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sabato 30 maggio 2020

La tecnologia: soluzione o parte della malattia? - Francesco Fantuzzi



La Zona rossa ci ha offerto, in questi due interminabili mesi, una straordinaria opportunità di mutamento delle nostre modalità di lavoro e di azione. Telelavoro, riunioni on line, lavoro agile dalle proprie abitazioni rappresentano, infatti, non soltanto una modalità essenziale per evitare il contagio, ma anche un fondamentale ripensamento della nostra operatività in chiave ambientale: meno autovetture in giro significa meno CO2 prodotta, polveri sottili, code interminabili, meno impatto sul pianeta, più qualità della vita.
Ma siamo certi che sia tutto così chiaro e lineare? Non sarà forse che anche la tecnologia, quella stessa tecnologia che ora ci offre le soluzioni, sia parte del problema?
Non occorre essere virologi (ma oggi pare lo siano tutti) per cogliere nel cosiddetto spillover, ovvero nel salto di specie, una conseguenza dell’accorciamento delle distanze tra uomo e animali generata dall’inesorabile azione umana sull’ambiente, dove le devastazioni causate dall’avanzamento tecnologico rappresentano una parte rilevante: disboscamenti e urbanizzazioni di vario genere per accogliere le mirabolanti tecnologie del futuro, come il 5G, le cui conseguenze sulla nostra salute non sono state adeguatamente sperimentate.
Come diversi studi testimoniano, è ormai certo un legame tra la diffusione del virus e i livelli di inquinamento, che non a caso sono più pesanti dove i territori sono più antropizzati. L’antropizzazione non è legata soltanto alla presenza di agglomerati urbani con relativa concentrazione abitativa e consumo di suolo, ma anche agli insediamenti industriali e agli allevamenti sempre più automatizzati, senza dimenticare i vari supporti tecnologici per la diffusione di internet.
Ne deriva che, dove è maggiormente presente lo sviluppo tecnologico, è ragionevolmente più probabile l’attecchimento del virus. Come può allora, quella che è essa stessa parte della malattia, rappresentare la medicina?
Possiamo essere certi che le tecnologie siano meri e neutri strumenti o che basti monitorarne e tenerne sotto controllo gli effetti?
La storia recente, purtroppo, ci mostra diversi casi in cui la malattia è stata confusa, non è dato sapere se volutamente o meno, con la soluzione.
Il lavoro a casa può offrire una soluzione per proteggerci dal contagio e ridurre l’inquinamento. Ma se poi, nell’attrezzare le nostre case con la tecnologia adeguata, devastiamo l’ambiente, rischiamo di accorciare ulteriormente le distanze con le specie animali? E se, per diffondere le applicazioni che pare tracceranno i contatti col virus, abbatteremo alberi per renderne possibile lo sviluppo?
Quesiti cui ho cercato di avvicinarmi con un approccio non “complottistico”, col quale ormai si bolla ogni teoria non mainstream, ma improntato a un sano principio di precauzione e prudenza.
Sono pervicacemente convinto che  occorra un cambio di visione del nostro essere e stare sul pianeta, al fine di decolonizzare l’effetto del ricatto del PIL, ridurre i consumi, modificare gli stili di vita che rendano possibile a tutti l’accesso all’acqua, al cibo, alla sanità, alla stessa tecnologia. Quella tecnologia che dovrà essere sempre più lo strumento e non il fine, spesso del profitto di pochi.
Altrimenti, ci farà ammalare ancor più.

venerdì 8 maggio 2020

Il peggior amico dell’uomo? La carne - Francesco Fantuzzi



Lunedì 4 maggio è iniziata la cosiddetta “fase 2”, densa di aspettative e di inquietudini. Potremo muoverci un po’ di più, ma non troppo e solo recando visita a congiunti, pare intesi in senso tradizionale; ripartiranno diverse attività e numerose fabbriche (se mai si sono fermate realmente); si cercherà di dare una parvenza di normalità a una situazione che non lo è stata e non lo sarà nemmeno in futuro, se non cambiamo decisamente rotta.
Ebbene, si abbia anzitutto il coraggio di riconoscere le nostre responsabilità, nonché il legame tra antropizzazione, crisi climatica e diffusione di patologie come quella che ci sta così pesantemente condizionando. I nostri stili di vita sono devastanti per il pianeta e condizionano pesantemente la vita e la presenza delle specie animali, ormai asservite all’uomo e alle sue necessità. Una delle principali evidenze è l’insostenibilità del consumo di carne animale, e questa pandemia ne è una evidente conseguenza.
Fino a due mesi fa non conoscevo il significato di termini come zoonosi e spillover e, in tutta franchezza, ne avrei fatto volentieri a meno. Ma durante questi interminabili due mesi credo di averne appreso il senso e cerco pertanto di rappresentarlo, pur senza alcuna competenza specifica. Una zoonosi è una malattia di origine animale che viene trasmessa dagli animali all’uomo attraverso il cosiddetto salto di specie, chiamato appunto spillover, come pare sia accaduto anche stavolta.
Zoonosi sono ormai ben il 60% delle malattie umane: un dato spaventoso che ci fa comprendere quanto i salti di specie non provengano da nemici invisibili e spietati come un virus, ma dai nostri stessi comportamenti e dagli stili di vita e di consumo. La deforestazione e la diffusione degli allevamenti industriali di animali da carne sono le principali cause del propagarsi delle zoonosi.
Attualmente sul nostro pianeta vivono 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili (fonte prof. Tamino). Gli animali allevati sono un impressionante 96% del totale; quelli selvatici sono una rarità, vivendo per di più in spazi sempre più ristretti e insidiati dall’uomo e pertanto a rischio per la propria sopravvivenza e per quella dell’uomo, con cui vengono sempre più in contatto.
In tutto ciò il consumo di carne animale, anche quella di animali selvatici, è un veicolo di virus estranei al nostro sistema immunitario, oltretutto resistenti agli antibiotici utilizzati sempre più massicciamente. In Italia consumiamo ogni anno più di 80 kg di carne pro capite; una cifra in costante incremento, anche nelle fasce meno abbienti.
Non bastavano la costante perdita di suolo agricolo, il consumo smisurato di acqua (15.000 litri per 1 chilo di carne), la produzione di CO2 e metano derivanti dagli allevamenti intensivi, i maltrattamenti agli animali, tenuti in condizioni vergognose e degradanti fino alla macellazione. Il coronavirus ci ha sbattuto in faccia la tragica realtà: la carne è il peggior amico dell’uomo. Amico per il gusto, almeno per lo scrivente; peggiore per le conseguenze.
La “fase 2” dovrà partire anche di qui e, oltre a riaprire attività, non potrà che circoscrivere alcune abitudini, anche piacevoli, ma ormai troppo insidiose. Abituiamoci a sostituire il più possibile sulle nostre tavole il peggior amico dell’uomo, o presto saranno nuovamente guai.