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domenica 11 ottobre 2026

A412, ruspe e gendarmi contro la resistenza nel Chablais

(da Osservatorio Repressione)

Nel Chablais francese avanza il cantiere dell’autostrada Machilly-Thonon mentre sono ancora pendenti i ricorsi degli oppositori. Ettari di bosco sono già stati abbattuti, aumentano fermi e controlli e il 5 ottobre la polizia ha sgomberato uno degli avamposti della mobilitazione. Nella foresta la resistenza continua.

Le ruspe avanzano rapidamente nel Chablais francese e la gendarmeria presidia il territorio per consentire la prosecuzione dei lavori dell’A412, l’autostrada di 16,5 chilometri destinata a collegare Machilly a Thonon-les-Bains. Mentre i ricorsi presentati contro l’autorizzazione ambientale attendono ancora di essere esaminati e il tribunale amministrativo dovrà pronunciarsi il 14 ottobre sulla richiesta di sospensione dei lavori, il disboscamento procede contemporaneamente in numerosi punti del tracciato. Secondo le stime delle associazioni mobilitate, dall’arrivo dei macchinari sarebbero già stati distrutti circa 30 dei 76 ettari di foresta destinati all’abbattimento. La corsa contro il tempo riguarda ormai entrambe le parti: il concessionario punta ad avanzare il più possibile nella finestra temporale autorizzata per il taglio degli alberi, mentre gli oppositori cercano di rallentare i lavori prima che una eventuale decisione giudiziaria arrivi quando una parte consistente del danno sarà ormai irreversibile. È questa la situazione descritta da Maude Jaquet nel reportage «Carnage dans le Chablais», pubblicato il 3 ottobre dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier, al quale si aggiungono gli sviluppi delle ultime ore.

La battaglia contro l’A412 è entrata infatti in una fase nuova. Il 5 ottobre uno degli avamposti della mobilitazione, un edificio abbandonato occupato dagli oppositori lungo il tracciato dell’autostrada, è stato sgomberato e successivamente demolito. L’operazione è stata effettuata sotto il controllo di un consistente dispositivo di gendarmeria, con più di venti militari presenti e controlli d’identità nei confronti degli attivisti accorsi sul posto. Era una delle strutture avanzate della resistenza, non il principale presidio nella foresta, dove la mobilitazione continua. Il significato dell’operazione va comunque oltre la demolizione di un edificio: mentre le procedure giudiziarie sul progetto non sono concluse, sul territorio lo Stato garantisce materialmente l’avanzamento del cantiere e rimuove gli ostacoli costruiti da chi tenta di rallentarlo.

Il reportage di Le Courrier restituisce con efficacia la materialità di quello che sta accadendo. Gli abitanti hanno imparato a riconoscere a distanza il rumore delle abbattitrici. I macchinari si spostano tra differenti porzioni di bosco e lavorano contemporaneamente in più punti. Un residente di Mésinges racconta alla giornalista di aver visto cinquanta metri di vegetazione cancellati in meno di due ore. Secondo le osservazioni degli attivisti, sette macchine opererebbero parallelamente dall’alba al tramonto. Gli oppositori cercano di seguirne gli spostamenti attraversando boschi e roveti, raggiungendo i cantieri e, quando riescono, salendo direttamente sui mezzi per interrompere almeno temporaneamente il lavoro. Ogni ora guadagnata diventa importante perché l’abbattimento procede mentre la giustizia deve ancora pronunciarsi sulla richiesta di sospensione. Il prezzo di queste azioni è un numero crescente di controlli, fermi e sanzioni.

L’autorizzazione ambientale è stata firmata dalla prefettura dell’Alta Savoia il 28 agosto e ha consentito l’avvio della fase operativa. Il 14 settembre una coalizione composta da associazioni ambientaliste, agricoltori, cacciatori e residenti ha presentato due ricorsi alla giustizia amministrativa, uno dei quali con procedura d’urgenza per ottenere la sospensione dei lavori in attesa della decisione nel merito. Il punto politicamente rilevante è dunque evidente: il cantiere non sta aspettando l’esito del contenzioso. La macchina amministrativa e quella materiale procedono, mentre chi contesta il progetto tenta di impedire che la decisione dei giudici arrivi davanti a un territorio già trasformato.

Gli oppositori denunciano inoltre possibili irregolarità nelle modalità con cui vengono effettuati i lavori. Nel reportage di Maude Jaquet, Joanna Linares del collettivo Stop A412 mostra aree sottoposte a particolare tutela per la presenza di anfibi e sostiene che le misure previste per proteggere gli animali non sarebbero state applicate prima dell’arrivo delle abbattitrici. Il concessionario presenta invece nel progetto una serie di misure di mitigazione ambientale, dal trasferimento di specie vegetali all’installazione di reti e recinzioni fino alla creazione di nuovi habitat, dichiarando la presenza di quattordici ecologi incaricati di verificare le condizioni prima degli interventi. Ma gli attivisti intervistati da Le Courrier sostengono di non avere visto sul terreno né gli specialisti né, in alcuni punti osservati, le protezioni previste. Sono contestazioni che dovranno essere verificate nelle sedi competenti, ma riguardano precisamente uno degli elementi sui quali si fonda l’autorizzazione ambientale concessa al progetto.

Esiste poi un’altra questione particolarmente controversa. Amedea, società controllata da Eiffage e concessionaria dell’autostrada, ha iniziato a intervenire mentre non risultano ancora definitivamente acquisite tutte le particelle interessate dall’opera. Secondo i dati aziendali riportati da Le Courrier, resterebbero da acquisire circa cento lotti sui circa 1.300 interessati dal progetto. Un’ordinanza prefettizia di occupazione temporanea permette di effettuare determinate attività prima del completamento delle procedure di trasferimento della proprietà. Gli oppositori contestano però l’interpretazione data a quel provvedimento: secondo Stop A412 consentirebbe lavori preparatori come picchettature e indagini archeologiche, ma non autorizzerebbe il disboscamento definitivo. Anche in questo caso la questione non può essere risolta attraverso una dichiarazione politica: esiste un contenzioso giuridico aperto, mentre sul terreno gli alberi vengono già abbattuti.

La vicenda dell’agricoltore Sylvain Gaillard mostra concretamente cosa significhi questa accelerazione. La sua azienda, GAEC La Rochette, produce Reblochon e carne e rischia di perdere nel tempo circa il 10 per cento della propria superficie. Gaillard racconta a Le Courrier che i mezzi di Eiffage sarebbero entrati tagliando le recinzioni e avrebbero abbattuto in poche ore un boschetto appartenente allo zio, intervenendo in un’altra occasione in un pascolo dove si trovavano le giovenche. L’agricoltore sottolinea che quei terreni non sarebbero ancora stati espropriati né pagati. Il problema non riguarda soltanto la superficie sottratta direttamente dall’autostrada: la frammentazione degli appezzamenti e la modifica degli accessi rischiano di rendere inutilizzabili ulteriori terreni, in una zona dove la disponibilità di pascoli e fieno è fondamentale anche perché il disciplinare AOP del Reblochon impone un’alimentazione degli animali di provenienza locale.

La resistenza all’A412 non nasce dunque soltanto dalla difesa astratta del paesaggio. Tiene insieme abitanti, agricoltori, associazioni ambientaliste e attivisti che contestano la distruzione dei boschi e delle zone umide, la sottrazione di terreni agricoli e un modello di infrastrutturazione che continua a considerare nuove autostrade una risposta ordinaria ai problemi della mobilità. Già all’inizio di settembre le prime azioni di blocco erano state accompagnate da interventi della gendarmeria. Il 7 settembre una manifestazione pacifica contro i primi lavori era stata dispersa con gas lacrimogeni; nei giorni successivi una dozzina di oppositori era stata fermata dopo un blocco a Brenthonne, provocando una manifestazione davanti alla prefettura di Annecy convocata dalla Confédération paysanne. Il 21 settembre anche l’attivista ecologista Thomas Brail era stato posto in garde à vue mentre tentava insieme agli altri oppositori di fermare le abbattitrici.

È in questa sovrapposizione tra infrastruttura e ordine pubblico che l’A412 assume un significato che supera i sedici chilometri del suo tracciato. Lo Stato autorizza il progetto, le imprese accelerano i lavori e la forza pubblica garantisce che i cantieri possano proseguire anche mentre una parte della popolazione tenta di utilizzare gli strumenti giuridici disponibili per fermarli. Quando gli oppositori provano a trasformare il tempo della giustizia in tempo politico attraverso blocchi, presidi e occupazioni, la risposta diventa progressivamente poliziesca. Il 5 ottobre la demolizione dell’avamposto occupato rende visibile questa funzione: non soltanto sorvegliare il cantiere, ma liberare materialmente lo spazio necessario alla sua avanzata.

Il ruolo di Eiffage merita inoltre attenzione. È attraverso la controllata Amedea che il gruppo detiene la concessione dell’A412. La concessione durerà 55 anni, mentre agli agricoltori coinvolti, secondo quanto raccontato da Gaillard a Le Courrier, verrebbero prospettati indennizzi costruiti su periodi enormemente più brevi rispetto alla perdita permanente dei terreni. È una sproporzione che illumina uno degli elementi strutturali del conflitto: da una parte un’opera destinata a produrre effetti economici e territoriali per decenni, dall’altra comunità locali chiamate a sopportarne immediatamente i costi ambientali, agricoli e sociali. Nella segnalazione ricevuta da Osservatorio Repressione viene inoltre richiamata la presenza di Eiffage nel sistema delle grandi opere europee e nei lavori ferroviari legati alla Torino-Lione: un elemento che merita un approfondimento specifico sui rapporti tra grandi concessionari, infrastrutture e gestione dell’ordine pubblico nei territori attraversati dai cantieri.

Il 14 ottobre diventa per questo una data decisiva. Quel giorno il tribunale dovrà pronunciarsi sulla richiesta di sospendere i lavori. Gli oppositori stanno cercando di arrivarci conservando quanto più territorio possibile, perché una vittoria giudiziaria ottenuta dopo l’abbattimento dei boschi rischierebbe di avere un valore soltanto parziale. «Finché non verrà gettato il cemento, continueremo a lottare», dice Mahé, diciannove anni, nel reportage di Maude Jaquet. Non è soltanto una dichiarazione di determinazione: descrive esattamente la battaglia sul tempo che si sta combattendo nel Chablais. Le macchine devono correre per abbattere; gli oppositori devono rallentarle; la giustizia deve ancora decidere.

Lo sgombero del 5 ottobre non ha chiuso quella resistenza. Il principale presidio nella foresta continua e sono annunciate nuove iniziative, anche sul versante svizzero. L’obiettivo immediato resta impedire che, quando arriverà la decisione del tribunale, non ci sia più nulla da proteggere. L’A412 mostra così una contraddizione ormai ricorrente nei conflitti intorno alle grandi opere: il diritto degli oppositori a ricorrere alla giustizia rimane formalmente intatto, mentre la trasformazione materiale del territorio procede a una velocità capace di anticipare l’esito di quello stesso ricorso. Ed è precisamente in quello spazio, tra il tempo lento della giustizia e quello rapidissimo delle abbattitrici, che oggi nel Chablais si organizza la resistenza.

Nota: Questo articolo riprende e sviluppa informazioni e testimonianze contenute nel reportage di Maude Jaquet, “Carnage dans le Chablais”, pubblicato dal quotidiano svizzero indipendente Le Courrier il 3 ottobre 2026, integrandole con gli sviluppi successivi della mobilitazione contro l’autostrada A412.


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giovedì 16 aprile 2026

La Francia sostituisce i sistemi operativi Windows con quelli Linux nelle postazioni governative! - Antonello Buzzi

La Francia sta compiendo un passo storico nel panorama tecnologico europeo: abbandonare Windows in favore di distribuzioni Linux per le postazioni di lavoro governative.

L’annuncio ufficiale arriva dalla DINUM (Direzione Interministeriale per il Digitale), uno degli organi centrali dell’amministrazione francese, e si inserisce in una strategia più ampia di sovranità digitale che potrebbe ridisegnare le scelte tecnologiche di molti paesi dell’Unione Europea. […]

[…] Il passaggio a Linux è classificato come uno dei tre “primi passi concreti” verso la riduzione della dipendenza digitale extra-europea, con la formalizzazione del piano attesa per l’autunno.

Entro quella scadenza, i responsabili del progetto dovranno definire nel dettaglio quali soluzioni adottare per postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e apparecchiature di rete.

Le motivazioni politiche sono esplicitate senza ambiguità dai ministri francesi. “Dobbiamo diventare meno dipendenti dagli strumenti americani e riprendere il controllo del nostro destino digitale”, ha scritto David Amiel, Ministro per l’Azione Pubblica e i Conti, nel comunicato ufficiale.

Il ministro ha aggiunto che la Francia “non può più accettare che i propri dati, la propria infrastruttura e le proprie decisioni strategiche dipendano da soluzioni di cui non controlliamo le regole, i prezzi, l’evoluzione e i rischi.”

Anne Le Hénanff, Ministro Delegato per l’Intelligenza Artificiale e il Digitale, ha rafforzato questa posizione dichiarando che la sovranità digitale è una necessità strategica, non una scelta facoltativa.

Queste dichiarazioni arrivano in un momento di crescente distanza culturale e geopolitica tra gli Stati Uniti e i loro tradizionali alleati europei, un contesto che sembra aver accelerato la spinta verso l’indipendenza tecnologica.

Sul fronte sanitario, il governo francese ha già annunciato il mese scorso la migrazione della piattaforma per i dati sanitari verso una soluzione certificata entro la fine del 2026, un ulteriore segnale della portata sistemica di questa transizione.

L’adozione di una distribuzione Linux di matrice francese o europea appare la strada più coerente con l’obiettivo dichiarato di migrare verso soluzioni sovrane, eliminando di fatto gli interessi commerciali statunitensi dalle postazioni di lavoro della pubblica amministrazione.

Le implicazioni per le aziende software e di servizi con sede negli Stati Uniti sono tutt’altro che trascurabili. La Francia, in quanto membro di primo piano dell’Unione Europea, esercita un’influenza significativa sulle scelte degli altri paesi del blocco, e un’adozione riuscita di Linux a livello governativo potrebbe innescare un effetto a cascata verso altri dipartimenti, enti pubblici, organizzatori privati che collaborano strettamente con lo Stato, fino ad arrivare potenzialmente agli utenti finali. Non è la prima volta che un governo europeo tenta questa strada — si ricordano i casi parziali di Monaco di Baviera e di alcuni enti pubblici italiani negli anni Duemila — ma la scala e la determinazione politica di questo progetto sembrano di portata diversa.

https://infosannio.com/2026/04/13/la-francia-sostituisce-i-sistemi-operativi-windows-con-quelli-linux-nelle-postazioni-governative/

mercoledì 24 dicembre 2025

Il furto dei gioielli della corona come specchio del saccheggio coloniale - Rokhaya Diallo

Il furto al Louvre suscita indignazione ma Mediapart ricorda che i musei francesi vengono dal saccheggio dei territori conquistati

Il clamoroso furto di parte dei gioielli della corona di Francia al museo del Louvre ha avuto il merito di riunire la classe politica in un coro di deplorazione per un grave misfatto contro l’integrità di un bene che sarebbe comune a tutti i francesi. Emmanuel Macron si è affrettato a denunciare «un attacco a un patrimonio che amiamo perché è la nostra Storia». Una storia molto più oscura di quanto sembri.

Mentre il mondo intero era rattristato dalla perdita di gioielli sontuosi, l’attenzione si è concentrata maggiormente sui dettagli della composizione di questi gioielli costituiti da pietre preziose appartenute a personaggi del Primo e del Secondo Impero: Maria Amalia di Borbone-Sicilia, Hortense de Beauharnais, Maria Luisa d’Austria (moglie di Napoleone I) e l’imperatrice Eugenia di Montijo (moglie di Napoleone III).

Gli account Instagram Everything is Political e Slow Factory hanno condotto una rapida indagine, ipotizzando l’origine dei gioielli rubati. Gli smeraldi provengono senza dubbio dalla Colombia, dove la miniera di Muzo era all’epoca la sola miniera conosciuta che fornisse gemme di questo tipo attorno all’inizio del secolo XIX; i diamanti proverrebbero da India e Brasie les diamants viendraient d’Inde et du Brésil (altre fonti indicano il Sudafrica, dove i primi giacimenti di Kimberley furono sfruttati già negli anni 1850-1860); le perle naturali del Golfo Persico o dell’Oceano Indiano; gli zaffiri di Ceylon (l’attuale Sri Lanka), principale fonte mondiale di zaffiri blu all’inizio del XIX secolo. Solo i granati provenienti dalle miniere degli Urali venivano trasportati nell’ambito del libero commercio europeo.

Nei territori sotto il dominio britannico, portoghese o spagnolo, era il lavoro coatto delle popolazioni indigene colonizzate a consentire l’estrazione di questi preziosi minerali. Che la manodopera fosse schiavizzata o a contratto, l’ottenimento di questi beni avveniva a vantaggio delle potenze imperialiste, che si arricchivano grazie all’estrattivismo praticato sui territori conquistati con la violenza e il lavoro delle popolazioni inferiorizzate.

Se oggi si deplora la perdita dei beni simbolici del regno di Napoleone Bonaparte, il cui nome è indebitamente venerato nella politica francese, ricordiamo che la sua fortuna è stata ampiamente costruita sulla violenza e la spoliazione di altre popolazioni.

Sotto il Consolato e l’Impero, l’arricchimento di Napoleone e dello Stato francese si basava in parte su un sistema di spoliazioni organizzate, indissociabile dalla logica dell’espansione coloniale e militare. Le grandi «campagne» (termine che difficilmente rende l’idea del livello di violenza impiegato), in particolare in Italia, Spagna ed Egitto, permisero il saccheggio massivo di opere d’arte, di tesori archeologici e risorse naturali, legittimandolo con il pretesto del “progresso scientifico” oppure con la pretesa della “civilizzazione” di popolazioni che non l’hanno richiesto.

La campagna d’Egitto è allo stesso tempo una spedizione militare e un saccheggio economico e culturale, volto a controllare le rotte commerciali orientali e a riportare in Francia antichità, manoscritti e oggetti d’oro. Questi bottini, registrati nei rapporti della Commissione delle scienze e delle arti e successivamente esposti al Louvre, hanno alimentato il prestigio imperiale, radicando al contempo l’economia francese nelle nascenti reti coloniali.

Così, la costruzione del potere napoleonico si inserisce nella continuità di un modello europeo di accumulazione basato sulla conquista, il dominio e l’appropriazione violenta delle ricchezze materiali e simboliche dei territori conquistati.

La Francia si vanta dei beni acquisiti con la brutalità

Alla luce di queste considerazioni, cosa significa la grande desolazione che ha accompagnato la scomparsa di questi oggetti rubati dal Museo del Louvre? Quale significato attribuisce il nostro presidente al concetto di “patrimonio francese”, considerando le origini immorali della costituzione di questi gioielli?

Il fatto che la Francia possa ancora oggi vantarsi del possesso di beni acquisiti con la brutalità e l’ingiustizia la dice lunga sul rispetto per la vita delle vittime della colonizzazione.

La maggior parte dei grandi musei europei ha costruito il proprio prestigio esponendo opere acquisite tra la fine del XIX e la metà del XX secolo – periodo segnato da un’espansione coloniale costellata di massacri e coercizioni – e provenienti da presunte spedizioni etnografiche che in realtà erano solo un pretesto per la predazione.

In Francia, secondo un rapporto redatto da Felwine Sarr e Bénédicte Savoye nel 2018, oltre il 90% delle opere d’arte più emblematiche dell’Africa subsahariana si trova al di fuori del continente. Ad esempio, il famoso museo Quai Branly-Jacques-Chirac, che raccoglie arte indigena proveniente da Asia, Africa, Oceania e Americhe, è ricco di oggetti arrivati in Francia all’epoca in cui il nostro Paese aveva un ascendente su questi territori: è il caso del 66% della collezione dell’unità “Africa”.

Per conservare queste opere sul proprio territorio, la Francia ha elaborato un espediente giuridico: integrarle nel demanio pubblico dello Stato, rendendole così insequestrabili e inalienabili.

Un vero e proprio museo degli orrori

Peggio ancora, i nostri musei conservano ancora importanti collezioni di resti umani, in primo luogo il Museo Nazionale di Storia Naturale e il Museo dell’Uomo, la cui “collezione moderna” comprende più di 1.000 scheletri e circa 18.000 crani ereditati da raccolte pseudo-scientifiche (in realtà razziste), coloniali e di polizia del XIX e XX secolo.

Un vero e proprio museo degli orrori che raccoglie resti umani provenienti da tutto il mondo (Algeria, Senegal, Madagascar, Guyana…), tra cui quelli di numerosi resistenti alla colonizzazione francese, ma anche di bambini. È quanto racconta Xavier Leclerc nel suo ultimo romanzo Le Pain des Français (Gallimard), dando voce a «Zohra», una bambina kabyle di 7 anni il cui cranio è conservato in una scatola da scarpe tra i circa 9.000 crani conservati nel Museo dell’Uomo.

La storia di Saartjie (Sawtche), detta “Sarah Baartman”, donna di origine ottentotta nata in Sudafrica e morta a Parigi dopo essere stata vittima di ripetuti abusi sessuali e fisici ed essere stata esibita nelle fiere, è emblematica di questa spoliazione. Dopo la sua morte, calchi in gesso del suo corpo, dei suoi organi genitali e del suo cervello furono esposti al Musée de l’Homme alla vista di tutti fino al 1974, prima di essere relegati nel seminterrato. Dopo un’aspra battaglia legale, promossa da Nelson Mandela, il Sudafrica ha finalmente potuto recuperare il suo corpo nel 2002.

Nel luglio 2020, Parigi ha restituito all’Algeria 24 teschi di resistenti anticolonialisti, tra cui Cheikh Bouziane, Cherif Boubaghla e Si Mokhtar ben Kouider al-Titraoui, conservati dal XIX secolo al Musée de l’Homme. Da allora, la Francia si è dotata di un quadro giuridico specifico: una legge del 2023 autorizza, in deroga all’inalienabilità, la restituzione di resti umani a uno Stato straniero a fini funerari.

In precedenza, nel 2012, erano state restituite le teste di alcune persone māori (originari di Aotearoa, nome māori della Nuova Zelanda).

Nel 2024, i corpi di sei Kali’na – Pékapé, Couani, Emo-Marita, Mibipi, Makéré e Miacapo -, rapiti in Guyana per essere esposti in una mostra coloniale, vengono celebrati al Musée de l’Homme nell’ambito di una cerimonia sciamanica, alla presenza di di capi tradizionali provenienti dal Suriname e dalla Guyana. Tuttavia, i loro resti non sono stati restituiti. Diversi altri casi sono ancora in corso e, di conseguenza, molti corpi rimangono ancora lontani dai loro territori d’origine.

Sotto la pressione del rapporto Sarr-Savoy, che esortava lo Stato francese a restituire le opere ai loro paesi d’origine e ai paesi africani, la Francia ha dovuto riconoscere l’ingiustizia. Nel dicembre 2020 è stata quindi approvata una legge per restituire alcuni beni culturali al Benin e al Senegal.

Il primo oggetto restituito è stata una sciabola attribuita al capo politico El Hadj Omar Tall. Anche il Madagascar ha recuperato la corona della regina Ranavalona III, considerata dal ministro della Cultura Lalatiana Andriatongarivo Rakotondrazafy uno dei simboli più preziosi dell’«orgoglio nazionale malgascio».

Inoltre, ventisei opere d’arte note come “Tesoro di Béhanzin”, donate allo Stato dal generale Alfred Dodds dopo essere state saccheggiate durante una guerra e conservate al museo del Quai Branly-Jacques-Chirac, sono state restituite al popolo beninese. Il loro ritorno è stato oggetto di un magistrale film documentario, Dahomey, realizzato dalla franco-senegalese Mati Diop.

Tuttavia, con ventisei opere, siamo ben lontani da una rivoluzione. Il museo ne conserva almeno 45.000 provenienti dai saccheggi coloniali.

La Francia fatica ancora a riconoscere che gran parte del suo potere e del suo fascino derivano dal suo ruolo violentemente distruttivo nelle ex colonie. Celebrare un patrimonio acquisito con disprezzo per le vite umane testimonia un persistente rifiuto di ammettere il prezzo del proprio prestigio, alimentato dai gravi danni causati in passato e che persistono ancora oggi.

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domenica 14 settembre 2025

A69: l’autostrada della discordia - Martina Micciché

 

La prima volta che ho notato il nome Pierre Fabre non è stato su un cartellone pubblicitario o su un titolo di giornale, ma sul bordo di un lavandino. Era nella casa dei miei zii di Lione, sul tubetto di un dentifricio. Stava lì, con una grossa impronta nel mezzo, e la scritta Laboratoire Pierre Fabre sbiadita dall’uso. Perciò, quando anni dopo mi sono ritrovata a leggere del coinvolgimento della Pierre Fabre nella costruzione di un’autostrada molto contestata nella regione di Castres, non ho potuto non provare un distratto senso di familiarità. Nelle case francesi, Pierre Fabre potrebbe essere ovunque e da nessuna parte, considerato appena eppure ben conosciuto.

L’imprenditore da cui prende il nome la casa farmaceutica è infatti un volto noto per la Francia, Pierre Jacques Louis Fabre ha aperto il suo primo laboratorio nel 1961 e ha un curriculum abbastanza tipico della grande imprenditoria di quegli anni: un impero in crescita, la proprietà temporanea di un club di Rugby e un’attività di beneficenza. Magnate, mecenate e filantropo. Nel 1999 l’imprenditore ha infatti prestato il proprio nome a un’altra entità, la Fondation Pierre Fabre il cui scopo è la diffusione di medicine di qualità nei Paesi del Sud del mondo. Non sembra perciò così assurdo immaginare in che modo il desiderio di Fabre di lasciare il proprio nome inciso nella storia possa essere stato solleticato dall’idea di estenderlo a un’opera infrastrutturale, qualcosa di monumentale e tangibile come quella di un’autostrada.

L’occasione si è presentata negli anni Novanta, quando la posizione dell’azienda era già più che salda nell’imprenditoria francese, con il completamento della A680. Fabre ha quindi proposto la costruzione di un altro tratto autostradale di circa 53 km che connettesse Tolosa e Castres, collegando direttamente la A680 alla A68, la A69. Un nuovo raccordo autostradale, quindi, che prevede la conversione di parte di una strada nazionale (la N126) in una a pedaggio e che avrebbe come beneficio stimato la capacità di ottimizzare di un quarto d’ora il percorso. Quindi, velocizzare l’arrivo agli stabilimenti Fabre della zona. Per trasformare l’idea in realtà, l’iter progettuale di Fabre si è concentrato sin dall’inizio su un’intensa campagna lobbistica, sfruttando le proprie conoscenze nell’alta politica francese. Così, quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica della Francia, diventando oggetto di un dibattito che, più di tutto, sembra aver confermato il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in particolare, più che un reale interesse nella A69.

Tant’è che nel 2010, sotto la presidenza Sarkozy, è arrivata la concessione ufficiale a firma dell’allora ministro per l’Ecologia Jean-Louis Borloo, su intercessione dello stesso primo ministro François Fillon. Addirittura, dopo la morte di Fabre, nel 2013, il presidente François Hollande ha espresso rammarico per la mancata ultimazione dei lavori. A suo dire, la A69 avrebbe già dovuto essere inaugurata. Completata prima che il suo ideatore morisse. I lavori, infatti, hanno incontrato sin dall’inizio ostacoli difficilmente sormontabili e che, ancora oggi, non hanno permesso che la A69 superasse lo stadio di cantiere. Autorizzazione e delibere, infatti, sono state valutate e concesse senza tener conto di un elemento cruciale, ovvero la volontà degli abitanti della zona. Dalla loro prospettiva, ad esempio, anche il guadagno temporale ha un risvolto insostenibile proprio perché, oltre a prevedere un pedaggio pari a 17 euro, sembrerebbe riguardare non tanto le singole persone cittadine, né tantomeno quelle che lavorano negli stabilimenti, quanto piuttosto i trasporti industriali da e per gli stabilimenti.

Lo scontento locale non si limita alla singola spesa, ma all’impatto complessivo della costruzione: eppure, non ha trovato riverbero nelle autorità politiche che, anzi, nel 2018, già nel mandato presidenziale di Emmanuel Macron, hanno dichiarato l’autostrada un progetto di pubblica utilità per poi aprire la gara d’appalto. Il bando è stato aggiudicato a NGE group, che ha creato la società Atosca per portare a compimento questo specifico progetto, il cui costo complessivo è stato stimato in circa 450 milioni di euro, di cui 23 in fondi pubblici. Il piano di lavoro, però, per quanto apparecchiato, è ancora in stallo. Diverse associazioni, tra cui Les amis de la Terre, France nature environnement, Extinction rébellion France, sono intervenute e altre si sono formate, come il Collectif a69-Non à l’autoroute!, per denunciare l’impatto ambientale del progetto e difendere il territorio.

Uno degli effetti immediati della costruzione, infatti, prevede la deforestazione di circa 400 ettari di foresta che, oltre a essere una perdita immediata in termini di salute ambientale, costituiscono ‒ come tutto l’ambiente intorno al cantiere ‒ l’habitat di circa 157 specie di animali non umani, di cui 23 protette, che saranno, inevitabilmente, a rischio. L’abbattimento preventivato di circa 200-260 alberi e la distruzione di circa 22 zone umide comportano serie modificazioni idrogeologiche, tali per cui la compensazione promessa risulta poco credibile ed efficace, in quanto non in grado, in effetti, di restituire la complessità di un ecosistema che risulterebbe fisicamente rimosso.

Nel 2023 lo sciopero della fame ‒ e poi della sete ‒, durato complessivamente 39 giorni indetto da Thomas Brail del National Tree Surveillance Group e da altre persone attiviste che avevano occupato gli alberi per evitarne l’abbattimento, culminato con l’ospedalizzazione di Brail, ha portato a una sospensione effettiva dell’ordine di abbattimento. Ma non solo: la presenza massiccia di gruppi ambientalisti, come Soulèvements de la Terre, ha permesso un lavoro che, partendo dalle proteste è potuto intervenire a più livelli, compresi quelli istituzionali, con la presentazione di ricorsi e richieste formali di sospensione dei lavori. L’eco generata dal gesto di Brail e delle altre persone scioperanti aveva interessato i media nazionali, portando alla ribalta le proteste e i motivi per cui si sono rese necessarie. Al punto che, sempre nel 2023, le motivazioni delle autorità a favore della costruzione della A69 sono state addirittura soppesate da 1500 scienziati, tra cui alcuni membri dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che con un articolo apparso su L’obs si sono schierati a favore dei gruppi in protesta definendo l’A69 “uno di quei progetti che devono essere abbandonati”.

Infatti, i guadagni promessi sono piuttosto aleatori. In primo luogo; la A69 non rappresenta un valido modello per ridurre il traffico e quindi le emissioni, proprio perché incentiva il trasporto privato a discapito di quello pubblico. Secondariamente, sempre secondo le analisi presentate nell’articolo, la strada viene definita come “un progetto socialmente ingiusto”, in quanto andrebbe a costituire la seconda autostrada più costosa di Francia. Infine, gli scienziati hanno fatto presente che il disboscamento con successiva compensazione non può essere considerato un modello valido. La piantumazione di alberi giovani in un altro ambiente non è materialmente in grado di compensare per l’equilibrio ambientale generato da una foresta di alberi adulti, ma soprattutto, per la capacità degli ambienti selvatici di preservare la biodiversità di un territorio. Ma non solo: l’autorità ambientale e il CNPN (Conseil National de Protection de la Nature) hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica. Nonostante le obiezioni scientifiche e l’opposizione crescente, la repressione non è arretrata, anzi.

Lo scorso anno, ad esempio, gli scontri sono stati prolungati e mal incassati dalla polizia antisommossa francese, il CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité), che si è trovato con qualche camionetta in fiamme, nonostante l’impiego ingente della forza bruta. Quest’anno, per evitare lo scontro ravvicinato e diretto con le persone manifestanti, oltre allo schieramento massiccio di agenti, con annessi controlli e perquisizioni costanti in tutta la zona limitrofa al campeggio, le forze dell’ordine francesi hanno utilizzato metodi di repressione della folla a lungo raggio con un’assiduità che ha trasformato la marcia, la turbo teuf, in una resistenza a un assedio. La manifestazione è stata dapprima circondata su tre lati, per poi essere colpita da una pioggia di dissuasori urticanti, irritanti e da shock, e infine attaccata alle spalle, passando proprio dal bosco che costituiva l’unico spazio non occupato dalle forze dell’ordine. L’impiego di lacrimogeni e granate stordenti si è protratto per diverse ore, rendendo l’aria più che irrespirabile persino nei giorni successivi e lasciando uno strascico che avrà, inevitabilmente, effetti sulla fauna che abita i boschi limitrofi agli scontri.

Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. Eppure, nemmeno il parere degli esperti sembra poter essere decisivo. Il via libera ai lavori era rimasto in essere fino alle proteste del 2024, dopo le quali era stato preso in esame. In particolare, il 27 febbraio di quest’anno, il Tribunale amministrativo di Tolosa ne ha annullato l’autorizzazione esprimendosi in merito al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste e ritenendo che i benefici del progetto fossero insufficienti rispetto ai danni ambientali prospettati. Il governo francese si è quindi trovato a rilanciare un appello sostenendo con forza la presenza di un interesse nazionale di forza maggiore ‒ lo stesso contestato dai 1500 scienziati su L’obs ‒ e sostenendo che l’annullamento definitivo dei lavori avrebbe potuto compromettere future implementazioni della rete infrastrutturale francese. Quindi, il 28 maggio, lo stesso tribunale amministrativo ha concesso una “sursis à exécution”, cioè una sospensione dell’esecuzione della sentenza. Il Tribunale ha convenuto sul fatto che l’interesse di forza maggiore sia sufficiente a ripristinare le concessioni ambientali annullate, permettendo, di fatto, la ripresa dei lavori. Le pressioni governative hanno quindi avuto la meglio, al momento, sulle valutazioni territoriali. L’opposizione, però rimane forte.

La zona contesa, infatti, è una ZAD (Zone Á Défendre), e cioè una zona in cui agiscono persone contrarie alla devastazione ambientale provocata dai grandi progetti infrastrutturali e dai loro cantieri. Il nome deriva dall’acronimo usato in campo edile per designare un cantiere: Zone d’aménagement différée, letteralmente zona di sfruttamento differita. Il termine è stato quindi ripreso e rivendicato da gruppi di persone attiviste ‒ dette zadiste ‒ il cui obiettivo è reclamare territori e spazi sottraendoli alla speculazione economica e risparmiando loro il danno ambientale, sociale e politico. Le ZAD non hanno come unico scopo la preservazione dell’ambiente, ma anche la rivendicazione dell’umanità come parte integrante di questa natura. La tradizione delle Zone difese in Francia è molto lunga, sintomo di una lotta ecologista profondamente radicata nel territorio, ma anche nel futuro. La ZAD più celebre è quella che, nel 2018, ha impedito la costruzione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nei pressi di Nantes, riuscendo a preservare circa 1650 ettari di foresta.

Lo slogan che nel 2018 ha accompagnato manifestazioni e azioni rimane tuttora presente nelle varie zone di mobilitazione, dai megabassines all’A69, arrivando fino alla resistenza No TAV in Valsusa: “Siamo la natura che si difende”. La ZAD di Nantes, è stata molto più che un luogo di resistenza alla devastazione. Sin dall’inizio si è caratterizzata per la sua volontà trasformativa. La ZAD, infatti è più di tutto un luogo di comunità. A Nantes, l’occupazione ha permesso di creare coesistenze alternative, inframmezzate e aggredite dagli sgomberi della gendarmerie. In particolare, nel 2012 è stata colpita dall’operazione Cesar, la più grande mobilitazione poliziesca dal 1968, a cui la comunità ha risposto con una presenza di 40.000 volontari impegnati per ricostruire le abitazioni e i luoghi condivisi. La tradizione della ZAD guarda molto più avanti rispetto alla singola emergenza, per quanto drammatica, cercando di renderla uno spazio per costruire un’alternativa.

E infatti, quale che sia la mobilitazione, negli spazi condivisi ‒ temporanei o meno ‒ si respira un’aria totalmente diversa. Prima di tutto, la volontà di essere spazi di convivenza sicuri per chi li attraversa. Il che avviene sì con appositi servizi dedicati e una continua opera di informazione ‒ non è insolito trovare cartelli che spiegano cosa sia il consenso, e, soprattutto cosa significa estorcerlo ‒ ma più di tutto con una cultura interna estremamente ricettiva che unisce l’ascolto di chi attraversa la ZAD alla necessità che sia consapevole che comportamenti coerenti con il modello oppressivo esterno non sono benaccetti. Un esempio banale ma non troppo: durante le grandi mobilitazioni estive, chi organizza si premura di fornire un servizio pasto che garantisca alle persone la possibilità di mangiare ed essere in forze prima delle lunghe manifestazioni. I pasti serviti sono semplici, poveri, a offerta libera. Negli ultimi due anni, poi, le cucine hanno sempre proposto cibo vegano e senza glutine rendendo più facile per le persone che prendevano parte alle manifestazioni accedervi e avere la certezza che non sarebbero rimaste per ore sotto il sole a stomaco vuoto. Elementi di cura collettiva, questi, che si sommano creando una dimensione antitetica rispetto a quella esterna, informata dall’attuale stadio del capitalismo in cui tutto è merce e consumo, dissenso compreso.


Quindi, oltre a essere una zona occupata per evitare che grandi opere infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la costruzione di una comunità. La ZAD A69 si inserisce in questa cornice. Infatti, la rivendicazione sul territorio non riguarda solo qualcosa di misurabile, come la metratura di foresta che verrebbe irrimediabilmente distrutta, ma anche qualcosa di più inafferrabile: l’idea per un modo diverso di vivere e convivere. Nelle ZAD si propone qualcosa di diverso, di nuovo e antico insieme, che parte dalla collettività. Essere parte della natura, significa anche questo: inserirsi in un ambiente come parte dello stesso e non come proprietari occupanti. Una prospettiva ben diversa da quella che, normalmente, disciplina i rapporti tra umanità e ambiente solitamente incentrati sull’utile e l’uso. Disporre di ciò su cui si può imporre un diritto di proprietà, ad esempio acquistando un terreno, in maniera arbitraria e individualistica genera inevitabilmente un incremento del danno ambientale proprio perché, in prima istanza, l’ambiente diventa un oggetto inerte, un bene.

Una volta depauperato della sua identità, svuotato della sua complessità e rimosse tutte le soggettività, umane e non, che vi entrano in relazione per vivere ‒ e, magari, vivervi bene ‒, questo territorio viene plasmato dalla tendenza alloplastica delle relazioni economiche che intervengono strutturalmente su tutto ciò in cui vengono intessute per metterlo a reddito. E quindi, una ZAD ne costituisce il contrappunto. Un rigetto del dogma produttivo e dell’interesse speculativo dei singoli a favore di un approccio alla terra più ampio, comunitario e non solo. Perché non si tratta solo di preservare un territorio e di costruirci benessere per chi vi è immediatamente prossimo, ma anche di creare delle reali alternative che diano garanzie a chi è lontano e a chi verrà dopo.

Una ZAD potrebbe sorgere ovunque, contro il progetto di un traforo, di un’autostrada o di un allevamento intensivo. Ciò che la caratterizza e la rende possibile è la presenza di una comunità attiva, interna ed esterna al territorio: cooperativa ed attenta alle reali esigenze di chi abita e attraversa quei luoghi. Ecco perché non è raro che anche chi non partecipa direttamente alle mobilitazioni si renda in qualche modo utile. Lo scorso anno, a La Rochelle, gli abitanti della città che avevano case al pianterreno hanno aperto i cancelli alle oltre 20.000 persone manifestanti, per garantire loro la possibilità di riempire le borracce, sciacquare le ferite o ripulirsi dalle sostanze urticanti. La ZAD si propaga anche così, di casa in casa. Diventando memoria organica del fatto che la terra è vita, comunità e memoria. E forse, è proprio questo che spaventa di più.

Il passaggio dagli scaffali alla casa è ciò che traghetta la produzione nella normalità, i grandi nomi nelle dispense e nei cassetti, appesi negli armadi o dimenticati in giro. Etichette. Familiari in modo sinistro, amichevoli in modo impensato. I nomi del consumo sono ovunque, ciò che vi si nasconde dietro, per qualche motivo invece no. Rimane impigliato alle pieghe della routine, esterno. Appeso ai luoghi della devastazione, incernierato nella terra divelta, inciso sui tronchi degli alberi morti, passa sopra i cadaveri degli animali intossicati dai miasmi, disidratati dalla siccità, scardinati dalle tane dalle benne delle ruspe. Inciso nella memoria di chi ricorda che lì, proprio lì, stava un bosco. La traccia indelebile lasciata da certi nomi, la devastazione, su quel lavandino, non arriva. Là dove Pierre Fabre sembra semplicemente una firma, non certo la presa di un’industria e di un industriale su un territorio.

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sabato 27 luglio 2024

Vivere circondati dai veleni e lottare per fermarli - Marina Forti

 

In un pomeriggio di metà giugno i primi bagnanti popolano la spiaggia di Fos-sur-Mer, non lontano da Marsiglia. Qualcuno gioca tra le onde, una bambina costruisce un castello di sabbia, gli amanti del surf approfittano del vento. Nessuno sembra fare caso agli altiforni della grande acciaieria in fondo alla spiaggia, né al groviglio d’installazioni industriali e depositi di carburante che incombe.

Siamo al centro della seconda più grande concentrazione industriale della Francia: il golfo di Fos, tra Marsiglia e le Bouches-du-Rhône, passando per la grande laguna di Berre, dove l’acqua di mare si mescola a quella dolce. L’intera zona include una trentina di centri urbani e quattrocentomila abitanti. Fos, com’è chiamata qui, ne conta 17mila: è una cittadina allo sbocco del canale che collega la laguna al mare, con graziose casette e aiuole fiorite di lavanda. Ma è assediata dagli impianti industriali, come si vede bene dalla piazza della chiesa che sovrasta il paese.

“Siamo circondati”, commenta Daniel Moutet, un signore dai capelli grigi che dedica tutte le sue energie a un’associazione di cittadini per la difesa della salute. Dal belvedere indica i depositi di carburante a poche decine di metri dalle ultime case, le acciaierie Arcelor Mittal in riva al mare, le fiammate delle raffinerie, gli stabilimenti petrolchimici. Poi ancora fabbriche chimiche, cementifici, l’inceneritore che serve la città di Marsiglia, e il porto di Marsiglia-Fos con altre raffinerie e imprese di logistica.

 

Solo tra Fos e la vicina Port-Saint-Louis-du-Rhône “ci sono tredici siti Seveso”, spiega Moutet: ovvero, aziende classificate a rischio secondo la direttiva europea per la sicurezza industriale. L’intera zona Fos-Berre (dipartimento delle Bouches-du-Rhône) ne conta 69, di cui 43 a “rischio alto”. Insieme formano il polo d’industria chimica e il deposito di idrocarburi più grandi d’Europa, e producono un quarto delle emissioni tossiche industriali di tutta la Francia. Si aggiungano una zona militare e una fabbrica di elicotteri Airbus nei pressi di Marignane, l’aeroporto di Marsiglia. Siderurgia, chimica, petrolchimica, cementifici producono una gran varietà di sostanze inquinanti diffuse nell’atmosfera, sui terreni e le piante: “Siamo costantemente esposti a un cocktail di sostanze tossiche”, dice Moutet.

Oggi il polo industriale di Fos è al centro di diverse azioni legali avviate da cittadini, tra cui quella che ha portato il tribunale penale di Marsiglia ad aprire un’istruttoria per reati ambientali. È stato teatro di un’indagine partecipativa su salute e ambiente che ha cambiato la percezione pubblica dell’inquinamento. Ma è anche al centro dei nuovi piani per reindustrializzare la Francia, e potrebbe presto ospitare un progetto italofrancese di “cattura e stoccaggio di anidride carbonica”, guidato dalla società Air Liquide con l’Eni e la Snam. Ecco perché vale la pena di guardare bene questo caso di gigantismo industriale tra le lagune e il mare.

Omertà

“Per anni ci hanno detto che andava tutto bene”, dice Moutet, nella casetta sul lungomare di Fos in cui ha sede la sua associazione (dal nome lunghissimo: Association de défence et protection du littoral du golfe de Fos”, Adplgf). I messaggi delle autorità sono sempre rassicuranti, ripetono che le emissioni industriali sono nella norma, spiega.

Del resto, per decenni queste aziende hanno dato lavoro a decine di migliaia di persone e generose compensazioni alle municipalità, che quindi possono offrire ottimi servizi, centri sportivi, infrastrutture. “Così tutti hanno preferito non vedere l’inquinamento”, commenta Patrick Courtin, medico. “Negli anni sessanta, quando è stato deciso di costruire questo polo industriale, si diceva che l’inquinamento non era un problema perché c’è il mistral”, il vento che scende con grandi raffiche dalla valle del Rodano, quindi da nordovest, verso il mare: “Però soffia per circa un terzo dell’anno”.

Courtin ricorda che quando dirigeva il reparto di rianimazione dell’ospedale di Martigues, comune confinante con Fos, vedeva un numero allarmante di casi di tumore: “Tra i medici però non si parlava di possibili nessi con l’esposizione alle emissioni tossiche industriali. Si diceva: non possiamo affermare, non sappiamo”. Medici, autorità pubbliche, gli stessi cittadini: secondo Courtin “c’è stata una sorta di omertà generale, perché riconoscere gli effetti dell’inquinamento voleva dire rimettere in causa l’intera politica industriale della regione”.

E poi c’è il mare: Bernard Huriaux ricorda che quando dalla Lorena si è trasferito qui nel 1972, per lavorare nell’acciaieria ancora in costruzione, il clima dolce del Mediterraneo l’ha conquistato. “E comunque allora si badava solo ai posti di lavoro”, dice Huriaux, che è stato rappresentante sindacale delegato alla sicurezza (oggi è in pensione). Ricorda le battaglie per far riconoscere le malattie professionali provocate dall’amianto. “Così ci siamo dovuti rendere conto delle emissioni tossiche”.

Intorno al 2005 Daniel Moutet, che allora lavorava nel porto di Marsiglia Fos, ha cominciato a girare con la macchina fotografica. “Avevo di fronte la ArcelorMittal e ogni giorno vedevo fumi rossi, neri, gialli, marrone, la chiamavo la sinfonia di colori”. Ha cominciato a fotografarli e a riconoscere da quali impianti provenivano. Filmava le fumate anomale (“Mi davano del matto”). Spiega che le aziende funzionano in “regime di autocontrollo”, cioè comunicano i propri dati su emissioni e misure di sicurezza all’ente pubblico di controllo (la Direction régionale de l’environment, de l’amenagement e du logement, Dreal).

Moutet ha cominciato a segnalare emissioni fuori norma. Accusa diverse aziende di abusare della “sgasatura”, quando si aprono le valvole di impianti sotto pressione eccessiva: “È una procedura di sicurezza ammessa entro certi limiti, invece ne approfittano per liberarsi dei reflui”. Poi ha cominciato a raccogliere dati sulla catena alimentare. Faceva analizzare campioni di carne di manzi e tori della Camargue negli allevamenti locali, scopriva diossine e furani nella carne o nelle uova di gallina. “Mi dicevano: ‘Allora ce l’hai con noi allevatori’. Ma no, erano le industrie ad avvelenare l’ambiente e i prodotti della zona”.

Fatto sta che l’impegno dei cittadini è cresciuto. Le malattie aumentavano, e anche le domande senza risposte. Nel 2007 migliaia di persone hanno firmato una petizione rivolta alle autorità sanitarie perché diffondessero dati precisi sulla salute degli abitanti.

“Ma c’è voluta l’iniziativa di una ricercatrice venuta da fuori per rompere l’omertà”, dice il medico Courtin. Si riferisce allo studio sullo stato di salute della popolazione di questo bacino industriale coordinato dalla sociologa statunitense Barbara Allen con un’équipe franco-americana di ricercatori, antropologi ed epidemiologi.

Chiamato Fos epseal, acronimo di Ėtude participative en santé environnement ancrée localment (Studio partecipativo su salute e ambiente ancorato localmente), è stato condotto tra il 2015 e il 2017, con ulteriori indagini, e ha avuto un effetto dirompente: ha mostrato che tra gli abitanti dell’area industriale Fos-Port-Saint-Louis l’incidenza di malattie come tumori, diabete e asma è abnorme. Soprattutto, ha coinvolto i cittadini e cambiato il tono del dibattito pubblico. “Ormai nessuno può negare i fatti”, sottolinea Courtin.

L’epidemiologia porta a porta

Il progetto Fos epseal è nato quasi per caso, dice Barbara Allen, sociologa all’università della Virginia, negli Stati Uniti. Nel settembre 2013 era arrivata a Marsiglia nell’ambito di una ricerca sulla partecipazione pubblica nella definizione delle politiche ambientali, in collaborazione con l’Institut d’études avancées di Aix-Marseille (Iméra). “Una delle zone coinvolte era la laguna di Berre”, spiega Allen in videochiamata.

La sociologa parlava con associazioni di cittadini, ambientalisti, amministratori locali, medici. “Mi aiutava come interprete l’antropologa Yolaine Ferrier, che è cresciuta nella zona. Un giorno mi ha proposto di intervistare suo zio, che aveva lavorato in una di quelle fabbriche fino alla pensione”. Lui ha indicato altri colleghi, da ogni intervista ne nascevano altre, “a palla di neve”. “Finché è stato chiaro che i cittadini non erano mai stati interpellati negli studi degli enti pubblici, anche se nella zona c’erano state diverse indagini sanitarie, nessuno aveva mai chiesto loro se avevano dei problemi. Molti ormai non si fidavano dei ricercatori”.

Così Allen, Ferrier e colleghi hanno formulato un progetto di ricerca partecipativa sulla salute dichiarata degli abitanti del distretto industriale, ottenendo un finanziamento dall’Agence nationale de sécurité sanitaire de l’alimentation (Anses, l’ente statale per la sicurezza alimentare) e il sostegno di diverse istituzioni scientifiche. Uno studio che combina l’epidemiologia (che studia frequenza e distribuzione delle malattie) con l’antropologia e la sociologia: l’obiettivo principale “era coinvolgere i cittadini interessati in tutte le fasi dell’indagine scientifica”, si legge nell’introduzione.

La prima fase della ricerca era incentrata su interviste porta a porta con i cittadini, condotte tra il 2015 e 2016. “Abbiamo preparato un questionario sulla ‘salute dichiarata’: e perché fosse inattaccabile ci siamo rifatti alla formulazione già usata in analoghe indagini pubblicate su riviste scientifiche sottoposte a peer review”, spiega Allen. I ricercatori hanno bussato a una porta su cinque di Fos-sur-Mer e Port-Saint-Louis-du-Rhône, e raccolto le interviste in forma anonima: “La prima domanda era sempre la stessa: ‘Le è stata diagnosticata qualche malattia?’. Poi domande su problemi sanitari di tutta la famiglia, abitudini alimentari, fumo, alcol, lavoro, quelli che chiamiamo fattori di stress, e così via”. Hanno registrato le malattie diagnosticate e i malesseri dichiarati dai singoli intervistati, disturbi cronici, difficoltà a respirare, e così via. “Quasi metà delle persone che ci aprivano hanno accettato di rispondere, è un’ottima percentuale. Così abbiamo creato un campione casuale (random) di abitanti”.

Allora è cominciata una serie di forum aperti per discutere i risultati delle interviste con le parti in causa, cittadini, medici, ricercatori, associazioni, sindacati. “I primi che abbiamo interpellato sono stati i medici del servizio sanitario pubblico e altri ‘informatori chiave’, i quali spesso trovavano nei nostri dati la conferma di quanto avevano osservato sul campo”, continua Allen.

Poi la “restituzione” alla cittadinanza. “Siamo andati dal sindaco di Fos-sur-Mer, che all’inizio non ci aveva permesso di usare spazi della municipalità per svolgere la ricerca. Ha voluto conoscere prima i nostri risultati. Ci ha ascoltato senza dire una parola, e infine ci ha concesso la sala comunale per un’assemblea pubblica”. Era il gennaio 2017. “Quella sera c’era il pienone, le persone da noi intervistate e molti altri: ormai in città tutti avevano sentito parlare della nostra ricerca”.

Barbara Allen ricorda quando, finito l’intervento dei ricercatori, il primo ad alzarsi è stato proprio il sindaco: “Si è voltato verso i suoi concittadini e ha detto: ‘Ecco lo studio che stavamo aspettando’. È stato un momento importante. Da allora è stato uno dei nostri grandi sostenitori”.

Lo studio mostrava che due terzi degli abitanti di Fos e Port-Saint-Louis dichiarano almeno una malattia cronica, tra cui asma e altre malattie respiratorie, disturbi cronici della pelle, o irritazioni degli occhi e mal di testa; attesta inoltre un’incidenza abnorme di casi di tumore (più elevata tra le donne), di asma negli adulti e di diabete di tipo 1. “Per molti è stato uno choc, anche se in qualche modo era atteso perché tutti avevano qualcuno ammalato tra i parenti o i vicini”, ricorda Allen.

È stato uno choc anche scoprire che sul “fronte industriale” del golfo di Fos non c’erano differenze significative nella salute di chi lavorava in fabbrica e chi no, cioè chi è esposto in modo concentrato a determinate sostanze tossiche per motivi professionali, e i residenti che si presumono esposti in modo diluito. Molti hanno testimoniato anche di stress e pressioni sul lavoro. Tutti convivono con la malattia e la morte. È ciò che lo studio definisce “violenza ordinaria”: invisibile, non immediatamente percepita, “lenta”, ma inesorabile.

Lo studio partecipativo per la verità è stato molto criticato, dopo quella prima uscita pubblica. “Molti hanno accusato la sociologa americana di aver usato un metodo non scientifico; dicevano che aveva raccolto impressioni, non fatti”, ricorda Daniel Moutet. Una critica più circostanziata è arrivata dalla Santé publique France, l’agenzia nazionale per la sanità, e riguardava il metodo.

In effetti allo studio mancava ancora una parte essenziale per un’indagine epidemiologica: ripetere la ricerca in una zona paragonabile della stessa regione non esposta alle emissioni industriali (il gruppo di controllo). Così la ricerca è stata ripetuta a Saint-Martin-de-Crau, cittadina a trenta chilometri da Fos, distante dalla concentrazione industriale. In questa fase al team di ricerca si sono aggiunti altri epidemiologi. Il rapporto finale è stato pubblicato nel 2022 con il nome Fos crau epseal.

“Se c’è stato un errore non era scientifico ma di comunicazione: aver diffuso i primi risultati, nella discussione con i cittadini, prima di terminare la ricerca”, dice Maxime Jeanjean, epidemiologo, che ha coordinato questa seconda parte dell’indagine. “Lo studio Epseal documenta lo stato generale della salute, le patologie e i disturbi cronici, e anche la percezione di chi è esposto a polveri, fumi, emissioni industriali. Emerge senza dubbio uno stato di salute reso molto fragile”. A studio concluso, anche la Santé publique France ne ha riconosciuto la validità, spiega Jeanjean: “La metodologia della ricerca partecipativa è ormai convalidata”.

Lo studio Fos epseal ha avuto un effetto dirompente, osserva Philippe Chamaret, direttore dell’Institut écocitoyen, istituto di ricerca ambientale indipendente ma finanziato quasi per intero da istituzioni pubbliche. Lo incontro nella sede dell’istituto, palazzine basse nascoste tra i pini anche se siamo in piena zona industriale di Fos. Fondato nel 2010 per studiare il rischio ambientale e l’impatto dell’inquinamento sulla salute, l’istituto ha una équipe multidisciplinare (ingegneri ambientali, epidemiologi, ricercatori in scienze sociali) e collabora con università, Consiglio nazionale della ricerca scientifica e altre istituzioni.

“La nostra ricerca parte dalle richieste del territorio”, spiega Chamaret: enti locali, prefettura, aziende, sindacati, associazioni di cittadini. Il coinvolgimento degli abitanti è sollecitato, ad esempio in un Osservatorio cittadino sull’ambiente che raccoglie dati forniti da una rete di volontari a cui l’istituto dà formazione e protocolli precisi. “È importante perché oltre al dato scientifico abbiamo accesso alle segnalazioni, alle impressioni e anche alla rabbia di chi vive in un territorio interessato da così tante attività industriali”.

Discusso, criticato, lodato, lo studio Fos epseal ha suscitato grande attenzione pubblica. È stato invocato da chi si opponeva a un nuovo inceneritore per i rifiuti solidi urbani di Marsiglia (che infine è stato bocciato). È diventato uno strumento di battaglia.

Nel novembre 2018 l’associazione diretta da Daniel Moutet ha contattato a Marsiglia l’avvocata Julie Andreu, specializzata in cause su salute, ambiente e lavoro. Con la sua assistenza, un gruppo di cittadini di Fos ha depositato al tribunale di Marsiglia una denuncia contro ignoti per aver “messo deliberatamente in pericolo la vita altrui”. La documentazione era solida, tanto da spingere la giudice d’istruzione Nathalie Roche ad avviare un’istruttoria. “La giudice ha ritenuto di prendere in considerazione le cinque o sei maggiori aziende sul territorio”, spiega l’avvocata Andreu nel suo ufficio in centro a Marsiglia. “Ma ha deciso di considerarle una per volta: così ha cominciato con la ArcelorMittal”, primo inquinatore della zona.

L’istruttoria dura ormai da quattro anni “ed è stata molto seria e approfondita: speriamo che ci saranno presto novità”. Se ci sarà un rinvio a giudizio, la ArcelorMittal potrebbe dover rispondere di diversi reati e irregolarità. Sarebbe la prima volta in questa zona.

Poi c’è la causa civile promossa nel 2021 da quattordici cittadini di Fos contro tre aziende accusate di “disturbo anomalo del vicinato” (la ArcelorMittal, la Esso, la Dépôts pétroliers de Fos-Dpf). La querela è stata respinta in primo grado (il tribunale l’ha giudicata non ricevibile). Ora però la corte d’appello “ha emesso una decisione favorevole”, spiega Andreu: con sentenza del 13 giugno ha stabilito che i cittadini hanno motivo di perseguire le aziende, perché non potevano immaginare che le loro emissioni superavano i limiti ammessi, come dimostrato dai numerosi incidenti, sgasature, fiammate. Un nuovo giudizio dovrà definire il danno subìto dalle persone. A sostegno i querelanti citano ancora una volta lo studio Fos epseal.

Infine si prepara una nuova causa civile, in cui un centinaio di cittadini e associazioni ambientaliste vogliono citare a livello nazionale e locale le istituzioni responsabili del controllo del rischio per la salute dei cittadini. “Questa sarà la causa più difficile”, ammette l’avvocata. “Ma aver avviato le azioni legali ha già suscitato grande attenzione pubblica. È la nostra prima vittoria”.

A Fos-sur-Mer, Daniel Moutet dice che le azioni legali sono solo uno strumento di battaglia. “Non cerchiamo risarcimenti. L’obiettivo è che si riconosca che le soglie d’inquinamento sono state superate, che queste fabbriche hanno diffuso reflui tossici in modo consapevole e sistematico. E che hanno messo in pericolo la nostra salute”. In fondo, aggiunge, “non chiediamo che chiudano. Ma vogliamo che rispettino le regole e smettano d’inquinare”.

Una zona sacrificata?

“Ormai nessuno può fare a meno di citare lo studio Fos epseal”, osserva Philippe Chamaret sotto il portico dell’Institut ecocitoyen: “Tutti devono almeno far vedere che prestano ascolto ai cittadini”. Perfino la locale prefettura ha invocato lo studio partecipativo, quando ha istituito un laboratorio territoriale sulla reindustrializzazione.

Già, perché nonostante il gran numero di aziende presenti, nel bacino industriale di Fos si parla di circa novecento ettari di terreno da destinare a nuovi impianti, con investimenti progettati per 15 miliardi di euro: in nome della decarbonizzazione si parla di idrogeno, nuovi materiali, energie rinnovabili. Anche il progetto franco-italiano di cattura e stoccaggio di anidride carbonica denominato Callisto si svilupperà qui: nessun dettaglio è stato ancora diffuso, ma lo scorso dicembre la Commissione europea l’ha incluso tra i progetti di interesse comune.

Secondo il progetto, a Fos-sur-Mer dunque dovrebbe sorgere un nuovo impianto per liquefare l’anidride carbonica catturata dalle emissioni industriali del distretto. Eppure restano molti dubbi. Non è chiaro per esempio come questa CO2 verrebbe poi trasferita fino a Ravenna per essere immagazzinata nei pozzi di gas esauriti del mare Adriatico, e a quali costi. Le aziende interessate, la Air Liquide, la Snam e l’Eni, non rivelano dettagli. “Il sospetto è che sia soprattutto un modo per raccogliere fondi pubblici, incentivi e sgravi fiscali destinati alla decarbonizzazione”, dice Elena Gerebizza, ricercatrice dell’associazione ReCommon, che ha dedicato un ampio dossier alle “false promesse” della cattura e stoccaggio di carbonio, tra cui il progetto Callisto.

Comunque sia, nel laboratorio territoriale del golfo di Fos sono rappresentate amministrazioni locali, parti sociali, aziende, sindacati e istituti di ricerca, incluso l’Institut ecocitoyen. Un modo per indorare la pillola, per far accettare nuove espansioni industriali? Molti qui ne sono convinti. “Se almeno servisse a non ripetere gli errori degli anni sessanta”, commenta Chamaret. “Allora il polo industriale fu costruito in uno schiocco di dita, in pochi anni, senza la minima attenzione all’impatto ambientale o alla salute dei cittadini. Questa volta non ci sono scuse. Noi terremo gli occhi aperti”.

Intanto sulla strada di accesso alla spiaggia di Fos, un grande cartello avverte che siamo in una zona di rischio industriale, con le istruzioni in caso di evacuazione d’emergenza. Accanto, un’anziana coppia pesca nel canale che costeggia la zona industriale. Patrick Courtin, che da quando ha lasciato l’ospedale collabora con l’Institut écocitoyen, teme che il golfo di Fos sia ormai una “zona sacrificata”: così compromessa dall’inquinamento che tanto vale mettere qui nuove fabbriche.

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mercoledì 3 aprile 2024

Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes



Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.

da Contre Attaque

 

Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo 25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.

Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze vitali del movimento sociale ed ecologista.

Questa ondata di violenza ha causato più di 200 feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo, ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è rimasta intatta.

Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.

Al calar della notte, davanti alla prefettura, risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du Bouffay.


Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno rubato tutto, anche la paura”.


Foto: @olimouazan @desordreglobal

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