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mercoledì 12 agosto 2026

Il razzismo inizia dal linguaggio: perché non usare il termine ‘maranza’ - Marco Aime

 

La discriminazione, fino al razzismo, inizia dal linguaggio. Dare un nome, significa collocare il soggetto in una certa casella del nostro ordine mentale. La parola “negro”, per esempio, da semplice aggettivo in lingua spagnola per definire un colore, è diventato via via un epiteto dispregiativo, al punto di diventare un’offesa. Lo stesso potremmo di re a proposito di “terrone” o “cafone”, entrambi epiteti nati per definire i contadini e poi divenuti rispettivamente sinonimo di meridionale e di maleducato.

Le lingue si evolvono continuamente e si arricchiscono di neologismi, che a volte impoveriscono chi li usa, per il modo in cui li usa. Che tali epiteti vengano usati nel parlare comune è già un cattivo segno, “chi parla male, pensa male” diceva Nanni Moretti, che ad adottarli sia un governo, non è solo un pessimo segnale, è piuttosto un pericolo. È il caso di “maranza”, termine che nasce molto probabilmente dalla crasi di “marocchino” e “zanza” (quest’ultimo in dialetto milanese significa “borseggiatore”) usato per indicare quei giovani che spesso ostentano atteggiamenti spavaldi e ineducati, che adottano un gergo triviale e un codice di abbigliamento comune, fatto di abiti che ostentano griffe note, ma spesso contraffatte.

Il fatto che siano divenuti oggetto di un progetto di legge contro di loro, lascerebbe pensare a un fenomeno nuovo, ma in realtà già nel 1989 Jovanotti, ne Il capo della banda, cantava: “Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente/ Di matti di maranza e di malati di mente/Fissati con le moto e coi vestiti americani/Facciamo tutto ora o al massimo domani”.

Molti di questi ragazzi (ma non tutti) sono figli di immigrati di origine nordafricana e questo ha contribuito a renderli oggetto prediletto della destra, sempre pronta ad accusare gli stranieri per reati commessi, così come a difendere o a far finta di niente se a delinquere è uno dei nostri. Così lo stesso governo che con una mano celebra le gesta eroiche di un orefice, che ha ucciso due persone, esattamente come fece nell’immediato del caso del poliziotto di Rogoredo, dall’altro promulga una legge anti-maranza.

Già il fatto di chiamarla con questo epiteto è indice di razzismo: è come se facessimo una legge anti-negri, anti-musulmani, anti-gay. Le leggi regolano la vita degli individui, i loro atti, non la loro appartenenza e abbiamo già molte leggi che condannano gli atti di violenza e di criminalità: applichiamole, ma non facendo differenza sulla base del gruppo di cui si fa parte. Chiamando una legge “anti-maranza” si razzializza, li si classifica, per poi giudicarli partendo già da un pregiudizio. I cosiddetti maranza non sono un’associazione a delinquere organizzata, non sono la mafia, semmai una galassia di atteggiamenti e pensieri che possono piacere o meno, ma diventano colpevoli solo nel momento in cui uno di loro compie un reato e in quel caso si applichino le leggi vigenti.

L’ossessione securitaria di questo governo, che più di una volta ha mostrato un volto razzista, viene ulteriormente accentuata in campagna elettorale, nella speranza di ottenere qualche voto in più. La sicurezza non si costruisce con leggi contro qualcuno, ma contro un determinato comportamento e con la prevenzione. Una legge di questo tipo prevede pene diverse se a commettere lo stesso reato è un “maranza” o un “non maranza”? Se la risposta è sì è una legge razzista, se la risposta è no, è una legge inutile.

da qui

giovedì 16 luglio 2026

Belfast città aperta

In seguito a un’aggressione avvenuta nella zona Nord di Belfast, un’ondata di violenze razziste ha minacciato le vite di numerose persone appartenenti a minoranze etniche, costringendole ad abbandonare le loro case date in fiamme. Si tratta dell’ennesimo episodio di un fenomeno che negli ultimi dieci anni ha spesso assunto caratteri di massa nel Regno Unito. Ma non è tutto, questa volta ci sono di mezzo pure Elon Musk e la difficile convivenza tra lealisti e nazionalisti.

Belfast, 8 giugno 2026

Partiamo dall’antefatto: alle 22.30 circa di lunedì 8 giugno, in una strada nella zona Nord di Belfast, ha luogo un’efferata aggressione ai danni di un 44enne nord-irlandese, operatore sanitario del National Health Service, di nome Stephen Ogilvie, il quale risulta aver perso l’occhio sinistro e attualmente giace in coma farmacologico a causa delle ripetute coltellate subite al volto e in altre parti del corpo. Ad infliggerle è stato Hadi Alodid, un ragazzo di dieci anni più giovane, giunto in Irlanda del Nord nel 2023, dopo essere fuggito dal Sudan a causa della guerra civile ancora in corso, e da allora in attesa di vedersi convalidare la richiesta di asilo politico. Sulla scena accorrono alcuni passanti, uno dei quali riesce a fermare l’aggressore con l’ausilio di una mazza da hurling. Posto in custodia cautelare, Alodid rifiuta l’assistenza legale. Nel frattempo, il quotidiano Telegraph di Belfast rende che la vittima nel 2001 era già stata oggetto di un tentativo di omicidio particolarmente truculento mentre viveva in Scozia. L’autore in quel caso è un ventenne affiliato a una banda di spaccio, i cui membri hanno poi rivelato di avere legami stretti con l’UVF di Belfast1.

Attirata dalle grida, una residente della zona riprende con il proprio telefono la scena dell’aggressione dalla finestra di casa. Nel giro di pochi minuti – quasi in tempo reale – il video si diffonde a macchia d’olio, facendo il giro dei canali Telegram e WhatsApp locali, fino a raggiungere i feed delle principali piattaforme social di tutto il mondo, diventando in breve tempo virale. Con esso anche la notizia (falsa) della morte dell’aggredito e le origini straniere dell’aggressore. Il tam tam mediatico produce in breve tempo la chiamata a partecipare a una manifestazione di protesta prevista per le 19 del giorno seguente nei pressi della strada in cui è avvenuto l’attacco, con il caloroso invito a chiudere tutti gli esercizi commerciali non oltre le 17.30. 

L’appuntamento è a due passi da Kinnaird Avenue, zona residenziale limitrofa alla più affollata Antrim Road nel Nord di Belfast. Da qui alcune centinaia di persone appartenenti ai quartieri lealisti cominciano a marciare in direzione degli isolati maggiormente popolati da immigrati, in quella che in breve tempo diventa una vera e propria «caccia allo straniero» con tanto di negozi saccheggiati e case date alle fiamme. Le scorribande si espandono fino alle zone Ovest ed Est di Belfast e molte persone sono costrette ad abbandonare le proprie case. 

Da subito le scene rievocano quelle dei pogrom del 1969, quando tra il 12 e il 16 agosto gruppi paramilitari lealisti coadiuvati dai B-Specials, ausiliari della polizia esclusivamente di fede protestante, presero d’assalto le abitazioni dei nazionalisti cattolici di Belfast, secondo una pratica già sporadicamente portata avanti in tutto il secolo precedente. La diffusa violenza settaria dei lealisti creò le condizioni per la fondazione della Provisional IRA, inaugurando di fatto i seguenti 30 anni di Troubles nord-irlandesi. 

Ma tornando ai giorni nostri, dopo una prima notte di terrore, i disordini proseguono anche per tutto il giorno seguente, con un’intensità persino maggiore. Tuttavia, l’assalto a un hotel destinato alle persone in attesa di asilo politico è reso vano dal trasferimento preventivo delle persone che vi soggiornavano. Le proteste continuano attorno a obiettivi in qualche modo riconducibili a persone immigrate, o quando non possibile, contro la polizia che, a differenza del giorno precedente, reprime i manifestanti con gli idranti. Episodi di aggressioni razziste si registrano anche a Glasgow, Liverpool e in altre città dell’Irlanda del Nord. 

Belfast si trova dunque a fare nuovamente i conti con un’esplosione di violenza che mette i suoi abitanti gli uni contro gli altri, creando una profonda frattura all’interno dei quartieri popolari. Questa volta però a fare da miccia non è la contrapposizione repubblicani/nazionalisti vs. unionisti/lealisti, bensì un episodio di cronaca che fa da acceleratore di contraddizioni latenti ormai da qualche anno.

Benzina sul fuoco

A gettarsi a capofitto su quella che si è poi rivelata essere una vera e propria «chiamata alle armi», e ad amplificarla attraverso i loro seguitissimi canali social, sono due personaggi sulla carta molto diversi, ma sempre più vicini grazie a una «coalizione» transnazionale che affonda le radici in una comune propaganda nazionalista2 e anti-migranti: Stephen Christopher Yaxley-Lennon – nato a Luton, non lontano da Londra, nel 1982 e meglio noto come Tommy Robinson – da una parte; Elon Musk – imprenditore statunitense nato in Sud Africa nel 1971 – dall’altra. Sull’intreccio tra questi due personaggi vale la pena spendere alcune parole, per poter tentare un’interpretazione dei recenti fatti di Belfast che tenga conto del contesto più ampio dentro i quali si inseriscono, e di come questo si intersechi – talvolta in maniera poco intuitiva – con la situazione più strettamente locale.

Seppur attivo dal 2009, anno in cui fonda l’organizzazione anti-islamica EDL (English Defence League), è solo negli ultimi cinque anni che Tommy Robinson è salito alla ribalta, soprattutto per via di una spietata propaganda anti-mussulmana, combinata a un uso mistificatorio dei social network e a una postura militante che lo ha portato più volte nelle aule dei tribunali e grazie alla quale ha saputo conquistarsi una reputazione di «duro e puro» tra i suoi seguaci. Sulle cronache internazionali, il suo nome spicca con prepotenza soprattutto a partire dagli eventi successivi al fatto di cronaca avvenuto il 29 luglio 2024 nella cittadina di Southport, quando tre bambine persero la vita in seguito all’accoltellamento da parte di un diciannovenne. In quell’occasione Robinson fu il primo – seguito a stretto giro dal leader di Reform UK, Neil Farage – a diffondere false dichiarazioni sull’identità, la nazionalità, la religione e lo status di immigrazione dell’ancora sospettato assalitore, nonché a fomentare le manifestazioni razziste dei giorni seguenti. Non è un caso che, la sera seguente al delitto, poco prima di prendere d’assalto la Moschea di Southport, dando così inizio a sei giorni di aggressioni, minacce, incendi e saccheggi a sfondo razzista in oltre cinquanta città dell’Inghilterra, Scozia e Irlanda del Nord, le centinaia di manifestanti presenti abbiano acclamato il suo nome in coro. 

Incoraggiato dall’attenzione mediatica crescente e dal proliferare dei seguaci, il 13 settembre 2025 Robinson lancia una manifestazione nella capitale, chiamata Unite the Kingdom. Alle già citate parole d’ordine di odio e di intolleranza verso i mussulmani e gli immigrati in generale, l’iniziativa dà spazio alla retorica del free of speech, come rimasticata recentemente negli ambienti che amano definirsi «anti-woke» e che in essi ha assunto una particolare rilevanza a partire dall’assassinio di Charlie Kirk avvenuto lo scorso 10 settembre, appena tre giorni prima della manifestazione organizzata da Robinson. Superando di gran lunga le aspettative, la «marcia su Londra» raduna attorno alle 150mila persone accorse in massa brandendo la Union Jack dagli angoli più remoti del Regno. Tra gli ospiti c’è anche Éric Zemmour, politico francese di estrema destra, posizionatosi quarto al primo turno delle elezioni presidenziali francesi del 2022, il quale sfrutta l’occasione per esporre al pubblico britannico l’idea surreale di una presunta «colonizzazione in corso da parte delle ex-colonie» a danno di Gran Bretagna e Francia. 

L’intervento di apertura di Robinson si concentra invece sulla necessità di impegnarsi politicamente a livello locale in un momento definito «cruciale per la nostra generazione». Nonostante i proclami altisonanti e i «buoni propositi» di istruire politicamente il pubblico (se così si può dire) attraverso la vendita dei suoi libri lungo il percorso del corteo (Manifesto: Free Speech, Real Democracy, Peaceful Disobedience e Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for Islam), per la maggior parte dei partecipanti il raduno sembra non aver prodotto più di un confuso, seppur baldanzoso, afflato nazionalista, come dimostrano i numeri più che dimezzati dell’analoga manifestazione chiamata dallo stesso Robinson a maggio di quest’anno, a cui hanno partecipato soltanto 60mila persone. In entrambe le occasioni, la vocazione anti-islamica è sottolineata dal vilipendio delle bandiere dei Fratelli Mussulmani, dello Stato Islamico e della Palestina. Ma sarebbe un errore liquidare la propaganda di odio anti-mussulmani di Robinson a grossolana intolleranza; si tratta invece di uno dei tratti più caratteristici per chi guarda alla sua ascesa con strategico interesse. Non a caso, a metà ottobre dell’anno scorso, Robinson ha viaggiato in Israele su invito del Ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, recandosi in visita al confine con Gaza e in vari insediamenti. Una visita ufficiale culminata con un comizio tenuto al porto di Tel Aviv, in cui si è scagliato contro il governo britannico per aver riconosciuto uno Stato palestinese, entrando così a pieno titolo nel novero di quei personaggi che, sguinzagliati dall’internazionale sionista, hanno il compito di diffamare e punire gli stati non allineati alle politiche trumpiane e israeliane, come la Spagna, l’Irlanda e la stessa Gran Bretagna. 

Ma tornando alla manifestazione dello scorso settembre, il rilancio complessivo è per quella che Robinson non esita a definire la «Battle of Britain», che diversamente da quanto potrebbe far credere la metafora bellicista, altro non sono che le elezioni del 2029, in vista delle quali il leader della piazza dà un’indicazione di voto molto generica, ovvero onnicomprensiva dei principali partiti della destra presenti oggi in Gran Bretagna: da Reform UK di Nigel Farage ad Advance, da Restore di Rupert Lowe – che dopo l’aggressione di Belfast non ha esitato a definire gli immigrati «animali selvaggi del terzo mondo» e a invocare la reintroduzione della pena di morte – fino al più moderato partito dei Conservatori. Robinson, probabilmente consapevole tanto delle sue doti comunicative quanto dei suoi limiti politici, per ora non sembra intenzionato a una discesa in campo istituzionale, bensì appare più orientato a delegare ai partiti già esistenti la patata bollente di passare dalle parole ai fatti, limitandosi ad agire a un livello di agitazione in una zona grigia tra influencing e militantismo. 

D’altronde il vero sodalizio è oltreoceano, con l’uomo «senza il quale tutto ciò non sarebbe stato possibile» come dichiarato dallo stesso Robinson; si tratta per l’appunto del già citato Elon Musk, la cui presa di parola in diretta video ha rappresentato il momento culminante della grande manifestazione. Dopo aver aizzato la folla a «combattere il virus woke», Musk ha spronato i britannici a «non aspettare altri quattro anni prima delle prossime elezioni, ma a fare qualcosa per dissolvere il parlamento e andare a votare subito», rivolgendosi poi ai partecipanti più moderati, «che solitamente non si occupano di politica», a farlo, perché «anche se non scelgono la violenza, la violenza verrà da loro. La scelta è combattere o morire». Parole di un certo peso che vanno ad aggiungersi a quelle postate più recentemente su X, secondo le quali «gli inglesi moriranno se non supportano Mr. Robinson». Tesi supportata da una grottesca similitudine tolkeniana per cui «gli abitanti delle cittadine della provincia britannica sono come gli Hobbit che necessitano di uomini forti di Gondor per difendersi dall’immigrazione di massa». D’altronde, l’endorsement di Musk a favore di Tommy Robinson subentra all’appoggio riservato in precedenza a Nigel Farage – dal quale si è recentemente dissociato perché ritenuto «troppo poco di destra» – e si aggiunge a quello mostrato per Ben Habib, fondatore di Advance UK in seguito alla fuoriuscita dal partito dello stesso Farage.

Per comprendere a fondo le ragioni dell’investimento politico di Musk sulla Gran Bretagna servirebbe un’analisi approfondita che ci riserviamo per il futuro; ciò che però, già a una prima occhiata risulta chiaro, è che i padroni delle BigTech hanno puntato il dito verso l’Europa, dove la pur minima regolamentazione dei social media rappresenta ancora un ostacolo per la loro crescita. Se infatti negli Stati Uniti la strada verso una totale deregolamentazione in materia è in discesa grazie all’amministrazione Trump, in Europa le mire di Zuckerberg e Musk devono fare i conti con alcune politiche di moderazione dei contenuti – per esempio su argomenti come razza e genere – che, al di là di prese di posizione anti-woke, rappresentano un freno all’attività essenziale di profilazione degli utenti che, nelle mire di chi accumula dati, non può avere limiti. Se dunque l’accumulazione delle materie prime (perché questo sono i dati generati dalle nostre interazioni social) è minacciata da limitazioni in ambito legislativo, coloro che a partire da quelle materie prime alimentano il proprio capitale, non possono che scendere nel campo del politico per tentare di invertire la tendenza con i tutti i mezzi a loro disposizione. E se lo Stato su cui si deve fare pressione è anche un cliente dei propri prodotti è tutto più facile. Perché è proprio questa la posizione del Regno Unito nei confronti di Elon Musk, dal momento che il 2 giugno scorso ha ufficialmente adottato la rete satellitare militarizzata Starshield di SpaceX, diventando così uno dei primi Paesi al di fuori degli Stati Uniti a utilizzare la variante di Starlink destinata alle esigenze governative. Tutto ciò, mentre il governo guidato dal laburista Keir Starmer – il quale è riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di condannare le violenze degli ultimi giorni senza mai pronunciare la parola «razzismo» – denuncia le interferenze di Musk, definendole irresponsabili, stando ben attento a non oltrepassare mai il livello dell’indignazione oltre il quale la questione porrebbe – come appena detto – alcune contraddizioni non da poco. Perché – per tornare ai fatti dell’ultima settimana – a monopolizzare il dibattito politico e le analisi sulle testate giornalistiche britanniche, è la tesi secondo cui Musk avrebbe pilotato l’algoritmo di X con l’intento di facilitare la diffusione degli appuntamenti che hanno portato alle manifestazioni violente successivamente verificatesi sul territorio britannico. Tesi per nulla lontana dalla realtà, ma del tutto mistificatrice nell’essere presentata come spiegazione esaustiva di una situazione ben più sfaccettata, sia per quanto riguarda l’interferenza di Musk, sia in relazione all’acuirsi del fenomeno razzista in tutto il Regno Unito.

(Not so) Alternative Ulster

Ed è proprio per comprendere a una diversa profondità quanto si muove nella società britannica che riprendiamo il filo dei recenti fatti verificatisi nell’Irlanda del Nord tentando di guardarli da un’angolazione diversa da quella promossa dal dibattito pubblico istituzionale. A partire dal dato apparentemente paradossale dell’ultimo censimento pubblicato nel 2021 secondo il quale il 97% della popolazione dell’Irlanda del Nord sarebbe di etnia bianca, e dal numero impressionante di incidenti (2.367) e crimini (1.507) a sfondo razzista, registrati solo tra gennaio e marzo di quest’anno (a fronte di soli 71 a carattere settario). I numeri parlano anche di flussi migratori in crescita a partire dal periodo della pandemia. Ma è solo quando questi numeri vengono affiancati a una disamina delle politiche sociali e del retroterra storico della città che possono assumere un significato.

Uno spunto su dove cominciare giunge da un dettaglio apparentemente secondario citato dalla reporter Hannah Al-Othman nel podcast realizzato per The Guardian a proposito dei pogrom di martedì scorso, in seguito ai quali 27 persone hanno dovuto abbandonare la propria casa: mentre le fiamme divampano dentro le abitazioni, il bagliore illumina la frase local homes to local people scritta a bomboletta su un muro a pochi passi da Kinnaird Road, la strada in cui martedì scorso ha avuto luogo l’aggressione che ha fatto da miccia per le successive violenze. 

Costruita a partire dal 2010, quasi vent’anni dopo la fine dei Troubles, Kinnaird Road, si trova in una fascia di territorio saldamente repubblicano che collega i quartieri di New Lodge e Ardoyne, roccaforti del partito Sinn Féin. Tuttavia, a soli 400 metri di distanza, protetta da muri e recinzioni dalle sembianze di un parco urbano, si trova il «confine» con la zona lealista dell’Ulster, Shankill, quartiere di appartenenza della famigerata banda paramilitare lealista dei Shankill Butchers attiva a partire dagli anni Settanta e oggi disciolta, nota per i suoi rastrellamenti notturni a caccia di cattolici da torturare e uccidere. Nelle vicinanze, a soli venti minuti a piedi dai moderni edifici del centro città, spicca l’ex-caserma di Girdwood, occupata dall’esercito britannico fino al 2005. Una volta dismessa, secondo il progetto originario, la caserma avrebbe dovuto fornire alloggi popolari e strutture ricreative comuni, fungendo da ponte tra la zona lealista di Greater Shankill e quella repubblicana di New Lodge, nell’ottica di superare la balcanizzazione di Belfast Nord. Nonostante ciò, il progetto non è mai andato oltre la realizzazione di 60 case, meno di un terzo di quelle preventivate, anche a causa dell’ostruzionismo del DUP (Partito Unionista Democratico), all’epoca ancora egemonico nella zona: il numero nettamente superiore di nazionalisti registrati nelle liste di attesa per una casa popolare rappresentava infatti per il DUP una minaccia concreta di perdere il seggio elettorale e il controllo sul quartiere. Il risultato è che i problemi derivanti dal sovraffollamento dei quartieri nazionalisti e dal più recente degrado di quelli lealisti non sono mai stati risolti. Le case effettivamente costruite nella zona limitrofa a Kinnaird Road sono oggi abitate dai nazionalisti, ma ancora lo scorso maggio, quando alcune famiglie si sono trasferite sul lato di Shankill del «muro della pace», sono state subito attaccate e allontanate dai lealisti. Nonostante la condanna unanime da parte del governo di coalizione tra DUP e Sinn Féin, il settarismo rimane latente nelle periferie popolari di Belfast. Una tensione tenuta a bada non tanto dalle politiche di «pacificazione», quanto dalla riconversione di certe enclave lealiste in attività di criminalità organizzata, più o meno tollerate dalle autorità in virtù dell’astensione da atti di settarismo apertamente violenti. Rispetto all’emergenza abitativa, la situazione non migliora se si guarda all’Irlanda del Nord nella sua interezza: nel marzo 2025, le persone ufficialmente in attesa di una casa popolare erano 89mila, in progressivo aumento rispetto agli ultimi cinque anni. Parte di questo incremento è dovuto anche al fatto che, a differenza della classe popolare nazionalista che da sempre deve far fronte a condizioni di vita complesse, quella unionista, tradizionalmente più privilegiata, ha subito un processo di impoverimento relativo significativo solo negli ultimi anni. Questa differenza di traiettoria fornisce un elemento per comprendere perché oggi il proletariato unionista sia più sensibile al richiamo delle politiche razziste rispetto a quello nazionalista. Oltre a ciò, per quanto l’annosa questione tra unionisti e repubblicani non sia riconducibile a un conflitto di carattere meramente religioso, che la propaganda apertamente anti-mussulmana di Tommy Robinson e compagnia bella possa fare breccia nella tradizione settaria lealista, non stupisce più di tanto. Ma la nuova convergenza tra estrema destra inglese e unionisti si basa anche su un fatto molto materiale: in seguito alla Brexit, l’Irlanda del Nord ha intrecciato sempre di più la sua economia con quella dell’Irlanda, diminuendo gli scambi con il resto della Gran Bretagna, tanto che molti hanno ipotizzato che a lungo andare potrebbe essere questo dato a portare all’indipendenza. Ciò deriva principalmente dal fatto che il 27 gennaio 2020, qualche giorno prima del recesso del Regno Unito dall’UE, è stato siglato un accordo tra tutte le parti coinvolte che ha evitato l’istituzione di una frontiera fisica tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, in modo da consentire a quest’ultima di «rimanere nel territorio doganale del Regno Unito e, al tempo stesso, di beneficiare del mercato unico3». Si tratta dunque di una frontiera particolarmente porosa, sia da un punto di vista dei flussi commerciali, sia per quanto concerne l’ingresso dei migranti. Alla luce di ciò, il fatto che Adi Halodid, il richiedente asilo sudanese responsabile dell’aggressione, sia entrato in Irlanda del Nord dalla frontiera con l’Irlanda è un dettaglio più significativo di quanto possa sembrare per comprendere le ragioni della violenta reazione degli unionisti. Il loro interesse è evidentemente quello di far saltare questo stato delle cose, la crescente immigrazione è un ottimo tema per farlo saltare. Interesse coincidente con quello della destra britannica che potrebbe così portare a compimento il progetto della Brexit. 

È dunque in questa intersezione tra insufficienza di alloggi popolari, progressivo impoverimento e settarismo soffocato che si inserisce il recente fenomeno migratorio verso i quartieri proletari di Belfast e l’imperante narrazione anti-migranti. 

Molto meno intuitiva è la possibilità di una crescente intolleranza anche negli ambienti repubblicani. L’immagine dei quartieri repubblicani di Belfast dove le bandiere palestinesi sventolano per strade popolate da un gioioso melting pot di stampo internazionalista, rischia di diventare un cliché che non fa guardare in faccia la realtà di ciò che sembra iniziare a muoversi verso tutt’altre direzioni. Non è un mistero che soprattutto nel Sud dell’Irlanda l’estrema destra stia riuscendo a capitalizzare il malcontento legato alla crisi abitativa e alle scarsità di risorse pubbliche, direzionandolo verso posizioni razziste e anti-migranti, come i disordini di carattere razzista del novembre 2023 a Dublino avevano già fatto intuire. E di fronte a questa impennata di intolleranza, neanche il nazionalismo irlandese storicamente inclusivo è al sicuro; tanto più che da certe frange di Sinn Féin si comincia a sentire parlare della necessità di controllare i flussi migratori, di accelerare le domande d’asilo, e persino di rimpatriare chi non dovesse ottenere tale diritto. 

Ed è a questo punto che ciò che si muove in Irlanda del Nord ci parla più direttamente di ciò che si agita anche da noi, dove seppur da un punto di vista popolare le violenze a sfondo razziale ormai consuete in Gran Bretagna non sembrano dietro l’angolo, sul piano istituzionale il discorso e le politiche razziste avanzano anche più rapidamente (vedi Remigrazione), nuovi attori di estrema destra si affacciano sulla scena politica (vedi Vannacci), imprenditori delle BigTech preparano nuove alleanze sul nostro territorio (vedi Thiel). Ma in Italia, come in Irlanda del Nord, la partita contro il razzismo e le politiche di estrema destra non si gioca sul livello del discorso e dell’indignazione, quanto sulla volontà di sporcarsi le mani quotidianamente con le contraddizioni dei quartieri popolari e sulla capacità di costruire progetti di autonomia in grado di disinnescare l’antagonismo alimentato artificialmente dentro la classe, ovvero la più antica «tecnica di conservazione del potere da parte della classe capitalistica».


  1. L’organizzazione paramilitare unionista formatasi negli anni Sessanta e protagonista dei cosiddetti Troubles che videro contrapporsi violentemente lealisti e nazionalisti fino al cessate il fuoco del 1994 – nonostante la trasgressione di tale tregua sia stata piuttosto frequente negli anni seguenti.


  2. di un nazionalismo evidentemente ben diverso da quello dei repubblicani nord-irlandesi


  3. Michel Barnier, 27 gennaio 2020, Belfast

da qui

giovedì 25 giugno 2026

A proposito di nomi - Djarah Kan

 "Nelle nostre case popolari, sui citofoni, non abbiamo più Giuseppe, non abbiamo più Maria, non abbiamo più Francesco. Abbiamo Omar, abbiamo Mohammed, abbiamo Abdul. E questo, cari colleghi della sinistra, a noi di Futuro nazionale non va giù" ha detto ieri, l’onorevole Rossano Sasso di Futuro Nazionale.


Conosco personalmente almeno tre Mohammed con passaporto italiano.
Conosco anche un Abdul con passaporto italiano.
E di Omar poi...non ne parliamo proprio.
Omar è un nome proprio di persona italiano. Deriva dall'arabo ʿUmar (عُمَر), un nome molto antico della Penisola Arabica. Si è diffuso in Italia per via  del fascino esercitato dalla cultura orientale e grazie alla notorietà di figure storiche e popolari come Omar Khayyam, l'attore Omar Sharif e il calciatore Omar Sívori. Pur essendo rimasto relativamente raro, negli anni Settanta era molto comune nel Centro-Nord, soprattutto in Emilia-Romagna. 

Il nome Maria è la forma latina del greco biblico Μαρία (María), a sua volta mutuato dall'ebraico Miryam. Ma ancor prima della sua versione ebraica molti studiosi sono convinti che il nome Maria abbia avuto origine in Egitto.
"Mry" la sua versione egiziana, di fatto significa "amata". Ma andando ancora più indietro nel tempo si trovano tracce del nome Maria addirittura in Siria, ad Ugarit, una delle città più antiche del mondo.
Quindi prima di essere italiana, Maria è stata greca, egiziana, siriana, ebrea, ed ha attraversato l'Asia e l'Occidente, per poi fermarsi in Italia, nella sua forma latinizzata derivata dal greco biblico.

E l'italianissimo Giuseppe invece? Da dove verrà? Sarà anche lui il frutto di un'invasione straniera che per secoli ha silenziosamente colonizzato i gusti e le scelte di milioni di italiani nel mondo?
Beh. Anche qui non vorrei far sembrare l’onorevole Rossano Sasso un baccalà per nulla edotto su ciò che sostiene di identificare per certo come “nome italiano”. Ma proprio lui che di mestiere vorrebbe proteggere la cultura italiana dai maledetti figli di immigrati come me, dovrebbe scegliersi meglio i suoi esempi. Perchè neppure Giuseppe è spuntato dal suolo italico come un fiorellino autoctono nutrito solo ed esclusivamente da lacrime di patrioti coraggiosi, spaghetti al pomodoro, tricolore e sangue di antichi guerrieri romani. 
Giuseppe, prima di essere tirato in ballo durante quel patetico intervento poco degno di riecheggiare tra le mura della Camera dei Deputati, è stato un nome originatosi nell’Asia Occidentale. Yosef, Peppino, Giuseppe, è stato ebreo, poi greco (Iosepos) e infine latino (Ioseppos). E proprio da quest'ultima forma che deriva la versione italianizzata di Giuseppe.  

Francesco ha un'origine che indica addirittura l’appartenenza ad un altro popolo. Quello dei Franchi. Che non erano di certo italiani. Eppure oggi, il nome Francesco, che secoli fa indicava un popolo di barbari stranieri, è il più diffuso ed utilizzato in Italia. Un nome a tutti gli effetti “tipicamente italiano”.   

L’onorevole Rossano Sasso stesso, che vorrebbe distinguere nomi  italiani da stranieri, basandosi sui ciò che per sua ignoranza ritiene più o meno italico, ha un nome di origine persiana. Gli studiosi ritengono che il nome greco che ha dato origine a quello odierno, derivi da una forma persiana o iranica orientale ricostruita come *Raṷxšnā-, collegata alla radice iranica che significa “luminosa". Il che fa sorridere se penso a quanto poco “illuminato” sia un uomo che a 51 anni dice ancora stronzate ra/z*iste perchè senza torturare la dignità dei cittadini stranieri che vivono in questo Paese, non saprebbe come guadagnare quei 14.000 euro mensili che riesce a intascare  mentre finge di interessarsi di case popolari e italiani costretti a vivere sotto la soglia di povertà. 

Maria, Giuseppe, e Francesco sono nomi migranti. Non amo utilizzare la parola "migrante" a caso. Ma per i nomi italiani, non c'è parola più precisa. Perché questi nomi si muovono. Sono nomi vivi. Nomi nati da passaggi di bocche che non parlavano la stessa lingua ma che in modo o nell’altro, sono giunti al punto. 
 
Maria, Giuseppe e Francesco sono nomi che genitori africani, asiatici e di tutte le etnie oggi danno ai loro figli nati in Italia.
 
Maria è una ragazza con genitori cinesi che abita a Orta di Atella. Giuseppe è un ragazzo con genitori congolesi, nato e cresciuto a Cuneo. Francesco è nato a Terni da genitori pakistani. Mohammed ed Abdul quando vinceranno una medaglia d’oro alle Olimpiadi, per conto di questo Paese che a volte sa essere davvero ingrato e poco generoso nei confronti dei suoi figli, per una o due settimane diventeranno l’esempio più alto e valoroso di cittadinanza italiana.
 
Sulle nostre carte di identità ci sono già nomi che tengono insieme l’Italia e i nostri nomi tradizionali pieni di amore e benedizioni ancestrali. 
E se a quelli di Futuro Nazionale la cosa non va giù, poco ce ne fotte. Col tempo se ne faranno una ragione. Impareranno ad acculturarsi e  civilizzarsi anche loro. E magari, con un po’ di voglia in più di comprendere la cultura italiana senza ridicolizzarla con mezzi dialettici tanto miseri quanto imbarazzanti, impareranno a capire che Maria, Giuseppe e Francesco solo ad un certo punto, dopo un viaggio di secoli, prestiti, adattamenti e scambi culturali, sono diventati nomi italiani.
La vita è un viaggio inarrestabile. L’identità di un popolo come quella di ogni singolo individuo che compone il tutto, è un una forza dirompente che non si può contenere in un fragile barattolino di paure neofas*i*ste e abbiette riletture della nostra realtà. Realtà che pretende un'onestà intellettuale che un raz*ista senza alcuna conoscenza della ricchezza della propria cultura, non potrà mai incarnare.

Maria, Giuseppe, Francesco, Omar, Abdul e Mohammed per me sono nomi meravigliosi. Unici e indivisibili. Hanno continuato e continueranno a viaggiare, ad incontrare lingue, popoli e altre culture. Si adatteranno al presente. Sopravviveranno. E alla fine impareranno a guardare avanti, in attesa di cambiamenti. Persino i nomi "italici" che in teoria dovrebbero farci comprendere a colpo d'occhio chi merita una casa popolare e chi no, ci ricordano che italiani non si nasce, ma attraverso giri, passaggi, scontri e incredibili accidenti, lo si diventa. Chi vuole restare, chi si radica con volontà, nella quotidianità talvoltA difficile della vita di tutti i giorni, magari in una casa semplice, dove la priorità e andare avanti e garantirsi dignità e pace per sè o per la propria famiglia, è parte di questo Paese.
Vorrei sentire meno stronzate riecheggiare tra le pareti della Camera dei Deputati.
Perché qui c'è gente che lavora e tira a campare. Gente che aspetta che il Governo si tiri su le maniche per combattere contro la piaga del lavoro "povero" e degli stipendi da fame. La Camera dei Deputati ieri ha assunto l'aspetto di una discarica abusiva e abusante nei confronti di chi in questo Paese, ha la sola colpa di essere straniero e povero.

Ultimamente mi vergogno fin troppo spesso di condividere la cittadinanza con gente come Rossano Sasso.

Il Paese sprofonda nella povertà assoluta e i neo/asc*sti giocano con la rabbia e la disperazione di un popolo che in fondo disprezzano e che esiste solo per finanziare i loro stipendi. 

In una situazione così delicata, che esige un senso di responsabilità mai sperimentato prima in questo Paese, usare il razzismo per fare la sanguisuga attaccata alla giugulare della Lega, è imbarazzante.
Oltre che nauseabondo. 

La filippica sui citofoni, gli stranieri privilegiati e le case popolari, anche no. 
Proprio non ce la meritiamo.

domenica 24 agosto 2025

Danimarca, razzista e marcia, aveva ragione Marcellus

La Danimarca ci ricasca, bimba appena nata tolta alla mamma Inuit e data in affido dopo il test di “competenza genitoriale”: di cosa si tratta - Valerio Cattano

 

Ignorata la nuova legge entrata in vigore a maggio che riconosce la pratica come discriminatoria verso la minoranza, per le differenze linguistiche e culturali: quasi il 6% dei bambini groenlandesi viene tolto alle famiglie

 

La Danimarca all’inizio di quest’anno aveva promesso di non farlo più, ma ci è ricaduta, e la notizia ha meritato i titoli di apertura di siti internazionali. Una madre groenlandese, poco dopo la nascita della sua bambina, è stata sottoposta a un test di “competenza genitoriale”, nonostante una nuova legge ne vieti l’uso sulla popolazione Inuit. Nikoline Bronlund, 18 anni, giocatrice nella squadra di pallamano groenlandese, ha dato alla luce sua figlia, Aviaja-Luuna, l’11 agosto in un ospedale di Hvidovre, vicino a Copenaghen, dove vive con la sua famiglia. Un’ora dopo, il Comune di Høje-Taastrup ha dato in affidamento la bambina La mamma ha visto la neonata solo una volta.

La questione del test di “competenza genitoriale” forældrekompetenceundersøgelse – abbreviato FKU – è una vecchia battaglia degli attivisti che sostengono l’inefficacia di questa pratica, definita discriminante per i genitori appartenenti alla minoranza Inuit – circa 17.000 persone – perché non tiene conto delle diversità culturali, linguistiche e sociali. Essendo un test, si basa su una valutazione negativa, senza prove concrete di inadeguatezza da parte del genitore.

Secondo un rapporto del 2022 del Centro danese per la ricerca sulle scienze sociali, quasi il 6% dei bambini groenlandesi che sono nati in Danimarca è in affido rispetto a circa l’1% dei bambini danesi. Se da un lato nel dossier si sottolinea che “il numero di famiglie groenlandesi in Danimarca con gravi problemi sociali, come abusi e problemi finanziari è maggiore del numero di famiglie danesi nella stessa situazione”, dall’altra si riconosce che “il rapporto tra le famiglie groenlandesi e gli assistenti sociali danesi è spesso peggiorato dalle differenze linguistiche e culturali”.

Una vicenda analoga l’aveva raccontata il Times a novembre 2024, prendendo come esempio la vicenda di Keira Alexandra Kronvold; la donna non aveva superato la valutazione FKU già durante la gravidanza; già solo le espressioni facciali proprie della cultura Inuit mostrate dalla futura mamma alle sollecitazioni dei funzionari danesi, avevano spinto questi ultimi a ritenere che Kronvold avrebbe avuto difficoltà a crescere la figlia in linea con le “aspettative sociali e i codici necessari per muoversi nella società danese”.

Il sito boernetinget.dk spiega come funziona il test FKU durante il quale “professionisti valutano la capacità di un genitore di prendersi cura dei propri figli. Questo può includere aspetti fisici, emotivi e psicologici della genitorialità. L’obiettivo è garantire che i bambini crescano in un ambiente sicuro e solidale”. Ci sono tre passaggi fondamentali: “Conversazione iniziale tra i genitori e i professionisti, in cui vengono discusse le preoccupazioni e ai genitori viene data l’opportunità di esprimere il proprio punto di vista. Osservazione e analisi: i professionisti possono visitare la casa, osservare le interazioni tra genitori e figli e raccogliere informazioni da altre fonti, come scuole e operatori sanitari. Valutazioni e test psicologici possono anche essere utilizzati per acquisire una comprensione più approfondita dello stato mentale ed emotivo dei genitori. Relazione e raccomandazioni: viene redatto un rapporto dettagliato, che include una valutazione delle competenze dei genitori e una serie di raccomandazioni. Queste raccomandazioni possono spaziare da misure di supporto che possono aiutare i genitori a migliorare le proprie capacità di cura, a misure drastiche come la valutazione di forme di assistenza alternative se il bambino è in pericolo immediato”.

Quest’ultima frase sembra essere ritagliata sulla vicenda di Nikoline Bronlund: non si spiegherebbe altrimenti perchè i funzionari abbiano deciso di toglierle la bambina appena partorita. Eppure la legge che vieta il test è entrata in vigore a maggio e ora la ministra danese degli Affari Sociali, Sophie Hæstorp Andersen chiede al Comune di Høje-Taastrup di spiegare come abbia gestito il caso di Nikoline: “I test standardizzati non dovrebbero essere utilizzati nei casi di affidamento che coinvolgono famiglie di origine groenlandese”. Si annunciano proteste.

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lunedì 21 luglio 2025

Il caso Ngwang inaugura il codice penale dei bianchi e dei neri - Liana Milella

A un italiano che avesse fatto quello che ha fatto lui, sarebbe stato difficile contestare il vilipendio. Invece Ibii viene espulso ad horas, senza né contraddittorio né processo

 

La peggior cosa è che non faccia più neppure notizia, né susciti sdegno. Pur essendo un fatto grave che, nella totale negazione del diritto, segna il possibile destino di un giovane calciatore di colore, con padre italiano e in Italia da 16 anni, che ha osato accennare alla piccola Meloni.

Fatti del 22 aprile, lui si chiama Amos Rodriguez Franklin Ibii Ngwang, in un video butta lì una frase – “Melò, ho saputo che hai una bella figlia, io so negro, bello, figo…” tuttora reperibile sul web – che gli costa un provvedimento d’immediata espulsione firmato ad horas dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Lo blocca la giudice di Ancona Alessandra Filoni. L’avvocato del ragazzo fa ricorso e la pratica dove finisce? Giusto sulla scrivania della giudice Silvia Albano. Proprio la presidente di Magistratura democratica già vittima di attacchi pesantissimi nell’autunno scorso per non aver convalidato il trattenimento nel centro di Gjader in Albania di 12 migranti destinati all’espulsione. Era l’inizio dell’avventura albanese di Meloni risoltasi in un clamoroso flop.

Albano, come la collega marchigiana, rispetta il diritto e ferma l’espulsione. I quotidiani governativi Libero e il Giornale ci saltano su per aggredire Albano e ribadire che quel calciatore di 27 anni va espulso. Anche se, con una lettera, ha chiesto scusa per la sua bravata. Toni durissimi contro la magistrata rossa, ovviamente colpevole per una foto che la ritrae – scrive il Giornale – “nella sede della scuola sindacale della Cgil, con un gruppo di ragazzi della Figc, insieme a Gianni Cuperlo, Stefania Pezzopane e altri futuri alti dirigenti del Pd”. Quasi fossero degli eversori rossi…

 

Ma i garantisti à la carte, quelli che ogni giorno si battono in Parlamento per indebolire ogni possibile norma che possa toccare politici e imprenditori, sono spietati contro Ibii Ngwang. Si lasciano alle spalle i grandi giuristi italiani, da Piero Calamandrei in avanti, per tornare a una procedura pre-giuridica che scardina i fondamenti dello Stato di diritto. A un italiano, della stessa età di Ibii, che avesse fatto quello che ha fatto lui, sarebbe stato difficile contestare perfino il vilipendio. Invece Ibii viene espulso ad horas, senza né contraddittorio né processo.

Esiste forse in Italia, e ce l’ha il ministro Piantedosi in tasca, un codice penale dei neri ovviamente differente da quello dei bianchi? Il garantismo dei Costa, degli Zanettin, dei Calderone vale solo per chi ha la pelle bianca? Per caso, senza saperlo, siamo tornati alle leggi razziali? Perché se non è così appare davvero impossibile espellere uno che è nato nel 1998, che vive in Italia da quando aveva 16 anni, è figlio di un italiano, che di mestiere fa il calciatore, che in Camerun non troverebbe nessuno e soprattutto ormai parla solo la nostra lingua. Forse i partiti d’opposizione, tra Camera e Senato, dovrebbero presentare interrogazioni e interpellanze per chiedere ai ministri dell’Interno e della Giustizia se, all’insaputa dei cittadini italiani, è stato scritto ed esiste un codice occulto per gli stranieri. Peggio di Trump, insomma.

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giovedì 1 maggio 2025

Ida B. Wells: la giornalista che affrontò il terrore del linciaggio e sfidò il potere bianco

 

Dalle catene della schiavitù alla lotta per la giustizia

Nata il 16 luglio 1862 a Holly Springs, Mississippi, Ida Bell Wells conobbe fin da bambina l’ombra della schiavitù. Figlia di James e Elizabeth Wells, entrambi schiavi fino all’abolizione sancita dal XIII emendamento nel 1865, Ida visse in un contesto dove la lotta per l’alfabetizzazione e l’autodeterminazione erano vitali. Suo padre, un uomo libero diventato falegname e attivista politico, instillò in lei la convinzione che l’educazione fosse un’arma di emancipazione.

Ma il destino le riservò una tragedia precoce: nel 1878, un’epidemia di febbre gialla uccise entrambi i suoi genitori e uno dei suoi fratelli minori. A soli 16 anni, Ida si ritrovò a capo della famiglia e decise di prendersi cura dei suoi cinque fratelli più piccoli, rifiutando l’idea che venissero separati in diverse famiglie affidatarie. Per mantenerli uniti, diventò insegnante in una scuola elementare rurale per studenti neri, un ruolo che le consentì di mantenere i suoi fratelli, ma che la espose anche a quella disparità razziale che avrebbe successivamente denunciato con forza.

Il suo spirito ribelle si manifestò nel 1884, quando, durante un viaggio in treno, si rifiutò di lasciare il vagone di prima classe per trasferirsi nel comparto “riservato ai neri”, nonostante avesse un biglietto valido. Quando il controllore, con l’aiuto di altri uomini, la trascinò via con la forza, Ida fece causa alla compagnia ferroviaria per discriminazione e vinse in primo grado, ottenendo un risarcimento di $500. Tuttavia, la Corte Suprema del Tennessee ribaltò la decisione. Disillusa ma non sconfitta, decise di raccontare l’episodio in un articolo per il giornale locale The Living Way, avviando così la sua carriera di giornalista.

 

La “Principessa della Stampa” e la battaglia contro il linciaggio

Negli anni 1880, Wells si impose come una delle poche donne nere giornaliste negli Stati Uniti, firmando i suoi articoli con lo pseudonimo di “Iola”. Ma il vero punto di svolta nella sua carriera arrivò nel 1889, quando divenne co-proprietaria e direttrice del giornale “Free Speech and Headlight”, un settimanale che difendeva i diritti dei neri e sfidava il potere bianco.

Fu proprio dalle pagine del “Free Speech” che iniziò la sua campagna contro il linciaggio, una delle piaghe più atroci e sistematiche del Sud degli Stati Uniti. La scintilla fu la brutale uccisione del suo amico Thomas Moss e di altri due colleghi, accusati senza prove di aver aggredito bianchi. I tre uomini vennero strappati dalle celle del carcere e giustiziati sommariamente da una folla bianca, un evento che segnò profondamente Wells e la spinse a indagare.

Attraverso un’approfondita inchiesta, Ida scoprì e denunciò che il presunto “stupro di donne bianche” — la giustificazione più comune per i linciaggi — era una menzogna. Nei suoi articoli, smascherò la verità: spesso, dietro l’accusa di stupro, si nascondeva la volontà di punire gli uomini neri per il loro successo economico o per le relazioni consensuali con donne bianche. In un editoriale scrisse:

“Nessuno in questa parte del paese crede alla vecchia e logora menzogna secondo cui gli uomini neri violentano le donne bianche”.

Le conseguenze non tardarono ad arrivare. Il 25 maggio 1892, un editoriale del quotidiano bianco Evening Scimitar incitò apertamente alla violenza contro Wells, descrivendola come una “negra spregevole” che meritava di essere marchiata a fuoco e castrata. Lo stesso giorno, una folla di uomini bianchi assalì la redazione del “Free Speech”, distruggendo la tipografia e lasciando un biglietto con la minaccia di morte per chiunque osasse pubblicare un altro numero. Per evitare il linciaggio, Ida fuggì a New York, dove continuò la sua campagna scrivendo per il giornale The New York Age sotto il nome di “Exiled” (esiliata).

 

Il lavoro investigativo di Wells prese forma nei suoi due più famosi pamphlet:

·         “Southern Horrors: Lynch Law in All Its Phases” (1892)

·         “The Red Record” (1895)

In queste opere, Wells non si limitò a raccontare i fatti: li quantificò. Con uno stile giornalistico asciutto e spietato, elencò le statistiche dei linciaggi e fornì dettagli scioccanti sulle torture subite dalle vittime. Dimostrò che il linciaggio era uno strumento di controllo sociale ed economico, usato per mantenere il predominio bianco.

Come scrisse Frederick Douglass in una lettera di ringraziamento a Wells:

“Non c’è stata parola uguale alla tua per potere persuasivo”.

Un attivismo trasversale

Wells non si fermò ai confini degli Stati Uniti. Tra il 1893 e il 1894, compì due importanti tour nel Regno Unito, invitata da attivisti britannici come Catherine Impey e Isabella Fyvie Mayo. Parlando a platee gremite in Inghilterra e Scozia, espose la brutalità del linciaggio e riuscì a ottenere il supporto di membri del Parlamento britannico e persino del Duca di Argyll, contribuendo a formare il Comitato Britannico contro il Linciaggio.

Tornata negli Stati Uniti, Wells si trasferì a Chicago, dove sposò l’avvocato e attivista Ferdinand Barnett e fondò il club femminile Alpha Suffrage Club, la prima organizzazione di donne nere per il diritto di voto. Partecipò alla Parata per il Suffragio di Washington del 1913, rifiutando di marciare separata dalle sue compagne bianche. Entrò nella processione affiancata da attiviste bianche, sfidando apertamente le richieste di segregazione.


Lavorò anche con il NAACP (Associazione Nazionale per la Promozione delle Persone di Colore), ma la sua figura fu spesso considerata troppo “radicale” da leader come W.E.B. Du Bois.

Ida B. Wells morì a Chicago il 25 marzo 1931, ma la sua eredità è viva. I suoi pamphlet, i suoi articoli e la sua inarrestabile lotta per la giustizia hanno gettato le basi per il moderno giornalismo investigativo e il movimento per i diritti civili. Nel 2020, le fu assegnato postumo il Premio Pulitzer per il coraggio giornalistico.

Oggi, strade, scuole e statue portano il suo nome, ma la sua più grande eredità è il suo messaggio immortale:

“La via per correggere i torti è gettare su di essi la luce della verità”.

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giovedì 9 marzo 2023

Il diritto alla fuga dei migranti incrina il nazionalismo marziale dei postfascisti - Bruno Montesano

 

Capitalismo razziale. Questa è il sistema che tiene insieme i decreti flussi che l’estrema destra vuole rinnovare e le idiozie sulla sostituzione etnica. La criminalizzazione dei salvataggi in mare e le affermazioni sui migranti annegati a Cutro.

Qualche morto, alla spicciolata, è una «statistica», al più un evento legato alla sorte avversa, 70 o più, tutti insieme, sono una tragedia. Nella logica dello spettacolo, il caso eccezionale assolve la normalità del massacro a mezzo di legge. Si piange una volta e si evita di fare i conti con tutte le volte che altri migranti sono morti. I responsabili delle politiche delle frontiere dovranno fingere che qualcosa non vada nella strategia della persecuzione delle ong: bisogna «andare a prenderli». 100.000 o 500.000, con i decreti flussi e accordi bilaterali. Quanto serve al mercato del lavoro. Vanno comunque educati, specifica il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida. Sia mai.

Alcuni economisti ci avevano spiegato che i migranti servono per i lavori che «gli italiani non vogliono fare». Come se altre nazionalità non vedessero l’ora di fare lavori precari, pericolosi e mal pagati. Ignorando che sono i datori di lavoro e lo Stato a creare queste condizioni.
Nelle narrazioni ottimistiche sulla globalizzazione e i flussi, mercati liberi e migrazioni vanno insieme. Anche se, al contrario, i muri fisici e legali si sono moltiplicati, aggiornando quello che è sempre stato un capitalismo delle differenze. Un capitalismo che, accanto alla caccia alle streghe e all’«accumulazione originaria dei corpi» necessaria a naturalizzare la femminilizzazione della riproduzione sociale (Silvia Federici), ha fatto della discriminazione razziale un importante strumento di sviluppo. È servita nelle colonie a dividere razzialmente il lavoro per mansioni e forme di impiego (schiavistico, vincolato, a contratto).

È servito per dividere lavoratrici e lavoratori in patria. È servito ovunque per garantire privilegi differenziali con cui compensare paghe e condizioni di vita miserabili. Tutto ciò è stato possibile perché, nell’instabilità determinata dalla mobilità sociale moderna, il razzismo funge da dispositivo di costruzione identitaria. Come il meccanismo sessista, serve a eternare e spiegare dei rapporti sociali sancendo delle appartenenze e delle esclusioni irrimediabili.
Le politiche migratorie e il razzismo istituzionale servono a filtrare forza lavoro, a renderla ricattabile e, più in generale, a governare la società. Si può arrivare in Italia, illegalmente o legalmente, ma solo per i lavori meno garantiti. E, quando serve, si viene ricacciati indietro. E la condizione comunque è precaria. L’ascesa sociale è vietata. Nello spazio pubblico, il panico morale contro i pericoli rappresentati dai migranti e l’odio razziale sono legittimi contro l’«egemonia della sinistra culturale» e il politicamente corretto.

Il termine «capitalismo razziale» non indica un sistema in cui la «razza» viene sempre e comunque messa a valore, né intende spiegare il razzismo con la sola struttura economica. La categoria fu introdotta nel Sud Africa dell’apartheid per affermare che non necessariamente il capitalismo omogeneizzi le differenze e sia sempre universalista. Al contrario, può svilupparsi attraverso l’eterogeneità delle forme di estrazione del valore. Poi prese a circolare grazie a “Black Marxism”, l’opera di Cedric J. Robinson sul pensiero radicale nero e sul rapporto tra classe e ‘razza’ nella storia europea e statunitense. Sosteneva che il razzismo precedesse il capitalismo moderno ma che, a sua volta, questo se ne sia servito per affermarsi su scala globale. Oggi, dopo Black Lives Matter, serve a denunciare la persistenza della discriminazione razziale nell’accesso alle risorse materiali e simboliche e la violenza delle istituzioni repressive. Se ne parla anche in relazione alle disuguaglianze postcoloniali, riprodotte in nuove forme e giustificate secondo supposte arretratezze culturali o cattive disposizioni comportamentali. Si usa infine rispetto alla cd classe operaia bianca, beneficiaria – più o meno virtualmente – dell’orgoglio di non essere al fondo della società e di avere alcuni privilegi relativi – non certo assoluti.

Odiare chi sta sotto serve anche a evitare di lottare insieme contro chi sta sopra. Il governo Meloni forse lo sa. E per questo rilancia la crociata anti-gender. Perché una classe intersezionale, che costruisca una coalizione a partire dalle differenze che la compongono, potrebbe metterlo in difficoltà. E perché il diritto alla fuga praticato dai migranti incrina la comunità immaginata e il nazionalismo marziale dei postfascisti.

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mercoledì 20 luglio 2022

Il sistema razzismo - Annamaria Rivera

  

Per definire e analizzare il razzismo è necessario anzitutto sbarazzarsi della categoria di “razza”, da cui pure deriva l’etimologia del termine. Questa categoria, con cui si pretende di descrivere e gerarchizzare i gruppi umani sulla base del biologico, è stata criticata e ormai abbandonata sia dalle scienze sociali, sia da quelle naturali.

I biologi hanno dimostrato, fra l’altro, che la distanza genetica media fra due individui è pressappoco pari a quella che separa due supposte razze. Tuttavia, la dimostrazione dell’infondatezza della “razza” non ha mai interdetto e tuttora non interdice che certe collettività siano percepite, categorizzate, trattate quasi fossero “razze”.

E le “razze” s’inventano. Come insegna la lunga e tragica storia dell’antisemitismo, qualunque gruppo umano può essere razzizzato, indipendentemente dalle sue peculiarità fenotipiche e perfino culturali e sociali. Lo stigma della razza è, infatti, l’esito di un processo sociale di etichettamento: in definitiva, tutte le “razze” sono inventate.

La differenza “di colore” non c’entra niente. Gli italiani emigrati negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera, in Francia ecc. erano considerati individui di razza diversa: disprezzati e trattati più o meno come oggi sono trattate le persone di origine immigrata. A New Orleans nel 1891 furono linciati undici italiani, quasi tutti siciliani, accusati di aver ucciso il capo della polizia urbana, cosa palesemente falsa.  Ad Aigues-Mortes, in Francia, nell’agosto del 1893, furono uccise decine di lavoratori italiani che erano lì, nelle saline, per la raccolta stagionale del sale. E il razzismo anti-italiani si è perpetuato fino ad anni recenti.  

Gli ebrei, che furono sterminati a milioni nei lager nazisti, non erano certo neri ed erano di nazionalità e culture analoghe a quelle del resto degli europei.

A dimostrare ciò che dico, basta pensare agli albanesi. A partire dai primi anni ’90 ci furono massicci esodi di albanesi verso l’Italia. E l’albanese diventò il bersaglio d’insulti e atti razzisti. Ogni volta che si verificava un fatto di cronaca nera, uno stupro, un omicidio, ecc., si additava come colpevole qualche albanese; al punto che “albanese” finì per diventare un insulto abituale che si scambiavano perfino i bambini.

L’8 agosto 1991, approdarono nel porto di Bari, sulla nave Vlora, 20mila profughi albanesi, che dapprima furono accolti dalla popolazione con una certa solidarietà. Ma intanto si era avviata la macchina della propaganda politica e mediatica contro di loro e l’orientamento del governo italiano si era assai indurito. Così che i profughi furono rinchiusi in massa nel vecchio Stadio della Vittoria e trattati come animali in gabbia, per essere poi rimpatriati con l’inganno.

Non solo. Gli albanesi sono stati anche vittime di una strage. Ricordo che nella notte fra il 28 e il 29 marzo del 1997, una carretta del mare, carica di profughi albanesi fu speronata e affondata da una corvetta della marina militare italiana, la Sibilla. Morirono annegate più cento persone, in maggioranza donne e bambini.

 

Ciò detto, come si potrebbe definire il razzismo? Io propongo questa definizione: è un sistema d’idee, discorsi, rappresentazioni e pratiche sociali, che attribuisce a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze essenziali, generalizzate, definitive, allo scopo di legittimare pratiche di stigmatizzazione, discriminazione, segregazione, esclusione, perfino sterminio.

Conviene aggiungere che alle collettività definite come radicalmente differenti di solito è negato il diritto di autodefinirsi.

Il razzismo, quindi, ha bersagli diversi secondo i periodi e le circostanze storiche. Per esempio, il fatto che l’Italia sia stata un paese fascista e colonialista conta molto nel razzismo attuale verso le persone immigrate o solo di origine immigrata. Si consideri, inoltre, che secondo sondaggi successivi, l’Italia s’illustra anche per antiziganismo: l’82% del campione intervistato esprime ostilità, odio o paura per la presenza di appena 180mila “zingari”. 

Il razzismo è anche il risultato di un circolo vizioso. Diventa sistemico e abituale, quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o perfino praticato dalle istituzioni e da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è legittimata dalle istituzioni, anche europee, e dagli apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca tale circolo vizioso.

È un circolo vizioso micidiale. Basta considerare lo stato di abbandono nel quale sono gettati numerosi richiedenti-asilo, che pure dovrebbero essere oggetto di protezione particolare: di fatto privati perfino del diritto di sfamarsi e di avere un tetto sulla testa, in molti casi vanno a raggiungere la schiera dei senza-dimora, cosa che a sua volta fa gridare allo scandalo i difensori del decoro urbano e diviene pretesto per leggi e ordinanze persecutorie e liberticide, e per campagne allarmistiche intorno al tema dell’insicurezza, uno dei più insistenti nel discorso pubblico .

Conviene aggiungere che il sistema-razzismo è sempre sorretto sia da un apparato di leggi, norme, procedure, che hanno per effetto di inferiorizzare, discriminare, segregare, escludere migranti, rifugiati e minoranze; sia da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire direttamente sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze.

 

Parlare delle tante leggi che discriminano le persone immigrate e rifugiate sarebbe troppo lungo.

Perciò facciamo solo un esempio relativamente recente: la criminalizzazione da parte delle istituzioni italiane non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma pure di chiunque, anche individualmente, compia gesti di solidarietà verso i profughi. È indubbio che un tale luminoso esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).

Pensate ai tanti episodi di barricate contro l’arrivo di richiedenti-asilo, ma anche alle sempre più numerose rivolte nei quartieri popolari, soprattutto romani, contro l’assegnazione di case popolari a famiglie non perfettamente “bianche”.  In questi casi l’ingannevole formula della “guerra tra poveri” non potrebbe essere più assurda, visto che spesso, a istigare e guidare tali rivolte, sono militanti di Forza Nuova o CasaPound.  Qui il circolo vizioso arriva fino al rafforzamento e legittimazione, pur implicita o involontaria, della destra neofascista.

La tendenza a costruire una comunità razzista (secondo l’espressione del filosofo Etienne Balibar) si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, dell’egoismo, del cinismo collettivi, quando le rivendicazioni sociali e i conflitti di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi.

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