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mercoledì 14 ottobre 2026

Il PIL mondiale cresce del 3%. Avvisate i poveri! - Gianluca Cicinelli


È sera. Una famiglia italiana è seduta a tavola. Padre, madre e due figli. La cena è quasi finita. La televisione è accesa, come ogni sera, sul telegiornale.

Il padre ha un lavoro precario. Quando lavora tutto il mese riesce a portare a casa mille euro. Ma non lavora tutti i mesi. La madre fa qualche ora di pulizie nelle case, qualche lavoretto saltuario. Quattrocento, cinquecento euro quando va bene.

Hanno imparato a fare i conti. Non quelli dell’economia nazionale, quelli di casa. La bolletta della luce, 250 euro ogni due mesi. Il gas, altri 120 euro al mese, quando non fa troppo freddo. La spesa al supermercato, la benzina per la macchina che comincia ad avere troppi anni, le scarpe dei ragazzi, la scuola, il dentista che si rimanda.

Non vanno in vacanza da tempo. Non perché non amino il mare, ma perché non possono permetterselo. In inverno tengono basso il riscaldamento. Al supermercato controllano il prezzo al chilo, non soltanto quello scritto in grande sull’etichetta.

Ma quella sera succede qualcosa di straordinario.

Il giornalista del telegiornale assume un’espressione soddisfatta. Alle sue spalle compare un grafico con una freccia che sale.

«Buone notizie per l’economia italiana. Il prodotto interno lordo è cresciuto del 3%. Superate le previsioni. L’economia nazionale mostra segnali di grande vitalità».

Il padre posa la forchetta.

«Avete sentito?».

La madre si gira verso la televisione.

«Tre per cento!».

Si guardano. Sorridono. Finalmente una buona notizia. Finalmente qualcosa che va bene.

Lui si alza, apre la credenza e prende una bottiglia di vino che conservano da mesi per un’occasione speciale. Non è un vino costoso, ma per loro è una festa.

«Questa bisogna festeggiarla! L’economia italiana è cresciuta del 3%!».

La madre è quasi commossa. I sacrifici, le rinunce, tutte quelle notizie sulle difficoltà del Paese. E adesso, finalmente, la crescita.

Chiamano i ragazzi.

«Venite qui! Avete sentito? L’Italia sta crescendo! Del tre per cento!».

I figli si guardano con una certa diffidenza. Conoscono i genitori, sanno che qualche volta si entusiasmano per cose che loro non capiscono. Ma vedendoli così felici cominciano a sorridere.

Il più grande fa una domanda.

«Allora quest’estate possiamo andare al mare?».

Il padre smette di versare il vino.

«Be’, veramente no. Quest’anno dobbiamo ancora stare attenti. La macchina ha bisogno di una riparazione e non sappiamo quanto lavoro ci sarà nei prossimi mesi».

Il più piccolo interviene.

«Però adesso possiamo tenere il riscaldamento acceso anche la sera?».

«No, amore. Il gas costa sempre tanto».

«E possiamo comprare la bicicletta nuova?».

«Non adesso».

«Ma almeno possiamo andare qualche volta in pizzeria?».

La madre abbassa gli occhi.

«Vedremo. Magari per un compleanno».

Cala il silenzio.

Il maggiore guarda la bottiglia aperta sul tavolo, poi il padre.

«Scusa, papà. Ma se non possiamo andare in vacanza, dobbiamo ancora risparmiare sulla luce, sul gas, sulla spesa, e tu non sai nemmeno se lavorerai il mese prossimo…».

Si ferma un momento.

«Ma allora che ce ne frega a noi che l’economia è cresciuta del 3%?»

Il padre non sa cosa rispondere.

La bottiglia resta aperta. In televisione stanno già parlando di un altro argomento.

E forse quella del ragazzo è la domanda economica più importante della serata.

Il 3% di chi?

Proviamo a ragionare senza essere economisti, senza conoscere le formule del prodotto interno lordo, senza sapere come funziona la Borsa. Proviamo a fare quello che ha fatto quel ragazzo: porre una domanda semplice.

Se l’economia è cresciuta del 3%, chi è diventato più ricco?

Perché qualcosa deve essere successo. Se un anno fa il Paese produceva beni e servizi per un valore di 100 e quest’anno, al netto dell’inflazione, ne produce per 103, vuol dire che l’attività economica è aumentata.

Quel 3% non è una bugia. Il PIL misura effettivamente il valore dei beni e dei servizi prodotti. Ma non misura come il reddito generato venga distribuito tra le persone. Lo riconosce anche l’OCSE, che distingue espressamente la crescita economica dal benessere della popolazione.

Immaginiamo che una parte importante di quella crescita sia arrivata dalle grandi imprese. Hanno prodotto di più, venduto di più, magari esportato più merci. Alcune hanno realizzato profitti superiori all’anno precedente.

Quei profitti possono essere reinvestiti, accantonati oppure distribuiti, in tutto o in parte, agli azionisti sotto forma di dividendi.

Chi possiede azioni di quelle società può ricevere un reddito aggiuntivo. Chi possiede un’impresa può vedere aumentare i propri guadagni. Chi ha investito il proprio patrimonio può beneficiare dei risultati economici.

Naturalmente, una crescita del PIL del 3% non significa automaticamente che profitti e dividendi aumentino della stessa percentuale: sono grandezze diverse. Ma è perfettamente possibile che una parte consistente dei benefici della crescita si concentri tra chi già dispone di redditi e patrimoni elevati.

Torniamo alla nostra famiglia.

Il padre non possiede azioni. La madre neppure. Non hanno investimenti finanziari, non possiedono quote di aziende. Non hanno risparmi da investire, perché spesso arrivano alla fine del mese senza essere riusciti a mettere da parte nulla.

Il loro reddito dipende esclusivamente dal lavoro, ed è un lavoro discontinuo e poco pagato.

Se aumentano i dividendi delle grandi società, a loro non arriva niente direttamente. Se crescono i profitti delle imprese, il loro stipendio non aumenta per questo. Se migliora il fatturato delle aziende che esportano, non necessariamente il padre ottiene un contratto stabile.

L’economia può crescere e la loro vita restare esattamente com’era.

Può persino peggiorare, se i prezzi dei beni indispensabili aumentano più dei loro redditi.

Facciamo i conti con la stessa precisione del PIL

Nei mesi favorevoli la famiglia dispone di 1.450 euro provenienti dal lavoro.

La luce costa mediamente 125 euro al mese. Il gas altri 120.

Restano 1.205 euro.

Da questa somma devono uscire l’eventuale affitto, il cibo per quattro persone, i trasporti, l’abbigliamento, le spese scolastiche e quelle sanitarie.

Naturalmente possono esserci anche l’Assegno unico e altri sostegni pubblici, qui non quantificati. Ma resta il problema di fondo: quando il lavoro è precario, il bilancio familiare è costretto ad adattarsi continuamente a entrate incerte.

Facciamo adesso un’ipotesi persino più favorevole di quella raccontata.

Immaginiamo che il 3% di crescita economica si trasformi, per un caso fortunato, in un aumento del 3% del loro reddito mensile da lavoro.

Quanto guadagnerebbero?

43 euro e 50 centesimi in più al mese.

Passerebbero da 1.450 a 1.493,50 euro.

Non sarebbe una cifra inutile. Per chi conta ogni euro, anche 43 euro possono fare la differenza. Ma difficilmente consentirebbero una vacanza a quattro persone o metterebbero la famiglia al riparo da un mese senza lavoro.

E soprattutto questa è soltanto un’ipotesi.

Nessuna legge economica stabilisce che, se il PIL aumenta del 3%, anche il reddito di ciascuna famiglia debba aumentare del 3%.

Il 3% annunciato dal telegiornale riguarda l’intera economia. Non contiene alcuna garanzia sullo stipendio di quell’uomo, sulle ore di lavoro di quella donna o sulle possibilità di vacanza dei loro figli.

La produzione cresce. Ma non cresce necessariamente la disponibilità economica di tutti.

Il Paese cresce, la povertà può restare

Non stiamo parlando di una contraddizione puramente teorica.

Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia vivevano in povertà assoluta oltre 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di persone.

E secondo i dati sulle condizioni di vita riferiti al 2025, il 22,6% della popolazione italiana, circa 13,3 milioni di persone, era a rischio di povertà o esclusione sociale.

Tra le persone che vivono in coppie con due figli, questa percentuale raggiungeva il 20,6%, in aumento rispetto al 19,1% del 2024.

Sono indicatori differenti: essere a rischio di povertà o esclusione sociale non equivale necessariamente a vivere in povertà assoluta. Ma entrambi documentano quanto estesa sia la vulnerabilità economica.

Milioni di persone, dunque, vivono in un Paese nel quale vengono prodotti beni, realizzati investimenti, distribuiti utili e accumulati patrimoni, senza disporre delle risorse necessarie per una vita economicamente sicura.

Questo non significa che la crescita sia inutile.

Una maggiore produzione può creare occupazione. Le imprese possono investire in nuovi stabilimenti e assumere personale. Gli aumenti della produttività possono consentire salari migliori. Un’economia più grande può generare maggiori entrate fiscali con cui finanziare scuola, sanità, trasporti e protezione sociale.

Sono possibilità concrete e importanti.

Ma sono, appunto, possibilità.

Tra l’aumento della ricchezza prodotta e il miglioramento della vita delle famiglie esiste un passaggio decisivo: la distribuzione dei benefici della crescita.

Non è sufficiente sapere quanto si produce in più. Bisogna anche sapere chi ne trae vantaggio, attraverso quali meccanismi e in quali tempi.

Ed è questo il passaggio che spesso scompare dai titoli dei telegiornali.

La buona notizia per chi?

Se cresce il PIL, il giornalista annuncia che l’economia va bene.

Ma potremmo immaginare un modo diverso di raccontare la stessa notizia.

«L’economia italiana è cresciuta del 3%. Vediamo ora quanto di questa crescita si è trasformato in salari, quanti nuovi posti di lavoro stabili sono stati creati, come sono cambiati i redditi delle famiglie più povere e quanta parte della maggiore ricchezza prodotta è andata ai profitti delle imprese».

Sarebbe sempre informazione economica.

Anzi, sarebbe un’informazione più completa, perché consentirebbe di capire non soltanto quanto è cresciuto il Paese, ma anche come quella crescita ha cambiato, o non ha cambiato, le condizioni di vita dei suoi abitanti.

Non si tratterebbe di nascondere il dato del PIL o di negarne l’importanza.

Si tratterebbe di smettere di presentarlo, da solo, come una misura del benessere collettivo.

Del resto, questa esigenza è riconosciuta anche dalla ricerca economica internazionale. Le raccomandazioni della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, richiamate dall’OCSE, invitano a considerare redditi, consumi e patrimoni delle famiglie, prestando particolare attenzione alla loro distribuzione, invece di utilizzare soltanto la produzione nazionale per valutare il benessere materiale.

Perché c’è una differenza enorme tra un Paese che diventa complessivamente più ricco e un Paese nel quale migliorano le condizioni di vita della maggioranza delle persone.

Le due cose possono coincidere, ma non sono sinonimi.

E certamente non sono sinonimi per chi continua a vivere con uno stipendio insufficiente.

E allora, a noi che ce ne frega?

Torniamo per un momento a quella cucina.

La televisione è ancora accesa. Il padre ha rimesso il tappo alla bottiglia. La madre sta sparecchiando. I ragazzi sono tornati alle loro cose.

Domani mattina lui si alzerà presto, sperando che lo chiamino per lavorare.

Lei andrà a pulire un appartamento in una zona della città dove le case costano quanto loro non riuscirebbero a guadagnare in molti anni.

I figli torneranno a scuola. Continueranno a chiedere una vacanza, una bicicletta, una serata in pizzeria. Continueranno a sentirsi rispondere che bisogna aspettare.

E intanto, da qualche parte, ci saranno aziende che hanno venduto di più, investitori che hanno incassato dividendi, persone che hanno visto crescere i propri redditi.

Non c’è niente di sbagliato, in sé, nel fatto che un’impresa prosperi o che un investimento produca un guadagno.

Il problema nasce quando il successo dell’economia viene raccontato come se fosse automaticamente il successo di tutti.

Quando una percentuale nazionale cancella le differenze tra chi può permettersi tutto e chi deve scegliere se cambiare le scarpe al figlio o riparare la macchina.

Quando la parola crescita viene pronunciata senza chiedersi chi stia effettivamente crescendo.

Forse quel ragazzo, senza aver mai studiato economia, ha posto una domanda che meriterebbe di accompagnare ogni notizia sul prodotto interno lordo.

«Va bene, l’economia è cresciuta del 3%. Ma noi siamo diventati meno poveri?»

Se la risposta è no, il 3% resta un dato economico importante. Può rappresentare opportunità, investimenti e nuove risorse.

Ma non è ancora una buona notizia per quella famiglia.

E forse il compito del giornalismo dovrebbe essere proprio questo: raccontare non soltanto quanto cresce la ricchezza di un Paese, ma quante persone continuano a esserne escluse, anche quando il Paese cresce.

Perché un’economia che cresce non è necessariamente un’economia nella quale tutti vivono meglio.

E la differenza, per milioni di famiglie, non è una questione di statistiche.

È la differenza tra poter andare in vacanza con i propri figli, potersi addormentare sapendo che domani si può vivere senza affanni e senza dover spiegare, ancora una volta, perché quest’anno non sarà possibile godersi qualche momento di pace.

In ogni caso, per completezza d’informazione, l’economia italiana non crescerà del 3% il prossimo anno, a differenza di quella mondiale. Propio oggi Fmi fa sapere che il Pil italiano, forse, toccherà lo 0,8% in più. La crescita economica nell’area dell’euro rallenterà all’1,1% quest’anno, per poi registrare una lieve accelerazione nel 2027. Escludendo sempre la nostra famiglia ottimista.

da qui

martedì 19 ottobre 2021

Il tabù della decrescita - Lorenzo Guadagnucci


Quando Giorgio Parisi nei giorni scorsi ha ottenuto il Nobel per la fisica i grandi media e il mondo politico sono stati giustamente generosi di apprezzamenti e lodi. Un importante e creativo scienziato, attivo in laboratori e atenei italiani, veniva gratificato di un riconoscimento prestigioso, inorgogliendo il paese. Passati pochi giorni, ecco Parisi ospite di un’aula parlamentare: il suo discorso tocca i temi cruciali del nostro tempo, in testa la crisi climatica in corso. Il giudizio di Parisi sullo stato della lotta al riscaldamento globale è tanto chiaro quanto argomentato: i governi – dice in sostanza – non si stanno dimostrando all’altezza, anche per un difetto d’impostazione generale: l’obiettivo di aumentare il Pil, sostiene il neo premio Nobel, è incompatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. In altre parole, un’economia votata alla crescita di produzioni e consumi non può conseguire gli obiettivi indicati dagli studiosi del clima e dagli stessi accordi di Parigi sul contenimento della temperatura terrestre.

Parisi non è un economista e forse proprio per questo riesce a contraddire il discorso corrente: il fisico insignito del Nobel è come il bambino che osa dire ciò che tutti vedono ma tacciono: è la favola del Re nudo. L’intervento di Parisi in parlamento, nemmeno a dirlo, non guadagna né le prime né le pagine interne dei giornali, se non in innocui trafiletti; non fa breccia in radio e telegiornali. Chi pubblica un resoconto, sulla carta stampa, lo affianca – involontaria beffa – alle trionfalistiche dichiarazioni del ministro Renato Brunetta, secondo il quale l’imminente interruzione del telelavoro nelle amministrazioni pubbliche porterà un significativo aumento del Pil. È l’economia dei tramezzini trangugiati in pausa pranzo nella tavola calda sotto l’ufficio e delle code per strada e in cerca di parcheggio sempre sotto l’ufficio. Tutto – per l’appunto – fa Pil, e quanto al resto pazienza.

Quando si parla di cambiamenti climatici, Accordo di Parigi, Cop 26 (e poi 27, 28 e quelle che verranno), quando si parla di transizione ecologica e di sviluppo sostenibile, manca regolarmente uno degli attori principali sulla scena, se non il capocomico: l’ideologia della crescita, ciò che il bambino-Parisi ha indicato nel suo discorso in parlamento sul re-lotta ai cambiamenti climatici. Non è cioè possibile perseguire l’obiettivo indicato dagli scienziati e dagli accordi sul clima – contenere il riscaldamento globale sotto la soglia di +1,5 gradi rispetto all’era pre industriale – perseguendo al tempo stesso l’obiettivo di far crescere il Pil anno dopo anno. Per cambiare rotta e tentare seriamente di frenare la catastrofe climatica in corso occorre abbandonare non solo obsoleti strumenti di misurazione come il Pil, ma la stessa ideologia sviluppista tuttora dominante.

In un articolo uscito su una rivista scientifica e tradotto da Scienza in rete, Alessandro Gimona affronta (qualche settimana prima dell’assegnazione del premio Nobel) proprio la questione evocata da Parisi: la decrescita. Eccolo, il concetto tabù: rifiutato dagli economisti, deriso dal personale di governo d’ogni colore e di conseguenza dal giornalismo mainstream (notoriamente incapace di dettare una propria agenda alla politica). Il ragionamento di Gimona è lineare. Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni, osserva, porterebbero a un aumento della temperatura di 2,7 gradi o forse più, praticamente il doppio dell’obiettivo dichiarato, con effetti disastrosi sugli ecosistemi e le popolazioni.

D’altra parte, gli scenari ipotizzati in sede scientifica e che potrebbero portare al risultato sperato senza rivoluzionare il sistema economico, si basano su soluzioni tecnologiche del tutto ipotetiche (cattura e stoccaggio di anidride carbonica, mitigazioni ambientali, rapidissima transizione energetica), qualcosa – potremmo dire – che si avvicina al pensiero magico, e grosso modo è questa è la strategia politica attualmente prevalente, poiché si ritiene di non poter uscire dal paradigma della crescita di produzioni e consumi per una serie di regioni sociali, politiche, in ultima istanza ideologiche.

Poi c’è lo scenario della decrescita, che l’IPCC – il network di scienziati che sotto l’egida delle Nazioni unite studia i cambiamenti climatici – non ha finora preso in considerazione, come osserva Gimona. Secondo l’autore tale scenario “sarebbe molto meno rischioso dei percorsi che si basano solo sulla rimozione su larga scala dell’anidride carbonica e sulla transizione su larga scala e in tempi brevi verso le fonti rinnovabili”. In aggiunta, dice ancora Gimona, la decrescita sarebbe l’opzione migliore “per affrontare molteplici aspetti della crisi ambientale, rendendo la società più equa“. Gimona non si nasconde che “la decrescita presenta dei problemi: richiedendo una riduzione del Pil, la sua accettabilità e fattibilità politica sono tutt’altro che scontate”, ma osserva – sensatamente – che “nonostante le perplessità e i dubbi sollevati dall’economia mainstream, che non ammette planetary boundaries (confini planetari, cioè limiti fisici) e della crescita esponenziale non può fare a meno, la decrescita è chiaramente un candidato degno di considerazione”.

Eppure, non esiste nemmeno un dibattito sul tema. Il solo termine decrescita suscita irritazioni; ne sa qualcosa Serge Latouche, che ne scrive da decenni e viene considerato grosso modo un pittoresco e anacronistico utopista. È vero – come sa bene chiunque abbia mai affrontato seriamente il tema – che l’opzione della decrescita ha qualcosa di rivoluzionario e comporterebbe una forte trasformazione sociale, con l’abbandono – insieme alla dittatura del Pil – della logica consumistica e il passaggio a un nuovo paradigma tutto da costruire, con nuove nozioni di lavoro e di benessere. Come non si è mai stancato di ripetere proprio Latouche, la decrescita in una società della crescita è la peggiore delle sciagure, ed è proprio questo il punto: si tratta di cambiare approccio, di ridefinire ciò che intendiamo per economia.

Ne abbiamo fatto qualche piccola, dolorosa esperienza, all’inizio della pandemia, per esempio quando si è cominciato a distinguere fra lavori (e quindi consumi) essenziali e no o si è ridotta drasticamente la mobilità delle persone (spesso superflua o evitabile); si tratterebbe stavolta di costruire un progetto di società senza la costrizione del contagio, ma col pensiero – questo sì – del tempo che manca, viste le precarie condizioni di salute del pianeta e anche delle nostre società.

Troppo difficile? Troppo ambizioso? Forse. Ma ormai necessario, se non vogliamo restare chiusi nella bolla dell’eterno rinvio, nel greenwashing permanente, nella finzione della lotta al cambiamento climatico attraverso l’aumento del Pil. Non è impossibile. Dopotutto proprio Giorgio Parisi è stato premiato col Nobel per i suoi studi sul dominio del caos e la semplificazione dei sistemi complessi…

da qui

lunedì 4 settembre 2017

La furia inarrestabile del mercato - Paolo Cacciari


Le critiche teoriche avanzate nei confronti del Prodotto interno lordo (Pil) e le dimostrazioni pratiche della sua fallacia si vanno accumulando. Lorenzo Fioramonti, giovane economista approdato all’università di Pretoria e collaboratore del gruppo di ricerca «New Economy Foundation», le ha raccolte lungo la breve storia di «una delle più grandi invenzioni del XX secolo», secondo la definizione del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. Dietro ad un titolo che vorrebbe essere scherzoso (Presi per il Pil. Tutta la verità sul più potente numero del mondo, L’asino d’oro, pp. 193, euro 20, con presentazione di Enrico Giovannini, già direttore dell’Istat e ministro con Letta), il volume ricostruisce rigorosamente l’evoluzione di un concetto che ha segnato la nostra epoca. Un sistema statistico che ha inventato la cifra con cui il discorso pubblico corrente indica il grado di sviluppo, progresso e benessere dell’intera società. Un sistema di contabilità che è diventato la base simbolica e retorica delle politiche tanto delle destre, quanto delle sinistre.
Ma come è possibile che un numeretto così rozzo e arbitrario sia riuscito ad avere tanta importanza? Secondo Fioramonti la ragione del successo non va ricercata nella sua fondatezza tecnica-scientifica, ma nell’essere un mezzo molto potente di egemonia politica: «uno strumento di dominio». Per questa ragione «sfidare la logica del Pil», demitizzarlo e detronizzarlo è un’operazione culturale necessaria che secondo l’autore va preliminarmente condotta da parte di chiunque sia interessato ad un reale processo di trasformazione economica e sociale.
A dispetto del significato generale che nel tempo gli è stato attribuito, il Pil non nasce (nel 1934 nel pieno della Grande depressione) affatto per indicare il benessere dei cittadini, o le attività utili alla società e nemmeno il grado di soddisfazione dei consumatori, ma per quantificare il volume delle transizioni monetarie che avvengono sui mercati nell’arco di un determinato periodo(oggi, trimestralmente). La corrispondenza tra gli interessi delle popolazioni e quello dei mercati non è però assiomatica e men che meno automatica. Lo sapeva anche il suo inventore, Simon Kuznets, economista e statistico di origine Russa, approdato negli Usa negli anni Trenta, che invitata a non far diventare il reddito nazionale «la principale preoccupazione dell’economia».
In realtà il sistema di contabilità nazionale adottato dal governo degli Stati Uniti nel 1934 era nato per pianificare la conversione dell’economica civile nella gigantesca macchina da guerra che si voleva realizzare. Da allora le spese militari sono rimaste ben saldamente dentro la metrica del Pil come una forma di investimento tra le altre e continuano a concorrere non poco alla «ricchezza delle nazioni» più armate. Ma non è questa la sola «aberrazione» di un sistema di contabilità nazionale che Fioramonti definisce in vario modo: «fondato su una grande menzogna», «obsoleto e inefficace», «distruttivo» e che Giorgio Ruffolo aveva già bollato come un «idolo bugiardo». In sostanza, un indicatore che non rispecchia né i desideri autentici delle persone, né l’effettiva utilità sociale delle attività economiche che si svolgono.
I prezzi di mercato delle merci non sono certo un onesto indicatore della loro utilità. Il tempo libero non ha valore. Le connessioni con l’occupazione e la diminuzione della povertà sono indimostrabili. Esiste un rapporto tra aumento del Pil e diminuzione delle disuguaglianze? Per Fioramonti il Pil è solo una «lavatrice statistica» che serve ad accompagnare la «furia inarrestabile del mercato» (come la chiamava Albert Hirschmann nel 1968).
Moltissime sono state le proposte avanzate a più riprese mirate quantomeno ad addolcire il Pil, correggerlo, integrarlo, relativizzarlo. Ma nessuna è fin’ora andata in porto. William Nordhaus e Jones Tobin nei primi anni settanta avevano elaborato una Misura del Benessere Economico che escludeva le spese militari. Robert Eisner negli anni Ottanta aveva proposto un Sistema di contabilità dei redditi totali con l’inclusione delle produzioni domestiche e l’esclusione delle attività di servizio alla produzione. Di Herman Daly e John Cobb è l’Indicatore del Progresso Autentico che prevedeva di dedurre dal Pil i «consumi difensivi», cioè i costi dovuti al consumo del capitale naturale, agli incidenti stradali, ai crimini.
Nel regno buddista del Bhutan è nato l’indicatore della Felicità Interna Lorda che tiene conto del benessere psicologico, dell’uso del tempo e della biodiversità. Nel 1994 l’amministrazione Clinton propose una riforma, ma il Congresso la bocciò. Per loro conto le Nazioni Unite hanno iniziato nel 1994 ad elaborare l’Indice di Sviluppo Umano che considera il reddito una condizione non sufficiente. Dal 2010 in venti paesi si sta sperimentando un nuovo indice della Ricchezza Inclusiva che cerca di calcolare il valore del capitale sociale, umano e naturale. Infine, in Italia, proprio grazie alla tenacia di Enrico Giovannini, dall’anno in corso è entrato ad accompagnare il Documento di economia e finanza il Bes (l’indice del Benessere equo e sostenibile che aggiunge al Pil una serie di indicatori non economici).
La strada per abbattere il Pil sembra ancora lunga e, secondo l’autore, non può che procedere nella misura in cui avanza concretamente, dal basso, nella società un sistema di relazioni economiche liberato dall’ossessione della crescita monetaria. Fioramonti le individua, ad esempio, in ciò che è successo inArgentina durante la crisi o in Grecia oggi: officine autogestite, sistemi di scambio non monetari, mutualità, condivisione. Vi sono gli esempi pratici di decrescita suggeriti dalle «8 R» di Serge Latouche, le esperienze delle «Transition Town» inglesi, l’ecomunicipalismo catalano, la rete delle settanta valute locali (Regiogeld) in funzione in Germania, le mille esperienze dell’Economia solidale. E molto altro ancora.