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mercoledì 2 settembre 2026
domenica 21 giugno 2026
«Francia o Spagna, purché se magna»: un elogio controcorrente - Francesco Coniglione
Appena lo pronunci, parte la condanna. “Francia o Spagna, purché se magna” viene regolarmente citato come la prova provata che noi italiani siamo gente senza spina dorsale, pronti a svendere la patria per un piatto di pasta. Un concentrato di qualunquismo, disimpegno civile, pusillanimità bella e buona. Basta vederlo citato nei dibattiti televisivi o nelle omelie dei predicatori d’italianità: “Con questa mentalità non andremo mai da nessuna parte”, “È il simbolo del nostro trasformismo”, “Così si allevano servi, non cittadini”. Persino a scuola, quando un insegnante voleva bacchettarci per la mancanza di ideali, sventolava questo motto come fosse una vergogna nazionale.
Eppure, c’è
qualcosa di profondamente sbagliato in questa condanna senza appello. O, per dirla meglio, c’è una
pigrizia interpretativa che merita di essere smascherata: se grattiamo via la
crosta materialista del detto, troviamo una saggezza antica, raffinata, perfino
radicale. Una saggezza che la tradizione ha non a caso accostato a Francesco
Guicciardini, al quale il motto viene spesso attribuito, pur senza comparire in
questa forma nei suoi scritti. Una saggezza che oggi, in tempi di nuovi
furori patriottici e di tamburi di guerra che tornano a suonare alle porte di
casa, appare più rivoluzionaria che mai.
Conviene
riportare il motto alle sue radici: l’Italia del Cinquecento, ridotta a campo
di battaglia delle grandi potenze: da un lato le armate di Francesco I,
dall’altro quelle di Carlo V. Per i popoli della penisola, la domanda
“Francia o Spagna?” non era una scelta ideale, era uno strazio. Il dominio
straniero portava carestie, saccheggi, violenze, e ai più non restava che
sopravvivere. In questo scenario, quel “purché se magna” non suonava come una
resa vile, ma come un grido di resistenza umana: potete giocarvi le nostre terre
a Risiko, potete sventolare le vostre bandiere, ma noi una sola cosa chiediamo
– di vivere, di mangiare, di salvare le nostre famiglie. Non è
qualunquismo, è una gerarchia dei valori. La dignità dell’esistenza prima del
feticismo degli stendardi. La vita, prima della gloria. È la versione
rustica e popolana di un principio che la filosofia antica aveva già formulato
con ben altra eleganza: Patria est ubicumque est bene (La
patria è ovunque si stia bene). La formula, attribuita a Pacuvio e resa celebre
da Cicerone, esprime l’idea che la vera appartenenza non è
data solo dal sangue o dal suolo, ma dalle condizioni che consentono a un
essere umano di prosperare. Ecco allora che “Francia o Spagna, purché se
magna” non è il rigurgito di un servo, non è un disinvolto tirare a campare, ma
la traduzione terragna e disincantata di un altissimo principio
cosmopolita: la patria è dove si può vivere con dignità, non dove ci
impongono di morire. Perché la terra che ricopre i morti è ovunque la
stessa: ha il medesimo colore, lo stesso odore; non conosce bandiere, non
distingue inni, non si commuove per i fanatismi.
C’è poi un
secondo strato, ancora più importante. Nel motto è implicito un pacifismo
radicale, di quelli che non s’imparano sui libri ma nelle budella svuotate
dalla carestia e dal piombo. Il «se magna» non è solo un’invocazione
alla sopravvivenza materiale: è il rifiuto di farsi ammazzare per un pezzo di
stoffa colorata, per un capriccio dinastico, per una parola altisonante come
“onore nazionale”. Tra il pane e la guerra, sceglie il pane. Tra il
martirio e la vita, sceglie la vita. Non è una scelta eroica, è una scelta
umana. Ed è esattamente la scelta che farebbe qualsiasi persona di buon senso
se solo non fosse ubriacata dalle retoriche dell’estremo sacrificio. A voler
cercare un antecedente nobile e cristianissimo, basterebbe riandare a Francesco
d’Assisi. Il “pace e bene” che la tradizione francescana gli
attribuisce non era un saluto devoto ma un programma politico-spirituale di una
modernità sconcertante. Quando nel 1219, in piena quinta crociata, si recò
a Damietta, in Egitto, per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, lo fece
disarmato, camminando in mezzo agli eserciti. Non andava con le armi; e anche
se il suo gesto restava inscritto nello zelo religioso del suo tempo, esso
spezzava la logica ordinaria della crociata: non la spada contro la spada, ma
la presenza inerme davanti al nemico. Andava a ricordare, con la sola forza
della presenza, che la pace è un bene supremo, più alto della vittoria militare,
più urgente della conquista di Gerusalemme. Anche lì, sulle rive del Nilo, la
domanda silenziosa di Francesco poteva risuonare come quella
del contadino italiano del Cinquecento: perché uccidersi per una bandiera?
Perché sacrificare la vita, che è sacra, a un’idea che si pretende più sacra
della vita stessa? Il suo «pace e bene» era un «purché se magna» tradotto nel
linguaggio dei santi.
Non occorre
scomodare Kant e il suo progetto di pace perpetua, anche se un collegamento con
l’illuminismo non sarebbe fuori luogo. Basta ricordare Erasmo da Rotterdam, che
nel suo Dulce bellum inexpertis (la guerra è dolce per chi non
l’ha provata) smascherava con lucidità l’oscena seduzione della
guerra vista da lontano. E chi l’aveva provata sulla pelle, la guerra, non
poteva che rispondere con un «purché se magna» – cioè con il rifiuto istintivo
di ogni bandiera che pretendeva il suo tributo di sangue. Detto in termini
contemporanei, è questo — per usare con cautela il lessico di Agamben —
un tentativo di sottrarre la “nuda vita” alla macchina che vorrebbe
trasformarla in materia sacrificabile: non perché la pura sopravvivenza sia
il compimento dell’umano, ma perché senza la sua salvaguardia nessuna vita più
ricca, civile e pienamente umana può nemmeno esser pensata. Proprio perché
esposta, fragile, inerme, quella vita sa bene che nessuna bandiera
merita il suo sacrificio, e oppone un «no» viscerale a chi vorrebbe
trasformarla in carne da cannone.
Questo non
significa negare l’esistenza di valori per cui valga la pena battersi.
Significa però riconoscere che nessun ideale – per quanto nobile – può
chiedere ipso facto la vita di uomini, donne e bambini come
prezzo della sua affermazione. Il detto non disprezza la patria; disprezza la
patria che si trasforma in idolo famelico. Non rifiuta la comunità; rifiuta la
comunità che esige il sacrificio dei suoi membri senza garantire loro, prima di
tutto, il diritto di esistere e di essere felici.
Ed ecco il
punto più frainteso. I critici del motto si fermano alla superficie:
«se magna» come puro istinto animale, come materialismo volgare, come trionfo
della pancia sulla testa. Ma chi ha mai detto che «magna» significhi
soltanto ingurgitare cibo? Il pane, nel linguaggio dei popoli, è sempre stato
molto più di un alimento: è il simbolo della sicurezza, della dignità, della
possibilità di costruire qualcosa. È il diritto a non essere strappati alla
propria esistenza quotidiana per morire sotto una palla di cannone o, oggi,
sotto un drone. «Se magna» vuol dire, in controluce, benessere civile e
morale. Vuol dire poter crescere i propri figli in pace, poter coltivare un
orto o una passione, poter invecchiare con la serenità di chi non ha dovuto
seppellire i propri cari prima del tempo. Vuol dire avere il tempo e le risorse
per dedicarsi a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: l’arte, l’amore,
l’amicizia, la conoscenza. In una parola: la felicità. È esattamente la
promessa che sta al cuore della dichiarazione americana del 1776, con il
suo “perseguimento della felicità”, e che riecheggia poi, in altra forma, nella
Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: libertà dalla paura e dal
bisogno, dignità, sicurezza dell’esistenza. E allora, non è forse questo
il fine per cui vale la pena lottare politicamente? Non è forse più rivoluzionario
garantire a tutti il diritto al «se magna» – inteso come vita piena e pacifica
– piuttosto che esaltare il sacrificio per un confine o per un colore?
C’è, infine,
un germe di universalismo in quel «purché». Non importa quale sia la bandiera che
sventola, non importa se il sovrano parli francese, spagnolo, tedesco o un
qualsiasi altro idioma: ciò che conta è che vengano le condizioni
elementari della vita umana. È la versione popolana del
cosmopolitismo illuminista: l’idea che esistono diritti che precedono e
superano qualsiasi appartenenza nazionale. Il contadino del Cinquecento non
aveva letto Voltaire, ma intendeva perfettamente che sotto un buon governo si
può vivere bene, mentre sotto un cattivo governo si muore di fame e di spada, a
prescindere dalla lingua in cui sono scritte le leggi. Oggi che assistiamo al
ritorno dei nazionalismi più gretti, dei muri, delle identità escludenti, dei
fanatismi dei “sacri libri”, riscoprire questo universalismo plebeo ha un
sapore quasi profetico. Perché ci ricorda che la misura ultima di ogni
comunità politica non è la sua potenza militare, non è la retorica degli eroi e
dei martiri, ma è la capacità di assicurare ai propri membri una vita libera
dalla paura e dal bisogno. «Purché se magna» è, in fondo, il primo articolo
di una carta costituzionale non scritta, ma incisa nel buon senso umano: il
diritto a esistere, a vivere in armonia con il mondo e con gli altri, a non
vedere i propri sogni calpestati dallo stivale di un’ideologia assassina.
Certo, detto
così, davanti a un dibattito sulla difesa della patria o sull’orgoglio
nazionale, suona provocatorio, quasi sfrontato. Ma è una sfrontatezza
necessaria, che ci invita a non smarrire la gerarchia delle cose. Prima di
chiederci sotto quale bandiera vogliamo schierarci, dovremmo chiederci se
quella bandiera garantisce il pane, la pace, la dignità. Dovremmo chiederci se
vale la pena di morire per essa, o se non sia meglio vivere per essa – e
soprattutto per noi, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. “Francia
o Spagna, purché se magna” non è il motto dei vigliacchi, ma dei sopravvissuti.
Non è l’alibi dei senza patria, ma la bussola di chi sa che la patria più vera
è quella in cui si può mangiare insieme, in pace, senza bandiere che dividono.
E se proprio vogliamo farne una bandiera, facciamone la bandiera dell’umanità
concreta, quella che non si innamora degli eroi, ma protegge il diritto
semplice e sacrosanto di ogni donna, ogni uomo, ogni bambino a una vita felice.
Ché poi, a ben guardare, non c’è niente di più profondamente patriottico.
domenica 7 giugno 2026
mercoledì 25 febbraio 2026
L’ombra del pregiudizio - Adriana Valenti Sabouret
Nel cuore aspro della Barbagia nuorese ove le montagne sussurrano antiche ingiustizie, si staglia la figura di Raffaele Gusai, vittima ormai silente del pregiudizio barbaricino.
Era nato e domiciliato a Lollove e, all’età di 49 anni, fu ingiustamente
accusato di averucciso con premeditazione un giovane amico, Luigi Catte, nella notte fra il 19
e il 20settembre del 1892.
Silenziate le voci del popolo che credevano alla sua innocenza, essendo
Rafaele Gusai un uomo mite dedito all’agricoltura più che alla pastorizia, la spietata macchina
della giustizia ottocentesca diede inizio al suo calvario personale e,
indirettamente, a quello
della famiglia.
Raffaele dovette presto piegarsi alle catene del sospetto, subire
umiliazioni, insulti che lo trasformarono in un gigante feroce e spietato nel volto come negli atti. La sua
stessa altezza, la pelle abbronzata dal sole di Lollove, i capelli lunghi e la barba
indomita con i quali venne ritratto, lo inchiodarono lombrosianamente a una triste reputazione
di brutale bandito facendolo sprofondare in un baratro di calunnie.
Era il tempo dell’Italia post-unitaria che soffocava la Sardegna con
repressioni legate anche a tristi stereotipi isolani. L’implacabile vortice repressivo dello Stato
doveva rapidamente sradicare la piaga del banditismo endemico legato alla miseria,
senza troppo curarsi di discernere gl’innocenti dai colpevoli.
Ed ecco che un semplice e onesto contadino, privato del diritto di un
processo equo, di testimonianze attendibili, senza confessioni e con identificazioni sommarie
quanto prive di fondamento, fu relegato fra i briganti barbaricini. Su di lui fu messa la
taglia irrisoria, e alquanto ridicola rispetto alla sua triste fama, di duecento lire. Taglia che
la dice lunga sul suo ‘’valore di bandito’’.
Raffaele Gusai non scontò un solo giorno di prigione perché, terrorizzato
dal clima repressivo e mal sopportando l’ingiusta accusa di omicidio, si diede alla
macchia.
La verità emerse solo nel 1900, durante il processo in Corte d’Assise
straordinaria di Sassari convocata a Nuoro.
Raffaele Gusai, fu difeso dagli avvocati Antonio Ganga e Giuseppe Pinna che
lo avevano persuaso a costituirsi. Era comparso in tribunale ‘’libero e sciolto, custodito
bensì dalla forza pubblica’’. Dopo una serie di lunghi interrogatori, il cavaliere
Francesco Cannas,
consigliere d’appello, diede lettura alla sentenza con la quale « Gusai
Pische Domenico Raffaele, viste le dichiarazioni dei giurati, è stato dichiarato non colpevole
della fattagli accusa di omicidio volontario premeditato per la quale fu rinviato al giudizio
di questa
Corte e mandiamo che il medesimo sia posto immediatamente in libertà qualora
non sia detenuto per altro reato».
A chiederne una giustizia tardiva e riparatrice che restituisca a Raffaele
Gusai la giusta memoria di un sardo onesto calpestato dall’ingiustizia ottocentesca, è il
nipote Michele Nioi, un energico e volitivo novantacinquenne che vive fra la periferia
parigina e
Capocomino.
Il nipote di Raffaele che continua ad aggiornarsi leggendo libri e
giornali, mai rassegnatosi all’immeritata fama del nonno, esprime sofferenza nel constatare
che, malgrado la sentenza che lo assolse in piena formula dall’ingiusta accusa, il
ritratto lombrosiano del suo avo appaia su numerose pubblicazioni sul banditismo sardo.
E non si tratta unicamente di edizioni più o meno coeve ai fatti ma anche di ristampe
di recentepubblicazione.
Michele Nioi, benché anziano, porta nei suoi occhi mansueti una scintilla
di speranza mostrando il ritratto del volto severo del nonno, un uomo che conobbe la fatica
e l’onore ma anche il pregiudizio e la calunnia. Un uomo che merita la dignità
di chi non ha potuto
difendersi. Ristabilire la verità restituirebbe alla storia la voce degli umiliati
di cui Raffaele Gusai potrebbe divenire vessillo.
venerdì 20 febbraio 2026
Il British Museum rimuove la parola "Palestina" per le pressioni degli avvocati filo-israeliani
(ripreso da l'AntiDiplomatico)
Il British
Museum ha rimosso la parola Palestina dalle esposizioni dedicate all'antico
Medio Oriente in seguito alle "preoccupazioni" di un gruppo di
pressione israeliano con sede nel Regno Unito.
Il British
Museum ha confermato che sta rivedendo e aggiornando alcuni pannelli e
didascalie delle gallerie dopo che "i test sul pubblico hanno dimostrato
che l'uso storico del termine Palestina... in alcune circostanze non è più
significativo", ha affermato sabato in una nota UK Lawyers for Israel
(UKLFI).
Il gruppo ha
spiegato che nelle esposizioni che riguardano l'antico Levante e l'Egitto erano
presenti riferimenti "storicamente inaccurati" alla Palestina.
Ha aggiunto
che applicare un unico nome a migliaia di anni "cancella i cambiamenti
storici e crea una falsa impressione di continuità".
Nella
dichiarazione si legge che, in risposta alle preoccupazioni, il portavoce del
British Museum ha confermato che è in corso la revisione e l'aggiornamento dei
pannelli e delle etichette caso per caso.
"Ad
esempio, i pannelli informativi nella galleria del Levante, che coprono il
periodo 2000-300 a.C., sono stati tutti aggiornati per descrivere in modo più
dettagliato la storia di Canaan e dei Cananei e l'ascesa dei regni di Giuda e
Israele utilizzando quei nomi."
"Un
testo rivisto dedicato ai Fenici è stato installato all'inizio del 2025",
ha aggiunto.
Il Telegraph
ha riferito che nel pannello dedicato agli Hyksos la dicitura "discendenza
palestinese" è stata modificata in "discendenza cananea".
Nella
dichiarazione, un portavoce dell'UKLFI ha affermato di accogliere con favore la
volontà del British Museum di rivedere e modificare la terminologia che ha
definito "inesatta o che potrebbe trasmettere un significato errato
oggi".
La scorsa
settimana, l'UKLFI ha rilasciato una dichiarazione sulla questione, intitolata
"Il British Museum sotto pressione per modificare l'uso storicamente
inaccurato di 'Palestina'".
mercoledì 14 gennaio 2026
Il disordine internazionale come risorsa - Maurizio Onnis
In queste settimane e mesi, il dibattito pubblico rigurgita di commenti e riflessioni sulla situazione internazionale. Autoritarismo, guerre, alleanze nuove o disfatte, unilateralismo e multilateralismo, cambio degli equilibri mondiali e parecchio altro, tutto letto soprattutto in chiave geopolitica o economicistica. Si può aggiungere qualcosa al flusso costante del pensiero collettivo? Sì, se guardiamo alla faccenda dal punto di vista sardo e, in primo luogo, dal punto di vista dell’indipendentismo sardo.
IX-X secolo.
Bisanzio perde la Sardegna. Le fonti non dicono abbastanza su come ciò accade,
ma sappiamo che, riemersi documenti, i sardi si autogovernano: è l’epoca dei
giudicati.
Fine del
XIII secolo. La lotta pluridecennale tra angioini e aragonesi per il Meridione
della penisola italiana spinge Bonifacio VIII a “regalare” la Sardegna alla
corona iberica, nella speranza di placarne gli appetiti. E i sardi precipitano
nel vortice della lotta per l’indipendenza da Barcellona.
Fine del
XVIII secolo. Angioy, reduce dalla sconfitta della “sarda rivoluzione”, scrive
il suo Memoriale e invoca la protezione della Francia,
prima termidoriana e poi napoleonica, sulla Sardegna. Ma la pietra d’inciampo è
grossa: cacciati dal continente in guerra, i Savoia si sono stabiliti
nell’Isola e non la mollano.
Metà del XX
secolo. L’Italia spezzata in due dal conflitto mondiale allenta la presa sulla
Sardegna. I contatti con la penisola si riducono la minimo. Al tacere delle
armi, l’Isola ottiene dalla nuova repubblica un trattamento particolare e lo
Statuto autonomistico. Discusso e discutibile quanto si vuole, ma tangibile e
del tutto insperato fino a poco prima.
Il tempo del
disordine internazionale è, insomma, esattamente il tempo in cui ai sardi si
presentano le migliori occasioni per strappare spazi di sovranità alla potenza
dominante. O, se le cose non vengono condotte nel modo migliore, per cadere
preda degli appetiti di chi è più forte di noi. Spetta ai sardi stessi
“leggere” gli eventi e, secondo le circostanze, farsi attori di questo gioco,
anziché spettatori passivi, per uscirne più liberi.
Come in
passato, anche oggi ciò che avviene nel mondo influenza i rapporti dell’Isola
con il suo “padrone”. Roma, il padrone attuale, boccia a raffica le leggi
emanate da giunta e consiglio regionali sardi. Senza pietà e senza remore,
dando forma a un conflitto continuo, la cui responsabilità non possiamo
addossare sempre e solo all’incompetenza della RAS. In realtà lo Stato
italiano, centralista per vocazione, non tollera che le autonomie locali si
allarghino. La “promozione” della Sardegna a capiente e produttiva batteria
energetica per il centro-nord della penisola è, in tal senso, emblematica. È
facile pure prevedere, dato l’intorbidamento delle condizioni internazionali,
uno stringersi dei vincoli e un aggravarsi dei pesi imposti all’Isola: vedi
tutto ciò che è legato alla RWM, alla produzione di armi, alle servitù
militari.
Nessuno di
noi è così cinico da desiderare una guerra generalizzata, nella speranza di
ricavarne lo spazio necessario a svincolarsi da Roma. Nessuno di noi è così
servo da voler offrire la Sardegna a potenze terze, come più o meno scherzando
si è sentito in questi giorni: perché non ha alcun senso passare da un padrone
all’altro. Si tratta invece di mantenersi vigili e cogliere le occasioni. La
passione per la libertà e i diritti degli altri popoli è una bella cosa. Ma noi
indipendentisti abbiamo il dovere di sperimentare i prossimi mesi e anni,
innanzi tutto, come un’opportunità per incrementare la nostra libertà e i
nostri diritti. L’obiettivo dei sardi resta l’autodeterminazione, fino al
raggiungimento della sovranità dell’Isola: la storia compie dei salti
inaspettati e tanto meglio se tale processo è accorciato da quanto accade oltre
mare.
venerdì 19 settembre 2025
La nuova Cina, l’Europa e il deserto dei tartari - Barbara Spinelli
Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico.
È il primo argine costruito per far fronte ai disastri
del dopo Guerra fredda: trentacinque anni contrassegnati da fallimentari guerre
occidentali di regime change, dall’estensione della Nato per
debilitare la Russia, dalle minacce contro Pechino, dall’erosione dell’Onu cui
l’Organizzazione di Shangai e i Brics vogliono restituire peso. La micidiale e
illusoria pretesa degli Stati Uniti di dominare da soli il pianeta, iniziata
negli anni 90, s’inceppa. La parata del 3 settembre a Pechino è stata
organizzata da Xi per mostrare spettacolarmente che anche la Cina celebra la
fine della Seconda guerra mondiale, avendo partecipato al conflitto con due
parallele resistenze all’invasore giapponese (soldati nazionalisti di Chiang
Kai-shek e guerriglieri di Mao). Parlando di “Resistenza Mondiale
Antifascista”, il Presidente cinese entra nella nostra storia come attore
paritario, chiamato a correggere la sciagurata, caotica gestione del dopo
Guerra fredda.
Discusso a Tianjin prima della parata, il
multipolarismo è l’ambizione dei Ventisei. L’idea centrale è che un ordine
internazionale sarà possibile solo se si rispetta la diversità di culture e
civiltà, se tutti gli Stati sono uguali, se il metodo è multilaterale, se la
pace è la stella polare. La cooperazione pacifica avverrà nei settori in cui
Pechino è all’avanguardia: industrie indipendenti dai combustibili fossili,
intelligenza artificiale, tecnologia, infrastrutture (linee ferroviarie,
gasdotti, strade, ponti). Il multipolarismo è stato accelerato prima dalle
guerre di esportazione della democrazia, poi dalla guerra russa in Ucraina
provocata dagli allargamenti a Est della Nato, infine dall’offensiva dei dazi
che Trump ha scatenato credendosi re del mondo.
Nel frattempo Stati Uniti ed Europa sono in altre
sconclusionate faccende affaccendati. Martedì Trump ha affondato con navi di
guerra una piccola imbarcazione venezuelana accusata di narcotraffico
(impossibile verificare, l’imbarcazione è in fondo al mare con le 11 persone
dell’equipaggio). Il Venezuela è un attore del tutto marginale nel
narcotraffico internazionale, come spiegato da Pino Arlacchi su questo giornale
(30 agosto). Il governo Maduro è sotto attacco per via delle immense riserve
petrolifere di cui Trump è avido. Non meno sconclusionate le mosse dei
principali Stati europei, dentro e fuori un’Unione definitivamente soppiantata
da altri gruppi decisionali: volonterosi e cosiddetto gruppo E-3 (Germania,
Gran Bretagna, Germania), tutti lì ad affilare coltelli contro invasioni dei
Tartari che non verranno. Gli ospedali francesi si preparano già ad aumentare i
posti letto per curare feriti di guerra, rivela il «Canard enchainé». Gli E-3
intendono anche riattivare le sanzioni contro l’Iran, facilitando i nuovi
attacchi a Teheran cui aspira Netanyahu.
Uno dei quattro accordi fra Russia e Cina concerne
l’energia: ogni anno Gazprom fornirà a Pechino 106 miliardi di metri cubi di
gas naturale. Prima dell’invasione dell’Ucraina e del sabotaggio degli
oleodotti Nord Stream, Mosca esportava in Europa più di 150 miliardi di metri
cubi l’anno. Il centro di gravità economico si sposta verso Cina-India, e
l’Europa s’impoverisce comprando gas liquido Usa, ben più costoso. Ma il
culmine dell’insipienza europea l’ha raggiunto giovedì scorso Kaja Kallas,
rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, commentando la parata
cinese e ostentando un’ignoranza abissale. In una conferenza ha chiesto, con
frasi masticate e intercalate da sogghigni beffardi, cosa mai si siano messi in
testa Pechino e Mosca, con la “falsa narrativa secondo cui Cina e Russia
sarebbero vincitori della Seconda guerra mondiale… è una novità!” (link).
Pechino entrò in guerra contro Tokyo nel 1937. A partire dal 1941 partecipò con
Usa e Russia alla Resistenza antifascista mondiale (30 milioni di morti
cinesi). Kallas evidentemente ignora che Pechino è fra i cinque membri
permanenti nel Consiglio di Sicurezza Onu proprio perché vincitore della
guerra. Le istituzioni Ue dovrebbero sfiduciarla per maleducazione storica
aggravata. Forse Kallas finge l’ignoranza. Ma se non fingesse?
domenica 27 luglio 2025
Smascherare i miti: sei falsità sui Nativi Americani da sfatare - Raffaella Milandri
Un viaggio emozionante nella verità storica e
culturale dei Popoli Indigeni d’America, illuminato dalla letteratura e dal
giornalismo engagé.
I Nativi
Americani, popoli di straordinaria ricchezza storica e culturale, sono stati a
lungo travisati da stereotipi riduttivi e narrazioni distorte che
ne hanno offuscato l’identità. Cinema, letteratura popolare e immaginario
collettivo hanno spesso ridotto comunità complesse e vibranti a caricature
semplicistiche, perpetuando miti che negano la loro diversità, resilienza e
contributi.
Grazie a una crescente produzione letteraria e giornalistica, come i libri di autori nativi e rubriche specializzate, tra cui Nativi su L’Antidiplomatico, possiamo oggi smascherare sei falsità radicate, riscoprendo l’eredità autentica dei Popoli Indigeni d’America. Attenzione, anche oggi risulta molto difficile divulgare la cultura dei Nativi Americani: il complesso di superiorità occidentale, in molti casi, dilaga ancora oscurando informazioni e praticando censure su molti giornali.
- I Nativi Americani sono un
unico gruppo monolitico
L’immagine
stereotipata di un “indiano” con piume e tomahawk è un’invenzione hollywoodiana.
In realtà, i Nativi Americani comprendono oltre 570 tribù riconosciute negli
Stati Uniti, ciascuna con lingue, tradizioni e storie uniche. I Navajo, celebri
per la loro arte tessile e la cosmologia complessa, differiscono profondamente
dai Cherokee, che svilupparono un sistema di scrittura sillabico grazie a
Sequoyah nel 1821, dando vita al Cherokee Phoenix, il primo giornale nativo.
Opere come The Heartbeat of Wounded Knee di David Treuer sottolineano questa
diversità, mentre rubriche come questa esplorano le specificità culturali,
storiche e di attualità di tribù spesso ignorate, contrastando l’immagine
monolitica e riduttiva.
- I Nativi Americani sono estinti
Il mito che
i Nativi Americani appartengano solo al passato è smentito dai numeri: oltre 9
milioni di persone si identificano come Nativi Americani o Nativi dell’Alaska,
secondo il Censimento USA del 2020. Le loro comunità sono vive, come dimostrano
i Powwow, celebrazioni di danza e musica che riuniscono migliaia di nativi, o
la rinascita della lingua Lakota nelle scuole tribali. Libri come There There
di Tommy Orange raccontano la vitalità delle comunità native urbane, mentre gli
articoli su Nativi evidenziano l’attivismo contemporaneo, come le lotte per la
sovranità territoriale, dando voce a una resilienza che sfida ogni narrazione
di estinzione.
- Non avevano società avanzate
prima del contatto con gli europei
L’idea di
società “primitive” è confutata da prove archeologiche. La civiltà del
Mississippi costruì Cahokia, una città con oltre 20.000 abitanti e una piramide
alta 30 metri, tra il 900 e il 1350 d.C. Gli Anasazi, antenati dei Pueblo,
svilupparono sistemi di canalizzazione nei deserti del Sud-Ovest, mentre gli
Haudenosaunee crearono una confederazione politica sofisticata. Testi come 1491
di Charles C. Mann documentano queste conquiste, e articoli specializzati
approfondiscono il genio architettonico e politico dei Nativi, smontando il
pregiudizio coloniale di superiorità europea.
- I Nativi Americani erano solo
nomadi primitivi senza sistemi agricoli avanzati
L’immagine
del nativo come cacciatore nomade ignora le innovazioni agricole di molte
tribù. Gli Haudenosaunee coltivavano le “Tre Sorelle” (mais, fagioli, zucca)
con tecniche di policoltura sostenibile, mentre gli Hopi usavano sistemi di
irrigazione per coltivare in ambienti aridi. Il mais, originario delle
Americhe, ha rivoluzionato l’agricoltura globale. Scrittrici come Robin Wall
Kimmerer, in Braiding Sweetgrass, celebrano la saggezza ecologica nativa, e
raccontano come queste pratiche agricole siano ancora modello di sostenibilità,
smentendo l’idea di primitivismo.
- I Nativi Americani erano
intrinsecamente violenti e ostili agli europei
La narrazione
del “selvaggio ostile” è una distorsione coloniale. I Wampanoag accolsero i
Pellegrini nel 1621, condividendo risorse che resero possibile il primo
Thanksgiving. I conflitti, come il massacro di Sand Creek del 1864, dove truppe
USA uccisero 150 Cheyenne e Arapaho, furono spesso provocati da violazioni di
trattati. Opere come Bury My Heart at Wounded Knee di Dee Brown documentano
queste ingiustizie, mentre qui analizziamo la diplomazia nativa, come i
trattati degli Haudenosaunee, evidenziando una tradizione di pace oscurata da
narrazioni faziose.
- I Nativi Americani non hanno
contribuito alla cultura moderna degli Stati Uniti
I Nativi
Americani hanno plasmato profondamente la cultura americana. La Costituzione
USA si ispirò al sistema confederale degli Haudenosaunee, un modello di
democrazia partecipativa. Parole come “moose” e “hurricane” derivano da lingue
native. Figure come l’artista Navajo R.C. Gorman o l’attivista Winona LaDuke
hanno lasciato un’impronta nell’arte e nell’ecologia, mentre il movimento di
Standing Rock contro il Dakota Access Pipeline ha ispirato il mondo. Autori
come Louise Erdrich, con romanzi come Love Medicine, e tanti articoli
dimostrano l’influenza viva dei Nativi, smentendo chi ne nega il ruolo.
Un invito alla scoperta attraverso la letteratura e il giornalismo
Smascherare
queste falsità è un atto di giustizia storica e culturale, reso possibile dalla
potenza della letteratura nativa e del giornalismo indipendente. Libri come
quelli di Sherman Alexie o Leslie Marmon Silko, insieme a rubriche come Nativi,
ci guidano verso una comprensione autentica, celebrando la resilienza e la
creatività dei Nativi Americani. La loro storia non è solo un racconto di
sopravvivenza, ma una lezione di umanità che continua a ispirare. Immergiamoci
in queste narrazioni per riscoprire un’eredità che appartiene al mondo intero.
mercoledì 2 luglio 2025
Guerre e industrie di armi - Francesco Casula
Le guerre le fanno (oramai senza più dichiararle) gli Stati e i militari. Ma le propagandano, da sempre, le industrie delle armi.
E da sempre per motivi economici e di supremazia e
dominio geopolitico. Le motivazioni “nobili” che spesso si adducono (guerre di
difesa, guerre preventive, guerre per la libertà e la democrazia, guerre religiose,
guerre etniche) sono, ieri come oggi pretesti, alibi o più precisamente
mascherature ideologiche.
Il caso paradigmatico del rapporto stretto e corposo
tra guerra-industria delle armi ci viene offerto dalla I Guerra mondiale.
Quando nel 1914 scoppia, l’Italia non entra in guerra.
Il Parlamento si dichiara neutralista, composto com’è da liberali socialisti e
cattolici, tutti contrari, sia pure con motivazioni diverse.
Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III, il tiranno
sabaudo delle leggi razziali e del fascismo) insieme al capo del governo,
Salandra e al ministro degli esteri, prima San Giuliano poi Sonnino, per un
anno intero sfianca il Parlamento per convincerlo a dichiararsi favorevole
all’intervento bellico, come avverrà. Fra l’altro con delle motivazioni
fasulle: liberare le terre “irredente”.
Sappiamo che quella motivazione era falsa: l’Austria
si era infatti resa disponibile a cedere all’Italia, se fosse rimasta neutrale,
tutte le cosiddette terre irredente. E Giolitti, il gran capo dei liberali, in
una lettera privata che poi sarà pubblicata dal Quotidiano “La Tribuna”,
aggiungerà “E parecchio di più!”.
Ma questa balla delle “terre irredente” viene ancora
distribuita a piene mani anche oggi nei libri scolastici e non solo. Nonostante
che fin dagli anni ’60, don Lorenzo Milani, il battagliero prete fiorentino
della Scuola di Barbiana, in una lettera ai Cappellani militari smentisse
quella balla colossale.
Bene, le industrie delle armi dunque. Tra lo scoppio
della guerra e l’adesione dell’Italia, in ogni modo sollecitano incoraggiano
propagandano l’interventismo e sponsorizzano tutti quei gruppi (nazionalisti,
futuristi, dannunziani) che lo sostengono. Per intanto finanziando i loro
giornali. Ad iniziare dal Quotidiano “Il Popolo d’Italia”, fondato
dall’innominabile, il figlio del fabbro di Predappio che dopo essere stato un
neutralista radicale, da vero voltagabbana, diventa interventista, chiassoso e
violento.
A finanziare il nuovo Quotidiano di Mussolini vi è
l’Edison (con Carlo Esterle); la FIAT (con Giovanni Agnelli); l’Unione Zuccheri
e della siderurgia di Savona (con Emilio Bruzzone); l’Ansaldo (con Pio
Perrone); gli Armatori genovesi (con Luigi Parodi).
Ma verranno finanziati anche molti altri Quotidiani:
“L’Idea Nazionale”, che da settimanale diventerà quotidiano, sostenuto dal
vicepresidente della FIAT, Dante Ferraris, interessato personalmente alle
industrie belliche. E ancora “Il Secolo XIX” di Genova (con i Perrone
dell’Ansaldo); “Il Messaggero” di Roma e “Il Secolo” di Milano (sempre con i
Perrone).
La grande borghesia industriale vede nella guerra
un’occasione formidabile per fare immani profitti con le commesse dello Stato
di armi e materiale bellico: e così infatti sarà.
La FIAT negli anni 1915-18 venderà allo Stato 10 mila
cannoni e 10 milioni di proiettili oltre a carri militari (Fiat 18 BL e Fiat 45
TER), mitragliatrici (Fiat Revelli mod.1914) e aerei (Fiat BR).
Mentre l’Ansaldo venderà motori di aerei (24mila negli
anni 1915-18), cannoni navali (381), autocarri militari mitragliatrici e
corazzate.
Ma non è solo il motivo economico che spinge
l’industria delle armi a sostenere e volere la guerra: con la coscrizione
obbligatoria e, dunque, l’arruolamento di decine e decine di migliaia di
giovani, le industrie si “liberano” di operai “fastidiosi” per le imprese,
combattivi nel difendere non solo il salario ma le condizioni di vita in
fabbrica, con scioperi e manifestazioni.
Scrive a questo proposito uno dei più grandi storici
italiani, Giorgio Candeloro: ”La scelta interventista presentava per gli
industriali (oltre che gli immani profitti nda) altri due importanti vantaggi,
che peraltro si manifestarono chiaramente solo dopo l’entrata in guerra: la
disciplina di guerra col conseguente indebolimento del potere contrattuale e
della combattività delle organizzazioni operaie e l’inquadramento nell’esercito
di masse notevoli di potenziali disoccupati grazie alla mobilitazione generale” 1
Nota bibliografica
1. Giorgio Candeloro, Storia dell’Italia moderna,
VIII, Feltrinelli editore, Milano, 1979, pagina 74-75.
martedì 24 giugno 2025
Guerrafondai di ieri e di oggi - Francesco Casula
È incredibile come nella storia i guerrafondai, cinici e disumani, si rassomiglino e si piglino. Persino nelle espressioni lessicali. Anche a più di 2 mila anni di storia.
Succede infatti che lo stato terrorista
di Israele con il suo gran capo, il satrapo, criminale di guerra Benjamin
Netanyahu, nella notte del 12 giugno scorso, aggredisce l’Iran bruciando
palazzi residenziali, distruggendo e devastando: ad iniziare dagli aeroporti.
Da quello di Tabriz (distrutto) a quello, internazionale di Mehra colpito
brutalmente.
Ma soprattutto uccidendo: ben 78 morti e
329 feriti. Tra cui 20 comandanti, 6 scienziati ma anche civili, donne e
bambini.
E non è finita.
Bene: sapete come Israele ha chiamato
questo mostruoso eccidio: blitz, raid, operazione militare.
Non aggressione e guerra, al di fuori e
contro qualunque convenzione internazionale.
“Operazione militare”: questo lessico
non vi ricorda qualcuno? Putin? Sì, proprio lui: che considera la guerra di
aggressione all’Ucraina una “operazione speciale”.
Ma questo è ancora niente, rispetto alle
valutazioni che si danno sull’Evento: per Trump si tratta di un’operazione
“eccellente”. Ma capite? Non un mostruoso e sanguinario eccidio!
E il terrorista di Stato: “E’ apparso
raggiante” dopo i bombardamenti, scrivono le cronache dei giornali.
“Raggiante”!
Siamo alla disumanizzazione totale. Roba
da criminali mentecatti. Ma a questo punto potrebbe qualcuno meravigliarsi se i
terroristi di al-Qaeda considerassero l’operazione delle Torri gemelle dell’11
settembre del 2001 “eccellente” e altrettanto i terroristi di Hamas per
l’operazione del 7 ottobre 2023? E gli uni e gli altri, come Netanyahu, fossero
“raggianti”?
Facciamo un salto di 2 mila anni e più?
Il principale storico romano Tito Livio usa un termine simile a quello del capo
terrorista israeliano: dopo un immane eccidio della popolazione sarda,
l’esercito romano, ritorna “felice” a Roma dopo aver ucciso in due guerre (12
mila Sardi nel 177 a. C. e 15 mila nel 176).
Cialtroni e ciarlatani guerrafondai che
leggessero per avventura questa mia nota, mi risparmino inutili e becere
lezioni sul “contesto” storico e scempiaggini simili. Gioire per una strage di
uomini è abominevole: ieri come oggi come sempre. Punto!
Ma ecco il testo di Tito Livio (libro
23^ della sua della monumentale Storia di Roma “Ab urbe condita” in 142 libri)
che ricorda l’Evento.
“Sotto il comando e gli auspici del
console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano
sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di
80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano,
liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito
sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando.
In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove, nel tempio
della Dea matuta”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così
numerosi che turbarono il mercato degli stessi nell’intero
mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio
Sardi venales: Sardi di poco valore e dunque acquistabili e da vendere, a basso
prezzo.
sabato 31 maggio 2025
L’Occidente e una pretesa superiorità che non esiste - Sergio Labate
Io sono un uomo semplice e, ahimè, di mestiere mi occupo di filosofia. Le due cose messe insieme mi giustificano rispetto al fatto che quando devo pensare all’Occidente, mi torna in mente banalmente Socrate. Potrei citarne mille altri ovviamente. Ma Socrate reca con sé un privilegio, che è quello di una ragione che si occupa di pensare se stessa e, proprio per questo, riconosce i propri limiti. “Io so di non sapere” è la formula perfetta che ha permesso alla storia dell’Occidente di non identificarsi con l’infinita sequela di guerre, dominazioni, stragi, genocidi, sopraffazioni nei confronti dell’altro da sé che essa contiene. Che ci ha salvato da noi stessi in fondo, permettendoci di riconoscere le nostre debolezze e persino di riformarle – in epoche passate – o di denunciarle o contestarle pubblicamente, in epoche recente.
Non sto
dicendo nulla di particolarmente intelligente, anzi più propriamente sto solo
introducendo un argomento scontato. Ma è proprio questo il punto più
inquietante. Non tanto il contenuto di ciò che sta accadendo, quanto il
fatto stesso che stia accadendo: come è infatti possibile che cose
che abbiamo per decenni date per scontate sono adesso non solo ignorate ma
anche derise e se possibile contraffatte persino sui maggiori quotidiani del
Paese? È questa la domanda che mi è sovvenuta quando, nei giorni
scorsi, ho letto un editoriale di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere
della Sera. Ritornerò su quell’articolo, in cui si difende
addirittura “la supremazia dell’Occidente” contro l’utopismo di quelli che lo
criticano. Ma intanto vale la pena aggiungere una piccola nota di metodo
storico. Quell’editoriale è del 3 maggio. Due settimane prima Meloni aveva
omaggiato Trump e l’impianto teorico del suo intervento mi aveva da subito
insospettito. La sua insistenza proprio su questo comune denominatore che
andava difeso: l’Occidente, appunto. Non è difficile supporre che quell’uso
pubblico della categoria di Occidente da parte della nostra Presidente del
Consiglio abbia per così dire “chiamato alle armi” tutti gli intellettuali di
regime. L’Occidente – categoria recente, eppure ormai vetusta e
probabilmente inservibile – è diventato il nuovo “significante vuoto”
dell’ideologia dei dominanti.
Qualcuno
potrebbe obiettarmi da subito: la categoria di Occidente ha sempre avuto questa
funzione, è stata sempre al servizio dell’ideologia dei dominanti. Io credo che
sia vero in parte, proprio perché nell’Occidente convivono più o meno
pacificamente Galli della Loggia e Socrate. L’Occidente è la storia
delle sue infinite ombre – le abbiamo velocemente ricordate prima – ed è anche
la storia di chi ha riconosciuto tali ombre come “ombre”. C’è stato un
istante, uno spazio di rottura, in cui la storia delle crociate non è stata più
raccontata con orgoglio, ma con vergogna. La stessa cosa è accaduta con
l’inquisizione, con l’imperialismo, con il colonialismo, con i fascismi e i
totalitarismi che hanno attecchito nel seno dell’Occidente e hanno portato in
dote le guerre mondiali. Ma anche col patriarcato e con lo schiavismo.
Basterebbe questo per riconoscere che se ancora quella categoria può servire, può
servire per il disincanto che rivolge a se stessa, non certo per la trionfante
rivendicazione della sua supremazia. Ma ripeto, tutto questo è banalissimo e
sono davvero perplesso a dover ricordare cose che per la mia generazione erano
ormai date per scontate. Nessuno si sarebbe sognato di rivendicare la
supremazia dell’Occidente alzando con orgoglio il vessillo delle sue ombre e
delle infinite sofferenze inflitte. Certo, c’era l’ultima Oriana Fallaci e
il tracotante Giuliano Ferrara. Ma insomma, non riuscivano a scalfire delle
verità che la storia sembrava aver accertato e messo in sicurezza.
Perché
dunque Galli della Loggia e Meloni e Trump e tanti altri decidono di tornare
indietro e riarmare l’Occidente contro gli altri proprio adesso? Il riferimento puntuale
all’oggi è determinante, perché nel suo articolo Galli della Loggia rivendica
un’idea di superiorità dell’Occidente che è legata fondamentalmente alla sua
capacità di riconoscere e ascoltare il diverso in quanto tale. A supporto di
questa tesi, si cita un celebre passo di Erodoto: «Ogni anno mandiamo
le nostre navi, rischiando le nostre vite e spendendo molto denaro, fin sulle
coste dell’Africa per chiedere: Chi siete? Quali sono le vostre leggi? Qual
è la vostra lingua? Loro non hanno mai mandato una nave per chiedercelo». Una
frase piuttosto datata, ancora legata a un’opposizione tra noi e loro
che oggi ha poco motivo di esistere, se non altro perché la storia è
diventata globale e non solo parziale: non esistono più popoli ricchi di storia
e popoli senza storia che identifichiamo come barbari. Una banale evidenza
della storia, che è stata pacatamente ricordata da Marco Aime – un amico e
collaboratore di Volere la Luna – sulle pagine del Domani e
che ha fatto irritare non poco Galli della Loggia. Ma il punto è sempre lo
stesso: sono certo che Marco Aime converrà con me nel riconoscere che persino
il suo articolo – come il mio del resto – in un mondo normale non sarebbe stato
scritto: sarebbe stato una perdita di tempo ricordare cose che tutti davano per
scontate.
Invece la
supremazia dell’Occidente che viene rivendicata contro ogni evidenza della
storia e contro ogni pazienza socratica suona proprio in questi giorni come una
beffa. Le punte di diamante del “pianeta Occidente” non mi pare affatto che
stiano chiedendo chi sono a quelli che stanno perseguitando e genocidando. Non
ricordo foto di membri del governo Trump in ascolto dei messicani arrestati.
Invece ho memoria delle foto di messicani ammassati come delle bestie in gabbie
e che vengono esibiti come trofei dal governo americano. Non ricordo di
procedure d’accoglienza da parte della civile Italia che siano rispettose della
lingua degli altri. Ho memoria invece di deportazioni in luoghi di detenzione
di persone che non hanno commesso nessun reato, in barba a ogni garanzia di
diritti che dovrebbero essere il cuore della supremazia occidentale. Procedure
che non solo non vengono sanzionate, ma vengono rivendicate dall’Europa come
buone pratiche da estendere ulteriormente. Soprattutto, non mi pare che
il governo israeliano stia facendo domande di questo genere ai palestinesi di
Gaza che si accinge a deportare; almeno quelli che sono ancora vivi e non sono
stati sterminati senza pietà. Non volendo, la frase citata dimostra ciò che
si vuole negare contro ogni evidenza: se la supposta superiorità
dell’Occidente è data dalla sua capacità di dare la parola all’altro, a Gaza si
assiste al suo fallimento, non certo al suo trionfo. Mi pare che la vera
questione da porsi non è dunque la questione della supposta superiorità
dell’Occidente, ma della sua evidente dissoluzione. L’Occidente, questa
invenzione recente che ha preteso di eternarsi e che invece sta velocemente
suicidandosi. Concludo suggerendo due linee di riflessione ulteriore.
La prima è
che forse bisogna concedere a Galli della Loggia di avere un po’ di ragione. Se
cose che davamo per scontato non lo sono più, è perché stiamo
assistendo a una rinascita dell’Occidente. Non quello di Socrate, ma quello che
ha condannato a morte Socrate. Quell’Occidente la cui storia è stata per
millenni la storia del dominio della forza, non la storia della capacità di
provare vergogna. L’Occidente che ha provato a sostituire al primato
della forza quello dei diritti è durato molto poco, in effetti. In questo
poco tempo ha dimostrato di esser capace di auto-emendarsi, di sospendere il
vanto sulla propria supposta superiorità, di riconoscersi responsabile della
barbarie del colonialismo e dell’imperialismo, d’immaginare la guerra fuori
dalla politica, di relativizzare se stesso aprendosi alla pluralità delle
storie, di costruire progetti di democrazie che salvaguardassero l’uguaglianza
e la dignità di tutti gli esseri umani. Ma l’Occidente dei diritti è stata una
brevissima parentesi della sua storia, niente di più. La sua utopia concreta
non è più il cosmopolitismo kantiano, ma la riviera di Gaza che l’IA ha
bellamente immaginato per Trump e Netanyahu. Un’immagine falsa costruita
facendo violenza al mondo vero, riducendolo in macerie, cimiteri, deportazioni.
L’occidente che sta rinascendo è quello della pura forza, del puro dominio
brutale su quelli che considera “altri”.
La seconda
mi è venuta in mente osservando la disinvoltura con cui Trump intreccia affari
e accoglie senza pudore regali letteralmente mastodontici con il Qatar e con
tutte le dittature baciate dalla grazia del petrolio. Quasi quasi mi tocca
rimpiangere Renzi e chi mi conosce sa quanto questa considerazione possa
scatenare in me un’inguaribile fase di depressione: davvero il mondo è
impazzito. Se dovessi in un’immagine sintetizzare quanto sta accadendo, direi
che la storia dell’Occidente sta identificandosi sempre più con la
storia dei ricchi. Qualcuno tra i lettori dirà che non c’è nulla di nuovo
in tale identificazione. In realtà basterebbe – per fare solo un esempio –
leggere il bel libro di Guido Alfani (Come dèi tra uomini. Storia dei ricchi
in occidente, Laterza, 2025) per capire che le cose sono state molto più
complesse. I ricchi hanno sempre recitato parti importanti sulla scena
dell’Occidente, ma non vi è mai stata una totale identificazione. La storia
dell’Occidente è la storia dei potenti, ma tra potenti e ricchi c’è stata anche
diffidenza (pensiamo al medioevo, periodo in cui l’ostentazione della ricchezza
era sacrilega). La stessa cosa, ovviamente, si può dire della storia del
capitalismo. che è un capitolo della storia dell’Occidente, ma non è l’intero
suo libro. Il tentativo cui stiamo assistendo non è solo la rinascita di una
supremazia, ma anche il tentativo di strappare alcune pagine per ridurre la
storia dell’Occidente ad alcune sue parti. La storia dell’Occidente è diventata
niente di diverso dalla storia dei ricchi. È questo il suo futuro? È quasi
certo – a questo punto – che sia il futuro dell’Occidente. Ma in alcune
pagine strappate della sua storia qualcuno avrebbe ammonito: l’Occidente si
pensa come mondo ma non è il mondo. E se il futuro dell’Occidente è la
supremazia dei ricchi senza regole né leggi, non è affatto detto che questo sia
il futuro del mondo.
domenica 23 marzo 2025
La storia siamo noi? Il ministro e la ”centralità culturale” dell’Occidente - Marco Aime,Stefano Allovio e Adriano Favole
«Solo l’Occidente conosce la Storia […]. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia». Inizia così il paragrafo dedicato alla Storia delle “Nuove Indicazioni 2025. Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione. Materiali per il dibattito pubblico”, formulate da una Commissione nominata dal Ministero dell’istruzione e del merito, con affermazioni perentorie, che non poggiano su nessuna base scientifica. Sostenere che solo l’Occidente conosce la Storia significa negare che grandi civiltà come quella indiana, cinese, persiana, ma anche società più piccole numericamente abbiano avuto coscienza del loro passato, affermazione che, dal punto di vista della ricerca antropologica, è assolutamente inaccettabile. Ogni società conosciuta riflette sul proprio passato; ogni società, compresa la nostra, seleziona aspetti del passato considerandoli più o meno importanti e ne mette in ombra altri, ogni società interpreta la storia. Intere discipline come l’antropologia storica e l’etnostoria hanno lavorato e lavorano oggi sulle dimensioni storiche delle società umane.
Nel testo si
legge che grazie al Cristianesimo «si affermò così l’idea di una storia dal
tempo lineare, fatta interamente dagli uomini», in opposizione a un’idea
«[nell’antichità largamente dominante] circa una presunta ciclicità della
storia». Anche qui emerge un inaccettabile eurocentrismo, un evidente errore
scientifico: non è assolutamente vero che l’idea del tempo lineare sia
un’esclusiva occidentale e cristiana. Sebbene con sistemi di calcolo
diversi, popolazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe
hanno conosciuto e utilizzato calendari “lineari”. Allo stesso modo, le società
europee e occidentali e, in generale, anche la società globalizzata conosce e
pratica forme di tempo ciclico: non dividiamo forse il giorno in ore, i mesi in
settimane, gli anni in stagioni? Se un antropologo venuto da Marte ci
osservasse da vicino, non vedrebbe forse il ritorno ciclico di Natale, Pasqua e
Ferragosto? Il pensiero cristiano, per altro, non prefigura una linea del tempo
infinita e continua, ma un’epifania finale in cui il ciclo della vita è
destinato a esaurirsi con la redenzione ultima.
Si ripete
più volte nel documento che la storia, per la sua “centralità culturale” o
perché intesa come “conoscenza e giudizio sul passato” nasce in Occidente e solo dopo viene recepita
dagli altri: «In particolare, anche grazie alla storia e alla politica, i
popoli – dapprima quelli dell’Occidente poi quelli del mondo intero – hanno
potuto prendere coscienza di sé, abituarsi a considerare la propria esistenza
collegata a quella di milioni di propri simili, sono divenuti consapevoli di
ciò che li univa». Come a dire che nel resto del mondo dominava una
sorta di disordine anarchico, fatto da individui inconsapevoli di appartenere a
un qualche gruppo! Eppure gli annali dell’antropologia sono pieni di
monografie su società, che si autodefinivano con etnonimi ben precisi, che
pensavano la loro storia in rapporto ai vicini e alle popolazioni più remote,
anche se non necessariamente avevano dato vita a Stati e Nazioni.
Sempre in
riferimento alla Storia il documento recita che: «è attraverso questa
disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la
cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente
padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo».
Come dobbiamo intendere questo passaggio? Come una esaltazione del “dominio
intellettuale” su un mondo non occidentale inferiore, incapace, meno consapevole
di sé e della propria Storia? Vogliamo ritornare a una visione di un
mondo diviso tra un mondo occidentale civilizzato e società selvagge? In
più di cento anni di storia, l’antropologia culturale ha documentato come le
società umane siano, fin dalla preistoria, frutti di scambi, traffici,
relazioni conflittuali e pacifiche, come le appartenenze nascano da un effetto
“specchio” per cui noi ci definiamo sempre in rapporto agli altri. L’Occidente,
termine ben difficile da circoscrivere, si è modellato come ogni società a
partire da catene infinite di relazioni e scambi come mostrano intere
biblioteche di antropologia.
Può un
Ministero definire le linee guida per la formazione scolastica senza
considerazione alcuna per le scienze accademiche e la verità scientifica? Che senso ha il nostro
insegnamento antropologico nelle Università, il nostro quotidiano tentativo di
smontare pregiudizi ed etnocentrismi, la lotta contro i razzismi e le teorie
della supremazia intellettuale di una cultura sulle altre, se il Ministero
dell’Istruzione, cuore della trasmissione culturale, esprime ideologie
predefinite invece di acquisizioni scientifiche?
In un’epoca
in cui (finalmente) si sta sviluppando e diffondendo quella che viene chiamata
“global history”, in queste pagine si propone invece un preoccupante
ritorno a nazionalismi ed etnocentrismi. Affermazioni come quelle contenute
nel documento costituiscono dunque a nostro parere, un pericoloso segnale: non
soltanto una disinvolta volontà di piegare il pensiero scientifico a uno schema
ideologico precostituito, ma una chiusura a tutto ciò che si ispira al dialogo
inter-culturale e al pensiero critico.
martedì 19 dicembre 2023
martedì 7 novembre 2023
martedì 31 ottobre 2023
mercoledì 22 febbraio 2023
Ma siamo mai stati davvero neutrali? - Rocco Bianchi
In Svizzera si riaccende il dibattito sul principio ed il concetto di neutralità, che ora si vorrebbe “integrale”; ma in realtà, nella storia del nostro Paese di neutralità integrale non c’è traccia
Dopo essere
stati minacciata da richiedenti l’asilo, Unione europea, stranieri e
frontalieri, ed aver smascherato la quinta colonna pluto-giudaico-massonica
composta da città di sinistra e radical chic, secondo i nazionalisti nostrani
pare che oggi il destino della nostra nazione dipenda dalla neutralità. Che non
solo deve essere, come del resto è già da circa un paio di secoli, ma, Blocher
dixit, deve essere integrale (qualsiasi cosa significhi), ché altrimenti non è.
Qualcuno ha addirittura parlato di elemento fondante della nostra identità, per
cui metterlo in questione o addirittura negarlo indebolirebbe o addirittura
negherebbe il fatto stesso di essere Svizzera.
Sia ben
chiaro, che la guerra in Ucraina e l’adesione della Confederazione alle
sanzioni internazionali abbia rilanciato il dibattito sulla neutralità e sul
suo significato, il quale evidentemente non può essere disgiunto dal contesto
storico-politico in cui si colloca (ogni principio politico deve confrontarsi
con l’attualità), è sicuramente positivo; che questo dibattito venga usato per
fini di propaganda politica possiamo considerarlo un inevitabile danno
collaterale; tuttavia che nel suo svolgimento si confondano mito e storia, o
addirittura che i dati di quest’ultima vengano scientemente alterati o
falsificati per i propri fini e interessi, questo è inaccettabile.
Per cui
diciamolo: la Svizzera, o meglio la Confederazione elvetica è certo che non sia
nata neutrale, sia nella storia che nel mito. Guglielmo Tell non era un fine
diplomatico che ha dispensato i suoi buoni uffici per appianare le questioni
tra il balivo di turno e i cantoni primitivi, ma una testa piuttosto calda che
ha pensato bene di risolvere il problema usando balestra e frecce (con
conseguente omicidio). E almeno fino alla battaglia di Marignano (1515) la
storia elvetica è tutt’altro che neutra e pacifica, costellata com’è di guerre
e scaramucce. E anche dopo non è che siamo stati con le mani in mano, seduti al
bar a giocare a jass o a tricottare con l’uncinetto, visto che ancora nel 1536
Berna ha conquistato il Canton Vaud e altri territori savoiardi a sud del lago
Lemano, che i cantoni cattolici e protestanti continuarono a darsi botte da
orbi per altri tre secoli e che per altrettanto tempo di mercenari svizzeri
furon colme tutte le guerre europee. E i relativi camposanti.
Per di più
fino alla Guerra dei trent’anni (1618-1648) per noi europei il termine
“neutrale” aveva una dichiarata connotazione negativa. In un conflitto, allora
spesso condito da forti connotazioni religiose, non si poteva non schierarsi. O
con me, o contro di me, come insegnano i Vangeli: tertium non datur. Solo dopo
la pace di Westfalia politici ed esperti di diritto cominciano a formulare
un’idea diversa, ossia che gli stati, soprattutto se piccoli e deboli, potevano
entro certi limiti astenersi dal partecipare ai conflitti. Tant’è che la prima
dichiarazione ufficiale di neutralità della Svizzera risale alla Dieta del
1674, quasi quattro secoli dopo la data della supposta fondazione della
Confederazione elvetica, non prima.
E non era
certamente una neutralità di tipo integrale come Blocher e seguaci sperano che
diventi adesso, visto che alle potenze straniere era permesso attraversare il
nostro territorio, e che di mercenari pronti servire il signore di turno dietro
congrua ricompensa come detto ne partirono ancora diverse decine di migliaia.
Un traffico di carne umana che durò ufficialmente fino al 1815, quando il
Congresso di Vienna non solo statuì il principio della neutralità elvetica nel
diritto internazionale, ma impose pure la fine del “mercenariato”, anche se in
realtà in forma non ufficiale se non illegale, di svizzeri che combatteranno
guerre in giro per il mondo ce ne furono anche dopo. Senza dimenticare che,
alla faccia del fondamento identitario e senza negare l’importantissimo ruolo
che rivestì il diplomatico elvetico De la Harpe, a Vienna furono le potenze
vincitrici guidate dallo zar di Russia Alessandro I a imporre la neutralità
alla Svizzera più che gli stessi svizzeri a rivendicarla (curioso in questo
senso che sia oggi proprio un altro “zar”, Vladimir Putin, a negarla).
Indipendentemente
da ciò, da allora fummo neutri come oggi chiedono Blocher e sodali?
Assolutamente no. Senza soffermarci sulle oscillazioni del XIX e XX secolo (non
per nulla il Consiglio federale sia durante la guerra franco-prussiana del 1870
che allo scoppio della Prima Guerra mondiale sentì la necessità di riaffermare
la neutralità elvetica, cosa che sarebbe stata superflua se fosse stata così
integrale e internazionalmente chiara come oggi si vuol far credere) o le
concessioni fatte alle potenze dell’Asse durante la Seconda Guerra mondiale,
credo che nessuno possa avere dubbi da che parte stava la Svizzera durante la
Guerra fredda. È sufficiente un esempio: fino agli anni ’80 del XX secolo
durante le esercitazioni militari il nemico poteva essere uno e uno soltanto,
ossia rosso e proveniente dall’est. Eppure questo suo essere apertamente
schierata con l’Occidente non le ha impedito di prestare i suoi buoni uffici
praticamente ovunque e con chiunque. Anzi, è soprattutto in questo contesto che
la Confederazione ha potuto davvero realizzarsi in questo suo ruolo.
Per cui,
prima di discutere sulla nostra neutralità e su quale forma darle, credo sia
utile porsi (e rispondere a) una fondamentale domanda, senza la quale tutta
questa discussione rischia di ridursi a mera propaganda politico-elettorale: la
Svizzera è mai stata davvero integralmente neutrale?
lunedì 23 maggio 2022
sabato 14 maggio 2022
lunedì 18 aprile 2022
Il Mali per esempio - Alessandro Ghebreigziabiher
Prendi il Mali per esempio.
È una nazione in prevalenza desertica situata in Africa occidentale che
non ha sbocchi sul mare e confina a nord con l’Algeria, a est con Niger e
Burkina Faso e a ovest con Mauritania e Guinea.
Immagina ora di essere sin dagli albori un abitante di
siffatta terra arida e dal clima torrido, ovvero dalla preistoria,
circa due milioni e mezzo di anni fa, e di avere lo speciale dono –
o maledizione – di sconfiggere la morte e il conseguente oblio; di non poter
essere frainteso, manipolato o cancellato dal racconto vincitore che si fa
Storia e di poter assistere agli umani eventi nei secoli dei secoli come un
silente spettatore.
Indi per cui eri lì sin dall’inizio e ci sei ancora oggi, allorché il tuo paese
si gode l’amara attenzione delle prime pagine per
le ragioni peggiori.
C’eri nel 10.000 avanti Cristo quando il Sahara era fertile e
ricco di fauna selvatica ed eri presente anche quando migliaia di anni dopo i
popoli Mande costruirono le prime città.
Fosti testimone della prima grande battaglia, quando nel 1235 Sundiata
Keita vinse quella di Kirina e venne nominato Mansa,
ovvero l’imperatore, sovrano dell’Impero del Mali.
Dalla guerra, quindi, giammai dalla pace; dal sangue e dalla morte
dei nemici, per nulla al mondo dalla loro vita, venne alla luce uno dei
più grandi regni africani occidentali della storia. Divenne famoso per la
ricchezza dei suoi governanti, influenzando profondamente e ampiamente la
cultura della regione attraverso la diffusione della sua lingua, delle sue
leggi e dei suoi costumi.
Tu eri lì, tu hai visto tutto, quindi sai ogni cosa e non puoi dimenticare o
rimuovere alcunché.
Fosti testimone dei primi segni di decadimento, tra intrighi di
palazzo e di popolo, dei quali parve approfittarsi il vicino Impero Songhai,
il quale a sua volta nel 1591 vide ogni sogno di gloria
dissolversi in seguito all’invasione dei guerrieri del Sultano
del Marocco.
Di certo non puoi scordarti quando il glorioso impero, leggi pure come
l’ennesimo reame costruito sul dolore altrui, poco più di quattro
secoli dopo cadde rovinosamente a causa di un’altra guerra,
quella contro il rivale di sempre, l’impero Bamana.
Da quel momento facesti la scoperta di una verità vecchia come l’universo più
che il mondo: il più letale nemico, che tale non dovrebbe mai
essere, si chiama natura e andrebbe amata e temuta con la
stessa passione e fedeltà.
Difatti, dalla fine del diciassettesimo secolo una
terribile siccità colpì l’intera porzione di continente e la
fame, la sete e anche le locuste mieterono un numero enorme di vittime.
Verso la fine del 1800, al culmine della miseria e
della disperazione che avevano preso il posto dei fasti del
grande impero, ricevesti un’altra grande lezione di vita per un cittadino
africano: nel momento di maggiore difficoltà e vulnerabilità, come una
iena che si avventi famelica su un animale ferito, ecco che saltano fuori dal
nulla gli abitanti a nord delle tue disgrazie.
Un’altra guerra di conquista è ciò che hai visto, vissuto e
subito, nelle forme più spregevoli e criminose, ma taluni ancora oggi la
chiamano spartizione di un continente. Perché le parole con
cui racconti i fatti ieri ti permetteranno di farla franca oggi e di macchiarti
dello stesso reato domani.
Sto parlando ovviamente della Francia, gli invasori che hai visto
sfilare accanto a te con andatura trionfante e altezzosa. Come se il colonialismo fosse
un diritto acquisito per lignaggio invece che la
solita aggressione, rapina e sterminio ai danni di un paese sovrano.
Nel ‘60, solo in apparenza terminò l’indebito dominio transalpino
con la nascita della Federazione del Mali e nel fatidico ‘68 per
buona parte del mondo, nel giorno della Festa della Liberazione un colpo
di stato portò al potere l’immancabile regime militare e
repressivo.
Perché guerra chiama guerra, violenza urge violenza, e il sangue non
può essere rimarginato con altro sangue.
Più di vent’anni ci sono voluti per instaurare il presunto
paradiso chiamato democrazia.
Ricordi? Ma certo, eri lì quel 26 marzo del 1991, magari in piazza
insieme agli studenti che pacificamente si opposero ai soldati governativi.
Votasti alle prime elezioni presidenziali e multipartitiche, che
rappresenta un notevole passo in avanti dal punto di vista sociale e politico,
anche se da queste parti abbiamo da tempo dimenticato quanto non sia affatto
uno scontato stato delle cose.
Vivesti poi un favorevole ventennio – ma tu guarda la
coincidenza di parole e periodi della Storia – e poi la guerra si
ripresentò nuovamente, sebbene in altre vesti.
Mi riferisco alla ribellione dei Tuareg, con
vecchi amici quali Al-Qaeda e le forze in Libia comandate
da quel Gheddafi, a sua volta intimo con vari leader e partiti del
nostro pacifico governo.
La protesta andava sedata, dicevano ai piani alti, e ai piani alti non potevano
non chiedere aiuto agli amici di una volta, ovvero i francesi.
E via con le armi e gli eserciti, perché è
questa la sciagurata via che segna la Storia di questa nostra specie
maledetta, illusa del contrario.
Guerra e ancora guerra hai visto e pianto.
A morti civili o guerriere senza alcuna soluzione di continuità hai
assistito provando identico orrore, perché quando i proiettili e le lame
tranciano vita la conclusione è la stessa.
Prendesti fiato nel 2018 con il cessate il fuoco e
le conseguenti elezioni, ma neanche un anno dopo, in una sorta di
folle danza a opera di una compagnia di ballo formata da individui accecati e
privi di senno, due colpi di stato a distanza di pochi mesi fecero
a pezzi ulteriormente le già deboli speranze di un futuro di pace per il tuo
paese.
Arriviamo ora al 23 marzo di quest’anno insieme a te, occhi
che hanno visto e orecchie che hanno ascoltato, mani che hanno sfiorato e
ricordi che sono ancora indelebili, quando in una cosiddetta operazione –
vedi spartizione - anti-jihadista un esercito
di mercenari russi e soldati locali ha massacrato
trecento civili in cinque giorni.
È terrificante, vero? Soprattutto per chi come te ha osservato tale inferno da
vicino, a portata dell’odore del sangue ucciso.
Ma tu sai benissimo che tale notizia ha raggiunto la cima
ambita dei quotidiani a causa della presenza russa tra gli
assassini in divisa. E sai anche che il Mali non è il solo paese in
cui vendono le loro abilità omicide e che non sono gli unici stranieri a
portare in Africa la morte al giusto prezzo.
Come sarebbe bello se un giorno potessi raccontarci davvero tutta la storia
dall’inizio.