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mercoledì 17 dicembre 2025

Un musulmano disarmato ferma il massacro di Sydney: forse esiste un Dio delle piccole cose - Jacopo Fo

 

Ancora bambini uccisi. Davanti all’orrore di quello che è successo in Australia con 15 morti, 42 feriti, c’è da chiedersi se questo universo ha un senso. Come si può immaginare che esiste un Dio che permette che accadano ancora, ancora e ancora questi orrori? E per giunta spesso questi orrori sono compiuti nel nome di Dio. Assassini che credono che Dio abbia ordinato loro di uccidere uomini, donne e bambini. Però ci sono dei particolari che ti lasciano interdetto, che ti possono far nascere delle domande.

Durante l’assalto di questi due pazzi criminali un uomo, Ahmed al Ahmed, 43enne, un fruttivendolo un po’ sovrappeso, che non aveva mai toccato un’arma in vita sua, si avvicina alle spalle di uno dei massacratori e lo afferra, riesce a disarmarlo, gli punta addosso la sua arma e non spara. Questo attentatore sembra stupito di non essere ammazzato e lo vedi crollare… non sa se deve scappare, contrattaccare… Ecco, il coraggio di quest’uomo, di affrontare a mani nude un pazzo armato fino ai denti… mentre l’altro attentatore, il padre del primo, gli spara da un ponticello sopraelevato e poi viene colpito alla mano e al braccio.

Ecco, questo eroismo, questo essere umano che non si piega alla logica dell’interesse, a quello che conviene fare, alla logica delle ideologie… “C’è un pazzo che spara, voglio fermarlo”. E quest’uomo non si è chiesto di che gruppo etnico era la persona che stava aggredendo, di quale religione fosse. Non ha visto ebrei, mussulmani… lui ha visto qualcuno che compiva un abominio e lui, musulmano, ha sentito il dovere di fare qualche cosa. E, guarda caso, lì in quel momento non c’era un italiano, un francese, un indio… c’era un musulmano e questa è una casualità incredibile, un particolare che da solo parla di pace ad israeliti e musulmani e a tutte le persone di buona volontà.

Sarà anche un caso ma è un caso grosso, un caso che mi costringe a pormi delle domande anche se non credo in un Dio. Questo universo ogni tanto sembra avere un senso. Viene da sospettare che esista un Dio che non ha la capacità di impedire gli orrori, che non è onnipotente. Un Dio minore, che ha creato l’universo ma non può gestire tutto, anzi, non deve gestire tutto perché il sogno di questo Dio è che questo universo continui a crearsi, a crescere e riesca a produrre amore. E l’amore non può essere imposto dall’alto da un Dio, l’amore per sua natura non può nascere da un comandamento, deve nascere dentro un cuore, spontaneamente, deve essere generato dalle leggi stesse della fisica e della matematica che hanno generato le galassie e la vita e tutto il resto.

Questo Dio minore non è onnipotente, però ha la possibilità di spostare degli atomi, e magari spostare anche un essere umano di cento metri… perché se quell’uomo, Ahmed al Ahmed, non fosse stato esattamente lì, esattamente in quel punto, quando è iniziato questo massacro orribile non avrebbe potuto attaccare quel pazzo assassino alle spalle. Ed era quel tipo di uomo che poi non gli avrebbe sparato… Quanti esseri umani in più avrebbero ucciso se non ci fosse stato Ahmed al Ahmed? Se il terrorista padre non avesse dovuto smettere di sparare sulla gente che fuggiva per difendere il figlio sparandogli contro, quanti altri esseri umani avrebbe ucciso?

Gli ha sparato ma non è riuscito ad ammazzarlo… che caso anche questo… Ahmed al Ahmed era lì, allo scoperto, in piedi e il terrorista sul ponticello non è riuscito ad ammazzarlo… anche se era vicino ed era bravo a sparare, andava a esercitarsi al poligono, era allenato… Ma quando la tua determinazione viene spezzata da un gesto così forte la tua mira vacilla. Ti tremano le mani.

Osservando la dinamica dei fatti si mettono in fila parecchie coincidenze improbabili. Forse sono solo casualità, forse esiste un Dio delle piccole cose, piccole cose che sono immense. E questo mi ricorda mia madre che quando succedeva qualcosa di bello, quando qualche piccolo particolare di questa realtà che sprizza sangue e dolore da tutti i pori, andava a posto, quando c’era stato un piccolo ritocchino e si era visto che ogni tanto i malvagi deragliano per un granello di sabbia… Allora mia madre sorrideva e diceva: “Eh… Dio c’è, ed è comunista”. Possiamo resistere, insistere e continuare a sperare perché c’è un Dio delle piccole cose?

Buona giornata e buona vita.

da qui

mercoledì 4 marzo 2020

Il cuore dell’Australia e il momento perfetto - Annamaria Testa (10)



Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Da Sydney a Uluru ci sono circa tre ore di volo. Sono seduta vicino al finestrino e non riesco a smettere di guardare giù.
La sterminata distesa dell’outback scorre piatta, intatta e primordiale. La superficie è una variabile, capricciosa mescolanza di diverse tonalità di rosso, dal più pallido al più cupo, segnata dalle venature contorte dei torrenti in secca e dalle macchie più scure degli arbusti.
Gli unici segni di presenza umana sono le rare, sottilissime tracce delle piste di terra battuta che attraversano la distesa procedendo dritte e perdendosi nell’orizzonte.
Uluru, il cuore dell’Australia, il monolite roccioso che è il luogo più sacro per le popolazioni aborigene, si erge solo e imponente nel mezzo del nulla, ancora più rosso di tutto quel rosso. È un inselberg, una montagna-isola. Le forme morbide lo fanno somigliare a una creatura addormentata, gigantesca e arcaica.

I nomi dei luoghi
In realtà, la creatura se ne sta per la maggior parte sommersa sotto la crosta terrestre. Quella che vediamo è solo una delle sommità di un’enorme placca di arenaria che riemerge a 25 chilometri di distanza, con le 28 cupole tondeggianti di Kata Tjuta, ben visibili da Uluru, e poi a cento chilometri di distanza, con il monte Conner: enorme, bordi scoscesi e sommità piatta come una tavola.
Stiamo andando verso il parco nazionale di Uluru-Kata Tjuta. Atterreremo all’aeroporto di Ayers Rock, il nome occidentale attribuito alla configurazione nella seconda metà dell’ottocento in onore dell’allora governatore della regione.
I titoli di proprietà dei luoghi sono stati restituiti solo nel 1985 alla comunità locale degli aborigeni anangu, che ora gestisce l’area in accordo con il governo australiano. Il nome originale aborigeno della roccia è stato recuperato nel 1993 come Ayers Rock/Uluru, e modificato nel 2002 in Uluru/Ayers Rock.
Nei giorni seguenti dovremo attraversare un discreto pezzo di deserto, e quindi abbiamo noleggiato un’auto. A mio figlio tocca cimentarsi per la prima volta nella sua vita con la guida a destra ed è preoccupato, ma sarebbe ancora più preoccupato se guidassi io: entrambi sappiamo che guidare non è il migliore dei miei talenti. Mi chiede solo di aiutarlo a non prendere qualche svolta contromano (in realtà, nel corso dell’intero viaggio succederà una volta sola, in Nuova Zelanda, e per fortuna senza conseguenze).

In una bolla spazio-tempo
Arriviamo in tempo per andare a vedere Uluru al tramonto, quando il cielo diventa rosa e il massiccio si colora di porpora e viola. La temperatura scende bruscamente. C’è un tizio che suona il didgeridoo, lo strumento a fiato aborigeno costituito da un lungo tubo di legno di eucalipto. Ci avviciniamo, cercando di non fare troppo caso al gruppo che beve cattivo spumante da bicchieri di plastica e chiacchiera in attesa che il sole sparisca all’orizzonte. Il timbro del suono è profondo, il ritmo è ipnotico.
Il suonatore è bianco. Anche se in quest’area dell’Australia, il Northern Territory, gli aborigeni rappresentano circa un terzo della popolazione, e possiedono poco meno della metà delle terre, e anche se qui vicino c’è la comunità dei pitjantjatjara, una delle più numerose sul territorio, a occuparsi dei turisti sono essenzialmente i bianchi. Mi viene in mente più di una ragione per cui le cose stanno in questo modo.
Vediamo solo un paio di persone aborigene al supermarket e un gruppo di donne e bambini seduti quietamente, come se si trovassero in una bolla spaziotemporale, nel mezzo di un prato davanti a una delle strutture ricettive che si trovano poco distante da Uluru.
Entriamo nel parco di Uluru-Kata Tjuta la mattina presto. All’ingresso ci sono un negozio che vende dipinti aborigeni (anche lì gli addetti sono bianchi) e un piccolo, accurato museo dove si narrano i miti e le storie delle creature ancestrali che nel dreamtime, il tempo dei sogni, su Uluru hanno lasciato i segni del proprio passaggio.
Per fortuna quasi tutti i visitatori restano ammucchiati vicino all’ingresso, o nell’area da dove si può partire per scalare il massiccio seguendo un percorso guidato da corde di metallo. Gli aborigeni chiamano minga tjuṯa (formiche) i turisti che violano Uluru, e non è esattamente un apprezzamento.
Alla partenza del percorso, un gruppo di cartelli accostati uno all’altro dice tre cose contraddittorie. È l’ennesimo indizio dell’ambivalenza nei confronti di tutto ciò che riguarda le comunità aborigene.
Primo messaggio: noi, gli anangu, proprietari tradizionali di questi luoghi, ti chiediamo di non scalare Uluru, perché secondo la legge tradizionale questo è proibito. Per favore, giraci attorno.
Secondo messaggio: durante l’ascensione, segui i percorsi tracciati, osserva le seguenti norme di sicurezza e non rischiare la vita (seguono norme).
Terzo messaggio: questo luogo è stato promosso come luogo da scalare a partire dagli anni quaranta. Tour organizzati seguono le tracce dei primi esploratori e piantano bandiere sulla cima: un atto di conquista che genera forti sentimenti di orgoglio e possesso. Ma, cari amici, che ne direste di cambiare prospettiva e farvi, invece, un giro?
Le ascensioni su Uluru sono state ufficialmente proibite nell’ottobre 2019, ed era ora.
Anche se è fine agosto e c’è ancora un sacco di gente che arranca lungo le pareti lisce, mio figlio e io scegliamo di seguire il sentiero che si snoda attorno a Uluru. È comodo, pianeggiante, spopolato, e lungo poco più di dieci chilometri. Il massiccio cambia aspetto quasi a ogni passo. Cinque diverse aree lungo il percorso non sono fotografabili, sempre per via del tjukurpa, la legge tradizionale. Bene: ce le stamperemo nella memoria, e basta.
Sarà una lunga giornata: la nostra meta è Kings Canyon, verso nordest, ma facciamo una breve deviazione nella direzione opposta per arrivare a Kata Tjuta, l’altro massiccio del parco. Il nome significa “molte teste” e, nel mito aborigeno, in questo sito risiede il serpente arcobaleno, l’immensa creatura ancestrale che strisciando sul suolo disegna i rilievi e le valli, e distribuisce le pozze d’acqua.

Non disturbare il serpente
Ho trovato un’informazione interessante e me la sono trascritta: i miti aborigeni non vanno intesi al passato, come i miti greco-romani o quelli nordici. Le storie del dreamtime si svolgono everywhen: passato, presente e futuro. Vuol dire che per un aborigeno il serpente arcobaleno se ne sta lì, anche adesso, da sempre e per sempre. Ecco perché è impensabile andarlo a disturbare.
Mio figlio guida lungo la strada per Kings Canyon e io preparo panini (nel corso di quest’ultima parte del viaggio diventerò bravissima a confezionarli anche durante i percorsi più accidentati). Incrociamo pochissime auto.
Kings Canyon è un posto di frontiera. Ci sono un campeggio, un lodge molto spartano, un capannone di metallo dove si cena a prezzo fisso prelevando a volontà carne e verdura da due vasconi. E stop.
Si cena al freddo: ci saranno dieci gradi, ma me ne faccio una ragione. E poi c’è gente che se ne sta in canottiera e non fa una piega. Soprattutto, temo che non ci siano molte alternative nel giro di qualche centinaio di chilometri.
Ripartiamo di mattina presto. Arriveremo ad Alice Springs seguendo il Meerenie Loop. Per percorrerlo, dobbiamo chiedere il permesso del Central land council e pagare una tassa alla comunità locale. Sono poco più di trecento chilometri nel deserto, ma per buona parte si tratta di pista sterrata: Google Maps ci dice che sono necessarie otto ore (in realtà, soste escluse, ci metteremo un po’ meno). Ci dotiamo di acqua, provviste e benzina a sufficienza.
Dopo un po’ sparisce qualsiasi traccia del wifi e cominciamo a viaggiare lasciandoci dietro una nuvola di polvere rossa. Bisogna andare piano perché dal nulla può sempre sbucare un cammello o un canguro. È una di quelle piste che ho visto dall’aereo: va avanti dritta, vuota e sembra non finire mai. Se non altro, anche senza wifi non rischiamo di sbagliare strada.
Poco dopo aver ritrovato l’asfalto ci fermiamo nella comunità aborigena di Ntaria-Hermannsburg. Mi auguro, chissà, perfino di ritrovare le infermiere australiane che me ne hanno raccontato in modo indimenticabile qualche anno fa.
Il luogo è molto più grande e disperso di come lo immaginavo. Girovaghiamo tra la vecchia chiesa, il piccolo museo, il supermarket e la galleria dove sono esposti bei dipinti fatti a tempera dai nativi.
Un’anziana signora aborigena si stacca dal suo gruppo e viene a dirmi qualcosa in un inglese davvero strano. Non riesco a capire mezza parola e mi metto a gesticolare secondo la migliore tradizione nazionale. All’improvviso i ruoli si ribaltano: ora è lei che mi osserva incuriosita come se fossi una presenza molto esotica, e scambia occhiate ammiccanti con le sue amiche.
A Ntara non scatto neanche una foto e, devo dirlo, ci sentiamo un po’ degli intrusi.
Abbiamo ancora qualche ora di luce a disposizione e facciamo una deviazione verso il parco nazionale Finke Gorge. Ho letto che lì c’è un fiume che si è formato 350 milioni di anni fa ed è uno dei più antichi del pianeta, e che c’è una valle di palme che sembra essere bellissima.
Procediamo slittando lungo una pista di sabbia – “sicuro che possiamo passare di qua?”continuo a chiedere a mio figlio , anche se so che non è la cosa giusta da chiedere, e soprattutto che non è il momento giusto per farlo. Poi lasciamo l’auto a saliamo a piedi verso il Kalarranga lookout. La vista è spettacolare, ma ogni foto che scatto riesce a coglierne solo un frammento.
La valle dove si trovano le red cabbage palm è al termine di un percorso ancora più lungo e arduo del precedente, tra massi e scoscendimenti e passaggi stretti tra le rocce. Trattengo il fiato, che è un buon modo per star zitta e non disturbare il guidatore. Mi rendo conto che, in un contesto come questo, sono totalmente dipendente dalle decisioni e dalle abilità di mio figlio come forse mai è successo in precedenza. È il secondo ribaltamento dei ruoli nel giro di un paio d’ore.
E tutto questo è molto istruttivo.
Il luogo è un’oasi nel deserto, tra pareti di roccia rossa. Ed è incantevole, per quanto è immobile e silenzioso, sereno e remoto.
Però, e sta scendendo la sera, quando finalmente recuperiamo la tranquillità dell’asfalto, tiro un sospiro di sollievo. Onore al guidatore, penso.

Un immenso giardino
Da Alice Springs voliamo verso Adelaide, e poi verso Kangaroo Island, all’estremo sud del continente. L’isola è in gran parte pianeggiante, è grande come metà della Corsica e ospita circa cinquemila residenti (in Corsica ce ne sono più di 300mila). È un posto eccezionale per vedere gli animali.
L’isola è stata abbandonata dalle popolazioni aborigene circa duemila anni fa, ed è stata colonizzata ai primi dell’ottocento, in principio da cacciatori di foche, poi da allevatori e agricoltori. Oggi, verde e linda com’è, sembra un immenso giardino.
Nell’isola ci sono leoni marini, canguri e wallaby (marsupiali di taglia più piccola), koala e una quantità di uccelli. I leoni marini se ne stanno sdraiati sulla spiaggia come grossi sacchi abbandonati e si muovono sculettando come matrone. Vedere i wallaby non è facile: sono grigio-bruni, più timidi, minuti e panciuti dei canguri, vivono infrattati tra gli arbusti ed è imperativo avvicinarsi senza far rumore.
Vedere un koala è ancora più difficile: bisogna cavarsi gli occhi guardando controluce tra le foglie di eucalipto fino a quando si riesce a trovare qualcosa che sta sopra un ramo e che non è un altro ramo. Ovviamente il processo va ripetuto davanti a ogni pianta di eucalipto che si incontra.
Le foglie di eucalipto sono poco nutrienti, tuttavia i koala mangiano quelle. Se si muovono poco, è per risparmiare energie. Misterioso resta invece il motivo per cui spesso si appendono ai rami più estremi e sottili, e nelle posizioni in apparenza più scomode.
In uno dei posti più straordinari di questo intenso giro australiano arriviamo per caso e in modo del tutto inconsapevole, nell’ultima ora di sole dell’ultimo giorno della nostra permanenza. Pura serendipità, insomma.
Succede che, per non restare confinati ad Adelaide, decidiamo di noleggiare nuovamente un’auto e di scendere lungo la penisola di Fleurieu. La gita è piacevole: vediamo bei paesaggi agricoli e una miriade di paesini minuscoli. Ci fermiamo ad Hahndorf, un villaggio bavarese costruito alla metà dell’ottocento (”il più antico insediamento tedesco in Australia!”, vanta l’ufficio locale del turismo) e arriviamo fino a Victor Harbor, sulla costa. Una passerella pedonale ci porta a Granite Island, e sembra che la gita sia finita lì, e che non ci resti che tornare.
Ma scegliamo di cambiare strada: forse riusciremo a passare per il Deep Creek conservation park prima che il sole tramonti, e poi risaliremo verso Adelaide prendendo la Main south road, che è più veloce.
Ci ritroviamo su un lungo viale sterrato. La luce è morbida e dorata. Sulla nostra sinistra, vediamo un pendio erboso, verdissimo, che scivola verso il mare, e un gruppo di canguri che se ne stanno placidi come se volessero godersi il tramonto, ritagliati sullo sfondo della costa che si allunga intatta fino all’orizzonte.
Fermiamo l’auto. C’è solo il fruscio del vento. Scendiamo stando attenti a non fare rumore. Mio figlio prova ad avvicinarsi ai canguri, cauto, un passo alla volta, poi si china e rimane a guardarli. Mi sembra di riuscire a sentire la sua emozione. Gli animali se ne restano placidi. Scatto una foto, e poi un’altra e un’altra. È un momento perfetto.

martedì 25 febbraio 2020

In Australia la fortuna ci vede benissimo - Annamaria Testa (9)



Continua il racconto di un viaggio intorno al mondo che ho di recente fatto con mio figlio.

Alla fine siamo arrivati in Australia. Ci staremo pochi giorni e riusciremo a farci appena un’idea di com’è.
Comunque, sempre meglio degli scarsi stereotipi che, quando si dice “Australia”, vengono in mente a chiunque. I canguri. Ragazzoni biondi con la tavola da surf. Mr. Crocodile Dundee col cappellaccio da cui pendono turaccioli (se uno ha visto il film omonimo). Le vie dei canti (se uno ha letto Chatwin). Le Olimpiadi a Sydney. E poi: gli spazi immensi. Gli spazi immensi e gli aborigeni in salsa zuccherosa (se uno ha visto il film Australia). La grande barriera corallina.
Dico subito che i turaccioli sul cappello di Mr. Crocodile Dundee non sono un vezzo decorativo ma servono a tener lontani gli stuoli di moschini che ti ronzano intorno, di preferenza sulla faccia, non appena ti allontani dalla città, e anche nei posti più remoti e aridi. Sottolineo che questo non è poi un gran problema. E che di surfisti e barriera corallina non so niente perché siamo stati altrove.
Prima di raccontare dove siamo stati, però, aggiungo un paio di notiziole più generali. L’Australia è grande più di 25 volte l’Italia (è il sesto paese più grande al mondo). Ma la popolazione è appena un po’ più di un terzo di quella italiana: solo 25 e rotti milioni di abitanti, che risiedono quasi tutti lungo le coste e per la maggior parte si addensano sulla rigogliosa costa a sudest dove, per intenderci, c’è Sydney. La parte centrale dell’Australia (l’outback), è arida ed è rossa. O rosso-rosato. O rosso-mattone. Oppure rosso ocra.
La generazione rubata
L’Australia è stata scoperta dagli europei poco più di 300 anni fa, agli inizi del 1600, e colonizzata a partire del 1788 in poi. Dico “colonizzazione”, ma all’inizio si è trattato di una colonia penale, e di galeotti trasportati via nave dal Regno Unito. Poi si è trattato di pastori e agricoltori. Poi di cercatori d’oro.
L’Australia è abitata da circa 50mila anni (alcuni studi suggeriscono datazioni assai anteriori). Gli antenati di quelle che oggi chiamiamo popolazioni aborigene sono arrivati dal sudest asiatico, in diverse ondate migratorie. Forse hanno navigato di isola in isola. Forse si sono mossi camminando sul ponte di terra che durante le ere glaciali (l’ultima, il pleistocene, risale a 18mila anni fa) univa Australia, Nuova Guinea e isole Aru in un supercontinente chiamato Sahul. Poi, con il crescere del livello del mare, per l’Australia è cominciato un isolamento durato millenni.
Si stima che gli aborigeni fossero almeno 300mila (ma alcune fonti dicono 700mila) ai tempi della prima colonizzazione europea. Erano piccole comunità di cacciatori-raccoglitori, sparse su un territorio vastissimo, divise in almeno 300 gruppi linguistici (ma alcune fonti danno numeri superiori).
Ai primi del novecento gli aborigeni erano ridotti a poche decine di migliaia.
A partire dal 1869 e fino al 1970, con varie regolamentazioni nelle diverse aree, le autorità preposte alla “protezione” (sic) degli aborigeni hanno creato riserve per segregare la popolazione autoctona e hanno sistematicamente sottratto alle loro famiglie i bambini aborigeni, e specialmente i bambini meticci, per affidarli a missioni religiose ed educarli secondo lo stile di vita bianco. È la storia terribile della stolen generation, la generazione rubata: si parla di almeno centomila bambini portati via.
La cittadinanza australiana è stata conferita agli aborigeni, insieme al diritto di voto, solo nel 1967. A quei tempi, però, non gli era stato riconosciuto alcun titolo di proprietà della terra. Si è cominciato ad affrontare il problema solo nel 1976, con l’Aboriginal land rights act. Il governo ha chiesto scusa per la generazione rubata il 13 febbraio 2008.
Oggi il 90 per cento circa della popolazione australiana è di origine europea. Un 8 per cento circa è di origine asiatica. Una quota tra il 2 e il 3 per cento è aborigena o ha ascendenze aborigene. Per dire: nel continente c’è una percentuale maggiore di individui (il 3,8 per cento circa) che vanta origini italiane. Quella italiana è la terza comunità del paese, e l’Australia ospita il maggior numero al mondo di studenti di italiano come seconda lingua.
Mi è capitato di parlare a lungo con persone che lavorano alle dipendenze dei nativi australiani. Mi hanno detto che loro preferiscono definirsi aborigeni (dal latino ab origine, cioè: dalle origini) e che considerano rispettoso il termine. Quindi, userò questo.
A Sydney, ai primi di settembre, è già primavera. Il clima è mite, il cielo è limpido e sugli alberi si vedono le prime gemme. L’Opera House si staglia candida contro l’azzurro e sembra progettata ieri, per quanto appare armoniosa, audace e contemporanea. Invece è stata disegnata alla metà degli anni cinquanta da un architetto danese, Jørn Oberg Utzon, e ci sono voluti vent’anni per costruirla, tra mille difficoltà, cambiamenti e controversie per via dei costi crescenti. Utzon è stato forzato ad abbandonare il progetto prima che fosse completato. Non l’hanno neppure invitato all’inaugurazione.
A un primo sguardo
Solo in seguito a Sydney ci si è accorti che quella costruzione aveva tutti i requisiti per diventare l’emblema della città. Molti ci vedono un insieme di vele che dialogano con quelle che si muovono sull’acqua della baia su cui l’Opera House si affaccia, ma sembra invece che la forma definitiva del complesso sia stata ispirata da un’arancia sbucciata.
A un primo sguardo Sydney appare linda e ordinata, piacevole e benestante: un posto dove si vive bene. La gente per strada è mediamente giovane, e l’atmosfera è rilassata ma non sfaccendata.
Nell’area accanto all’arco di ferro dell’Harbour bridge, l’altra costruzione-simbolo della città, i rimanenti edifici ottocenteschi di mattoni dialogano con i nuovi grattacieli del quartiere degli affari.
Camminiamo verso sud per intercettare un po’ di edifici storici, inclusa la Town hall e la cattedrale di St. Andrew, fino all’Anzac memorial: ricorda i militari australiani morti nel corso della prima guerra mondiale, ed è collocato in un sito dove in precedenza i guerrieri aborigeni – o almeno, quelli sopravvissuti all’epidemia di vaiolo portata dai primi coloni – svolgevano prove di combattimento cerimoniali per dimostrare il proprio valore.
Risaliamo passando da Hyde park, il più antico giardino pubblico del continente, e procediamo lungo la catena di parchi, uno adiacente all’altro, che si affacciano sulla baia. Ci sorprende la quantità di nomi italiani che campeggiano sulle pareti della Sydney art gallery, dorate nel tramonto: Andrea del Sarto, Botticelli, Bellini, Cimabue, Correggio, Leonardo da Vinci, Tintoretto, Donatello, e, in bella vista, Michael Angelo.
Hyde park non è l’unico toponimo britannico in cui ci imbattiamo. Per dire: c’è una Bond street, e ci sono i Royal botanic gardens, un Queen Victoria building e una Queen square, a cui si accede da Prince Albert road. Senza contare che siamo nel New South Wales, il Nuovo Galles del Sud, e che in Australia esistono una regione chiamata Queensland e un’altra chiamata Victoria.
La cosa mi sembra curiosa: come se ci fosse una volontà esplicita di tenersi ben stretta una parte delle ascendenze e del passato più recente, quella britannica e imperiale, cancellando o minimizzando tutto il resto.
Questa volta sono io a poter vantare un contatto locale, e mi pavoneggio un po’ con mio figlio (anch’io conosco gente in parti lontane del mondo).
Dunque, usciamo a cena con Lucia, un’amica italiana che abita e insegna a Sydney da anni, con il suo bel bambino ricciuto e sveglissimo, a riprova del fatto che sperimentare già da piccoli lingue e culture diverse apre la mente, e con un’altra simpatica collega italiana della mia amica.
Una storia diversa
Ceniamo in un ristorante cinese: l’Australia non ha una propria tradizione gastronomica, mi dice Lucia, e cenare al cinese è, a suo modo, un classico. La sera successiva mi proporrà, invece, un altro classico: pizza (napoletana, ottima) e ottimo gelato.
Senza ingredienti autentici non c’è cucina autentica. Per questo l’innamoramento australiano per il cibo italiano è partito, prima ancora che dai ristoranti, dai piccoli deli di frutta e verdura. Qui, a partire dal secondo dopoguerra, i negozianti provenienti dal meridione d’Italia hanno fatto conoscere agli aussie (è il modo in cui gli australiani definiscono se stessi) broccoli e ricotta, aglio, olio d’oliva e pane croccante.
Chiedo come si vive a Sydney, e in Australia. “La vita è confortevole”, dice Lucia, “ma si sta come in una bolla. Tutti continuano a raccontarsi la storia del lucky country, il paese fortunato. Le cose non sono esattamente così. E non lo sono per tutti”.
In sostanza, dice Lucia, in un contesto che rimane comunque profondamente conservatore persiste anche una contraddizione non sanata tra sistema economico neoliberale e sistema politico di stampo neocoloniale.
L’Australia può vantare il record mondiale di espansione economica, con 27 anni di crescita non interrotta da alcuna fase recessiva.
Oggi, anche se l’economia sta cominciando a rallentare, gli aussie amano pensare di vivere in un paese fatto di grandi spazi e gente amichevole, democratico e dotato di un ottimo sistema sanitario. Un paese aperto, multiculturale e ricco di opportunità. Non hanno per niente torto.
Ma multiculturalismo e apertura non riguardano tutti nello stesso modo. In altre parole, se capisco bene, in Australia la fortuna ci vede benissimo. E ti bacia solo se sei uno skilled worker (un operaio specializzato o un professionista) e se sei bianco.
Per i profughi e richiedenti asilo, per esempio, le opportunità sono pari a zero: le politiche locali sono ancora più dure di quelle statunitensi, e le persone (bambini compresi) provenienti da paesi in guerra come l’Afghanistan o la Siria vengono, di fatto, deportate e tenute prigioniere in due isolette lontane dal continente. Sembra che ora, per accoglierli, si stia muovendo la Nuova Zelanda. Si stima che dal 2012 l’Australia abbia speso 8,5 miliardi di dollari per tenere lontani i rifugiati.
Peraltro, impiega il termine “bolla” usato da Lucia anche un recente articolo del New York Times, che commenta la recente, inedita e clamorosa iniziativa di tutti i quotidiani nazionali australiani, nessuno escluso, di uscire con la prima pagina totalmente cancellata. L’iniziativa è stata ripresa da tutte le reti televisive. L’obiettivo è segnalare la tendenza governativa a limitare drasticamente o a sopprimere, con la scusa della sicurezza nazionale, la libertà di parola e d’informazione a proposito di temi scomodi, dai maltrattamenti agli anziani in alcuni istituti di cura alle condizioni dei profughi rinchiusi nei campi di detenzione.
Un altro indizio delle complessità australiane è che oggi, e nonostante tutto, gli intellettuali più interessanti – me lo conferma Lucia – sono aborigeni.
Un ulteriore indizio ancora è la quantità di emissioni di Co2 prodotte: secondo la Banca mondiale, l’Australia è la seconda nazione al mondo per emissioni pro capite, dopo l’Arabia Saudita e prima degli Stati Uniti (la Cina è dodicesima). Un primato poco comprensibile in un paese sommamente esposto ai rischi della crisi climatica. Certo, gli australiani sono pochi, e dunque l’impatto al livello globale non è rilevante. Ma questo forse non è un buon motivo per disinteressarsi del tema.
Andiamo a vedere il campus dell’università di Sydney: fondata nel 1850, è stata la prima università in Australia, è situata in un luogo ameno e immerso nel verde e ovviamente è anch’essa molto british.
Un altro luogo assai ameno, molto frequentato dai locali, è la passeggiata costiera (sei chilometri di lunghezza) che unisce le località di Bondi e di Coogee, poco fuori città: una successione di bellissime spiagge, intervallate da tratti di costa rocciosa e tratti di lungomare pavimentato.
Qui si trovano alcune delle ville più lussuose e costose dei dintorni, e diverse ocean pool: sono vere e proprie piscine artificiali, ritagliate nel mare da muri di protezione sui quali però la sommità delle onde riesce a passare. Sono un’invenzione ottocentesca, e servono a fare il bagno senza preoccuparsi degli squali.
Prima di ripartire, facciamo un giro in barca per la baia: c’è un vento teso, forte, che spazza il cielo e rende brillanti i colori e scintillante ogni superficie. Dal mare è possibile apprezzare l’ampiezza del paesaggio, la bellezza dei nuovi edifici del centro direzionale e l’imponenza di quelli ancora in costruzione, le numerose aree verdi. Vele e piccole barche a motore si incrociano al largo e, vista da lontano, Sydney sembra la città perfetta: moderna e vibrante, ma a misura umana. Certo: anche vista da vicino la città resta così, perfetta. Ma non per tutti.
La mattina seguente partiremo per il Northern Territory, e per Uluru. Ci aspettiamo di trovare un posto molto diverso da qualunque altro visto prima. Ma non abbiamo ancora la più pallida idea di quanto ci apparirà diverso.

domenica 26 maggio 2019

Australia: salviamo il koala. "Non c'è più tempo: è funzionalmente estinto" - ANNA LISA BONFRANCESCHI



È TEMPO di fare qualcosa per i koala, e di farlo con una certa urgenza. La situazione dell'animale simbolo dell'Australia è critica: il koala potrebbe essere ormai funzionalmente estinto nell'intero paesaggio australiano. È questo l'allarme lanciato nei giorni scorsi dall'Australian Koala Foundation (Akf) che torna a chiedere azioni per proteggere il marsupiale (Phascolarctos cinereus). "Chiamerò il nuovo primo ministro dopo le elezioni di maggio perché venga adottato il Koala Protection Act, che è stato scritto e che pronto dal 2016. La situazione critica in cui versa il koala ricade sulle sue spalle", ha annunciatoDeborah Tabart, a capo dell'Afk.
L'appello dell'Australian Koala Foundation
Secondo quanto riferito da Tabart, in Australia rimarrebbero circa 80mila koala. Ben lontano, ha ricordato, dagli otto milioni che popolavano il Paese negli anni a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, cacciati per farne pellicce da spedire nella lontana Londra. In un terzo del loro areale non si trovano ormai più esemplari, e la riduzione dei loro habitat è notevole come mostrano le mappe dell'Akf.

Che i koala fossero in pericolo è noto da tempo e malgrado questo nessun passo è stato fatto dalla politica per proteggere i loro habitat, concentrati soprattutto nell'Australia orientale. Il Koala Protection Act, pensato per proteggere non solo i koala ma anche i loro alberi, gli eucalipti – le foreste in cui vivono gli animali coprono il 20% del territorio australiano - funzionerebbe ed è pronto per essere messo in pratica, afferma Tabart. Gli zoo non sono la risposta, la protezione degli habitat dei koala lo è, ribadiscono dalla Akf: "Se sei un koala e perdi la tua casa, non hai nulla da mangiare, sei perso, e questo ti rende più suscettibile a minacce come automobili o cani".
Cosa significa 'funzionalmente estinto'
L'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iunc) classifica l'animale come vulnerabile, con la popolazione in diminuzione. Il numero di esemplari, scrivono, oscilla tra i 100mila e i 500mila. Ma si tratta di dati non aggiornati, che si riferiscono al 2014. Se vulnerabile, secondo le definizioni della Iunc, significa che la specie è ad alto rischio di estinzione in natura nell'immediato futuro, cosa si intende con funzionalmente estinta? Può indicare diverse cose, riassume Christine Adams-Hosking della University of Queensland su The Conversation, ricordando anche la minaccia che il cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi rappresentano per i koala. Potrebbe dire, per esempio, che le popolazioni sono così diminuite da considerare trascurabile il loro ruolo all'interno dell'ecosistema. Nel caso del koala vorrebbe dire che non possono dirsi significative le loro attività di mangiatori di foglie di eucalipto o di fertilizzanti viventi delle terre in cui vivono. Funzionalmente estinto però, continua la ricercatrice, potrebbe lasciar intendere anche che i koala siano ormai così pochi che riprodursi è diventato difficile o ancora che il rischio di riproduzione tra consanguinei possa mettere a repentaglio la futura sopravvivenza della specie.
La situazione dei koala in alcune aree è più critica che altrove, con ingenti cali nelle popolazioni o riduzioni delle variabilità genetiche, tanto da poter pensare ai koala davvero come ad animali già funzionalmente estinti, lascia intendere la ricercatrice. L'appello, ancora una volta, è che la casa di questi animali venga messa al riparo. "Gli habitat dei koala, soprattutto i boschi di eucalipto e le foreste, continuano a diminuire rapidamente – conclude Adams-Hosking – a meno di interventi di protezione, ripristino e ampliamento, vedremo effettivamente le popolazioni di koala in natura diventare funzionalmente estinti. E sappiamo cosa viene dopo".

mercoledì 18 luglio 2018

La storia nascosta delle donne - John Pilger



Come tutte le società coloniali, l’Australia ha i suoi segreti. Il modo in cui trattiamo gli Indigeni, è ancora un segreto. Per molto tempo, il fatto che molti australiani provenissero da quella che si chiamava “non una buona famiglia”era un segreto. L’espressione “non di buona famiglia” indicava gli antenati detenuti, quelli come la mia trisnonna, Mary Palmer che era stata messa in carcere qui, alla Fabbrica Femminile di  Parramatta nel 1823.
Secondo le sciocchezze inventate da numerose zie – che avevano affascinanti ambizioni borghesi, Mary Palmer e l’uomo che aveva sposato, Francis McCarthy, erano una signora e un gentiluomo che erano vittoriani sia per le loro proprietà che per i loro decoro. Maria, invece, era il membro più giovane di una “banda” di giovani donne ribelli, per lo più irlandesi, che operavano nell’East End di Londra. Conosciute come “Le Furfanti” tenevano alla larga la povertà con i ricavi della prostituzione e di piccoli furti. “Le Furfanti” prima o dopo venneroarrestate e processate e impiccate, tranne Mary che fu risparmiata perché era incinta.
Aveva soltanto sedici anni quando venne ammanettata nella stiva di una nave a vela, la “Lord Sidmouth”, diretta nel Nuovo Galles del Sud (Australia) “fino al termine della sua vita naturale”, disse il giudice.
Il viaggio per mare durò cinque mesi, un purgatorio di nausee  e di disperazione. So che stava così, perché alcuni anni fa, ho scoperto uno straordinario rituale, nella Cattedrale di St Mary, a Sydney.
Ogni giovedì, in sagrestia, una suora sfogliava le pagine di un registro di detenuti irlandesi Cattolici e c’era Mary, descritta come: “non più alta di quattro piedi (1,21 metri), molto magra e butterata di segni del vaiolo”.
Quando la nave di Mary attraccò nella baia di Sydney, nessuno la richiese come domestica o sguattera. Era una detenuta di “terza classe” e fatta della sostanza infiammabile dell’Irlanda”. Il suo neonato era sopravvissuto al viaggio per mare? Non lo so.
La mandarono lungo il fiume Parramatta alla Fabbrica Femminile che si era distinta come uno dei luoghi dove gli esperti penali vittoriani stavano verificando nuove ed eccitanti teorie. Il mulino azionato a mano mediante una ruota era stato introdotto nell’anno in cui arrivò Maria, il 1823. È stato uno strumento di punizione e di tortura.
La rivista The Cumberland Pilgrim (il Cumberland è una contea nella regione del New South Wales, in Australia, ndt) descriveva la Fabbrica Femminile come “spaventosamente orribile… gli spazi di ricreazione ricordavano la Valle dell’Ombra della Morte”.
Maria arrivò di notte e non aveva nulla su cui dormire: soltanto assi di legno, e pietre e paglia, e lana sporca piena di zecche e ragni. Tutte le donne erano costrette all’isolamento. La loro testa veniva rasata e venivano chiuse a chiave al buio totale e con il ronzio delle zanzare.
Non c’era una divisione in base all’età o al reato. Mary e le altre donne venivano chiamate “le indocili”. Con un misto di orrore e di ammirazione, il Procuratore Generale dell’epoca, Roger Terry, descriveva come le donne “avevano respinto con una scarica di pietre e bastonate” i soldati inviati a sedare la loro ribellione. Più di una volta, hanno sfondato i muti di arenaria e hanno assaltato la comunità di Parramatta. Anche i missionari, mandati dall’Inghilterra per “riparare” l’anima delle donne, venivano quasi ignorati.
Sono così orgoglioso di lei.
C’era, poi, il “giorno  del corteggiamento”. Una volta a settimana, a dei “signori soli” (chiunque potessero essere) veniva data la possibilità di scegliere per primi, seguiti dai soldati, e poi da detenuti.
Alcune delle donne trovavano dei vestiti eleganti  e si agghindavano subito, come se un uomo che le esaminava potesse fornire loro una via d’uscita dalla loro difficile situazione. Altre voltavano le spalle, nel caso che l’aspirante compagno fosse un “tizio anziano rozzo” che arrivava da una zona rurale sottosviluppata.
Durante questo incontro, la “matrona” urlava “i  lati positivi” di ogni donna, che erano una rivelazione per tutti.
In questo modo i miei trisnonni si conobbero. Credo che fossero bene abbinati.
Francis McCarthy era stato trasportato dall’Irlanda per il reato di “avere pronunciato imprecazioni proibite contro il suo signore inglese”. Questa era l’accusa  rivolta ai Tolpuddle Martyrs. *
Sono così orgoglioso di lui.
Mary e Francis si sono sposati nella Chiesa di St Mary, in seguito diventata Cattedrale di St Mary, il 9 novembre del 1923, insieme al altre quattro coppie di detenuti. Otto anni dopo, fu loro garantito il permesso di scarcerazione  e a Mary il “perdono condizionato”, da parte di un certo Colonnello Snodgrass, Capitano Genrale del Nuovo Galles del Sud,  con la condizione che non poteva più lasciare la colonia.
Mary ha dato alla luce dieci figli che hanno trascorso le loro difficili vite amati e rispettati a detta di tutti, fino al loro novantesimo anno.
Mia madre conosceva il segreto di Mary e Francis. Il giorno del suo matrimonio, nel 1922, e disobbedendo alla sua famiglia, lei e mio padre vennero tra queste mura per rendere omaggio a Mary e alle “intrattabili”. Mia madre era fiera della sua “stirpe non buona” .
Talvolta mi chiedo: “dove è, oggi, questo spirito? Dov’è lo spirito delle intrattabili tra coloro che sostengono di rappresentarci e tra quelli di noi che accettano, in silenzio servile, il conformismo sociale che è tipico di gran parte dell’era moderna nei cosiddetti paesi in via di sviluppo?”. Dove sono quelli tra di noi pronti a “pronunciare giuramenti illegittimi” e ad affrontare i despoti e i ciarlatani nei governi che glorificano la guerra, che si inventano nemici stranieri, che criminalizzano il dissenso e che maltrattano i rifugiati vulnerabili che arrivano su quelle coste e vigliaccamente li chiamano “clandestini”.
Mary Palmer era “clandestina”. Francis McCarthy era “clandestino”. Tutte le donne che sono sopravvissute alla Fabbrica Femminile e che si sono battute contro l’autorità, erano “clandestine”.
Il ricordo del loro coraggio, della loro capacità di ripresa e resistenza, dovrebbero essere lodate, non calunniate, nel modo in cui facciamo oggi. Infatti, soltanto quando riconosceremo l’unicità del nostro passato – del nostro passato indigeno – e il nostro passato di detenuti orgogliosi – la nostra nazione raggiungerà la vera indipendenza.

Intervento al 200° anniversario della creazione della Fabbrica Femminile di Parramatta, a Sydney, una prigione dove le donne detenute ‘intrattabili’ provenienti per lo più dall’Irlanda e dall’Inghilterra, venivano mandate nella colonia australiana della Gran Bretagna all’inizio del 19°secolo.

Fonte: zcomm.org. Traduzione di Maria Chiara Starace (© 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0) per znetitaly.org