Visualizzazione post con etichetta Sioux. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sioux. Mostra tutti i post

sabato 30 giugno 2018

Grande vittoria: la Corte ritiene che l’approvazione del Dakota Access Pipeline ha violato la legge




Un giudice federale ha stabilito mercoledì che l’ amministrazione Trump deve condurre una revisione ambientale aggiuntiva del Dakota Access Pipeline , consegnando una vittoria limitata alle tribù di nativi americani che combattono la decisione dell’amministrazione di andare avanti con il progetto.
In un ampio parere , il giudice distrettuale di Washington, DC James Boasberg si è schierato con le tribù accettando che l’Army Corps of Engineers “non ha considerato gli impatti di una fuoriuscita di petrolio sui diritti di pesca, i diritti umani, o la giustizia ambientale.”
“Questa decisione segna una svolta importante”, ha detto l’avvocato di Earthjustice Jan Hasselman. “Fino ad ora, i diritti della tribù Standing Rock Sioux sono stati disattesi dai costruttori del Dakota Access Pipeline e dall’amministrazione Trump – spingendo ad una meritata protesta globale . I tribunali federali hanno fatto un passo dove i nostri sistemi politici non sono riusciti a proteggere i i diritti delle comunità native “.
Boasberg non ha ordinato un arresto delle operazioni sull’oleodotto , che ha iniziato a pompare petrolio all’inizio di questo mese . Alle tribù e al proprietario dell’oleodotto Energy Transfer Partners viene ordinato di comparire in tribunale la prossima settimana per decidere le successive misure legali , e le tribù sono tenute a discutere per un arresto completo delle operazioni dell’oleodotto.
Dallas Goldtooth, organizzatore nazionale Jeep It In the Ground per Indigenous Environmental Network , ha avuto questo da dire circa la sentenza:
“Questa è una vittoria enorme per le nazioni tribali degli Oceti Sakowin, per i Protettori d’Acqua in tutto il mondo e per i capi indigeni che hanno guidato gli sforzi dell’organizzazione per fermare il Dakota Access Pipeline.
“Siamo in estasi per la decisione della corte, e applaudiamo le tribù Standing Rock Sioux e Cheyenne Sioux per continuare a mantenere la linea e portare la lotta contro l’amministrazione Trump e il Dakota Access Pipeline ai tribunali della nazione. Ci auguriamo che questa decisione porti al blocco dello scorrimento del petrolio nell’oleodotto di petrolio greggio Bakken come rimedio permanente per proteggere l’acqua potabile del fiume Cheyenne e delle nazioni Standing Rock Sioux .
“Dal 1990, la nostra organizzazione ha lavorato per assicurare che gli Stati Uniti riconoscessero la necessità di giustizia ambientale e di una partecipazione significativa da parte delle comunità indigene nel permettere processi che interesseranno le nostre terre sacre, i diritti inerenti e l’accesso ad acqua pulita. Stiamo vedendo questi sforzi che stanno dando i loro frutti, e ora il nostro movimento ha inferto un duro colpo al grande petrolio .
“Nonostante le subdole tattiche brutali da parte di Energy Transfer Partners per sopprimere i popoli indigeni, il nostro movimento non sarà fermato. Noi continueremo a sostenere qualsiasi e ogni sforzo per disinvestire dalle fonti fossili e arrestare il Dakota Access Pipeline una volta per tutte.”
Trad. Il Popolo che non esiste
Fonte: https://www.ecowatch.com/dapl-court-ruling-2442150241.html

sabato 25 febbraio 2017

Le fiamme di Standing Rock - Maria Rita D'Orsogna


I campi di protesta degli indiani e dei loro sostenitori sono stati evacuati con la forza da membri delle forze dell’ordine che hanno perlustrato le tende e arrestato dozzine di persone. Fra gli arrestati quarantasei persone, incluso un gruppo di militari di guerra che hanno resistito per un’ora. Ci sono volute tre ore e duecentoventi poliziotti, nonché diciotto guardie nazionali per andare tenda per tenda.
Come poteva essere altrimenti? Ci erano riusciti pelo pelo sotto Obama a ottenere un fermo temporaneo, figuriamoci se con il nuovo presidente il fermo poteva restare. E cosi, tutti via. Mica un oleodotto da 3.8 miliardi di dollari può aspettare? Tutti via, volenti o nolenti, e a sfregio bruciano pure tutto quello che trovano.

Alcuni dei protestanti, per la maggior parte indiani, erano li, vicino allo Standing Rock Indian Reservation, da aprile 2016. Al culmine delle proteste c’erano migliaia di persone. Adesso ne erano rimaste poche centinaia a causa del freddo e dell’arrivo dei tribunali.
A costruire l’oleodotto la ditta di Dallas chiamata Energy Transfer Partners in cui è o è stato un investitore. Non si sa perché non rende i suoi investimenti pubblici, ma di certo si sa che fino a novembre 2016 lo era. Il cosiddetto Army Corps of Engineers che si occupa della manutenzione dei sistemi idrici della nazione aveva annunciato che occorreva sgomberare tutto entro il 22 febbraio, per questioni di sicurezza legate a possibili inondazioni e straripamenti di fiumi.
Dicono pure che erano preoccupati per la sicurezza dei manifestanti e della grande quantità di rifiuti che avevano lasciato – tende, e macchine che avrebbero potuto finire nei fiumi. Mercoledì 22 febbraio erano quasi tutti andati via, a parte qualche recidivo, fra cui il gruppo di veterani di guerra. Non è ben chiaro perché le tende e tutto il resto è stato bruciato: alcuni dicono che era necessario perché le tende erano ormai ghiacciate e semi incorporate al terreno; altri che era un riturale indiano.
E cosi, tre ore dopo era tutto finito. Almeno a Standing Rock. Questo perché uno dei rappresentanti dei Sioux, Chase Iron Eyes, ricorda che la battaglia continuerà nei tribunali e con il supporto dell’opinione pubblica.

Intanto la Energy Transfer Partners ha incominciato i lavori per stendere il suo tubo di petrolio sotto il lago Oahe vicino al fiume Missouri. Cosi avremo petrolio fresco fresco dal North Dakota fino all’Illinois. Che vuoi che siano i diritti degli indiani. Che vuoi che siano i diritti di chiunque.

mercoledì 25 gennaio 2017

La ribellione indigena nelle Americhe - Silvia Ribeiro

Da un estremo all’altro, i popoli indios delle Amériche vivono, costruiscono e resistono. Resistono alle invasioni, sui loro territori, di miniere, industrie petrolifere, grandi dighe, gasdotti, all’abbattimento dei loro boschi e alle mega piantagioni di monocolture di alberi, ai parchi eolici, alle piantagioni di transgenici e alle fumigazioni di agrotossici, all’avanzare indiscriminato di progetti immobiliari, alla contaminazione e furto delle loro terre, fiumi, laghi, e aria. Resistono inoltre ai mille modi per tentare di renderli invisibili, di affermare che non esistono o che non sono popoli; affinché ogni lotta, quando viene alla luce e suscita solidarietà, venga vista come un fenomeno localizzato e isolato, dove non c’è storia, non c’è identità, non c’è organizzazione, non c’è solidarietà e reti con molti altri. Le lotte indigene hanno molti livelli di significato che ci toccano tutti e tutte, anche se spesso li percepiamo solo a partire dalle loro resistenze nei momenti di repressione e minaccia.
Nel Sud del continente, i Mapuche, tanto in Cile quanto in Argentina – il loro territorio ancestrale non ha mai avuto questa frontiera – sono perseguiti giudizialmente e militarmente perché difendono i loro territori contro le grandi imprese forestali, idroelettriche, petrolifere e altre imprese e contro gli affari dei governi di turno con le loro terre. In ogni conflitto, nei loro confronti sono state applicate – o si è cercato di farlo – le leggi antiterrorismo, leggi che provengono dalle dittature militari, con persecuzione militare, poliziesca e giudiziaria. In entrambi i casi, in particolare in Argentina, il discorso ufficiale e mediatico nega perfino che esistano popoli indios, come è successo nel caso di molti altri conflitti in territori indigeni. Alla fine del 2016, il caso della machi mapuche Francisca Linconao (autorità morale, medica e consigliera della sua comunità) ha sollevato solidarietà in tutto il mondo, quando la machi Francisca, che si dichiara innocente ed è stata arrestata senza prove, accusata di un incendio che ha fatto due morti in una tenuta forestale che occupa e devasta i territori della comunità, ha iniziato lo sciopero della fame che è durato due settimane, fino a quando, il 6 gennaio 2017, le hanno concesso, non la libertà, ma gli arresti domiciliari. Il processo contro di lei, continua.

Lo scorso 10 e 11 gennaio, il governo argentino e il governatore Mario das Neves della provincia di Chubut, in un’operazione congiunta della Gendarmeria Nazionale e della polizia locale, hanno lanciato una feroce repressione contro una comunità (lof) mapuche che difende il suo territorio nel dipartimento di Cushamen, Chubut. Questo lof mapuche ha rioccupato la terra nel marzo del 2015, dopo che era rimasto incapsulato in quella che dal 1991 è la proprietà della multinazionale italiana Benetton, uno dei maggiori proprietari terrieri dell’Argentina, con circa 900.000 ettari in Patagonia.
In quella che Amnesty International ha definito come “operación cerrojo” [operazione serratura], 200 gendarmi hanno chiuso tutte le vie di accesso e sono avanzati sparando pallottole di gomma e di piombo contro la comunità, con un’enorme brutalità, attaccando donne, uomini e bambini. Il primo giorno avevano un ordine del tribunale per liberare i binari di un treno turistico che la comunità aveva bloccato con materiali, non persone. Nient’altro. Il secondo giorno non avevano nemmeno questo esiguo ordine, ma in entrambe le occasioni hanno attaccato la comunità con violenza, lasciando una scia di feriti e di arresti.
Al brutale attacco, sono seguite le manipolazioni mediatiche. I media locali hanno accusato i mapuche di tirare sassi e di “resistere violentemente a un procedimento giudiziario”, implicando che erano stati loro a provocare la repressione. Il governatore ha aizzato il conflitto dichiarando che “Da un po’ di tempo nel Chubut c’è un gruppo di violenti che non rispettano le leggi, la patria, né la bandiera… Su questo sarò duro fino in fondo, affinché si rispettino le leggi e la gente viva tranquilla” (12/01/17 lavaca.org). Per il governatore, “la gente” è la multinazionale Benetton.

Così come ha denunciato l’amato storico Osvaldo Bayer sul sito Garganta Poderosa, si tratta, un’altra volta, della Patagonia ribelle, una rinnovata “Campagna del deserto” (che venne condotta da Julio Argentino Roca agli inizi del 1900) per farla finita con i popoli e le tribù del Sud, per far posto adesso alle imprese multinazionali.
In tutta l’Amazzonia, nella resistenza all’industria mineraria, petrolifera e alle altre devastazioni, ci sono i popoli indigeni. In Ecuador, membri del popolo Shuar della comunità di Nankitz, Morona Santiago, a novembre e a dicembre hanno cercato di recuperare il loro territorio, dal quale erano stati violentemente cacciati nell’agosto 2016 da forze militari e di polizia del governo che, ancora una volta, ha preso in considerazione un ordine giudiziario a favore della società mineraria cinese Explorcobres S.A, malgrado lo stesso governo non aveva nemmeno attuato la consultazione libera, preventiva e informata alla quale hanno diritto le comunità indigene Shuar. Negli scontri è morto un poliziotto e diversi sono rimasti feriti. Come ripercussione, il governo ha cercato di chiudere l’organizzazione ecologista Acción Ecológica, che da anni denuncia gli impatti dell’attività mineraria e petrolifera e la violazione dei diritti indigeni e umani in queste aree, compreso il caso Shuar. Si è riusciti a fermare quest’azione, sia per la vacuità delle accuse contro questa organizzazione, sia per la vasta protesta nazionale e internazionale; però le minacce proseguono: continua la militarizzazione nella zona Shuar e analoghe situazioni di sgomberi, abuso e violenza, si ripetono in diversi territori indigeni dell’Ecuador dove vogliono portare avanti le mega attività estrattive, a favore delle imprese straniere, soprattutto cinesi.
La difesa territoriale dei popoli indigeni ha un ruolo fondamentale nella difesa della vita e della giustizia per tutte le Amériche, come è successo anche con la mobilitazione del Popolo Sioux a Standing Rock, nel Nord Dakota, contro l’oleodotto DAPL, un’altra devastante impresa che a dicembre è stata fermata per l’estesa e ferma resistenza indigena. La convergenza di popoli indigeni e di organizzazioni ecologiste di base, così come in diversi luoghi con altri movimenti sociali, femministi, urbani, contadini, non è nuova, ma sta assumendo forme e significati nuovi.
La storia e le convincenti realtà del movimento e delle comunità zapatiste avalla, direttamente o indirettamente, tutti questi processi di resistenza. Il Messico, quasi come un continente in sé, è attraversato da conflitti territoriali, ambientali, sociali, di ingiustizie, con innumerevoli casi di repressione aperta o occulta, e con centinaia di lotte e resistenze locali, molte con base nelle comunità indigene e contadine. Le testimonianze e le denunce del Congresso Nazionale Indigeno riflettono molti di questi. La decisione di formare un Consiglio Indigeno di Governo e contrapporre una candidata donna e indigena ai discorsi elettorali è un altro modo per presentare, invitando molti altri movimenti, queste realtà, ferite, resistenze, indignazioni e costruzioni.
.
Pubblicato su Desinformémonos con il titolo De Dakota a la Patagonia, rebeldía que no cesa
Traduzione per Comune di Daniela Cavallo


martedì 11 ottobre 2016

Corradino sta con le genti Sioux contro il merdoso oleodotto in quel che resta delle LORO terre! - Zio Scriba





Lo so, lo so, basta aprire un giornale per incazzarsi un centinaio di volte, ma certe notizie mi indignano più di altre. Abbiamo tutti indignometri diversi. E questa storia, di un maledetto oleodotto fatto passare proprio nella Riserva Sioux in North Dakota, con rischi di conseguenze devastanti per i fiumi e le falde acquifere, mi ha fatto incazzare parecchio. 
Ci sono state manifestazioni e proteste pacifiche, con la partecipazione di Sioux venuti anche da altre riserve e di altri nativi americani, fra cui una Cheyenne di nome Alce Sottile, soffocate con violenza da vigilantes e cani a quattro zampe, nel nome dei cani a due zampe che li mandavano.
È evidente come l’uomo moderno sia sempre più convinto di poter sopravvivere bevendo petrolio, mangiando denaro (o ingurgitando bitcoin direttamente dallo smerdofono) e respirando le proprie scorregge di pantegana infestante. Ma andare ad avvelenare l’acqua di ciò che resta di un saggio e coraggioso Popolo già confinato in angusti anfratti mi pare cosa a dir poco vomitevole.
Anche perché, spiritualmente, io sono sempre stato uno di loro. Li ho sempre considerati miei Fratelli elettivi. Solo che purtroppo mi manca la tempra per andare a vivere con loro. 
Pare che Obama si sia limitato a congelare il tutto (ma i pronostici finali non prevedono la vittoria dei Buoni, non siamo al cinema). E non oso pensare a cosa succederà se vince Trump: manderà un nuovo Custer? Nel caso, gli auguro di trovare Tori Seduti e Cavalli Pazzi per i suoi denti.
Non sono un propagatore di petizioni, perché non ci credo e non mi interessano. Se ce ne sono, trovatele voi e se volete firmatele. Ma soprattutto, parlate di questo scempio, di questo ignobile insulto alle acque sacre, al Grande Spirito, all’anima stessa dell’uomo. Facciamo da piccolo amplificatore alla debole voce di un grande fiero popolo che muore.