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«La Costa Rica sta per scrivere la storia: il Congresso discute della possibilità di vietare in maniera definitiva l’esplorazione e lo sfruttamento di petrolio e gas», twittava Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tra il 2010 e il 2016. Facendo appello a unirsi alla battaglia.
L’invito è
stato raccolto Mark Ruffalo, Gael Garcia Bernal, Jane Fonda. E il premio Nobel per
l’economia Joseph Stiglitz, che
sottolinea come perseguire una ripresa economica “pulita” sia
la cosa più sensata da fare.
Il progetto
di legge discusso in Parlamento
L’impegno
della Costa Rica per vietare l’esplorazione dei combustibili fossili è iniziato
nel 2002 sotto la presidenza di Abel Pacheco. Allora venne
stabilito un divieto temporaneo la cui scadenza, fissata al 2014, è
stata prorogata fino al 2050. Il nuovo disegno di legge, sostenuto
dall’amministrazione del presidente Carlos Alvarado, si spinge oltre, vietando
in modo permanente esplorazioni e sfruttamento di gas e petrolio.
«Un divieto
permanente manderebbe un messaggio molto potente al mondo
intero», ha dichiarato alla Reuters la parlamentare Paola Vega. «La
preoccupazione», sottolinea Christiana Figueres, «è che un giorno possa esserci
un governo che pensa sia una buona idea tornare all’utilizzo di combustibili
fossili».
C’è un
movimento a favore delle esplorazioni
Il dibattito
parlamentare si sta svolgendo in queste settimane. E anche per questo
Christiana Figueres e altri attivisti stanno usando i social network per
sollevare l’attenzione del mondo intorno al progetto di legge. Tuttavia,
diversi parlamentari costaricani ritengono che il voto arriverà solo a ottobre.
Fin dal 2019
un movimento pro-esplorazione ha cercato senza successo di
ottenere un referendum sull’esplorazione di petrolio e gas. Il disegno di legge
ha incontrato l’opposizione di alcuni politici che sostengono che le risorse
potrebbero aiutare il Paese a riprendersi da un calo dell’8,7% del Pil nel
2020 dovuto alla pandemia di coronavirus.
Non è
provato che le riserve di cui dispone la nazione centroamericana siano
redditizie da un punto di vista commerciale. «Probabilmente non
vedremmo profitti prima di almeno 10-15 anni, quando la domanda di
petrolio e gas sarà effettivamente ancora inferiore a quella attuale», ha
dichiarato Figueres.
Anche la
Groenlandia vieta le esplorazioni
A metà
luglio è stato il governo ambientalista della Groenlandia ad
annunciare la sospensione dell’attuale strategia e la fine alle future
esplorazioni petrolifere sul proprio territorio. Come riporta il
quotidiano francese Novethic, secondo l’American Institute of
Geophysics, più di un quinto delle riserve petrolifere non scoperte si trova a
nord del Circolo Polare Artico. Rappresentano il 13% delle risorse
petrolifere mondiali. Le acque groenlandesi conterrebbero così 51 miliardi
di barili di petrolio.
Le ragioni
che hanno spinto il governo a questa decisione sono essenzialmente due. Da un
lato, analisi economiche della redditività delle esplorazioni
mostrano che i rendimenti sono due volte inferiori rispetto a quanto si
aspettano le compagnie petrolifere. Dall’altro, ovviamente, l’impatto
sull’ambiente e sul clima.
È una
decisione soprattutto simbolica, sottolineano esponenti del
governo. Già da alcuni anni le esplorazioni petrolifere sono in stallo.
La principale campagna di esplorazione offshore, condotta dalla Scottish Cairn
Energy intorno al 2010-2011, era stata un fallimento.
Stop anche
alle esplorazioni di uranio
Eppure il
governo, per mantenere le sue promesse elettorali, non si fermerà. Attualmente
è allo studio un progetto di legge per vietare l’esplorazione e lo
sfruttamento di uranio. «La popolazione della Groenlandia ha basato per
secoli il proprio sostentamento sulle risorse naturali del Paese»
sottolinea il governo. Per il quale, quindi, le attività economiche e
commerciali devono tenere conto della natura e dell’ambiente.
Abbandonare
i combustibili fossili è un dovere
«Questo
rapporto deve suonare una campana a morto per carbone e combustibili
fossili, prima che distruggano il nostro Pianeta», ha dichiarato Antonio
Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite commentando la
pubblicazione del più recente rapporto dell’IPCC.
«Se uniamo le forze ora, possiamo evitare la catastrofe climatica. Ma, come
chiarisce il rapporto, non c’è tempo per indugiare e non c’è spazio per scuse».
Il rapporto presentato
lunedì 9 agosto è stato redatto dal Gruppo di lavoro I il cui scopo è
concentrarsi sugli aspetti scientifici del sistema clima e dei
cambiamenti climatici. Centinaia di scienziati hanno passato al vaglio
migliaia di studi per fornire un quadro delle conoscenze nell’ambito
del clima e dei cambiamenti climatici.
Il verdetto
è chiaro: i cambiamenti climatici dipendono dalle attività umane e
si stanno verificando molto più velocemente di quanto succederebbe naturalmente.
La strada per centrare l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura
media globale entro l’1,5° è sempre più stretta. E va imboccata con coraggio,
cominciando dall’abbandono di quelle cha sappiamo essere la principale causa di
emissioni di gas ad effetto serra: i combustibili fossili.
“La campagna d’Egitto – Gli affari dei ‘campioni’ italiani con il regime di al-Sisi” è il rapporto che ReCommon lancia oggi in concomitanza con l’inizio della COP27 a Sharm el-Sheik. Nella pubblicazione, l’associazione esamina il rapporto fin troppo stretto e proficuo delle due big del settore fossile, Eni e Snam, della principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, e dell’assicuratore pubblico nostrano, SACE, con il sanguinario e liberticida regime di Abdel Fattah al-Sisi. In carica dal 2014, al-Sisi è responsabile della detenzione arbitraria di migliaia di persone, di innumerevoli condanne a morte in seguito a processi viziati e di una vasta discriminazione di genere per legge. Eppure, tra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto e il quinto a livello globale, oltre a essere il secondo Paese di destinazione delle merci egiziane.
La campagna
d'Egitto
REPORT PDF | 3.55 MB
Non a caso
l’Egitto è il singolo Paese nel quale si trova il volume maggiore delle riserve
di gas di Eni, oltre il 20% del totale. La produzione nel Paese della
principale multinazionale energetica italiana, partecipata dallo Stato,
rappresenta il 60% del totale nazionale. Solo inizialmente l’Eni ha fatto
sentire la sua voce in merito alla barbara uccisione di Giulio Regeni, per poi
tornare senza troppe remore al business as usual, in quel momento
rappresentato dalla scoperta dell’ingente giacimento di Zohr. Grazie
soprattutto ai progetti di Eni, il regime di al-Sisi ha conquistato un ruolo di
primo piano sullo scacchiere energetico internazionale.
Di
recente Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in
Europa, società anch’essa partecipata dallo Stato italiano, ha acquistato il
25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), proprietaria del gasdotto
Arish-Ashkelon tra Israele ed Egitto, anche noto come “Gasdotto della pace”. Infrastruttura
sicuramente strategica per gli scambi energetici tra i due paesi e nodale per
le mire del Generale al-Sisi, ma anche opaca nella sua composizione societaria,
su cui pendono ombre pericolose.
Tutti questi
investimenti infrastrutturali vengono attuati grazie agli istituti di credito e
alle istituzioni finanziarie. In prima fila c’è Bank of Alexandria,
la sussidiaria locale del primo gruppo bancario italiano, Intesa
Sanpaolo. Partecipata anche dallo Stato egiziano, Bank of Alexandria si
vanta di essere il canale privilegiato per gli investimenti italiani nei
settori strategici per l’Egitto, in primis il comparto oil&gas e
quello dell’acquisto di armi, tanto ‘caro’ al regime.
A garanzia
di queste relazioni troviamo SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato
dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui esposizione storica nei
confronti del regime egiziano supera i 4 miliardi di euro. L’importanza
rivestita dall’Egitto nel portafoglio di SACE si evince da due operazioni di
garanzia: quella per la raffineria di MIDOR e quella per la raffineria di
Assiut, avvenuta a febbraio 2022. Entrambe risultano le più grandi mai emesse
da SACE nel settore oil&gas. Per l’ultima, sullo sfondo del caso Regeni, ci
sono state poche remore, nonostante la titubanza di altri attori finanziari
italiani coinvolti, come Cassa Depositi e Prestiti.
Perché Snam
non pubblica l’elenco completo degli azionisti della EMG, suoi soci in affari
in Egitto, e i beneficiari ultimi di ciascuna delle società che controllano
proprio insieme a Snam il gasdotto Arish-Ashkelon? Perché Eni ha continuato a
incrementare i propri investimenti in Egitto persino dopo che sono emersi
possibili legami tra l’assassinio di Giulio Regeni e il regime di al-Sisi? Qual
è stata la destinazione finale degli ingenti finanziamenti che Intesa Sanpaolo
ha concesso al ministero della Difesa e al ministero delle Finanze egiziani?
Perché SACE non ha avuto alcuna remora nel garantire la raffineria di Assiut,
nonostante altri attori finanziari fossero preoccupati per le implicazioni
reputazionali derivanti dal caso Regeni?
Queste le
domande che pone ReCommon ai diretti interessati. “Sarebbe a dir poco
auspicabile fare finalmente chiarezza sui troppi aspetti oscuri delle relazioni
tra Italia ed Egitto, portate avanti dai ‘campioni’ industriali e finanziari
nostrani”, l’auspicio dell’organizzazione. “Se ciò non dovesse avvenire, sarà
l’ennesima prova che gli interessi economici hanno sempre la meglio rispetto
alla tutela dei diritti delle persone”, conclude.
Ci avviamo a vivere un autunno ed un inverno difficili, segnati da una
crisi energetica che è già divenuta economica e sociale, con l’incertezza della
guerra che grava sempre più sull’Europa e sul resto del mondo.
Queste molteplici crisi, tra loro connesse, hanno portato in cima
all’agenda italiana e internazionale la questione gas.
Finalmente la crisi ha svelato la follia di un mercato del gas europeo costruito a
tavolino a vantaggio di poche grandi società e alcuni attori finanziari, con il
risultato perverso di legare mani e piedi dell’Unione Europea all’agenda
dell’espansione del gas per decenni, “venduto” come combustibile di cui non
potevamo fare a meno nella lunga, e sempre più ritardata, transizione ecologica
fuori dal fossile.
Contrariamente a quello che ci viene detto dalle élite fossili, infiltrate ai
più alti livelli di ogni ministero, schieramento politico e gruppo economico ed
in buona parte dell’ambiente editoriale, quelli che viviamo oggi non
sono i costi della transizione green, ma anzi il prezzo per non
aver investito su di essa. Abbiamo continuato, al contrario, a foraggiare
con sussidi pubblici le lobby fossili in nome di una sicurezza energetica
costruita su accordi per l’import del gas siglati con autocrati di mezzo mondo.
Da quando la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, la risposta dei governi è
stata quella di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas. Con
la corsa al gas stiamo arricchendo governi autocratici quali Egitto,
Azerbaigian, Algeria, Repubblica del Congo, ne stiamo avallando le drammatiche
politiche repressive dei diritti umani e sociali e gettando così le basi per
nuovi conflitti.
Con la campagna “Tutti i costi del gas” vorremmo alzare
la voce per invitare le persone a non arrendersi alla logica aberrante dell’emergenza,
perché è la stessa che da decenni ci lega all’economia del gas fossile, di cui
subiamo il ricatto.
Proprio quando i costi del gas si impennano e la crisi colpisce famiglie,
imprese e lavoratori italiani rendendo insostenibile la vita quotidiana di
milioni di persone, è nostro diritto pretendere che chi è responsabile
paghi ed è nostro dovere parlare di quali sono tutti i costi del gas a fianco
di quelli segnati in bolletta: dalla repressione del dissenso in
Egitto, alla militarizzazione e le guerre nel Nord del Mozambico, a chi ha
sacrificato la propria vita a Malta per smascherare gli interessi corrotti di
politici e imprenditori, fino a chi difende i territori da nuove colonizzazioni
energetiche guidate dalla corsa al gas o da nuove fonti presunte “green” ma pur
sempre insostenibili e imposte con la forza.
Dobbiamo parlare senza paura di cosa succede dall’altra parte dei tubi che
oggi pompano il metano per le nostre caldaie e centrali elettriche, così come
guardare dentro gli extraprofitti delle società energetiche tricolori e in
tutti i soldi pubblici di cui queste hanno goduto, con la complicità dei vari
governi che si sono succeduti negli anni.
Guarderemo senza paura negli affari di Eni, Snam, Intesa Sanpaolo, Sace,
solo per menzionare i principali campioni fossili tricolori della crociata
pro-gas degli ultimi decenni. Senza dimenticare che, in linea con gli allarmi
inascoltati delle organizzazioni internazionali, oramai non c’è più tempo da
perdere per porre un freno al cambiamento climatico, ponendo fine oggi a ogni
nuovo investimento in petrolio, carbone e gas, e in false soluzioni climatiche
che perpetuano la dipendenza da questi, dal mare Adriatico alle coste africane
e oltre.
I responsabili della crisi climatica, nonché di quella energetica, sono gli
stessi che hanno alimentato una dipendenza tossica dalle risorse russe, di cui
oggi goffamente i governi cercano di sbarazzarsi, per altro senza riuscirci, e
anziché pagare per le loro responsabilità stanno guadagnando, da prima di questa
situazione e oggi ancor di più.
Le scelte di oggi, dettate dall’emergenza, segneranno il modello energetico
e sociale dei prossimi anni. La ricerca delle soluzioni al disastro in cui
siamo finiti è troppo importante per lasciarla nelle mani dei soliti campioni
fossili ed i loro Yes Men nelle istituzioni. Il principio guida di
questa ricerca dovrà essere che questa volta le élite fossili non possano farla
franca, in Italia e in Europa, così come nel Sud globale.
È una questione di giustizia, #chidistruggepaga
Analisi degli extra-profitti nel settore Oil&Gas europeo REPORT PDF |
1.01 MB
La farsa continua. Nessuno, o quasi, ha mai voluto ammettere che quanto sta accadendo dal giugno 2021 con la luce ed il gas è stato causato solo dalla speculazione (abbiamo dedicato sul punto il dossier “Carissimo gas”). Si è sempre cercato di camuffare la realtà con motivazioni e riferimenti esterni che non esistono, forse perché non era possibile mettere in luce un grossolano errore di sistema, quello voluto dall’Europa dei Trattati, o forse non si poteva riconoscere di aver fatto un gigantesco favore ai mercati finanziari, che mercati non sono, favorendo la ricchezza di pochi al prezzo di un aumento della povertà dei tanti.
Adesso,
però, i prezzi diminuiscono e, quindi, la politica dimentica gli eventi che
avrebbero provocato gli aumenti e si prende il merito spiegando che la
diminuzione è merito dei provvedimenti che l’Unione europea starebbe
adottando. Un falso prima e un falso adesso. La speculazione, anch’essa, è
condizionata dalla domanda e dall’offerta, più alta è la domanda più alta è la
speculazione, più bassa è la domanda, inferiore è la speculazione. L’offerta,
nel settore dell’energia, è ininfluente essendo costante negli anni e con un
andamento ripetitivo anche nei mesi. Lo conferma il bilancio energetico,
aggiornato mensilmente dal ministero della Transizione ecologica.
I contratti
di importazione sono di due tipi, quello spot, ossia riferito a
un’operazione entro tre mesi, e quello “long term”, regolato da contratti
ultra-annuali con prezzi fissati e indicizzati al costo del petrolio
(Brent). I primi sono effettuati nelle Borse europee, il 2,8% del totale
secondo la relazione al Parlamento e al governo di Arera e, comunque, entro un
massimo del 12% del totale, limite sempre indicato da Arera nella relazione e
riferito al totale de contratti con durata inferiore all’anno.
Sono i
contratti spot a provocare l’aumento dei prezzi e la
speculazione anche se, poi, gli importatori con contratti long term si
accodano e attraverso società, magari controllate, fornitrici dell’utente
finale, vendono allo stesso con il prezzo fissato dai mercati finanziari.
Questa è la ragione degli utili lordi di Eni aumentati trimestralmente di tre
volte dal settembre 2021 rispetto a quelli precedenti, e parliamo di miliardi
di euro. Appena disponibile, entro la fine ottobre, faremo un’analisi dei
risultati del terzo trimestre.
Perché in
ottobre i prezzi sono in forte ribasso? Sempre e solo per il procedere della
domanda che, come conseguenza di un andamento climatico favorevole, si è
ridotta e gli importatori spot che, con il meccanismo dei
derivati future, hanno acquistato ad agosto, il mese con il prezzo
medio mensile più alto dal giugno 2021, e hanno fatto il pieno ma non
consegnano perché gli utenti non hanno ancora acceso i termosifoni, non stanno
cioè acquistando. Non è un caso che il prezzo si stia riducendo: è l’effetto della
regolazione naturale del mercato, quello appunto della domanda e dell’offerta.
Se gli importatori spot riducono la domanda i mercati
finanziari stagnano e la maggior parte del gas importato finisce negli
stoccaggi che ricevono senza pagare alcun prezzo, anzi facendo pagare l’uso
dell’impianto di stoccaggio.
Questo non
significa che i prezzi non torneranno a risalire, anzi è molto probabile che
questo avvenga se le condizioni climatiche saranno meno favorevoli delle
attuali.
Tradotto: i provvedimenti dei nostri politici, sia nazionali sia europei, non
serviranno a nulla e potremmo trovarci ancora nella stessa situazione di
agosto, del resto i “picchi” di prezzo, dal giugno 2021, si sono
ripetuti ogni tre o quattro mesi e ogni volta sono stati più
alti dei precedenti. Solo una soluzione può bloccare questa drammatica e
vergognosa vicenda: bloccare le importazioni spot e
conseguentemente chiudere i cosiddetti mercati finanziari. Ogni operazione
diversa non risolverà il problema e gli utenti continueranno a essere ingannati
e soffrire un’inflazione sempre più alta. La mia preoccupazione è dovuta
alla poca credibilità di una classe politica che discute del nulla e dalla cui
volontà dipende la soluzione.
Si tratta del progetto considerato “la peggiore bomba climatica al mondo”. E l’italiana Eni non poteva di certo farsi sfuggire l’occasione. Si chiama North Field East ed è un giacimento di gas naturale immenso, in Qatar, che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un autentico disastro in termini di contribuito al riscaldamento globale, nonostante le rassicurazioni dei vertici dell’azienda, che insiste sull’utilizzo di tecnologie che sarebbero in grado di limitare i danni al clima.
Il progetto
nell’elenco dei più dannosi in assoluto per il clima
Ma il gas in
questione, anche ammesso che fosse estratto con tutte le accortezze, viene
recuperato e venduto allo scopo di essere bruciato. E la scienza ha
spiegato che se vogliamo centrare il più ambizioso degli obiettivi dell’Accordo
di Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media
globale a 1,5 gradi centigradi alla fine del secolo, dobbiamo lasciare sottoterra tutti
i combustibili fossili che ancora l’umanità non ha estratto.
Un’inchiesta pubblicata
nello scorso mese di maggio dal quotidiano The Guardian ha elencato i progetti
di sfruttamento di petrolio e gas più dannosi in
assoluto. Delle “bombe climatiche”, appunto, suscettibili di provocare
emissioni per più di un miliardo di tonnellate di CO2 sull’insieme
del loro ciclo di vita.
Oltre a Eni
anche Total (e una terza compagnia)
Ma per Eni
il punto è un altro. È entrare in una joint-venture con la compagnia Qatar
Energy, diretta dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. È un
affare da 28 miliardi di dollari. Che permetterà alla compagnia italiana di
partecipare ad un progetto mastodontico. Si prevede infatti che aumenterà
del 60% la produzione di gas naturale liquefatto della nazione del
Golfo. E sul quale ha già messo le mani la francese TotalEnergies.
Quest’ultima
aveva annunciato un accordo con Qatar Energy lo scorso 12 giugno. Il terzo
grande nome che parteciperà allo sfruttamento del giacimento è ConocoPhillips,
multinazionale americana. Così, nelle intenzioni del governo di Doha, la
produzione al North Field East – giacimento offshore che si estende nei fondali
fino alle acque territoriali iraniane – dovrebbe poter
cominciare già nel 2026.
ReCommon pubblica oggi “Snam, giù le mani dalla Sardegna”, un’analisi di come gli interessi di una delle più importanti aziende italiane, fortemente spalleggiata dal governo, stiano penalizzando in maniera molto pesante il percorso di giusta transizione energetica che invece avrebbe potuto intraprendere una delle regioni italiane più segnate in passato da un processo di industrializzazione dannoso per l’ambiente e le comunità.
Snam, giù le
mani dalla Sardegna
REPORT PDF | 1.29 MB
Il “DPCM
Energia” datato inizio maggio, infatti, conferma che il futuro dell’isola sarà
incentrato sul gas. Fuori tempo massimo, visto che mai questo combustibile
fossile era stato utilizzato in Sardegna, dove si auspicava una reale
transizione energetica basata sulle fonti alternative, una volta abbandonato
definitivamente il carbone.
Sono anni
che Snam spinge per la metanizzazione della Sardegna. Tramite la controllata
Enura, la multinazionale ha trasformato il progetto della “ dorsale”, ovvero un
gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l’isola da nord a sud, in tre
“mini-dorsali”, ossia delle reti di distribuzione concentrate nei tre poli
dell’isola dove sono presenti le grandi industrie e i centri abitati più grandi,
collocati a nord-ovest nell’area di Porto Torres, nell’oristanese, nel
sud-ovest nell’area del Sulcis Iglesiente e nel cagliaritano nella zona di
Sarroch.
I punti di
rifornimento saranno due nuovi rigassificatori, uno a nord e uno a sud, per
l’importazione di gas fossile via nave.
L’emergenza
guerra ha contribuito a creare la basi per legittimare un piano a dire poco
anacronistico, che mette una pesante ipoteca sul futuro della Sardegna. Il
“DPCM Energia” rilancia la costruzione di terminali di rigassificazione e
stoccaggio come alternativa all’importazione di gas russo, non solo in
Sardegna, ma anche sulle coste della penisola italica e alla necessità di
trovare altri fornitori principalmente di gas liquido trasportato via nave.
“La Sardegna
non merita continue promesse di sviluppo, illusorie e fuori dal tempo.
Meriterebbe invece le bonifiche attese da anni, una pianificazione energetica
radicata nei territori, basata sulle comunità energetiche di iniziativa locale
e la partecipazione della popolazione. Purtroppo come stiamo vedendo il gas è
una dipendenza che ha delle conseguenze non solo sui cambiamenti climatici.
Snam sembra far finta di niente per non mettere in discussione i propri piani
di sviluppo futuro, in cui la Sardegna è solo una mappa da colorare” ha
dichiarato Filippo Taglieri di ReCommon, autore del rapporto.
“Non è
accettabile mettere un’ipoteca così pesante sul futuro di una terra che da
decenni è sacrificata a servitù militari e a un modello industriale che ha
inquinato e minato la salute delle persone. Con il prezzo del gas alle stelle,
e l’evidenza degli impatti del modello economico in cui si fonda, la Sardegna
dovrebbe cogliere l’opportunità per voltare pagina dall’economia delle fossili,
e pianificare dal basso il proprio futuro energetico, fuori dal modello
estrattivista e a partire dai territori” ha affermato Elena Gerebizza, anche
lei autrice del rapporto.
Dopo mesi di tira e molla, il presidente del consiglio Mario Draghi ha firmato il Dcpm Energia che definisce i termini della “transizione energetica” sarda. Uno strumento abusato, quello del Dpcm, che torna questa volta per ridisegnare un territorio, bypassando il parlamento ma anche le istituzioni locali sarde, e generando molto malcontento nell’isola. Ma veniamo ai contenuti.
Il decreto
ufficializza il gran plan di Snam per la metanizzazione
dell’isola, un progetto rimasto al palo e ridefinito dopo una valutazione
costi-benefici negativa, che di fatto indicava nella transizione alle
rinnovabili la strada più sensata per il futuro energetico della Sardegna. Per
volere del governo invece la Sardegna si prepara a entrare nell’era del gas,
quando il resto del mondo sta pensando di uscirne. La soluzione di Palazzo
Chigi consiste nel portare sull’isola il gas via nave: parliamo quindi di gas
naturale liquefatto (GNL) che verrebbe rigassificato in due terminal FSRU
(Floating Storage and Rigassification Unit) situati a Porto Torres e a
Portovesme. I due poli industriali sarebbero collegati all’Italia attraverso
navi che trasporteranno il metano che servirà all’isola: una “virtual pipeline”
che si completerebbe con un terzo deposito e il rigassificatore di Oristano, l’unico
già esistente.
La Sardegna
è una delle regioni più sacrificate per lo sviluppo del sistema estrattivista:
i due grandi poli industriali sono in declino da anni, hanno causato morti ed
emigrazione, tanto che le due zone delle virtual pipeline sono Siti d’interesse
Nazionale, ovvero siti inquinati che avrebbero bisogno di chiudere con le
fossili e di avere le tanto attese bonifiche. Al momento però siamo allo stadio
gas sì, rilancio dei poli industriali sì, bonifiche neanche per sogno.
Le virtual
pipeline collegherebbero, come detto, l’isola allo stivale, mentre in terra
sarda i gasdotti sarebbero tutt’altro che virtuali: sarebbe in programma la
costruzione di quasi 400 chilometri di gasdotti, anche se il calcolo è particolarmente
complicato perché non è stata fatta una valutazione complessiva dell’opera.
Dopo la bocciatura da parte dell’analisi costi-benefici, infatti, la proposta
del mega gasdotto da nord a sud dell’isola è stata modificata in un progetto
frazionato in quelle che Snam chiama delle “mini-dorsali”, dei gasdotti che
dovrebbero interessare le zone di Porto Torres, Sassari, Oristano e del Sulcis
Iglesiente fino a Cagliari. Rimarrebbe escluso il nuorese, a conferma che
questa transizione al gas vuole solo allungare la vita di poli industriali
sulla strada del declino, di fatto bloccando una vera transizione dell’interno
modello economico che sarebbe stata inevitabile con la chiusura delle due
grandi centrali a carbone presenti proprio a Porto Torres e a Portovesme. Come
dicevamo, il tutto in assenza di una valutazione di impatto ambientale
completa, che tenga conto delle conseguenze cumulative dei progetti, che sono
stati presentati dalla controllata sarda di Snam, Enura, in maniera
spezzettata.
Le centrali
a carbone presenti, lo ricordiamo, nei pressi di Portovesme e Porto Torres,
erano destinate ad essere chiuse o convertite: la prima – la centrale Grazia
Deledda di proprietà di Enel – con le grandi batterie per stoccare l’energia
rinnovabile prodotta da Enel nella zona; la seconda, di proprietà del gruppo
ceco EPH, con la conversione a biomasse proposta qualche anno fa da EP
produzione. Con l’invasione russa dell’Ucraina, il governo ha prima proposto di
riaccende le due centrali a carbone, considerato più conveniente del gas, per
poi rilanciare l’arrivo del GNL sull’isola che – nonostante i prezzi alle
stelle e la crisi che il settore produttivo dipendente dal gas sta vivendo da
oramai un anno – viene proposto come salvavita del complesso industriale in
crisi della Euroallumina e della Portovesme Srl al sud, mentre al nord dovrebbe
consentire a EP produzione di convertire una centrale a carbone sotto
utilizzata in una centrale a gas sproporzionata per il fabbisogno isolano. Un
piano che già nel 2020 sembrava assurdo e che oggi, con i prezzi del gas a
livelli mai visti prima e la crisi climatica sempre più evidente, sembra ancora
più folle.
Ma la storia
non è finita qui. Il Dcpm prevede altri mega progetti in costruzione
sull’isola. Tra questi l’interconnessione per l’alta tensione tra la Sardegna e
la Sicilia – nota come Tyrrhenian Link – che insieme al raddoppio del
collegamento Sardegna-Corsica-Toscana darà la possibilità di esportare
l’energia in eccesso che sicuramente sarà prodotta dall’ondata speculativa di mega
progetti per la produzione di energia rinnovabile che sta investendo l’isola.
Centinaia di progetti di fotovoltaico e eolico, per centinaia di ettari, calati
dall’alto e senza una pianificazione territoriale, e tanto meno senza
un’adeguata informazione e partecipazione della popolazione.
In questo
panorama di vera e propria colonizzazione energetica, si può davvero parlare di
“transizione energetica” per la Sardegna e per i suoi abitanti, costretti alla
dipendenza dal gas e allo stesso tempo alla servitù delle grandi rinnovabili
per l’esportazione di energia?
Come si può
parlare di transizione “ecologica” senza parlare di bonifica dei siti
inquinati, senza parlare di uscita dalle fossili, ancora di più in una delle
regioni con il potenziale più alto per accogliere rinnovabili ragionate, su
piccola scala, distribuite e proposte dai territori?
Quale
transizione sociale si propone per un territorio spopolato e colpito da un
modello incentrato sull’industria pesante che ha lasciato dietro di se più
malattie e tumori che prospettive e posti di lavoro?
https://www.recommon.org/fuori-tempo-massimo-lo-sbarco-del-gas-in-sardegna/
Cingolani, cosa hai da dire?
Se ne parlava da settimane, ed ecco qui.
La citta’ di New York vieta il gas naturale come fonte di riscaldamento e
per cucinare nei palazzi nuovi per combattere i cambiamenti climatici. Le nuove
palazzine dovranno usare solo ed esclusivamente energia elettrica e neanche un
grammo di energia fossile.
E’ la citta’ piu’ grande d’America a prendere questa decisione.
E pure se Cingolani fa finta di non saperlo, e’ bene ricordare che il gas
e’ energia fossile!
Questo
divieto al gas naturale si applica agli edifici nuovi sotto ai sette piani entro il
Dicembre del 2023, fra due anni, e per gli edifici superiori ai sette piani
entro la fine del 2027. Saranno esenti strutture particolari, come ad esempio
gli ospedali.
La citta’ ha l’obiettivo di essere “carbon neutral” entro il 2050; una
legge del 2019 aggiunge che tutta l’energia della citta’ deve essere da fonti
che non generano CO2 entro il 2040.
Sara’ un bel passo in avanti, visto che in questo momento circa il 40%
delle emissioni di CO2 della citta’ arriva dal gas usato per usi domestici.
E poi’ e’ importante ricordare che ogni edificio nuovo durera’ per almeno
100 anni, e quindi restare attaccati al gas significa che per altri 100 anni
staremo ancora li a scavare sottoterra per trovare gas, qualche volta con il
fracking, qualche volta senza, e a bruciarlo per generare energia.
Quindi, meglio darci un taglio.
Ovviamente questa decisione sara’ di esempio a tante altre localita’ in
giro per il mondo. Se lo puo’ fare una citta’ grande e complessa come New York,
lo possono fare tutti, no?
Ci saranno sacrifici associati? Puo’ darsi. Anzi gia’ i cuochi dicono che
il fornello elettrico e’ meno efficente del gas, e i soliti gufi dicono che non
potremmo mai farcela in nessun altro modo se non con le fossili, ma il mondo
non puo’ aspettare e necessita davvero di essere fossil-fuel free.
Altrimenti non avremo ne cucine ne gufi veri.
Cingolani tutte queste cose non le sa e non le vuole sapere. Occorre
rendersi conto che prima o poi queste leggi arriveranno anche in Europa (o
forse ci sono gia’?) , e un po’ dopo ancora in Italia che ci piaccia o no.
Ed e’ per questo che e’ criminale quello che Cingolani sta facendo, nel
rimpinzare l’Italia di centrali a gas.
Perche’ queste centrali a gas sono investimenti costosi e che ci
condanneranno ad usare gas (e a sottostare ai capricci di russi o libici) per
altri di 30, 40, 50 anni perdendo il treno delle rinnovabili e tutto quello che
fossile non e’. Programmare oggi centrali a gas significa non programmare per
il vero futuro che ci aspetta e che non ha niente a che vedere con le trivelle
e i rigassificatori.
Cosa alimentera’ queste centrali a gas di Cigolani? Lui bla-bleggia con le
trivelle nostane ma lo sa meglio di tutti noi che ce ne abbiamo troppo poco di
gas in Italia. E quindi ogni centrale a gas significa continuare sulla strada
del passato, importare fossili, creare rigassificatori, gasdotti, centrali di
alimentazione.
Ma poi, chi paghera’ per dismettere queste centrali a gas quando il gas sara’
obsoleto?