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lunedì 17 luglio 2023

Migranti climatici, cresce il numero ma manca una tutela giuridica - Gaia Santone

 


Il 28 luglio 1951 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione di Ginevra sullo Status dei Rifugiati, strumento molto importante per la gestione dei flussi migratori. Tuttavia, l’imminente anniversario di tale strumento ci ricorda quanto, dalla sua adozione, i passi avanti siano stati ben pochi. Infatti, a parte il Protocollo Addizionale del 1967, con il quale sono state eliminate la clausola geografica e quella temporale, che limitavano l’applicazione della Convenzione a fatti avvenuti in Europa prima del gennaio 1951, non è avvenuto altro cambiamento nell’ambito di applicazione di tale strumento.

Eppure, con la crescita dei disastri ambientali imputabili al cambiamento climatico, sempre più individui sono soggetti a gravi danni alla loro persona e ai loro beni, e spesso sono costretti a migrare. Migliaia rimangono all’interno del proprio Paese, andando ad ingrandire la già enorme categoria degli sfollati interni, che, peraltro, non è protetta dalla suddetta Convenzione. Altre migliaia invece, abbandonano il proprio Paese per cercare rifugio in altri.

Eppure, la figura del migrante climatico non è riconosciuta a livello internazionale, e questi individui non ricevono adeguata protezione.

Infatti, ai sensi della Convenzione del 1951, il rifugiato è colui che

nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.

È evidente come i migranti climatici non ricadano sotto tale definizione. Ciò è anche dovuto al momento di stesura e adozione della Convenzione. Risulta comunque inaccettabile come tale strumento non sia stato modificato per permetterne una maggiore applicazione. Ciò è maggiormente problematico in quanto difficilmente gli Stati aprono le proprie frontiere ai migranti climatici.

La crisi climatica: un fenomeno in aumento

La grande necessità di agire nei confronti del cambiamento climatico è enfatizzata anche dai dati scientifici, che mostrano quante persone abbiano subito conseguenze a causa di disastri ambientali. Non tutti sono colpiti in egual modo: i più poveri e socialmente fragili sono maggiormente a rischio di subire le conseguenze del cambiamento climatico.

Un grande problema però, è quello legato alla difficoltà di calcolo del numero di persone che effettivamente migrano per problemi legati al mutamento climatico. Questa difficoltà sorge anche perché le migrazioni non avvengono mai per una ragione univoca.

Spesso un disastro ambientale può essere l’ultima spinta verso tale soluzione, ma alla base della decisione di abbandonare tutto ciò che si conosce e che si possiede, è una fitta rete di ragioni economiche, sociali e politiche. Inoltre, i disastri ambientali non sono tutti dello stesso tipo: alcuni sono immediati, come incendi e alluvioni, ma altri impiegano anni per formarsi e creare problemi, come la siccità e l’aumento delle temperature.

Eppure, nonostante la grande incertezza, i numeri indicano come le migrazioni e i disastri ambientali stiano continuando ad aumentare. I dati presentati dall’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC), mostrano come nel 2020, dei 40 milioni e mezzo di nuovi sfollati interni, 30 milioni e 700 mila persone sono fuggite a causa dei disastri ambientali. Nel 2022 il numero degli sfollati interni che si è mosso a causa di disastri ambientali è cresciuto del 45% rispetto ai dati del 2021, mentre quello di coloro che si sono mossi a causa dei conflitti è cresciuto del 17%.

Risulta molto difficile anche fare previsioni in merito ai numeri futuri di migranti climatici, con stime che vanno da 25 milioni a un miliardo di persone che si sposteranno entro il 2050.

La Banca Mondiale ha provato ad evidenziare tre differenti scenari di quella che potrebbe essere la situazione entro il 2050. Il primo vede il movimento di 143 milioni di persone se non ci saranno misure significative per ridurre l’emissione di gas serra e percorsi di sviluppo migliori. Il secondo, solo con percorsi di sviluppo migliori, vede il movimento di un numero tra 65 e 105 milioni di persone. Infine, il terzo scenario vede un numero di migranti climatici tra i 31 e i 72 milioni di persone nel caso in cui si intraprenda una strada significativa in modo tale che il riscaldamento globale non oltrepassi 1.6 gradi centigradi.

Come riportato dal Global Risk Report, per la prima volta nel 2020 i rischi globali in cima alla lista in termini di probabilità erano tutti riconducibili al cambiamento climatico. Il 90% dei disastri avvenuti tra il 1995 e il 2015 sono dovuti al cambiamento climatico. Nonostante l’aspetto naturale di tali disastri, è evidente il contributo dell’uomo attraverso le sue azioni, quali l’eccessiva emissione di anidride carbonica e l’estensiva deforestazione.

Il caso Teitiota v. Nuova Zelanda: un’opportunità mancata

Purtroppo, i migranti climatici non ricevono l’aiuto e il sostegno necessari, come evidenziato dal caso Teitiota contro Nuova ZelandaEsso è considerato da molti studiosi come una grande opportunità (mancata) per riconoscere maggiore protezione ai migranti climatici. Tuttavia, la decisione del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha segnato un grande limite, demarcando soglie di rischio e sofferenza troppo alte perché qualcuno ottenga l’aiuto necessario in quanto migrante climatico.

Il signor Teitiota, cittadino della Repubblica di Kiribati, lasciò il Paese in seguito ai disastri ambientali che portarono al declino della qualità di vita. Nel 2007 si trasferì con la moglie in Nuova Zelanda, dove restarono anche dopo la scadenza del loro visto nel 2010. Due anni dopo, l’uomo fece richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato, affermando di aver lasciato il proprio Paese a causa delle precarie condizioni di vita dovute al cambiamento climatico.

Una volta esauriti i ricorsi interni, poiché tale status non gli era stato riconosciuto, il signor Teitiota si rivolse al Comitato per i Diritti Umani. Tale organo si espresse mediante lo strumento delle Osservazioni nel 2019, negando di poter affermare che il diritto alla vita del ricorrente fosse stato violato. Tuttavia, alcuni suoi membri allegarono alle Osservazioni delle opinioni individuali dissenzienti, evidenziando come non fossero d’accordo con la decisione del Comitato.

In particolare, risultano importanti quelle del signor Muhumuza, il quale sottolineò come l’approccio adottato dal Comitato avrebbe dovuto essere più sensibile. Egli ritenne che l’organo avesse posto una soglia troppo alta per constatare la presenza di una violazione dei diritti umani. Inoltre, aggiunse come questo fosse controproducente allo scopo della protezione della vita.

In effetti, tale posizione del Comitato risulta particolarmente dibattuta, soprattutto per via delle varie prove fornite dal Signor Teitiota in merito alle gravi condizioni di vita nella Repubblica di Kiribati. Tra queste, la difficoltà di ottenere acqua potabile e le conseguenti malattie, come l’avvelenamento del sangue cui uno dei figli del ricorrente fu esposto.

Nonostante ci siano ancora molti passi avanti da fare, si possono evidenziare alcune note positive. In alcuni Stati, come la Svezia e la Finlandia, è stato formalizzato il riconoscimento del diritto di asilo ai migranti ambientali nella normativa nazionale. Piccoli passi che potrebbero spianare la strada per una maggiore protezione a livello internazionale.

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mercoledì 5 ottobre 2022

La crisi climatica cambierà la nostra dieta e alcuni cibi spariranno – Vanna Lucania


Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti. Ci ha fatto ripensare al nostro modo di fare economia, di progettare i nostri ambienti e rivedere le nostre comuni abitudini. Ha cambiato la nostra Natura e l’alternarsi delle stagioni. E cambierà anche il nostro modo di mangiare.

Dall’impatto che il clima e le sue mutazioni stanno già avendo sui raccolti alle prospettive future, inevitabilmente nei prossimi decenni la dieta di tutti dovrà adattarsi per poter assicurarci la sopravvivenza.

Sì, perché i cambiamenti climatici mettono a rischio innanzitutto la sicurezza alimentare di una popolazione in aumento. Si prospetta, infatti che entro il 2050 saremo circa dieci miliardi di persone. Una crescita che interesserà soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Così, il bisogno di cibo aumenterà di circa il 60%.

In questo senso, la desertificazione, la siccità e l’inquinamento delle acque metterà a rischio la capacità umana di reperire facilmente il cibo e di produrlo, con un’incidenza più alta per le aree dove questi fenomeni sono più intensi.

Allora dobbiamo essere pronti ad affrontare un cambiamento nell’alimentazione che partirà dalle pratiche agricole, messe a dura prova dagli eventi atmosferici di entità e densità progressivamente più catastrofiche. La prima conseguenza sarà percepibile, e per certi versi lo è già, nelle rese dei raccolti.

Le tempeste improvvise, i lunghi periodi di siccità, le ondate di caldo estremo unite agli incendi e alle gelate tardive comporteranno una riduzione significativa del ricavo dei campi. Le colture più fragili e che meno si adatteranno non avranno più le condizioni ideali affinché il proprio ciclo produttivo si compia. Le instabilità climatiche e le temperature altalenanti stanno già aprendo la strada, inoltre, all’invasione di alcune specie aliene e parassitarie, che si uniscono alla lista delle condizioni che minano i prodotti delle campagne in tutto il mondo.

La proiezione più estrema dei cambiamenti climatici vede alcuni alimenti scomparire del tutto dalle nostre tavole. Un esempio, in questo caso amaro, è rappresentato dal cacao. La pianta infatti, già di per sé dalla delicata produzione che la rende esclusività della fascia tropicale, resiste malamente ai cambi repentini di umidità e alla siccità. Il cacao, quindi anche il cioccolato, potrebbe estinguersi nei prossimi decenni.

Ciò che preoccupa però, in questa prospettiva, è la possibile scomparsa insieme ad altri cibi che fanno parte della nostra attuale alimentazione, di beni di prima necessità, su tutti riso e grano.

Il riso, pietanza di base di molte popolazioni tra le più povere al mondo, potrebbe veder calare la sua produzione di ben il 50% per via delle variazioni nelle stagioni delle piogge e dell’innalzamento delle acque.

Anche per il grano i pronostici non sono rosei: in tutto il mondo le scorte si stanno progressivamente riducendo e il prezzo è destinato a diventare sempre più alto, rendendolo di fatto un cereale di nicchia.

Non solo scomparsa, ma anche la totale ridistribuzione delle colture nel mondo, è quello cui dovremo abituarci col passare del tempo. Le temperature che riscaldano il Pianeta innalzano e fanno progredire in latitudine le fasce climatiche. Quello cui assisteremo, dunque, sarà uno spostamento delle colture verso quelle nuove condizioni che ne favoriscono la crescita.

Quello che succede ad esempio è che la produzione mediterranea di vite ed olivo si sposta verso il Nord, con l’innalzamento della linea dell’olivo verso climi che oggi sono più miti. Allo stesso tempo nel Sud si assiste all’apertura verso la coltivazione di frutti tropicali, come il mango e l’avocado.

Stesso destino si sta verificando già nel nostro mare, con la tropicalizzazione del Mediterraneo, dove acque sempre più calde ospitano nuove specie ma favoriscono anche il proliferarsi delle migrazioni o della morte di specie autoctone.

Mentre facciamo la conta di cosa non coltiveremo più, molte delle nostre abitudini alimentari stanno già risentendo dei cambiamenti climatici e si traducono in una modifica in atto.

Un singolare studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università della Columbia Britannica, in Canada, ha analizzato i menù di numerosi ristoranti nell’area di Vancouver, dimostrando come l’offerta ittica in essi presente sia cambiata nel corso degli anni. E, cosa più interessante, in che modo i diversi menù siano uno specchio di come la fauna marina sia diversa a causa dei cambiamenti climatici.

Come per le fasce climatiche che avanzano più a Nord, anche la biogeografia dei mari si sta modificando, costringendo diverse specie di pesci a migrare verso latitudini più elevate e acque più profonde, così come una maggiore presenza e un aumento di quelle specie che preferiscono acque più calde all’aumentare delle temperature.

Ma se alla lancetta più alta del termometro corrisponde una modifica della disponibilità di cibo nel mondo, è anche vero che il modo di approcciarsi al cibo da parte dell’essere umano sta cambiando in virtù di un’etica dell’alimentazione che cerca di riparare al danno causato dalla mano antropica e che, indirettamente, deriva dai cambiamenti climatici.

Sono sempre di più le persone che si interrogano sulla sostenibilità del proprio stile nutrizionale e scelgono la strada che vede ridursi il consumo di carne e di derivati animali.

Nella catena di produzione alimentare, infatti, gli allevamenti intensivi di carne bovina, seguiti dai latticini ma anche dai cereali necessari al nutrimento del bestiame, sono la principale causa di emissione di CO2 al mondo.

Scegliere un’alimentazione plant-based, dunque, pare essere una valida e sensibile alternativa agli attuali modi di consumo, che in qualche modo hanno scatenato, per una buona percentuale, i cambiamenti climatici di cui siamo ora vittima.

Tuttavia, la scelta di una dieta per gran parte vegetale potrebbe rivelarsi non soltanto una scelta etica auspicabile, ma una necessità stessa di sopravvivenza, indotta dal cambio del clima.

La carne, ad esempio, come tutti gli altri alimenti la cui produzione necessita quantità ingenti di acqua, è messa a dura prova con l’avanzare del fenomeno climatico.

Ciò che si renderà più urgente, in altre parole, sarà una modifica radicale della maniera in cui ci nutriamo e soprattutto in cui produciamo ciò che mangiamo: il sistema alimentare è responsabile di circa il 75% della deforestazione globale e di alte percentuali di emissioni.

Interrompere questa catena di causa-effetto con l’innalzamento della temperatura terrestre è forse l’unica via percorribile verso un mantenimento dignitoso della specie, per combattere la fame e garantire nutrimento a tutte le popolazioni della Terra.

E mentre alcune prospettive vanno verso l’introduzione di nuovi alimenti nella nostra dieta, come insetti, alghe o sub-cereali e verso alternative artificiali agli attuali alimenti, il cambiamento climatico ci sta già costringendo a fare delle valutazioni per il futuro, in campo alimentare.

Non deve essere indispensabile apportare cambiamenti radicali o grandi rinunce, così come demonizzare una dieta in favore di un’altra.

La predilezione di uno stile alimentare sostenibile deve passare anche da un cambiamento qui ed ora dei modelli produttivi, preferendo quelli che ristabiliscano un equilibrio tra emissioni, occupazione del suolo, esposizione delle popolazioni più a rischio impatto e uso delle tecnologie.

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giovedì 17 febbraio 2022

Apartheid coloniale, il peggiore alleato del cambiamento climatico - Harsha Walia

 

 

 [Traduzione a cura di Gaia Bugamelli dell’articolo originale di Harsha Walia pubblicato su openDemocracy]

 

 Non stiamo affogando, stiamo combattendo” è diventato lo slogan dei Pacific Climate Warriors. Dagli incontri sul clima delle Nazioni Unite ai blocchi dei porti carboniferi australiani, questi giovani paladini indigeni provenienti da venti Stati insulari del Pacifico, stanno lanciando l’allarme sul riscaldamento globale nelle nazioni costituite da atolli.

Rifiutando la narrativa della vittimizzazione – “non avete bisogno del mio dolore o delle mie lacrime per sapere che siamo in crisi“, per dirla con la samoana Brianna Fruean – sfidano l’industria dei combustibili fossili e giganti coloniali come l’Australia, responsabile delle più alte emissioni di carbonio pro-capite del mondo

Si aggira intorno a 25,3 milioni il totale delle persone costrette ogni anno ad abbandonare la propria casa a causa dei disastri climatici: una persona ogni 1-2 secondi. Nel 2016, il cambiamento climatico ha causato – rispetto alle persecuzioni – un maggior numero di sfollati, con un rapporto di 3:1. Si stima che entro il 2050 143 milioni di persone in Africa, Asia Meridionale e America Latina saranno costrette a spostarsi. Alcune proiezioni arrivano a parlare di un miliardo di persone.

Gli strumenti per mappare chi è più vulnerabile allo sfollamento mettono in luce il divario tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud del mondo, tra bianchi e neri, indigeni e altri gruppi razzializzati.

Sono queste stesse asimmetrie globalizzate del potere a incentivare la migrazione, ostacolando al contempo la mobilità. Le persone sfollate – le meno responsabili del riscaldamento globale – si trovano davanti confini militarizzati. E, mentre la crisi ambientale viene di per sé ignorata dalle élite politiche, la migrazione climatica viene presentata come un problema di sicurezza dei confini, nonché come una scusante per gli Stati ricchi per militarizzare le frontiere. Nel 2019, le forze di difesa australiane hanno annunciato pattugliamenti militari intorno alle loro coste, nel tentativo di intercettare i rifugiati climatici

Il dibattito sul tema della “sicurezza climatica” pone al primo posto il rafforzamento dei confini, traducendosi rapidamente in eco-apartheid. “Le frontiere sono il più grande alleato dell’ambiente; è soltanto sfruttandole che salveremo il pianeta“, dichiara il partito francese di estrema destra rappresentato da Marine Le Pen.

Un rapporto commissionato dal Pentagono sulle implicazioni che il cambiamento climatico avrebbe sulle questioni di sicurezza interna, lascia trasparire ostilità nei confronti dei rifugiati climatici: “Le frontiere saranno rafforzate in tutto il Paese per impedire l’accesso agli immigrati affamati e indesiderati provenienti dalle isole dei Caraibi (un problema particolarmente grave), dal Messico e dal Sud America“.

È recente la notizia del lancio da parte degli Stati Uniti dell’operazione Vigilant Sentry al largo della costa della Florida, e della quasi simultanea creazione della Homeland Security Task Force South East, con l’obiettivo di far rispettare l’espulsione e l’interdizione delle aree marine statunitensi in seguito ai disastri avvenuti nei Caraibi.

 

La migrazione di manodopera come mitigazione della crisi climatica

Parallelamente al rafforzamento dei confini, la migrazione di manodopera temporanea viene sempre più spesso propagandata come una strategia di adattamento al clima e ai suoi cambiamenti.

Come parte della Nansen Initiative, un progetto multilaterale promosso dallo Stato per far fronte al problema delle migrazioni indotte dal cambiamento climatico, il Governo australiano ha messo in piedi un programma con il quale contrattualizza lavoratori stagionali temporanei, considerandola la soluzione per costruire una resilienza al clima nella regione del Pacifico.

Non a caso l’annuncio da parte del Governo australiano riguardo la Nansen Initiative Intergovernmental Global Consultation non è stato rilasciato dal ministro dell’Ambiente, bensì dal Dipartimento dell’Immigrazione e della Protezione dei Confini.

A partire da aprile 2022, il nuovo programma Pacific Australia Labour Mobility renderà più facile per le imprese australiane assumere temporaneamente lavoratori “a basso salario” (quelli che il piano definisce lavoratori “scarsamente qualificati” e “non qualificati”) provenienti dai Paesi insulari del Pacifico, tra cui Nauru, Papua Nuova Guinea, Kiribati, Samoa, Tonga e Tuvalu.

L’elaborazione di un piano simile ha poco di sorprendente, se si pensa che molte delle ecologie e delle economie di questi Paesi sono già state devastate dal colonialismo australiano per oltre cento anni.

Non è un’anomalia che l’Australia stia convogliando i rifugiati climatici in un imbuto di migrazione lavorativa temporanea. A causa dell’ingovernabilità di flussi migratori crescenti e irregolari, dovuti in larga misura ai cambiamenti climatici, i programmi di migrazione per il lavoro stagionale rappresentano oggi un modello a livello mondiale di “migrazione ben gestita”.

Le élite presentano la migrazione di manodopera come una doppia vittoria: da un lato, i Paesi ad alto reddito soddisfano il loro bisogno di manodopera senza fornire un posto di lavoro sicuro o la cittadinanza, e dall’altro i Paesi a basso reddito alleviano così il proprio impoverimento strutturale tramite le rimesse dei migranti.

I lavori pericolosi e scarsamente retribuiti, come quelli agricoli, domestici e di manutenzione, che non possono essere esternalizzati, sono ora quasi interamente assorbiti in questo modo. L’insourcing e l’outsourcing non rappresentano altro che due facce della stessa medaglia neoliberale: da un lato il lavoro deliberatamente svalorizzato e dall’altro il potere politico.

Da non confondere con la libertà di muoversi oltre i confini, la migrazione temporanea della forza lavoro rappresenta il quadro concettuale neoliberale entro il quale risolvere il quartetto che comprende: politica estera, del clima, dell’immigrazione e del lavoro, tutte strutturate per espandere le reti di accumulazione del capitale attraverso la creazione e il controllo di surplus umano

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro riconosce che i lavoratori migranti temporanei sono spesso vittime di lavoro forzato, salari insufficienti, cattive condizioni di lavoro, assenza di qualsiasi forma di protezione sociale, negazione della libertà di associazione e dei diritti sindacali, discriminazione e xenofobia, nonché di esclusione sociale.

In questi programmi di apprendistato sanciti dallo Stato, i lavoratori sono legalmente vincolati a un datore di lavoro e facilmente soggetti a espulsione. Sottoposti a minacce di licenziamento e deportazione, i migranti stagionali non possono che conformarsi a questi abusi in silenzio, rivelando così il nesso cruciale tra lo status di immigrato e il lavoro precario.

 

Attraverso i programmi di migrazione per la manodopera temporanea, la forza lavoro delle persone in transito viene prima delimitata dai confini e poi sfruttata, in tutta la sua vulnerabilità, dai datori di lavoro. Negare ai lavoratori migranti lo status di immigrato permanente assicura una fornitura costante di manodopera a basso costo. In quest’ottica, i confini non hanno lo scopo di escludere tutte le persone, quanto piuttosto di creare condizioni di “deportabilità”, aumentando la precarietà sociale e lavorativa delle persone coinvolte.

Questi lavoratori vengono etichettati come “stranieri”, una connotazione che aumenta episodi xenofobi e razzisti nei loro confronti, anche da parte di altri lavoratori. È paradossale pensare come, mentre i lavoratori migranti vivono una condizione temporanea, la migrazione stagionale vada configurandosi come il modello permanente e neoliberale applicato alla migrazione, orchestrato dallo Stato.

 

Riparazione significa ‘No frontiere’

 

Il dibattito sulla costruzione di sistemi politico-economici più equi e sostenibili sembra procedere di pari passo con il progetto di un Green New Deal. La maggior parte delle proposte politiche pubbliche per un Green New Deal negli Stati Uniti, in Canada, nel Regno Unito e nell’Unione Europea esprimono la necessità di affrontare simultaneamente la disuguaglianza economica, l’ingiustizia sociale e la crisi climatica.

La soluzione individuata, in genere riguarda la trasformazione del nostro sistema estrattivo e di sfruttamento, orientandoci verso una società a bassa emissione di carbonio, femminista, controllata dai lavoratori e dalla comunità, che non trascuri forme associative e assistenziali.

Nonostante l’elaborazione di un Green New Deal guardi inevitabilmente alla crisi climatica e alla crisi del capitalismo come interconnesse – e non presenti una visione dicotomica dell’ambiente contro la società – uno dei suoi principali difetti rimane la portata limitata. Come scrivono Harpreet Kaur Paul e Dalia Gebrial: “il Green New Deal rimane in larga misura intrappolato nell’immaginario dei singoli Stati“.

Qualsiasi New Deal verde che non abbia respiro internazionale corre il rischio di perpetuare l’apartheid climatico e la dominazione imperialista in un mondo già soggetto al surriscaldamento. I Paesi ricchi devono correggere le dimensioni globali e asimmetriche del debito climatico, degli accordi commerciali e finanziari ingiusti, della sottomissione militare, dell’apartheid vaccinale, dello sfruttamento del lavoro e del rafforzamento dei confini.

Aprire un dibattito sui confini non può, oggi, prescindere dal mettere in discussione il costrutto moderno di Stato-Nazione e di tutto ciò che questa definizione reca con sé: i concetti di impero, di capitalismo, di razza, di casta, di genere, di sessualità e di abilismo. Nel caso dei confini, non si tratta nemmeno di contorni che delimitano un territorio con la fissità di linee precise.

I moderni regimi basati sulle frontiere fanno sempre più spesso ricorso alla sorveglianza con i droni, all’intercettazione delle barche di migranti e a controlli di sicurezza che spesso vanno ben oltre quelli che sarebbero i limiti territoriali di uno Stato. Dall’Australia che delocalizza la detenzione dei migranti in Oceania, alla fortezza Europa che esternalizza i procedimenti di interdizione e sorveglianza nel Sahel e in Medio Oriente, si delineano cartografie mutevoli che rimarcano con vigore il nostro presente coloniale.

 

Forse la cosa più offensiva è che, quando i Paesi coloniali si fanno sopraffare dal panico per le “crisi ai confini”, lo fanno autoproclamandosi vittime. Senza tener conto del fatto che genocidi, sfollamenti e moti migratori di milioni di persone sono stati strutturati in modo iniquo dal colonialismo per secoli, con i coloni europei insediatisi nelle Americhe e in Oceania, la tratta transatlantica degli schiavi dall’Africa e l’importazione di lavoratori dall’Asia.

L’impero, la schiavitù e l’apprendistato [noto in passato come servitù debitoria, NdT] sono le fondamenta su cui si struttura l’apartheid globale oggi, determinando chi può vivere dove e in quali condizioni. E le frontiere sono strutturate in modo da perpetuare questo apartheid.

La libertà di restare e la libertà di muoversi, ossia l’annullamento di tutti i confini, coincidono con un risarcimento decoloniale e una ridistribuzione dovuti da tempo.

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domenica 17 ottobre 2021

Ambiente: estrazione alluminio, spina nel fianco alla svolta green - Violetta Silvestri

 

Se la transizione energetica è il più ambizioso e necessario obiettivo per salvare il mondo, sapere quanto costa davvero la sua realizzazione potrebbe smorzare i più convinti entusiasmi. Ogni medaglia ha il suo rovescio e alla base del passaggio alle energie rinnovabili si scoprono storie di violazioni di diritti, sfruttamento, distruzione dell’ecosistema.

Come è possibile? Per produrre in modo intenso pannelli solari, pale eoliche, automobili elettriche servono risorse minerarie e materie prime in quantità sempre maggiore. La responsabilità nella loro estrazione, trasformazione e produzione farà davvero la differenza su quanto sostenibile diventerà il mondo. Il rischio, invece, è di danneggiare ulteriormente la natura e privare comunità locali di diritti e mezzi di sussistenza.

La Banca Mondiale ha messo in evidenza quanto, con gli impegni dei Governi mondiali verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, ci sarà sempre più bisogno di risorse quali alluminio (incluso il suo costituente chiave, la bauxite), cobalto, rame, minerale di ferro, piombo, litio, nichel, manganese, il gruppo dei metalli del platino, le terre rare, argento, acciaio, titanio e zinco. I territori dei Paesi in via di sviluppo ne sono ricchi e già ne stanno pagando le conseguenze

Un esempio per capire il delicato equilibrio tra maggiore produzione di energia verde e più sfruttamento di materie prime è quello dell’alluminioLa sua produzione è un processo in più fasi che trasforma la bauxite scavata nel terreno prima in allumina mediante frantumazione, lavaggio, trattamento e cottura della bauxite (processo Bayer), e poi in alluminio tramite elettrolisi (processo Hall-Héroult).

Questo metallo leggero è molto richiesto innanzitutto dal settore auto, che solo nel 2019 ne ha impiegato il 19% di tutto quello utilizzato nel mondo. Con l’aumento della domanda di veicoli elettrici, l’International Aluminium Institute prevede che entro il 2050 il metallo vedrà raddoppiare le sue richieste.

Inoltre, l’alluminio è impiegato per le tecnologie dell’eolico ed è considerato un elemento efficace e importante per la produzione di energia solare tramite i pannelli fotovoltaici. Non solo, il metallo è in grado di riflettere più di acciaio e ferro i raggi infrarossi (calore) del sole. I tetti in alluminio adeguatamente rivestiti possono assorbire fino al 95% dell’energia solare, migliorando notevolmente l’efficienza energetica e per questo esso è un componente chiave negli edifici verdi certificati.

Si prevede, quindi, un forte aumento della domanda di questo metallo, che rischia di avere impatti devastantiPoiché la bauxite viene estratta a livello superficiale, le miniere spesso si estendono su aree molto vaste, distruggendo i terreni agricoli che sono alla base dei mezzi di sussistenza delle comunità locali. Inoltre, esse danneggiano le acque di fiumi, torrenti e fonti sotterranee su cui le popolazioni fanno affidamento per il consumo domestico e l’irrigazione.

La Guinea è testimone diretta di questo impatto distruttivo. Il Paese africano è secondo soltanto all’Australia come produzione di bauxite e nel 2020 ne ha estratta una quantità pari a 80.000 tonnellate. La nazione ha i più grandi giacimenti di bauxite del mondo e ha rapidamente ampliato la produzione, aumentando la sua quota di mercato globale dal 4% nel 2014 al 22% nel 2020. Oggi la bauxite della Guinea è diretta principalmente verso le raffinerie in Cina, che produce la maggior parte dell’alluminio mondiale.

Uno studio del Governo guineano prevede che nei prossimi 20 anni ci sarà un boom di estrazione di bauxite che rimuoverà 858 chilometri quadrati di terreno agricolo e distruggerà più di 4.700 chilometri quadrati di habitat naturale, uno spazio sei volte più grande di New York City. Circa l’80% dei residenti nella regione mineraria della Guinea fa affidamento sull’agricoltura per il proprio sostentamento e queste previsioni suonano come un allarme per la loro sopravvivenza.

In realtà, le comunità locali già soffrono a causa dell’intensa attività estrattiva sulle loro terre. Nella nazione guineana tutto è cambiato nel 2016, quando la Société Minière de Boké (SMB), la più grande compagnia mineraria di bauxite del Paese, ha iniziato a sgomberare centinaia di ettari di terreno intorno a Diakhabia per far posto a un porto industriale. Dal 2017 da lì vengono spedite ogni anno milioni di tonnellate di bauxite alle raffinerie appartenenti soprattutto alla China Hongqiao, il più grande produttore di alluminio al mondo. Tutta la regione di Boké è ormai circondata da una cintura di miniere.

Prima di questa intensa attività estrattiva, intere famiglie facevano affidamento sull’agricoltura per il cibo e il reddito, piantando riso e altre colture sulla terra fertile lungo le rive del vicino fiume Rio Nunez. In generale, c’erano alimenti sufficienti per i nuclei familiari e si potevano guadagnare fino a 1,5 milioni di franchi guineani ($ 152) a settimana durante una buona stagione del raccolto, portandone a casa circa 10 milioni all’anno.

Poi tutto è cambiato e dozzine di famiglie hanno perso la terra a causa della costruzione del porto, diminuendo i loro pasti quotidiani. Altre comunità si sono improvvisamente ritrovate senza acqua, poiché i sedimenti provenienti dalle miniere hanno bloccato corsi di ruscelli e fiumi. Promesse mai mantenute di risarcimento o indennizzi irrisori da parte delle compagnie minerarie si sono aggiunti alle frustrazioni delle popolazioni locali.

La raffinazione della bauxite in allumina produce grandi quantità di fango rosso, un materiale altamente pericoloso che, se non trattato e immagazzinato adeguatamente, può inquinare i corsi d’acqua e danneggiare le persone che ne entrano in contatto. Nello Stato brasiliano del Pará, un’organizzazione non governativa che rappresenta oltre 11.000 persone ha citato in giudizio una miniera di bauxite, una raffineria e una fonderia di alluminio per la presunta contaminazione dei corsi d’acqua nel bacino amazzonico.

In Ghana, una coalizione di società civile e gruppi di cittadini locali afferma che una miniera di bauxite progettata nella foresta pluviale di Atewa minaccia di contaminare i fiumi che forniscono acqua potabile a milioni di persone. E la preoccupazione sta salendo anche in Indonesia.

Le foreste e le fattorie del Borneo indonesiano sono piene di crateri con pozzi acquitrinosi lasciati dagli anni del boom dell’estrazione del minerale di bauxite. I metalli pesanti depositati nel suolo continuano a disperdersi nell’aria e nei corsi d’acqua. A meno che non venga sostituito il terreno a livello superficiale, esso non potrà essere utilizzato per l’agricoltura. I coltivatori locali, che non possono più piantare riso in questa area, chiedono da tempo – invano – l’intervento del Governo per non cadere nell’insicurezza alimentare.

Meno di dieci anni fa, la maggior parte della bauxite indonesiana veniva esportata in Cina. Dai primi anni Duemila, l’aumento della domanda cinese ha visto un’esplosione di attività minerarie in tutto il Kalimantan occidentale. Tutto questo si è fermato nel 2014, quando la nazione ha vietato le esportazioni del suo minerale grezzo per incentivare piuttosto l’industria locale e sostenere la raffinazione in loco.

Ora una serie di nuove leggi favorevoli all’estrazione mineraria mirano a far rivivere quei pozzi abbandonati e a riportare a pieno ritmo l’estrazione anche con l’intento di esportare. Molti vincoli prima imposti alle compagnie minerarie sono stati allentati, compresi i rigidi limiti di tempo sui permessi di esercizio delle miniere. E a ottobre il Parlamento è andato oltre nel ridisegnare il panorama normativo, approvando la cosiddetta “legge omnibus” nella quale viene disciplinato anche il settore minerario, a tutto vantaggio di una intensa attività estrattiva. Le nuove leggi limitano i reclami formali e le azioni legali dei residenti delle zone occupate dalle miniere e il compito di rilasciare i permessi ambientali sarà affidato al Governo centrale, con l’impossibilità di impugnarli da parte delle comunità.

Anche gli investitori internazionali e la Banca mondiale si sono opposti a questa legislazione. Un gruppo di 35 multinazionali ha firmato una lettera in cui avverte che la deforestazione guidata dalle miniere mette a rischio gli impegni per combattere il riscaldamento globale.

Intanto, però, le attività estrattive di bauxite stanno riprendendo. I timori per quello che accadrà nel medio-lungo periodo sono molti tra le comunità locali. Se la politica del Governo di trasformare l’Indonesia in una centrale elettrica per la raffinazione del minerale avrà successo, i locali sono convinti che più agricoltori saranno sfollati e che il terreno fertile si perderà nei corsi d’acqua. Se fallisce, le miniere possono essere abbandonate con pochi benefici trasferiti alle comunità.

L’estrazione di bauxite avviene spesso vicino a fattorie e aree residenziali e quando la terra viene disboscata, la polvere può diffondersi nell’aria e nell’acqua poiché il vento raccoglie particelle dalle miniere e dai camion che viaggiano con il minerale.

In Malesia, dove l’estrazione di bauxite è un settore importante, i funzionari della sanità pubblica hanno riferito che l’industria è stata associata a un aumento delle visite ospedaliere per infezioni respiratorie e all’incremento dei livelli di ferro e alluminio nei fiumi.

Nel Kalimantan occidentale, la polvere di bauxite ha ricominciato ad accumularsi sui bordi delle strade. Alcune persone, in particolare i bambini, hanno sviluppato eruzioni cutanee attribuite ai metalli pesanti che inquinano fiumi e torrenti. Inoltre, il deflusso ricco di sedimenti dalle miniere sta innalzando i livelli dell’acqua e aumentando la gravità delle inondazioni. Il governatore Sutarmidji ha accusato proprio l’attività estrattiva di aver causato le inondazioni mortali nel giugno scorso. Nonostante ciò, la “legge omnibus” di ottobre ha abolito i regolamenti che avevano protetto fiumi e suoli fino a quel momento.

Cosa fare per evitare una ennesima catastrofe ambientale e, allo stesso tempo, rispondere al fabbisogno di materie prime per la transizione energetica? Un report di Human Rights Watch ha indicato la strada nel suo studio sull’impatto delle aziende automobilistiche nell’estrazione di bauxite: è necessario ogni sforzo per una produzione responsabile certificata, mappando le catene di approvvigionamenti di alluminio e facendo in modo che esse rispondano rigorosamente a standard ambientali e di rispetto dei diritti umani.

Identificare specificatamente quali miniere e fonderie forniscono il minerale o il metallo deve essere prioritario, in modo da risalire alla qualità dell’estrazione. I grandi gruppi automobilistici devono inoltre garantire che le comunità locali private delle loro terre siano equamente e prontamente risarcite, dando loro denaro ma anche nuove aree fertili da abitare.

Alcuni passi in avanti sono stati compiuti. Per esempio, nel report si legge che Drive Sustainability, una coalizione di 11 aziende automobilistiche che include BMW, Daimler, Ford, Toyota, Volkswagen e Volvo, nel maggio 2021 ha avviato un progetto per valutare i rischi per i diritti umani inerenti alle catene di approvvigionamento dell’alluminio e quelli di altre nove materie prime.

Nel gennaio 2021, l’organizzazione ha scritto anche a The Aluminium Association, un’associazione di decine di produttori di alluminio, per esprimere preoccupazione per la situazione in Guinea e per dare sostegno a una mediazione in corso tra una società mineraria guineana e 13 comunità danneggiate.

Nel novembre 2020, il BMW Group ha dichiarato che, se l’estrazione di bauxite nella foresta di Atewa in Ghana avesse violato gli impegni del Governo per combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità, BMW non avrebbe accettato l’alluminio proveniente dalla foresta nella sua catena di approvvigionamento.

Sono, queste, piccole gocce in un mare di ingiustizie e soprusi ancora troppo marcati e poco disciplinati. La corsa all’energia rinnovabile, così urgente per evitare la catastrofe climatica, rischia di creare danni ulteriori al mondo già in sofferenza. L’unica soluzione è la severa regolamentazione dell’intensa attività estrattiva, in nome di una responsabilità produttiva finora quasi assente.

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lunedì 2 marzo 2020

Sudafrica, centri antiaborto violano la legge sostenuti dagli USA - Kerry Cullinan




[Traduzione a cura di Stefania Gliedman dall’articolo originale di Kerry Cullinan, Masutane Modjadji, e Christi Nortier pubblicato su OpenDemocracy]

Un’inchiesta di OpenDemocracy ha recentemente smascherato la campagna di disinformazione a danno della popolazione femminile di tutto il mondo. Una campagna portata avanti dai “Centri di Risorse per la Gravidanza” (Crisis Pregnancy Centres, CPC), di affiliazione statunitense. A seguito dell’inchiesta un alto funzionario della salute pubblica sudafricana ha deciso di prendere posizione.
Spalleggiati da attivisti cristiani, aperti sostenitori della Casa Bianca di Trump, i CPC sostengono di offrire un servizio di consulenza imparziale. Tuttavia, un’indagine condotta da openDemocracy ha rivelato che, in alcuni di questi centri, il personale cerca di convincere le donne a non abortire, o addirittura a non ricorrere a metodi contraccettivi.
Il Crossroads Pregnancy Help Centre di Pretoria dichiara sul proprio sito di offrire alle gestanti “consulenze in ambiente sicuro, informazioni accurate sulle varie opzioni disponibili, al fine di prendere una decisione consapevole”.
Tuttavia, a una giornalista sotto copertura, rivoltasi al suddetto centro in cerca di aiuto simulando una gravidanza difficile, è stato detto che “l’aborto è omicidio”, che magari stavano “uccidendo un futuro presidente”, e che quella decisione l’avrebbe “tormentata per tutta la vita”.
Nel frattempo, al Seasons Pregnancy Centre presso lo Stellenbosch Regional Hospital, a 1.400 chilometri di distanza, a un’altra giornalista veniva ventilata l’ipotesi di una possibile “sindrome post-aborto”, con “incubi e depressione”. Una condizione la cui esistenza è stata smentita da un consistente numero di attendibili studi.

Il Choice on Termination of Pregnancy Act del 1996 stabilisce che la consulenza offerta a una donna in gravidanza deve essere “non direttiva”, ovvero che un consulente non può fare pressione su una propria assistita affinché prenda una decisione piuttosto che un’altra.
Afferma Yogan Pillay, vicedirettore generale del dipartimento della Salute in Sudafrica, che tutela donne e bambini in età prescolare:
Nel momento in cui viene offerta una consulenza direttiva, si infrangono leggi e linee guida nazionali, e quindi prenderemo dei provvedimenti.
I centri Seasons e Crossroads sono tra i 50 affiliati sudafricani di Heartbeat International, organizzazione statunitense di matrice cristiana conservatrice istituita circa mezzo secolo fa, in reazione alle spinte pro-aborto negli Stati Uniti.
Una recente indagine condotta da openDemocracy in diciotto Paesi, svela come Heartbeat abbia finanziato e coordinato organizzazioni anti-aborto di tutto il mondo.
In diversi centri affiliati, alle giornaliste sotto copertura sono state fornite informazioni inesatte e fuorvianti. Ne citiamo alcune:
§  L’aborto aumenta le probabilità di ammalarsi di tumore;
§  La donna deve ottenere il consenso del partner per poter interrompere la gravidanza;
§  Gli ospedali negano assistenza in caso di gravi complicazioni a seguito di un aborto.
I materiali formativi usati da Heartbeat, disponibili a prezzo scontato a tutti gli affiliati, contengono immagini di un istruttore che dice a un’ipotetica assistita di aspettare prima di ricorrere all’aborto o alla contraccezione d’emergenza, e che i preservativi sono inefficaci.
Ulteriori informazioni fasulle appaiono in un altro webinar, dove si dichiara che l’aborto aumenta il rischio di abuso nei confronti di altri figli, e che può far diventare il partner omosessuale.
Alle domande di openDemocracy, Heartbeat dichiara:
Rimaniamo fedeli al nostro Impegno alla cura – un documento normativo che impegna gli affiliati all’accuratezza nelle informazioni distribuite – tramite tutte le nostre risorse formative programmate per aiutare la comunità di donne in gravidanza.
E aggiunge:
Ogni Paese ha una cultura propria e un modo proprio di comunicare; rimane il fatto che l’aborto comporti di fatto dei rischi per le donne. Lo scopo che ci prefiggiamo, nell’amore e nella verità, è quello di aiutare l’assistita a comprendere l’aborto in modo più completo, in modo da poter prendere una decisione consapevole.
“Tacito consenso” davanti alla violazione della legge
In Sudafrica, Pillay ha esortato l’opinione pubblica a “denunciare al ministero [della Salute] eventuali azioni illegali da parte di questi centri ”; il ministero può a sua volta contattare questi centri e “chiedere perché non rispettino la legge” .
Ma Marion Stevens, direttrice della Coalizione per la Giustizia Sessuale e Riproduttiva, un network di gruppi delle società civili, si dice scettica riguardo l’intenzione da parte del Governo di prendere provvedimenti. Lei stessa aveva segnalato questi centri al parlamento già nel 1995. A più di trent’anni di distanza, sono dovunque in Sudafrica.
Stevens sostiene:
Le loro consulenze continuano ad essere direttive, hanno un programma chiaramente anti-aborto, sono molto conosciuti. Temo che il dipartimento della salute approvi tacitamente i loro servizi, senza però assicurarsi che questi siano conformi alle leggi.
Pillay, al dipartimento della Salute, risponde di non aver mai approvato questi centri anti-aborto, e di aver sempre lavorato con altri colleghi al fine di ampliare l’accesso alle interruzioni di gravidanza, aumentando le possibilità di formazione di personale sanitario in questo settore.
Al dipartimento della Salute di Western Cape, la portavoce Sandra Maritz aggiunge che non esiste “alcuna relazione” tra lo Stellenbosch Hospital e il centro per la gravidanza in crisi Seasons, che opera al suo interno.
Martiz spiega che l’ufficio si trova nella sezione amministrativa dell’ospedale, come previsto da un accordo tra il centro e un’altra ONG che si occupa di igiene mentale.
Interpelleremo il gestore del servizio riguardo le consulenze fornite [da Seasons alle proprie assistite], per capire come procedere.
L’aborto è illegale o rigorosamente limitato in gran parte dell’Africa. Il continente è al primo posto per il numero di decessi causati da aborti illegali; almeno 16.000 nel 2014, secondo una ricerca del Guttmacher Institute.
Secondo una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2019 in Africa tre quarti degli aborti sono stati praticati in condizioni non idonee, con un conseguente 13% di morti materne. Inoltre, a livello globale, 7 milioni di donne vengono ricoverate per complicazioni derivate da aborti non sicuri.
In Sudafrica, Heartbeat fa parte di Africa Cares for Life (ACFL), un’associazione internazionale da cui ha ricevuto, tra il 2007 e oggi, più di 200.000 dollari, a quanto emerge da una ricerca effettuata da openDemocracy sui documenti contabili dell’organizzazione.
Ha inoltre degli affiliati in tutto il continente africano, inclusi centri in Uganda, Nigeria e Zambia, che fanno parte dell’Association for Life of Africa (AFLA), che ha ricevuto circa 50.000 dollari dal gruppo statunitense dal 2013 a oggi.
In Uganda, l’aborto è illegale a meno che non esista un rischio per la vita della madre, ma il Governo ha dei programmi che forniscono metodi contraccettivi gratuiti. Nonostante questo, a una delle giornaliste sotto copertura che aveva contattato l’Alma Family Centre, affiliato Heartbeat a Kampala, è stato detto che la contraccezione d’emergenza equivale a un “aborto precoce”.
In Nigeria, sempre in un centro Heartbeat, alla giornalista è stato chiesto chi fosse il padre, e poi le è stato offerto del denaro per coprire le spese sanitarie qualora avesse deciso di portare a termine la gravidanza.
In Zambia, alla sede dell’AFLA, il direttore dell’organizzazone ha detto a una delle giornaliste di aver ricevuto da Heartbeat un apparecchio ecografico per aiutare le donne che hanno scelto l’aborto a cambiare idea. Ad altre giornaliste sono state offerte ecografie in centri anti-aborto in Messico e Costa Rica.
Raggiunto da openDemocracy, il centro sudafricano Crossroads ha ammesso di far parte dell’ACFL. Tuttavia ha chiesto di rispondere a tutte le domande riguardanti le tecniche di consulenza solo in un incontro faccia a faccia a Pretoria, con un proprio rappresentante. Né il centro Seasons, né Alma in Uganda hanno acconsentito a rilasciare dichiarazioni.
Un centro in ogni città
Daniele Gradwell, CEO di Africa Cares for Life, conferma di aver ricevuto fondi da Heartbeat, ma non fornisce dettagli su come siano stati usati. Definisce l’organizzazione non “anti-aborto”, ma “sostenitrice della vita”, e sostiene che le consulenze fornite sono “imparziali, e non manipolatorie”.
Gradwell aggiunge che l’organizzazione ha offerto consulenze a 31.000 donne tra gennaio e ottobre 2019, e spiega:
Ai nostri consulenti viene insegnato non come costringere le assistite a fare una scelta, ma come portarle a prendere una decisione con cui possono convivere.
Per il futuro, l’organizzazione ha in programma la creazione di un centro di assistenza per la gravidanza in ogni città del Paese, preferibilmente ciascuno con una propria macchina per le ecografie.
Nel corso dell’intervista, aggiunge poi che:
I volontari dei centri di gravidanza sono qualificati per l’esecuzione di ecografie su donne in gravidanza – ma non a fini diagnostici – bensì per offrire immagini del grembo materno.
Pillay, a sua volta, si dice estremamente preoccupato all’idea che a “personale non qualificato” venga consentito di eseguire delle ecografie su donne in gravidanza
È inaccettabile. Nemmeno le infermiere possono fare ecografie, a meno che non abbiano una particolare specializzazione.
Nonostante l’aborto sia legale in Sudafrica, a patto che venga richiesto entro la tredicesima settimana di gravidanza, la pratica è di fatto disponibile in meno del 7% delle strutture sanitarie pubbliche (264 su 3880), soprattutto perché, come risulta da un rapporto del 2017 di Amnesty International, molti operatori sanitari si rifiutano di eseguirla.
Jane Harries, di Women’s Health Research Unit presso la scuola di salute pubblica dell’Università di Cape Town, commenta:
Il Sudafrica ha il tasso più alto al mondo di aborti effettuati nel secondo trimestre, che sono di fatto il 20% sul numero totale delle interruzioni di gravidanza. Un dato che evidenzia una problema di accessibilità al servizio. Le gestanti devono essere viste il prima possibile. Bisogna poter accedere alla procedura in modo tempestivo, ma il dipartimento della salute fatica ad attuare il cambiamento. Anche nel settore pubblico si trovano le stesse reazioni moraliste, il che va risolto.
Usando sensi di colpa e umiliazione per spingere le giovani donne a portare a termine la gravidanza, questi centri “caricano inutilmente donne già fragili di un peso enorme”, aggiunge Marion Stevens della Coalizione per la giustizia sessuale e riproduttiva. “Non c’è da stuprirsi che molte vengano arrestate per aver abortito oltre i tempi previsti dalla legge”.
In risposta alle rivelazioni di openDemocracy il sudafricano Eddie Mhlanga, uno dei fautori della legge abortista del 1996, dichiara: “Cercare di convincere una donna a non interrompere la gravidanza a prescindere dalle circostanze personali è inammissibile.”
Mhlanga, un ginecologo ostetrico nel dipartimento della Salute di Mpumalanga, al tempo stesso codirettore dell’ONG Global Doctors for Choice, che prepara gli operatori sanitari alla pratica dell’aborto, aggiunge: “In alcuni casi, partorire un figlio semplicemente non è un’ipotesi possibile.”
E continua:
Il fatto che una donna venga violentata e che poi rimanga incinta non è il volere di Dio – sicuramente non del Dio a cui obbedisco. Queste consulenze creano dei sensi di colpa che compromettono la salute mentale delle donne, che invece dovrebbero essere aiutate a prendere una decisione, non forzate, intimidite, giudicate o minacciate.
Mhlanga comunque non si dice del tutto sorpreso dai risultati dell’inchiesta. “Il Sudafrica si trova nella morsa sempre più forte dei fondamentalisti statunitensi di destra”.