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sabato 20 maggio 2023

Non avete alcun diritto di piangere - Domenico Finiguerra

 

3 dicembre 2013

 

Voi che vi riempite la bocca di parole trite e ritrite: “crescita, sviluppo, competitività”. Ripetute come un mantra per nascondere il vuoto delle vostre idee. Dogmi imparati come scolaretti per essere promossi dalle maestrine di Confindustria e dei mercati finanziari.

Non avete alcun diritto di piangere! Voi che quando siete seduti sulle comode poltrone a Porta a Porta vi lanciate, l’uno contro l’altro le medesime ricette stantie: “Dobbiamo rilanciare le grandi opere, dobbiamo far ripartire l’edilizia, ci vuole un nuovo piano casa, forse anche un nuovo condono”.

Non avete alcun diritto di piangere! Voi che con il fazzoletto verde nel taschino avete chiesto il voto per difendere la pianura padana da invasioni di ogni genere e poi dagli assessorati comunali, provinciali e regionali avete vomitato sulle campagne padane la vostra porzione di metri cubi di cemento, insieme a tutti gli altri.

Non avete alcun diritto di piangere! Voi che avete giurato fedeltà alla Costituzione ma poi non ne rispettate l’art. 9: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, e approvate piani regolatori che hanno come unico obiettivo quello di svendere il territorio e di fare cassa con gli oneri di urbanizzazione.

Non avete alcun diritto di piangere! Voi che, con l’arroganza di chi non ha argomenti, denigrate chiunque si opponga alla vostra furia predatoria di saccheggiatori del territorio. Voi che, con il risolino di chi è sicuro del potere che detiene, ridicolizzate tutti i giorni i comitati, gli ambientalisti, le associazioni, i cittadini, che mettono in guardia dai pericoli e dal dissesto idrogeologico creati dalle vostre previsioni edificatorie.

Non avete alcun diritto di piangere! Voi che siete la concausa delle catastrofi alluvionali, dovute alla sigillatura e all’impermeabilizzazione della terra operate dalle vostre espansioni urbanistiche, dai vostri centri commerciali, dai vostri svincoli autostradali. Voi che avete costruito il vostro consenso grazie alle grandi speculazioni edilizie, ai grandi eventi, alle grandi opere o anche alla sola promessa di realizzarle.

Non avete alcun diritto di piangere. Nessun diritto di piangere le dieci vittime dell’ennesima alluvione ligure. Né le vittime di tutte le precedenti catastrofi causate anche dalla vostra ideologia. Perché voi, iscritti e dirigenti del Partito del Cemento, siete i veri estremisti di questo paese.

Siete i veri barbari di questo nostro paese. Siete la vera causa del degrado ambientale, della violenza al paesaggio e dello sprofondamento del paese nel fango.

No. Non avete alcun diritto di piangere.

E gli italiani dovrebbero cominciare a fischiarvi e cacciarvi dai funerali. E gli italiani dovrebbero smettere di pregare davanti alle vostre altissime gru, totem di un modello di sviluppo decotto e decadente che, prima di collassare, rischia di annientare i beni comuni di questi Paese, di questo pianeta.

da qui

lunedì 22 giugno 2015

Pale eoliche e trivelle: assalto in Sardegna - Domenico Finiguerra

 

Sardara. La salita per arrivare alla sommità della collina è abbastanza agevole con il fuoristrada della Protezione Civile. I lavori di sistemazione della strada panoramica sono incompiuti. Così come incompleti sono il restauro e la messa in sicurezza dell’intero Castello di Monreale (1.309). E dire che il Comune di Sardara, uno dei pochi “comuni virtuosi” di Sardegna, avrebbe anche le risorse per proseguire i lavori. Ma il giovane sindaco Peppe Garau ci spiega che i quattrocento mila euro sono bloccati dal Patto di Stabilità, la regola più stupida partorita dai sedicenti sapienti della finanza che dettano legge in tutta Europa. E le piccole imprese del settore edile di Sardara restano a bocca asciutta, lasciando a spasso giovani che potrebbero lavorare al recupero del Castello.
Il Comune di Sardara (provincia di Medio Campidano) è una cartina di tornasole di come le cose potrebbero funzionare meglio e di come invece logiche sbagliate e speculative possono deviare il destino di una comunità verso falsi paradisi. In questo piccolo borgo, collocato lungo il confine tra regno d’Arborea e regno di Cagliari, sono concentrate bellezze paesaggistiche e archeologiche che in altri Paesi avrebbero creato centinaia di posti di lavoro. Dal Castello di Monreale si domina la piana del Campidano e nelle giornate serene si arriva ad ammirare il Golfo di Oristano e quello di Cagliari. Attorno al Castello si notano i primi scavi, anch’essi sospesi, per riportare alla luce il borgo sottostante. A poche centinaia di metri ci sono le terme, per fortuna attive e funzionanti, che presto porteranno nelle casse del Comune preziose risorse. Nel centro storico troviamo il Civico Museo Archeologico “Villa Abbas” che da solo vale una visita per le sue testimonianze della civiltà Punica e della misteriosa epoca dei Nuraghi. Nei pressi della chiesa di Sant’Anastasia ci si imbatte in un affascinante santuario nuragico con tempio a pozzo. L’assessore Andrea Caddeo ci spiega che l’acqua del pozzo era considerata miracolosa contro i dolori ed ha le stesse proprietà dell’acqua di Vichy. Alla bellezza e alla storia, si devono aggiungere sapori e colori unici: un vitigno come il Semidano, una marmellata di bovale introvabile altrove, uno zafferano che dal 1.500 colora il Medio Campidano.
Eppure quali sono i grandi interventi che vengono prospettati in questa bella piana che dovrebbe attirare le migliaia di turisti che affollano le coste sarde? I grandi parchi eolici! Mostri alti più di cento metri, in fila uno dietro l’altro, proprio nella piana dominata dal Castello. Pale eoliche per produrre energia in un Regione che già oggi produce il 40 per cento in più del proprio fabbisogno. E non ci sono solo pale. Incombono anche trivelle per la ricerca di idrocarburi. Per fortuna il Comune resiste insieme ai comitati.
I suoi giovani amministratori sanno qual è l’oro da preservare, continuano a partorire idee e a promuovere azioni sostenibili. Ad investire nel Museo, nelle attività artigianali e gastronomiche, nell’acqua sacra di Sardara.

domenica 21 giugno 2015

Immaginate i profughi all’Expo - Domenico Finiguerra

Immaginate i profughi all’Expo. L’expo 2015 avrebbe finalmente l’opportunità di nutrire davvero il pianeta, quello che fugge, disperato, affamato da questo modello di sviluppo che saccheggia risorse naturali, alimenta guerre tra impoveriti ed in paesi impoveriti, coltiva l’odio (leggi anche L’odio di Alain Goussot), esalta e promuove l’individualismo competitivo.
Sarebbe la dimostrazione che le belle parole dello slogan non sono solo un titolo vuoto di contenuti, che a prevalere sono davvero le esigenze di tutti gli abitanti del pianeta e non quelle delle multinazionali.
La retorica del cibo troverebbe finalmente uno sbocco positivo.
E l’esposizione universale metterebbe in mostra veramente tutte le contraddizioni del nostro tempo. Di più. Le metterebbe fisicamente di fronte agli Stati e alle imprese multinazionali che sono responsabili del governo del pianeta.

martedì 3 marzo 2015

Non avere alcun diritto di piangere - Domenico Finiguerra

Voi che vi riempite la bocca di parole trite e ritrite: “crescita, sviluppo, competitività”. Ripetute come un mantra per nascondere il vuoto delle vostre idee. Dogmi imparati come scolaretti per essere promossi dalle maestrine di Confindustria e dei mercati finanziari.
Non avete alcun diritto di piangere! Voi che quando siete seduti sulle comode poltrone a Porta a Porta vi lanciate, l’uno contro l’altro le medesime ricette stantie: “Dobbiamo rilanciare le grandi opere, dobbiamo far ripartire l’edilizia, ci vuole un nuovo piano casa, forse anche un nuovo condono”.
Non avete alcun diritto di piangere! Voi che con il fazzoletto verde nel taschino avete chiesto il voto per difendere la pianura padana da invasioni di ogni genere e poi dagli assessorati comunali, provinciali e regionali avete vomitato sulle campagne padane la vostra porzione di metri cubi di cemento, insieme a tutti gli altri.
Non avete alcun diritto di piangere! Voi che avete giurato fedeltà alla Costituzione ma poi non ne rispettate l’art. 9: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, e approvate piani regolatori che hanno come unico obiettivo quello di svendere il territorio e di fare cassa con gli oneri di urbanizzazione.
Non avete alcun diritto di piangere! Voi che, con l’arroganza di chi non ha argomenti, denigrate chiunque si opponga alla vostra furia predatoria di saccheggiatori del territorio. Voi che, con il risolino di chi è sicuro del potere che detiene, ridicolizzate tutti i giorni i comitati, gli ambientalisti, le associazioni, i cittadini, che mettono in guardia dai pericoli e dal dissesto idrogeologico creati dalle vostre previsioni edificatorie.
Non avete alcun diritto di piangere! Voi che siete la concausa delle catastrofi alluvionali, dovute alla sigillatura e all’impermeabilizzazione della terra operate dalle vostre espansioni urbanistiche, dai vostri centri commerciali, dai vostri svincoli autostradali. Voi che avete costruito il vostro consenso grazie alle grandi speculazioni edilizie, ai grandi eventi, alle grandi opere o anche alla sola promessa di realizzarle.
Non avete alcun diritto di piangere. Nessun diritto di piangere le dieci vittimedell’ennesima alluvione ligure. Né le vittime di tutte le precedenti catastrofi causate anche dalla vostra ideologia. Perché voi, iscritti e dirigenti del Partito del Cemento, siete i veri estremisti di questo paese.
Siete i veri barbari di questo nostro paese. Siete la vera causa del degrado ambientale, della violenza al paesaggio e dello sprofondamento del paese nel fango.
No. Non avete alcun diritto di piangere.
Gli italiani dovrebbero cominciare a fischiarvi e cacciarvi dai funerali. E gli italiani dovrebbero smettere di pregare davanti alle vostre altissime gru, totem di un modello di sviluppo decotto e decadente, che prima di collassare, rischia di annientare i beni comuni di questi Paese, di questo pianeta.
da qui

martedì 27 gennaio 2015

Conversione ecologica, qui e ora - Domenico Finiguerra

Un’inchiesta del quotidiano The Guardian sostiene che in Europa ci sono almeno 11 milioni di case vuote, di queste 2 sono in Italia: un problema continentale, di carattere sociale ed ambientale. Il nostro Paese ha perso dal 1971 al 2010 quasi 5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata. Questo è dovuto a due fenomeni: l’abbandono delle terre e la cementificazione.
L’Italia poi è il terzo paese in Europa ed il quinto nel mondo nella classifica deldeficit di suolo. Ci mancano 49 milioni di ettari per coprire il nostro intero fabbisogno, pari a 61 milioni di ettari. Siamo destinati ad essere sempre più dipendenti dalla produzione di terreni di altri paesi.
Questi dati ci restituiscono a spot la fotografia di una situazione drammatica che accomuna gran parte dei Paesi dell’eurozona, specialmente Italia, Spagna, Germania, Portogallo, Francia. La “crisi del mattone” rappresenta, in fondo, la crisi di un sistema e di un modello di sviluppo che in troppi e per troppo tempo hanno ostinatamente inseguito nonostante ci fossero campanelli d’allarme a preavvisare il disastro puntualmente arrivato.
Da questa crisi si può a nostro avviso uscire in modo diverso da come ci si è entrati. Non è uno slogan. La crisi strutturale internazionale che stiamo vivendo, a causa della situazione economico-politica, deve essere affrontata con una consapevolezza e una sensibilità nuove, nel pieno rispetto delle superfici non impermeabilizzate, dei fiumi, delle coste, del paesaggio e dell’ambiente, con grande chiarezza e trasparenza. Muratori, carpentieri, piastrellisti, installatori, lavoratori del cemento, lapidei, cavatori, geometri, ingegneri, architetti, restauratori devono avere ancora un futuro nelle costruzioni. Questa volta non per distruggere il territorio, ma per valorizzarne la bellezza e per gratificarne la professionalità e la passione.
La conversione ecologica deve rappresentare una delle sfide (a nostro avviso la prima e irrinunciabile) che l’Europa deve vincere nei prossimi anni. La tutela del territorio, accompagnata ad una riqualificazione energetica degli edifici pubblici e privati (capannoni, case, fabbriche…), è uno dei grandi volani in grado di attivare occupazione a km zero (distribuita cioè là dove si attuano gli interventi), ridurre l’impatto antropico e consentire circoli virtuosi di risparmio economico da reinvestire in altri interventi di sostenibilità ambientale. Insomma, per riassumerla in uno slogan, fare del bene all’ambiente non solo è necessario, ma possibile e conveniente.
Tutto questo è fondamentale non solo per ridurre i consumi energetici e tutelare un bene comune come il territorio. A riavvolgere infatti il nastro degli ultimi sessant’anni di storia del nostro Paese si scopre che nel periodo compreso tra il 1950 e il 2012 ci sono state oltre mille frane e settecento inondazioni in 563 località diverse, che sono costate la vita a novemila persone, con oltre 700mila sfollati. Per non parlare dei danni al patrimonio artistico e culturale. Solo l’alluvione di Firenze del 1966 ha danneggiato 1500 opere d’arte e 1.300.000 volumi della Biblioteca nazionale.
Novemila persone sono un paese intero. Novemila persone sono 15 chilometri di corpi distesi sul ciglio di una strada. Provate a pensarci, forse è la distanza che percorrete ogni giorno per andare al lavoro. Immaginatevi di essere accompagnati da tutte le vittime di questa guerra che per la maggior parte del tempo non fa rumore, tace, agisce sotto traccia, costruendo le proprie vittime nel giorno per giorno di costruzioni abusive, condoni edilizi, paesi abbandonati, campagne sacrificate al “progresso”, fiumi spostati e golene infestate di capannoni e seconde case. Pensate a tutto questo, per qualche istante, perché è importante visualizzare lo scempio di questa assurdità.
A leggere tutti i numeri di questa storia vengono i brividi, e sono cifre più che attendibili che ci fornisce lo Stato in persona, nelle sue tante diramazioni istituzionali. I comuni italiani interessati da frane sono 5.708, pari al 70,5% del totale: 2.940 sono stati classificati con livello di attenzione molto elevato. L’Italia è un paese a elevato rischio idrogeologico. Le frane e le alluvioni sono le calamità in-naturali che si ripetono con maggior frequenza e causano, dopo i terremoti, il maggiore numero di vittime e di danni. Solo negli ultimi dieci anni sono stati spesi oltre 3,5 miliardi di euro con ordinanze di Protezione Civile per far fronte a eventi idrogeologici.
Ciò che serve, dunque, è un’operazione senza precedenti coordinata a livello europeo di manutenzione straordinaria dei nostri edifici pubblici (a partire dalle scuole), dei corsi d’acqua e delle montagne, diffusa e capillare, in grado quindi di generare ricchezza, occupazione e sicurezza. Affiancare agli interventi manutentivi un’altrettanto radicale opera di informazione e formazione dei cittadini e delle comunità locali. Un lavoro quotidiano, per i prossimi anni, in grado di mettere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica la questione del paesaggio e di un prendersi carico collettivo della sua tutela.

mercoledì 22 ottobre 2014

Rottama Italia

Un'operazione editoriale unica: un istant book gratuito nel quale 16 autorevoli firme smontano pezzo per pezzo il decreto Sblocca-Italia elaborato dal governo di Matteo Renzi (per leggerlo si può andare sul sito della Gazzetta Ufficiale).

Ellekappa, Altan, Tomaso Montanari, Pietro Raitano, Giannelli, Mauro Biani, Paolo Maddalena, Giovanni Losavio, Massimo Bray, Maramotti, Edoardo Salzano, Bucchi, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Riverso, Salvatore Settis, Beduschi, Vincino, Luca Martinelli, Anna Donati, Franzaroli, Maria Pia Guermandi, Vauro, Pietro Dommarco, Domenico Finiguerra, Giuliano, Anna Maria Bianchi, Antonello Caporale, Staino, Carlo Petrini: un elenco importante e inedito per ribadire i valori della tutela del territorio, della legalità e della visione di un futuro sostenibile.
È stato Sergio Staino a pensare per primo a questo libro. Tutti gli autori (dei testi e delle vignette) e l’editore hanno lavorato gratuitamente. 

Ecco l'introduzione, scritta dal curatore del volume, il professor Tomaso Montanari:

Perché vogliamo che l’Italia cambi verso. Ma davvero. 
Vogliamo un Paese moderno. E cioè un Paese che guardi avanti. Un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro.
Vogliamo un Paese in cui chiamiamo sviluppo ciò che coincide con il bene di tutti, e non con l’interesse di pochi. Un Paese in cui lo sviluppo sia ciò che innalza -e non ciò che distrugge- la qualità della nostra vita. 
Un Paese che cresca, e non un Paese che divori se stesso.
Un Paese capace di attuare il progetto della sua Costituzione. Una Costituzione che da troppo tempo “è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”, una Costituzione in cui “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo” (Piero Calamandrei).
Il decreto Sblocca-Italia è, invece, un doppio salto mortale all’indietro. Un terribile ritorno a un passato che speravamo di aver lasciato per sempre. Un passato in cui “sviluppo” era uguale a “cemento”. In cui per “fare” era necessario violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli superabili, e non obiettivi da raggiungere. 

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che nella Costituzione ci fosse questo articolo: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”. 

La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca Italia passa attraverso la conoscenza, l’informazione, la possibilità di farsi un’opinione e di farla valere. Discutendone nelle piazze e nei teatri, nelle televisioni e alla radio. Richiamando al progetto della Costituzione i nostri rappresentanti in Parlamento. E, se necessario, anche ricorrendo al referendum: se -alla fine e nonostante tutto- questo sciagurato decreto Rottama Italia diventerà legge dello Stato.
Perché non siamo contro lo Sblocca Italia. Siamo per l’Italia.