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sabato 16 maggio 2026

Polli che mangiano polli negli allevamenti da riproduzione - Luisiana Gaita

Polli lasciati accanto a carcasse di altri polli in decomposizione, galline ovaiole mangiate vive da altre galline, prese per il collo, lanciate con violenza e colpite ripetutamente con una pala. Per la prima volta in Italia (e la seconda in Europa) si mostrano le immagini di cosa accade all’interno di un allevamento di polli riproduttori, ovvero gli animali che danno vita ai polli da carne venduti nei supermercati. Sono le immagini esclusive ottenute da Essere Animali, che saranno trasmesse nella video inchiesta della giornalista Giulia Innocenzi, nel corso della prossima puntata di Report, in onda il 12 aprile su Rai 3. Raccolte nel giro di un mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026 e consegnate all’associazione animalista da un ex dipendente mostrano scene di galline ovaiole con veri e propri buchi nel corpo. ilfattoquotidiano.it pubblica in anteprima una clip tratta dal servizio e che riguarda un allevamento di polli all’ingrasso. Mostrano la crudeltà di un sistema basato su razze selezionate per una crescita rapida di petto e cosce, più richieste dal mercato. Quindi polli broiler (razza a cui appartiene oltre il 90% dei polli allevati in Italia) già condannati geneticamente a soffrire (Leggi l’approfondimento) e pronti ad essere macellati dopo appena 40 giorni di vita. Con conseguenze enormi sulla loro salute e anche sulla qualità della carne, come mostrato dall’inchiesta di Essere Animali – i cui contenuti sono stati anticipati da ilfattoquotidiano.it – sull’incidenza di casi gravi di white striping nei polli venduti nei supermercati italiani (Leggi l’approfondimento).

Dagli allevamenti ai supermercati

Gli allevamenti in questione si trovano in provincia di Verona. “Fanno parte della filiera di Aia (hanno contratti di fornitura, ndr), parte del Gruppo Veronesi – spiega Esseri Animali – che è il principale produttore italiano di pollo con un fatturato annuale di 4 miliardi (2023) e rifornisce praticamente tutti i principali supermercati italiani per i loro prodotti di pollo a marchio, come Coop, Conad ed Esselunga”. Quello di polli riproduttori alleva circa 40mila animali. In questa fase del ciclo gli animali vengono fatti accoppiare per produrre quelle uova da cui nasceranno i polli destinati alla macellazione per il consumo umano. Quella dei polli a rapida crescita è una genetica che porta una serie di gravissime problematiche di benessere, anche nella fase dei riproduttori. Diversi polli non riescono neppure a reggersi sulle proprie zampe e, quindi, a mangiare e bere, altri sono malati. Ma in un allevamento di polli riproduttori, gli animali possono rimanere anche diversi mesi, portando all’estremo malattie e problemi vari. Per Simone Montuschi, presidente di Essere Animali “è inaccettabile che in una filiera con un grande volume d’affari e importante come quella dei polli da carne vi sia questa trascuratezza, con rischi sanitari gravissimi, animali malati abbandonati ad agonizzare senza cure e con chiari disturbi tra cui il cosiddetto wry neck (torcicollo), che provocano seria difficoltà agli animali nel soddisfare bisogni primari come mangiare e bere”.

Le violenze e le carenze negli allevamenti

Ma non ci sono solo i problemi legati alla selezione genetica di queste razze. I video mostrano violenze da parte degli operatori nei confronti dei polli, ma anche problemi dovuti alla cattiva gestione dell’allevamento, a iniziare da quelli di igiene e alla carenza di cure nei casi degli animali malati. Gli animali vengono scaraventati contro le strutture, afferrati per un’ala, presi per il collo e fatti roteare durante gli abbattimenti che, invece, richiederebbero una morte rapida, mentre alcuni polli maschi hanno le zampe mutilate, in violazione delle linee guida dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Aia replica che il gruppo Veronesi effettua circa 40mila visite all’anno e che ogni comportamento non in linea con gli standard del gruppo è da ritenere contrario agli accordi presi tra l’azienda e i fornitori. Nel frattempo, negli allevamenti le immagini sono esplicite. Nella clip che pubblica il Fatto, si vedono animali incastrati tra i divisori delle varie aree e lasciati morire, ma anche polli con segni sul corpo, perché sono stati cannibalizzati da altri polli. Per legge, gli operatori dovrebbero passare due volte al giorno per rimuovere eventuali carcasse. Quello del cannibalismo è un aspetto legato a un altro problema riscontrato nell’allevamento del Veronese, ossia la fame cronica.

La restrizione alimentare e le linee guida dell’Efsa

L’inchiesta affronterà anche il tema della restrizione alimentare a cui sono stati sottoposti alcuni polli. Perché se negli allevamenti all’ingrasso i polli a rapido accrescimento sono pronti per essere macellati nel giro di 40 giorni, nelle strutture di questo tipo, quelle dove si riproducono, queste stesse razze a rapido accrescimento possono rimanere diversi mesi, anche un anno. E rischiano di arrivare a casi di obesità estrema. Da qui, le restrizioni alimentari. “Un recente parere scientifico dell’Efsa sul benessere dei broiler – spiega Esseri Animali – afferma che la restrizione dei polli riproduttori nella fase di accrescimento può raggiungere addirittura il 20-25% della quantità di cibo che assumerebbero se potessero nutrirsi a volontà”. Questo causa uno stato di fame cronica e prolungata che porta i polli a becchettare ripetutamente qualsiasi cosa abbia un aspetto riconducibile al cibo, incluse penne e parti arrossate o ferite sul corpo di altri animali. Sol pochi mesi fa, Esseri Animali ha pubblicato un report proprio sui problemi legati alla qualità dei prodotti a base di carne di pollo venduti nei supermercati più amati dagli italiani secondo Altroconsumo, analizzando l’incidenza di casi gravi di white striping, una malattia che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale, sui petti di pollo e che è indice di scarsa qualità della carne e condizioni di allevamento assolutamente inadeguate.

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giovedì 26 marzo 2026

Contro l’allevamento in gabbia in Italia

 

Perché è importante firmare la proposta di legge di iniziativa popolare contro l’allevamento in gabbia in Italia

di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

Mancano pochi giorni alla Pasqua e per molti italiani e italiane il pranzo terminerà con uno dei dolci simbolo di questa festività: la colomba. Nel nostro Paese però è difficile sapere se le uova utilizzate in questi prodotti provengano o meno da allevamenti in cui le galline sono allevate in gabbia: a differenza delle uova fresche infatti, per i prodotti trasformati non è obbligatoria l’indicazione in etichetta. Per far fronte a questo vuoto informativo, Essere Animali ha deciso di analizzare le comunicazioni dei maggiori produttori di colombe disponibili pubblicamente e di fornire una panoramica su chi ha già smesso di impiegare uova in gabbia, chi si è posto questo obiettivo per il futuro e chi invece non ha ancora assunto nessun impegno pubblico.

Da quanto emerge dal report che prende in analisi otto grandi aziende italiane, ad aver implementato politiche pubbliche che prevedono l’impiego di uova di galline allevate a terra sono: Balocco, Galup, Paluani, Tre Marie Ricorrenze e Vergani. Maina ha pubblicato un impegno a eliminare le uova di galline in gabbia entro Pasqua 2026, mentre Bauli e Melegatti sono le sole a non essersi ancora impegnate pubblicamente per tutti i loro prodotti contenenti uova, fatta eccezione per i croissant a marchio, le uniche referenze per cui fanno uso di uova da galline allevate a terra.

In Italia, secondo l’ultimo Eurobarometro sul benessere animale, più di 9 italiani su 10 sono favorevoli al divieto dell’allevamento di animali in gabbia. Eppure il nostro Paese non ha ancora introdotto – come invece hanno fatto altre nazioni europee – un divieto all’utilizzo di ogni tipo di gabbia per le galline ovaiole.

Quelle singole sono già state vietate in tutta l’Unione europea nel 2012, ma altri paesi hanno fatto di più, mettendo al bando anche quelle arricchite. È il caso di Austria e Lussemburgo, mentre in Germania è prevista un’eliminazione completa entro il 2026-2029. La Francia ha vietato la costruzione di nuovi allevamenti in gabbia a partire dal 2018, mentre in Repubblica Ceca e Slovenia entrerà in vigore il divieto rispettivamente nel 2027 e nel 2029. In Svezia infine, pur non essendoci ancora un divieto formale, la transizione al cage-free è già avvenuta per iniziativa del settore produttivo.

E in Italia? Proprio per rispondere alla richieste di cittadini e aziende già impegnate in questa transizione, Essere Animali ha deciso di lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare per vietare l’allevamento in gabbia in Italia per tutte le specie. Per chiedere formalmente al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo su questo tema sarà necessario raggiungere 50.000 firme entro settembre.

La stragrande maggioranza degli italiani si è già dichiarata contraria alla sofferenza degli animali in gabbia e a favore di un divieto su scala nazionale, per questo – oltre all’azione virtuosa che possono mettere in atto gli operatori del settore e alle scelte che possono fare i consumatori – è fondamentale che ci sia anche un’azione istituzionale e politica.

Firmare la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato è più importante che mai, affinché la politica si faccia carico delle istanze dei cittadini anche quando le aziende le ignorano o i processi sono troppo lenti rispetto alle esigenze e alle richieste dei cittadini e delle cittadine italiane ed europee.

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Uccisioni choc, carcasse nelle gabbie e rischi sanitari: la videoinchiesta in un allevamento intensivo di conigli in Veneto

Animali deboli o malati presi e sbattuti contro le gabbie, o per terra, per ucciderli. Centinaia di esemplari rinchiusi in spazi angusti, sottoposti a stress e che devono convivere con le carcasse. E ancora: le stesse carcasse che, se gettate via, vengono buttate insieme alle deiezioni, provocando rischi sanitariEssere Animali si è infiltrata con una telecamera nascosta in un allevamento intensivo di conigli in provincia di Treviso e ne ha mostrato gli orrori. La struttura alleva circa 30mila animali, tutti destinati alla produzione di carne.

“A essere allevati in gabbia ogni anno in Italia – fa sapere Essere Animali – sono oltre il 90% dei 12 milioni di conigli macellati in totale nel nostro Paese (dati BDN Anagrafe Zootecnica). Il Veneto è la regione dove si concentra la maggior parte dei conigli allevati (28,8%), seguito da Piemonte (21,8%) e Friuli-Venezia Giulia (16,2%). In Europa l’Italia è tra i primi tre paesi per produzione con Spagna e Francia, che insieme rappresentano oltre l’80% dell’attività di produzione di carne di coniglio nell’Ue”.

Nell’allevamento vivono in gabbia anche “le fattrici dei conigli, costantemente sottoposte a inseminazione artificiale. Dopo 15 giorni, le coniglie vengono spostate in gabbie dotate di un vassoio di plastica che funge da nido. Alla nascita, i coniglietti vengono suddivisi in base alla taglia, in modo tale che ogni coniglia allatti animali di dimensioni simili, ma non necessariamente i propri. Già 11 giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate per mantenere alta la produttività dell’allevamento. Dopo due cicli di fecondazione consecutivi che falliscono, una coniglia viene considerata improduttiva quindi scartata e mandata al macello“.

Il 12 marzo scorso Essere Animali ha depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare per introdurre a livello nazionale il divieto dell’utilizzo di gabbie per tutte le specie allevate, per chiedere al Parlamento di discutere e avviare un percorso legislativo come è già avvenuto in altri paesi membri dell’Ue.

“I consumi di carne di coniglio sono in calo – continua la nota di Essere Animali – anche per il cambiamento di prospettiva nei confronti di questo animale, sempre più considerato un vero e proprio pet. Pur posizionandosi al secondo posto in UE per consumo di carne di coniglio dopo la Francia, in Italia questo fenomeno riguarda prevalentemente over 60 (70%) e il numero di capi macellati è in declino. Secondo i dati ISMEA, negli ultimi dieci anni la produzione nazionale ha registrato una contrazione del 37%, passando da 33,8 mila tonnellate a 23,1 mila tonnellate. Aumenta invece il numero di conigli d’affezione presenti nelle case gli italiani, con i piccoli mammiferi che superano i 3 milioni (dati Assalco) e l’istituzione di un’Anagrafe ufficiale dedicata proprio ai conigli domestici promossa in collaborazione con il Ministero della Salute”.

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mercoledì 12 novembre 2025

Strisce bianche su più del 90% del pollo con i marchi Esselunga, Coop e Conad - Luisiana Gaita


L'indagine su 619 confezioni in 43 supermercati. Il presidente dell'associazione Esseri Animali, Montuschi: "Segno di scarsa qualità, maggiore contenuto di grassi e standard inadeguati di benessere animale". Cosa possono fare le catene? "Partire dall’adozione di razze a crescita più lenta". La risposta di Coop: "Rigorosi standard di sicurezza, i nostri controlli dicono altro"

“Su circa 600 confezioni di petti di pollo a marchio ConadCoop ed Esselunga, analizzate in 48 supermercati italiani, il 90% presenta segni evidenti di white striping. Si tratta di una patologia muscolare legata alla rapida crescita dei polli e che si presenta sotto forma di strisce bianche, costituite da grasso e tessuto cicatriziale”. Sono i risultati di un’indagine condotta tra aprile e maggio 2025 dall’associazione Essere Animali e pubblicata il 10 novembre, secondo cui la presenza di questa malattia “è indice di scarsa qualità della carne, maggiore contenuto di grassi e minore quantità di proteine, oltre che di standard inadeguati di benessere animale”. Su 619 confezioni di petto di pollo prese in esame, è stata riscontrata la presenza di white striping rispettivamente nel 92% dei prodotti a marchio Conad (su 215), nel 90,6% a marchio Coop (su 181) e nel 96,4% di Esselunga (su 223). L’indagine fa seguito a quella condotta, tra dicembre 2023 e gennaio 2024, su oltre 600 campioni di petto di pollo da allevamento convenzionale a marchio Lidl venduti nei punti vendita di 11 città italiane, da Bari a Torino. Dopo la diffusione dell’indagine di Essere Animali, ilfattoquotidiano.it ha contattato Conad, Coop ed Esselunga, chiedendo informazioni e commenti rispetto ai risultati della ricerca: in coda a questo pezzo trovate le risposte pervenute.

Per le confezioni Coop, in particolare, Esseri Animali segnala che l’azienda “oltre a prediligere l’utilizzo di etichette di notevoli dimensioni nel packaging” destina al confezionamento “prevalentemente petti di pollo con superficie traslucida”, rendendo più difficile valutare la presenza e la consistenza delle strisce bianche. “Limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop – si spiega nel report – i prodotti dell’insegna sono tra quelli con maggiore presenza di white striping”. Si parla del 96,1%, una percentuale molto vicina a quella di Esselunga.

I risultati dell’indagine di Essere Animali

L’indagine ha riguardato 48 punti vendita di dieci città italiane, da Torino a Roma: 20 di Conad, 15 di Coop e 13 di Esselunga, che sono tre delle catene di supermercati più amate dagli italiani secondo Altroconsumo. In ciascuno è stato valutato un campione casuale di confezioni di petto di pollo a marchio delle insegne proveniente da allevamento convenzionale. Tra i petti di pollo caratterizzati dalla presenza di strisce bianche analizzati, poi, percentuali significative sono affetti da livelli gravi della malattia (livello 2 e 3): 52,4% per Conad42,6% per Coop e nel 50,9% per Esselunga. “La presenza del white striping è visibile a occhio nudo al momento dell’acquisto, ne altera aspetto e consistenza – spiega il report – comportando un aumento del contenuto di grassi (secondo alcun studi fino al 224 per cento) e una riduzione della quantità di proteine (fino al 9% in meno)”. In questo caso, limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide a marchio Coop, i prodotti in questione registrano la più alta percentuale di casi con gravità elevata di white striping tra le insegne analizzate (55,41% dei prodotti affetti da white striping con punteggio 2 e 3).

Che cos’è il white striping e quanto è diffuso

“Il white striping è una malattia tipica dei polli a rapido accrescimento utilizzati negli allevamenti intensivi – spiega Simone Montuschi, presidente di Essere Animali – che costituiscono larga parte della filiera italiana del pollo”. Solo in Italia, ogni anno vengono macellati oltre 500 milioni di polli, più del 90% allevati in sistemi intensivi e, secondo le evidenze scientifiche, il white striping interessa tra il 50% e il 90% dei polli provenienti da razze a rapido accrescimento. Ma che significa a rapido accrescimento? Rispetto a cinquant’anni fa, i polli crescono a un ritmo quattro volte più veloce e, nell’arco di circa 35-42 giorni verranno mandati al macello, puntando quindi su quantità e rapidità. L’aumento della domanda di carne di petto, inoltre, ha portato a selezionare polli con muscoli pettorali sempre più grandi: le attuali razze a rapido accrescimento hanno un petto di circa due terzi più grande rispetto a quello di un pollo tradizionale. Tutto questo a danno della loro salute. I muscoli, soprattutto quelli del petto, si sviluppano così velocemente da superare la capacità del sistema circolatorio di fornire sangue e ossigeno sufficienti (Leggi l’approfondimento). “Di conseguenza, molte fibre muscolari si danneggiano o degenerano – aggiunge Montuschi – venendo gradualmente sostituite da tessuto fibroso e grasso, che si manifesta visivamente sotto forma di striature bianche da cui deriva il nome della malattia.

Una questione di trasparenza

Essere Animali spiega che l’analisi si concentra su Conad, Coop ed Esselunga per la loro rilevanza strategica: “Sono tra le prime dieci insegne italiane per quota di mercato e presenza sul territorio. Una posizione che, grazie ai grandi volumi di prodotti a marchio venduti, conferisce alle loro scelte il potere di influire positivamente sulle condizioni di vita di milioni di animali. Inoltre, hanno manifestato una particolare sensibilità al tema”. Nelle sue comunicazioni pubbliche, anche Coop (come le altre aziende) dichiara che il benessere animale è un elemento fondante della sua politica aziendale, e che l’attenzione a questo tema è massima per i prodotti a marchio proprio. “Nel caso di Coop, però – commenta Montuschi – oltre alla percentuale più elevata di casi gravi di white striping tra le insegne analizzate, si riscontra una presenza più alta della malattia anche “rispetto a quella che abbiamo riscontrato nei prodotti in vendita nei discount di Lidl Italia nel 2024 – aggiunge – e che mostrano condizioni preoccupanti per i polli da carne allevati nella filiera a marchio Coop. Come giustifica l’azienda i risultati delle nostre osservazioni?”

L’appello a sottoscrivere lo European Chicken Commitment

“I polli da razze a rapido accrescimento sono particolarmente inclini a sviluppare miopatie come il white striping. Adottando i criteri dello European Chicken Commitment – sottolinea Montuschi – Coop, e le altre catene di supermercati italiani come Conad ed Esselunga, potrebbero affrontare in modo efficace il tema del benessere dei polli negli allevamenti che riforniscono le loro filiere a marchio, a partire dall’adozione di razze a crescita più lenta”. Lo European Chicken Commitment rappresenta oggi lo standard minimo di riferimento per l’allevamento dei polli in Europa, adottato da oltre 300 aziende e numerosi gruppi europei.

Alcuni supermercati italiani, come CarrefourEataly e Cortilia, lo hanno già fatto. “Grazie ai grandi volumi che gestiscono, un impegno concreto di ConadCoop ed Esselunga sull’Ecc – spiega Montuschi – comporterebbe un miglioramento significativo della qualità della vita per milioni di polli e renderebbe finalmente disponibili per i consumatori italiani prodotti realmente sostenibili a prezzi accessibili”.

LA REPLICA DI COOP

Il fenomeno del “white striping” è da tempo conosciuto e non comporta rischi di sicurezza del prodotto, come dimostrato da autorevoli studi scientifici. Si tratta di una caratteristica visiva della carne di pollo per la quale Coop chiede una particolare attenzione nei contratti di fornitura per quanto concerne i propri prodotti a marchio. Coop definisce, infatti, rigorosi standard di sicurezza e qualità per tutti i prodotti a proprio marchio e chiede ai propri fornitori un controllo puntuale durante la lavorazione, oltre ad effettuare altri controlli direttamente nelle diverse fasi di produzione e vendita. Relativamente al caso segnalato, i nostri controlli sistematici, effettuati con metodologie che prevedono l’apertura delle confezioni e la verifica di tutti i tagli presenti all’interno, non confermano le percentuali riportate nell’articolo: nel 2024 (ultimo dato annuale), sono state analizzate da personale esperto oltre 1500 confezioni rilevando la presenza del fenomeno ad una percentuale inferiore al 5%. Esprimiamo inoltre dubbi sul metodo di verifica utilizzato e sul campionamento effettuato: una delle foto presenti nel Report non è un prodotto a marchio Coop, per questo non è possibile stabilire con certezza se i dati dichiarati sono effettivamente riconducibili al nostro prodotto a marchio. Non è inoltre chiaro nell’articolo a cosa faccia riferimento la dicitura confezione traslucida’: se è riferita alla confezione trasparente in RPET, ancora una volta Coop, a tutela della qualità e sicurezza dei propri prodotti, ha scelto un sistema di confezionamento per garantire una maggiore protezione del prodotto attraverso l’uso della tecnologia ATP (atmosfera protettiva). Per quanto riguarda le etichette, da sempre la scelta di Coop è quella della trasparenza. Infatti, le etichette hanno le dimensioni necessarie per consentire di veicolare al consumatore tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole. I capitolati siglati da Coop con i suoi fornitori di prodotto relativamente all’approvvigionamento dell’intera filiera di pollo a marchio, contemplano una serie di vincoli che includono una presenza minima accettabile del white striping. I disciplinari di filiera redatti da Coop, infatti, stabiliscono regole sulle condizioni di benessere in più rispetto a quelle previste dalla legge come, in primo luogo, il maggiore spazio richiesto negli allevamenti, condizione che migliora la vita degli animali, ne favorisce la mobilità e diminuisce quell’eccesso di stazionamento sulle lettiere. Oltre allo spazio maggiore, i capitolati richiedono la presenza di luce naturale, l’uso di balle di paglia/fieno o altri materiali becchettabili ed il non utilizzo di antibiotici durante le fasi di allevamento. Nel chiedere simili garanzie, Coop riconosce ai produttori di pollo a marchio Coop un premio economico aggiuntivo.

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venerdì 6 dicembre 2024

Maltrattamento maiali: noi di Essere Animali abbiamo denunciato un allevamento di un fornitore di Lidl - di Simone Montuschi, presidente di Essere Animali

 

A inizio ottobre vi abbiamo parlato di un allevamento appartenente a un’azienda fornitrice della catena di supermercati Lidl, situato in Emilia-Romagna, in cui i polli venivano maltrattati durante tutto il loro ciclo di vita: dallo scarico in allevamento fino al carico sul camion diretto al macello.

Questa volta siamo in grado di raccontarvi il caso di un altro allevamento della stessa azienda, che fornisce al colosso dei discount anche prodotti a base di maiale: anche in questo caso le immagini mostrano maltrattamenti e crudeltà. I video che abbiamo ricevuto rivelano gravi violenze e irregolarità sia da parte degli operatori che dal medico veterinario, una persona, quest’ultima, che dovrebbe invece garantire proprio il benessere degli animali.

Nei filmati si vedono atteggiamenti aggressivi e punitivi: gli animali vengono inseguiti, sollevati di peso dalle orecchie, picchiati con bastoni, presi a calci o pungolati con scariche elettriche. Ci sono poi animali malati o ormai in fin di vita che non vengono curati ma abbandonati a morire di stenti. Alcuni hanno gravi lesioni su fianchi e testa, ernie e ascessi.

In un caso il medico veterinario incide l’ascesso di un maiale mentre questo è ancora nel recinto con gli altri, invece di isolarlo in una zona adibita ad infermeria e immobilizzarlo. L’operazione avviene con un coltello con una lama di fatto troppo lunga e che apparentemente non viene sterilizzata, e dopo il taglio la ferita non viene disinfettata, con il rischio che l’ascesso si riformi nei giorni seguenti e provochi ancora dolore al maiale.

Sono ancora più gravi però le immagini che mostrano lo stesso veterinario operare un maiale con un grave prolasso rettale. Il professionista immobilizza l’animale legandolo per il muso (una parte del corpo particolarmente sensibile), e poi applica un tubo di plastica all’interno del retto e lega una corda intorno al prolasso, il tutto senza somministrargli né anestesia né analgesia. La sofferenza del maiale è evidente e quando il veterinario stringe la corda attorno al prolasso le urla dell’animale si fanno ancora più intense. A causa della gravità dei fatti documentati, abbiamo deciso di denunciare sia l’allevamento che il medico veterinario per maltrattamento e abbandono di animali.

Queste sono immagini che non avremmo mai voluto vedere e che abbiamo deciso di diffondere per mostrare quanto le politiche di benessere animale di Lidl siano estremamente scadenti in maniera trasversale, non solo per i polli ma anche per le altre specie. Dopo oltre due anni di campagna e richieste di adesione agli standard dello European Chicken Commitment, sollecitiamo ancora una volta Lidl a impegnarsi a fare di più iniziando proprio dai polli, gli animali terrestri numericamente più allevati. Recentemente, oltre che in Francia, anche Lidl Germania ha sottoscritto una politica allineata all’ECC, il che dimostra la fattibilità delle nostre richieste.

È ora che anche in Italia Lidl prenda una posizione e un impegno per i polli. Firma la nostra petizione.

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venerdì 23 dicembre 2022

Fermiamo l’allevamento di polpi: partecipa alla protesta - Brenda Ferretti


Una mobilitazione internazionale per chiedere alle autorità governative delle isole Canarie di negare il permesso per la costruzione del primo allevamento di polpi al mondo, la cui apertura è prevista per questa estate.

Assieme alla Aquatic Animal Alliance — una coalizione di più di 110 organizzazioni no profit e scienziati in tutto il mondo — partecipiamo a una mobilitazione internazionale per dire un secco no all’apertura del primo allevamento di polpi al mondo, nelle vicinanze del porto della città di Las Palmas de Gran Canaria, in Spagna.

L’apertura dell’allevamento, prevista per questa estate, è stata annunciata lo scorso novembre dalla multinazionale spagnola Nueva Pescanova, che stima una produzione di circa 3 mila tonnellate di polpo all’anno a partire dal 2023: il 10% dei polpi attualmente pescati ogni anno in Spagna. 

Con il tweetstorm organizzato per oggi, chiediamo alle autorità governative delle isole Canarie di negare il permesso per la costruzione dell’allevamento.

PARTECIPA ALLA PROTESTA

Problemi etici, ambientali e di salute

Noi di Essere Animali, come altre organizzazioni per la tutela degli animali, ci siamo opposti fin da subito al progetto che crediamo sia una vera e propria crudeltà per i polpi. Secondo i ricercatori della London School of Economics l’allevamento di polpi con un grado alto di benessere «è impossibile». Secondo loro «i polpi sono animali solitari spesso aggressivi verso l’un l’altro quando si ritrovano in spazi ristretti. Non c’è nessun metodo di macellazione che sia affidabile e umano e che possa essere eseguito su larga scala a livello commerciale». 

Le ragioni per cui ci opponiamo all’apertura dell’allevamento di polpi in Spagna non finiscono qui. Secondo la Aquatic Animal Alliance, il progetto di Nueva Pescanova non specifica come eviterà l’infiltrazione di sostanze potenzialmente pericolose e la concentrazione di elementi chimici che possono danneggiare l’ecosistema. Inoltre, questa specie è carnivora, il che vuol dire che dipende da mangimi a base di farina e olio di pesce proveniente da stock ittici selvatici, aggravando la pressione su mari e oceani, già pesantemente colpiti dalla pesca intensiva.

«Abbiamo fornito prove evidenti e sostanziali del forte impatto negativo che questo progetto potrebbe avere sull’ambiente circostante».

Catalina Lopez, Direttrice della Aquatic Animal Alliance

 

Allo stesso modo, anche l’uso massiccio di antibiotici e antiparassitari risulta essere un rischio, in quanto può contribuire ad acuire il fenomeno dell’antibiotico-resistenza, che indebolisce l’efficacia dei farmaci e causa la morte di 33 mila persone ogni anno solo in Europa. Inoltre alcuni studi scientifici dimostrano che i polpi possono essere colpiti da una ventina di patologie differenti – incluso il batterio Vibrio Cholerae, responsabile dell’infezione da colera negli esseri umani. 

Fermiamo l’allevamento di polpi

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che i polpi sono animali intelligenti e sensibili, in grado di provare dolore, di sognare, di risolvere problemi e ricordarne la soluzione. Abbiamo di fronte animali straordinari, con cervelli complessi di cui non conosciamo e forse mai conosceremo interamente il funzionamento. 

Dovremmo mettere in atto politiche di salvaguardia e di protezione per questa specie e non pensare neanche lontanamente di allevarli, rinchiudendoli in gabbia per poi macellarli con metodi crudeli. Mai come in questo caso si rischia di disattendere i più basilari principi etici a tutela di una specie così complessa e affascinante.

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sabato 10 dicembre 2022

Su Rai News 24 la nostra indagine in allevamenti di un fornitore di Lidl Italia - Simone Montuschi

 


La nostra indagine uscita a supporto della campagna internazionale #LidlChickenScandal è apparsa in un servizio di Spotlight, su Rai News 24, intitolato “La mattanza” sulle problematiche legate alla produzione di carne di pollo.

Ieri abbiamo diffuso in tutta Europa un’investigazione realizzata in due grandi allevamenti intensivi capaci di contenere 1 milione di polli da carne per ogni ciclo produttivo. Entrambi gli allevamenti situati nel nord Italia, appartengono a un fornitore della catena di supermercati Lidl. Le riprese, filmate negli scorsi mesi, mostrano violenze su pulcini e polli da parte di alcuni lavoratori, per questo abbiamo denunciato l’allevamento per i reati di maltrattamento e uccisione di animali.

Nella puntata del 23 novembre di Spotlight, un programma di inchiesta di Rai News 24, la giornalista Giulia Bosetti ha mostrato le terribili immagini che abbiamo documentato durante l’indagine. Il servizio ha dato spazio alla campagna europea #LidlChickenScandal e alle indagini che diverse associazioni europee, inclusa Essere Animali, hanno realizzato per mostrare che cosa si nasconde dietro la carne di pollo venduta nei supermercati della famosa catena leader nella grande distribuzione organizzata.

AIUTACI A FERMARE QUESTE SOFFERENZE

FIRMA LA PETIZIONE

Dopo aver mostrato le immagini girate in Germania Spagna da Equalia, il servizio si sposta sugli allevamenti fornitori di Lidl Italia, arricchito dalla testimonianza del nostro responsabile del team investigazioni, Francesco Ceccarellie di un nostro investigatore che raccontano la loro esperienza sotto copertura negli allevamenti di polli. La giornalista si è poi concentrata su altre problematiche relative alla produzione di carne di pollo, come la diffusione di batteri e virus, incluso quello dell’aviaria.

Che cosa abbiamo documentato

Le nostre immagini — alcune delle quali riprese nel servizio — mostrano le problematiche cruciali del benessere dei polli negli allevamenti, tra cui l’utilizzo di razze selezionate geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in sole sei settimane — nel 1950 ne impiegavano circa sedici. Un tasso di crescita che, se fosse applicato agli esseri umani, porterebbe un neonato a raggiungere un peso di 300 kg all’età di due mesi. Questo, evidentemente, causa agli animali un’elevata incidenza di problemi muscolarischeletrici e cardiovascolari.

Pulcini morti, malati e bruciati

Animali costretti a vivere con polli morti o incapaci di muoversi a causa del corpo deformato. Polli con bruciature sul petto conseguenza del contatto prolungato con la lettiera, carica di ammoniaca rilasciata dalle deiezioni.

La densità di allevamento può arrivare anche a 20 animali per metro quadrato, una situazione che determina nei polli la riduzione dell’attività locomotoria e dell’espressione di diversi comportamenti tipici della specie, oltre a contribuire a un peggioramento generale delle condizioni ambientali come la qualità dell’aria che respirano gli animali. Un insieme di fattori che, insieme all’estrema selezione genetica, rende gli animali più vulnerabili a infezioni e malattie.

Pulcini scaraventati a terra

I pulcini di uno o due giorni di vita, provenienti dall’incubatoio, vengono gettati con forza da un’altezza considerevole, con il rischio di provocare loro lesioni se non addirittura la morte.

L’abbattimento d’emergenza di pulcini e polli malati viene eseguito con modalità cruente e illegali: gli animali sono colpiti con sbarre di ferro e spinti con forza contro gli abbeveratoi per provocarne lo schiacciamento e, quindi, la morte, che però non sempre avviene. Nelle immagini ottenute con una telecamera nascosta si osserva che i lavoratori, invece di ripetere la procedura per porre fine alle loro sofferenze, come previsto dalla legge, gettano gli animali in un secchio, condannandoli molto probabilmente a una lunga agonia.

Abbattimenti violenti e irregolari

I polli continuano a dimenarsi e a sbattere le ali, cosa che induce a pensare che l’abbattimento non sia stato effettuato in maniera appropriata e che gli animali siano ancora coscienti.

Cosa chiediamo a Lidl?

Di fronte a queste gravi problematiche, le principali organizzazioni europee per la protezione degli animali hanno lanciato la campagna #LidlChickenScandal per chiedere a Lidl di aderire allo European Chicken Commitment, impegno che propone alle aziende di adottare una serie di criteri minimi di benessere animale, formulati per ridurre la sofferenza dei polli attraverso l’adozione di politiche aziendali che affrontano le principali criticità di allevamento.

Le immagini mostrano che, a dispetto degli slogan pubblicitari, Lidl dovrebbe impegnarsi con urgenza a implementare standard più elevati per i polli allevati dai loro fornitori.

Brenda Ferretti – Campaigns Manager di Essere Animali

Oltre 300 aziende in tutta Europa hanno già aderito all’ECC, tra queste anche Lidl Francia, ma nel resto d’Europa Lidl, leader della grande distribuzione presente in 31 Paesi nel mondo con oltre 11.550 punti vendita, non ha ancora preso nessuna decisione in merito.

Agiamo ora

Ad oggi la nostra petizione ha raccolto oltre 18 mila firme, un successo, ma abbiamo bisogno di continuare a fare pressione per sollecitare Lidl a impegnarsi per i polli da carne. Grazie al nostro Action Center, il team di web attivisti e attiviste che agiscono in supporto alle campagne, abbiamo realizzato diverse azioni online dirette a Lidl, con le quali abbiamo informato le consumatrici e i consumatori sui problemi di sofferenza animale legati ai prodotti a base di pollo presenti nei punti vendita di Lidl.

https://www.essereanimali.org/2022/11/indagine-fornitore-lidl-rai-news/

domenica 9 ottobre 2022

Aviaria, gli allevamenti intensivi sono ‘bombe ecologiche’ a orologeria – Essere animali

 

L’epidemia di influenza aviaria ad alta patogenicità che ha colpito l’Europa tra l’aprile del 2021 e quello del 2022 è la più grande mai registrata. Lo afferma un report congiunto di EFSA – European Food Safety Authority – ECDC – European Centre for Disease Prevention and Control e Laboratorio di referenza europeo (EURL) per l’influenza aviaria dell’IZSVe – Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Secondo i loro dati, in dodici mesi ci sono stati quasi 2500 focolai nel pollame domestico, con 48 milioni di uccelli abbattuti negli stabilimenti colpiti. Anche l’estensione geografica dell’epidemia, spiegano in una nota stampa, è senza precedenti: dalle isole Svalbard in Norvegia fino al sud del Portogallo, ad est fino all’Ucraina, colpendo 37 paesi europei. Recentemente in Italia si è registrato un nuovo caso, sottotipo H5N1, in un allevamento di polli broiler in provincia di Treviso, e come da prassi si è proceduto all’abbattimento degli animali. Nella stagione 2021-2022, i focolai nel nostro Paese sono stati 317, registrati principalmente in Veneto.

A questo proposito abbiamo intervistato Ernesto Burgio, medico pediatra ed esperto in epigenetica e biologia molecolare, già presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e membro del consiglio scientifico di ECERI (European Cancer and Environment Research Institute) di Bruxelles.

Dottor Burgio, può spiegarci perché il fatto che l’influenza aviaria continui a diffondersi negli allevamenti intensivi italiani dovrebbe preoccuparci?

Tra l’autunno 2021 e la primavera del 2022 i focolai nei domestici sono stati oltre 300, nello stesso periodo 2020-2021 soltanto 3. I virus aviari sono da decenni il problema più temuto da virologi ed epidemiologi esperti di zoonosi e malattie infettive in genere. Nel 1997 la morte di un bambino a Hong Kong a causa di una polmonite drammaticamente grave e rapida e il successivo isolamento di H5N1 da parte dei CDC di Atlanta determinò una prima allerta planetaria, confermando che un sottotipo di virus aviario che non aveva mai infettato l’uomo era ormai in grado di fare il temuto spillover o salto di specie.

L’allarme era motivato visto che, con ogni probabilità, qualcosa di simile era successo nel 1918, allorché un virus aviario passato nell’uomo aveva causato la più drammatica pandemia moderna: la cosiddetta Spagnola, che aveva ucciso 30-50 milioni di esseri umani (circa 4 volte più della Prima Guerra Mondiale, appena terminata). Questi dati sono significativi, anche perché attestano che il tanto temuto spillover avviene raramente. Al contrario, dagli anni ’90 a questa parte, in moltissimi allevamenti avicoli emergono sempre nuovi sottotipi che hanno la capacità di infettare l’uomo e che, evolvendo molto rapidamente, potrebbero acquisire le mutazioni in grado di renderli oltre che virulenti, altamente contagiosi. In Italia ci sono numerosi allevamenti, soprattutto in Veneto e Emilia Romagna, in cui vengono segnalati da anni gli H5N1 e altri ceppi pericolosi.

Per questo motivo si procede a frequenti, brutali esecuzioni di migliaia di animali. Ma non è certamente questa la soluzione. Il fatto che un nuovo ceppo virulento e al contempo contagioso emerga in un allevamento intensivo in Italia, o in Danimarca o in Francia cambia poco. Lo abbiamo visto col SARS-CoV-2: in pochi mesi il nuovo virus ha fatto il giro del pianeta. C’è la leggenda che i Paesi asiatici siano messi peggio, ma non è più così. I virus aviari ad alta patogenicità sono ormai in tutto il mondo. Il problema si risolverebbe semplicemente eliminando gli allevamenti intensivi, ma si tratta di una soluzione impraticabile in tempi brevi.

Lei si è espresso apertamente contro gli allevamenti intensivi in diverse occasioni. Ci sono altri suoi colleghi o istituti che lo fanno?

Da vent’anni parliamo dell’aviaria come di un pericolosissimo “spettro” che si aggira per il mondo. Ma anche in questo caso ci sono i “pompieri” che sostengono che è difficile che il virus muti e si trasformi in pandemico. Ma molti di noi sono molto preoccupati. Sono ormai vent’anni che diciamo che gli allevamenti intensivi sono il vero problema, che si tratta di vere e proprie “bombe ecologiche” a orologeria, ma come vede non abbiamo ottenuto nessuna risposta. Spesso in questi casi l’allarme viene recepito troppo tardi: e in questo senso la pandemia in atto dovrebbe essere un campanello d’allarme.

Il fatto che il 65% dei mammiferi sulla Terra viva in questi veri e propri “purgatori” è un dato di fatto allucinante. Se poi ci mettiamo anche i volatili, ci rendiamo conto che quasi tutti gli animali sul pianeta Terra sono nostri prigionieri e non hanno una vita loro. Bisognerebbe dire basta agli allevamenti intensivi, che sono crudeli per gli altri animali, dannosi per l’ambiente, pericolosi per la salute umana. Ma gli interessi sono anche in questo campo enormi. Dobbiamo cercare di informare e formare i giovani e sperare in loro.

Sappiamo che si sta lavorando a un vaccino contro l’influenza aviaria destinato agli animali. Può servire?

Anche questa è una soluzione estremamente aleatoria. I virus aviari ad alta patogenicità sono ormai numerosissimi e l’efficacia di un ipotetico vaccino, lo abbiamo visto con il SARS-CoV-2, è legata all’estrema specificità della reazione tra antigeni virali e anticorpi. Un vaccino per essere efficace ha bisogno di essere praticamente identico, nella sua componente antigenica, al virus. E non è prevedibile, in questo momento, quale sarà il sottotipo con potenziale pandemico che finirà con l’emergere. Inoltre, al ritmo di mutazione dei virus influenzali (che è molto superiore a quello dei Coronavirus), passerebbe troppo tempo prima di poter trovare la soluzione. Bisogna chiuderli. Gli allevamenti intensivi sono crudeli per gli animali, dannosi per l’ambiente e pericolosi per la salute globale. L’unica soluzione è chiuderli al più presto.

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mercoledì 25 maggio 2022

Allevamenti intensivi: quanto inquinano, perché e quali sono le principali conseguenze sull’ambiente - Maria Mancuso

 


Moltissimi studi parlano dell’impatto negativo che gli allevamenti intensivi hanno sull’ambiente. Abbiamo deciso di approfondire questo tema rispondendo a tre domande che molte persone si pongono.

1. Quanto inquinano gli allevamenti intensivi?

Quando si parla di impatto ambientale degli allevamenti intensivi i fattori da tenere in considerazione sono molti e non includono soltanto le emissioni causate da ogni struttura dove vengono allevati gli animali, da quando nascono a quando vengono inviati al macello. Da valutare sono anche le emissioni dovute alla produzione di mangimi, quindi anche quelle che dipendono dalla deforestazione dei terreni per le coltivazioni e il pascolo, dal trasporto degli animali, dalla gestione delle deiezioni: insomma tutte le attività che hanno a che fare con la produzione di proteine animali. Come avrete immaginato, calcolare in maniera esaustiva e precisa queste emissioni a livello globale non è semplice

I dati che abbiamo a disposizione però ci dicono che senza alcun dubbio l’allevamento di animali, che sia intensivo o meno, contribuisce in modo significativo al riscaldamento globale. Come? Ad esempio a causa delle emissioni di metano, un gas serra che si stima abbia un potenziale climalterante 20-30 volte superiore all’anidride carbonica. Secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, le emissioni legate all’allevamento rappresentano circa il 15% delle emissioni annue di gas serra dovuti all’essere umano, ma secondo alcuni studi recenti si tratta di una stima al ribasso.

 

Molti studi scientifici che offrono soluzioni all’attuale crisi climatica sottolineano l’importanza di una transizione verso l’alimentazione vegetale, quella con il potenziale di riduzione maggiore delle emissioni di gas serra. Secondo due ricercatori di Berkeley e Stanford University, se ci sbarazzassimo degli allevamenti entro 15 anni e adottassimo quindi un’alimentazione vegetale, potremmo bloccare l’aumento dei gas serra in atmosfera per 30 anni. Questo ci darebbe il tempo e l’opportunità di realizzare nuove soluzioni per ridurre le emissioni provenienti da altre fonti, rendendo il nostro Pianeta più vivibile per noi e le future generazioni.

2. Perché l’allevamento intensivo inquina?

Per intensivo si intende l’allevamento che prevede di concentrare un gran numero di animali in un luogo ristretto. Allevamento intensivo, in altre parole, è sinonimo di sovraffollamento. La spiegazione del perché questa tipologia inquini particolarmente sta proprio in questo: la concentrazione di un numero enorme di animali che, come in una catena di montaggio, vengono fatti riprodurre ciclicamente e infine macellati per finire sugli scaffali di milioni di supermercati di tutto il mondo. 

La possibilità di allevare centinaia — in molti casi migliaia — di individui in poco spazio ha stravolto il modo in cui fino a un secolo fa si allevavano gli animali, dando vita a uno dei settori più redditizi ma anche distruttivi. Attualmente si stima che gli animali macellati per il consumo umano siano 770 miliardi, di cui un quarto allevati dagli esseri umani, il resto sono pesci pescati in mare. Tra gli animali allevati, la maggior parte sono pesci provenienti dall’acquacoltura, seguiti dagli avicoli — polli e galline soprattutto — e dai mammiferi — mucche, maiali, pecore, conigli…. 

 

Questa quantità esorbitante di animali, pari a 100 volte l’attuale popolazione umana, ha bisogno di avere a disposizione quantità altrettanto esorbitanti di mangimi, ma anche medicinali. Senza contare che gli animali produrranno a loro volta molto letame e quindi ammoniaca e altri gas inquinanti. Questi animali non sarebbero in vita se non fosse per l’allevamento intensivo che si basa su continui cicli di inseminazione artificiale degli esemplari femmina, perciò smettendo di farli nascere in maniera forzata, potremmo evitare l’impatto ambientale legato al loro allevamento, nonché la loro sofferenza. 

3. Quali sono le conseguenze degli allevamenti intensivi sull’ambiente?

 

Oltre a emettere ingenti quantità di gas serra, come abbiamo visto, l’allevamento intensivo è legato ad esempio alla distruzione delle foreste come quella Amazzonica, che comporta la distruzione degli habitat di molte specie selvatiche e del furto della terra delle popolazioni indigene. Si stima che tra il 2016 e il 2020, la domanda di terreni in Amazzonia, nel sud-est asiatico e in Africa centrale da destinare alla produzione di soia, carne bovina e altri prodotti abbia contribuito alla perdita di circa 23 milioni di ettari di foreste tropicali: un’area grande quasi quanto tutto il Regno Unito.

L’uso diffuso di farmaci è un altro fattore che comporta problemi ambientali: la contaminazione delle acque e dei terreni con questi residui rappresenta una minaccia sia per l’ambiente che per la salute umana. Un ulteriore elemento da considerare è il consumo di acqua, una risorsa fondamentale e sempre più scarsa. Qualsiasi prodotto di origine animale ha un’impronta idrica più elevata dei prodotti vegetali. 

Infine, le deiezioni: gli animali allevati intensivamente producono elevate quantità di deiezioni altamente inquinanti, ricche di azoto, fosforo e potassio. Questi rifiuti, quando vengono dispersi nei terreni circostanti o smaltiti illegalmente, possono rappresentare un problema sanitario e inquinare il suolo e le fonti idriche. 

Secondo un report di Terra! Onlus, soltanto gli allevamenti di suini italiani producono oltre 11,5 milioni di tonnellate di feci all’anno, una quantità pari al peso di 23 mila treni Frecciarossa. È come se in Italia dovessimo smaltire gli scarti giornalieri di 25,5 milioni di persone in più: approssimativamente la popolazione di Lombardia, Sicilia, Emilia Romagna e Campania messe insieme.

Prova un’alimentazione sostenibile

L’alimentazione vegetale è più sostenibile di quella che comprende prodotti animali perché richiede meno energia, risorse idriche e consumo di suolo. Oltre a questo, ha il vantaggio fondamentale di evitare la sofferenza degli animali “da reddito”: mucche, maiali, polli, galline, conigli, pesci. Tutti animali senzienti che potrebbero vivere una vita fuori dalle gabbie e da un sistema di sfruttamento. Nonostante i benefici evidenti, su questo tipo di alimentazione esistono ancora troppi pregiudizi: un’alimentazione veg ben bilanciata è adatta a tutte le fasi della vita. Ascolta il nostro podcast IoScelgoVeg per scoprire come intraprendere questa scelta. Non te ne pentirai!

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lunedì 11 aprile 2022

Cosa ho visto lavorando sotto copertura in allevamenti e macelli

 

Come funziona il lavoro in macelli e allevamenti sotto falsa identità, per documentare senza filtri ciò che accade.


Quando si parla di lavoro sotto copertura le prime cose che vengono in mente sono i film di spionaggio e le indagini della polizia. Quello che fanno gli investigatori di Essere Animali è un lavoro per certi versi simile: si infiltrano in macelli e allevamenti sotto falsa identità, a volte anche per mesi, cercando di raccogliere immagini e documenti che testimonino quello che si nasconde in questi luoghi, quando chi ci lavora pensa di non essere visto.

Esistono due modi per condurre un’indagine sotto copertura: si ottiene il permesso di assistere alle fasi di lavorazione con un pretesto credibile, oppure ci si infiltra come lavoratore dipendente. Quest’ultima è la modalità più completa, perché permette di documentare senza filtri ciò che accade realmente tra lavoratori e animali. Abbiamo chiesto a quattro investigatori di parlarci delle difficoltà di questo mestiere.

Davide*, 30 anni
Fingendosi un operatore del settore, ha fatto il giro in alcuni macelli ovini sardi.

VICE: Questa è stata la tua prima indagine sotto copertura… Come ti sei preparato?
Davide: 
Ho fatto un training tecnico in cui abbiamo analizzato vecchi case study, abbiamo fatto un elenco di tutte le cose che sarebbero potute capitare e soprattutto ho passato in rassegna spezzoni di video di altre indagini per prepararmi a quello che avrei visto. Lo shock per ciò che vedi però c’è sempre, infatti prima, durante e dopo l’indagine ho avuto sostegno psicologico e questo è stato fondamentale.

 

Hai mai avuto paura di essere scoperto? 
Quella paura c’è sempre, ma ho imparato dai miei errori. Ero in uno dei macelli in Sardegna e usavo degli occhiali con telecamera incorporata che però avevano le aste un po’ più spesse di quelli normali. Stavo filmando le uccisioni degli agnellini, quando vedo arrivare il veterinario del macello.

Appena l’ho visto ho pensato: questo mi in*ula, sai quando vedi che uno è sveglio? Noto che mi squadra e inizia a confabulare con la direttrice. Poco dopo lei mi chiama nel suo ufficio e mi chiede i documenti. Io le do la patente ma faccio una scenata, difendendomi, poi prendo gli occhiali e me ne vado. Quando salgo in macchina mi rendo conto di non avere più con me la patente. Torno a recuperarla, ma lei me la restituisce solo in cambio degli occhiali. Io glieli lascio perché tanto avevo ripreso tutto anche con un’altra telecamera nascosta. Non sono mica scemo!

Qual è la cosa peggiore che può capitarti quando lavori sotto copertura?
Penso che la cosa peggiore sia non aver filmato bene: tornare a casa dopo il tuo turno, stanco morto perché non dormi da due giorni, teso per tutto lo schifo che hai visto, riguardare le immagini e renderti conto che tutto il tuo lavoro e la sofferenza di quegli animali sono stati inutili.

 

Marco*, 28 anni
Ha lavorato per alcuni mesi come lavoratore infiltrato in diversi allevamenti di maiali, tra cui un allevamento di Senigallia oggi chiuso dopo una battaglia legale dell’associazione.

VICE: Hai iniziato a 22 anni a fare investigazioni, cosa ti ha spinto a fare questo lavoro?
Marco: 
Le immagini ingannevoli delle pubblicità. Una sera stavo guardando video su YouTube e mi sono capitate le investigazioni di alcune associazioni animaliste, non ne sapevo niente. Sono diventato vegano e ho preso contatto con Essere Animali. Volevo rendermi utile alla causa e mostrare a tutti cosa si nasconde dietro la produzione industriale di cibo.

 

Hai fatto tante investigazioni, qual è il ricordo più brutto?
Un sabato c’era da uccidere una scrofa perché era malata e non era più in grado di partorire, ma mancava il responsabile che in genere finiva gli animali, con il fucile.

Un collega allora decide di ucciderla con quello che c’era: una mazza. Mentre lui la prendeva a mazzate sulla testa, lei urlava e ci guardava, guardava me e guardava lui. C’ha messo mezz’ora prima di morire. Il collega mi diceva che non ero obbligato a restare, ma ero lì per documentare e sono rimasto, altrimenti non sarebbe servito a niente. E infatti poi grazie a quelle immagini l’allevamento ha chiuso.

Ti sei mai pentito di qualcosa che hai fatto durante il tuo lavoro?
Forse c’è una cosa di cui mi pento di più, ma lo posso dire ora col senno di poi. In un allevamento, ero arrivato da nemmeno sei giorni, mi hanno messo a castrare un suinetto con un bisturi, senza preparazione. Sul momento non ho potuto tirarmi indietro. Non avevo mai fatto questa cosa, anche perché in teoria dovrebbe farlo una persona specializzata, ma nei posti dove ho lavorato sotto copertura l’ho sempre visto fare da chiunque. Sudavo freddo e quei due minuti mi sono sembrati ore: le sue urla erano penetranti nonostante le cuffie anti-suono. Nei giorni seguenti, di nascosto, andavo a vedere come stava, provavo a dargli da mangiare perché aveva iniziato a star male. Dopo poco è morto. Ho sofferto molto per questo piccolo, l’ho anche sognato qualche volta. Insomma, è uno dei ricordi più difficili quando emerge. 

 

Ambra*, 36 anni
Lavoratrice infiltrata sotto copertura 
in un incubatoio industriale di pulcini destinati a diventare carne. 

VICE: Qual è la cosa più brutta che hai visto?
Ambra: La cosa più brutta sono i giorni che scorrono, la sofferenza continua e costante che vedi, non gli episodi singoli forti. Non dimenticherò mai gli odori, il rumore assordante della fabbrica, la sofferenza dei pulcini che sono nati da nemmeno un giorno e che se malati o feriti vengono tritati vivi all’istante. Ho dovuto toccarli, lanciarli, trattarli come merce, fingendo che non me ne fregasse nulla.

 

Com’è stato lavorare nell’incubatoio?
Per molti questo lavoro è l’ultima spiaggia, ho incontrato anche persone molto gentili con me e che mi dicevano: “tu che sei italiana, che cosa ci fai qui?”. Eravamo quasi tutte donne e lavoravamo anche più di dieci ore al giorno.

Eravamo sottoposte a forti pressioni: non ci si poteva staccare dalla linea, non bisognava rimanere indietro. I rulli erano strabordanti di pulcini, alcuni cadevano fuori, altri rimanevano bloccati e morivano asfissiati. In un minuto manipolavo e vaccinavo circa un centinaio di pulcini. “Questa non è una pasticceria,” o “non coccoliamo i pulcini come si vede in tv” mi è stato detto il primo giorno di lavoro da una collega, ed era vero.

VICE: Cosa ti ha spinto a fare indagini sotto copertura? 


Andrea: 
Sono un attivista nel movimento per i diritti degli animali da 20 anni. Ho preso parte a presidi, manifestazioni e a un certo punto, ispirato da quello che succedeva all’estero, ho deciso di mappare gli allevamenti intensivi più vicini a casa mia ed entrarci. Il passo successivo è stato farlo attraverso un’associazione. Sono stato uno dei primi in Italia ad aver fatto queste cose.

 

Raccontami un episodio che ti ha particolarmente segnato... 
Quando ero in Grecia ho visto delle gabbie con dentro pesci che erano lì da sei anni: è questo il tempo che serve perché arrivino a pesare 2 kg, ma è un tempo lunghissimo se pensi che stanno in reti anguste e sporche, si nuotano addosso e nel frattempo mangiano crocchette che assomigliano a quelle dei gatti. Se vuoi vedere quanti sono gli allevamenti di pesce in mare aperto basta che vai su Google Maps, sotto Īgoumenítsa vicino al confine con l’Albania, c’è un pezzo di costa di 20 km piena di gabbie e la maggior parte di quel pesce viene esportato in Italia...

 

C’è stato un momento durante questa indagine in cui hai avuto paura di essere scoperto?
Rispetto ad altri allevamenti, in quelli di pesci c’è meno sospetto da parte dei proprietari. Questo per diversi motivi, prima di tutto perché nessuno si pone il problema della sofferenza di un pesce e non ci fa impressione vederli macellare. Un altro motivo è che le indagini negli allevamenti ittici europei sono molto più rare, quindi nessuno, dai responsabili ai lavoratori, immaginano che qualcuno li stia filmando.

I nomi sono stati cambiati per tutelare la privacy degli investigatori.

 

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