sabato 7 novembre 2026

smiracolo a Milano

 

La Milano sott’acqua e chi non vuole fermare l’onda del cemento - Paolo Pileri

Premesso che voglio dimostrare tutta la mia vicinanza a chi è stato colpito dai danni delle alluvioni del 22 settembre nel Nord milanese (e non solo), quel che è accaduto ancora una volta ci mette davanti il fatto che continuiamo a sottovalutare i nuovi scenari climatici e metereologici (che poi tanto nuovi non sono): piove tanto e in poco tempo. Sono piogge tipiche di un meteo che non è impazzito ma che reagisce a una situazione climatica fortemente modificata da un lato e a una situazione a terra altrettanto incapace di reagire perché non assorbe più nulla. Quando piove in un’area permeabile gli effetti sono decisamente inferiori e più lenti a generarsi. E torniamo quindi a parlare di impermeabilizzazione ovvero di cementificazione.

I fatti di questi giorni ci dimostrano che la soluzione tecnica della vasca di laminazione tanto invocata da tecnici e politici non può funzionare e non ha funzionato. Quella che è stata inaugurata lo scorso anno trasformando un’area di poco più di un ettaro del parco e che fu causa di proteste da parte degli abitanti da un lato e di proclami trionfalistici da parte del Comune dall’altro, non è riuscita a reggere, insieme alle poche altre esistenti. Presumibilmente non lo sarà neppure nei prossimi anni. Perché?

Perché non basta un rimedio tecnico davanti a uno scenario urbanistico che continua pervicacemente a non dare segnali di cambiamento. Fare una, due, tre, dieci vasche di laminazione e nel frattempo non fermare l’onda di impermeabilizzazione (ovvero di consumo di suolo) da un lato e non avviare un serio, diffuso, esteso e cospicuo programma di depavimentazione della regione territoriale a Nord di Milano dall’altro non fa che rendere vane quelle opere. Non servono a nulla se nel frattempo non si smette di massacrare il territorio a colpi di cemento e asfalto.

Se tracciassimo una linea orizzontale cha va da Novara a Romano di Lombardia passando per Milano e andassimo a vedere il consumo di suolo degli ultimi anni a Nord e a Sud di questa linea, sapete che cosa scopriremmo? Che a Nord, ovvero nelle Province di Monza Brianza, Lecco, Sondrio, Varese e Bergamo il consumo di suolo è cresciuto o si è mantenuto stabile, mentre in quelle a Sud vi è stata una flessione. Vuol dire che a Nord di Milano -area già intasata- si è provveduto a rendere ancor più impermeabile e fragile il territorio, esponendolo a maggiori danni in caso di alluvioni. Che è ciò che è successo e succederà ancora, purtroppo.

Mentre scrivo, sui tavoli regionali e comunali giacciono ancora progetti faraonici di nuove opere stradali e autostradali (una su tutte la Pedemontana nelle sue tratte mancanti), nuove logistiche, nuovi data-center (ad esempio nel vimercatese, ma anche in aree interstiziali brianzole e bergamasche) e, immancabilmente, ancora nuove aree residenziali e nuove strade e parcheggi. E nessuno le sta mettendo in discussione alla luce di quanto appena successo. Domani riprenderanno ad approvarle nei Consigli comunali e in quello regionale, come se nulla fosse stato. In queste ore a Milano il sindaco Giuseppe Sala trionfalmente parla di un nuovo stadio dopo che nei mesi scorsi la sua Giunta ha autorizzato un centinaio di enormi trasformazioni urbanistiche interne alla città di Milano e non certo un centinaio di progetti di depavimentazione che avrebbero migliorato la permeabilità.

Non è servita la contrazione di uso del suolo invocata dalla legge regionale 31/2014 (peraltro mai avversata dalle principali fazioni politiche). Ne è servito o servirà il decreto ministeriale 2 gennaio 2025 sul contrasto al consumo di suolo che distribuisce qua e là una miseria di spiccioli per opere di rinaturazione vagamente definite e che comunque non è detto aumentino sistematicamente la permeabilità. In ogni caso si tratta di una goccia nel deserto delle politiche ambientali ed ecologiche di questo (e del precedente) governo in quanto saranno assegnati 160 milioni di euro per cinque anni per 20 Regioni con criteri di ripartizione che poco o nulla hanno tenuto conto del consumo di suolo (pesa solo il 10%). Una Regione come la Lombardia riceverà in cinque anni 18 milioni di euro da utilizzare per varie azioni il cui esito finale in termini di permeabilità non è dimostrato. Ma comunque tutto ciò, per poco che sia, avverrà in un contesto dove non vi è il minimo accenno a una regolamentazione che fermi il consumo di suolo. Si capisce l’assurdo? Si spenderanno dei soldi (pur una miseria) senza nel frattempo fermare il treno della cementificazione. Lo schianto sarà comunque inevitabile e doloroso. Fatte così, senza il pedale del freno, queste politiche si rivelano meri palliativi. Idem gli incentivi per deimpermeabilizzare i quali non solo sono anche loro miseri ma spesso puntano appena a sostituire una pavimentazione impermeabile al 100% con una che lo è al 70% o al 50%. E nel frattempo si impermeabilizza cento volte di più appena poco più in là. Sempre meglio di niente, dicono, ma infinitamente lontano dagli obiettivi urgenti e necessari che dovremmo avere.

Ci si deve mettere in testa che la crescita dell’urbanizzazione concorre a peggiorare lo stato del clima e a incrementare l’esposizione ai danni ovvero aumenta la spesa pubblica. Quel che c’è da fare è semplice: riutilizzare ciò che già esiste prima di toccare anche un solo metro quadrato di suolo, lavorare a un rigoroso stop al consumo di suolo, avviare una campagna di estesa depavimentazione ovunque (grandi città e piccoli paesi) con conseguente rinaturazione delle aree depavimentate e infine formare tecnici politici e cittadini sul ruolo del suolo nel quadro ecologico e climatico attuale. Ovvio che tutto ciò richiede sforzi e un nuovo modo di abitare le città e i paesi e nuove abitudini che nulla possono avere a che fare con quel che abbiamo vissuto fino ad oggi. Questo ci spaventa? Non ha senso spaventarci delle cose giuste da fare. Piuttosto, ha senso spaventarsi di quelle che non vengono fatte e pretenderle da chi ha scelto di governare il territorio.

da qui

 

 

Altro che depavimentare le città: il governo ha asfaltato il Piano di ripristino della natura - Paolo Pileri

La saga dell’irresponsabilità ecologica procede con il vento del governo in poppa. Il 7 ottobre è stata pubblicata sul sito del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) la proposta di piano di ripristino della natura (Pnr) che il nostro governo ha presentato, in ritardo, a Bruxelles, in perfetta coerenza con il voto contrario al Regolamento europeo per il ripristino della natura (Nrr) del ministro Gilberto Pichetto Fratin in Europa, ma che poi fu comunque approvato grazie all’atto eroico e responsabile, lo ricordiamo, di Leonore Gewessler.

Il Pnr inviato alla Commissione è un piano svuotato come un calzino per quanto riguarda l’Articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani, di cui abbiamo ripetutamente parlato quest’estate. Quello che era un forte sospetto ora è realtà. Delle 23 misure del Pnr valide per tutti i Comuni e proposte dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) dopo varie consultazioni con un’ampia compagine di associazioni, edilizia-Comuni-ambiente e con esperti di pianificazione urbanistica e di ambiente, ben 15 sono state completamente cancellate, senza nessuna proposta alternativa.

Tanto per essere chiari, è stata cancellata la misura che prevedeva un registro delle perdite di aree verdi dall’entrata in vigore del Nrr; quella che minimizzava il consumo di suolo; quella che prevedeva di localizzare gli interventi compensativi entro il proprio confine comunale e non altrove; quella che prevedeva oneri urbanistici supplementari per sostenere un po’ gli interventi di ripristino; quella del principio di precauzione per il quale si chiedeva di sospendere le previsioni e gli interventi che generavano riduzione degli spazi verdi fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale al 2030. Ma anche quella che limitava gli interventi su suoli urbani non artificializzati; quella di integrare i piani urbanistici esistenti con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare le valutazioni di impatto ambientale e strategiche con i principi Nrr e Pnr; quella di integrare e aggiornare i regolamenti edilizi comunali (come già fatto da Genova); quella di fare un monitoraggio annuale delle aree verdi legandolo a un rendiconto da pubblicare; quella di depavimentare con contestuale ricostituzione dei suoli ed equipaggiamento ecologico delle superfici. Le misure di depavimentazione che sono rimaste sono state un po’ declassate a deimpermeabilizzazioni e un po’ trasformate in suggerimenti assieme alle poche altre superstiti: non c’è più nulla di praticamente obbligatorio.

Non più indirizzi sfidanti ma “consiglietti” che -lo sappiamo a menadito- in urbanistica sono inutili nel 95% dei casi. Non si impone ma si promuove. Non si richiede ma si favorisce. Non si chiede ma si auspica. Non di deve ma si dovrebbe. I devono sono stati imbavagliati e trasformati in possono. Non si obbliga a usare soluzioni basate sulla natura ma solo viene consigliato (assurdo). Parole scelte per generare degli incompiuti e non cambiare nulla. Perfino gli abbattimenti degli alberi si possono continuare a fare se debitamente documentati (ma da chi? Da chi vuole abbatterli, non mi stupirei).

I tempi sono stati fatti slittare attaccandosi ad aggiornamenti tecnici che mai si faranno. Le misure sono state agganciate a non ben chiari meccanismi prestazionali che, a loro volta, richiederanno burocrazia ingessante. Si lasciano sulle spalle dei Comuni censimenti di aree idonee quando sarebbe un compito delle Regioni, visto che queste hanno staff e competenze più adeguate e sarebbero più rapide. Un piano di misure che i Comuni già virtuosi per i fatti loro potranno usare, mentre gli altri potranno largamente disimpegnarsi. Speriamo ovviamente che Bruxelles bocci questa proposta, ma anche questo fa parte del piano “horribilis” che gioca a costruire ritardi a tavolino, consentendo a chi vuole continuare a consumare suolo e aree verdi, di prendere tempo e andare avanti a stendere altro asfalto.

E così il nostro Paese si troverà in una situazione sempre più compromessa perché nessuno riuscirà a ripristinare le migliaia di ettari di aree verdi che continueranno a sparire. Non è che quel che scompare prima della approvazione del Pnr non dovrà essere ripristinato. Tutt’altro: il regolamento europeo rimane vigente e vincolante (per fortuna) a partire dal 18 agosto 2024, anche senza il Pnr: è bene ricordarlo al governo, ai Comuni italiani e ai sindaci.

E fioccheranno sanzioni milionarie che il governo sta lasciando sulle spalle dei Comuni visto che il decreto legislativo 80/2026 ha indicato loro come attuatori del Nrr. La cancellazione delle misure del Pnr lascia i Comuni allo sbando e gli taglia il ramo sul quale sono seduti. I sindaci rimarranno intrappolati senza riuscire a raggiungere gli obiettivi entro il 2030 e dovranno pagare di tasca loro (nostra) le sanzioni. E a noi, ignari cittadini, ci toccherà assistere all’incrudimento della crisi ecologica, all’aumento delle temperature nelle città dove abitiamo, ad alluvioni sempre più distruttive come quelle appena accadute in Campania e a Napoli, dove abita il presidente dei Comuni italiani, il sindaco Gaetano Manfredi.

Alla fine, la strana alleanza tra l’Associazione nazionale dei Comuni italiani e quella dei costruttori edili (Anci&Ance) ce l’ha fatta ad affondare l’Articolo 8 del Pnr. Un aiutino di retrovia l’ha ricevuto anche dall’Istituto nazionale di urbanistica (Inu) che non se l’è sentito di “gettare il cuore oltre l’ostacolo” preferendo usare l’ostacolo -l’inadeguata normativa urbanistica italiana- per rallentare il Pnr, contribuendo a fermarlo. Questo volevano, questo hanno dichiarato negli incontri che si sono tenuti nelle fasi di consultazione e questo hanno ottenuto. Il nostro Paese va in Europa con un piano che ci renderà ridicoli e irresponsabili. I nostri politici non vengano a farci lezioni sull’arte del compromesso perché qui non c’è stato nessun compromesso, ma solo cancellazione e respingimento.

Non c’è una sola azione tra quelle dell’Articolo 8, rivolte a tutti i Comuni, che sia rimasta in piedi con la forza con cui era stata scritta. Prendiamo quindi atto che i Comuni non ne vogliono sapere di cambiare la loro azione urbanistica. Si vede che i sindaci, tranne poche eccezioni, preferiscono continuare a indossare la divisa dei consumatori di suolo e aree verdi. Altro che discorsetti sulla responsabilità e l’attenzione alle prossime generazioni. Le loro parole sono enunciati che innescano la retromarcia appena devono passare all’azione concreta. In un dibattito a cui ho partecipato presso l’ordine degli architetti di Padova lo scorso 8 ottobre, il vicepresidente dell’Anci, Massimo Cavazzana, ha confermato che proprio l’Associazione dei Comuni ha svuotato la bozza del Pnr. Tra le motivazioni che ha portato, l’accusa allo Stato per non aver fatto formazione sul Nrr ai sindaci e ai tecnici comunali.

Pare che questo sia stato un valido motivo per non imbarcarsi nella sfida del Pnr (peccato che la formazione ai sindaci e agli uffici tecnici è uno dei compiti che l’Anci si è assunta da decenni che però non ha svolto, non mandando neppure una striminzita mail ai Comuni per dire che era stato approvato Nrr nel 2024). Ha detto che non c’è stato un tempo sufficiente per lavorare al Pnr (peccato che l’Associazione non ha incalzato il governo a non perdere tempo e avviare subito i lavori del piano; e comunque nei sei mesi di intenso lavoro tecnico condotto dall’Ispra, non mi risulta che l’Anci abbia messo in piedi un folto gruppo di sindaci per lavorarci né che abbia chiesto aiuto a esperti).

Ha detto che il Pnr avrebbe fatto piovere un sacco di ricorsi perché i privati che hanno aspettative di volumetrie da realizzare non possono ricevere uno stop (frasi del genere mi confondono sempre perché penso sempre che i sindaci sono innanzitutto degli strenui protettori dell’interesse generale e non gli alfieri che difendono per prima cosa le pretese di quanti vogliono urbanizzare sui propri terreni). Ha detto che non si poteva approvare un Pnr senza finanziamenti (ma l’Anci non ha mai pubblicamente alzato la voce chiedendo al governo di appostare soldi proprio per non perdere questa sfida). Ha detto che comunque nulla è perso perché ora la commissione lo reinvierà e ci saranno altri sei mesi per sistemarlo, senza rendersi conto (o rendendosene eccome, valutate voi) che nel tempo che passerà senza un Pnr i Comuni non se ne staranno con le mani in mano e tantomeno avranno strumenti nuovi per frenare le richieste di trasformazione che fioccheranno e che poi sarà impossibile compensare.

Ha poi detto che l’applicazione del regolamento a solo 2.761 Comuni, come indicato dall’Ue, avrebbe scatenato una asimmetria ingiusta e sperequativa. Peccato che l’Anci non ha mai proposto di allargare a tutti i Comuni o a un numero maggiore, ma ha fatto l’esatto contrario: ha chiesto di ridurre il numero e si è opposta alla proposta dell’Ispra di prevedere l’adesione volontaria dei Comuni non appartenenti alla lista Ue.

Insomma, tutte affermazioni che non rispondono alla cronaca degli ultimi mesi, ma che piuttosto lasciano pensare a una imbarazzante prossimità con le posizioni dell’Ance (l’associazione dei costruttori) e alla debolezza dei meccanismi di condivisione interna alla associazione dei Comuni. Se quelle cancellature le ha decise un’ampia e autorevole assemblea dei sindaci (di cui non abbiamo avuto notizia) o un tavolo ristretto di uno o due di loro fa certamente differenza e spero ne discutano con franchezza alla prossima assemblea Anci a Verona. Nel frattempo, ricordiamo ai 2.761 Comuni che devono applicare in toto il regolamento europeo che, solo nel 2024, entro i loro confini sono spariti 595 ettari di coperture arboree e quattromila ettari di aree verdi, pari al 48% del consumo di suolo nazionale annuo. Una cifra da brivido che dimostra la responsabilità dei Comuni e/o la loro incapacità a frenare una urbanistica ancora ingorda di suolo e verde.

L’affossamento del Pnr ci catapulta in una vicenda di cui questo tempo di crisi ecologica non ha bisogno e rende tutti noi, volenti e nolenti, complici. Una situazione davanti alla quale non dobbiamo tenerci le parole in gola. Eppure, nessun sindaco, tranne Silvia Salis di Genova, ha formalmente inviato una lettera all’Anci prendendo posizione per difendere quello che era il Pnr prima del grande taglio. Gli altri? Il sindaco di Milano? Di Roma? Di Bologna? Di Rimini? Di Crotone? Di Isernia? Di Palermo? Di Catania? Di Bari? Di Firenze? Di Pesaro? Di Venezia? Di Matera? Di Cagliari? Di Udine? Di Trento? Di Bolzano? Di Aosta? Di Torino? Di Padova? Di Perugia? Di Chieti? Di Reggio Emilia dove si è consumato il grande e ignobile ecocidio di Bosco Ospizio?. Evito di inserire nella lista il sindaco di Napoli, presidente dell’Anci. E i deputati? E i senatori? Nazionali ed europei? Il 95% di loro è stato colto da improvvisi ascessi e non ha potuto parlare? Il silenzio di tutti coloro che hanno responsabilità politiche è pesante come una pietra tombale.

Mi tornano alla mente le parole di Hannah Arendt: “Chi sa di poter dissentire sa anche che, in qualche modo, quando non dissente esprime un tacito assenso”. La Società italiana degli urbanisti ha dissentito e ha preso posizione lo scorso maggio: ne siamo fieri. Lo ribadiremo con convinzione il prossimo 27 novembre proprio a Napoli: sappiamo che è difficile fare cambiamenti, ma non vogliamo essere complici di un clima urbanistico che si arrende. Vogliamo insistentemente alimentare l’ambizione e stare dalla parte di un progetto urbanistico che sposa in pieno il ripristino della natura.

da qui

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