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venerdì 10 ottobre 2025

Gaza, tra il dire e il fare ci sono 61 milioni di tonnellate di macerie. Ecco le stime realistiche di un incubo - Franz Baraggino

Fonti accreditate stimano che rimozione e smaltimento dei detriti richiederanno decenni, tra veleni nel suolo, ordigni inesplosi, diritti perduti e vittime ancora sepolte.

La devastazione infrastrutturale ha proporzioni inedite. La più recente stima del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) indica che la distruzione o il danneggiamento di circa 250 mila edifici ha prodotto un volume di circa 61 milioni di tonnellate di macerie, diciassette volte la somma di tutti i detriti prodotti dai precedenti bombardamenti a Gaza dal 2008. Secondo le fonti più accreditate, rimuovere e processare questa massa enorme richiederà decenni, anche al netto degli imprevisti. Perché Gaza è anche un cimitero dove si stima che almeno 12 mila corpi siano ancora sepolti sotto le macerie. Chi è rimasto dovrà invece fare i conti con suoli e acque contaminate, e con la perdita e la distruzione dei registri di proprietà, sempre che si vogliano davvero riconoscere i diritti.

Quanto ci vorrà per rimuovere le macerie a Gaza? – Il lavoro di smaltimento si articola in due fasi: la rimozione e il trasporto iniziale, e la successiva lavorazione per il riciclo del materiale idoneo. Per la sola fase di rimozione dei detriti, le Nazioni Unite hanno stimato che potrebbero volerci fino a 15 anni. Calcolo elaborato ipotizzando l’uso di una flotta di 105 autocarri con capacità di 19 tonnellate (circa 17,24 tonnellate metriche), attivi su turni di 8 ore per 30 giorni al mese. Uno studio pubblicato a luglio (Samer Abdelnour e Nicholas Roy su Environmental Research: Infrastructure and Sustainability) stima che il trasporto delle macerie richiederà oltre 2,1 milioni di carichi di autocarri, coprendo una distanza equivalente a circa 736,5 volte la circonferenza terrestre. Ma lo studio si basa sui primi 14 mesi di conflitto, fino al primo dicembre 2024, quando le macerie erano circa la metà, 36,8 milioni di tonnellate. Anche i calcoli delle Nazioni Unite, fatti quando le tonnellate erano circa 50 milioni, vanno aggiornati, portando i tempi necessari a più di 20 anni. Per non parlare delle strade: già un anno fa il Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) stimava che circa il 31% della rete stradale a Gaza è stata moderatamente danneggiata, l’8,9% gravemente danneggiata e il 25,4% distrutta.

Decenni solo per la frantumazione – Ma il vero dilemma riguarda la fase successiva, quella della lavorazione o frantumazione, che allunga i tempi in modo drammatico, anche a causa delle restrizioni sull’accesso a macchinari industriali pesanti. Lo studio di Abdelnour e Roy intitolato ‘Trattamento dei detriti provenienti dagli edifici distrutti e danneggiati a Gaza: emissioni di carbonio, tempi e implicazioni per la ricostruzione’ ipotizza scenari diversi, calcolando il trattamento dell’80% dei detriti, quelli non contaminati e idonei alla frantumazione. Nello scenario “ottimale” entra in campo una flotta di 50 macchinari industriali per frantumare le macerie, i cosiddetti frantoi a mascelle ad alta capacità, per un lavoro da 400 tonnellate l’ora che richiederebbe poco più di sei mesi. Peccato che “non sono attualmente disponibili a Gaza”, segnala lo studio. E questo per le restrizioni imposte all’ingresso di macchinari pesanti e parti di ricambio, pratica di lungo corso che andrebbe appena rinegoziata. Ecco il perché dello scenario “realistico”, che prevede una flotta di 50 frantoi più piccoli (“tipo primario utilizzato in Gaza”) che per fare lo stesso lavoro ci metterebbe quattro decenni. Stima che va però aggiornata e finisce per superare i 60 anni.

Vittime, ordigni e contaminazioni – Ad aprile le Nazioni Unite stimavano che 12 mila vittime fossero ancora sepolte sotto gli edifici distrutti. L’urgenza di rimuovere i detriti si scontra dunque anche col delicato compito di individuare e identificare con attenzione i resti delle vittime, operazioni che richiedono l’intervento di personale specializzato. Tra le incognite c’è poi il rischio elevato di ritrovare ordigni inesplosi (UXO). Il Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine (UNMAS) indica che fino al 10% delle armi esplosive potrebbe non essere detonato. La rimozione delle macerie è poi “intrinsecamente rischiosa” e richiede il supporto dei team di EOD (Explosive Ordnance Disposal). L’eventuale ritrovamento comporta la sospensione immediata del sito e l’evacuazione del personale. Quanto alle risorse, quelle limitate per EOD a Gaza lasciano supporre “ritardi significativi”. A complicare drasticamente la gestione dei materiali c’è poi la loro contaminazione. Si stima che circa il 15% delle macerie è probabilmente contaminato da amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti e vanno gestite come rifiuti pericolosi, col personale EOD dotato di protezioni e tute protettive monouso.

Ricostruzione senza diritti – Il recupero post-conflitto, che include la ricostruzione delle abitazioni, richiede tempi ancora più lunghi e difficilmente calcolabili. Basandosi sulle dinamiche di ricostruzione successive a precedenti conflitti, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) ha stimato che per ricostruire le stesse case distrutte sarebbero necessari circa 80 anni. Al contrario, i problemi sono già dietro l’angolo, come le complessità legali relative al riconoscimento dei diritti di proprietà (HLP – Housing, Land, and Property). La situazione legale a Gaza era già confusa, con norme più recenti che confliggono con quelle ereditate dall’Ordinanza Britannica sulla Pianificazione Urbana del 1936 e addirittura dal Codice Fondiario Ottomano del 1858. A Gaza si stima che fino al 30% della terra privata non sia registrata, rendendo difficile la risoluzione delle controversie già in tempo di pace. A questo si aggiunge la perdita o distruzione dei registri di proprietà. Il mancato riconoscimento dei diritti HLP fin dalle prime fasi di recupero è considerato un ostacolo tra i più critici alla possibile ripresa. Le organizzazioni come il HLP Working Group al quale partecipano agenzie Onu, ong e istituzioni accademiche, lavora per sviluppare messaggi di sensibilizzazione per “evidenziare l’importanza dei diritti HLP in tutte le fasi” e fornire linee guida vista la diffusa assenza di registri.

L’ambiente, l’altra vittima – Per l’Unep, il recupero dai danni ambientali a Gaza “potrebbe richiedere decenni”. La situazione è “peggiorata drasticamente su quasi tutti gli indicatori” da giugno 2024, lasciando “un’eredità che potrebbe influenzare la salute e il benessere delle generazioni di residenti di Gaza”. Insomma, la rimozione delle macerie e i loro contaminanti potranno solo peggiorare una condizione del suolo e delle risorse idriche che è già compromessa. Le forniture di acqua dolce sono “gravemente limitate e gran parte di ciò che resta è inquinato”. Il crollo delle infrastrutture per il trattamento delle acque reflue, la distruzione dei sistemi di condutture e l’affidamento a pozzi neri hanno probabilmente “aumentato la contaminazione della falda acquifera” che fornisce la maggior parte dell’acqua di Gaza. Tanto che, avverte l’Unep, anche le aree marine e costiere sono “sospettate di essere contaminate” a causa del crollo di queste infrastrutture. Secondo l’Aggiornamento sulla Situazione Umanitaria delle Nazioni Unite dello scorso 2 ottobre, il danno alla terra coltivabile è massiccio: dal 2023, la Striscia di Gaza ha perso il 97% delle sue colture arboree, il 95% della sua boscaglia e l’82% delle sue colture annuali, rendendo di fatto impossibile la produzione alimentare su larga scala. Il tutto aggravato dall’uso estensivo degli esplosivi, la cui potenza totale è ritenuta essere tre volte quella combinata delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

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venerdì 3 ottobre 2025

Città o luoghi artificiali per turisti e benestanti (da cui espellere i poveri)? - Enzo Scandurra

Il Tribunale del Riesame di Milano ha di fatto smontato le accuse della Procura e del GIP milanese relative all’inchiesta urbanistica: non c’è stato alcun patto corruttivo, sentenzia il Tribunale, e, pertanto, si aspetta che le misure cautelari prese nei riguardi di alcuni autorevoli personaggi coinvolti nella vicenda, siano revocate. Nel frattempo Letizia Moratti, col seguito di Forza Italia, è corsa in soccorso del sindaco Sala proponendo un “patto per Milano”, superando l’impasse provocato dalle vicende urbanistiche e di San Siro. Se il patto luciferino si avverasse (e molti sono i timori che ciò accada) avremmo un’ulteriore conferma che destra e sinistra condividono lo stesso concetto di modernità, una modernità di stampo neoliberista, dettata dal mercato e che favorisce i grandi interessi proprietari e gli investimenti privati a spese dei cittadini.

Dunque il “modello Milano” risorge? E magari anche la legge sul “Salva Milano” ferma in Parlamento in attesa di larghe intese e che cancellerebbe molte delle riforme urbanistiche degli anni Settanta? L’esca è stata lanciata al PD che, per il momento, tace. Ma su questa partita, il futuro delle nostre città, si gioca una posta rilevantissima se è vero, come dice Consonni che: «disinteressandosi dell’abitare e del fare città, a che cosa si riduce la politica?» (1), perché «è proprio in grazia delle opere belle e della vita associata si deve ammettere l’esistenza della comunità politica» (2).

Ma lasciamo stare le vicende giudiziarie, sempre più complicate e ancora non definitive, per porre l’attenzione sul modello milanese. Supponiamo, per un istante, che tutte le costruzioni (grattacieli e altro), oggetto di indagine, siano state invece progettate o in corso di realizzazione o realizzate, secondo le norme urbanistiche e i regolamenti edilizi vigenti, senza alcuna violazione delle leggi. Ebbene sarebbe questa la città che vogliamo? Quella dei grattacieli, del bosco verticale, di CityLife, il più grande distretto urbano dedicato allo shopping?

Perché il rischio è che i risultati fin qui dell’indagine della magistratura, smentita, ripeto, dal Tribunale del Riesame, creino una cortina fumogena su un modello di città ritenuto, nonostante tutto, progressista e modernizzatore. E che esso diventi anzi un esempio per altre città in affanno di modernismo (Roma, Firenze, Napoli in primis). Un modello che omologa le nostre bellissime città a quelle effimere e sfavillanti dei paesi arabi: Dubai, Doha, Abu Dhabi ecc. Un modello generatore di disuguaglianze e privo di quelle virtù che hanno reso celebri le nostre città: senso di comunità, civismo, urbanità, tradizioni, bellezza, come sosteneva Cattaneo, oltre che, sarebbe omissivo ignorarlo, luoghi di drammatici conflitti.

L’urbanità, la vita in città, può essere considerata misura di civiltà di un popolo. Condiziona la nostra psiche, le nostre azioni, le nostre sensazioni quotidiane, i nostri umori; l’atmosfera urbana, per dirla con H. Schmitz, «è l’esperienza soggettiva della realtà effettuale che gli uomini condividono tra di loro esperendola come qualcosa di oggettivo» (4). E aggiunge Asor Rosa: «me ne dispiacerebbe molto, ma potrei fare a meno di leggere libri; potrei ignorare l’ultima teoria filosofica; ma lo voglia o no, non posso fare a meno di misurarmi con il tessuto urbano, dentro al quale vivo e con il quale quotidianamente mi misuro» (5).

Sappiamo bene come fondi di investimento, finanza, abili immobiliaristi traggono profitto (in epoca di smobilitazione dell’industria) dal plusvalore che assumono le città con le loro infrastrutture, locazioni per turisti, sedi di banche o altre società, quartieri residenziali di lusso per benestanti, architetture fantasmagoriche, centri commerciali; ovvero dalla città trasformata in un elemento di marketing. Un esempio, proprio a Milano, è rappresentato dal quartiere di CityLife, un quartiere esclusivo, residenziale – commerciale, dove torreggiano grattacieli (con ironia denominati “il dritto, lo storto e il curvo”) accanto a residenze blindate destinate ai ricchi, un enorme centro commerciale e poi tante botteghe di lusso immerse in un parco surreale come fosse un mondo a sé. Quella non è città, è una oasi per benestanti cittadini, autosufficiente a tal punto che i residenti di quel quartiere non debbono nemmeno uscire di casa per confondersi nella folla anonima della città. Che consuma suolo e costruisce grattacieli e si vanta di perseguire obiettivi di sostenibilità. E man a mano che questo modello di città prende piede, i vecchi residenti sono costretti a lasciare la vecchia città che si rifà il trucco, per andare ad abitare in zone più periferiche e squallide. Per loro “quella città” è solo un luogo di lavoro dove recarsi ogni giorno con i mezzi pubblici da periferie lontane. La distanza tra ricchi e poveri si fa anche fisica, geometrica.

Esempi di questo tipo ormai appaiono anche in altre città: a Roma, per esempio, in un’area che non è esagerato definire “sacra” per le sue qualità paesaggistiche – la foce del Tevere a Fiumicino – si progetta un gigantesco porto per le navi da crociera (quelle navi lunghe 360 metri e alte 70 che consumano in un giorno la quantità di carburante di mille auto). Un porto privato in cui dovrebbero arrivare migliaia di turisti e pellegrini (l’opera rientra tra quelle previste per il Giubileo del 2025!) per proseguire (non si sa come) il viaggio per Roma. E per togliere dalla vista i cassonetti stracolmi di immondizia, si progetta un grande impianto di un inceneritore (naturalmente localizzato in periferia) anziché riciclare i rifiuti come ogni buon senso (non c’è bisogno neppure di scomodare la scienza) suggerirebbe.

Questo malsviluppo è basato sulla capacità di attrarre sempre più turisti, capitali e investitori privati (ogni opera, ogni architettura ha questa finalità): aumentare la capacità attrattiva della città a spese (come conseguenza diretta) dei cittadini in affanno che di questa presunta ricchezza avranno solo i danni collaterali, ovvero l’espulsione verso le periferie. Un gigantesco fenomeno di privatizzazione delle città, complice la “nuova urbanistica semplificata” del “modello Milano” che facilita i processi, accelera le procedure, scavalca le soprintendenze considerate inutili burocrazie conservatrici, realizza varianti al PRG, sdogana qualsiasi ostacolo si frappone alla realizzazione di una presunta modernizzazione al cui altare vanno sacrificate norme, diritti e bene pubblico. E a chi si oppone o almeno tenta di ostacolare questa modernizzazione – comitati, associazioni, gruppi di cittadini –, qualche volta (non sempre) l’amministrazione concede generosamente il lusso di una limitata partecipazione (a scelte già fatte) sussumendo il conflitto, manipolando la pubblica opinione. Mentre oppositori più radicali vengono tacciati di essere “anime belle” e di non capire il cambiamento che avanza, “terroristi” urbani, oppositori a priori; coloro i quali dicono sempre di no. Bisogna convincere la cittadinanza che una nuova era è alle porte con slogan retorici: la città della gioia, il bosco verticale, la foresta romana, housing sociale, che invocano il progresso, la bellezza del verticale, l’efficienza dei centri commerciali e, soprattutto, l’inutilità di uscire nelle piazze restando a casa per non disturbare l’orda dei turisti, i veri e nuovi protagonisti della città.

Questi processi, che ormai riguardano tutte le grandi città, ricevono spesso dagli abitanti commenti positivi: finalmente si cambia! Era ora che si facessero delle opere! E via dicendo. Così a Roma, durante le festività del Natale, grandi folle di romani si sono riversate a piazza Pia e a via Ottaviano per ammirare la città che si trasforma, trasformati essi stessi – che sono i veri abitanti – in turisti occasionali. Questi entusiasmi hanno breve durata, quando anche i loro sostenitori si accorgeranno che a poco a poco la città sta diventando privata a beneficio dei pochi arricchiti. È già successo con il sequestro di alcune parti di Firenze per la parata di moda di Gucci, a Venezia per il matrimonio di Bezos, ancora a Roma con la parata kitsch di Dolce&Gabbana. Non sempre, infatti, gli abitanti riescono, nella baraonda della retorica corrente, a saper distinguere gli elementi della città che soddisfano le loro esigenze, che poi significa una vita in comune migliore, le virtù civiche, la vita associata (le piazze, la strada, il mercato), rispetto alla fiera espositiva dei presunti vantaggi della bellezza intesa esclusivamente come mera estetica (alcune volte nemmeno questa). Esigenze che erano ben conosciute dai costruttori delle antiche città (la bellezza come “ben fatto”).

Le condizioni di vita imposte dal capitalismo hanno fatto perdere questi valori nella coscienza collettiva, sostituendoli con falsi idoli scenici creati dal mercato e da stravaganti architetti, generando una frattura dolorosa tra architettura e urbanistica, sostituendo l’intervento edilizio isolato alla pianificazione urbanistica: «L’architettura del singolo edificio, per quanto pregevole, non basta da sola a fare città» perché «mummificata nella sua arroganza, l’architettura non è in grado di innescare ragioni di senso, di nutrire l’immaginario e, ancor meno, di contribuire alla bellezza d’assieme: diviene il sarcofago di sé stessa».

In questi giorni la città di Gaza City sta per essere rasa al suolo da una furia omicida e genocida senza quasi precedenti nella storia degli umani. L’operazione di sterminio prevede, a “lavoro finito” una grande riviera di lusso realizzata sui corpi dei palestinesi morti. Chissà se un giorno questa “rigenerazione urbana” prenderà il nome di modernizzazione.

Note:
(1) G. Consonni, Ridisegnare Milano, in Doppiozero, settembre 2025
(2) Aristotele, Politica III, in G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città, Quodlibet, 2004, p. 9
(3) C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, Il Crepuscolo, 1857
(4) H. Schmitz, L’atmosfera di una città, in T. Griffero, A. Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane, ed. ETS, 2024, p. 5
(5) A. Asor Rosa, Prefazione al libro di V. De Lucia, Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia, Diabasis, 2010
(6) G. Consonni, Esilio dalla parola, esilio dai luoghi, in Gli asini, giugno 2025.

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giovedì 7 agosto 2025

Crisi della città e crisi dell’arte - Serge Latouche

 

L’omnimercificazione del mondo, complemento logico della società di crescita, ha conseguenze distruttive sulla qualità della vita in tutte le città. Ma al fallimento della «politica urbana» ha contribuito anche quella che è stata chiamata la «crisi della cultura», una distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita. L’introduzione del libro Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea (elèuthera) di Serge Latouche: una riflessione sull’estetica accompagnati da Baudrillard e Castoriadis

  

All’origine di questo libro c’è anzitutto la pubblicazione, in Italia, di un saggio scritto su impulso e in collaborazione con Marcello Faletra, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo, intitolato Hyperpolis. Architettura e capitale[1]. Il termine «Hyperpolis» che ho suggerito per il titolo allude all’opera Les Géants del grande romanziere francese J.M.G. Le Clézio, che rappresenta una delle critiche più feroci alla società dei consumi. Hyperpolis designa una sorta di città-supermercato gigante, simbolo del mondo della merce nel villaggio globale. «Quando si è dentro Hyperpolis è come se si fosse dentro l’universo. Tutt’a un tratto le mura sono così lontane che non si riesce a vederle, sono sparite ai confini dello spazio. Il soffitto è tanto alto, il pavimento tanto basso, che è come se non ci fossero limiti. Lo spazio si è espanso molto velocemente, ha respinto le superfici dure e piatte, largo, tanto largo, ha spostato i suoi muri e le sue finestre, e ora non se ne vedono più le frontiere. Si è in lui, si fluttua». Questo luogo inumano invoca la sua distruzione. Si presenta allora come un ritornello ossessivo il mantra «Bisogna bruciare Hyperpolis», cosa che il protagonista, Machines, compirà alla fine del romanzo[2]. L’omnimercificazione del mondo, complemento logico della società di crescita, ha conseguenze talmente distruttive sulla qualità della vita che in effetti si può perfino arrivare ad augurarsi la scomparsa di questo mondo. La deterritorializzazione, ovvero la dinamica extra suolo dell’attività umana, devasta sia la campagna sia la città e saccheggia il paesaggio, a dispetto della buona volontà e del talento di architetti, urbanisti e paesaggisti che, spesso consapevoli del disastro, tentano invano di porvi rimedio. Se la megapolis nella quale viviamo non è altrettanto inumana di Hyperpolis è perché eredita una storia e una cultura che hanno preceduto il regno della merce e perché la colonizzazione del nostro immaginario da parte dell’economia fatica a distruggere fino in fondo la nostra capacità di resistenza.

L’analisi del disastro urbano non pertiene solo alla dimensione territoriale della logica di distruzione materiale compiuta dall’economia di crescita.
Questa costituisce di certo un elemento importante nei disordini che hanno avuto luogo di recente nelle banlieues francesi e che hanno portato il presidente Macron a parlare di «decivilizzazione». Ma al fallimento della «politica urbana» ha contribuito anche quella che è stata chiamata la «crisi della cultura», ovvero una radicale perdita di valori, un’altrettanto radicale distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita. Tale distruzione, che si può qualificare come di natura estetica, deriva in ultima istanza dallo stesso processo di colonizzazione dell’immaginario da parte del fattore economico presente anche nella deterritorializzazione. La capacità di resistenza mentale al processo distruttivo si nutre e si rinforza grazie alle distruzioni materiali. Siamo coinvolti in una lotta titanica – dove è in gioco nientemeno che la sopravvivenza della specie – che a vari livelli e con modalità diverse investe tutti.

Il caso ha voluto che questa riflessione sul disastro urbano sia avvenuta in concomitanza con una riflessione più generale sull’estetica, nata da un invito a partecipare al festival di Trani (cittadina pugliese, non lontana da Bari, ricca di storia), il cui tema era «la Bellezza». Dal momento che l’estetica non sfugge al collasso dei valori generato dal trionfo del valore economico, gli organizzatori del festival hanno pensato, non senza ragione, che la decrescita avesse qualcosa da dire al riguardo. Tanto la crisi dell’arte contemporanea, spesso denunciata, quanto il disastro urbano, risultano incontestabilmente da quel collasso. E il grande caos estetico tocca tutte le belle arti: l’architettura (e il suo prolungamento, l’urbanistica) così come la pittura o la musica, anche se la prima è toccata sia dall’impatto materiale della mercificazione sia dalle sue ricadute sull’estetica. Ecco verosimilmente la ragione per cui, nel progetto della decrescita, architetti e urbanisti sono stati interpellati molto più di pittori, musicisti o danzatori, anche se, in fin dei conti, tutti ne sono stati colpiti. L’ambizione di architetti e urbanisti è di risolvere la crisi sociale con l’utopia delle cités radieuses, mentre quella dei poeti, dei pittori, dei musicisti e degli altri artisti è di farci sognare, dimenticare la miseria del presente e reincantare il mondo.

L’estetica si trova pertanto al crocevia delle riflessioni sulla decrescita. La si incontra sia quando ci si interroga sul ruolo del sacro o sull’arte di vivere, sia quando ci si preoccupa di pedagogia o di colonizzazione dell’immaginario3.

Nonostante ciò, è ancora possibile ritrovare il senso e il gusto del bello? Ci si può inventare un’estetica adatta al progetto di costruire società di abbondanza frugale? Ne esistono già segni premonitori e anticipazioni? La decrescita non sfugge al malinteso dei progetti utopici, incastrati fra la pregnanza del presente e il futuro sognato: città di decrescita, abitazioni di decrescita ecc. Ci sono state anche rivendicazioni di decrescita nella pittura, nella musica, e perfino nella pedagogia. Si tratta di pretese largamente, se non totalmente, ingiustificate.

Si può essere urbanisti, architetti, pittori o musicisti e aderire al movimento della decrescita, e certamente questa adesione può e deve avere un impatto sul modo di praticare la propria arte. Tuttavia, non bisogna mettere il carro davanti ai buoi. L’arte non può essere arruolata per un progetto sociale e politico, proprio come non può essere sottomessa agli imperativi del mercato. «Il tentativo di strumentalizzare l’arte» scrive Castoriadis «porta alla sua pura e semplice distruzione»[4]. Anche se è possibile tratteggiare quelle che potrebbero essere città sostenibili e conviviali alternative alla società di crescita, è un azzardo troppo grande pretendere di anticipare un’estetica del futuro, nonostante essa costituisca una dimensione centrale del progetto della decrescita.

Questa riflessione sull’estetica nei suoi intrecci con il progetto della decrescita non ha la presunzione di presentare un’analisi esaustiva della crisi dell’arte contemporanea, tema che ha suscitato contributi molto approfonditi da parte degli specialisti, del cui novero non pretendiamo di fare parte[5]. Motivata dalla connessione con la decrescita, essa sfrutta largamente la critica poderosa di Jean Baudrillard enucleata nel suo pamphlet sul «complotto dell’arte», ma poggia al contempo sulle analisi della distruzione della cultura nella società capitalista condotte da Cornelius Castoriadis, disseminate nella sua opera e poi raccolte nel libro postumo Fenêtre sur le chaos[6]. Ovviamente l’analisi di Castoriadis, a differenza di quella di Baudrillard, non porta direttamente alla «nullità dell’arte contemporanea»: i giudizi che esprime sull’argomento, molto cauti[7], derivano dalla sua diagnosi della crisi della cultura occidentale, ovvero sostanzialmente dei suoi «valori». Tali valori – «consumo, potere, status, prestigio, espansione illimitata del governo della ‘razionalità’» – hanno esaurito il loro potere creativo e stanno ormai portando la civiltà occidentale al collasso. Seppur in forma diversa, la sua analisi si collega alla nostra sull’autodistruzione della società di crescita e sulla necessità di una «rivalorizzazione», ovvero di un’autentica rivoluzione culturale. Solo che la dialettica della cultura e della base materiale, che alcuni tentano perfino di negare, è tutto fuorché semplice. Nel momento in cui si tocca l’estetica, i giudizi inevitabilmente coinvolgono la soggettività del loro autore. E, per ben argomentati che siano, resteranno pur sempre molto discutibili. Al termine di un’analisi magistrale, in alcune pagine magnifiche nelle quali il suo acuto sguardo filosofico si combina con la finezza di chi ha a lungo frequentato la psicoanalisi, Castoriadis ammette la propria impotenza a penetrare tutti i misteri che l’estetica pone[8]. Noi non pretendiamo di fare di meglio… La rilettura di Castoriadis in occasione della pubblicazione francese dei suoi saggi mi ha portato tuttavia a prendere coscienza delle significative differenze tra le nostre analisi, cosa che mi ha spinto ad aggiungere in conclusione un breve «post scriptum». La decrescita, abbiamo scritto per parte nostra, è un’arte di vivere. L’arte di vivere bene, in sintonia con il mondo. L’arte di vivere con arte. L’obiettore di crescita è al contempo un artista. Qualcuno per il quale il godimento estetico è una parte importante della gioia di vivere. L’etica della decrescita implica dunque necessariamente un’estetica della decrescita, anche se l’etica della decrescita non si riduce a un’estetica. Fare della propria vita un’opera d’arte non è di per sé l’obiettivo primario della decrescita, ma piuttosto una delle sue conseguenze.

È quindi naturale che, avendo presentato Castoriadis e Baudrillard come precursori della decrescita, questi saggi si iscrivano nel loro solco, come, in misura minore, in quello di altri precursori quali William Morris, Jacques Ellul o Pier Paolo Pasolini, nel tentativo di portare un po’ di luce «decrescente» sui misteri dell’estetica[9].


Note all’Introduzione

1.      Serge Latouche e Marcello Faletra, Hyperpolis. Architettura e capitale, Meltemi, Milano, 2019.

2.      Ivi, p. 116. «All’ingresso di Hyperpolis non c’è nessuno. L’uomo che si chiama Machines avanza verso il centro e rovescia il primo bidone al suolo, vicino a una colonna. Accende un fiammifero e la fiamma gialla divampa alta. Un po’ più in là l’uomo Machines rovescia il secondo bidone. Già risuonano le sirene. L’uomo accende un secondo fiammifero e la fiamma divampa alta verso il soffitto. Poi l’uomo chiamato Machines arretra un po’, si siede, la schiena contro un pilastro. Guarda le fiamme che formano grandi onde verticali verso il soffitto, sente le sirene e i fischietti. Ma per lui fa lo stesso, attende» (Les Géants, Gallimard, Paris, 1973, p. 333).

3.      Si vedano i nostri saggi: Penser un nouveau monde. Pédagogie et décroissance. Entretiens avec Simone Lanza, Payot & Rivages, Paris, 2023 [trad. it. Il tao della decrescita. Educare a equilibrio e libertà per riprenderci il futuro, Il margine, Trento, 2021]; L’Abondance frugale comme art de vivre. Bonheur, gastronomie et décroissance, Payot & Rivages, Paris, 2020 [trad. it. L’abbondanza frugale come arte di vivere. Felicità, gastronomia e decrescita, Bollati Boringhieri, Torino, 2022]; Comment réenchanter le monde. La décroissance et le sacré, Payot & Rivages, Paris, 2019 [trad. it. Come reincantare il mondo. La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, Torino, 2020].

4.      Cornelius Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, Seuil, Paris,15 2007, p. 45 [trad. it. Finestra sul caos, scritti su arte e società, elèuthera, Milano, 2007].

5.      I curatori dei testi di Castoriadis [Fenêtre sur le chaos, cit.] includono una bibliografia sulla questione, di cui si segnala in particolare l’opera di Yves Michaud La Crise de l’art contemporain, puf, Paris, 1997. Bisogna inoltre menzionare il libro
più recente di Marc Jimenez, La Querelle de l’art contemporain, Gallimard, Paris, 2005.

6.      Castoriadis, Fenêtre sur le chaos, cit.

7.      «La riflessione è dunque piena di trappole e di rischi»; ivi, p. 12.

8.      «Sono quarant’anni che questo interrogativo mi assilla: perché lo stesso pezzo, diciamo la Sonata n. 33 di Beethoven, composta da qualcuno oggi sarebbe considerata una sorta di scherzo, ma scoperta per caso in un solaio di Vienna sarebbe considerata un capolavoro immortale? […] Non ho visto nessuno riflettere seriamente sulla questione»; ivi, p. 33.

9.      Si vedano questi autori nella collana Les précurseurs de la décroissance da me curata per le Éditions Le Passager clandestin.

https://comune-info.net/crisi-della-citta-e-crisi-dellarte/

 

mercoledì 30 agosto 2023

Il modello che si nasconde dietro il "Greenwashing urbano" - Gilberto Trombetta

Dietro il greenwashing urbano (ZTL e città in 15 minuti) si nasconde una feroce lotta di classe contro la classe media e i ceti più poveri della popolazione che fa crescere il fenomeno della gentrificazione e della ghettizzazione delle città.


Senza contare che questi provvedimenti rappresentano una palese violazione del diritto alla libera circolazione nel territorio della Repubblica previsto dall’art. 16 della Costituzione.


Ovviamente il problema, tanto per cambiare, nasce a Bruxelles, cioè nasce dalla nostra adesione all’Unione Europea.


In questo caso perché siamo sotto procedura di infrazione per violazione delle direttive comunitarie (96/62/CE, 1999/30/CE, e 2008/50) sulla salubrità dell’aria, specificatamente per le emissioni di biossido di azoto.


Il problema, come sempre quando si parla d’Italia, è che alle storture e ai problemi derivanti dal vincolo esterno (cessione di sovranità a UE ed Eurozona) si aggiunge l’ancora più grave problema del vincolo interno.


E cioè dalla pervicacia con cui la nostra classe dirigente, quindi anche politica, si ostina a prendere decisioni sempre e comunque peggiorative per la qualità di vita dei cittadini italiani.


Infatti l’Unione Europea in questo caso non dice quali misure dobbiamo adottare. Non ci ha chiesto l’istituzione di ZTL allargate. Né, tantomeno, ci ha chiesto l’implementazione dell’orwelliano sistema Mo-Ve-In. Cioè del sistema delle quote chilometriche annuali. Che è quindi un’invenzione tutta della nostra attuale classe politica.


Inoltre bisogna dire che anche il “fate presto” nel nome del “ce lo chiede l’Europa!” non è credibile alla luce del fatto che a oggi nessuno stato membro è stato mai sanzionato per la violazione di queste direttive e che comunque nessuno ha mai pagato un euro di multa.


Insomma i politici italiani potrebbero (e dovrebbero) scegliere altre strade per migliorare lo stato della mobilità urbana.


Primo tra tutti – come non ci stancheremo mai di ripetere – investire per migliorare e aumentare le possibilità di trasporto alternative. A partire ovviamente dal trasporto pubblico che in moltissime città italiane è semplicemente a livello di un Paese del terzo mondo (per la cronica mancanza di investimenti infrastrutturali, di mezzi, di personale e di manutenzione – questi sì perché ce li impone la UE).


Allargare a dismisura le zone a traffico limitato, rendere l’accesso in città a pagamento, impedire alle persone di utilizzare il proprio mezzo di trasporto ha quindi due soli risultati: la progressiva gentrificazione dei centri urbani e la nascita di tanti piccoli ghetti dove confinare i meno abbienti (classe media e ceti più poveri).


Con gentrificazione si intende il fenomeno attraverso il quale con l’aumento dei costi della vita si allontanano appunto le classi meno agiate dai centri città e dalle città in particolare.


Altro che città in 15 minuti. Rinchiudere la popolazione in quartieri ghetto dove mancano tutti o quasi i servizi essenziali è evidentemente una forma di lotta di classe dall’alto verso il basso.


Lo spiega perfettamente David Harvey - professore di antropologia al Graduate Center of the City University of New York che si occupa di economia politica e geopolitica - nel suo libro “Il capitalismo contro il diritto alla città”.


«Gli effetti della crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza e del potere sono indelebilmente impressi nelle forme spaziali delle nostre città, costituite sempre più da luoghi fortificati, da comunità chiuse e da spazi pubblici privatizzati tenuti sotto continua sorveglianza. [...]


In particolare nel mondo in via di sviluppo, la città si sta dividendo in parti distinte, con l'apparente formazione di molti 'micro-stati'.


Quartieri agiati provvisti di ogni tipo di servizi, come scuole esclusive, campi da golf e da tennis, polizia privata di pattuglia 24 ore su 24, sono a stretto contatto con insediamenti illegali dove l'acqua è disponibile solo presso le fontane pubbliche, dove non esiste un servizio igienico-sanitario, l'elettricità è ottenuta illegalmente solo da pochi privilegiati, le strade diventano fiumi di fango ogni volta che piove e coabitare è la norma.


Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente, tenendosi stretto quanto è riuscito ad afferrare nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. In queste condizioni, gli ideali di identità, di cittadinanza, di appartenenza e di una politica urbana coerente, già minacciati dal diffondersi epidemico dell'etica individualista, diventano molto più difficili da sostenere».


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