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mercoledì 23 luglio 2025

La Patria non è più l’Italia tutta - Antonella Tarpino

Aree Interne: letteralmente sono “quelle aree caratterizzate da una significativa distanza dai principali centri di offerta di servizi, in particolare quelli relativi all’istruzione, mobilità e servizi socio-sanitari”. Secondo i dati del governo vengono classificati come centri di 'aree interne' 3.834 comuni italiani, in cui abitano 13,3 milioni di persone. Il 25 per cento della popolazione nazionale. Il 67 per cento di questi paesi sono al Sud.

Ora il nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI) – approvato dal governo nei mesi scorsi – in continuità con l’impianto place-based proprio della originaria Strategia nazionale per le aree interne (SNAI) su impulso di Fabrizio Barca (allora, 2013, ministro della coesione sociale) intende:

“rafforzare la competitività e la resilienza delle regioni… promuovere l'inclusione sociale e accompagnare i territori con riforme strutturali e il potenziamento della capacità amministrativa… investire nei servizi pubblici, come sanità, istruzione, e trasporti pubblici”.

Tuttavia – va detto – il piano introduce una differenziazione su base demografica tra le stesse aree interne dividendo i territori così definiti in categorie distinte: quelli “rilanciabili” e quelli “senza prospettive”. Per questi ultimi (centinaia e centinaia di comuni montani, collinari, rurali) lo Stato non prevede più politiche attive di contrasto allo spopolamento ma propone un “accompagnamento verso un declino irreversibile”. Niente più investimenti, in quelle aree fragili, per portare i servizi, scuole, sanità, trasporti così da attrarre giovani e creare lavoro? Certo nel documento del governo si pensa – qui uno dei passi più incriminati – a “un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.

Si arriva a legittimare dunque l’abbandono istituzionale di larga parte del territorio nazionale, accentuando il divario tra città e aree interne e tra le diverse anime di queste stesse, col rischio di compromettere – è il timore di molti – la stessa tenuta sociale del Paese. Difficile parlare forse di strategia, caso mai sembra più disuguaglianza istituzionalizzata, con Patrie riconosciute e altre, sottodimensionate demograficamente, no. Alcuni giustamente fan notare (tra gli altri Franco Arminio su “Huffington post”, primi di luglio) con un soprassalto di disagio e scandalo come non si possa adottare per le comunità di esseri umani la stessa logica del profitto utilizzabile per un investimento economico. Le persone sono titolari di diritti, non sono prodotti finanziari. Sono un patrimonio da preservare, tanto più in questo Occidente in vistoso calo demografico generalizzato. È una questione che richiama gli stessi principi costituzionali. Non argomenti esclusivamente economici.

 

Del resto la Strategia nazionale per le aree interne di Barca era stata pensata non come semplice governante: vale a dire un’operazione tecnocratica volta a recuperare alla “normalità” del modello di sviluppo prevalente aree che ne sono rimaste escluse. Come Barca spiega bene nel volume Italia lontana. Una politica per le aree interne a cura di S. Locatelli, D. Luisi, F. Tantillo, Donzelli, 2022) è stata altra la valenza politica della SNAI. Rispondendo a una domanda su quanto l’attività economica in generale debba porsi il problema di far crescere non solo la ricchezza ma anche lo “stare bene”, di donne e di uomini che vivono in una determinata comunità, l’ex ministro afferma:

“Nel capitalismo, crescere – produrre più Pil, misurabile sul mercato – è uno dei fattori strumentali per raggiungere un pieno benessere. Nel capitalismo, lo sappiamo, la produzione organizzata sul mercato ha bisogno di un adeguato profitto – si noti bene, “adeguato”, soddisfacente e quindi comprimibile – altrimenti l’imprenditore non rischierà. Ma la ricchezza è solo una delle molteplici dimensioni, per lo più strumentale, dello “star bene, e quindi misurare il Pil serve, è la misura chiave del capitalismo, ma non esaurisce, tutt’altro, la misura dello “star bene”». E aggiunge: «È un cambio di prospettiva forte [...] La Strategia nazionale per le aree interne ce l’aveva dentro questo orientamento: gli indicatori suggeriti erano possibili misuratori dello star bene”.

E agiva secondo linee di azione privilegiate: interventi a favore della crescita economica ma insieme, a sostegno dell’espansione dei diritti di cittadinanza; una trasparente e rigorosa pianificazione territoriale; un metodo di co-progettazione finalizzato a far dialogare fruttuosamente competenze centrali e saperi locali; pieno coinvolgimento e responsabilizzazione delle autonomie locali, dei Comuni (S. Locatelli).

Certo questa scelta – nota Tantillo, ripreso da Costantino Cossu su “Dialoghi mediterranei” il 1° gennaio2024 – è entrata in conflitto sin dal principio da un lato con una cultura politica tradizionale e localistica molto restia a quella “cessione di potere” alla cittadinanza che è implicita nelle pratiche partecipative, e dall’altro con una cultura amministrativa fortemente centralistica. La stessa filosofia delle policy del Pnrr post Covid nelle sue ultime formulazioni non è quella dello sviluppo dal basso attraverso la valorizzazione delle risorse comunitarie e di pratiche alternative alle logiche di mercato finalizzate, allo “star bene”; semmai è quella delle grandi infrastrutture, dei progetti di sviluppo dei territori attraverso politiche decise centralmente e calate dall’alto.

 

Va detto che il governo stanzia per il rilancio (si fa per dire) delle aree interne 301 milioni fino al 2027. Per molti, tuttavia – se fuori da un contesto di medio-lungo periodo – saranno interventi spot, opere non concordate con le comunità, con ditte mirate e clientele elettorali. Per tutte queste ragioni il piano governativo (PSNAI) sembra portare alle estreme conseguenze, con la sperimentata inclemenza radicale nei confronti delle popolazioni fragili, le logiche di sistema.

È sconfortante prendere atto di quanto questa filosofia PSNAI, che poi diventa intervento politico, accentui ulteriormente gli squilibri territoriali, distinguendo tra aree interne salve e altre destinate a una fine prossima, in un Paese, il nostro, stretto già tra i Troppo pieni delle città e delle coste e i Troppo vuoti delle aree interne e della montagna povera. Così da destrutturare ancor più la dinamica centro-periferia e il rapporto città-campagna e ostacolare la realizzazione di quel cambio di paradigma cui tanti di noi, impegnati nel lavoro anche militante intorno a quelli che ho chiamato “paesaggi fragili”, si ispirano: dalla missione, non solo metaforica, della migliore antropologia (penso a Pietro Clemente) di portare il Centro in Periferia e di lavorare, (come fa Vito Teti) esemplarmente sulla Restanza alla riflessione preziosa dei Territorialisti sul riconoscimento del patrimonio territoriale presente nei piccoli comuni italiani, presidi a tutti gli effetti dei territori fragili, all’impegno inoltre del gruppo di Riabitare l’Italia che incentra i suoi sforzi proprio sulla sofferenza demografica e sulla contrazione insediativa di tante aree del Paese su cui si accanisce, così sembra, il PSNAI. Proprio in questi giorni su “Il Fatto quotidiano” Vito Teti, alla prospettiva della condanna a morte di migliaia di comuni oppone la necessità di ripopolare i paesi accogliendo quei nuovi italiani, molti, di cui il mercato del lavoro avrebbe bisogno come dicono l’Istat e Confindustria.

Tanto più, in conclusione, è importante scardinare, per contrastare questa narrativa darwiniana, le logiche attardate delle “geografie negative” imposte ieri alle aree interne e di confine nel disegno di sapore bellicista degli Stati nazionali e poi, nel corso di una industrializzazione sgovernata, a interi territori svuotati in favore delle città e delle pianure. Fino a decretarne ora, in conseguenza di quei processi, l’insostenibilità demografica via algoritmi e un destino di irreversibile declino.

Quando invece, nel delicatissimo corso dell’Antropocene, gli attributi più propri di queste aree fragili, il rispetto dei limiti ambientali anche dovuto alla mancata sovrappopolazione, l’argine alla cementificazione integrale in relazione al basso tasso di edificazione, in una parola la coevoluzione armonica tra insediamento umano e natura circostante, andrebbero valorizzati, rovesciandosi in positività, a monito della sopravvivenza stessa dei territori, di necessità ecocompatibili, nel futuro incerto che ci aspetta.

da qui

giovedì 3 luglio 2025

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita” - Mario Sommella

 

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

 

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

 Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
 Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
 Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
 Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
 Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

da qui