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domenica 1 maggio 2022

Le rotte che portano profitto - Re:Common

 

Tale è la forza economica di MSC che secondo la classifica stilata da Alphaliner, a marzo del 2021 la compagnia era la seconda al mondo nel suo settore dietro la danese Maersk, con una quota di mercato pari al 16,7%, aumentata notevolmente negli ultimi anni e sempre più vicina a quella della stessa Maersk (17,1%).

Dall’inizio della diffusione del Covid-19, Msc e Maersk hanno saputo sfruttare al meglio sia la posizione di oligopolio de facto che la loro particolare posizione di leader delle tratte che collegano Europa e Cina e Stati Uniti e Cina, per rafforzarsi anche attraverso il complesso fenomeno del blank sailing. Ovvero la drastica riduzione delle navi su queste tratte, con conseguente diminuzione dei posti container a livello mondiale, creando una rapida ascesa dei prezzi dei noli, con un picco a maggio 2020 di +682%, e assestandosi su aumenti medi del 400%. Il fenomeno è in leggera riduzione, tuttavia possiamo già definire questa come una concausa della forte inflazione che sta ricadendo su tutti noi, insieme all’aumento di gas e petrolio accelerato dall’invasione dell’Ucraina.

Anche sul fronte ambientale non mancano le perplessità. La grande trasformazione di flotte intere di navi cargo e turistiche in “navi bianche”, “pulite” perché alimentate a gas fossile, e in un futuro a ammoniaca o a idrogeno, è tutt’altro che sostenibile. Al contrario, viene utilizzata per giustificare la costruzione di nuovi depositi di LNG (gas naturale liquido) lungo le coste italiane e di altri paesi del Mediterraneo.

Altra nota dolente è l’allungamento della filiera, che arriva fino a territori geograficamente lontani dai porti, ma concettualmente parte della stessa linea di produzione del “just-in-time” globale. Così ad esempio l’interporto di Genova potrebbe estendersi fino alla Cortenuova freight station, nel bergamasco, dove un’ex acciaieria è diventata il cuore di un nuovo polo logistico sviluppatosi negli anni, che vede tra i suoi azionisti la Medlog, parte del gruppo MSC. La Holding sta anche concludendo l’acquisto dell’interporto strategico di Rivalta Scrivia di proprietà del gruppo Gavio per gestire meglio i traffici verso il Piemonte e dunque l’Europa occidentale e collegare a est il l’altro interporto bergamasco.

Il porto di Genova, dove MSC è particolarmente attiva, dal canto suo è sempre più stritolato nella morsa di un sistema dei trasporti al collasso tra traffico urbano, extraurbano e camion che trasportano su gomma i milioni di TEU che arrivano ogni anno via mare fino ai suoi terminal.

Così l’Autorità di sistema portuale e le altre istituzioni si sono spese per fare in modo che la nuova diga foranea venisse percepita dalla popolazione come la vera svolta per il futuro della città. La diga infatti dovrebbe permettere l’arrivo a Genova di navi cargo tra le più grandi al mondo, alla stregua della famosa Evergiven che ha fatto parlare di sé per avere bloccato per settimane il canale di Suez, lunghe 400 metri e con capacità di oltre 20mila TEU, che necessitano fondali profondi e terminal attrezzati con gru di quasi cento metri di altezza. Tutto in nome del commercio globale che è ”obbligato” a crescere, e che a Genova converge nelle mani di una grande azienda, la MSC.


Per orientarsi nella galassia MSC è stato messo a punto uno strumento che permette di navigare nella costellazione di società controllate dalla holding MSC e trovare informazioni su ogni singola azienda controllata. In collaborazione con Graph Commons.

Tutorial per l’utilizzo della mappa sulla galassia MSC. Per visualizzare la mappa cliccare qui


“Dalle navi ai terminal, dal trasporto container alla logistica, il settore dello shipping è tra quelli che ha visto la più alta concentrazione in pochi anni. Poche imprese private trasformano i territori tenendo conto dei margini di profitto e non dei diritti delle persone, per non parlare dell’ambiente e del clima. Quello che sta succedendo a Genova è la sintesi perfetta di questa dinamica per la quale lo Stato si piega a interessi privatistici nascondendosi dietro a dibattiti pubblici di facciata, ben lontani dalla consultazione informata delle persone. Ma se poche grandi aziende possono arrivare a ridisegnare i territori in nome del (loro) profitto, chi difende gli interessi della collettività?” è il commento di Elena Gerebizza e Filippo Taglieri, autori del rapporto.

Per orientarsi nella galassia MSC è stato messo a punto uno strumento che permette di navigare nella costellazione di società controllate dalla holding MSC e trovare informazioni su ogni singola azienda controllata. In collaborazione con Graph Commons. https://www.youtube.com/embed/5fe6jbpxojI?feature=oembed Tutorial per l’utilizzo della mappa sulla galassia MSC. Per visualizzare la mappa cliccare qui

Scarica il report La galassia MSC

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sabato 3 luglio 2021

L’assalto alla diligenza - Luca Manes

 

Il Fondo da 750 miliardi istituito dall’Unione Europea a luglio del 2020 rappresenta un’occasione unica per gettare le fondamenta della transizione ecologica del Vecchio Continente e dell’Italia in particolare. Proprio al nostro Paese spetta la fetta più cospicua delle risorse, ben 191,5 miliardi, a cui si aggiungono i 13 del ReactEU.

Da quando è stato annunciato il Recovery Plan, nel luglio del 2020, fino ad oggi, l’industria fossile è riuscita a ottenere almeno 102 incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre 2 incontri a settimana. ReCommon ha ottenuto questi dati tramite richieste di accesso agli atti e analizzando le agende dei ministeri.

Eni, la principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l’azione lobbistica con almeno 20 incontri ufficiali, che gli hanno consentito di promuovere le sue false soluzioni tra i decisori politici, come l’idrogeno (che attualmente è prodotto per il 99% da gas), il biometano e la cattura dell’anidride carbonica (CCS).

Stesso numero di incontri anche per Snam, la società che controlla la rete di gasdotti in Italia e nel resto del continente europeo. Se per Eni l’idrogeno è l’espediente per stimolare la produzione di gas, nel caso di Snam si tratta di uno stratagemma finalizzato a prolungare la vita delle sue infrastrutture fossili e svilupparne di nuove, come le decine di stazioni di rifornimento a idrogeno per treni e camion incluse nel PNRR, utili solamente a rallentare un reale cambio di modello nei trasporti.

Il ministero dello Sviluppo economico ha giocato un ruolo chiave nell’orientare il Recovery Plan, ma decisiva è stata poi la costituzione del ministero della Transizione ecologica, guidato da Roberto Cingolani, sempre pronto ad ascoltare le istanze dei vertici del settore dei combustibili fossili.

 

Dalla sua nascita lo scorso febbraio, il ministero ha avuto oltre tre incontri a settimana con il comparto fossile, di cui 18 con la presenza del ministro in persona.  In poco più di un mese, Cingolani ha ricevuto l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e quello di Snam, Marco Alverà, ben quattro volte, per discutere dei progetti da inserire all’interno del Recovery Plan.

L’azione lobbistica, infatti, ha raggiunto il suo apice nei mesi successivi all’insediamento del governo Draghi. L’industria fossile ha partecipato a dozzine di audizioni parlamentari.

Tra febbraio e aprile 2021, il comparto energetico ha preso letteralmente d’assalto i centri di potere istituzionali, organizzando 49 incontri con il ministero per la Transizione Ecologica e quello per lo Sviluppo Economico.

Così nell’arco di pochi mesi per l’idrogeno erano stati stanziati 4,2 miliardi di euro. Un incremento notevole rispetto al solo miliardo previsto dalla prima versione del Piano, e che infatti è stato sonoramente bocciato dalla Commissione europea, che ha infine costretto l’esecutivo italiano ha modificare in maniera sostanziale la componente del PNRR relativa alla transizione energetica, chiudendo le scappatoie che erano state lasciate aperte al gas.

“E’ disarmante la facilità con la quale le lobby del fossile sono riuscite a influenzare le scelte dei governi rispetto a un Piano di investimenti che condizionerà non poco il future del Paese.

Ci fa comprendere la necessità di riconquistare dal baso spazi di democraticità, senza i quali sarà impossibile vincere battaglie epocali come quella per la giustizia climatica” ha dichiarato Alessandro Runci, di ReCommon, autore del rapporto.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

https://comune-info.net/lassalto-alla-diligenza/

mercoledì 3 marzo 2021

La finanza non molla il carbone - Luca Manes

A cinque anni dall’Accordo di Parigi sul clima, il supporto della finanza globale al settore del carbone non è affatto diminuito e, ad oggi, ammonta a più di mille miliardi di dollari. È quanto emerge dalla ricerca pubblicata oggi da Urgewald, Re:Common e altre 27 Ong internazionali, la prima in assoluto che tenta di analizzare l’esposizione di banche commerciali e investitori nei confronti dell’industria del carbone (https://coalexit.org/finance-data).

La ricerca, aggiornata a gennaio 2021, esamina i flussi finanziari destinati alle 934 società del settore del carbone presenti sulla Global Coal Exit List.

Parzialmente in controtendenza i dati sulla finanza italiana: l’esposizione al carbone dei principali attori quali UniCredit, Assicurazioni Generali e Intesa Sanpaolo inizia a diminuire, dopo aver toccato il suo apice nel 2019. La posizione di avanguardia spetta a UniCredit che, di recente, ha deciso di adottare una politica che entro il 2028 dovrebbe progressivamente azzerare qualsiasi finanziamento a progetti e società coinvolte nel business del carbone.

 

Generali prosegue nel suo disinvestimento dall’industria carbonifera, sulla scia degli impegni presi nel 2018. Una fuoriuscita dal settore che procede tuttavia troppo a rilento, perché gli investimenti nel settore ammontano ancora a più di 200 milioni di dollari, di cui il 10% in ČEZ e PGE, società che stanno ostacolando la transizione energetica rispettivamente in Repubblica Ceca e Polonia.

Nonostante la ricerca si focalizzi solamente sugli investimenti, bisogna anche tenere in considerazione i contratti assicurativi ancora in essere stipulati dal Leone di Trieste con le due società, che aggravano ulteriormente la sua posizione.

Sorprendentemente, tra il 2019 e il 2020 Intesa Sanpaolo ha diminuito i prestiti al carbone di circa il 70%, nonostante una delle policy settoriali più deboli in Europa. Un risultato importante, ottenuto grazie alla pressione esercitata nell’ultimo anno da Greenpeace e Re:Common. «È ora che Intesa sostenga questi passi con l’adozione di una policy sul carbone robusta come quella di UniCredit», commenta Re:Common. «È l’unica maniera per evitare che il sostegno al carbone torni a crescere in futuro, e anzi diminuisca costantemente fino ad azzerarsi entro il 2030».

Se la Conferenza sul clima di Glasgow del 2020 si fosse tenuta regolarmente – è stata rinviata al 2021 per l’emergenza pandemica – avrebbe visto la finanza globale tra i principali imputati per la crisi climatica in corso.

Il 17% degli oltre mille miliardi investiti è imputabile ai colossi statunitensi Vanguard e BlackRock e, tra azioni e bond, gli Stati Uniti pesano per più della metà degli investimenti globali, circa 602 miliardi di dollari.

Anche le banche commerciali non hanno fatto certo di meglio e nel biennio successivo al report IPCC del 2018 hanno erogato 315 miliardi di dollari all’industria del carbone. In prima fila tre istituti di credito giapponesi: Mizuho (22 mld), Sumitomo Mitsui (21 mld), Mistubishi UFJ (18 mld).

 

È sperabile che quest’anno il settore si faccia trovare più preparato all’appuntamento con la CoP Clima di novembre che si terrà a Glasgow, ma di cui l’Italia – che ospiterà a Milano la CoP Giovani e una riunione intersessionale  a settembre/ottobre – ha la copresidenza.

Inoltre, appena una settimana prima della CoP, a Roma si terrà la riunione del G20 a presidenza italiana.

«Nell’anno della COP26, co-presieduta dall’Italia, e del G20 di Roma, la finanza italiana non può tirarsi indietro e deve dare un chiaro segnale. Gli occhi del mondo saranno puntati sul nostro Paese in materia di clima, ambiente e transizione ecologica», commenta Greenpeace Italia.

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

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giovedì 18 febbraio 2021

Il CCS? Negli Stati Uniti l’unico realizzato sta già chiudendo - Elena Gerebizza

Da mesi oramai l’Italia si sta preparando a ospitare “il più grande progetto di cattura e stoccaggio della CO2 al mondo”, il famigerato CCS. Il sito individuato da Eni sarebbe quello di Ravenna, il costo potrebbe arrivare fino a 12 miliardi di euro, di cui chiaramente una parte finirà con l’essere coperta da risorse pubbliche.

Un progetto accolto con entusiasmo dall’ormai ex governo guidato da Giuseppe Conte, seppure si tratti di una tecnologia ancora in fase pilota e dai costi astronomici, che l’industria propone come panacea per la decarbonizzazione, ma che di fatto continua a raccogliere una sconfitta dopo l’altra.

È di qualche giorno fa l’annuncio della chiusura definitiva e a tempo indeterminato dell’impianto di cattura e stoccaggio della CO2 di Petra Nova in Texas. L’impianto – una joint venture tra la NRG Energy e la società del petrolio e gas JX Nippon – era stato inaugurato nel 2016 con un annuncio trionfale dell’amministrazione Trump e grazie a un finanziamento di 195 milioni di dollari da parte del Dipartimento per l’energia del governo federale degli Stati Uniti. Esperti e giornalisti da tutto il mondo sono stati invitati a più riprese a visitare il progetto di punta per la cattura e stoccaggio di CCS negli Stati Uniti: l’unico operativo, e “il più grande al mondo” che utilizzava quella specifica tecnologia.

Fino all’annuncio della sua chiusura definitiva: troppo costoso e economicamente insostenibile.

Il progetto era pensato per catturare le emissioni di CO2 della centrale a carbone di WA Parish, trasportarle via gasdotto per reiniettarle in un vicino giacimento di petrolio, che aveva già superato il suo picco di sfruttamento, e permettere quindi la massima estrazione del petrolio rimasto. Un paradosso che alla fine è stato letale per il progetto stesso: ridurre le emissioni “nascondendole” e allo stesso tempo mantenere attiva una centrale a carbone e un giacimento di petrolio.

Con il crollo del prezzo del greggio durante la pandemia, estrarre petrolio con questo metodo era diventato non economico e quindi il progetto Petra Nova è stato prima congelato e poi definitivamente chiuso.

Petra Nova è stato operativo solamente per una fase pilota di tre anni, e il suo costo non è stato affatto irrisorio. Per metterlo in piedi è stato speso un miliardo di dollari. Inoltre la tecnologia necessitava di così tanta energia da costringere la NRG a installare una centrale a gas solo per alimentare il processo di separazione e cattura della CO2. La documentazione presentata alla Security and Exchange Commission parla di “perdite finanziarie inattese” per la NRG causate dal progetto.

E i risultati? Il progetto parlava di una riduzione delle emissioni del 90%. Tuttavia analisi indipendenti hanno dimostrato che il progetto catturava le emissioni da una sola delle quattro unità della centrale a carbone da 654 MW. Inoltre, non considerava le emissioni di CO2 generate dalla centrale a gas che alimentava il progetto, né le emissioni fugitive di metano. Secondo l’ultimo rapporto presentato al Dipartimento dell’energia statunitense, basato su dati dell’Agenzia per l’ambiente degli Stati Uniti, Petra Nova catturava solamente il 7% delle emissioni della centrale a carbone di WA Parish, che è considerata la più mortale del Texas a causa delle emissioni nella comunità di Houston e nella regione. Lo stesso rapporto ha segnalato inoltre 367 giorni di interruzione in tre anni, in pratica uno ogni tre giorni, proprio a causa di problemi con la tecnologia di cattura o della centrale a gas che la alimentava. Infine, il rapporto indica un aumento significativo del consumo di acqua nella centrale a carbone, dovuto proprio alla tecnologia di cattura e stoccaggio.

Insomma tante ombre, forse troppe, per una tecnologia che si propone come risolutiva per i cambiamenti climatici ma che tale decisamente non è.

da qui

giovedì 21 gennaio 2021

Le bugie di Blackrock sulla lotta ai cambiamenti climatici

 

Un grande spreco di fanfare. Così appare, un anno dopo il suo annuncio, l’impegno di BlackRock di operare all’insegna della sostenibilità e della lotta ai cambiamenti climatici.

Il più grande fondo di investimenti del Pianeta, quote rilevanti in Intesa Sanpaolo, Telecom Italia, Eni ed Enel, è stato sbugiardato dal partner di Re:Common Reclaim Finance, che ha appena rilanciato uno studio in cui si evidenzia come BlackRock abbia “piazzato” ben 85 miliardi di dollari nel settore del carbone, il più inquinante dei combustibili fossili.

Eppure Larry Fink, grande capo e fondatore di BlackRock, nella lettera della svolta ambientalista aveva scritto che “con l’accelerazione della transizione energetica globale, non crediamo che la logica economica o di investimento a lungo termine giustifichi continui investimenti nel comparto del carbone”.

Ma il “trucco” c’era e si vedeva pure. Il fondo aveva spiegato che avrebbe tolto entro la metà del 2020 dai suoi portafogli di investimento attivo le obbligazioni e le azioni di società che ricavano almeno il 25% del loro fatturato dalla produzione di carbone. Il diavolo è nei dettagli, perché con il criterio del 25% si “salvano” ben 333 società del settore dei combustibili fossili, come denuncia Reclaim Finance. E così BlackRock continua tranquillamente a investire 6 miliardi nella società mineraria anglo-australiana Bhp Group, 2,5 nella tedesca Rwe e quasi un miliardo in Glencore, che, tanto per gradire, è il più grande produttore di carbone al mondo. Dei famigerati 85 miliardi, 24 sono investiti su società che non solo lavorano con il carbone, ma hanno progetti per espandere queste loro attività.

Ma non finisce qui. Il punto di forza di BlackRock si trova negli investimenti “passivi”, cioè nei fondi che replicano l’andamento di un mercato e di una Borsa comprando un proporzionale portafoglio di azioni. Un elemento importante quello degli investimenti passivi, che contraddistingue circa due terzi dei ricavi della società e che è escluso dal piano di uscita dal carbone. Con il risultato, fa notare Reclaim Finance, che “BlackRock può continuare a investire in ogni singola azienda del carbone attraverso i fondi indicizzati”.

Insomma, come purtroppo spesso accade quando in ballo ci sono affari miliardari, alle belle parole non hanno fatto seguito degli atti concreti.

da qui

venerdì 25 dicembre 2020

I dodici progetti che rischiano di distruggere il pianeta - Re:Common

 In occasione del quinto anniversario dell’Accordo di Parigi sul 

clima, 18 Ong internazionali, tra cui Re:Common, hanno redatto il rapporto “I 12 progetti che rischiano di distruggere il Pianeta”.

Qui l’estratto in italiano dei due casi seguiti da Re:Common: sfruttamento del gas in Mozambico  e gasdotto EastMed nel Mediterraneo.

sabato 12 dicembre 2020

l'energia sporca dell'Eni

 Il rapporto di Re:Common sugli affari sospetti di Eni in Congo 

 

Re:Common lancia oggi “Il Caso Congo – Gli affari dell’Eni nella Repubblica del Congo e i silenzi del governo italiano”. Il rapporto ricostruisce gli aspetti controversi che riguardano due licenze ottenute dalla principale multinazionale italiana nel Paese africano e che sono sotto la lente d’ingrandimento della magistratura. Le indagini attuali sono iniziate anche grazie a un esposto dell’associazione, presentato nel maggio del 2016.

 

“Il Caso Congo” prende in esame i vari protagonisti di questa vicenda, dall’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e la sua consorte, passando per l’importante manager Roberto Casula, per poi arrivare a uomini d’affari, come l’inglese Alexander Haly.

L’Eni è indagata per corruzione internazionale ai sensi della legge 231 del 2001, così come di corruzione internazionale sono accusati Roberto Casula, Maria Paduano, Andrea Pulcini. Alexander Haly ed Ernest Akinmade. Anche Claudio Descalzi e la moglie Marie Magdalena Ingoba sono sotto indagine, per “omessa comunicazione di conflitto di interessi”. Per la Procura società collegate alla Signora Ingoba avrebbero beneficiato da contratti firmati con Eni per servizi forniti in Congo.

L’indagine della Procura di Milano era partita da una società privata, la congolese Aogc, che nel novembre 2013 ha ottenuto quote tra l’8 e il 10 per cento di quattro giacimenti di petrolio controllati dall’Eni. Per i magistrati milanesi, la Aogc sarebbe una sorta di “cassaforte” del presidente Denis Sassou Nguesso, al potere da oltre 40 anni e anch’egli e la sua famiglia oggetto di inchieste internazionali.

Intanto, come riportato da Il Corriere della Sera, lo scorso 10 settembre, la Procura di Milano ha chiesto al Gip Sofia Fioretta che l’Eni sia interdetta per due anni dal produrre petrolio nei pozzi di Marine VI e VII in Congo, tutt’ora al centro dell’indagine per corruzione internazionale. La Procura ha richiesto in subordine un commissariamento dell’Eni nel Paese, dal momento che i modelli organizzativi interni della società non avrebbero impedito che nel 2015, con l’allora capo dell’area sub-Sahariana Roberto Casula, si operasse una corruzione internazionale nell’ambito del rinnovo di alcune licenze, parzialmente cedute alla società locale Aogc.

“La giustizia farà il suo corso, ma questo e altri procedimenti penali continuano a gettare un’ombra sull’attuale dirigenza di Eni, mettendo a rischio la reputazione della società simbolo dell’Italia intera nel mondo” ha dichiarato Antonio Tricarico di Re:Common. “È quindi soprattutto una questione di opportunità politica e senso delle istituzioni che dovrebbe muovere chi detiene le leve del potere ad agire credibilmente e sgombrare il campo da ogni equivoco. Tuttavia è davvero assordanteIl silenzio del governo italiano degli ultimi anni e della nuova Presidente dell’Eni, l’avvocato Lucia Calvosa, nominata nel maggio scorso” ha concluso Tricarico.

 

QUI si può scaricare il report

 

da qui

 

 

La conversione ecologica firmata Eni - Andrea Turco

 

Pur di continuare a produrre energia da fonti fossili, con i fondi europei l'azienda petrolifera mira a fare della costa adriatica il più grande sito al mondo per la cattura e lo stoccaggio di carbonio nei fondali marini

 

«La rivoluzione verde sui mercati è iniziata, e sarà molto più forte di quella tecnologica degli ultimi vent’anni che ha cambiato il mondo. Nei prossimi mesi si prevedono 500 miliardi di dollari di obbligazioni green. Se la rivoluzione tecnologica è stata appannaggio di Usa e Cina, quella verde vede come capostipite l’Europa». Che l’ambiente potesse essere il prossimo ambito di profitto da parte del capitalismo finanziario era chiaro da tempo, e le parole del banchiere Luigi de Vecchi, pronunciate al Forum Compraverde lo scorso 8 ottobre, non fanno che confermarlo. Ecco perché analizzare il greenwashing delle aziende come Eni diventa fondamentale. Ed ecco spiegato il motivo per cui, andando a ritroso, da tempo la multinazionale energetica italiana si dipinge come un’azienda attenta ai territori, sostenibile nelle proprie attività produttive e addirittura leader nella lotta al cambiamento climatico. Ciò nonostante «nell’ultimo anno il cane a sei zampe ha perso quasi il 50 per cento della propria capitalizzazione», come ricorda ancora il banchiere italiano. 

Per uscire nell’immediato da questo cul de sac, Eni punta ai soldi del Recovery Fund. Intervistato dal direttore de La Stampa Massimo Giannini in occasione del lancio del nuovo inserto Green&Blue da parte del gruppo editoriale Gedi – a proposito di greenwashing da parte di giornali come Repubblica e La Stampa che di ambiente finora si sono occupati poco e male –, l’amministratore delegato Claudio Descalzi è andato dritto al sodo: «abbiamo presentato un pacchetto di progetti da 6,5 miliardi […] garantirà una riduzione di oltre 6,5 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno. E potremmo avere dai 70 ai 100mila posti di lavoro». 

Da buon manager Descalzi snocciola sempre numeri. Cosa c’è però al di là delle cifre? Come si ottiene quella riduzione importante di anidride carbonica? Con un piano tutt’altro che ambizioso in cui rientra il salvifico progetto di  cattura e stoccaggio di carbonio. Un progetto del cane a sei zampe che è raccontato in un pezzo su Green&Blue, con ai lati una pubblicità di Eni. Se scrivere di ciò che ti pubblicizza non è proprio un esempio di giornalismo super partes, vale la pena far notare che l’articolo viene pubblicato in occasione dell’assegnazione, da parte dell’Autorità britannica per il petrolio e il gas, della licenza per la realizzazione di un deposito di stoccaggio di CO2 in un’area situata nella porzione della Baia di Liverpool, nel Mare d’Irlanda Orientale. Qui Eni, come si legge nel comunicato, «prevede di riutilizzare i giacimenti esausti di idrocarburi – nello specifico i giacimenti di Hamilton, Nord Hamilton e Lennox – e riconvertire le relative infrastrutture per lo stoccaggio permanente della CO2 catturata nell’Inghilterra nordoccidentale e nel Galles settentrionale». 

È un passo importante per il cane a sei zampe, perché il progetto è molto simile a quello che si intende realizzare a Ravenna. Nella costa adriatica Eni mira a stoccare nei campi a gas ormai esauriti l’anidride carbonica, catturata dagli insediamenti industriali limitrofi e dalla generazione elettrica da gas. Nelle ipotesi del management potrebbe addirittura essere il più grande sito al mondo per la cattura e lo stoccaggio di carbonio. Il condizionale è d’obbligo perché sebbene sia uno dei progetti cardine per arrivare agli ambiziosi target di riduzione delle emissioni di cui l’azienda si è dotata, ad oggi ci sono solo (tante) interviste, poche righe all’interno di documenti ufficiali, risposte vaghe a specifiche domande poste all’assemblea degli azionisti. 

Come ribadito più volte dagli stessi vertici Eni, si è ancora alla fase dello studio di fattibilità mentre per una prima parziale operatività bisognerebbe comunque attendere il 2025. L’azione di pressione del cane a sei zampe è però cominciata da tempo: a giugno il premier Conte ha indicato l’hub di Ravenna come «polo di eccellenza» grazie al quale «avremo l’energia blu e l’idrogeno integrati»; a settembre l’ex ministro Lapo Pistelli, ora manager Eni, ne ha rinnovato le lodi alla Camera – ottenendo soprattutto un emendamento a favore nel decreto Semplificazioni; e negli ultimi mesi i principali quotidiani italiani, dal Corriere della sera a Repubblica a IlSole24ore, hanno ribadito l’importanza di un progetto che, per citare il quotidiano di Confindustria, «consentirà di valorizzare la filiera locale e le competenze specifiche maturate nel corso degli anni, di creare nuove opportunità di lavoro e, soprattutto, di decarbonizzare l’intera attività di Eni, nonché quella di altre realtà industriali, favorendo lo sviluppo di un distretto energetico “blu”, anche grazie alla produzione di idrogeno». Dimenticando però di sottolineare come l’uso di tecnologie Ccs (Carbon Capture and Storage) prevede di continuare a produrre energia da fonti fossili, cioè tra i principali responsabili del cambiamento climatico in atto. 

A ribadirlo è Maura Peca, ricercatrice del Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali. «Non è ingiusto far risolvere la crisi climatica a chi l’ha provocata senza mettere in dubbio il sistema produttivo? Eppure è quello che sta facendo lo Stato italiano, che continua a considerare Eni un interlocutore affidabile. Si tratta della stessa azienda che intende incrementare la produzione di gas e petrolio fino al 2025, per poi sostituire nei successivi 25 anni il petrolio col gas. Cioè passando da una fonte fossile a un’altra. Ecco come si spiega l’insistenza del progetto su Ravenna». 

Peca ricorda poi lo studio diffuso a luglio, ma passato sotto traccia, da parte del chimico Vincenzo Balzani, coordinatore di Energia per l’Italia. Professore emerito presso l’università di Bologna, Balzani sostiene che «lo stoccaggio di CO2 in caverne sottomarine è potenzialmente rischioso dal punto di vista geologico. Non è chiaro se siano stati valutati possibili effetti sulla sismicità indotta o innescata e sulla subsidenza della costa di Ravenna, fenomeni già in corso in modo significativo». Ad ogni modo, aggiunge Balzani, «le tecnologie Ccs sono ancora in una fase di ricerca e la loro adozione è controversa all’interno della comunità scientifica internazionale. Non è consigliabile basare una parte consistente degli investimenti e della strategia nazionale su impianti pilota per Ccs». 

Sul Recovery Fund, insomma, si gioca una partita fondamentale. Specie per l’ambiente. Dove il governo, al di là dei quotidiani proclami sulla sostenibilità, non sembra avere le idee molto chiare. Ne è prova la bozza dei primi 557 progetti raccolti dai vari ministeri, fatta circolare dal Corriere della sera a metà settembre e poi in parte smentita dal governo. «C’è ancora una grande confusione, non possiamo mettere insieme il diavolo e l’acqua santa» conferma Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, al Forum Compraverde. «Non possiamo mettere insieme sullo stesso piano la necessaria decarbonizzazione dell’ex Ilva con progetti che pensano di mettere la CO2 nei fondali marini».

Se la riconversione ecologica non passa dal cane a sei zampe ciò è dovuto al fatto che la transizione energetica disegnata dall’azienda è fuori tempo massimo, troppo lenta e incentrata su massicce campagne di marketing. Così non sorprende che gli attivisti e le attiviste di Extincion Rebellion (XR) che si sono incatenati lo scorso 8 ottobre davanti alla sede romana dell’Eni, nel quartiere Eur, abbiano preferito rivolgersi al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, e prima di lui al ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, invece che al ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Perché hanno compreso che con l’arrivo dei soldi del Recovery Fund la lotta non è più ristretta soltanto all’ambiente inteso come qualcosa da tutelare e da preservare ma, ancora una volta in realtà, riguarda la sfera economica, sociale e culturale. «Il maggior azionista di Eni è Cassa Depositi e Prestiti» ricorda Andrea, attivista di XR. «Cercando di farsi finanziare dall’Europa l’hub di Ravenna, l’azienda e lo Stato mirano a ricevere soldi a debito per un progetto che è insostenibile. In questo modo si deruba un’intera comunità chiedendo poi che questo furto venga pagato dalla stessa». 

Se è vero che nello specifico l’hub di Ravenna potrebbe essere finanziato dal Fondo europeo per l’Innovazione, senza cioè intaccare il Recovery Fund, è altrettanto vero che coi 209 miliardi di euro messi a disposizione dopo la crisi Covid non si arriverà ad altri mondi possibili, ma altri modi di spenderli sono comunque possibili. Uno lo suggeriscono i Radicali italiani, interpellando direttamente il ministro Costa affinché destini una parte del Recovery Fund ai Siti di Interesse Nazionale. «Porto Marghera, Casale Monferrato, Gela e il fiume Sacco [due su quattro sono siti in cui opera Eni, nda] sono solo alcuni dei 41 siti di interesse nazionale (Sin), altamente inquinati a elevato rischio sanitario, sparsi su tutto il territorio nazionale – si legge nell’appello. Dal 1998 l’Italia ha stanziato oltre 3 miliardi per bonificare queste aree ma i lavori stentano a completarsi, se non addirittura a partire: sul totale della superficie gli interventi di bonifica risultano conclusi solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee». Come a dire: il carbonio può attendere.

da qui

 

 

Eni è veleni

 

Sai che il proprietario sei anche tu? Un appello di Greenpeace

 

Sapevi che una delle aziende con le più alte emissioni di CO2 al mondo è italiana, e il 30% delle sue azioni appartiene allo Stato ed è finanziata anche con le tue tasse?

Stiamo parlando di Eni.

Quando senti dire Eni, forse pensi solo a luce, gas e benzina… ma dietro Eni c’è molto di più.

Brucia gas e petrolio, importa olio di palma per i suoi biocarburanti e richiede cospicui finanziamenti pubblici per poter “nascondere” la CO2 sotto il mare.

Non solo: tinge di verde le sue pubblicità per far credere di investire in rinnovabili ed energia pulita ma la verità è che nei prossimi 10 anni – quelli che ci restano per tagliare le emissioni e fermare l’emergenza climatica – prevede di aumentare l’estrazione di combustibili fossili.
Oggi lanciamo una nuova campagna per chiedere all’azienda italiana con le più alte emissioni di CO2 al mondo di investire davvero in energia rinnovabile e fermare i suoi piani di ricerca ed estrazione di nuovi giacimenti.

Eni è una multinazionale forte e potente, ma non è invincibile.

 

Luce, Gas e Pianeta in Fiamme. NO GRAZIE!
Chiedi ad Eni di investire nelle rinnovabili 

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Il 30% del capitale sociale di ENI è in mani pubbliche, tramite il ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cdp (Cassa Depositi e Prestiti).
Lo sviluppo della nostra economia non può dipendere dalla distruzione degli ecosistemi naturali.  È possibile non essere costretti a scegliere tra lavoro e salute, tra crescita economica e tutela dell’ambiente: i dati dimostrano che una vera rivoluzione energetica basata sulle energie rinnovabili permetterebbe di creare entro il 2030 più di 160 mila posti di lavoro, ben di più dei 98 mila previsti dal piano energetico del governo che punta tutto sul gas.

Mentre il mondo lotta contro la pandemia, causata anche dalla distruzione e alterazione degli equilibri dei nostri ecosistemi naturali, non possiamo permettere di continuare ad investire in attività inquinanti.
Il conto alla rovescia verso il disastro climatico è già iniziato. Non possiamo fermare il tempo, ma possiamo fermare i piani di estrazione di Eni.
Unisciti a noi, solo se saremo in migliaia potremo farci sentire da una delle multinazionali più potenti del mondo.

 

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mercoledì 2 dicembre 2020

Il viaggio dell'orsacchiotto

 


Una nuova fase della globalizzazione

Da qualche anno è in corso una profonda riorganizzazione del sistema produttivo, un processo radicale, che punta a riorganizzare la geografia del Pianeta, gettando le basi per una nuova fase della globalizzazione molto più pervasiva di quella avviata alla fine del millennio passato e che ancora una volta trova tra i suoi perni le grandi opere, o meglio, la loro evoluzione.

Parliamo di un nuovo modo di pensare e organizzare le grandi infrastrutture secondo la logica dei mega-corridoi, per ridurre tempo e spazio, con l’obiettivo di aumentare continuamente i profitti sbandierando il mantra del just in time. La logistica riorganizzata secondo questi canoni diventa  parte del processo produttivo.

Economia, sviluppo, progresso, opportunità di lavoro sono alcune delle parole chiave della retorica dei suoi sostenitori, noi ci siamo chiesti quale impatto avrà sul clima e sull’ambiente questa agenda del capitale globale?

Per rispondere a queste domande abbiamo iniziato qualche mese fa un nuovo viaggio nei luoghi dove questa agenda sta iniziando a materializzarsi e dove le promesse di investimenti stranieri e di nuovi posti di lavoro offuscano gli aspetti della salute pubblica, dell’equilibrio con l’ambiente naturale e del modello di sviluppo di cui si stanno gettando le basi.

Abbiamo analizzato, attraverso lo sguardo attento di Nicholas Hildyard, cosa accade quando la logistica non ha più a che fare solo con il trasporto delle merci ma diventa parte integrante del processo di produzione con l’obiettivo di “spremere” i lavoratori, rendendo la manodopera precaria,  demansionata e sottopagata…

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giovedì 24 settembre 2020

La trappola della ripartenza - Antonio Tricarico

Dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarebbe stato come prima, ci è stato detto a lungo dai media e dai governanti del pianeta. Ed è sembrato un po’ così per le prime settimane dell’emergenza sanitaria. Si pensi solo al mercato dell’energia, al tracollo del prezzo del petrolio che ha disintegrato in due mesi i profitti delle oil majors e generato panico e incertezza sistemica.

Ma poi, ridimensionata temporaneamente la crisi sanitaria, sono entrate in campo le banche centrali, le misure urgenti della ripresa da parte dei governi e le richieste di aiuto faraonico dalle imprese.

“Ricostruiamo, ma meglio, più verdi, più giusti”, si è chiesto da più parti. Sei mesi dopo l’inizio del lockdown globale, i numeri e le scelte dei vari esecutivi purtroppo ci dicono ben altro.

Gli analisti dell’IHS Crude Oil Market Service qualche giorno fa hanno annunciato che la domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid ed è attesa al 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, secondo gli esperti del think tank; all’appello mancano solo l’aviazione e alcuni trasporti. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo.

Allo stesso tempo la mole finanziaria di aiuti per le società fossili ed energetiche messa in campo da governi e banche centrali è spaventosa.

Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa.

In Italia, oltre al caso più noto di FCA, la lista di multinazionali che in questi mesi hanno beneficiato di aiuti pubblici è lunga, e comprende colossi come Fincantieri, che ha appena ricevuto un prestito da 1,15 miliardi tramite Garanzia Italia, e Maire Tecnimont, società specializzata nell’oil&gas, a cui sono andati 365 milioni.

La lista è destinata ad allungarsi, viste le mire delle lobby europee del gas sui nuovi soldi del tanto ambito “Recovery Fund”, in nome del mantra delle nuove infrastrutture che faranno ripartire il Bel Paese.

Insomma, sussidi di stato ai soliti noti, in nome della ripresa e lo sviluppo, ben poco di nuovo nella narrazione delle élite.

Ma non si tratta solo di soldi. Il Decreto “Semplificazioni”, in in questi giorni in dirittura di arrivo con la sua conversione in legge in Parlamento, prevede addolcimenti dei vincoli di legge a man bassa per le grandi imprese fossili ed energetiche.

Nei mille cavilli del decreto del governo per la ripresa post-Covid si trovano permessi più semplici per le conversioni degli impianti da carbone a gas (leggi Enel, A2A), esenzione da bonifiche attese da decenni con auto-certificazioni all’acqua di rosa, ricorsi amministrativi più difficili e velocizzati in caso di gasdotti e nuove mega opere (leggi Snam e TAP) e tanto altro ancora.

Per ripartire tocca fare presto e fidarsi che i campioni italiani delle grandi opere fanno tutto solo per noi cittadini, non per i loro interessi. Certo, lo sappiamo bene dalla Tav Torino-Lione in poi. Anche qui nessuna novità, ahimé.

A livello europeo, la dinamica sembra meno tradizionale di quella italiana. Ma anche lì l’azione delle lobby non è da meno.

Ad esempio, in questi giorni si sta chiudendo il pacchetto sui fondi per la transizione giusta, e si moltiplicano le voci per rendere eleggibili i progetti a gas, e quindi fossili, che ritarderebbero di decenni una vera decarbonizzazione.

In effetti, come si legge in un recente studio dell’Università di Oxford che ha analizzato 3mila utilities a livello mondiale, si capisce come tre quarti non hanno investito in rinnovabili e delle rimanenti almeno la metà ha investito tanto anche in nuovi impianti a gas. Altro che sviolinate giornaliere sulla sostenibilità ed i cambiamenti climatici!

(Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common)

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martedì 19 maggio 2020

Vel-Eni


L’Eni deve cambiare mestiere - Giuseppe Onufrio
L’assemblea degli azionisti di Eni che ha escluso, in modo abbastanza arrogante, la partecipazione (pur virtuale) di azionisti «critici» – come Re:Common, Fondazione Finanza Etica e Greenpeace, che avevano presentato una analisi delle strategie dell’azienda – ha approvato un piano strategico che, nonostante alcuni elementi innovativi, manterrà l’azienda «dalla parte sbagliata della storia» e cioè tra quelle che continueranno ad alimentare la crisi climatica.
Seppur siano previsti interventi per «ambientalizzare» le attività dell’azienda, basati in parte sulla tecnologia del Carbon Capture and Storage di assai dubbia affidabilità e sicurezza ambientale, il core business rimane quello di continuare a estrarre idrocarburi. E, va ricordato, le emissioni di gas serra di petrolio e gas estratto da Eni sono circa 6 volte quelle delle proprie attività industriali.
Gli investimenti in direzione delle rinnovabili a breve e medio periodo sono assolutamente marginali.
Se per la produzione di idrocarburi l’Eni prevede un investimento di 24 miliardi entro il 2023, quelli in fonti rinnovabili sono circa un decimo – 2,6 miliardi – e altri 1,4 miliardi di investimenti “verdi” non meglio specificati.
Si annuncia (ed era ora) l’uscita dalla produzione di biodiesel da olio di palma (oggi l’80% della bio-raffinazione a sei zampe) ma non è chiaro come intende sostituirli: si cita il Pome (effluenti da oleifici da palma) che avrebbe impatti ambientali comunque negativi.
Se l’Eni è tra le aziende petrolifere a muoversi con ambizione ambientale maggiore, come riconosce il rapporto della influente Transition Pathway Initiative, una coalizione di investitori, il piano industriale non è comunque allineato all’obiettivo degli Accordi di Parigi, con un percorso di decarbonizzazione che non arriva alla traiettoria (meno ambiziosa) di mantenere la temperatura globale entro i 2°C.
I prossimi 10 anni, com’è noto, saranno decisivi per abbattere le emissioni globali e mantenere aperta la possibilità di limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C.
Eni invece focalizza l’attenzione agli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra solo sul lungo periodo (2035-2050) e rinvia l’adozione di misure drastiche fino al 2025 – cioè per i prossimi due mandati del CdA – non contribuisce granché agli obiettivi a breve e conferma un sostanziale disimpegno climatico.
Dunque Eni, in questi prossimi anni decisivi, intende giocare ancora dalla parte del problema e non della soluzione. E, siccome gli investimenti certi sono quelli che si metteranno in campo in questi prossimi anni, l’operazione di De Scalzi è quella di una confezione rinverdita di una azienda che è e intende rimanere nel settore dell’estrazione di idrocarburi (anche se con più gas e meno petrolio).
La sfida della decarbonizzazione è complessa e difficile e richiede necessariamente la partecipazione di tanti attori, incluse le grandi aziende energetiche. Se per una parte della trasformazione il ruolo dei cittadini – «prosumer» – è già e potrà essere ancora più rilevante, non sarà possibile vincere la sfida climatica se le aziende grandi, medie e piccole non contribuiscono al loro livello.
Per un’azienda come Eni la vera sfida è di «cambiare mestiere» – rinnovabili, efficienza degli edifici, sviluppo di gas di sintesi da rinnovabili come l’idrogeno – e anche abbastanza in fretta.

* direttore Greenpeace Italia
Articolo pubblicato anche su il Manifesto




QUI La "nuova Eni". La strategia del gruppo ENI fino al 2050. Critiche di  Re:Common, Finanza Etica e Greenpeace



La pubblicità “verde” di ENI smascherata da due gruppi ecologisti - Patrick Boylan






I messaggi promozionali circa la sostenibilità ambientale e la cura dell'ecosistema da parte di Eni inondano quasi tutte le testate nazionali, facendoci credere che il cane a sei zampe sta davvero cambiando rotta. Ma cosa c'è oltre la patina degli annunci?

A Sud Onlus e il CDCA - Centro Documentazione Conflitti Ambientali hanno pubblicato un nuovo dossier – "Follow the green: la narrazione di Eni alla prova dei fatti" – che mira a rispondere a questa domanda, focalizzandosi sul 
greenwashing a sei zampe. Si può scaricare gratuitamente il documento, ricco di infografìche, sia per intero sia in forma ridotta (“executive summary”), cliccando qui.

Ma basta dare
 un'occhiata, in un giorno qualsiasi, all'homepage del sito di Eni, per accorgersi che non c'è traccia di petrolio, o quasi. Spesso l'apertura del sito è dedicata alla riconversione ecologica. E chi non ricorda la martellante pubblicità “verde” della multinazionale: “Eni + Luca è meglio di Eni”? Tutto questo da parte di uno dei leader indiscussi sul fronte energetico, che ancora oggi opera in 66 Paesi, conta 32mila dipendenti, produce 1,871 milioni di barili di greggio al giorno e vende 73 miliardi di metri cubi di gas all'anno.
Questo greenwashing, tuttavia, come le bugie, ha le gambe – o meglio, le zampe – corte. I giovani dei Fridays for Future, per esempio, non si sono lasciati affatto ingannare. Hanno denunciato più volte ciò che chiamano l'ipocrisia della multinazionale persino davanti alla sua sede centrale a Roma/EUR, intonando i seguenti versi sulla musica di “I just can't get enough”:
Ti vesti di verde, ti mostri accanto a noi,
Ma tanto io lo so, ma tanto io lo so.
Trivelli indisturbata ed incognito,
Ma tanto io lo so, ma tanto io lo so.
Sei sempre tu, con sei zampe o più,
E i tuoi legami coi governi
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
E che Eni fa greenwashing sì lo so.
Po-po-ro-po-ro-po-po-po
Po-po-ro-po-ro-po-po-po

Il dossier "Follow the green: la narrazione di Eni alla prova dei fatti" descrive tutto ciò con un'ampia documentazione. Tutti gli argomenti trattati nella pubblicazione – le fonti fossili, i cambiamenti climatici, l'economia circolare, i territori su cui Eni lavora, il caso emblematico di Gela – sono raccontati per mezzo di una lente bifocale. Per ogni tema, da una parte c'è la visione da lontano, quella di Eni, che viene riportata per mezzo dell'analisi di interviste, pubblicità, podcast, video, targate Cane a sei zampe; dall'altra parte, utilizzando la lente per la presbiopia, si racconta la visione da vicino che mostra come sono le cose davvero, una visione articolata dall'analisi approfondita dei documenti prodotti da Eni ma anche da studi di ONG, enti istituzionali, inchieste condotte e studi scientifici.

Gli attivisti di A Sud e di CDCA presenteranno il loro lavoro di ricerca il 14 maggio per mezzo di un webinar #Pillolaverde in diretta dalle ore 18.30 alle ore 21.30 sui canali social: https://bit.ly/FollowTheGreenEvento. Il ciclo completa dei loro webinar si trova digitando 
https://bit.ly/pillolaverde .