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martedì 7 ottobre 2025

Riscoprire il pensiero di Aldo Capitini per un movimento di resistenza nonviolenta e popolare - Mariantonietta D'Apolito

 

Chiediamo che si allarghi l’applicazione del metodo di resistenza attiva nonviolenta, alle lotte per la liberazione dall’imperialismo, dal colonialismo, da tutte le oppressioni, dal potere assoluto di gruppi dittatoriali o reazionari o asserviti alle forze economiche sfruttatrici. Da questo orizzonte aperto, infinito e fraterno, sacro da più di sette secoli ad ogni essere che nasce alla vita e alla compresenza di tutti, scenda una volontà intrepida e serena di resistere alla guerra, in propositi costruttivi di pace.

(24 settembre 1961, discorso di Aldo Capitini sul prato della Rocca di Assisi)

In questi tempi di rinnovata follia bellicista è sempre più urgente riscoprire il pensiero di Aldo Capitini, che animò la prima grande manifestazione nonviolenta, apartitica (ma non apolitica, come chiarì lui stesso) e popolare per la pace in Italia. Nel settembre del 1961, in uno dei momenti più tesi della Guerra Fredda, il filosofo, poeta e antifascista perugino, portò nelle campagne tra Perugia e Assisi, tra le case dei contadini e delle madri che avevano vissuto la guerra, la filosofia della nonviolenza. In un’Italia povera, provata da due conflitti mondiali e profondamente divisa, Capitini riuscì, nonostante il clima di sospetto e di intimidazione messo in atto dai vertici di governo e militari del tempo[1], in un’impresa unica. Non a caso, Pier Paolo Pasolini la definì “il fenomeno politico italiano più interessante dell’anno”, affermando che la sua “fondamentale aristocraticità è facilmente accepibile dalle masse coscienti: non c’è contraddizione tra la sua elezione e la sua popolarità”[2]. La Marcia, nonostante gli attacchi condotti dalla DC[3], riuscì nell’intento di unire l’alto e il basso, intellettuali e contadini, giovani e anziani, in una camminata silenziosa e dal sapore mistico. Una preghiera collettiva che, disse in quei giorni Goffredo Fofi: “ha esercitato su una popolazione contadina che, come ovunque in Italia, si sente (…) estranea alla vita della nazione” un forte richiamo ad affrontare il problema della pace, “il più vicino alle aspirazioni come alle paure di tutti”[4]. La storia della prima marcia, ma ancor più, le vicende legate alla sua gestazione (non a caso Capitini, a proposito della Marcia, parlò proprio di “parto”), le riflessioni ed i dibattiti che la precedettero e la seguirono e le proposte concrete portate dai pacifisti e nonviolenti di tutto il mondo, costituiscono un patrimonio imprescindibile per un programma di resistenza attiva alla deriva militarista e sanguinaria dei nostri giorni.

Raggiungere tutti con una proposta di cambiamento radicale della società

“Avevo visto, [1] nel dopoguerra della mia vita, le domeniche nella campagna frotte di donne vestite a lutto per causa delle guerre, sapevo di tanti giovani ignoranti ed ignari mandati ad uccidere e a morire da un immediato comando dall’alto, e volevo fare in modo che questo più non avvenisse, almeno per la gente della terra a me più vicina”. (A. Capitini in “Ragioni e organizzazione della Marcia”)

Nell’organizzare questo grande evento, Aldo Capitini insisteva principalmente su due elementi: la necessità di favorire il coinvolgimento più ampio possibile degli esclusi dalla vita politica e avviare, al contempo, un processo di riforma radicale del tessuto sociale, dall’informazione all’educazione.

A proposito della partecipazione popolare, disse: “Il pacifismo di prima era frammentario, talvolta sedentario, e lontano da un contatto con moltitudini che possono diventare pacifiste integrali”. In effetti, sin dal 1948 c’era stato in Italia un pacifismo, quello dei Partigiani della Pace, animato dal PCI e che condusse una notevole mobilitazione di piazza nei giorni dell’aprile del 1949, quando il governo De Gasperi incassò il voto parlamentare per l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, escludendo di fatto gli elettori da qualsiasi forma di partecipazione democratica su una scelta tanto significativa e gravida di conseguenze per l’Italia. Nonostante i successi dei Partigiani – che organizzarono anche diverse Conferenze mondiali per la Pace – il movimento perse slancio alla metà degli anni ’50, soprattutto a causa delle difficoltà[5] incontrate nel raggiungere fasce più ampie della popolazione italiana, non ancora sensibili al tema e non iscritte al Partito. È da questa esperienza che proviene la volontà, molto forte in Capitini, di arrivare a tutti gli italiani, ricordando, in più occasioni, di non aspettarsi che i partecipanti arrivassero alla Marcia con una profonda coscienza della nonviolenza integrale (sino al vegetarianismo) e del pacifismo e riaffermando, al contempo, la necessità che l’evento costituisse per il Paese un primo contatto con questa filosofia.

Sotto il secondo profilo, Capitini immaginava la Marcia come un seme idoneo ad instillare nei partecipanti l’esigenza di un radicale mutamento delle strutture politiche, sociali ed economiche, senza il quale, a suo avviso, nessuna forma di convivenza pacifica sarebbe stata effettivamente raggiunta. Il tentativo era di contrastare il consumismo nascente nell’Italia del miracolo, la propaganda bellicista e l’educazione borghese. Infatti, la società italiana era nel pieno di quella sua “mutazione antropologica”[6] prodotta dai consumi di massa, che provocava una condizione di apatia e disinteresse[7]. Al contrario, la nonviolenza è “apertura all’esistenza” e poteva essere raggiunta solo attraverso “un’educazione aperta”, cioè, “libera da ogni forma di violenza, pregiudizio o privilegio”, con l’obiettivo di contrastare “il patriottismo scolastico diffuso dai nuclei nazional-militari, e, insieme, il borghesismo edonistico che si ritrae da ogni lotta civile e sociale per la fruizione del benessere promesso dal neocapitalismo”[8]. Al contempo, la nonviolenza non poteva che essere un’idea “all’opposizione della società esistente”, in quanto la società o pratica “scopertamente la violenza” oppure “si basa su una violenza (oppressione e sfruttamento) cristallizzata nel tempo, e solo apparentemente estranea alla violenza”[9].

Il ruolo della stampa e il difficile rapporto con i partiti

Fu chiaro dal principio che il rapporto tra l’iniziativa e la narrazione di alcuni organi di stampa non sarebbe stato facile. La ferma opposizione della Democrazia Cristiana alla Marcia produsse una vera e propria campagna denigratoria ai danni di Capitini e degli altri organizzatori. Il quotidiano “Il Tempo” scrisse che la Marcia era finita nel ridicolo[10], mentre il Secolo d’Italia parlò di “due o trecento sfaccendati”. Gli organizzatori furono accusati di essere null’altro che megafono del Partito Comunista, il quale, al contrario, partecipò attivamente alla realizzazione e all’attuazione dell’evento, pur senza simboli di partito. “Panorama” del 23 settembre titolava: “Assisi non è Mosca”, definendo la Marcia una “squallida buffonata”. Eppure, Capitini sapeva benissimo che il punto di partenza ineludibile per il successo dell’azione di resistenza nonviolenta fosse la comunicazione. Nelle sue memorie, racconta di un lavoro “intensissimo (…) perché la notizia si diffondesse”. Tuttavia, l’impresa si dimostrava molto complessa, in quanto poco o nessun rilievo venne dato all’evento sulla stampa conservatrice, con il rischio di frustrare l’intenzione di allargare il più possibile la partecipazione. Disse a tal riguardo Capitini: “La televisione ai miei ripetuti inviti (…) rispose negativamente[11]”. Memore di questa esperienza, nel 1967 nel suo Manuale “Le tecniche della nonviolenza”, dedicò ampio spazio ai metodi di comunicazione in un contesto di netta avversione della stampa alle iniziative per la pace. A tal proposito, suggeriva di diffondere “continuamente” notizie, insistere nell’inviare comunicati ai giornali, ma soprattutto chiedeva di investire nella costruzione di una rete di informazione alternativa a quella dominante, attraverso il coordinamento continuo, la tessitura di contatti tra diverse realtà associative, cittadini simpatizzanti e intellettuali.

Le tecniche della nonviolenza per la vittoria della giustizia e dell’onestà umana

Il filosofo perugino proponeva la nonviolenza come “metodo costante per le grandi lotte sociali”, definendola “rivoluzione aperta” per una pianificazione dal basso ed un controllo diffuso della politica. Metodo attivo per riconoscere e smascherare la violenza insita nei gangli della società e “soccorrere i sopraffatti”. Capitini, dunque, riuscì ad intravedere nelle strutture della società capitalistica le radici di una violenza diffusa e penetrante, cui andava opposto un metodo di partecipazione attiva dal basso che rifiutasse ogni chiusura elitistica per promuovere un’azione veramente popolare. In quest’ottica, sistema economico liberista, sfruttamento, colonialismo e cultura repressiva, erano tutte manifestazioni della società violenta e per opporvisi egli offrì concreti strumenti di lotta, descritti nel Manuale. Tra i tantissimi strumenti impiegabili figurano: i picchetti, il digiuno, la non-cooperazione, il boicottaggio, l’arresto dell’attività lavorativa, lo sciopero, lo sciopero al rovescio (lavorando dove e quando non permesso), la disobbedienza civile e l’obiezione fiscale. Ebbene, l’attuale stato della politica internazionale, tra crescenti tentativi di militarizzazione delle società europee ed il genocidio in Palestina, entrambi sostenuti e finanziati da gruppi di potere politico-economici apparentemente inscalfibili, sembrano aver risvegliato una coscienza popolare. Molte delle tecniche illustrate nel manuale di Capitini sono state impiegate (ad es. campagne di boicottaggio, scioperi e manifestazioni), ma tante altre possono essere riscoperte e attuate per dare vita ad una politica della non-cooperazione di massa, che rompa l’assedio fisico di Gaza e quello morale dell’Europa, per costruire un nuovo modello di convivenza tra i popoli. Tuttavia, il filosofo perugino avvertiva che il percorso di resistenza è lungo e provoca, come insegna anche Gandhi cinque reazioni negli apparati di potere: indifferenza, ridicolizzazione, insulto, repressione e, solo alla fine, rispetto. A dimostrazione della validità della tesi, nel contesto attuale tutta la stampa mainstream ha condotto campagne di denigrazione e di opposizione a qualsiasi iniziativa per la pace e di resistenza non violenta, tuttavia, la perseveranza nell’azione e l’allargamento della base produrrà, dice ancora Capitini, la conversione degli scettici, una “trasformazione dei rapporti tra le parti interessate” e, finalmente, una vittoria “della giustizia e dell’onestà umana”[12].


[1] Il prefetto vietò ai comuni di sfilare alla Marcia con i gonfaloni; il questore aveva posto molti ostacoli circa la scelta del percorso; i sacerdoti imposero ai fedeli di restare in chiesa durante la Marcia; la DC avviò a mezzo stampa e tramite comunicazioni interne, una serratissima polemica contro Capitini e la Marcia, arrivando ad intimare a Carlo Arturo Jemolo di non partecipare.

[2] P.P. Pasolini, Vie Nuove, 4 gennaio 1962.

[3] Lettera del Comitato provinciale della Democrazia Cristiana, Perugia, 14 settembre 1961, Prot.n. 3139.

[4] Goffredo Fofi, In cammino per la pace. Documenti e testimonianze sulla Marcia Perugia-Assisi a cura di A. Capitini, a cura di G. De Veris, A. Maori, G. Moscati, Silvana, 2022.

[5] Emilio Sereni: «Occorre (…) che i Comitati prendano ogni iniziativa per la popolarizzazione della lotta per la pace, del suo allargamento a tutte le categorie della popolazione», Il Congresso di Parigi e la nostra lotta per la pace, “Bollettino Istruzioni”, 30 marzo 1949 n. 2.

[6] Pier Paolo Pasolini, Corriere della Sera, 10 giugno 1974.

[7] Aldo Capitini: «Tutti mettono avanti altre esigenze: vestiti, viaggi, ferie, macchine ecc.», Lettera a Edmondo Marcucci, 29 luglio 1962 .

[8] A. Capitini, Ragioni e organizzazione della Marcia, in In cammino per la pace. Documenti e testimonianze sulla Marcia Perugia-Assisi a cura di A. Capitini, a cura di G. De Veris, A. Maori, G. Moscati, Silvana, 2022, p. 19

[9] Ivi p. 20 .

[10] “La farsa della pace”, Il Tempo, Roma, 24 settembre 1961.

[11] A. Capitini, Ragioni e organizzazione della Marcia, in In cammino per la pace. Documenti e testimonianze sulla Marcia Perugia-Assisi a cura di A. Capitini, a cura di G. De Veris, A. Maori, G. Moscati, Silvana, 2022, p. 25.

[12] Giulio Marcon (a cura di), L’aiuola che ci fa tanto feroci, antologia contro la guerra: pacifismo, obiezione di coscienza, disobbedienza civile, Altraeconomia, 2025, p. 120.

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domenica 20 aprile 2025

Lettera aperta di Extinction Rebellion sulle false affermazioni pubblicate su “La Verità”


La lettera aperta riguarda un articolo apparso su La Verità che riporta affermazioni false e lesive della dignità e dell’immagine di Extinction Rebellion e delle persone che manifestano con XR. La richiesta di smentita, inoltrata alla redazione de La Verità, non ha ricevuto alcuna risposta, in violazione della deontologia professionale e di quanto previsto dalla Carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti.

di Extinction Rebellion

Il 10 aprile scorso, il quotidiano La Verità ha pubblicato un articolo di Fabio Amendolara, a corredo di un’intervista a Lucio Pifferi, capo dell’Antiterrorismo. Nell’articolo si afferma che Extinction Rebellion sia un movimento violento, riprendendo, senza alcuna verifica fattuale, il contenuto del recente report della Polizia di Stato. Il testo dell’articolo recita: ‘Un particolare attivismo è stato registrato dal movimento  ambientalista Extinction Rebellion, che ha organizzato azioni eclatanti in città come Bari, Bologna, Milano e Torino. Le violenze durante queste manifestazioni hanno portato alla denuncia di 114 attivisti.’

Nell’articolo in questione si parla di “violenze durante” le manifestazioni di Extinction Rebellion, un’affermazione falsa che non rispecchia le modalità e lo spirito con cui Extinction Rebellion agisce.

Extinction Rebellion è un movimento che ha la nonviolenza come principio fondante, che mai si è macchiato di condotte violente di qualsivoglia natura. Essere descritti come violenti, con un’interpretazione dei fatti lontana da quanto realmente accaduto durante le manifestazioni di Bari, Bologna, Milano e Torino, è una violazione della deontologia professionale del giornalista; ed è qualcosa che ci sorprende e ci addolora, poiché la violenza è quanto di più lontano dal nostro sentire e agire, profondamente nonviolento, pacifico e saldamente ancorato ai principi democratici e costituzionali. Riteniamo inoltre sia profondamente lesivo della dignità e dell’immagine pubblica del movimento e delle persone ad esso aderenti.

Extinction Rebellion ha chiesto a La Verità di rettificare pubblicamente quanto scritto da Fabio Amendolara, in accordo con quanto previsto dalla Carta dei diritti e dei doveri dei giornalisti, senza ricevere alcuna risposta. Come già era successo, purtroppo, l’estate scorsa, quando il 24 luglio, sulle pagine di Repubblica Torino, venne pubblicato un articolo, firmato dalla giornalista Marta Borghese, che citava come “episodi di violenza” nei confronti della stampa due azioni di Extinction Rebellion nella sede RAI di Torino. Affermazioni false, riportate in piazza dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, Stefano Tallìa, e riprese da Repubblica senza alcuna verifica su quanto veramente accaduto.

Con la consapevolezza che una democrazia si può dire realmente tale solo se i cittadini sono messi nella condizione di avere opinioni informate,  accedendo a notizie complete e verificate, Extinction Rebellion si affida al senso etico della stampa italiana per ribadire ancora una volta che la nonviolenza è la filosofia fondante del movimento, parte essenziale del suo DNA e la sua forza più grande. Nonostante le proteste realizzate possano essere considerate ‘eclatanti’, nessuna delle persone che scende in piazza con XR può essere  etichettata come persona violenta. L’unico obiettivo è portare l’attenzione sull’urgenza della crisi climatica e sulle responsabilità delle élite politiche e finanziarie per le quali il profitto e la convenienza personale valgono più della salute e della vita delle popolazioni.

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venerdì 29 settembre 2023

Educazione dell’India tra ecocentrismo, decrescita e nonviolenza.

 

Intervista a Gloria Germani, di Lorenzo Poli

Oltre ad essere punto di riferimento per la spiritualità orientale, l’India è conosciuta per le sue medicine tradizionali e il suo sistema d’educazione, chiamato gurukulam. La colonizzazione inglese fece “tabula rasa” delle antiche pedagogie indiane e impose il modello educativo occidentale. Dal XVIII secolo e nei successivi 200 anni di dominazione britannica dell’India, avvenne la soppressione dello studio e della pratica dei suoi sistemi educativi, ritenuti antiquati, superati e ridicoli. Solo nel XX secolo grazie all’avvento del movimento rivoluzionario nonviolento per l’indipendenza guidato dal Mahatma Gandhi, l’educazione indiana venne nuovamente portata alla ribalta e il suo sapere riconosciuto fondamentale all’interno del Paese. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa, attivista nonviolenta nei movimenti deep ecology, grande studiosa di Gandhi e tra gli eredi intellettuali del pensiero di Tiziano Terzani. Praticante della scuola induista dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), per sette anni è stata attivista nelle scuole steineriane e dal 2017 al 2021 è stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica su cui ha scritto il libro “A scuola di felicità e decrescita: Alice project”[1] edito da Terra Nuova con prefazione di Sua Santità XIV Dalai Lama.

 

Come nascono e si diffondono i sistemi di educazione dell’India?

Innanzitutto grazie per  questa intervista su un tema che ritengo veramente fondamentale perché oggi  si dà  per scontata una sola ed unica educazione, mentre non è affatto così.  Credo infatti che  per guardare al nostro futuro sulla Terra sia assolutamente necessaria una pedagogia ecologica, come abbiamo forse avuto in passato e in altre civiltà. Sebbene gli inglesi l’avevano definita hinduism, come è noto la cultura dell’India definisce se stessa come Sanathana Dharma, la “legge, la via eterna”. In questo ambito, anche interrogarsi riguardo alla sua origine, significa – come diceva Raimond Pannikar- rimanere prigionieri di una visione lineare del tempo  che oggi anche la fisica quantistica sconfessa, come anche i famosi libri di Carlo Rovelli.

La “Legge eterna” si fonda su ciò che i Rishi, gli antichi saggi, i veggenti, avevano visto ed udito riflettendo  sull’essenza della realtà. Queste verità si ritrovano condensate e trasmesse nei  quattro  Veda e  nelle Upanishad, testi trasmessi oralmente  che costituiscono  continue interpretazioni e reinterpretazioni. Il nome stesso Upanishad  significa  “sedersi vicino o ai piedi” del maestro, il cosiddetto guru: “Colui che dissolve le tenebre”. Gli ossessionati dalla storia collocano le più antiche delle oltre 108  Upanishad intorno al IX secolo a.C ( i.e. prima di Cristo, ma perché  questi riferimenti cosi autoreferenziali?)  ma probabilmente la loro storia è molto più antica se si pensa  che nella civiltà di Mohenjo- Daro ( metà del IV millennio a.C.) c’era già raffigurato  un  uomo in posizione yogica che medita. I giovani andavo a vivere nella casa del guru per un periodo di tempo considerevolmente lungo ( dai 10 ai 25 anni di età circa) . Imparavano da lui le verità delle Upanishad,  recitate  a memoria, il sanscrito, la grammatica, oltre a praticare tutta una serie di mansioni pratiche tipiche della vita in comunità.

Il fine non era quello di dare informazioni o nozioni, ma piuttosto far si che il discepolo (shisha) sperimentasse accanto al maestro un processo di trasformazione interiore. Conoscere il proprio vero Sé, attraverso i  testi e  attraverso la meditazione era infatti la condizione necessaria per capire anche  l’essenza  non-duale del  Mondo. Essa è chiamata Brahman, Tat, Ishvara, il sacro potere che tiene in vita l’universo che è ritenuto identico al Sé (atman) che sta all’interno di ogni uomo o donna o bambino. “Tu sei Brahman”, “Tu sei quello”, dicono le grandi verità dell’India.  Il sistema educativo indiano (gurukulam) implicava un rapporto gratuito di devozione e di affetto nei confronti del maestro e di fatto  la relazione tra maestro-discepolo era considerata sacra e  fondamentale  per la trasmissione  della cultura indiana.   Si pensi che ancor oggi esistono lignaggi millenari, cioè catene ininterrotte di maestro- discepolo che tengono vive specifiche  tradizioni spirituali. Gli Shankaracharya, a partire dal massimo filosofo indù, arrivano alla 94ma /97ma  successione ininterrotta, chiamata  jagadguru, cioè “maestro del mondo”  e tengono viva la tradizione del Non dualismo ( advaita) .

 

Cosa avviene con la colonizzazione inglese? Quale è stato l’impatto sulla popolazione e sulla cultura indiana? 

La colonizzazione inglese impose  alla grande cultura dell’India il  sistema moderno educativo che si basa sulla trasmissione  razionale  delle varie  nozioni relative alle varie materie –  ragioneria, matematica, geografia, storia, chimica, inglese – con il fine di formare dei bravi  funzionari e burocrati  prima  della Compagnia  delle Indie e poi  dal  1858 del Governo britannico.

Dovrebbe essere conosciuto meglio  il celebre discorso che l’Onorevole Macauly  che tenne nel 1835 riuscendo ad imporre  i finanziamenti per  l’educazione  occidentale in India.  Diceva: “Non conosco né il sanscrito né l’arabo, Ma non n è possibile negare che   un solo scaffale di una buona biblioteca europea valga  l’intera letteratura indigena dell’India e dell’Arabia. La superiorità intrinseca della letteratura occidentale è del resto pienamente ammessa”.

Quanto arroganza razzista e coloniale! Oggi al contrario, assistiamo al grande  diffondersi delle  dottrine orientali  proprio in occidente dove buddhismo,  induismo, yoga  hanno sempre più entusiastici seguaci. Durante il colonialismo, la potenza militare ed economica degli occidentali  impressionò  moltissimo  gli animi candidi  e formati  alla nonviolenza degli  indiani e creò una folta  classe subalterna. L’educazione occidentale fini per sgretolare le profonde conoscenze della “Legge Eterna”.  Magnifici esempi di questo processo di disgregazione sono forniti dal massimo scrittore indiano attuale Amitav Gosh, nei sui romanzi storici in cui sottolinea i retaggi del colonialismo in India.

 

In cosa divergevano le epistemologie della pedagogia indiana da quelli occidentali? 

Questo è davvero il punto focale della questione. Dopo anni di studi e ricerche, sono pervenuta alla conclusione che le due epistemologie o teorie della conoscenza sono completamente diverse, e questo incide profondamente anche nella nostra realtà quotidiana.  La tradizione occidentale – fin dalla cultura giudaica e dalla Bibbia – si è sempre basata sul dualismo io- mondo, Dio-creazione. E’ una cultura molto antropocentrica con una innata fiducia nella capacità umana della parola e nel linguaggio logico-razionale. Da Aristotele -che fonda il principio di non contraddizione – fino a Hegel, tutto quello che è reale è razionale e questi principi pervadono anche la religione cristiana  che ha combattuto  guerre feroci  per stabile i suoi dogmi,  cioè le verità canoniche espresse in  parole. Tutto diverso in Oriente, dove non ci sono mai stati scismi oppure roghi dell’Inquisizione per stabilire  le verità. In generale in Oriente la parola ha un valore limitato. L’apparato logico linguistico non è preso per fondamentale, serve tra gli uomini come strumento, simbolo, allusione (vedi gli studi di H.Zimmer ) In generale tutto “l’ambito  dei  nomi e delle forme” ( nama-rupa e) è considerato come  realtà molto parziale, per non dire illusione. Si perviene alla realtà ultima, andando oltre la mente, oltre l’io psicologico, oltre le parole. Acquietare la mente è il fine di tutte le tradizioni sia indù, che buddhiste o zen. Pensiamo al principio dello Yoga che dice “Lo Yoga è il volontario acquietamento delle agitazioni mentali”. Andare oltre la mente è l’obiettivo dell’Oriente, senza il quale non si capiscono  davvero civiltà fondate e finalizzate alla meditazione e allo yoga.  Il fine ultimo è l’illuminazione ( uno stato di perfetta libertà e gioia) a cui perviene il samnyasin, il sadhu, che la cultura indiana pone al vertice della società, sopra ai re e agli governanti – come ha sottolineato il sociologo L. Dumont. Anche i grandi  autori della  fisica quantistica quando scoprirono la realtà come impermanenza e interconnessione, trovarono  che le parole non riuscivano più ad esprimere  tale visione sistemica e complessa.  Al contrario l’epopea della modernità è dominata dalla razionalità logico-linguistica che ha creato il collasso climatico e  l’attuale ubriacatura per il digitale non è che la sua massima e pericolosissima espressione.

 

Con il movimento rivoluzionario nonviolento, Gandhi ridà importanza ai suoi ancestrali sistemi di educazione. Cosa avvenne?

Certamente Gandhi è il più grande sostenitore delle verità della tradizione indiana. Il suo movimento “La forza della verità” allude proprio a questo recupero del Sanathana Dharma, che è d’altra parte molto inclusivo e riconosce le medesime realizzazioni da parte di tante e diverse tradizioni culturali ma non dalla civiltà moderna, che Gandhi  riteneva una falsa  forma di civiltà che ha fatto del materialismo l’unico Dio. In antitesi con l’educazione astratta tipica del sistema scolastico inglese, il Mahatma auspicava l’armonia tra lavoro  e conoscenza e promosse il Nai Talim, l’educazione alle attività manuali come la filatura e la tessitura o la falegnameria che formano un carattere sano e rendevano possibile l’autosufficienza delle piccole comunità.  Egli era contro la scuola moderna, e credeva che i bambini imparassero di più dai genitori e dalla società.

 

“La maestosa bellezza di un albero, la scuola la riduce ad un palo” – è una citazione a memoria del filosofo Silvano Agosti. L’educazione dell’India è fondata sull’ecocentrismo, parte dal presupposto della Terra, della lentezza, del senso ecologico e del vivere la vita come un’esperienza poetica, diremmo noi. In cosa stride questa impostazione, per esempio, con la nostra scuola in cui fatica ad entrare l’educazione ambientale? La Terra e il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita?

Certamente si. Il sentirsi parte di un Tutt’Uno avvicinerebbero i giovani alla cultura e al senso della vita. Al contrario  la scuola  occidentale moderna è fondata sul paradigma della scienza cartesiano-newtoniana che è basato sul dualismo  io- mondo e sulla frammentazione della realtà in discipline  sempre più frammentarie e separate. La scienza inoltre è tale  perché  è “oggettiva” ovvero non ha al suo interno considerazioni etiche o di significato. E’ proprio  questo tratto  costitutivo che  la rende di per se antiecologica.

 

Come viene vista l’educazione occidentale oggi in India?

Purtroppo ho visto con i miei occhi in India il  grande proliferare di scuole con il titolo Science and Technology e ovunque è presente la rincorsa alle nuove professioni industriali. Dobbiamo capire la visione d’insieme (Big Picture, come la chiama Norberg Hodge). L’apparente trionfo della Modernità Occidentale  che si traduce nella Globalizzazione è indisgiungibile dal binomio Scienza e Tecnologia che Gandhi criticava radicalmente ( vedi il suo Vi spiego i limiti della civiltà moderna)e con lui anche Schumacher o Terzani.

 

Dal 2017 al 2021 sei stata funzionaria coordinatrice del Progetto Alice Universal Education School[2] per un’educazione non-dualistica, ecocentrica ed olistica. Su cosa si basa e da cosa sei rimasta affascinata?

Il Progetto Alice è una pedagogia rivoluzionaria ideata da Valentino Giacomin ( maestro elementare  e giornalista di Treviso) che in sintesi ha messo al centro i risultati della fisica quantistica, cioè che non esiste una realtà oggettiva indipendente dalla mente. Questo era anche l’approdo del non-dualismo, una visione che sta alla base dell’induismo, del buddhismo, del taoismo, del giainismo e della maggior parte delle molte  tradizioni indigene, che sono sempre profondamente ecologiche, intesa come “deep ecology” citando l’ecofilosofo Arn Naess.  Giacomin ha spostato l’esperienza pedagogica in India dove attualmente ha tre scuole che ogni anno accolgono almeno 2.000 studenti dall’asilo al liceo. Combinano lo studio della materie curriculari, al Programma speciale si focalizza su meditazione, attenzione della mente, riproposta di  racconti tradizionali che sottolineano la  maya, o il potere negativo della mente che crea una realtà illusoria. L’armonia e la felicità sono all’interno, nella chiara mente.

 

Per sette anni sei stata attivista nelle scuole steineriane e, da esperta in pedagogia Waldorf[3] messa a punto da Rudolf Steiner, quali sono le differenze e le similitudini tra educazione indiana, educazione steineriana e l’educazione non-dualistica di Alice Project School?

Rudolf Steiner  parte dalle teorie teosofiche inaugurate  alla fine dell’Ottocento da Madame Blavatsky che   riconoscevano  una forma  unificata di spiritualità che comprendeva tutte le religioni. La Società Teosofica aveva sede a Madras e ovviamente traeva molti insegnamenti dall’India.   Steiner si stacca dalla Teosofia e fonda l’Antroposofia, che riprende gli stessi temi ma li centra di più sulla superiorità del Cristo, sulla libertà, sull’evoluzione storica, con tratti  molto più antropocentrici. La pedagogia steineriana è bellissima, nessun nozionismo  ma ricerca dello sviluppo dei talenti innati nel bambino. Parte dalla concezione dei 3 settenni della crescita che vanno seguiti e stimolati  a scuola:nel 1° settennio (1-7 anni): il concetto centrale è IL BUONO ( la mamma è buona, tutto il mondo è buono). A ragione secondo me, i bambini non vanno all’asilo fino al compimento di almeno tre anni.  2° settennio (7-14 anni):  il concetto  centrale è IL BELLO. La scuola  deve accompagnare il bambino nella scoperta del bello nel mondo, nella natura, nella musica, nei gesti eroici,  nella varie materie ( ma la storia non è insegnata fino  alla Sesta classe. 3° settennio (14-21 anni): Il concetto centrale è IL VERO.  Inizia qui l’avventura della conoscenza con entusiasmo e coinvolgimento. Inoltre nelle scuole Waldorf sempre contemplata l’attività pratica : dal giardinaggio e orticoltura, alla falegnameria,  ai ferri ed uncinetto. Inoltre importantissima è per tutti praticare uno strumento musicale e  le attività  teatrali che sono l’apice dell’attività scolastica.  Quindi i concetti di base sono molto  mutuati dall’educazione indiana, dove  ciascun bambino è considerato un manifestazione del principio divino ( un avatar in potenza)  e quindi amato e curato con estrema attenzione. Anche la parte pratica e manuale  è molto presente in India e fu ripresa da Gandhi. Il Progetto Alice  forse è più carente  rispetto alla parte poetica della pedagogia steineriana, ma  a mio avviso è  molto più  rigorosa rispetto alle vere  radici della conoscenza e più in sintonia con i presupposti del pensiero orientale. Giacomin ha infatti  ottenuto moltissimi ed importanti  riconoscimenti sia in ambito induista che buddhista, oltre che alla benedizione stessa del Dalai Lama.

 

[1]  Il libro è il risultato di numerose visite che l’autrice ha compiuto a Sarnath nel corso degli anni, colpita dalla serenità degli studenti e dall’educazione all’ecologia e alla pace. Nel libro le parole e l’esempio di Giacomin si intrecciano con le voci dei molti pensatori (Terzani, Illich, Latouche) che in questi anni stanno smascherando i limiti e le contraddizioni dei modelli di conoscenza e di sviluppo dell’Occidente industrializzato. Nel volume, capitolo dopo capitolo, si delinea la forza di un progetto che pone l’educazione alla consapevolezza, la nonviolenza, la ricerca di una felicità slegata dai beni materiali e dal consumo, al centro, per cercare di costruire tutti insieme un mondo migliore.

[2] Alice Project è una scuola interculturale e interreligiosa che pone al centro del proprio programma la conoscenza di se stessi e l’amore nei confronti del mondo e di ogni creatura vivente. È stata fondata nel 1994 a Sarnath, in India, da Valentino Giacomin che, dopo aver lavorato come maestro in Italia ha deciso, insieme con Luigina De Biasi, di continuare la propria ricerca educativa e spirituale nel subcontinente indiano. Da allora, molte scuole sono nate dalle iniziative di studenti e “seguaci”, in Italia, Germania, Francia e Taiwan, e il progetto ha ricevuto in più occasioni l’apprezzamento del Dalai Lama, che gli ha conferito il suo patrocinio dal 2006.

[3] La pedagogia Waldorf basa il suo approccio educativo sull’antroposofia (chiamata anche dai suoi seguaci “scienza dello spirito”), una disciplina esoterica sviluppata da Rudolf Steiner, per indagare e riconciliare quelli che ritiene i nessi sussistenti fra mondo fisico e mondo spirituale, concependoli come «un’unica manifestazione divina in continua evoluzione». La prima scuola steineriana fu fondata a Stoccarda il 7 settembre 1919 a seguito della richiesta di Emil Molt, direttore della fabbrica di sigarette Waldorf Astoria, di creare un’istituzione scolastica per i figli degli operai della fabbrica. Il movimento pedagogico deve il proprio nome alla fabbrica di sigarette. Rudolf Steiner assunse l’incarico relativo alla formazione del collegio degli insegnanti nonché di consulta dello stesso e fu sino alla morte, nel 1925, spiritus rector della scuola.

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sabato 1 maggio 2021

13 storie di inventiva nonviolenta. La creatività è il nostro superpotere - Rivera Sun

 

Questa raccolta mostra l’incredibile versatilità, immaginazione e creatività in 13 storie di inventiva nonviolenta: la creatività è il nostro superpotere.

 

A Pace e Bene/Campaign Nonviolence, ci battiamo per costruire una cultura della nonviolenza attiva. Regolarmente, ci viene chiesto: “Cos’è (o non è) la nonviolenza?” Mentre parliamo di tutto, dalle proteste all’azione diretta alla giustizia riparativa, al self-care, è difficile chiarire l’incredibile gamma di ciò che la parola “nonviolenza” include.

La nonviolenza è un campo, un bagaglio, una scienza, una filosofia, uno stile di vita ed un’arte tutte insieme. È anche più fuori dagli schemi, buffa e creativa di quanto si possa pensare. La non violenza Ti può sbalordire per la sua abbagliante creatività. Qui ci sono 13 storie recenti di Nonviolence News.  Nuovi riepiloghi che possono espandere il tuo concetto di nonviolenza.

I bibliotecari ribelli della Siria

Tra le macerie di una città sotto assedio del regime di Assad, un gruppo di persone ha una missione insolita: salvare i libri dalle macerie. Scavando tra gli edifici bombardati, raccolgono libri per la loro biblioteca sotterranea – sotterranea sia in senso letterale che figurato. I libri offrono conoscenza e tregua dagli orrori della guerra in corso. Servono anche come ciò che il campo della nonviolenza chiama una “istituzione alternativa” e un programma costruttivo.

Un papà chiede alla scuola di sistemare il paradosso spazio-temporale nell’edificio

Quando i ragazzi sono stati mandati in gita (scolastica) in un negozio di ferramenta e le ragazze sono andate da un parrucchiere (a sistemarsi i capelli), questo papà “moderno” non si è arrabbiato, ha colto il lato ironico. Ha scritto una lettera per informare la scuola di una frattura nel continuum spazio-temporale da qualche parte nella struttura scolastica e che i suoi figli erano stati rimandati indietro nel tempo al 1968. Ha chiesto all’amministrazione di riparare immediatamente il salto temporale. Questo tipo di umorismo è un elemento caratteristico della nonviolenza creativa.

Gatti cinesi brontoloni vogliono abolire il Girls’ Day

Il Girls’ Day è stato fondato in Cina da studentesse che si sono opposte alla Giornata Internazionale della Donna con la motivazione che essere chiamate donne (funü) le faceva sembrare vecchie. Ma il passaggio al Girls’ Day ha fatto emergere nuove forme di molestie, tra cui slogan degradanti e insulti da parte degli studenti maschi. Ora, le studentesse cinesi stanno cercando di abolire il Girls’ Day e rivendicare il significato femminista della Giornata Internazionale della Donna. Questo include la protesta fatta indossando maschere di Grumpy Cat. “Il Gatto Brontolone“.

Il fiume Magpie diventa il primo fiume canadese ad avere personalità giuridica

Per la prima volta per i canadesi, il fiume Magpie (Muteshekau-shipu in Innu Coet) ha ottenuto la personalità giuridica. È l’ultimo di una lista sempre crescente di ecosistemi a essere rispettati con la personalità legale. I Diritti della Natura sono uno dei fronti più radicali (e sensati) del rispetto rivoluzionario. Sono anche uno dei più antichi. Le culture umane di tutto il mondo hanno capito l’essenza del mondo naturale. I racconti popolari parlano di fiumi viventi, di divinità che sono il cielo e le rocce, e delle creature che oggi si chiamano foreste, laghi o oceani.

I Rights of Nature trasformano questa antica concezione in legge contemporanea, sfidando i secoli di sfruttamento (estrazione di materie prime) e conquista che hanno relegato gli elementi della natura a oggetti che potevano essere comprati, venduti e depredati. Proprio come il rispetto dei diritti delle donne, delle persone di colore e delle persone LGBTQIA, anche il rispetto dei Diritti della Natura implica politiche radicate nella nonviolenza.

Corse gratis (e salute pubblica) per tutti

Durante le prime fasi della pandemia, la politica di fornire corse gratuite sugli autobus – cosi da non utilizzare contante, maneggiare moneta – aveva tenuto al sicuro gli autisti d’autobus nella Silicon Valley. Quando l’azienda di trapsorti ha cercato di costringere gli autisti a riprendere la riscossione delle tariffe, questi hanno preso in mano la situazione. Si sono semplicemente rifiutati di aprire le porte anteriori non potendo così vendere i biglietti. I passeggeri hanno avuto corse gratuite e sono saliti in modo più sicuro dalla porta posteriore. Questo atto coraggioso di totale non-cooperazione ha tenuto al sicuro gli autisti e i passeggeri.

Inceppare i calendari contro l’oleodotto

Mentre la resistenza all’oleodotto Enbridge Line 3 cresceva, i sostenitori di tutto il paese hanno agito in un modo insolito: hanno inondato i calendari degli amministratori delegati di Chase Bank, Bank of America, TD Bank e Citi Bank con centinaia di inviti per ricordare loro di concludere il rapporto con la Enbridge e tagliare i fondi per la Linea 3. Impossibile da ignorare, ha consegnato il messaggio anche se i dirigenti non hanno mai risposto. Li ha anche sorpresi – un buon esempio di come la nonviolenza creativa sia eccellente nel tenere i detentori del potere sulle spine.

I manifestanti del Myanmar appendono gonne sulle strade per rallentare la polizia

Mentre i cittadini del Myanmar resistono al recente colpo di stato militare e affrontano una repressione mortale, i manifestanti hanno escogitato un’azione insolita – ma sorprendentemente efficace – per rallentare polizia e soldati. Sapendo che camminare sotto gli indumenti delle donne è tradizionalmente considerato una sfortuna per gli uomini, hanno steso i vestiti delle donne da una parte all’altra delle strade. I panni avvolgenti, conosciuti come “longyi”, sono appesi alle corde del bucato. A volte viene usata anche la biancheria intima delle donne. La tattica ha indotto la polizia e i soldati a deviare per evitare gli indumenti, dando ai manifestanti un margine di fuga.

Blocco di pupazzi di neve contro il cambiamento climatico

A Oslo, in Norvegia, gli attivisti per il clima hanno usato dei pupazzi di neve per assediare il Ministero della Giustizia, per protestare contro le pesanti multe date per le azioni di disobbedienza civile. Gli stessi pupazzi di neve non potevano essere multati. Non potevano nemmeno essere arrestati. La colonna sonora del successo Disney, Frozen, ha suonato durante la loro protesta (il loro blocco). L’inventiva mantiene i nostri movimenti nonviolenti agili, efficaci e strategici

Il corpo di ballo del Kirghizistan fa uno sciopero

Hanno fatto uno sciopero o hanno ballato? In ogni caso, le ballerine del Kirghizistan stanno protestando per i loro salari bassi. Poiché le produzioni che coinvolgono le star russe portano molti soldi, hanno scelto di agire durante la visita dei loro colleghi russi meglio pagati. Le ballerine locali non guadagnano nulla durante questi eventi. Opponendosi all’ingiustizia di questa struttura salariale, il corpo di ballo del Kirghizistan ha intrapreso un’azione drammatica per far valere le proprie ragioni (anche se non “sulle punte” come nel balletto classico).

Case sugli alberi per proteggere le foreste

Il movimento di occupazione delle foreste in Germania è diventato grande e grosso (ampio). Le persone stanno prendendo residenza nelle foreste, spesso in case sugli alberi, per fermare l’estrazione della lignite, le autostrade, l’estrazione della ghiaia, i parcheggi, le cave di calce e le fabbriche di caramelle. Quindi, la prossima volta che i bambini vogliono costruire una casa sull’albero nel cortile di casa, allenali a resistere alla distruzione della foresta mentre lo fanno.

60 protettori dell’aringa si oppongono alla pesca eccessiva

Avete sentito parlare dei Protettori dell’Acqua… ma avete sentito parlare dei Protettori dell’Aringa? Un gruppo di attivisti dell’Alaska chiamato “Herring Protectors” ha manifestato contro il piano sconsiderato del “Department of Fish and Game” per la pesca eccessiva durante la prossima stagione di pesca commerciale delle aringhe. Il gruppo difende la sopravvivenza dei pescatori di aringhe e mette in discussione la gestione statale della pesca commerciale dell’aringa. Pensano che ci sia qualcosa di viscido nel piano.

Il gioco di ruolo senza colonizzazione dell’isola di Turtle

Dimenticate Dungeons and Dragons. Il gioco di ruolo che sta facendo parlare di sé è quello che immagina un futuro su Turtle Island (Nord America) senza colonizzazione. Si tratta di una campagna di crowdfunding che ha raccolto 10 volte il suo obiettivo. Nel re-immaginare il futuro, offre alla resistenza culturale Indigena qualcosa di simile a ciò che l’Afro-Futurismo ha offerto alle lotte nere. È un’idea il cui tempo non solo è arrivato, ma è atteso da tempo.

Camden Future Journal immagina un futuro climatico

Il giornale locale di Camden, Regno Unito, si chiama Camden New Journal. Recentemente, il gruppo di transizione climatica della zona li ha convinti a pubblicare con un nome diverso per un’edizione molto speciale: un numero dal futuro. Il Camden Future Journal arrivava (riportava del) dal 2040 – dopo una transizione climatica di successo – e includeva notizie di miglioramenti di piste ciclabili, giardini comunitari, investimenti in energia solare e molto altro. La nonviolenza è anche immaginare il mondo che verrà… e poi (costruirlo dal guscio) e costruirlo modificando l’”involucro” vecchio mondo.


Dai salti temporali al futurismo, queste storie mostrano l’incredibile versatilità della nonviolenza. È fantasioso e stupefacente allo stesso tempo. Questi sono solo alcuni delle centinaia di esempi. Forse le tue azioni saranno le prossime a contribuire a questo incredibile processo. Mentre cerchiamo di costruire una cultura della nonviolenza attiva, la nostra creatività è il nostro superpotere. Siate creativi. E anche attivi. Siate la prossima storia inventiva – e fantastica – che aspetta solo di accadere.

Queste storie sono state raccolte dallacarrellata settimanale di Nonviolence News per Pace e Bene/Campagna Nonviolenza. Potete trovarle insieme a centinaia di altre su NonviolenceNews.org.

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