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martedì 22 settembre 2026

London bye bye

Il rilancio della richiesta di indipendenza delle “nazioni celtiche” nel Regno Unito - Omar Onnis

Lunedì 14 settembre, a Cardiff (Galles), si sono riuniti i primi ministri delle “nazioni devolute” o anche “celtiche” del Regno Unito di Gran Bretagna, per discutere sulla possibilità di procedere insieme nel processo di autodeterminazione delle rispettive comunità. Si chiamano Rhun ap Iorwerth (Galles), John Swinney (Scozia) e Michelle O’Neill (Irlanda del Nord). Sono tutti e tre leader di partiti indipendentisti, sia pure con sfumature e in contesti differenti, e in questa veste, non in quanto primi ministri (per evitare incidenti istituzionali), si sono incontrati nella capitale gallese.

Al dibattito hanno partecipato attivamente sia la leader del Sinn Féin Mary Lou McDonald, sia Michael Martin, primo ministro dell’Eire-Repubblica d’Irlanda, ovviamente coinvolti nella questione.

La richiesta di poter procedere con consultazioni popolari sulla separazione dal Regno Unito è stata rivolta al primo ministro britannico Andy Burnham, ma sul tema è intervenuto – possiamo ben dire goffamente (per usare un eufemismo) – lo stesso presidente USA Donald Trump, dichiarandosi favorevole alla riunificazione dell’Irlanda sotto la bandiera dell’Eire. Il che ha immediatamente provocato un incidente diplomatico, dato che gli esponenti politici nord-irlandesi di confessione unionista non hanno accolto tali dichiarazioni con particolare favore.

In Italia questa vicenda non è seguita con particolare interesse dai mass media. Se ne trova traccia in qualche testata, ma con toni scettici e spesso sarcastici. Allo stesso modo in cui venne trattato a suo tempo il primo referendum scozzese sull’indipendenza, nel settembre 2014, e quello catalano dell’ottobre 2017. Un problema culturale e politico profondo, che nel “bel paese dove ‘l sì sona” accomuna l’intellighenzia progressista a quella di destra e nazionalista.

A dirla tutta, anche in Sardegna non se ne è parlato molto. Un certo provincialismo subalterno del nostro ceto medio istruito, estremamente timoroso su queste tematiche, la grettezza della nostra politica e la scarsa propensione a guardare oltre i confini dell’isola e dell’Italia della nostra informazione impongono questo esito. 

Eppure si tratta di un processo politico estremamente rilevante, perché, al di là dei suoi esiti concreti, ci costringe a riflettere su diversi temi e aspetti della nostra democrazia e del nostro rapporto – come comunità sarda – con lo stato italiano.

I partiti indipendentisti delle “nazioni devolute” britanniche sono tendenzialmente europeisti, ossia prediligono una relazione forte col Continente, a dispetto dei partiti nazionalisti inglesi e a contrasto esplicito della Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, nel 2016, ha infatti prodotto non solo problemi assortiti a livello economico e sociale, ma ha anche inevitabilmente acuito i contrasti tra il centro – Londra, l’Inghilterra come comunità egemone – e le altre comunità suddite della corona britannica.

Lo stesso indipendentismo catalano, nelle sue varie incarnazioni, è piuttosto europeista, sia pure con differenze dovute agli orientamenti di base delle sue componenti, che coprono uno spettro politico ampio, dalla sinistra anticapitalista alla destra moderata.

In generale l’indipendentismo europeo è sempre stato piuttosto sensibile all’internazionalismo, se non altro per una necessità di solidarietà tra movimenti minoritari in conflitto con i rispettivi stati centrali. Ma è anche un retaggio degli orientamenti prevalentemente progressisti, quando non apertamente di sinistra, della maggior parte delle organizzazioni autodeterminazioniste. Ultimamente, tuttavia, si è allargata la fascia anti-europeista e a tratti puramente nazionalista. Una certa difficoltà ad orientarsi nelle dinamiche storiche in corso ha alimentato divergenze diffuse su questioni rilevanti come la guerra in Ucraina, il riarmo europeo (o meglio, dei diversi stati europei), la stessa Unione Europea, l’immigrazione, le relazioni internazionali. Osservare quello che succede in questo momento nel Regno Unito può fornirci spunti di riflessione da angolazioni diverse, quindi preziose. 

Non credo proprio che nei movimenti indipendentisti gallesi e scozzesi e nell’orizzonte del Sinn Féin irlandese prevalgano particolari illusioni sulla natura dell’UE. Sia per sua natura, per come è stata edificata, sia per le prese di posizione istituzionali di questi decenni, dovremmo aver imparato che l’establishment europeo è sì un interlocutore necessario ma è anche una controparte con cui intavolare una negoziazione serrata, a proposito della questione autodeterminazione all’interno degli stati membri. In ogni caso, nonostante i suoi limiti, l’UE rimane comunque un agglomerato politico democratico, sia pure minacciato e più precario che mai, sovranazionale (quindi già impostato in termini teoricamente confederali), profondamente integrato. Nonostante la mediocrità e gli orientamenti tecnocratici e oligarchici dei suoi vertici, dispone, a livello istituzionale, di un parlamento democraticamente eletto, di entità giudiziarie sovrastatali a cui appellarsi, di un orizzonte di valori universali di libertà e diritti civili e sociali almeno astrattamente condiviso. L’esistenza di un gruppo politico come l’European Free Alliance (EFA, o ALE per dirla in italiano) garantisce per altro una forma di rappresentanza istituzionale delle popolazioni senza stato. Non è poco, nel mondo di oggi. 

Purtroppo molto indipendentismo europeo sta ripiegando su posizioni di retroguardia, anziché rilanciare i suoi temi in un’ottica adeguata ai tempi che corrono. La sfida dei neo-fascismi e dei partiti reazionari e nazionalisti è spesso sottovalutata, forse perché più complessa e difficile da affrontare, preferendo discorsi – perlopiù fatti di posizionamenti astratti – di stampo geopolitico. Temi decisivi come i cambiamenti climatici, la transizione energetica, i diritti umani, la stessa autodeterminazione democratica sono lasciati in secondo piano, anziché essere al centro dell’agenda. Pensiamo a quale danno ciò rappresenti in una situazione come quella sarda, in cui l’isola subisce una delle peggiori aggressioni coloniali della sua storia, davanti a una prospettiva di restringimento della sfera democratica e di tutela delle minoranze e a una palese stretta repressiva. Già solo il tema della transizione energetica meriterebbe di essere affrontato in termini sovranazionali e solidali, in una prospettiva di democratizzazione di produzione e consumo a livello continentale, a contrasto dell’approccio meramente affaristico e speculativo in corso, promosso sia dai vertici dell’UE sia dai governi statali (da quello italiano in primis).

Vedremo cosa succederà nel Regno Unito, dopo la riunione del 14 settembre. È possibile che a dodici anni dalla data del primo referendum scozzese (18 settembre 2014) venga dichiarata ufficialmente dai vertici dello Scottish National Party l’intenzione di procedere con un secondo tentativo di separazione. Trattandosi di una concessione da parte del governo di Londra, sarà interessante vedere come reagirà il governo del laburista Burnham, così come sarà interessante verificare come il processo andrà avanti in Galles e Irlanda. Senza dimenticare il fermento indipendentista nella regione periferica della Cornovaglia, che potrebbe trarre nuove energie da eventuali successi delle nazioni celtiche.

La diversa visione proveniente dalle isole britanniche e gli sviluppi di questa vicenda potrebbero innestare nell’assopito dibattito autodeterminazionista europeo, compreso quello sardo, nuova linfa e nuove prospettive. A patto di uscire dagli schemi vetusti del secolo scorso e di recuperare il terreno perduto nell’elaborazione teorica e nei metodi di lotta politica.

da qui

 

Scozia, Galles e Irlanda del Nord contro Londra. Secessione? - Piero Orteca

La fine del Regno Unito? Storico vertice a Cardiff: le nazioni da sempre ‘vassalle’ dell’Inghilterra (Scozia, Galles e Irlanda del Nord) si riuniscono per chiedere l’indipendenza da Londra. Vogliono un modello di sviluppo diverso e sono pronte ad aderire all’Unione Europea. E ora Burnham che farà?

L’Inghilterra e il “fronte interno”

Se in questo momento fossimo al posto di Andy Burnham, più che pensare ai guai dell’Ucraina, ci preoccuperemo piuttosto di quello che sta succedendo in casa sua, nel regno di Sua maestà britannica. Dove, nuvoloni neri come la pece, si profilano all’orizzonte e deliberano un futuro sempre più plumbeo. Perché, vedete, prima o dopo tutti i nodi vengono al pettine. E chi ha sempre rimandato la soluzione degli acuti problemi di convergenza sociale e nazionale, che nelle isole britanniche covano da secoli sotto la cenere, oggi se li ritrova esplosi tutti in un colpo. Ieri, a Cardiff un evento che segna uno snodo cruciale nella storia britannica contemporanea: “Le tre nazioni”, da sempre vassalle dell’Inghilterra, cioè Scozia, Galles e Irlanda del Nord, hanno firmato un documento congiunto, che chiede l’autodeterminazione. Non è una lettera di intenti, ma una vera e propria dichiarazione di guerra diplomatica, per far capire a Downing Street che il tempo in cui tutta la vita del Paese dipendeva dagli umori di Westminster è finito. O, almeno, che il modo di amministrare il potere e, soprattutto, quello di erogare i servizi, vanno profondamente ripensati. Se vogliamo, è un’altra sfaccettatura, questa volta territoriale, della stessa medaglia: Il “deep power”, il potere profondo trincerato dietro il paravento della democrazia, ma avidamente aggrappato alle plusvalenze finanziarie, ha fatto il suo tempo. La crisi di sistema, che si cerca di combattere alimentando la paura della Terza guerra mondiale, per arricchire la lobby delle armi, però, allontana sempre più cittadini dal Palazzo. Così, ora che la crisi si fa più acuta e il “popolo delle bollette” arranca, è inevitabile la ricerca di una spinta al cambiamento. Costi quel che costi, anche puntando su formazioni politiche “alternative”, premiate dalla protesta popolare

La svolta storica di Cardiff

Il Vertice gallese, svoltosi a Cardiff, organizzato per una richiesta di autonomia che assomiglia molto alla “secessione”, ha visto la partecipazione di tre esponenti di spicco delle nazioni interessate. Sono stati i Primi ministri John Swinney, leader dell’SNP scozzese; Rhun ap Iorwerth, leader del Plaid Cymru gallese; e Michelle O’Neill, vicepresidente del Sinn Féin dell’Irlanda del Nord, a firmare il memorandum d’intesa. Il documento rappresenta la base d’azione politica per un’immediata battaglia, che già si annuncia infuocata e che metterà a dura prova il governo laburista di Burnham. Dunque, l’ex sindaco della Grande Manchester dovrà darsi una scala delle priorità, se non vorrà fare la fine ingloriosa di Keir Starmet, perché il Regno Unito è un Paese in ebollizione. L’astro nascente di un laburismo britannico elettoralmente per vincente ma sempre più percorso da fibrillazioni interne e assediato da una popolazione insoddisfatta, che comincia a voltargli le spalle, deve guardare di più al “fronte interno”, o perderà carrozza e cavallo. Il messaggio che gli arriva da Cardiff è pesante. Politicamente si tratta di una sfida che, sommata alle altre ferite aperte (debito pubblico, deficit di bilancio, spese sociali a rischio, spese militari in drastico aumento) rende il compito del nuovo Premier una vera corsa a ostacoli. L’avviso della nordirlandese Michelle O’Neill è chiaro e minaccioso, perché oltre a ribadire la lontananza del Parlamento di Westminster, la signora ha voluto ricordare anche le parole di Donald Trump sulla possibile riunificazione delle due Irlande.

“L’Irlanda va riunita”….

Parlando in una conferenza stampa congiunta, la O’Neill ha affermato: “Stiamo certamente vivendo in tempi di enormi cambiamenti, cambiamenti inarrestabili, cambiamenti che – a prescindere da ciò che dirà qualsiasi Primo ministro britannico – non saranno in grado di arginare l’ondata di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in questo momento. La nostra causa comune – ha aggiunto – è la consapevolezza che Westminster non serve e non servirà mai bene il nostro popolo. La nostra causa comune è il diritto all’autodeterminazione, e la nostra causa comune è la necessità di fare in modo, collettivamente, che questo messaggio venga ascoltato a Westminster.” A questo punto, è arrivata la parte più dura del discorso, che per Burnham suona come un avvertimento: “La riunificazione irlandese è un’opzione concreta”, ha sibilato Mrs. O’Neill, smentendo clamorosamente Burnham le affermazioni contrarie del signor Burnham e richiamando a suo sostegno le parole del Presidente Trump.

Le modalità della “secessione”

I leader, rivolgendosi direttamente al Premier Andy Burnham, gli hanno chiesto di non sottovalutare il messaggio che parte da Cardiff. Potrebbe essere un grave errore farlo, perché poi il governo di Londra “non sarebbe in grado di arginare l’ondata di crescente nazionalismo in arrivo dalle grandi regioni decentrate”. Scrive il Daily Telegraph: “Il memorandum rileva che, dopo la vittoria del Plaid Cymru alle elezioni gallesi di maggio, per la prima volta tutti e tre i partiti separatisti si trovano contemporaneamente al potere. Quindi non potrebbe esserci un segnale più chiaro che il tempo di Westminster sta per finire”. Infatti, si legge nella dichiarazione: “Crediamo che un cambiamento costituzionale sia imminente”. Il Telegraph sostiene che il documento sottoscritto prevede che le tre nazioni abbiano un pieno diritto all’autodeterminazione che Westminster non potrà bloccare. Ognuna di esse – prosegue il giornale – si muoverà verso la separazione dal Regno Unito ‘a modo suo e nei suoi tempi’. Inoltre, il governo del Regno Unito dovrà effettuare i preparativi necessari per un cambiamento costituzionale in tutte e tre le nazioni”.

Torniamo nell’Unione Europea

“L’accordo – assicura il Daily Telegraph – prevede l’adesione dei Paesi all’UE dopo l’indipendenza, nonostante il Galles a suo tempo abbia votato per la Brexit, e gli avvertimenti secondo cui ciò avrebbe creato un confine rigido con l’Inghilterra. Il patto delinea addirittura i piani per rifiutare il modello economico, definito ‘fallimentare’, di Whitehall, e vuole condividere idee con l’Unione Europea, sulla crescita economica e sulle risorse energetiche. Ribadendo che ‘il futuro delle nostre nazioni appartiene all’UE”.

«Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro», è l’incipit di una dichiarazione che farà molto rumore a Downing Street.

da qui