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domenica 7 dicembre 2025

Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché - Franz Baraggino


Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.

L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.

Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.

Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.

Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.

Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.

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Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” , intervista di Franz Baraggino 

L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”.

Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE?
Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte.

La negoziazione com’è andata?
Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi.

La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”.
Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi.

Quali?
Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza.

Dunque?
Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani?

Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo?
Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva.

In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa?
Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi.

Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti?
Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa.

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domenica 23 novembre 2025

Carne scaduta, ricongelata e messa sul mercato. L’inchiesta di Report sul macello leader nell’import - Franz Baraggino

"Non si butta via niente" è il titolo del servizio di Giulia Innocenzi per la nuova puntata del programma di Sigfrido Ranucci, in onda domenica 23 novembre su Rai3

 

Le inchieste di Report, in onda stasera, domenica 23 novembre, su Rai3, tornano a occuparsi di quello che l’industria alimentare porta sulle nostre tavole. Perché, a quanto pare, “Non si butta via niente“. È il titolo del servizio di Giulia Innocenzi, che condurrà lo spettatore all’interno del macello Bervini di Pietole, in provincia di Mantova, tra partite di carne scaduta provenienti da UruguayNuova Zelanda, Ungheria, Ucraina, Romania e persino dalle riserve militari egiziane, che venivano scongelate, lavorate e ricongelate per essere messe sul mercato. Tutto all’interno di un’azienda leader nel settore della lavorazione delle carni estere, che fattura circa 200 milioni l’anno. “Era nera, puzzava, era brutta. Alla vista e all’olfatto era immangiabile”, raccontato le testimonianze raccolte tra gli operai. Peggio: il congelamento non elimina i batteri e lo scongelamento in acqua calda favorisce la loro replicazione, compresi patogeni come salmonella e listeria, spiegano gli esperti intervistati.

Sacchetti di carne caduti a terra e rimessi nei cassoni, piani di lavoro contaminati dal sangue, armadietti infestati da scarafaggi. Pratiche che, chiarisce il servizio, moltiplicano ulteriormente la carica batterica delle carni lavorate. Poco importa: dopo la rimozione dello strato superficiale compromesso, la carne veniva riconfezionata con nuove date di scadenza. Noto per selezionare carni pregiate dall’America Latina e persino specie esotiche come antilopezebra e cammello, il macello nascondeva un sistema di riciclo che avrebbe potuto mettere a rischio la salute dei consumatori. Secondo quanto riferito dalla stessa azienda, “le normative consentono di procedere al congelamento delle carni fresche refrigerate, cioè conservate da -1 a 2 gradi, ma prima che venga raggiunta la data di scadenza”. Ma quanto filmato dal programma di Sigfrido Ranucci mostra che a Pietole le cose andavano in modo decisamente diverso.

Il servizio rilancia interrogativi cruciali sulla trasparenza delle filiere e la tutela dei consumatori. “Due i piani di ragionamento”, spiega Innocenzi a ilfattoquotidiano.it. Il primo riguarda l’industria, che punta a “tagliare i costi e ad aumentare i guadagni: una carne che non può essere consumata e va distrutta in quanto scaduta, rimessa sul mercato ti porta un guadagno doppio”, segnala la giornalista. “Ma inseguire così il profitto significa mettere in pericolo la salute dei cittadini”. Il secondo aspetto riguarda i controlli. “Abbiamo chiesto ai Servizi veterinari come sia possibile la lavorazione di carni scadute, perché non sia stata intercettata”. La criticità sta nel fatto che “i controlli a sorpresa non vengono quasi mai eseguiti”. Al contrario, si opera solitamente “con controlli programmati, dei quali le aziende vengono preventivamente informate”. Un sistema che, aggiunge la giornalista, “va totalmente ripensato: c’è in ballo alla salute dei cittadini”.

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martedì 14 ottobre 2025

“Limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Il disastro di Meloni nei dati Caritas, che bocciano Adi e Sfl - Franz Baraggino

 

Il Rapporto 2025 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà in Italia boccia gli strumenti messi in campo dal governo di Giorgia Meloni, accusando le nuove misure di raggiungere meno persone e di aver accentuato le disuguaglianze sociali. Il titolo del rapporto è “Assegno di Inclusione: Un Primo Bilancio” e presenta analisi firmate da Nunzia De Capite, Giulio Bertoluzza, Massimo Aprea, Pietro Galeone, Michele Raitano, Massimo Baldini, Andrea Barigazz, Cristiano Gori e Lucia Mazzuca. Il risultato lascia ben poco spazio all’interpretazione. Col suo rapporto, l’organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (Cei) per la promozione della carità parla di “limitato interesse del governo per la lotta alla povertà”. Denuncia le “gravi disuguaglianze” dovute all’introduzione dell’Assegno di Inclusione (Adi), la misura che ha sostituito il Reddito di cittadinanza, e la “debolezza strutturale” del Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), l’indennità temporanea legata ai corsi di formazione per coloro che il governo ha dichiarato “occupabili”.

Al centro della critica della Caritas è l’abbandono del principio di universalismo selettivo a favore di una logica categoriale fondata sulla composizione familiare, un unicum nel panorama europeo, dove generalmente i requisiti categoriali sono applicati per prevedere maggiorazioni e non per escludere. Con l’introduzione dell’Adi, invece, l’Italia è di fatto tornata a essere l’unico Paese europeo a non disporre di una misura di reddito minimo rivolta a tutti gli individui poveri in quanto tali, ma solo ad alcune categorie. “Assicurare a tutti i poveri una vita decente non è più considerato compito dello Stato”, denuncia il rapporto, secondo cui “le politiche contro la povertà diventano un sottoinsieme di quelle per la natalità”. L’approccio ha portato a una distorsione dove l’obiettivo primario non è più “assicurare a chiunque cada in povertà il diritto a una vita decente, bensì quello di proteggere le famiglie con figli”. L’analisi lamenta la scelta politica per cui, “di fronte alla riduzione delle risorse, si sarebbe potuto escludere dal sostegno chi povero non è. Si è scelto invece di escludere chi non ha figli minori”. Criterio che “ha introdotto gravi disuguaglianze orizzontali – ovvero trattamenti differenziati di nuclei nelle stesse condizioni di bisogno – generando un unicum nel panorama europeo”.

Le accuse di ridotta copertura ed efficacia sono supportate dai dati. Dal picco di circa 1,4 milioni di nuclei raggiunti dal RdC tra il 2021 e il 2022, si è scesi a circa 650 mila nuclei nel 2024, con una riduzione sostanziale dei beneficiari. Quanto all’efficacia, cioè la capacità di ridurre il numero complessivo di persone o famiglie che vivono in povertà assoluta, basandosi su stime della Banca d’Italia il rapporto spiega che mentre il RdC riduceva l’incidenza dall’8,9% al 7,5% della popolazione, l’Adi riesce a portarla solo all’8,3%. La restrizione della platea ha infatti escluso una quota significativa di poveri assoluti, con il 40,6% dei poveri che beneficiavano del RdC che ha perso il diritto con l’Adi. Le categorie più penalizzate includono gli adulti soli in età lavorativa, i lavoratori poveri (working poor) e gli stranieri. Nonostante la riduzione da 10 a 5 anni del requisito di residenza, la diminuzione percentuale nel numero di nuclei beneficiari è stata maggiore per gli stranieri (-40%) rispetto agli italiani (-35%). Inoltre, gli stranieri costituiscono il 31% delle famiglie in povertà assoluta, ma solo il 9% dei percettori Adi. Il Rapporto evidenzia anche un forte disallineamento territoriale dovuto a criteri uniformi di calcolo: al Sud risiede il 68% dei beneficiari di Adi, a fronte del 45% dei nuclei in povertà assoluta sul totale nazionale, mentre al Nord, dove si concentra il 41% dei poveri assoluti, i beneficiari si fermano al 15%. Questo penalizza le famiglie residenti nelle regioni settentrionali e nelle grandi città, dove il costo della vita è più alto, creando “falsi negativi”, cioè poveri esclusi.

C’è poi il Supporto per la formazione e il lavoro (SFL), tanto decantato dalla ministra del lavoro Marina Elvira Calderone e trasformatosi, secondo Caritas, in un disastro. “Doveva essere la grande novità – non più assistenza fine a se stessa, ma politica attiva – e invece quasi tutti concordano nel definirlo, al momento, una “scatola vuota”. Le criticità del SFL possono essere riassunte su due fronti: pochissimi hanno potuto usufruirne, e per quei pochi l’efficacia in termini di inserimento lavorativo è stata praticamente nulla”. Anche l’attuazione risulta problematica: a luglio 2025, solo 181.000 persone ne hanno usufruito. Gli operatori rilevano che i percorsi formativi sono “del tutto scollegati dalla realtà locale”, e che molti lo vedono come un mezzo per ricevere l’indennità da 500 euro al mese (fino al 2024 erano 350 euro), senza prospettive concrete di inserimento lavorativo. Peggio: il Sfl è ridotto a una misura che “rischia di creare un esercito di ‘nuovi poveri’ inattivi e disillusi”. La conseguenza della riduzione del sostegno pubblico? Le Caritas diocesane hanno registrato un aumento “consistente, e inatteso” delle richieste di aiuto. L’organizzazione si trova costretta a riassumere un ruolo di “presidio di prima linea” e di “paracadute”, concentrandosi sulla fornitura di beni di prima necessità (pacchi alimentari, contributi per affitto e bollette).

Così l’Italia di Meloni e soci ne esce malissimo anche sul piano europeo. Mentre la Raccomandazione UE del 2023 spinge verso standard di adeguatezza e universalità, l’Italia ha scelto di muoversi nella direzione opposta, rendendo il sistema di protezione sociale meno inclusivo. La Spagna, ad esempio, ha rivalutato il proprio reddito minimo vitale del 42,8% tra il 2020 e il 2025 per mantenerlo in linea con il costo della vita, e la Germania ha introdotto il Bürgergeld per rendere il sistema più generoso e meno stigmatizzante. In Italia, al contrario, l’adeguamento delle soglie Adi nel 2025 si è limitato a un +8,3%, cifra che non copre nemmeno l’inflazione accumulata dal 2019. Di fronte a tale scenario, la Caritas italiana suggerisce, come prima cosa, di ripristinare tempestivamente l’universalismo selettivo, affinché le misure di reddito minimo siano “accessibili e coprano in modo completo tutti gli individui in condizioni di bisogno economico”. A livello europeo, si chiede di andare oltre le misure “morbide” e di introdurre “una Direttiva quadro sull’adeguatezza del reddito minimo” che stabilisca standard vincolanti per tutti gli Stati membri. Il rapporto propone inoltre di rivedere radicalmente il Sfl con percorsi formativi realmente legati al mercato del lavoro e di favorire la cumulabilità e la transizione al lavoro per incentivare l’accettazione di impieghi, evitando che la perdita immediata dell’Adi funga da disincentivo. Infine, si auspica una maggiore integrazione delle politiche (lavoro, casa, servizi sociali e sanitari) attraverso l’istituzione di équipe multidisciplinari.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/08/limitato-interesse-del-governo-per-la-lotta-alla-poverta-il-disastro-di-meloni-nei-dati-caritas-che-bocciano-adi-e-sfl/8153378/

venerdì 10 ottobre 2025

Gaza, tra il dire e il fare ci sono 61 milioni di tonnellate di macerie. Ecco le stime realistiche di un incubo - Franz Baraggino

Fonti accreditate stimano che rimozione e smaltimento dei detriti richiederanno decenni, tra veleni nel suolo, ordigni inesplosi, diritti perduti e vittime ancora sepolte.

La devastazione infrastrutturale ha proporzioni inedite. La più recente stima del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) indica che la distruzione o il danneggiamento di circa 250 mila edifici ha prodotto un volume di circa 61 milioni di tonnellate di macerie, diciassette volte la somma di tutti i detriti prodotti dai precedenti bombardamenti a Gaza dal 2008. Secondo le fonti più accreditate, rimuovere e processare questa massa enorme richiederà decenni, anche al netto degli imprevisti. Perché Gaza è anche un cimitero dove si stima che almeno 12 mila corpi siano ancora sepolti sotto le macerie. Chi è rimasto dovrà invece fare i conti con suoli e acque contaminate, e con la perdita e la distruzione dei registri di proprietà, sempre che si vogliano davvero riconoscere i diritti.

Quanto ci vorrà per rimuovere le macerie a Gaza? – Il lavoro di smaltimento si articola in due fasi: la rimozione e il trasporto iniziale, e la successiva lavorazione per il riciclo del materiale idoneo. Per la sola fase di rimozione dei detriti, le Nazioni Unite hanno stimato che potrebbero volerci fino a 15 anni. Calcolo elaborato ipotizzando l’uso di una flotta di 105 autocarri con capacità di 19 tonnellate (circa 17,24 tonnellate metriche), attivi su turni di 8 ore per 30 giorni al mese. Uno studio pubblicato a luglio (Samer Abdelnour e Nicholas Roy su Environmental Research: Infrastructure and Sustainability) stima che il trasporto delle macerie richiederà oltre 2,1 milioni di carichi di autocarri, coprendo una distanza equivalente a circa 736,5 volte la circonferenza terrestre. Ma lo studio si basa sui primi 14 mesi di conflitto, fino al primo dicembre 2024, quando le macerie erano circa la metà, 36,8 milioni di tonnellate. Anche i calcoli delle Nazioni Unite, fatti quando le tonnellate erano circa 50 milioni, vanno aggiornati, portando i tempi necessari a più di 20 anni. Per non parlare delle strade: già un anno fa il Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) stimava che circa il 31% della rete stradale a Gaza è stata moderatamente danneggiata, l’8,9% gravemente danneggiata e il 25,4% distrutta.

Decenni solo per la frantumazione – Ma il vero dilemma riguarda la fase successiva, quella della lavorazione o frantumazione, che allunga i tempi in modo drammatico, anche a causa delle restrizioni sull’accesso a macchinari industriali pesanti. Lo studio di Abdelnour e Roy intitolato ‘Trattamento dei detriti provenienti dagli edifici distrutti e danneggiati a Gaza: emissioni di carbonio, tempi e implicazioni per la ricostruzione’ ipotizza scenari diversi, calcolando il trattamento dell’80% dei detriti, quelli non contaminati e idonei alla frantumazione. Nello scenario “ottimale” entra in campo una flotta di 50 macchinari industriali per frantumare le macerie, i cosiddetti frantoi a mascelle ad alta capacità, per un lavoro da 400 tonnellate l’ora che richiederebbe poco più di sei mesi. Peccato che “non sono attualmente disponibili a Gaza”, segnala lo studio. E questo per le restrizioni imposte all’ingresso di macchinari pesanti e parti di ricambio, pratica di lungo corso che andrebbe appena rinegoziata. Ecco il perché dello scenario “realistico”, che prevede una flotta di 50 frantoi più piccoli (“tipo primario utilizzato in Gaza”) che per fare lo stesso lavoro ci metterebbe quattro decenni. Stima che va però aggiornata e finisce per superare i 60 anni.

Vittime, ordigni e contaminazioni – Ad aprile le Nazioni Unite stimavano che 12 mila vittime fossero ancora sepolte sotto gli edifici distrutti. L’urgenza di rimuovere i detriti si scontra dunque anche col delicato compito di individuare e identificare con attenzione i resti delle vittime, operazioni che richiedono l’intervento di personale specializzato. Tra le incognite c’è poi il rischio elevato di ritrovare ordigni inesplosi (UXO). Il Servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine (UNMAS) indica che fino al 10% delle armi esplosive potrebbe non essere detonato. La rimozione delle macerie è poi “intrinsecamente rischiosa” e richiede il supporto dei team di EOD (Explosive Ordnance Disposal). L’eventuale ritrovamento comporta la sospensione immediata del sito e l’evacuazione del personale. Quanto alle risorse, quelle limitate per EOD a Gaza lasciano supporre “ritardi significativi”. A complicare drasticamente la gestione dei materiali c’è poi la loro contaminazione. Si stima che circa il 15% delle macerie è probabilmente contaminato da amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti e vanno gestite come rifiuti pericolosi, col personale EOD dotato di protezioni e tute protettive monouso.

Ricostruzione senza diritti – Il recupero post-conflitto, che include la ricostruzione delle abitazioni, richiede tempi ancora più lunghi e difficilmente calcolabili. Basandosi sulle dinamiche di ricostruzione successive a precedenti conflitti, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) ha stimato che per ricostruire le stesse case distrutte sarebbero necessari circa 80 anni. Al contrario, i problemi sono già dietro l’angolo, come le complessità legali relative al riconoscimento dei diritti di proprietà (HLP – Housing, Land, and Property). La situazione legale a Gaza era già confusa, con norme più recenti che confliggono con quelle ereditate dall’Ordinanza Britannica sulla Pianificazione Urbana del 1936 e addirittura dal Codice Fondiario Ottomano del 1858. A Gaza si stima che fino al 30% della terra privata non sia registrata, rendendo difficile la risoluzione delle controversie già in tempo di pace. A questo si aggiunge la perdita o distruzione dei registri di proprietà. Il mancato riconoscimento dei diritti HLP fin dalle prime fasi di recupero è considerato un ostacolo tra i più critici alla possibile ripresa. Le organizzazioni come il HLP Working Group al quale partecipano agenzie Onu, ong e istituzioni accademiche, lavora per sviluppare messaggi di sensibilizzazione per “evidenziare l’importanza dei diritti HLP in tutte le fasi” e fornire linee guida vista la diffusa assenza di registri.

L’ambiente, l’altra vittima – Per l’Unep, il recupero dai danni ambientali a Gaza “potrebbe richiedere decenni”. La situazione è “peggiorata drasticamente su quasi tutti gli indicatori” da giugno 2024, lasciando “un’eredità che potrebbe influenzare la salute e il benessere delle generazioni di residenti di Gaza”. Insomma, la rimozione delle macerie e i loro contaminanti potranno solo peggiorare una condizione del suolo e delle risorse idriche che è già compromessa. Le forniture di acqua dolce sono “gravemente limitate e gran parte di ciò che resta è inquinato”. Il crollo delle infrastrutture per il trattamento delle acque reflue, la distruzione dei sistemi di condutture e l’affidamento a pozzi neri hanno probabilmente “aumentato la contaminazione della falda acquifera” che fornisce la maggior parte dell’acqua di Gaza. Tanto che, avverte l’Unep, anche le aree marine e costiere sono “sospettate di essere contaminate” a causa del crollo di queste infrastrutture. Secondo l’Aggiornamento sulla Situazione Umanitaria delle Nazioni Unite dello scorso 2 ottobre, il danno alla terra coltivabile è massiccio: dal 2023, la Striscia di Gaza ha perso il 97% delle sue colture arboree, il 95% della sua boscaglia e l’82% delle sue colture annuali, rendendo di fatto impossibile la produzione alimentare su larga scala. Il tutto aggravato dall’uso estensivo degli esplosivi, la cui potenza totale è ritenuta essere tre volte quella combinata delle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

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