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venerdì 27 novembre 2020

tanto sono solo animali


L’eterna Treblinka degli animali -  Francesca de Carolis


Difficile allontanare dalla mente le immagini dello sterminio dei visoni di Danimarca, uccisi per via di una versione mutata del coronavirus trovata in alcuni di loro. 17 milioni di bestioline da allevamento per pellicce. Uccisi, quelli malati insieme a tutti quelli sani. Per eradicare il virus mutato…

 

‘Samfudssind’, bugia detta in danese

Leggo che in Danimarca la parola dell’anno è “Samfudssind”, che significherebbe “solidarietà pronta al sacrificio in nome degli altri e dell’interesse generale”. Solidarietà, si immagina degli allevatori, che sacrificano il proprio interesse privato in nome di quello generale. E le loro preziose pellicce da mercato andate in fumo…
Un pensiero, dal punto di vista degli animali, a proposito di questa “solidarietà pronta al sacrificio” di cui fanno le spese i loro corpi straziati, dopo la tremenda vita prigioniera di “animale da pelliccia”, che se appena appena ne conoscete le condizioni… se appena appena sapeste come comunque viene posta fine alla loro sciagurata vita… e tutto quello che non sappiamo, di visoni e non solo, perché non vediamo, e siamo ben lieti di questa nostra cecità… ché l’elenco sarebbe ben lungo…
Di fronte alle immagini dei visoni uccisi, c’è una parola che preme, e si fa fatica a pronunciare. Ma la pronuncio, anche perché in buona compagnia. Olocausto.

 

L’oscena analogia

Sì, ritorno a quella che è stata definita l’ “oscena analogia” fra l’olocausto e il trattamento che riserviamo agli animali. Che è pensiero di Isaac Singer, di Primo Levi, di Charles Patterson…
Patterson, che nel suo forse più famoso libro, “Un’eterna Treblinka”, scrive: “Si sono convinti che l’uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”.
E Isaac Singer, che dell’Olocausto fu vittima insieme alla sua famiglia: “Dovreste andare a leggervi i rapporti sugli esperimenti che i nazisti effettuarono sugli ebrei nei loro laboratori e poi leggere i rapporti sugli esperimenti che vengono fatti oggi sugli animali. Allora vi cadranno le bende dagli occhi e sarà facile vedere la similitudine…. Tutto quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei, noi lo facciamo agli animali. I nostri nipoti un giorno ci chiederanno: dov’eri durante l’olocausto degli animali?”.

 

L’olocausto degli animali

E ad essere sincera non riesco a non pensare, in questi giorni di affannata ricerca di vaccini, a quanti animali, prima di passare alla sperimentazione sull’uomo, siano sacrificati…
E via via scendendo lungo la scala delle nostre tante “necessità”… mi chiedo cos’è quella nebbia della mente che ci fa ignorare (a noi che vantiamo possibilità di accedere a informazioni come mai all’uomo è stato possibile) da quali lager arrivano quelle cotolette messe in fila negli scaffali dei supermercati… cosa palpitava dentro quelle pelliccette che fanno da bordo ai colli dei nostri piumini…
Evidentemente “informazione” non è necessariamente “conoscenza”… oppure proprio non ce ne importa nulla per via di quello che siamo convinti di poterci permettere nei confronti di chi riteniamo sia a noi inferiore e in nostro possesso. E la storia insegna quali trattamenti sappiamo riservare a chi, esseri umani compresi, riteniamo a noi inferiore…

 

In paradiso ad attenderci

E sempre interrogandomi sul nostro rapporto con gli altri animali, e cercando e leggendo, tempo fa sono incappata (forse ve ne ho già parlato) nel libro “In paradiso ad attenderci”, che è conversazione fra il sociologo Maurizio Scordino e il teologo e biblista Paolo De Benedetti. Dove la questione animale diventa anche questione teologica. Un libro che consiglio di leggere, perché anch’io sono convinta (fede o non fede) che se una possibilità di salvezza l’abbiamo, questa passa attraverso la conciliazione con tutti gli esseri viventi. Ma proprio tutti.
Pensatore profondissimo, De Benedetti, capace anche di “irriverenze”.
Certo l’uomo non ne esce benissimo. E c’è un punto, nel libro (che per altro tocca temi tanto complessi e importanti quanto poco discussi) nel quale ci si chiede “chissà quante cose sarebbero cambiate se Dio avesse salvato tutti gli animali, spazzando via la sola umanità”.
De Benedetti, secondo cui il dolore degli animali sarebbe più misterioso da comprendere rispetto a quello degli uomini, sa condire le sue parole con “quel po’ d’ironia jiddish che per sangue gli appartiene” e… : “Come spesso dico, anche a costo di sembrare irriverente, tutto deriva, diciamo così, da un guasto, da un difetto del processo creativo di Dio che, se avesse chiuso la propria officina il venerdì a mezzogiorno (l’uomo è stato creato nel pomeriggio…) tutto sarebbe andato benissimo. La prova la fornisce proprio la Bibbia, dove c’è scritto che quando Dio creò gli animali, le piante e il resto disse ‘che era cosa buona’, mentre quando creò l’uomo tacque”.

 

L’uomo, che degli animali dovrebbe essere custode e non padrone…

A proposito di custodia… non vi sembri fuori luogo, ma visto che a suo tempo ne abbiamo parlato… Vi siete chiesti come sta Papillon? L’eroico orso in cerca di libertà, infine catturato e “preso in cura” nel centro di Casteller? C’è una denuncia della LEAL, lega antivivisezionista, che ha diffuso alcune informazioni della relazione dei carabinieri del Cites (che si occupa di tutela delle specie di flora e fauna protette dalla Convenzione di Washington): M49 “ha smesso di alimentarsi e si scarica contro la saracinesca della sua tana”. Vi risparmio i gesti degli altri orsi prigionieri e del loro “severo stress psicofisico” per via dei maltrattamenti che si denuncia subiscono nella struttura che li dovrebbe accudire.
Il nostro delirio antropocentrico…
Ritorno a Paolo De Benedetti, che ci ricorda che la parola animale significa “che ha l’anima”, che è soffio di vita. E arriva a chiederci di credere nella resurrezione di tutto ciò che ha avuto la vita, perché “se ciò non avvenisse bisognerebbe riconoscere che la morte è più potente di Dio, che la morte vince in eterno la vita”.
“Non sempre serve dare una risposta a tutte le domande, a volte è sufficiente, se non meglio, porsele”, e m’interrogo dunque anch’io sull’anima degli animali, che spesso penso davvero meriterebbero un paradiso per tutto quello che scontano sulla Terra. E mi piace credere che lo avranno. Ma guardando a tanta sofferenza, a tanta morte che a piene mani intanto distribuiamo, e non solo agli altri animali, sempre meno certa rimango del fatto che ce l’abbiano gli uomini, un’anima… un’anima e un briciolo di cuore…

da qui



Lo sterminio dei visoni e lo stupore assente - Luca Giunti


Ci risiamo. Di nuovo lockdown, di nuovo chiusi in casa, di nuovo weekend affollatissimo di escursionisti ansiosi dell’ultima passeggiata all’aria aperta prima dei divieti totali. Di nuovo servizi solitari in quota, dedicati alle incombenze di questa stagione: i monitoraggi, il controllo dei cacciatori (fino alla sospensione dell’attività venatoria stabilita dalla Regione), la verifica del rispetto delle ordinanze, che non sono solo quelle del Covid! Tanto tempo per pensare, per rimuginare, per provare a mettere in fila qualche considerazione che mi faccia capire un po’ di più cosa sta succedendo all’umanità.

Pensieri meno cattivi che a primavera, forse, ma lunghi e scuri come le ombre di questo autunno soleggiato e spietato. Lo spunto questa volta, fra i tanti possibili, arriva da un’amica che mi passa una notizia internazionale: in Danimarca si stanno abbattendo 15 milioni di visoni perché potenzialmente infettati dal virus Covid-19. Uno sterminio pianificato, che però – mi accorgo preoccupato – non mi indigna abbastanza. Com’è possibile? Cerco di approfondire notizia e sentimenti.

I visoni sono allevati per la produzione di pellicce. La Danimarca è il primo esportatore mondiale. I visoni portano sulle membrane cellulari recettori affini a quelli umani e quindi sono attaccabili dal Covid-19 (e da altri simili). In mezzo a migliaia di animali confinati in spazi ristretti il virus circola rapido e aumenta la sua velocità di variazione genica. Potrebbe “inventare” nuovi ceppi virali e trasmetterli agli umani, vanificando sul nascere le ricerche sui vaccini. Il governo danese ha segnalato all’OMS di aver già trovato una nuova mutazione in una dozzina di persone. È improbabile che sia più contagiosa di quella attuale ma la prudenza, si sa, non è mai troppa (il principio di precauzione è negli statuti della UE, ma viene applicato solo quando fa comodo). Meglio abbattere tutti i visoni.

Non è una novità, ed è questo che non mi fa stupire. Influenza aviaria, peste suina, SARS hanno comportato conseguenze uguali negli anni scorsi (tra gli altri, proprio sui visoni danesi nel 2003, nel 2009 e nel 2013). L’aviaria c’è ancora e ha appena imposto l’abbattimento di oltre 200.000 polli nei Paesi Bassi. Il Covid ne sta uccidendo milioni di altri, non solo direttamente come in Danimarca, ma di riflesso: non appena la domanda internazionale cala a causa della paura mondiale, gli allevamenti intensivi, soprattutto del Sudest asiatico, trovano più conveniente sterminare per soffocamento o annegamento migliaia di capi invenduti, ma vivi, piuttosto che nutrirli inutilmente. Animali ammassati e tenuti in condizioni insostenibili sono focolai costanti di vecchie e nuove zoonosi. Da sempre. Un esempio tragico è la tubercolosi. Deriva dai bovini e praticamente non esisteva prima della rivoluzione agricola e della sedentarizzazione di Homo sapiens, diciamo 12.000 anni fa. La TBC è stata debellata in Europa a forza di vaccinazioni di massa, ma uccide ogni anno oltre 100 milioni di persone nel mondo; i morti sono africani e asiatici, non occidentali: quindi il dato scompare dai nostri orizzonti quotidiani. A proposito di bovini, ci siamo dimenticati in fretta della “mucca pazza”. Anche in quel caso, umane forzature dei cicli naturali provocarono epidemia, psicosi, migliaia di capi uccisi in massa, crollo della domanda di carne, fallimenti di aziende, nuove leggi di sicurezza. Non impariamo mai!

E poi, lo scandalo dei visoni danesi dove sta? Nell’ucciderne tutti insieme 15 milioni anziché qualche centinaio alla settimana per la “normale” produzione di pellicce? Viene in mente una battuta in veneto dal terzo atto de I due gemelli veneziani di Carlo Goldoni: «Alla piegora tanto la fa che la magna el lovo, quanto che la scana el becher» («Per la pecora è uguale essere mangiata dal lupo che sgozzata dal macellaio»). Un altro esempio disturbante viene alla testa piegata dalle raffiche del vento valsusino: i fagiani allevati in batteria per essere rilasciati poco prima dell’apertura della caccia (quest’anno, in Piemonte, oltre 4.500 solo in 4 ATC e 2 CA), fucilati legalmente dopo poche ore di libertà “vigilata”.

Nessuna novità, dunque. Fenomeni noti, informazioni facilmente reperibili online, catene di cause-effetti conosciute, ben studiate e ben divulgate. La mia amica ha ragione a stupirsi della mia mancanza di stupore? Non so darmi una risposta convincente.

O riduciamo drasticamente i consumi di carne e di pelli, quindi gli allevamenti intensivi, i traffici e le merci che ne conseguono, le superfici agricole coltivate per alimentarli, gli scarti che a miliardi formano già le stratificazioni che verranno studiate dai geologi futuri. Oppure non abbiamo il diritto di indignarci per una aberrazione tra le tante. Stiamo vivendo non solo una catastrofe sanitaria ma una vera e propria crisi ecologica. Stiamo ricevendo indietro gli interessi degli sfregi che infliggiamo al pianeta. Siamo disposti a rinunciare alle nostre comodità, alle nostre economie, ai guadagni e a questi tipi di lavori? Non mi sembra. Siamo avviluppati senza scappatoie in un patto faustiano: tecnologia, consumi, benesseri vari, non sono gratis. Costano l’anima. Nostra, della Terra e dei visoni.

da qui


domenica 5 maggio 2019

Come avere l’uomo che desiderate? Impastatevelo da sole… - Francesca de Carolis



Questo è un piccolo appunto pensato per sole donne. Se poi anche gli uomini volessero darvi un’occhiata, giusto per capire…
Una modesta proposta per essere certi di avere accanto l’uomo giusto, modellandolo secondo i vostri desideri. La ricetta in un “cunto” di Basile. Non semplice, e piuttosto costosa. Ma pensate quanto dolore si potrebbe risparmiare…


Come avere l’uomo che desiderate? Impastatevelo da sole…
Leggendo l’ennesima tremenda notizia di donna uccisa da un uomo, marito o compagno e ex che sia… che anche questa settimana si mantiene la media… molto ci sarebbe da dire, e da piangere, a proposito di comportamenti, di mancata educazione e cultura che, come da tempo sostiene Umberto Galimberti, tanto orrore produce. E finiamola con la baggianata del raptus, che è solo, come chiarisce, “fantapsicologia”!
Ma per evitare almeno una volta tanto di piangere, che non si finirebbe più, e giusto per “alleggerire” questa domenica di maggio, avrei un suggerimento…
Se la premessa è che a proposito di cambiare la testa, e l’anima, degli uomini ci sia poco da fare, e visto che poi alla fine di questi uomini sembra non si riesca a fare a meno (vuoi una certa strana idea che ci si è fatti della vita, vuoi sogni cui si rimane ostinatamente attaccati, vuoi, fuor di ipocrisia, questioni di ormoni che tanta lucidità spesso annebbiano…) l’idea sarebbe questa: di costruirselo da sé il proprio uomo. Marito o amante che sia. Per gli ingredienti, per andar tranquille, si inizi con materia inanimata (vi vedo già interessate e pronte a trasformarvi in apprendiste del dottor Frankestein…)

Costruirselo, dunque?! E come?
Ancora una volta la risposta è nelle fiabe, che narrano di cose che mai sono state e sempre sono…
La ricetta la troverete in un “cunto”, dal Cunto de li cunti, di Basile, fonte fantastica di ispirazione per poeti e scrittori, e non solo.
“Smalto Splendente”, il titolo della novella. E già accende una luce nel cuore.
Qui si narra di Betta che era figlia di un mercante e di matrimoni sembrava proprio non ne volesse sapere…
Ma un giorno che il padre prima di partire per una fiera le chiese cosa desiderasse al suo ritorno, disse: “Portami mezzo vaso di zucchero di Palermo e mezzo vaso di mandorle ambrosine, sei boccette d’acqua di rose e un po’ d’ambra. E dovresti anche portarmi una quarantina di perle, due zaffiri, del filo d’oro e un rasoio d’argento”. Il padre si meravigliò un po’, ma al ritorno le portò tutto quello che lei gli aveva chiesto. Betta allora si chiuse in camera, fece un grande impasto di mandorle e zucchero, acqua di rose, aggiunse l’ambra e poi perle, zaffiri, filo d’oro… e “modellò un giovane di tanta grazia che gli mancava solo la parola”.
Betta, che aveva fatto quell’uomo seguendo ciò che le dettava il cuore, se ne innamorò e, dato che credeva nei miracoli, tanto pregò la dea dell’amore, che la statua cominciò a parlare, a camminare… Divenne un uomo vero. Un uomo preciso preciso quello dei suoi desideri.

E lo battezzò Smalto Splendente, 
questo sì, da sposare.
A chi volesse seguire l’esempio di Betta, suggerisco di stare bene attenta agli ingredienti. Perché Betta, forse presa dall’entusiasmo, qualcosa deve aver dimenticato, perché la storia non finisce lì, e anche per la giovane donna inizia un percorso lungo e pieno di ostacoli.
Stando sempre al Basile, quando si celebrò il matrimonio, e si fece una gran festa, fra gli invitati capitò una regina sconosciuta che, alla vista della bellezza di Smalto Splendente, se ne incapricciò. E quello, che “da poco aveva aperto gli occhi sul mondo e di malizie poco se ne intendeva”, si lasciò prendere per mano e condurre in un regno lontano, dove divenne marito della regina.
E ci risiamo. La regina rappresenta un altro femminile… Betta, che è un’artista, la Regina, che sa solo portar via… Insomma la rappresentazione dell’eterno triangolo…
E lì, in verità, comincia tutta un’avventura alla ricerca dell’uomo rapito, fatta di formule magiche, di vecchine gentili… tricche varlacche, ca la casa chiove; anola tranola, pizze fontanola; tafar’e tammurro, pizze ’ngongole e cemmino…
Arrivata infine alla reggia della regina che le aveva portato via l’uomo, Betta offrì alla rivale una carrozza d’oro e chiese in cambio di dormire una notte con suo marito. La regina, che di cose preziose non era mai sazia, accettò, ma fece coricare Smalto Splendente accanto a Betta dopo avergli fatto prendere un sonnifero. E lui, che tanto faceva quanto gli dicevano di fare, non s’era ancora gettato sul materasso che già dormiva come un ghiro.

Sarà stato pure bellissimo quest’uomo, 
ma … così fragile… così obbediente… all’una o all’altra… Attente dunque, dicevo, all’impasto.
Inutile dire la rabbia di Betta, che il giorno seguente, capito l’inganno, ci riprovò. Qui naturalmente arriva un altro magico vecchino che soffia due paroline all’orecchio di Smalto Spendente e lui che qualcosa iniziò a capire (finalmente!) questa volta non bevve quello che le aveva preparato la regina. E quella notte non si addormentò, consolò Betta come meglio seppe, e poi i due fuggirono insieme.
Bel finale, no? Vi vedo già avviarvi verso la cucina canticchiando … nu panaro chino, chino, tutt”e fravule ‘e ciardino… Mèle, zuccaro e cannella: te ‘mpastaje ‘sta vocca bella…
Vi propongo comunque di provare con gli ingredienti della ricetta del cunto di Basile, perché non risulta che poi Smalto Splendente si sia mai stancato di Betta e abbia cercato altre regine, o che, spinto da malcostume, l’abbia mai aggredita, abbia mai pensato di ucciderla. O almeno Basile non ce lo racconta.
Alla fine, chiudendo gli occhi sulla parentesi della fuga con la prima regina di passaggio, che dire… andrebbe pur bene così.
Dunque, cominciamo a raccattare gli ingredienti. Zucchero, mandorle ambrosine, perle, del filo d’oro…
Certo non costa poco. Ma pensate a tutto il dolore, a tutto il sangue che verrebbe risparmiato…