’ipotesi sorprendente e provocatoria. Piuttosto che discutere sul rischio che  il capitalismo catturi i valori creati dalle nuove modalità di produzione della commons economy chiediamoci, al contrario, cosa può accadere se i beni comuni riuscissero ad essere la base di “una nuova economia che nasce all’interno del vecchio sistema”. Si potrebbe allora “pensare a una ‘cooptazione inversa’ (reverse cooptation) del valore, dal vecchio sistema al nuovo. Può l’emergente economia basata sui commons, che crea valore in e attraverso i beni comuni, usare il capitale del sistema capitalista o statale e aggiungerlo alla nuova logica?”. Si possono, cioè, ipotizzare “all’interno dei confini dell’economia già esistente, flussi di valore più ampi sulla base di una nuova distribuzione di valore che riconosca i beni comuni e le sue distinte specie di creazione di valore?”. I casi di studio analizzati dagli autori dimostrano proprio le diverse interrelazioni possibili tracommons e mercato: nessun rapporto; un doppio sistema di contabilità aperto e compresente; un uso del mercato per valorizzare i commons.

Molte esperienze di casa nostra possono essere lette all’interno di questo stesso schema. Prendiamo il caso già molto analizzato del nuovo pastificio Astra Bio a Casteldidone creato dalla storica cooperativa di contadini biologici Iris che raggruppa 14 aziende agricole. Un progetto da 7 milioni di euro in gran parte raccolti in un paio d’anni grazie alla emissione di azioni mutualistiche da mille euro cadauna già sottoscritte da 450 soci. Le azioni hanno un rendimento fisso dell’1 o del 2 per cento annuo e danno diritto ad  una certa quantità di prodotti del pastificio. Presto, attraverso la creazione di una Fondazione patrimoniale, gli edifici del nuovo pastificio (che comprendono un ristorante, un museo e una scuola per l’infanzia) diventerannopatrimonio comune non divisibile e non alienabile. In questo caso la raccolta di flussi finanziari realizzata all’esterno (ma in grande parte mobilitati da fornitori e consumatori abituali) serve a patrimonializzare il common, il pastificio bene comune.
Come si vede le strade per trasformare i modi di produzione, le relazioni economiche, i comportamenti e gli stili di vita individuali sono davvero infinite. É possibile immaginare pratiche non capitaliste, spazi di separatezza e di autonomia, attività attinenti alla sfera del lavoro concreto e del valore d’uso, comunità intenzionali e coerenti dimensioni culturali ed etiche… che possono preparare e anticipare il cambiamento. Controtendenze contro-egemoniche, varchi e cunei, resistenze e diserzioni… comunque utili a formare un bagaglio di esperienze per non farci trovare impreparati al momento buono. Il collasso del loro sistema possa diventare la nostra festosa liberazione!