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mercoledì 13 maggio 2026

IL CANE DI MICHELE SERRA E QUEI LUPI DA DIFENDERE - Mario Tozzi

(la Stampa)

 

Come non condividere la disperazione di Michele

Serra e di tutti i “proprietari” di animali di

affezione che hanno visto i loro animali uccisi

in campagna? E come non essere empatici con

chi ha un’attività agricolo-pastorale e sostiene di non

poterne più delle predazioni dei lupi in Appennino? E

come non essere preoccupati per chi semplicemente se ne va a passeggio

in montagna e teme un attacco dai lupi? Nessuna di queste

problematiche è posta correttamente, alcune si basano su presupposti

falsi, e tutte sono frutto di quell’ideologia specista tipica dei

sapiens che li porta a considerarsi «custodi della natura» (!) e al

vertice della piramide dei viventi. Ma tutte meritano una risposta,

anche se scomoda.

Fortunatamente i lupi in Italia hanno approfittato della protezione

che è stata loro accordata negli anni ’70 del secolo scorso e sono

passati da poche centinaia a quasi quattromila in circa mezzo secolo.

Improvvisandosi ecologo, chi vive in campagna e vuole lasciare

liberi i propri cani si lamenta che i lupi sono troppi. Ma la pressione

di una popolazione animale segue leggi ben precise, determinate

dall’ambiente naturale, ignorate evidentemente dalla maggior parte

dell’opinione pubblica, che immagina sempre una crescita demografica

lineare e illimitata, impossibile in natura perché continuamente

frenata da fenomeni diversi. L’andamento reale è correttamente

descritto da una funzione matematica («curva logistica» o

«curva a S») in cui, all’inizio, una popolazione cresce rapidamente,

poi rallenta, si appiattisce diventando quasi parallela all’asse delle

ascisse e infine raggiunge una posizione stabile nel tempo. Lo stesso

discorso vale, ad esempio, per un embrione, che può crescere soltanto

quanto gli è consentito dal volume dell’utero materno.

I lupi, insieme a tanti compagni selvatici, sono in espansione in tutta

Europa grazie a inurbamento, abbandono dei terreni marginali, ritorno

dei boschi, diffusione delle prede e protezione legale. Ma mentre

tutti gli altri animali sono in regressione, il lupo si allarga e prolifica:

semplicemente occupa lo spazio che il territorio concede loro. Prima

delle terribili stragi moderne, i lupi italici arrivavano a 20.000

individui,

senza che si sia mai registrata un’aggressione deliberata a un

solo sapiens. Il fatto è che noi siamo convinti di poter sopravvivere su

questo pianeta senza altri animali che non quelli da compagnia o da

allevamento, e mal tolleriamo ogni intrusione della natura nei nostri

ambienti, a meno che quegli intrusi non si “comportino bene”, cioè

come noi vogliamo. Solo che oggi tutti gli ambienti sono colonizzati

dai sapiens e dunque non c’è più spazio per nessun altro.

Poi c’è la questione degli allevatori, soprattutto di pecore, che lamentano

perdite tanto ingenti quanto false: si calcola che, in tutta Europa,

la predazione da animali selvatici sul bestiame allevato sia pari allo

0,07% (rielaborazione dati Wwf), una percentuale irrisoria. Non solo:

chi vede la sua pecora predata da un lupo ha diritto a un risarcimento e,

volendo, può abbattere dell’80% le già scarse predazioni solo imponendo

recinti elettrificati, cani da guardiania muniti di collari anti-lupo

e la presenza del pastore sul posto. E molte di quelle predazioni non

sono causate da lupi, bensì da cani inselvatichiti dopo gli abbandoni

(specie cani da caccia). Falsi problemi che vengono amplificati per

una ragione di fondo culturale e ideologica.

Da un punto di vista culturale è, purtroppo, sempre lo stesso abisso

che inghiotte i sapiens: quando parliamo di lupo non parliamo di

un essere vivente, ma, di fatto, della proiezione delle nostre paure.

«Quando entrano nella nostra mente i lupi diventano una metafora

del selvaggio e del non civilizzato, come una banda criminale che

vive fuori dalle norme e dalle convenzioni», scrive il biologo Carl

Safina. Perciò reagiamo come se fossimo stati assaltati da una banda

di ladri o entrassimo in conflitto con un’altra tribù, mettendo in

piedi una specie di disprezzo perché anche loro si permettono di andare a caccia. A pensarci bene, un atteggiamento razzista, poco giustificato dal fatto che si tratta effettivamente di un’altra specie. E il lupo è sempre cattivo e bisogna stare attenti.

I lupi sono estremamente utili. Primo, tengono sotto controllo gli ungulati (cinghiali, cervi, daini) con la loro sola presenza. Secondo, ripristinano gli equilibri idrogeologici e territoriali.

 L’esperienza di ripopolamento del Parco di Yellowstone, mutatis mutandis, ha dimostrato che la presenza del lupo, attraverso azioni a

cascata, ha effetti positivi anche sulla vegetazione e addirittura

sulla stabilità delle sponde fluviali, limitando perfino il dissesto

idrogeologico. Il ritorno dei lupi ha liberato le piante all’appetito

pantagruelico dei wapiti, riducendone il numero naturalmente.

Così hanno ripreso a prosperare pesci, anfibi e uccelli e si è arrivati

all’attuale ripristino dell’ecosistema. Che sarebbe indispensabile

nel nostro Paese, sovraffollato di ungulati che provocano una

serie di danni a cascata proprio perché privi di predatori. Ridurre

i lupi non è una buona idea, ma per comprenderlo bisognerebbe

affidarsi alla cultura naturalistica, abdicando al trono di specie

eletta sul quale nessun vivente può issarsi.

venerdì 20 marzo 2026

La montagna che non sappiamo più riconoscere - Michele Agagliate

 

Un lupo grigio attraversa di notte le strade di Valstrona, alle porte del parco naturale dell’Alta Val Sesia e dell’Alta Val Strona. Viene fotografato tra le case poco dopo mezzanotte. L’immagine circola, la notizia finisce sui giornali e scatta subito l’allarme.

Il sindaco del comune, Ivan Rainoldi, commenta così l’avvistamento:

«Ora abbiamo paura: non si può più aspettare, si deve intervenire».

È una frase che merita di essere riletta con calma. Prendetevi tranquillamente il vostro tempo.

Bene. Qui non stiamo parlando di un animale esotico; di una specie aliena arrivata per sbaglio nelle Alpi. Stiamo parlando di un lupo grigio. In una valle alpina. You get what I mean, right?.

Rainoldi guida Valstrona con una lista civica che si chiama “Vivere la montagna”. E proprio il nome della lista, a questo punto, solleva una domanda piuttosto semplice: che cosa significa davvero vivere la montagna?

Significa convivere con gli ecosistemi che la abitano, oppure pretendere che la natura si comporti come un giardino pubblico?

Il lupo non è un intruso nelle Alpi. È una specie autoctona che per secoli ha fatto parte di questi territori. Semmai l’anomalia storica è stata la sua scomparsa, causata da persecuzioni sistematiche e sterminio. Il suo ritorno non è il segno di una natura fuori controllo, ma il contrario: è uno dei pochi indicatori che gli ecosistemi alpini stanno lentamente recuperando equilibrio.

Questo non significa negare le difficoltà di chi vive e lavora in montagna: gli allevatori sanno bene che la convivenza con i predatori non è mai stata semplice. Ma proprio per questo sorprende che un amministratore locale trasformi un episodio del tutto normale in un’emergenza.

Se davvero vogliamo “vivere la montagna”, forse il primo passo è ricordare a tutti i Rainoldi che la montagna non è una scenografia turistica né un parco urbano. È un ecosistema. E negli ecosistemi italiani, ogni tanto, passano anche i lupi.

Rainoldi parla di paura. È una parola potente, ma andrebbe usata con cautela.

Gli attacchi mortali di lupi all’uomo nel mondo moderno sono eventi rarissimi. Le statistiche internazionali parlano di poche decine di casi in quasi vent’anni, la maggior parte legati a contesti molto specifici o alla rabbia. In Europa e in Italia si tratta di episodi praticamente inesistenti.

Nel frattempo, però, ogni anno sulle strade italiane muoiono più di tremila persone. Nel mondo gli incidenti stradali provocano circa 1,2 milioni di vittime l’anno.

Eppure non vediamo sindaci invocare “interventi urgenti” contro le automobili.

Con rischi immensamente più grandi conviviamo ogni giorno senza farci caso. Basta salire in macchina e girare la chiave.

Il lupo grigio, invece, continua a farci paura anche quando si limita ad attraversare una valle che è sempre stata casa sua. Do you understand the paradox?

da qui

venerdì 27 febbraio 2026

Come i Lupi vedono gli uomini - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Un’importante ricerca etologica condotta da un gruppo interdisciplinare di studiosi apre una finestra molto interessante su come il Lupo (Canis lupus) vede l’Uomo e le sue attività.

La ricerca Wolves respond differently to human cues as they expand into urban landscapes, svolta da Martina Lazzaroni, Rudy Brogi, Francesca Brivio, Sarah Marshall-Pescini e pubblicata su PNAS (17 febbraio 2026) si è svolta sull’Appennino Tosco-Emiliano e ha condotto a risultati particolarmente rilevanti.

Da leggere e prendere in grande considerazione.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

su PNAS, 17 febbraio 2026

I lupi rispondono in modo diverso ai segnali umani mentre si espandono nei paesaggi urbani. (Martina Lazzaroni, Rudy Brogi, Francesca Brivio, Sarah Marshall-Pescini)

Significato

Grazie a test sperimentali condotti in natura su lupi riconosciuti individualmente, forniamo informazioni uniche su come i lupi stiano adattando il loro comportamento nelle aree più densamente antropizzate. Condotti in una delle regioni in cui la colonizzazione da parte dei lupi di paesaggi dominati dall’uomo è iniziata prima e si è sviluppata più ampiamente, dimostriamo che i lupi nelle aree più urbanizzate diventano meno diffidenti nei confronti delle novità, ma anche più vigili nei confronti dei cambiamenti nel loro ambiente, pur mantenendo una forte e pervasiva paura dei segnali che indicano la presenza umana diretta (voci). Questi risultati evidenziano la natura complessa e dipendente dal contesto della paura dei lupi e la sua variazione lungo il gradiente di urbanizzazione, offrendo una finestra sul futuro della coesistenza lupo-uomo.

 

Abstract

I lupi (Canis lupus) che ricolonizzano paesaggi dominati dall’uomo incontrano rischi e opportunità antropici, ma non si sa come questo influenzi la loro paura degli umani. Abbiamo testato 185 lupi selvatici identificati individualmente in 44 località che coprono un ampio gradiente di urbanizzazione, esponendoli a nuovi oggetti e riproduzioni umane. I lupi provenienti da aree più urbanizzate hanno mostrato una riduzione della paura alla prima esposizione a un oggetto, ma una maggiore cautela quando l’oggetto cambiava, indicando una maggiore attenzione ai cambiamenti ambientali, piuttosto che una riduzione uniforme della paura. Al contrario, le riproduzioni di voci umane hanno suscitato forti risposte di paura (>80%), indipendentemente dall’urbanizzazione. Tuttavia, gli individui si sono abituati a entrambi gli stimoli rapidamente e a un ritmo simile, evidenziando le loro rapide capacità di apprendimento. La socialità ha attenuato la paura, con i lupi in gruppo che hanno reagito con meno timore rispetto ai lupi isolati. I risultati dimostrano che i lupi sono in grado di modulare in modo flessibile le loro risposte comportamentali sia ai rischi che alle opportunità dei paesaggi dominati dall’uomo, il che probabilmente è alla base del loro successo urbano e ci impone di affrontare la sfida della coesistenza pacifica…

continua qui

domenica 23 febbraio 2025

Lettera aperta ai giornalisti sul Lupo. Basta fake news - Grig

 

Sappiamo tutti quanto sia importante una corretta informazione perché l’opinione pubblica possa formarsi una propria idea in un momento storico così complesso e difficile.

Ciò vale anche per i rapporti fra fauna selvatica e attività umane, dove spesso prevale il sensazionalismo, talvolta vera e propria falsità.

In Italia accade fin troppo spesso in relazione al Lupo (Canis lupus).

Si legge di reintroduzioni di Lupi (mai avvenute in Italia), invasioni (“nelle valli Cuneesi ce ne sono migliaia”) di Lupi (inesistenti), aggressioni a persone da parte di Lupi (mai avvenute) e favole via discorrendo.

Spesso credenze e suggestioni la fanno da padrone, come in quel caso, avvenuto tempo fa, in cui un cacciatore rimase per ore in balìa di un branco di famelici Lupi…che nessuno (lui per primo) vide mai.

Quando compare un Lupo, vero o presunto, dubbi e favole si diffondono: cerchiamo di rimanere nella realtà.

E’ l’esortazione che facciamo al mondo dell’informazione con questa lettera aperta, promossa da Daniela Stabile (attivista animalista), sottoscritta anche da Antonio Iannibelli (fotografo naturalista, G.E.V., studioso di Lupi), Francesco De Giorgio (etologo).

Ringraziamo fin d’ora chi leggerà con attenzione.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Gentilissimi tutti,

con la presente, in qualità di esperti e cittadini impegnati da tempo per un corretto rapporto fra fauna selvatica e attività umane, desideriamo proporre elementi di necessaria considerazione perchè sia fornita all’opinione pubblica un’equilibrata e obiettiva informazione sul lupo scevra da sensazionalismi ed elementi privi di riscontro scientifico. 

Negli ultimi anni, la comunicazione messa in atto da molti giornalisti si è dimostrata totalmente priva di nozioni scientifiche, e al contempo colma di inesattezze, nonché di notizie non corrispondenti al vero, basti vedere gli innumerevoli articoli nei quali si parla di fantomatiche reintroduzioni del lupo, quando in realtà, la sua espansione è frutto solo ed esclusivamente di dinamiche naturali, o ai tantissimi casi di cani lupi cecoslovacchi che vengono puntualmente spacciati per lupi, o ai tanti testi filo-allarmistici corredati da titoloni a lettere cubitali “Allarme lupi”, “ALLARME! Lupi avvistati in zone urbane, LA GENTE HA PAURA” , e così via.

Crediamo fermamente che ci sia bisogno di una comunicazione basata sulla consapevolezza e sul rispetto, sia nei confronti di un animale selvatico che è un componente fondamentali per l’equilibrio ecosistemico, e sia nei confronti degli utenti che invece di imparare, ricevono e assorbono questi scritti in maniera totalmente sbagliata e nociva, l’immagine che viene percepita dalla collettività è unicamente quella insana del lupo cattivo e non per quello che è realmente, un predatore sì ma che, se lasciato in pace, non rappresenta alcun pericolo verso l’ essere umano, in quanto quest’ ultimo non è concepito dal lupo come una possibile preda.

“Negli ultimi tempi assistiamo a una crescente diffusione di notizie allarmistiche sui lupi, spesso prive di un reale fondamento scientifico e basate su episodi decontestualizzati. Titoli sensazionalistici e immagini di lupi avvistati vicino ai centri abitati generano paure infondate tra i cittadini, contribuendo a una percezione distorta della realtà.I lupi, come confermato da studi scientifici e dagli enti di tutela della fauna, non rappresentano un pericolo per l’uomo. Sono animali schivi, il cui ritorno nei nostri territori è segno di un ecosistema più sano. L’aumento degli avvistamenti è dovuto, oltre alla maggiore disponibilità di cibo, anche alla diffusione di fototrappole, videocamere di sorveglianza e smartphone, che permettono di documentare situazioni che in passato passavano inosservate. Inoltre, il disturbo causato da alcune attività umane – come la caccia, il taglio indiscriminato dei boschi, la frammentazione degli habitat e il consumo di suolo – li costringe sempre più spesso a uscire allo scoperto e ad avvicinarsi ai centri abitati.Partecipare agli eventi organizzati da esperti, associazioni di volontari, guardie ecologiche e polizia locale addetta alla fauna selvatica aiuta a conoscere meglio la biologia del lupo. Ad esempio, un aumento degli avvistamenti si registra nei primi mesi dell’anno, quando i giovani lupi in dispersione, non trovando un territorio libero, si avvicinano temporaneamente alle attività umane. Questa fase è naturale e transitoria: come arriva un giovane lupo, così se ne andrà, talvolta nello stesso giorno o nel giro di poche settimane.

Per questo motivo, invitiamo gli addetti stampa e i giornalisti a consultare esperti locali o nazionali di fauna selvatica prima di pubblicare notizie allarmistiche. Questi professionisti saranno lieti di fornire informazioni corrette, consentendo di realizzare articoli basati su dati scientifici. Chi legge saprà apprezzare nel tempo un’informazione responsabile e affidabile.

La protezione dell’ambiente, e quindi anche dei lupi, dipende molto dalla qualità dell’informazione diffusa dai giornali, dai siti web, dai social e da tutti i media. Attenersi ai fatti e rispettare l’articolo 9 della Costituzione italiana, che sancisce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, non è solo un dovere professionale, ma un atto di responsabilità verso le future generazioni.

Chiediamo ai media e ai politici di trattare l’argomento con maggiore attenzione, consultando esperti e diffondendo informazioni corrette. Creare allarmismo non solo danneggia la percezione di questa specie protetta, ma alimenta tensioni inutili tra cittadini e istituzioni.”

 

– Antonio Iannibelli, fotografo naturalista, guardia ecologica volontaria, studioso di lupi.

“La paura del selvatico, in questo caso del lupo, non è biologica, ma culturale.

Ovvero non appartiene alla nostra storia bio-evolutiva di animali umani, ma da una cultura oscurantista lunga secoli se non millenni, che oggi è il caso di lasciare all’oblìo del tempo.

Diversamente da quanto narrato infatti, i nostri antenati preistorici non vivevano nella paura, ma nell’animalità, cioè avevano piena conoscenza del mondo naturale. Noi a quel modo di percepire e vivere il mondo dobbiamo, anzi abbiamo l’obbligo etico, di riferirci.

Per questo la conoscenza dei lupi, ma anche di altri selvatici, dovrebbe essere quasi scuola dell’obbligo. Invece delle inutili ore di religione o educazione fisica, andrebbero introdotte nelle scuole ore di educazione all’animalità.

In questo senso anche i media possono, devono, fare la loro parte, evitando di seminare terrore antiscientifico, ma invece spronando a conoscere, ad usare un ragionamento scientifico, a tornare ad una logica animale che noi tutti possediamo dalla nascita, ma che ignoriamo, dimentichiamo, neghiamo.

I lupi rappresentano un valore, soprattutto in questi tempi oscuri, un valore per l’ambiente, per la biodiversità, per la società.”

 

– Francesco De Giorgio. Etologo antispecista. Presidente di Sparta Riserva dell’Animalità 

Per tutti i motivi sopra riportati, riteniamo che sia di fondamentale importanza, soprattutto in un momento così critico e nefasto per la fauna selvatica, che i giornalisti si avvalgano di quel principio fondamentale chiamato etica, e che si adoperino in una comunicazione sana ed equilibrata, come deontologia comanda, onde evitare allarmismo, isteria collettiva e gente che si sentirà legittimata ad agire con metodi subdoli e irrispettosi delle leggi vigenti.

“Il Lupo (Canis lupus) è tutelato ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 12 della Direttiva n. 92/43/CEE sulla salvaguardia degli habitat naturali e seminaturali, la fauna e la flora, rientrando negli allegati II e IV, lettera a) ed è specie particolarmente protetta ai sensi dell’art. 2 della legge n. 157/1992 e s.m.i.

E’, inoltre, tutelato in quanto presente nell’Allegato II della Convenzione internazionale relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa (Berna, 19 settembre 1979), esecutiva in Italia con la legge n. 503/1981.

L’uccisione di un esemplare di Lupo è sanzionata penalmente dall’art. 30 della legge n. 157/1992 e s.m.i., in caso di uccisione da parte di soggetto privo di autorizzazione alla caccia può integrare anche il reato di cui all’art. 625 cod. pen. (furto aggravato ai danni dello Stato).

La diffusione di notizie false o tendenziose riguardo il Lupo può integrare gli estremi dell’art. 656 cod. pen., mentre il procurato allarme può integrare gli estremi dell’art. 658 cod. pen.”

 

– Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus. Associazione ambientalista 

“Ultimamente, affrontare serenamente il tema legato alla tutela della Natura, sembra essere un’ impresa davvero ardua; ci si siede un attimo, si accede ai social con la speranza di estraniarsi da tutte le notizie nefaste inerenti alle guerre, ai femminicidi, alla criminalità che ormai ha raggiunto livelli inenarrabili, agli innumerevoli fatti di cronaca nera che purtroppo vedono coinvolti tantissimi bambini, e ci si trova, invece, a essere letteralmente bombardati da articoli sul lupo, un continuo martellamento che ha la funzione di una vera e propria coercizione cognitiva, lupi descritti come demoni enormi e cattivi, lupi onnipresenti e famelici, lupi, e ancora lupi…

Essendo un’assidua frequentatrice di boschi, sinceramente, non ho mai riscontrato pericolosità negli animali selvatici, fortunatamente, la comunicazione fuorviante messa in atto da molte testate giornalistiche, non mi ha portata a rinunciare alla mia passione…

Oggi come oggi, in un mondo reale davvero violento, è necessario che ogni testata giornalistica si esprima in rispetto di tutti gli utenti che, come me, desiderano essere informati in maniera corretta, e non resi “schiavi” di paure ataviche e ingiustificate.

Valle Isarco, cartello attenti al Lupo

Credo fermamente che sia doveroso, da parte di chi gestisce le testate giornalistiche sui social, intervenire tempestivamente onde alienare e condannare i commenti di tutti coloro che istighino al bracconaggio, o che, in qualche maniera usino un linguaggio offensivo e irrispettoso, anche queste sono forme di violenza a tutti gli effetti che vengono percepite e assorbite da tanti minorenni lasciati, troppo spesso, da soli davanti a un cellulare o a un PC che sia, c’è davvero bisogno di una comunicazione costruttiva e istruttiva, la prepotenza e sopraffazione non devono essere tollerabili. 

Viva il lupo!”

 

– Daniela Stabile. Attivista/volontaria ma prima di tutto un’utente che respinge fortemente gli attacchi incessanti alla propria mente, e al lupo. 

Con la speranza che si possa intraprendere un cammino davvero istruttivo, e certi di un’ ampia collaborazione da parte dei signori giornalisti affinché il lupo, la fauna selvatica, e gli stessi esseri umani, smettano di essere strumentalizzati, porgiamo i nostri più cordiali saluti.

Francesco De Giorgio 

Daniela Stabile 

Stefano Deliperi – Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) 

Antonio Iannibelli 

 

qui Lupus in bufala – manuale pratico per un’informazione corretta sul Lupo, predisposto da

LIFE WolfAlps EU (LWA EU), un progetto europeo finanziato nell’ambito del programma LIFE Natura e Biodiversità che mette in campo un partenariato internazionale di venti diversi enti ed è beneficiario del supporto di sei co-finanziatori. Il progetto è iniziato nel settembre 2019 e concluso nel settembre 2024, con lo scopo di migliorare la coesistenza fra il lupo e le persone che vivono e lavorano sulle Alpi, costruendo e realizzando soluzioni che garantiscano la sopravvivenza a lungo termine dell’animale in quest’area.
Facta.news, un progetto di debunking nato ad aprile 2020. Da marzo 2021 è una testata registrata, impegnata quotidianamente nella lotta alla disinformazione. Facta.news è supporter del progetto LWA EU ed è membro dell’International Fact-Checking Network (Ifcn).

da qui

lunedì 27 gennaio 2025

Il Lupo e la Volpe - Grig

Piccola finestra di etologia sul Lupo (Canis lupus) e la Volpe (Vulpes vulpes).

La pagina Facebook Io non ho paura del Lupo ha pubblicato (14 gennaio 2025) un interessante resoconto su un particolare rapporto intraspecifico fra Lupo e Volpe.

Eccolo.



Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

La volpe e il lupo.

Nel video, registrato alcuni giorni fa, assistiamo a una scena curiosa: una volpe segue un lupo, il maschio riproduttore di uno dei branchi monitorati in alta valle del Taro. Non è la prima volta che accade, qualche mese fa, infatti, avevamo già assistito alla stessa scena.

Il lupo, tranquillo e sicuro, è ben consapevole di essere seguito ma si comporta come se la volpe non ci fosse: ispeziona e marca su un sito di marcatura “senza degnarla di uno sguardo” se non per voltarsi un attimo verso di lei giusto prima di proseguire il cammino.

Ma cosa sta succedendo? E perché una volpe segue un lupo? Forse perchè si è perdutamente innamorata? O forse perchè sta pensando: “Meglio stare vicino al capo, non si sa mai!”  Certamente la volpe, non è lì per caso, e se segue il lupo una ragione ci sarà!

 Le volpi sono animali astuti ed estremamente intelligenti e questa potrebbe essere una strategia: seguire il lupo potrebbe significare trovare cibo senza troppo sforzo ma anche sfruttare la sua presenza come “scudo” contro possibili pericoli o minacce. La scena è un perfetto esempio di relazione interspecifica, ovvero il tipo di interazione che si verifica tra specie diverse. In natura, queste relazioni possono essere:

Mutualistiche, quando entrambe le specie traggono beneficio (come nel caso di uccelli che rimuovono parassiti dai grandi mammiferi).

Commensalistiche, quando una specie trae vantaggio senza danneggiare l’altra (ad esempio, la volpe che potrebbe trovare cibo seguendo il lupo).

Parassitarie, quando una specie ha un beneficio a spese dell’altra. Questo tipo di interazioni ci insegnano quanto siano complesse, e spesso ancora non sufficientemente approfondite, le relazioni tra i viventi.

Per approfondire altri casi di interazioni interspecifiche tra volpi e altri canidi https://link.springer.com/article/10….

https://www.nature.com/articles/s4159…

https://academic.oup.com/biolinnean/a…

https://www.nature.com/articles/s4159…

Video: Daniele Ecotti


da qui



sabato 23 dicembre 2023

Chi è il vero pericolo - Grig


Oreste era un Cane lupo cecoslovacco che viveva felice insieme alla famiglia dell’arredatrice Silvia Bigliotto a Palaia, vicino Pisa.

Conosciuto e benvoluto nel paese per il suo carattere docile e giocherellone.

Sabato 16 dicembre 2023, sulle colline dietro casa, è stato ucciso da un cacciatore che l’aveva scambiato per un Lupo (Canis lupus), specie comunque particolarmente protetta.

Intervenuti i Carabinieri Forestale, denunciato e querelato il cacciatore.

Si spera che gli venga immediatamente revocato il porto d’armi e sia condannato duramente, anche al risarcimento dei danni.

Una domanda è d’obbligo, chi rappresenta un vero pericolo?

E vogliamo che un vero pericolo giri armato?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

da La Nazione, 17 dicembre 2023

Cacciatore scambia un cane per un lupo. E lo uccide davanti ai padroni.

L’animale, un esemplare di lupo cecoslovacco conosciuto da tutti e particolarmente socievole, è stato freddato con un colpo di fucile.

Palaia (Pisa), 17 dicembre 2023 – Ad un occhio particolarmente inesperto poteva sembrare un vero lupo selvatico, ma era solo un bellissimo esemplare di lupo cecoslovacco molto conosciuto in paese e particolarmente socievole. Si chiamava Oreste ed è stato ucciso con un colpo di fucile da un cacciatore nei dintorni di Palaia. L’uomo, che in quel momento si trovava insieme ai suoi cani, lo aveva scambiato per un predatore.

Il colpo, sparato da distanza ravvicinata, non ha lasciato scampo al povero Oreste. L’animale, di proprietà di una nota arredatrice, Silvia Bigliotto, stava girando all’interno di un’oliveta non lontano dalla casa in cui vive. La famiglia è anche proprietaria di un ristorante a Pontedera. La donna, appresa la notizia, avrebbe avuto anche un lieve malore.

Il cacciatore si sarebbe difeso dicendo di non averlo fatto di proposito, ma di aver scambiato Oreste per un lupo intenzionato ad attaccare i suoi due cani. Ma sostenere di aver agito per difendersi potrebbe non bastargli. La famiglia del lupo cecoslovacco ha sporto denuncia, anche perché non ci sono prove che Oreste abbia attaccato gli animali del cacciatore. Anzi: tutti lo descrivono come un cane molto docile e affabile, tant’è che pochi giorni prima era anche stato fotografato alla Bocconi in occasione della laurea di uno dei figli della proprietaria.

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/12/22/chi-e-il-vero-pericolo/

sabato 9 dicembre 2023

La paura del lupo tra antropocentrismo e populismo venatorio

 

Intervista a Mario Ferraguti (di Lorenzo Poli)

 

Gli ultimi avvistamenti di lupi sulle prealpi e alpi lombarde stanno innescando l’ennesimo allarmismo sul “pericolo lupo”, spesso innescato dai media locali e dalla lobby venatoria giocando sulla paura ancestrale della gente. In realtà il lupo è un animale completamente diverso da come viene raccontato. Sul tema ne parliamo con Mario Ferraguti, scrittore, libero pensatore, ricercatore indipendente e grande osservatore del mondo arcaico e della nostra cultura popolare tra retaggi pagani e la cristianizzazione. Laureato in lettere moderne, collabora con università, centri di studio e ricerca, settimanali e riviste. Tra le esperienze più particolari ha realizzato numerosi reportage per Panorama, cura una rubrica sulle case abbandonate per Casantica, ha tenuto corsi di etno-medicina ai medici tirocinanti sulla figura delle “guaritrici” ed è tra gli organizzatori del Piccolo Festival di Antropologia della Montagna (PFAM) di Berceto. Ha pubblicato i romanzi La voce delle case abbandonate (Ediciclo), La ballata del vento (Ediciclo), e con Giacomo Agnetti, dedicato ai ragazzi, I mostri d’aria (Ediciclo). Nel 2022 ha pubblicato L’ autunno in cui tornarono i lupi (Bottega Errante Edizioni) sul ritorno del lupo sull’Appennino; nel 2023 ha pubblicato La lepre e la luna. Sulle tracce delle guaritrici d’Appennino (Exòrma) sulla figura delle guaritrici, mentre la sua ultima fatica è L’alfabeto delle anime. Piccola incursione nell’aldilà (Ediciclo) sul tema della morte.

Saltuariamente i quotidiani locali, spesso finanziati dalla lobby venatoria, rilanciano notizie allarmistiche sulla presenza e sul bisogno del contenimento del lupo. Quanti sono i lupi in Italia? Quale è la reale situazione in Italia? 

C’è questo allarmismo che periodicamente ritorna parlando appunto di contenimento del lupo. In realtà la popolazione del lupo in Italia non è così allarmante. Dalle ultime stime si parla di circa 4.000 esemplari in tutta Italia, anche se ascoltando gli esperti la forbice è molto amplia. Ma questo non è importante: il lupo è un animale che si auto-contiene, autoregola laddove ci sono disponibilità alimentari e territori disponibili, la sua popolazione si espande. Laddove non ci sono territori disponibili, sono gli stessi lupi che fan parte di un territorio ad aggredire e scacciare ed uccidere altri individui che tentassero di entrare nel loro territorio. Il leit motiv del “ci sono troppi lupi” è un concetto anomalo ed arbitrario che noi umani tendiamo ad applicare alle prede, ma che non vale per i predatori, che si autocontrollano. Ciò che spaventa nei quotidiani locali non è tanto il ricorso all’abbattimento dei lupi. Il 7 dicembre 2023 farò un intervento in Svizzera dove lo stesso WWF si è espresso a favore di un contenimento di quattro branchi di lupi senza conoscere la situazione. Evidentemente  una posizione assurda ed inutile che viene portata avanti per attenuare polemiche e problemi sociali scaturiti dai mezzi di comunicazione che ogni tanto ritornano con l’ “allarme lupo”. Il problema allarmistico è sempre un problema forte legato al populismo e alla sua cultura che cerca di aggredire allo stomaco le persone senza farle riflettere, giocando con le paure primordiali per poi presentarsi come risolutori e gestori di quella paura stessa. Un gioco che vien comodo ad alcune forze politiche che non riescono a parlare di altro e che trovano nella gestione della paura un’arma fondamentale per raccogliere voti. Spesso purtroppo i quotidiani li seguono, un po’ perché sono legati a queste forze politiche, un po’ anche per vocazione di alcuni tipi di giornali che seguono linee politiche conservatrici se non puramente di destra.

Oltre agli allarmi mediatici, ciò che fa da cassa di risonanza, nell’inconscio collettivo, è tutto il retaggio culturale e simbolico negativo legato al lupo. Cosa significava il lupo nei racconti dei nostri nonni? 

Il lupo nel racconto dei nostri nonni – lo “zio grigio” – era una figura di cui aver paura ma che, in qualche modo, rientrava in un assetto naturale ben preciso e faceva parte di una realtà che non era anomala, che non era straordinaria e particolare. Con la perdita del “lupo fisico”, quello scientifico e reale, si è perso anche il racconto del “lupo metafisico”, quello surreale e fantastico. Se la tradizione orale faceva paura e il suo scopo era quello di spaventare è anche vero che aveva scopo di educare. Sull’Appennino – dove ho condotto i miei studi sul lupo – esistono due tipi di paure: una cattiva, che è equiparata ad una malattia, ad una situazione ingestibile che ci blocca, che non ci fa procedere e che le guaritrici “lavavano” al fine di scorporare il male che ci ha aggrediti; ed una buona e necessaria che aveva una grande funzione educativa. Tutti i racconti della tradizione orale mirano ad un estro pedagogico, occorrendo insegnare come vivere, come sopravvivere nei territori montani spesso difficili e quindi anche una “buona dose di paura” faceva parte del bagaglio culturale necessario di un individuo che apparteneva a quella società. Era giusto essere spaventati, perché la paura buona induce al rispetto, alla percezione della propria fragilità ed una cultura del senso del limite, abbandonando la tracotanza tipica di chi ha tutto sotto controllo. È un po’ la paura di Ulisse nell’Odissea che è consapevole che ci sono creature più grandi e potenti di lui, pur continuando il viaggio, trovando risposte nella sua cultura, nella sua consapevolezza, scaltrezza e conoscenza. Con un bagaglio di conoscenze adeguate la società tradizionale ti dice: “Tu devi avere paura, ma devi anche saperti difendere, devi saper gestire la tua paura in situazioni di pericolo reale”. Ora, la paura che oggi viene inculcata nel mondo contemporaneo dai giornali e dalla televisione e dagli apparati mediatici, è una paura cattiva che blocca e non insegna e non dà soluzioni. È una paura cavalcata dalle forze populiste senza renderti partecipe e protagonista della soluzione, ma piuttosto si propongono come risolutori della nostra paura e calano la loro proposta dall’alto, tenendoci in balia degli eventi. Il discorso sul lupo, e sui grandi carnivori in generale, è tipico: si sparge paura come contaminazione, come una malattia a scopi specifici con il fine di terrorizzare le persone. Questa retorica populista, messa in atto dal mondo venatorio, sostiene che il lupo è ovunque, che il lupo è un animale terribile, che il lupo non è legittimato a stare dove si trova ma piuttosto che è stato introdotto, che il lupo attuale è uno “straniero” o “extracomunitario”, un “lupo ibrido”: una visione in cui il “lupo nero” si sovrappone alla figura dell’ “uomo nero”. Di fronte a questa narrazione alcune forze politiche, come la Lega Nord in passato e la Lega attualmente, ti garantisce una soluzione affinchè l’elettore possa votare per sentirsi al sicuro. Questo è l’atteggiamento tipico che non viene messo in atto solo con i lupi ma anche con tutto ciò che mina o contamina la nostra cultura e la nostra sicurezza, la nostra arroganza e la nostra convinzione di essere gli unici autorizzati a stare in alcuni posti, a vivere in alcuni posti e a gestire ciò che abbiamo attorno. Il ritorno del lupo mette in crisi tutto questo perché è un animale ingestibile e nello stesso tempo, la paura del lupo è una paura atavica che riporta l’essere umano ad essere animale tra gli animali ed ha a che fare con il nostro senso di vulnerabilità. Questo ci insegna tantissimo e per la società tradizionale era un elemento prezioso che faceva parte del bagaglio culturale di ogni individuo, mentre la paura cattiva induce alla paralisi e alla rabbia. La gestione della rabbia e della paura suggerita da altri, esattamente come il combustibile e il comburente, porta ad un incendio che genera violenza. Se ci si spaventa a morte e ci viene detto che nessuno, nemmeno chi di dovere, si sta muovendo per aiutarci, ciò alimenta la rabbia e genera violenza. Ciò è preoccupante non solo in relazione ai lupi ma anche a tutto ciò che ci circonda e che minimamente ci mette in difficoltà.

La lobby venatoria da decenni impone la narrazione tossica del lupo come “specie invasiva” che distrugge la biodiversità. Quali sono le falsità a riguardo? Può darsi che la lobby venatoria lo utilizzi come capro espiatorio, essendo un possibile competitore naturale dei cacciatori? 

La lobby venatoria racconta un animale che non è reale, ma costruisce un animale fantastico per indurre a sentimenti che sono lontani dalla conoscenza reale. Chi cavalca il populismo venatorio ha tutto l’interesse che non si entri mai nella discussione concreta dialogica, molto probabilmente perché non riuscirebbe a reggere il confronto e non riuscirebbe a controbattere con temi adeguati. Se si confrontano un ricercatore con un politico che cerca di condizionare la paura delle persone, il ricercatore avrebbe la meglio perché risponde con profonda cognizione di causa. Le parole che utilizzano i giornali per raccontare il lupo non hanno fondamenta e non hanno uno spessore scientifico e di “buonsenso”. La lobby venatoria sta cercando di presentarci il lupo con aspetti deteriori come il “lupo ibrido”, come un lupo che non è legittimato a stare dove si trova, come una specie alloctona senza alcuna appartenenza ad un territorio, facendo passare l’idea che, esattamente come è stato introdotto, si può sradicare abbattendolo. Questo è uno dei temi cardini del populismo venatorio che spesso invade la politica. Naturalmente il lupo fa parte del nostro territorio e la sua è stata una riconquista assolutamente naturale, anche se dà molto fastidio. Il lupo è un sele-controllore che agisce in modo molto più efficace di qualsiasi cacciatore e quindi è un competitore fortissimo per la lobby venatoria. Un competitore talmente bravo che il tentativo di eliminarlo e di ucciderlo è anche dato dal fatto che non sarebbero più utili i cacciatori: il controllo che esercita il lupo è più naturale, efficacie ed importante di qualsiasi altro animale umano che presume di esercitare lo stesso controllo sull’ecosistema, sparpagliando errori.

Anche i pastori e i contadini delle zone montane e pedemontane gettano fuoco su queste narrazioni. Il problema è il lupo o è la gestione antropocentrica del territorio?

Gli allevatori e i contadini rispondono a quelle che sono le dinamiche venatorie. Io ho ricevuto lettere anonime in cui si accusa il lupo di distruggere i campi di patate. Ora, è talmente assurda questa accusa che chi distrugge i campi di patate sono i cinghiali. La lobby venatoria è riuscita ad inculcare talmente bene agli agricoltori la storia che i cacciatori sono nel giusto, a tal punto da spostare il problema su altri soggetti. Sappiamo benissimo che chi oggi si propone di liberare i nostri boschi dalla “piaga” dei cinghiali, sono gli stessi cacciatori che li hanno introdotti. Sarebbe logico che gli agricoltori se la prendessero con i cacciatori, mentre quest’ultimi sono stati talmente bravi a deviare il problema da non figurare come responsabili. Paradossalmente gli stessi agricoltori se la prendono con il lupo, quando sarebbe il loro miglior alleato perché uccide cinghiali e caprioli dannosi per le colture. Si tratta di una situazione assurda e anomala. È anche vero che il lupo non garantisce il business delle munizioni e delle armi e non inquina nemmeno con il piombo. È evidente che il problema è la gestione antropocentrica del territorio.

Ci siamo abituati ad essere l’unica specie animale a vivere il territorio. Il problema è il lupo o l’allevamento e l’addomesticazione innaturali degli animali ad uso e consumo umano?

È chiaro che si tratta di interessi. Quando non c’erano i lupi gli allevatori erano soliti a condurre i loro allevamenti senza alcun tipo di controllo. In Lunigiana le pecore erano lasciate allo stato brado dalla mattina alla sera sul Monte Gottero, fino a quando naturalmente non è arrivato il lupo che ha fatto una piccola carneficina. I lupi si sono trovati le pecore libere a totale disposizione senza nessuna protezione. Non c’erano più cani da difesa, ma solo cani da conduzione; non c’erano più le reti anti-lupo, ma solo reti che non permettevano alle pecore di uscire. I pastori avevano completamente dimenticato l’esistenza del lupo, soprattutto a livello culturale. Il lupo si era perso come soggetto, come entità e come figura abitante la Natura, a tal punto che nel dialetto dei pastori, il gaì – una sorta di esperanto antichissimo parlato solo dai pastori con termini criptici e misteriosi – la parola “lupo” era già scomparsa negli anni Sessanta, per dire quanto i pastori avessero abbandonato la prospettiva di dover ritornare in contatto con il lupo. Il lupo è scomodo, per i pastori e per gli allevatori di oggi, perché sono costretti a tornare a controllare i loro animali. Il problema è che, con l’addomesticazione, abbiamo completamente modificato molti animali, li abbiamo “portati nella domus” ed accasati. Abbiamo creato pecore che producono più lana e vacche che producono più latte; abbiamo contagiato e destrutturato razze a nostro uso e consumo con una visione antropocentrica; ma ancora peggio abbiamo annullato ed annientato in loro l’istinto di fuga. Oggi se lasciamo vacche, pecore ed animali domestici liberi in un bosco, non sarebbero in grado di riadattarsi alla vita selvatica e non avrebbero la capacità di scappare dai predatori proprio perché li abbiamo addomesticati per i nostri fini. In questo modo ne siamo diventati i custodi, ovvero coloro che si devono prendere cura di questi animali. A me sembra sempre strano sentire i pastori che, rispondendo a chi si oppone ad una eventuale mattanza di lupi, afferma: “Ma come, devo prendermi cura delle mie pecore? Ma come, devo rinchiuderle?”. La risposta dovrebbe essere: “Sì, se vuoi fare il pastore”. Esattamente come qualsiasi massaia sa bene che deve rinchiudere le sue galline la sera, altrimenti volpi e faine se le mangiano, un pastore dovrebbe fare altrettanto. I pastori oggi devono recuperare, attingendo dalla loro cultura, tutte quelle attenzioni che una volta mettevano in pratica in presenza del lupo. Se ritornano i lupi non bisogna dichiarargli guerra, non bisogna pensare come ammazzarli, ma piuttosto partire dai presupposti che in quel territorio ci sono anche loro. Ci sono esperienze contemporanee di pastori che intendono convivere con il lupo e possono benissimo farlo, con i dovuti stratagemmi. Con il ritorno del lupo si sono creati nuovi problemi, che sono problemi solo per chi gestisce un’attività economica: ogni imprenditore sa che, nella valutazione dei rischi che ogni pastore e allevatore deve mettere in atto, ci deve essere anche la voce “lupo”. Ovviamente questo ci deve far pensare che non siamo più i padroni, gli unici controllori e gestori di una parte del sistema ecologico. Dobbiamo pensare ad una convivenza pacifica con i lupi, ritornare ad una visione eco-centrica, tornando consapevoli che non siamo l’unica specie vivente delle montagne.

Oltre ai falsi miti sul lupo, in moltissime zone è stato riscontrato il contrario: laddove è ritornato, il territorio si è ripopolato di flora e fauna locali…

Nei territori in cui è tornato, il lupo è stato preziosissimo. C’è il bellissimo documentario “Come i lupi possono cambiare il corso dei fiumi” sul Parco di Yellowstone[1] – unico parco al mondo dove è stato davvero prevista ed attuata l’introduzione del lupo – dove si è documentato[2] come il suo ritorno abbia favorito il ripristino delle cascate trofiche[3] in un ecosistema che era ormai degenerato per l’insistenza e il sovrannumero di ungulati che, non avendo nessun nemico naturale, si erano riprodotti in modo sconsiderato. Ciò portò alla perdita a lungo termine della vegetazione ripariale[4], favorendo l’erosione delle rive, la formazione di meandri e l’allargamento dei letti dei fiumi, soprattutto nelle zone di pianura. Con il tempo tutto questo portò inevitabilmente alla modifica della geografia dei corsi d’acqua. Quando nel 1995 il lupo grigio venne introdotto, portò a piccoli miracoli naturali. In breve tempo i lupi tornarono a cacciare i cervi. Questi ultimi, abituati a pascolare senza timore cominciarono ad allontanarsi per trovare rifugi migliori tra gli alberi nel bosco. Dall’impoverimento della fauna e della flora fluviale, la vegetazione ripariale ricominciò a crescere e, con essa, aumentò il numero di castori, lontre, alcuni uccelli di fiume passeriformi e animali che vivono lungo le sponde dei corsi d’acqua. La morfologia dei corsi d’acqua cambiò nuovamente: fiumi e ruscelli ripresero gradualmente a scorrere meno, le loro rive si stabilizzarono e i canali, non più soggetti a erosione continua, si strinsero. Uno stravolgimento completo in termini assolutamente positivi grazie al ritorno del lupo[5].

Nel tuo libro “L’autunno in cui tornarono i lupi”, racconti anche esperienze italiane. Ci puoi raccontare degli esempi di rinascita ecosistemica, grazie al ritorno del lupo, che hai documentato sull’Appennino?

Sul nostro territorio ho riscontrato degli atteggiamenti positivi di piccoli e grandi ecosistemi laddove la presenza del cinghiale e del capriolo era ormai fuori da qualsiasi tipo di tolleranza da parte dell’ambiente. In molte zone collinari, dove c’era un’insistenza notevole di queste specie che mettevano a rischio una buona parte di agricoltura e, anche dal punto di vista di percezione, erano diventati animali quasi fin troppo confidenti, il ritorno del lupo ha completamente cambiato il loro comportamento. I lupi, oltre ad aver ridotto il numero degli ungulati, hanno instillato la paura di un predatore, portandoli a frequentare i loro ambienti originari, ambienti più riparati, con una conseguente diversificazione, il ritorno di altre specie e molti miglioramenti ecologici.

Ad oggi è possibile una convivenza tra essere umano e lupo? Quale può essere una soluzione per superare stereotipi e luoghicomuni insediati nella stratificazione socio-culturale? Un’educazione ambientale eco-centrica?

È assolutamente possibile una convivenza uomo-lupo, ma dobbiamo capire se siamo in grado di attuarla e metterla in atto concretamente. Noi, come umani, siamo di fronte ad un bivio: davvero vogliamo eliminare tutto ciò che minimamente ci mette in crisi o in difficoltà? Davvero vogliamo distruggere tutto ciò che minimamente va a contaminare la nostra cultura e la nostra sicurezza? Se ragioniamo così il lupo potrebbe essere uno dei tanti capitoli che si potrebbero aprire. Paradossalmente potremmo trovare una minoranza di pescatori che, infastidita dalle onde del mare, richiede di appiattire il mare; o addirittura una piccola minoranza di aviatori che richiede di eliminare le nuvole del cielo. In sostanza se dovessimo da retta a chi porta avanti i suoi esclusivi interessi privati, mossi da economie di loro pertinenza che sono assolutamente secondarie rispetto alla visione della comunità intera, dovremmo stare molto attenti. Se dovessimo piegarci a queste volontà, non riusciremmo a prendere decisioni serie in difesa degli ecosistemi e della nostra sopravvivenza. Affidarsi a chi gestisce la paura per imbastire campagne elettorali dei politici locali, sarebbe molto pericoloso. La convivenza con il lupo è possibile e sono molteplici le testimonianze dei pastori veri e seri che, dopo le prime difficoltà, hanno preso in mano la situazione, hanno iniziato a mettere in atto una vigilanza attiva con l’aiuto delle istituzioni e dei Parchi con risultati ottimi, azzerando attacchi dei lupi suoi loro greggi. Occorre, come suggerisci, un’educazione eco-centrica che parte da lontano e che non riguarda solo il lupo, ma anche gli orsi o addirittura, su un piano umano, e tutto ciò che non riguarda la nostra cultura. Nella tradizione orale dell’Appennino, chi vuole andare nei boschi deve portarsi appresso un pezzo di specchio per proteggersi dal regle, il leggendario biscione ipnotizzatore, perché l’unico modo per difendersi da lui è riflettergli lo sguardo. Il pezzo di specchio è il simbolo della conoscenza che di fronte alla difficoltà sa come comportarsi e non ha la presunzione di eliminare, distruggere, annientare. Convivere con ciò che è altro da noi e ci mette in difficoltà è uno stimolo, una sfida importantissima che si deve portare avanti a livello culturale.

Il video che conferma la presenza dei lupi in Val Seriana, a Gandellino                      https://primabergamo.it/cronaca/il-video-che-conferma-la-presenza-dei-lupi-in-val-seriana-a-gandellino/

[1] Beschta R.L. e Ripple W.J., “River channel dynamics following extirpation of wolves in northwestern Yellowstone National Park, USA”

[2] Musiani M. e Paquet P.C., “The Practices of Wolf Persecution, Protection, and Restoration in Canada and the United States”

[3] Una cascata trofica è un processo ecologico che avvia un cambiamento all’apice della catena alimentare che genere un “effetto domino” su tutti i livelli sottostanti. Questo, per esempio, è quanto accaduto nel Parco Nazionale di Yellowstone (USA), dopo la reintroduzione del lupo nel 1995. Studi a riguardo:

·         Beschta R.L. e Ripple W.J., “Wolves, trophic cascades, and rivers in the Olympic National Park, USA”

·         Ripple W.J., Beschta R.L. et al., “Trophic cascades from wolves to grizzly bears in Yellowstone”

[4] La vegetazione ripariale è molto importante per la struttura del territorio, perché influenza la stabilità delle sponde di fiumi e ruscelli, modera i microclimi e la temperatura dell’acqua e, di conseguenza, il ciclo dei nutrienti e la correlata rete alimentare per molti animali terrestri e acquatici.

[5] Come i lupi cambiano i fiumi https://www.youtube.com/watch?v=bnN8f3Hcp9k

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