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sabato 8 novembre 2025

Eni diffida e ReCommon risponde «con determinazione»

 

In data 27 ottobre 2025 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una diffida e richiesta di rettifica da parte della Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali di ENI, a firma dell’Avvocato Stefano Speroni, relativa a quanto riportato da ReCommon nella newsletter del 10 ottobre 2025, dal titolo “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo.”
 
Le precisazioni inviate dalla Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali sulla presunta natura diffamatoria delle affermazioni di ReCommon sono le seguenti:
 
“1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
Nell'estate del 2023, quindi ben prima dei tragici eventi del 7 ottobre 2023, Eni, insieme ad altre compagnie energetiche, ha partecipato ad una gara internazionale indetta legittimamente da Israele nel 2022 per un’area offshore con sei blocchi esplorativi (in acqua di sfruttamento economico situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto). I risultati di tale gara hanno visto Eni vincitrice.
Tuttavia, nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In merito alla business combination con Ithaca Energy, l'operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra Eni UK ed Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra. Si rappresenta che il database Onu nel quale è citata Delek Group non è una “lista nera” e non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all'applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva.
Si ribadisce che Eni, in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani.
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
Anche questa affermazione è falsa. Eni non ha effettuato alcuna spedizione verso Israele in quanto il greggio Eni prodotto nel Centro Olio in Val D'Agri viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti”.

 

 

In relazione ai punti sopra riportati, ReCommon precisa e chiarisce la propria posizione:
1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
ReCommon prende atto del fatto che ENI giudica come “legittimamente indetta” da Israele la gara internazionale per l’assegnazione delle licenze di esplorazione nelle acque antistanti Gaza, poiché le acque di sfruttamento economico interessate sarebbero situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto. In proposito riteniamo grave che, così facendo, Eni trascuri che oltre 150 paesi hanno riconosciuto lo stato di Palestina e, per quel che concerne il diritto internazionale, l'UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alla Palestina la sovranità sulle sue acque territoriali e sulla zona economica esclusiva che si estendono fino a 200 miglia nautiche dalla costa di Gaza, per cui il 62% dell’area di esplorazione assegnata al consorzio a guida di ENI ricade nella zona economica esclusiva palestinese.
In secondo luogo, nonostante i reiterati tentativi di rassicurare gli azionisti e il pubblico che “nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi”, ReCommon prende atto del fatto che ENI non abbia smentito l’aggiudicazione delle licenze e che non abbia comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare. Dunque, dalle precisazioni ricevute da Eni è possibile desumere che l’azienda ha nei piani futuri di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In primo luogo, stupisce che la richiesta di rettifica da parte di ENI arrivi a più di un anno dalla pubblicazione del commento sulla business combination tra ENI UK e Ithaca Energy sul sito di ReCommon e dopo il lancio di una petizione firmata da oltre 3.400 persone e sostenuta da realtà della società civile italiana che chiedevano a ENI di annullare l’accordo con la società Ithaca Energy, proprio per i suoi legami con Delek Group.
In secondo luogo, si fa presente che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press ("UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements"), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.
Il database a cui fa riferimento ENI è un documento prodotto dall’Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns). Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività:
(e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l'esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport);
(g) L'uso delle risorse naturali, in particolare dell'acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes).
Sull’indipendenza di Ithaca Energy da ENI S.p.A. e da Delek Group, si segnala la mancanza di coordinazione nella comunicazione istituzionale tra ENI S.p.A. e Ithaca circa la relazione dell’azienda italiana con Delek. ENI S.p.A. si concentra, in questa richiesta di rettifica e in risposta ai suoi azionisti, sulla distanza tra le due società, corroborata dall’aver negoziato l’accordo di aggregazione solo con Ithaca; Ithaca, invece, della partnership allineata tra ENI e Delek ne fa un punto di forza, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(...) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
ReCommon prende atto del fatto che secondo ENI non c’è stata alcuna spedizione del greggio processato dal Centro Olio Val D’Agri (COVA) verso Israele. ReCommon ritiene peculiare che ENI non abbia commentato con la stessa sicumera e fermezza in risposta al Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) nel settembre del 2024, che chiedeva a ENI di rispondere proprio in merito al medesimo evento. La nostra affermazione sul carico di greggio trasferito dal COVA a Taranto e quindi partito da qui via nave verso Israele, così come quella del BHRRC, si basa sull’esito dell’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”. Data Desk ha utilizzato il modello Trade Flows di London Stock Exchange Group Data & Analytics, che fornisce una valutazione del commercio marittimo di petrolio greggio e prodotti raffinati sulla base dei dati AIS, dei dati doganali, delle informazioni pubblicate quali gli orari delle navi cisterna e dei porti e dei contributi degli analisti. I dati AIS (Automatic Identification System) sono informazioni scambiate elettronicamente tra le navi per migliorare la sicurezza della navigazione, tra cui posizione, rotta, velocità, nome, dimensioni e identificativi.
La tabella da cui si evince il dato riportato da OCI e Data Desk si trova al link https://docs.datadesk.eco/public/oil-to-israel/#table-of-shipments


Con determinazione,
il collettivo di ReCommon

venerdì 2 dicembre 2022

Costa Rica e Groenlandia vogliono vietare esplorazioni di gas e petrolio - Claudia Vago

«La Costa Rica sta per scrivere la storia: il Congresso discute della possibilità di vietare in maniera definitiva l’esplorazione e lo sfruttamento di petrolio e gas», twittava Christiana Figueres, ex segretaria esecutiva dell’Unfccc, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, tra il 2010 e il 2016. Facendo appello a unirsi alla battaglia.

L’invito è stato raccolto Mark RuffaloGael Garcia BernalJane Fonda. E il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, che sottolinea come perseguire una ripresa economica “pulita” sia la cosa più sensata da fare.

Il progetto di legge discusso in Parlamento

L’impegno della Costa Rica per vietare l’esplorazione dei combustibili fossili è iniziato nel 2002 sotto la presidenza di Abel Pacheco. Allora venne stabilito un divieto temporaneo la cui scadenza, fissata al 2014, è stata prorogata fino al 2050. Il nuovo disegno di legge, sostenuto dall’amministrazione del presidente Carlos Alvarado, si spinge oltre, vietando in modo permanente esplorazioni e sfruttamento di gas e petrolio.

«Un divieto permanente manderebbe un messaggio molto potente al mondo intero», ha dichiarato alla Reuters la parlamentare Paola Vega. «La preoccupazione», sottolinea Christiana Figueres, «è che un giorno possa esserci un governo che pensa sia una buona idea tornare all’utilizzo di combustibili fossili».

C’è un movimento a favore delle esplorazioni

Il dibattito parlamentare si sta svolgendo in queste settimane. E anche per questo Christiana Figueres e altri attivisti stanno usando i social network per sollevare l’attenzione del mondo intorno al progetto di legge. Tuttavia, diversi parlamentari costaricani ritengono che il voto arriverà solo a ottobre.

Fin dal 2019 un movimento pro-esplorazione ha cercato senza successo di ottenere un referendum sull’esplorazione di petrolio e gas. Il disegno di legge ha incontrato l’opposizione di alcuni politici che sostengono che le risorse potrebbero aiutare il Paese a riprendersi da un calo dell’8,7% del Pil nel 2020 dovuto alla pandemia di coronavirus.

Non è provato che le riserve di cui dispone la nazione centroamericana siano redditizie da un punto di vista commerciale. «Probabilmente non vedremmo profitti prima di almeno 10-15 anni, quando la domanda di petrolio e gas sarà effettivamente ancora inferiore a quella attuale», ha dichiarato Figueres.

Anche la Groenlandia vieta le esplorazioni

A metà luglio è stato il governo ambientalista della Groenlandia ad annunciare la sospensione dell’attuale strategia e la fine alle future esplorazioni petrolifere sul proprio territorio. Come riporta il quotidiano francese Novethic, secondo l’American Institute of Geophysics, più di un quinto delle riserve petrolifere non scoperte si trova a nord del Circolo Polare Artico. Rappresentano il 13% delle risorse petrolifere mondiali. Le acque groenlandesi conterrebbero così 51 miliardi di barili di petrolio.

Le ragioni che hanno spinto il governo a questa decisione sono essenzialmente due. Da un lato, analisi economiche della redditività delle esplorazioni mostrano che i rendimenti sono due volte inferiori rispetto a quanto si aspettano le compagnie petrolifere. Dall’altro, ovviamente, l’impatto sull’ambiente e sul clima.

È una decisione soprattutto simbolica, sottolineano esponenti del governo. Già da alcuni anni le esplorazioni petrolifere sono in stallo. La principale campagna di esplorazione offshore, condotta dalla Scottish Cairn Energy intorno al 2010-2011, era stata un fallimento.

Stop anche alle esplorazioni di uranio

Eppure il governo, per mantenere le sue promesse elettorali, non si fermerà. Attualmente è allo studio un progetto di legge per vietare l’esplorazione e lo sfruttamento di uranio. «La popolazione della Groenlandia ha basato per secoli il proprio sostentamento sulle risorse naturali del Paese» sottolinea il governo. Per il quale, quindi, le attività economiche e commerciali devono tenere conto della natura e dell’ambiente.

Abbandonare i combustibili fossili è un dovere

«Questo rapporto deve suonare una campana a morto per carbone e combustibili fossili, prima che distruggano il nostro Pianeta», ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite commentando la pubblicazione del più recente rapporto dell’IPCC. «Se uniamo le forze ora, possiamo evitare la catastrofe climatica. Ma, come chiarisce il rapporto, non c’è tempo per indugiare e non c’è spazio per scuse».

Il rapporto presentato lunedì 9 agosto è stato redatto dal Gruppo di lavoro I il cui scopo è concentrarsi sugli aspetti scientifici del sistema clima e dei cambiamenti climatici. Centinaia di scienziati hanno passato al vaglio migliaia di studi per fornire un quadro delle conoscenze nell’ambito del clima e dei cambiamenti climatici.

Il verdetto è chiaro: i cambiamenti climatici dipendono dalle attività umane e si stanno verificando molto più velocemente di quanto succederebbe naturalmente. La strada per centrare l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro l’1,5° è sempre più stretta. E va imboccata con coraggio, cominciando dall’abbandono di quelle cha sappiamo essere la principale causa di emissioni di gas ad effetto serra: i combustibili fossili.

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mercoledì 9 novembre 2022

Nuovo rapporto di ReCommon sulle relazioni pericolose tra Italia ed Egitto

 

“La campagna d’Egitto – Gli affari dei ‘campioni’ italiani con il regime di al-Sisi” è il rapporto che ReCommon lancia oggi in concomitanza con l’inizio della COP27 a Sharm el-Sheik. Nella pubblicazione, l’associazione esamina il rapporto fin troppo stretto e proficuo delle due big del settore fossile, Eni e Snam, della principale banca italiana, Intesa Sanpaolo, e dell’assicuratore pubblico nostrano, SACE, con il sanguinario e liberticida regime di Abdel Fattah al-Sisi. In carica dal 2014, al-Sisi è responsabile della detenzione arbitraria di migliaia di persone, di innumerevoli condanne a morte in seguito a processi viziati e di una vasta discriminazione di genere per legge. Eppure, tra i paesi dell’Unione europea, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Egitto e il quinto a livello globale, oltre a essere il secondo Paese di destinazione delle merci egiziane.


La campagna d'Egitto

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Non a caso l’Egitto è il singolo Paese nel quale si trova il volume maggiore delle riserve di gas di Eni, oltre il 20% del totale. La produzione nel Paese della principale multinazionale energetica italiana, partecipata dallo Stato, rappresenta il 60% del totale nazionale. Solo inizialmente l’Eni ha fatto sentire la sua voce in merito alla barbara uccisione di Giulio Regeni, per poi tornare senza troppe remore al business as usual, in quel momento rappresentato dalla scoperta dell’ingente giacimento di Zohr. Grazie soprattutto ai progetti di Eni, il regime di al-Sisi ha conquistato un ruolo di primo piano sullo scacchiere energetico internazionale.

Di recente Snam, il più grande operatore del sistema di trasporto del gas in Europa, società anch’essa partecipata dallo Stato italiano, ha acquistato il 25% della East Mediterranean Gas Company (EMG), proprietaria del gasdotto Arish-Ashkelon tra Israele ed Egitto, anche noto come “Gasdotto della pace”. Infrastruttura sicuramente strategica per gli scambi energetici tra i due paesi e nodale per le mire del Generale al-Sisi, ma anche opaca nella sua composizione societaria, su cui pendono ombre pericolose.

Tutti questi investimenti infrastrutturali vengono attuati grazie agli istituti di credito e alle istituzioni finanziarie. In prima fila c’è Bank of Alexandria, la sussidiaria locale del primo gruppo bancario italiano, Intesa Sanpaolo. Partecipata anche dallo Stato egiziano, Bank of Alexandria si vanta di essere il canale privilegiato per gli investimenti italiani nei settori strategici per l’Egitto, in primis il comparto oil&gas e quello dell’acquisto di armi, tanto ‘caro’ al regime.

A garanzia di queste relazioni troviamo SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, la cui esposizione storica nei confronti del regime egiziano supera i 4 miliardi di euro. L’importanza rivestita dall’Egitto nel portafoglio di SACE si evince da due operazioni di garanzia: quella per la raffineria di MIDOR e quella per la raffineria di Assiut, avvenuta a febbraio 2022. Entrambe risultano le più grandi mai emesse da SACE nel settore oil&gas. Per l’ultima, sullo sfondo del caso Regeni, ci sono state poche remore, nonostante la titubanza di altri attori finanziari italiani coinvolti, come Cassa Depositi e Prestiti.

Perché Snam non pubblica l’elenco completo degli azionisti della EMG, suoi soci in affari in Egitto, e i beneficiari ultimi di ciascuna delle società che controllano proprio insieme a Snam il gasdotto Arish-Ashkelon? Perché Eni ha continuato a incrementare i propri investimenti in Egitto persino dopo che sono emersi possibili legami tra l’assassinio di Giulio Regeni e il regime di al-Sisi? Qual è stata la destinazione finale degli ingenti finanziamenti che Intesa Sanpaolo ha concesso al ministero della Difesa e al ministero delle Finanze egiziani? Perché SACE non ha avuto alcuna remora nel garantire la raffineria di Assiut, nonostante altri attori finanziari fossero preoccupati per le implicazioni reputazionali derivanti dal caso Regeni?

Queste le domande che pone ReCommon ai diretti interessati. “Sarebbe a dir poco auspicabile fare finalmente chiarezza sui troppi aspetti oscuri delle relazioni tra Italia ed Egitto, portate avanti dai ‘campioni’ industriali e finanziari nostrani”, l’auspicio dell’organizzazione. “Se ciò non dovesse avvenire, sarà l’ennesima prova che gli interessi economici hanno sempre la meglio rispetto alla tutela dei diritti delle persone”, conclude.

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giovedì 3 novembre 2022

Chi si fa ricco con il gas? - ReCommon

  

Ci avviamo a vivere un autunno ed un inverno difficili, segnati da una crisi energetica che è già divenuta economica e sociale, con l’incertezza della guerra che grava sempre più sull’Europa e sul resto del mondo.

Queste molteplici crisi, tra loro connesse, hanno portato in cima all’agenda italiana e internazionale la questione gas.

Finalmente la crisi ha svelato la follia di un mercato del gas europeo costruito a tavolino a vantaggio di poche grandi società e alcuni attori finanziari, con il risultato perverso di legare mani e piedi dell’Unione Europea all’agenda dell’espansione del gas per decenni, “venduto” come combustibile di cui non potevamo fare a meno nella lunga, e sempre più ritardata, transizione ecologica fuori dal fossile.

Contrariamente a quello che ci viene detto dalle élite fossili, infiltrate ai più alti livelli di ogni ministero, schieramento politico e gruppo economico ed in buona parte dell’ambiente editoriale, quelli che viviamo oggi non sono i costi della transizione green, ma anzi il prezzo per non aver investito su di essa. Abbiamo continuato, al contrario, a foraggiare con sussidi pubblici le lobby fossili in nome di una sicurezza energetica costruita su accordi per l’import del gas siglati con autocrati di mezzo mondo.

Da quando la Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, la risposta dei governi è stata quella di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas. Con la corsa al gas stiamo arricchendo governi autocratici quali Egitto, Azerbaigian, Algeria, Repubblica del Congo, ne stiamo avallando le drammatiche politiche repressive dei diritti umani e sociali e gettando così le basi per nuovi conflitti.

Con la campagna “Tutti i costi del gas” vorremmo alzare la voce per invitare le persone a non arrendersi alla logica aberrante dell’emergenza, perché è la stessa che da decenni ci lega all’economia del gas fossile, di cui subiamo il ricatto.

Proprio quando i costi del gas si impennano e la crisi colpisce famiglie, imprese e lavoratori italiani rendendo insostenibile la vita quotidiana di milioni di persone, è nostro diritto pretendere che chi è responsabile paghi ed è nostro dovere parlare di quali sono tutti i costi del gas a fianco di quelli segnati in bolletta: dalla repressione del dissenso in Egitto, alla militarizzazione e le guerre nel Nord del Mozambico, a chi ha sacrificato la propria vita a Malta per smascherare gli interessi corrotti di politici e imprenditori, fino a chi difende i territori da nuove colonizzazioni energetiche guidate dalla corsa al gas o da nuove fonti presunte “green” ma pur sempre insostenibili e imposte con la forza. 

 

Dobbiamo parlare senza paura di cosa succede dall’altra parte dei tubi che oggi pompano il metano per le nostre caldaie e centrali elettriche, così come guardare dentro gli extraprofitti delle società energetiche tricolori e in tutti i soldi pubblici di cui queste hanno goduto, con la complicità dei vari governi che si sono succeduti negli anni.

Guarderemo senza paura negli affari di Eni, Snam, Intesa Sanpaolo, Sace, solo per menzionare i principali campioni fossili tricolori della crociata pro-gas degli ultimi decenni. Senza dimenticare che, in linea con gli allarmi inascoltati delle organizzazioni internazionali, oramai non c’è più tempo da perdere per porre un freno al cambiamento climatico, ponendo fine oggi a ogni nuovo investimento in petrolio, carbone e gas, e in false soluzioni climatiche che perpetuano la dipendenza da questi, dal mare Adriatico alle coste africane e oltre.

I responsabili della crisi climatica, nonché di quella energetica, sono gli stessi che hanno alimentato una dipendenza tossica dalle risorse russe, di cui oggi goffamente i governi cercano di sbarazzarsi, per altro senza riuscirci, e anziché pagare per le loro responsabilità stanno guadagnando, da prima di questa situazione e oggi ancor di più.

Le scelte di oggi, dettate dall’emergenza, segneranno il modello energetico e sociale dei prossimi anni. La ricerca delle soluzioni al disastro in cui siamo finiti è troppo importante per lasciarla nelle mani dei soliti campioni fossili ed i loro Yes Men nelle istituzioni. Il principio guida di questa ricerca dovrà essere che questa volta le élite fossili non possano farla franca, in Italia e in Europa, così come nel Sud globale. 

È una questione di giustizia, #chidistruggepaga

Analisi degli extra-profitti nel settore Oil&Gas europeo REPORT PDF | 1.01 MB

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lunedì 24 ottobre 2022

I prezzi di gas e luce diminuiscono. È finita la speculazione? - Remo Valsecchi

 

La farsa continua. Nessuno, o quasi, ha mai voluto ammettere che quanto sta accadendo dal giugno 2021 con la luce ed il gas è stato causato solo dalla speculazione (abbiamo dedicato sul punto il dossier “Carissimo gas”). Si è sempre cercato di camuffare la realtà con motivazioni e riferimenti esterni che non esistono, forse perché non era possibile mettere in luce un grossolano errore di sistema, quello voluto dall’Europa dei Trattati, o forse non si poteva riconoscere di aver fatto un gigantesco favore ai mercati finanziari, che mercati non sono, favorendo la ricchezza di pochi al prezzo di un aumento della povertà dei tanti.

Adesso, però, i prezzi diminuiscono e, quindi, la politica dimentica gli eventi che avrebbero provocato gli aumenti e si prende il merito spiegando che la diminuzione è merito dei provvedimenti che l’Unione europea starebbe adottando. Un falso prima e un falso adesso. La speculazione, anch’essa, è condizionata dalla domanda e dall’offerta, più alta è la domanda più alta è la speculazione, più bassa è la domanda, inferiore è la speculazione. L’offerta, nel settore dell’energia, è ininfluente essendo costante negli anni e con un andamento ripetitivo anche nei mesi. Lo conferma il bilancio energetico, aggiornato mensilmente dal ministero della Transizione ecologica.

I contratti di importazione sono di due tipi, quello spot, ossia riferito a un’operazione entro tre mesi, e quello “long term”, regolato da contratti ultra-annuali con prezzi fissati e indicizzati al costo del petrolio (Brent). I primi sono effettuati nelle Borse europee, il 2,8% del totale secondo la relazione al Parlamento e al governo di Arera e, comunque, entro un massimo del 12% del totale, limite sempre indicato da Arera nella relazione e riferito al totale de contratti con durata inferiore all’anno.

Sono i contratti spot a provocare l’aumento dei prezzi e la speculazione anche se, poi, gli importatori con contratti long term si accodano e attraverso società, magari controllate, fornitrici dell’utente finale, vendono allo stesso con il prezzo fissato dai mercati finanziari. Questa è la ragione degli utili lordi di Eni aumentati trimestralmente di tre volte dal settembre 2021 rispetto a quelli precedenti, e parliamo di miliardi di euro. Appena disponibile, entro la fine ottobre, faremo un’analisi dei risultati del terzo trimestre.

Perché in ottobre i prezzi sono in forte ribasso? Sempre e solo per il procedere della domanda che, come conseguenza di un andamento climatico favorevole, si è ridotta e gli importatori spot che, con il meccanismo dei derivati future, hanno acquistato ad agosto, il mese con il prezzo medio mensile più alto dal giugno 2021, e hanno fatto il pieno ma non consegnano perché gli utenti non hanno ancora acceso i termosifoni, non stanno cioè acquistando. Non è un caso che il prezzo si stia riducendo: è l’effetto della regolazione naturale del mercato, quello appunto della domanda e dell’offerta. Se gli importatori spot riducono la domanda i mercati finanziari stagnano e la maggior parte del gas importato finisce negli stoccaggi che ricevono senza pagare alcun prezzo, anzi facendo pagare l’uso dell’impianto di stoccaggio.

Questo non significa che i prezzi non torneranno a risalire, anzi è molto probabile che questo avvenga se le condizioni climatiche saranno meno favorevoli delle attuali.
Tradotto: i provvedimenti dei nostri politici, sia nazionali sia europei, non serviranno a nulla e potremmo trovarci ancora nella stessa situazione di agosto, del resto i “picchi” di prezzo, dal giugno 2021, si sono ripetuti ogni tre o quattro mesi e ogni volta sono stati più alti dei precedenti. Solo una soluzione può bloccare questa drammatica e vergognosa vicenda: bloccare le importazioni spot e conseguentemente chiudere i cosiddetti mercati finanziari. Ogni operazione diversa non risolverà il problema e gli utenti continueranno a essere ingannati e soffrire un’inflazione sempre più alta. La mia preoccupazione è dovuta alla poca credibilità di una classe politica che discute del nulla e dalla cui volontà dipende la soluzione.

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sabato 25 giugno 2022

Eni svilupperà la peggiore “bomba climatica” al mondo - Andrea Barolini

Si tratta del progetto considerato “la peggiore bomba climatica al mondo”. E l’italiana Eni non poteva di certo farsi sfuggire l’occasione. Si chiama North Field East ed è un giacimento di gas naturale immenso, in Qatar, che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un autentico disastro in termini di contribuito al riscaldamento globale, nonostante le rassicurazioni dei vertici dell’azienda, che insiste sull’utilizzo di tecnologie che sarebbero in grado di limitare i danni al clima

 

Il progetto nell’elenco dei più dannosi in assoluto per il clima

Ma il gas in questione, anche ammesso che fosse estratto con tutte le accortezze, viene recuperato e venduto allo scopo di essere bruciato. E la scienza ha spiegato che se vogliamo centrare il più ambizioso degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi alla fine del secolo, dobbiamo lasciare sottoterra tutti i combustibili fossili che ancora l’umanità non ha estratto.

Un’inchiesta pubblicata nello scorso mese di maggio dal quotidiano The Guardian ha elencato i progetti di sfruttamento di petrolio e gas più dannosi in assoluto. Delle “bombe climatiche”, appunto, suscettibili di provocare emissioni per più di un miliardo di tonnellate di CO2 sull’insieme del loro ciclo di vita. 

 

Oltre a Eni anche Total (e una terza compagnia)

Ma per Eni il punto è un altro. È entrare in una joint-venture con la compagnia Qatar Energy, diretta dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. È un affare da 28 miliardi di dollari. Che permetterà alla compagnia italiana di partecipare ad un progetto mastodontico. Si prevede infatti che aumenterà del 60% la produzione di gas naturale liquefatto della nazione del Golfo. E sul quale ha già messo le mani la francese TotalEnergies

Quest’ultima aveva annunciato un accordo con Qatar Energy lo scorso 12 giugno. Il terzo grande nome che parteciperà allo sfruttamento del giacimento è ConocoPhillips, multinazionale americana. Così, nelle intenzioni del governo di Doha, la produzione al North Field East – giacimento offshore che si estende nei fondali fino alle acque territoriali iraniane – dovrebbe poter cominciare già nel 2026

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martedì 21 giugno 2022

il gas cancella la giusta transizione della Sardegna

 

ReCommon pubblica oggi “Snam, giù le mani dalla Sardegna”, un’analisi di come gli interessi di una delle più importanti aziende italiane, fortemente spalleggiata dal governo, stiano penalizzando in maniera molto pesante il percorso di giusta transizione energetica che invece avrebbe potuto intraprendere una delle regioni italiane più segnate in passato da un processo di industrializzazione dannoso per l’ambiente e le comunità.

 

Snam, giù le mani dalla Sardegna

REPORT PDF | 1.29 MB

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Il “DPCM Energia” datato inizio maggio, infatti, conferma che il futuro dell’isola sarà incentrato sul gas. Fuori tempo massimo, visto che mai questo combustibile fossile era stato utilizzato in Sardegna, dove si auspicava una reale transizione energetica basata sulle fonti alternative, una volta abbandonato definitivamente il carbone.

Sono anni che Snam spinge per la metanizzazione della Sardegna. Tramite la controllata Enura, la multinazionale ha trasformato il progetto della “ dorsale”, ovvero un gasdotto che avrebbe dovuto attraversare l’isola da nord a sud, in tre “mini-dorsali”, ossia delle reti di distribuzione concentrate nei tre poli dell’isola dove sono presenti le grandi industrie e i centri abitati più grandi, collocati a nord-ovest nell’area di Porto Torres, nell’oristanese, nel sud-ovest nell’area del Sulcis Iglesiente e nel cagliaritano nella zona di Sarroch.

I punti di rifornimento saranno due nuovi rigassificatori, uno a nord e uno a sud, per l’importazione di gas fossile via nave.

L’emergenza guerra ha contribuito a creare la basi per legittimare un piano a dire poco anacronistico, che mette una pesante ipoteca sul futuro della Sardegna. Il “DPCM Energia” rilancia la costruzione di terminali di rigassificazione e stoccaggio come alternativa all’importazione di gas russo, non solo in Sardegna, ma anche sulle coste della penisola italica e alla necessità di trovare altri fornitori principalmente di gas liquido trasportato via nave.

“La Sardegna non merita continue promesse di sviluppo, illusorie e fuori dal tempo. Meriterebbe invece le bonifiche attese da anni, una pianificazione energetica radicata nei territori, basata sulle comunità energetiche di iniziativa locale e la partecipazione della popolazione. Purtroppo come stiamo vedendo il gas è una dipendenza che ha delle conseguenze non solo sui cambiamenti climatici. Snam sembra far finta di niente per non mettere in discussione i propri piani di sviluppo futuro, in cui la Sardegna è solo una mappa da colorare” ha dichiarato Filippo Taglieri di ReCommon, autore del rapporto.

“Non è accettabile mettere un’ipoteca così pesante sul futuro di una terra che da decenni è sacrificata a servitù militari e a un modello industriale che ha inquinato e minato la salute delle persone. Con il prezzo del gas alle stelle, e l’evidenza degli impatti del modello economico in cui si fonda, la Sardegna dovrebbe cogliere l’opportunità per voltare pagina dall’economia delle fossili, e pianificare dal basso il proprio futuro energetico, fuori dal modello estrattivista e a partire dai territori” ha affermato Elena Gerebizza, anche lei autrice del rapporto.

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venerdì 8 aprile 2022

Fuori tempo massimo, lo sbarco del gas in Sardegna - Elena Gerebizza, Filippo Taglieri

 

Dopo mesi di tira e molla, il presidente del consiglio Mario Draghi ha firmato il Dcpm Energia che definisce i termini della “transizione energetica” sarda. Uno strumento abusato, quello del Dpcm, che torna questa volta per ridisegnare un territorio, bypassando il parlamento ma anche le istituzioni locali sarde, e generando molto malcontento nell’isola. Ma veniamo ai contenuti.

Il decreto ufficializza il gran plan di Snam per la metanizzazione dell’isola, un progetto rimasto al palo e ridefinito dopo una valutazione costi-benefici negativa, che di fatto indicava nella transizione alle rinnovabili la strada più sensata per il futuro energetico della Sardegna. Per volere del governo invece la Sardegna si prepara a entrare nell’era del gas, quando il resto del mondo sta pensando di uscirne. La soluzione di Palazzo Chigi consiste nel portare sull’isola il gas via nave: parliamo quindi di gas naturale liquefatto (GNL) che verrebbe rigassificato in due terminal FSRU (Floating Storage and Rigassification Unit) situati a Porto Torres e a Portovesme. I due poli industriali sarebbero collegati all’Italia attraverso navi che trasporteranno il metano che servirà all’isola: una “virtual pipeline” che si completerebbe con un terzo deposito e il rigassificatore di Oristano, l’unico già esistente.

La Sardegna è una delle regioni più sacrificate per lo sviluppo del sistema estrattivista: i due grandi poli industriali sono in declino da anni, hanno causato morti ed emigrazione, tanto che le due zone delle virtual pipeline sono Siti d’interesse Nazionale, ovvero siti inquinati che avrebbero bisogno di chiudere con le fossili e di avere le tanto attese bonifiche. Al momento però siamo allo stadio gas sì, rilancio dei poli industriali sì, bonifiche neanche per sogno.

Le virtual pipeline collegherebbero, come detto, l’isola allo stivale, mentre in terra sarda i gasdotti sarebbero tutt’altro che virtuali: sarebbe in programma la costruzione di quasi 400 chilometri di gasdotti, anche se il calcolo è particolarmente complicato perché non è stata fatta una valutazione complessiva dell’opera. Dopo la bocciatura da parte dell’analisi costi-benefici, infatti, la proposta del mega gasdotto da nord a sud dell’isola è stata modificata in un progetto frazionato in quelle che Snam chiama delle “mini-dorsali”, dei gasdotti che dovrebbero interessare le zone di Porto Torres, Sassari, Oristano e del Sulcis Iglesiente fino a Cagliari. Rimarrebbe escluso il nuorese, a conferma che questa transizione al gas vuole solo allungare la vita di poli industriali sulla strada del declino, di fatto bloccando una vera transizione dell’interno modello economico che sarebbe stata inevitabile con la chiusura delle due grandi centrali a carbone presenti proprio a Porto Torres e a Portovesme. Come dicevamo, il tutto in assenza di una valutazione di impatto ambientale completa, che tenga conto delle conseguenze cumulative dei progetti, che sono stati presentati dalla controllata sarda di Snam, Enura, in maniera spezzettata.

Le centrali a carbone presenti, lo ricordiamo, nei pressi di Portovesme e Porto Torres, erano destinate ad essere chiuse o convertite: la prima – la centrale Grazia Deledda di proprietà di Enel – con le grandi batterie per stoccare l’energia rinnovabile prodotta da Enel nella zona; la seconda, di proprietà del gruppo ceco EPH, con la conversione a biomasse proposta qualche anno fa da EP produzione. Con l’invasione russa dell’Ucraina, il governo ha prima proposto di riaccende le due centrali a carbone, considerato più conveniente del gas, per poi rilanciare l’arrivo del GNL sull’isola che – nonostante i prezzi alle stelle e la crisi che il settore produttivo dipendente dal gas sta vivendo da oramai un anno – viene proposto come salvavita del complesso industriale in crisi della Euroallumina e della Portovesme Srl al sud, mentre al nord dovrebbe consentire a EP produzione di convertire una centrale a carbone sotto utilizzata in una centrale a gas sproporzionata per il fabbisogno isolano. Un piano che già nel 2020 sembrava assurdo e che oggi, con i prezzi del gas a livelli mai visti prima e la crisi climatica sempre più evidente, sembra ancora più folle.

Ma la storia non è finita qui. Il Dcpm prevede altri mega progetti in costruzione sull’isola. Tra questi l’interconnessione per l’alta tensione tra la Sardegna e la Sicilia – nota come Tyrrhenian Link – che insieme al raddoppio del collegamento Sardegna-Corsica-Toscana darà la possibilità di esportare l’energia in eccesso che sicuramente sarà prodotta dall’ondata speculativa di mega progetti per la produzione di energia rinnovabile che sta investendo l’isola. Centinaia di progetti di fotovoltaico e eolico, per centinaia di ettari, calati dall’alto e senza una pianificazione territoriale, e tanto meno senza un’adeguata informazione e partecipazione della popolazione.

In questo panorama di vera e propria colonizzazione energetica, si può davvero parlare di “transizione energetica” per la Sardegna e per i suoi abitanti, costretti alla dipendenza dal gas e allo stesso tempo alla servitù delle grandi rinnovabili per l’esportazione di energia?

Come si può parlare di transizione “ecologica” senza parlare di bonifica dei siti inquinati, senza parlare di uscita dalle fossili, ancora di più in una delle regioni con il potenziale più alto per accogliere rinnovabili ragionate, su piccola scala, distribuite e proposte dai territori?

Quale transizione sociale si propone per un territorio spopolato e colpito da un modello incentrato sull’industria pesante che ha lasciato dietro di se più malattie e tumori che prospettive e posti di lavoro?

https://www.recommon.org/fuori-tempo-massimo-lo-sbarco-del-gas-in-sardegna/

venerdì 21 gennaio 2022

New York vieta il gas nelle case nuove entro il 2023 - Maria Rita D'Orsogna

  

Cingolani, cosa hai da dire?

 

Se ne parlava da settimane, ed ecco qui.

La citta’ di New York vieta il gas naturale come fonte di riscaldamento e per cucinare nei palazzi nuovi per combattere i cambiamenti climatici. Le nuove palazzine dovranno usare solo ed esclusivamente energia elettrica e neanche un grammo di energia fossile.

E’ la citta’ piu’ grande d’America a prendere questa decisione.

E pure se Cingolani fa finta di non saperlo, e’ bene ricordare che il gas e’ energia fossile!

Questo divieto al gas naturale si applica agli edifici nuovi sotto ai sette piani entro il Dicembre del 2023, fra due anni, e per gli edifici superiori ai sette piani entro la fine del 2027. Saranno esenti strutture particolari, come ad esempio gli ospedali.

La citta’ ha l’obiettivo di essere “carbon neutral” entro il 2050; una legge del 2019 aggiunge che tutta l’energia della citta’ deve essere da fonti che non generano CO2 entro il 2040.

Sara’ un bel passo in avanti, visto che in questo momento circa il 40% delle emissioni di CO2 della citta’ arriva dal gas usato per usi domestici.

E poi’ e’ importante ricordare che ogni edificio nuovo durera’ per almeno 100 anni, e quindi restare attaccati al gas significa che per altri 100 anni staremo ancora li a scavare sottoterra per trovare gas, qualche volta con il fracking, qualche volta senza, e a bruciarlo per generare energia.

Quindi, meglio darci un taglio.

Ovviamente questa decisione sara’ di esempio a tante altre localita’ in giro per il mondo. Se lo puo’ fare una citta’ grande e complessa come New York, lo possono fare tutti, no?

Ci saranno sacrifici associati? Puo’ darsi. Anzi gia’ i cuochi dicono che il fornello elettrico e’ meno efficente del gas, e i soliti gufi dicono che non potremmo mai farcela in nessun altro modo se non con le fossili, ma il mondo non puo’ aspettare e necessita davvero di essere fossil-fuel free.

Altrimenti non avremo ne cucine ne gufi veri.

Cingolani tutte queste cose non le sa e non le vuole sapere. Occorre rendersi conto che prima o poi queste leggi arriveranno anche in Europa (o forse ci sono gia’?) , e un po’ dopo ancora in Italia che ci piaccia o no.

Ed e’ per questo che e’ criminale quello che Cingolani sta facendo, nel rimpinzare l’Italia di centrali a gas.

Perche’ queste centrali a gas sono investimenti costosi e che ci condanneranno ad usare gas (e a sottostare ai capricci di russi o libici) per altri di 30, 40, 50 anni perdendo il treno delle rinnovabili e tutto quello che fossile non e’. Programmare oggi centrali a gas significa non programmare per il vero futuro che ci aspetta e che non ha niente a che vedere con le trivelle e i rigassificatori.

Cosa alimentera’ queste centrali a gas di Cigolani? Lui bla-bleggia con le trivelle nostane ma lo sa meglio di tutti noi che ce ne abbiamo troppo poco di gas in Italia. E quindi ogni centrale a gas significa continuare sulla strada del passato, importare fossili, creare rigassificatori, gasdotti, centrali di alimentazione.

Ma poi, chi paghera’ per dismettere queste centrali a gas quando il gas sara’ obsoleto?

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