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venerdì 19 dicembre 2025

Se volete dare un occhio al futuro verde del pianeta, fatevi un giro in Cina - Loretta Napoleoni

Chi avesse voglia di dare un’occhiata al possibile futuro verde del pianeta e alla transizione ecologica prodotta dall’innovazione tecnologica, dovrebbe farsi un giro in Cina.

La Cina, va detto, consuma più energia di qualsiasi altro paese al mondo. Ha un appetito vorace, alimentato per decenni dal carbone, che l’ha resa il più grande emettitore di CO₂ del pianeta. Ma da almeno dieci anni, questo gigante con una popolazione di un miliardo e 400 milioni di persone è impegnato in una svolta epocale. Il motivo? Raggiungere un obiettivo ambiziosissimo, il cosiddetto “doppio carbonio”: arrivare al picco delle emissioni entro il 2030 ed ottenere la neutralità carbonica entro il 2060. A che punto siamo? Nel 2024, per la prima volta, la capacità di energia non fossile installata in Cina ha superato il 60 per cento del totale nazionale, toccando i 2,2 miliardi di kW. Il resto, circa il 40 per cento, proviene ancora da fonti tradizionali, in primis il carbone, che rimane un pilastro per la stabilità della rete elettrica.

Si tratta di una transizione dove le tecnologie avanzate vanno a braccetto con un ripensamento radicale dell’intero sistema, una vera e propria rivoluzione energetica in casa. E per capire come questo futuro stia prendendo forma, bisogna guardare a una provincia lontana dai centri del potere finanziario e politico cinese, lo Xinjiang: 450 miliardi di tonnellate di riserve di carbone (il 40 per cento del totale cinese), un potenziale di energia solare pari al 40 per cento del potenziale tecnico nazionale e uno eolico di 1 miliardo di kW.

 

Siamo ad Urumqi, una cittadina vicina al confine nordoccidentale della Cina, sotto la Mongolia, a pochi kilometri dal deserto del Gobi. In una sala di controllo circondata da schermi olografici dove scorrono flussi di dati in tempo reale, pochi tecnici supervisionano 66 centrali energetiche sparse in una regione grande cinque volte l’Italia. È il Centro Operativo Intelligente di Urumqi, avamposto tecnologico e cervello operativo della più audace transizione energetica del pianeta. È infatti qui, in questa provincia remota battuta dai venti e bruciata dal sole, che si gioca una partita che potrebbe tra qualche decennio ridefinire gli equilibri energetici globali e per ora la Cina ha in mano tutti i jolly.

La Cina, a differenza delle nazioni occidentali, ha infatti capito da tempo una verità semplice ma rivoluzionaria: chi controllerà l’energia del futuro controllerà l’economia del XXI secolo e l’energia del futuro sono le rinnovabili. Xinjiang, con le sue distese assolate dove soffia vento costantemente, è il Texas cinese e le rinnovabili il suo petrolio verde.

Mentre l’Occidente dibatte sul costo della transizione ecologica, la Cina agisce and leads by example producendo una visione sistemica e comprensiva dello sfruttamento di diverse risorse. Il progetto “Energia dallo Xinjiang al resto della Cina” trasforma così l’abbondanza locale in uno strumento di politica nazionale. Corridoi a ultra-alta tensione (UHV) – come Hami-Zhengzhou e Zhundong-Anhui – sono le moderne arterie di un sistema circolatorio che pompa energia pulita verso le fabbriche e le città della costa orientale. Fino al 2024, hanno esportato oltre 800 miliardi di kWh, alimentando 22 province. È una strategia win-win: le regioni orientali ricevono energia a basse emissioni, lo Xinjiang si sviluppa e Pechino consolida il controllo su un’area strategicamente sensibile.

Il Centro di Urumqi è il simbolo di questa regia centralizzata. Non è una semplice sala controllo, è un sistema nervoso digitale che, attraverso un’intelligenza artificiale avanzata, gestisce 170 impianti per una capacità di 11,12 milioni di kW. Trenta di questi funzionano già in modalità “presenza zero” o semiautomatica. Questo modello risponde a un’esigenza duplice: massimizzare l’efficienza e minimizzare l’errore umano in un territorio sterminato. È l’applicazione pratica di un principio di sviluppo: la fusione tra pianificazione statale e tecnologie d’avanguardia che crea un acceleratore di sviluppo senza pari.

 

Perché la Cina ci riesce mentre l’Occidente arranca? La risposta non è solo tecnologica. È politica e sociale. Il vantaggio del ritardatario: la Cina si è industrializzata tardi, saltando fasi inquinanti che per l’Occidente sono state un costo irrecuperabile. La pressione sociale: i cinesi vogliono aria pulita. L’inquinamento non è più un prezzo accettabile per la crescita. Il calcolo economico dello Stato: l’inquinamento ha un costo sanitario enorme. Investire nel verde non è solo una questione ambientale, ma un modo per ridurre la spesa pubblica sanitaria.

L’Occidente, d’altro canto, è intrappolato in un paradosso: ha firmato gli Accordi di Parigi, ma manca la volontà politica di affrontare i costi di una riconversione industriale radicale. Qui, invece, la transizione è una priorità nazionale assoluta.

La lezione di Urumqi non è solo per la Cina. Questo modello è un prodotto esportabile nell’ambito della Belt and Road Initiative e per i partner dei Brics. Immaginate questo sistema applicato ai deserti dell’Arabia Saudita, dell’Iraq o del Nord Africa.

Il centro di Urumqi è il prototipo di una futura rete energetica continentale, una “Via della Seta dell’elettricità” che potrebbe unire l’Eurasia con flussi di energia pulita. In un mondo dove Europa e Asia sono fisicamente un unico continente, questa non è fantascienza. È geopolitica.
Mentre da noi si negozia e si rimanda, qui, nel deserto del Gobi, il futuro energetico del mondo è già in funzione. E dall’Occidente non arriva la concorrenza, ma solo i visitatori, come me, a guardare e a prendere appunti.

da qui

giovedì 27 novembre 2025

viaggiando in Cina (con Loretta Napoleoni e Ugo Bardi)

 

Il luogo che che sta sfidando le concezioni tradizionali di sviluppo e modernizzazione è in Cina - Loretta Napoleoni

 

Xinjiang - novembre 2025
Nelle distese aride del deserto del Gobi sta nascendo qualcosa di straordinario, qualcosa che sfida le concezioni tradizionali di sviluppo e modernizzazione. Lo Xinjiang, vasta regione nel cuore dell'Eurasia a due passi dalla Mongolia, non è semplicemente una provincia cinese in via di sviluppo - è il laboratorio vivente dove si sta scrivendo il futuro energetico del pianeta.

Ciò che colpisce immediatamente arrivando qui è la contraddizione apparente che invece funziona perfettamente. Un sistema socialista con un'economia capitalista, un partito unico che guida un mercato vibrante e innovativo. Mentre l'Occidente si arrovella su ideologie obsolete, la Cina ha creato qualcosa di unico: un ibrido che combina pianificazione statale lungimirante con l'agilità del mercato e l’innovazione tecnologica.

Quando scrivevo "Maonomics" oltre un decennio fa, avevo intuito il potenziale di questo modello, ma non avevo previsto che i risultati positivi arrivassero tanto velocemente. Oggi, vedendolo all'opera nello Xinjiang, posso confermare: le mie previsioni non solo si sono avverate, ma la realtà le ha superate. La Cina si è modernizzata in modo pacifico, in tempi record e lo ha fatto mantenendo la propria identità culturale. A differenza della Corea del Nord, si è aperta al mondo, un’apertura che non ha comportato l’omogeneizzarsi alla cultura occidentale. Nello Xinjiang non si trovano McDonald's a ogni angolo di strada, ma ristoranti che offrono piatti provenienti dalle 23 etnie presenti nella regione e si respira un'aria di autenticità e diversità che ormai in Occidente abbiamo dimenticato.

I dati sono impressionanti: 104,8 milioni di kW di capacità rinnovabile installata, con 40,37 milioni di kW aggiunti solo nel 2024. Ma i numeri da soli non rendono giustizia alla portata di ciò che sta accadendo. Quello che vediamo qui è la trasformazione di una provincia con grandi potenzialità energetiche in un modello nuovo globale.

Le riserve? 450 miliardi di tonnellate di carbone (25% del totale cinese), 4,2 miliardi di kW di potenziale solare (26,9% nazionale), 1 miliardo di kW di potenziale eolico (18% nazionale). Ma la vera rivoluzione non sta nell'abbondanza delle risorse, bensì nella visione strategica con cui tutte vengono gestite.

A Hami, conversando con Liu Xiaobo, presidente della Commissione per lo Sviluppo e le Riforme, ho capito la profondità della transizione. In dieci anni, la capacità installata è più che raddoppiata, superando i 23 GW. Oltre il 40 per cento del mix energetico locale è già rinnovabile. Ma ciò che veramente conta è come stanno risolvendo il problema fondamentale delle rinnovabili: l'intermittenza.

"La tecnologia di accumulo è la chiave", mi spiega Liu. E infatti vedo all'opera sistemi diversificati: batterie a flusso di vanadio nel Parco Industriale Fotovoltaico di Shichengzi, nel deserto Gobi, pompaggio idroelettrico, e soprattutto una riconversione intelligente del termoelettrico, che da fonte primaria diventa "stabilizzatore" di rete.    

La centrale solare termodinamica a torre con sali fusi da 50 MW nel deserto del Gobi è forse la cosa più bella che abbia visto in questo viaggio. Non solo per la sua efficienza - produce energia 24 ore al giorno - ma per la sua estetica. Una distesa immensa di specchi che riflettono il sole verso una torre centrale crea un paesaggio futuristico che sembra uscito da un film di fantascienza.

E poi le batterie. Visitando il parco fotovoltaico di Hami, ho capito che la soluzione all'intermittenza è già qui. La capacità di immagazzinare l'energia rinnovabile cambia tutto e qui ad Hami esiste. Non è più una questione di produzione, ma di gestione dell’energia verde. E in questo, la Cina è anni luce avanti all'Occidente.

All'Istituto Tecnico-Professionale Ferroviario di Hami, che ha appena lanciato il primo corso di laurea in rinnovabili, vedo realizzato ciò che fino a ieri era solo teoria: ogni edificio è una centrale elettrica, una visione futurista che avevo preannunciato in Maonomics e che oggi e’ realta’. Pensiline fotovoltaiche che ricaricano veicoli elettrici, pavimentazioni che producono energia, lampioni ibridi solari-eolici, facciate in perovskite che trasformano gli edifici in generatori.
Tutto cio’ non è solo tecnologia - è una filosofia energetica. L'integrazione tra didattica e industria, tra teoria e pratica, rappresenta l'unica risposta possibile all'avanzare dell'intelligenza artificiale. È la cooperazione "umana" che può prevenire il sopravvento delle macchine e che le può piegare ai bisogni della società.

da qui



Nel mio viaggio a Shanghai ho visto il successo cinese sulle rinnovabili. Noi invece andiamo indietro – Ugo Bardi

Sono di ritorno da un soggiorno a Shanghai, in Cina, per un convegno sull’energia e la sostenibilità. Una cosetta un po’ in grande, organizzata, fra gli altri, dall’Unesco, dal Club di Roma e dall’Università di Scienze Ingegneristiche di Shanghai. Una maratona di presentazioni e discussioni fra ricercatori di 15 paesi diversi che mi hanno permesso di capire parecchie cose.

Nel campo della sostenibilità, la Cina ha fatto passi da gigante con il concetto di “civiltà ecologica” che è oggi una politica ufficiale del governo. L’idea è che la Natura e l’Economia umana devono mantenersi in armonia l’una con l’altra, un concetto anche espresso come “Le Due Montagne.” Solo chiacchiere? Direi di no. Quando i cinesi si mettono in mente di fare qualcosa, di solito la fanno seriamente.

Non che non si faccia greenwashing in Cina, ma una cosa i cinesi l’hanno capita: bisogna liberarsi dai combustibili fossili il prima possibile. La Cina importa quasi tutto il petrolio e il gas che usa, e questo è costoso e rende il paese strategicamente vulnerabile. Hanno ancora carbone come fonte principale di energia elettrica, ma è fortemente inquinante e non può durare per sempre. Quindi, i cinesi hanno capito che l’energia del futuro è rinnovabile e stanno puntando tutto su quello (incidentalmente, non ho sentito parlare di energia nucleare al convegno. Mi sembra di capire che ci lavorano sopra per lasciare aperta la possibilità che un giorno diventi conveniente, ma è una cosa marginale).

Sulle rinnovabili, il successo cinese è stato a dir poco strabiliante. L’industria cinese è oggi in grado di produrre impianti fotovoltaici per tutto il mondo a costi bassi che stracciano ogni altra fonte. Per non parlare delle batterie, delle auto elettriche, dell’automazione e dell’elettrificazione del sistema economico in generale. Tutte aree dove la Cina sta guadagnando un vantaggio tecnologico sull’Occidente che potrebbe presto diventare incolmabile.

E non è tanto questione che loro vanno più veloci di noi: mentre loro vanno avanti, noi andiamo indietro. Invece di investire nel futuro, ci stiamo affannando a puntare su tecnologie obsolete ancora basate sui fossili. C’è poco da dire, avremo quello che ci meritiamo.

Così, la crescita della produzione di energia rinnovabile in Cina è esponenziale, mentre il carbone è in stallo e se ne prevede un rapido declino nei prossimi anni. Il piano governativo presentato al convegno prevede di arrivare al “Net Zero” entro il 2060. Potrebbe essere troppo tardi per evitare grossi danni a tutto l’ecosistema terrestre, ma ci sono buone possibilità di accelerare la transizione. I cinesi sono noti per eccedere le aspettative quando ci si mettono.

Già ora, i risultati si vedono. Una volta, le città cinesi erano note per essere orribilmente inquinate ma oggi, se passeggiate per Shanghai sui grandi viali trafficati, potete sentire il profumo delle piante aromatiche che crescono sui bordi (a parte le zone dove l’odore principale è quello dei ristoranti cinesi!). I motorini sono tutti elettrici. Le auto private lo sono in gran parte, mentre il traffico pesante non è ancora elettrificato, ma ci stanno lavorando.

Non me la sono sentita di raccontare ai colleghi cinesi che in Italia sono tutti convinti che le macchine elettriche sono un imbroglio e prendono fuoco come fiammiferi. Prima o poi, certe cose le capiremo anche noi.

Come impressione dopo dieci giorni in Cina, a parte le bandiere rosse che sventolano agli angoli delle strade, la vita dei cittadini cinesi non è diversa da quella dei cittadini di tutte le grandi città del mondo. Shanghai è molto grande e affollata, ma è sicura, pulita, vivace e bene organizzata. Nelle zone centrali, l’aggettivo “mozzafiato” si applica bene all’architettura che ci trovate. Fra le tante cose, vi potete facilmente imbattere in una danza pubblica in una piazza, il guǎngchǎng wǔ, dove qualche centinaio di persone si impegnano tutte insieme per mantenersi in forma e socializzare. È un’atmosfera piacevole di comunità locale.

Se poi vi piace il cibo cinese, Shanghai è il posto giusto e i ristoranti non sono per niente cari. Insomma, se avete qualche ragione per andare in Cina, o semplicemente volete fare un po’ di turismo diverso dal solito, è un viaggio che vi consiglio caldamente.

Per concludere, al convegno ho presentato i miei risultati sugli effetti del CO2 come sostanza dannosa per la salute umana: un’altra buona ragione per liberarsi dei combustibili fossili. Trovate una breve discussione in un post precedente.

da qui



martedì 28 gennaio 2025

Los Angeles brucia, Trump vuole la Groenlandia. Surreale? Forse no - Loretta Napoleoni

 

Mentre Los Angeles brucia il futuro presidente degli Stati Uniti minaccia di annettersi il Canada e la Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale, se necessario anche con la forza. Surreale? Forse no. Da sempre il nemico esterno, ossia lo straniero, oscura quello in casa e la sicurezza nazionale ha il sopravvento sull’ordine pubblico. Dai tempi della rivoluzione e della guerra d’indipendenza americane nell’immaginario collettivo della popolazione il mondo rappresenta la minaccia principale al punto da far passare in secondo piano quelle, molto più reali, interne, ad esempio la violenza razziale della polizia, le stragi per mano di singoli individui o le carenti infrastrutture che periodicamente provocano disastri apocalittici.

In California gli incendi legati al cattivo funzionamento della rete elettrica sono da anni un fenomeno ricorrente. Il motivo? Il sistema è vecchio e deve essere modernizzato, ma le imprese elettriche non vogliono investire per migliorarlo e l’amministrazione locale e statale non ha introdotto una legislazione per costringerle a farlo. Spessissimo la causa degli incendi è proprio la vecchia infrastruttura nazionale. Nel 2019, la maggiore impresa elettrica dello stato, la PG&E Corp., è andata fallita dopo una serie di incendi causati dal cattivo funzionamento della sua rete elettrica.

Eddison International’s l’impresa elettrica della California del sud è già nel mirino della magistratura che sta investigando la causa dell’incendio di Los Angeles e le è stato chiesto di conservare tutti i dati relativi al funzionamento della rete prima che questo scoppiasse.
Nel mirino anche The Los Angeles Department of Water and Power (LADWP), il servizio pubblico che fornisce acqua ed elettricità a quattro milioni di residenti di Los Angeles. La magistratura sospetta che il management non abbia interrotto la rete elettrica in tempo per evitare che i forti venti la trasformassero in una micca. Dopo il grande incendio di Maui, il peggiore nella storia americana per più di un secolo prima di quello di Los Angeles, la Hawaiian Electrical, l‘impresa elettrica dell’isola, accettò di pagare 2 miliardi di dollari in danni alle vittime proprio per questo motivo.

Se la rete elettrica della California è spesso una miccia la cattiva gestione del territorio lo trasforma in un fattore che alimenta gli incendi. Gli incendi di Los Angeles stanno mettendo a nudo l’assenza di prevenzione in un territorio particolarmente predisposto ai grandi incendi.

Il Sud della California è spesso vittima di siccità, ciò che sta avvenendo al momento, è da aprile dello scorso anno che non piove. Questo è anche l’anno della Nina che devia le perturbazioni provenienti dal Pacifico verso il nord ovest, a tutto ciò si aggiunge un fenomeno atmosferico atipico che ha bloccato l’aria fredda e le perturbazioni provenienti dal golfo dell’Alaska.

Un fenomeno atmosferico ricorrente si è pero’ verificato, i venti di Sant’Ana che a gennaio soffiano sempre dalle montagne della California verso la costa, si tratta di venti caldi e secchi che rendono la vegetazione particolarmente prona a bruciare. Da sempre la stagione dei venti ha causato fuochi selvaggi in California, il problema è quando questi raggiungono le zone urbane. E questo avviene perché troppo spesso le abitazioni lungo la costa sono vicinissime, troppo vicine alle aree a rischio fuochi.

L’assenza di un piano regolatore ad hoc ha sicuramente contribuito alla devastazione in atto a Los Angeles, senza barriere anti incendio le fiamme sono saltate da una casa all’altra, bisogna ricordare che tutte le strutture delle abitazioni in America sono fatte di legno e i rivestimenti delle case sono anche in legno.

Per completare il quadro di incompetenza e inefficienza, in California c’è poca acqua. Le fiamme hanno più volte avuto il sopravvento sui pompieri perché mancava la pressione dell’acqua e non riusciva a farla arrivare sulle colline, è successo ad Hollywood, proprio dove vivono i grandi divi.

Tornando a Trump, che ha accusato l’amministrazione di Biden, ed i democratici che gestiscono da sempre la California, di incompetenza, staremo a vedere se una volta insediatosi alla Casa Bianca affronterà il nemico interno il cui operato regala al mondo immagini dell’America da terzo mondo, ossia i fuochi incontrollabili di Mawi e Los Angeles, le stragi nelle scuole e nei cinema, i neri uccisi dalla polizia per strada e, perché no? Anche gli assalti a Capitol Hill.

da qui