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mercoledì 18 marzo 2026

A chi appartengono le idee? - Irene Frau

Intervista a Kenobit su Assalto alle piattaforme.

 

In un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale. Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”. Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni e non solo di informatici, tecnici e ricercatori.

Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente, autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi arma di seduzione e di manipolazione.

Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche fautori di netstrike e cybersquatting. Il primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze, proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I), uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice indipendente ha pubblicato Assalto alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open source e decentralizzato.

In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di centralizzazione della rete libera”.

Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel 2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme.

Prima di parlare del tuo libro, mi interessa capire come ti sei avvicinato all’hacktivism e cosa significa esserlo nell’era degli influattivisti e non degli hacklab nei centri sociali autogestiti.

Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri, i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava, del Kurdistan.

Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo. Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software proprietario.

Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di frecce da scagliare.


A proposito di diritto d’autore e copyright, ho letto un’esortazione in una sorta di manifesto pubblicato nel 1988 sull’ottavo numero della fanzine milanese Amen intitolato L’era della comunicazione negativa. Diceva: “Saccheggiate ogni prodotto. Gli artisti non esistono, i loro diritti tanto meno.” Oggi che esistono realtà come Redacta e che le lavoratrici e i lavoratori dell’arte e della cultura in Italia vivono nel precariato con salari da fame, come suona questa frase? A chi appartengono le idee?

Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti, perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via. Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a mantenermi economicamente.

Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le nostre idee.

Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.


Per arrivare al tuo libro, possiamo dire che tutto quello che hai imparato finora lo hai fatto convogliare su Assalto alle piattaforme. In un certo senso, il tuo impegno da hacktivista è assimilabile a quello che fai quando promuovi l’utilizzo di alternative non mainstream come il Fediverso?

Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon. C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.

Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi. Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi, brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme. Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura di Pleasure Activism (2019) di Adrienne Maree Brown.


Nel primo capitolo del tuo libro metti subito in chiaro la relazione fra mondo reale e mondo virtuale. Citi l’ultima pubblicazione del collettivo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (2024), in riferimento al concetto di simulacro nell’opera di Philip Dick e al suo immaginario. L’androide è sia il simulacro dell’essere umano, sia della realtà condivisa: soggetto e oggetto si confondono, così come realtà e allucinazione. Mi viene in mente ciò che Hannah Arendt sosteneva in merito al fatto che il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza fra realtà e finzione. Oggi siamo immersi in una tecnocrazia dal potere subdolo, capace di capitalizzare l’immaginario e di impedire la visione di orizzonti alternativi. Non solo: mondo reale e mondo virtuale sono perfettamente complementari, nell’accezione più spaventosa. Verrebbe da chiedersi se la colonizzazione del mondo digitale da parte di pochi miliardari (privilegiati, potenti ben prima di divenire imprenditori in questo settore) abbia incrinato gravosamente i sistemi democratici. A tal proposito, in una nota riporti una dichiarazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Significa che per i padroni del mondo, la libertà non è un diritto umano universale, fondamentale e inviolabile, ma un privilegio di pochi?

Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il nostro, senza sfruttare le persone.

Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.



Per te siamo in una situazione vantaggiosa? Nel tuo libro sostieni che “il disagio digitale serpeggia fra di noi” e non solo fra antagonisti e attivisti. Come fai a essere così positivo?


Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano “il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.

In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.

Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago.



Leggendo Assalto alle piattaforme, riflettevo sul fatto che la fine del movimento no-global, il G8 di Genova e l’ascesa dei colossi del digitale coincidono cronologicamente nei primi anni Duemila, quando abbiamo cominciato a cedere i nostri dati (ovvero i tasselli della nostra identità) per ottenere in cambio delle comodità. Secondo te è un caso oppure no che le piazze fisiche e Internet della controinformazione si siano svuotati? C’è una correlazione?

Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta.

È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva frequentata.

Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8 di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia; dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti (Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli stessi contenuti.

La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate: non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie, qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere.



Un tema ricorrente nelle cosiddette bolle dei gruppi antagonisti e di persone che si occupano di politica attiva è quello dell’utilizzo delle piattaforme social mainstream per fare controinformazione, dal momento che andrebbero boicottate e che il medium è il messaggio, ovvero che gli argini entro i quali muoversi non sono aderenti ai valori che sorreggono determinate istanze. Un esempio fra tutti è quella sorta di linguaggio in codice che prevede l’uso di specifiche emoji o di numeri al posto delle lettere per evitare di essere puniti dall’algoritmo, finendo in shadow ban o persino vedendo il proprio account cancellato per sempre. Penso al profilo TikTok della giornalista palestinese Bisan Owda. Tu sei fra quelli che non credono all’efficacia di questo tipo di linguaggio. Puoi spiegare meglio perché? Per esempio, credi che le manifestazioni a sostegno della Global Sumud Flotilla di fine 2025 si siano sgonfiate troppo precocemente, nonostante la tregua non sia stata mai rispettata, anche a causa di questa vacuità del linguaggio social? Che senso ha fare controinformazione sui social mainstream?

È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene, amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali. In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti strategici.

Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati, le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina.

Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò il content ha una data di scadenza brevissima e tende a muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content, ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content.



A proposito di content, in Assalto alle piattaforme parli del fatto che nell’era del Web 2.0 ogni mestiere, ogni professione e ogni forma d’arte è livellata dalla macina digitale e ridotta a un unico ruolo: quello del content creator. Perfino i semplici utenti lo sono. In un mondo senza più classi sociali ben definite, ma fluide, l’unica coscienza di classe che potrebbe innescare l’insurrezione contro l’oppressore è quella di una coscienza di classe 2.0 da content creator?

È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi. Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo molto confuse e confusi.

Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network, perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe.

Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative, iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati diversi.

da qui

venerdì 30 maggio 2025

La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

 

«Le rinnovabili? Una bolla speculativa che arricchisce pochi e devasta l’ambiente: energia più cara per cittadini e imprese»

(intervista a Maria Giovanna Bosco di Paolo Paolini)

 

Maria Giovanna Bosco e lo studio sul “caso Sardegna” pubblicato da Il Mulino: il settore privato ha infiltrato quello pubblico ottenendo miliardi per un settore che economicamente non si regge

«È un tipico fenomeno che si osserva nelle relazioni tra economia e politica: si chiama “cattura regolatoria”, branca della political economy, che studia il sistema usato dal privato – in certe condizioni – per influire sulla sfera pubblica orientando la legislazione a favore del proprio settore. Nel caso delle energie rinnovabili, gli effetti sono i contributi massicci erogati dallo Stato per i progetti di pale eoliche e pannelli fotovoltaici con i quali si vorrebbero foderare campagne, colline, le pendici del Limbara, perfino spicchi di mare davanti alle coste di Gallura, Riviera del corallo, Sulcis e Cagliaritano. Iniziative che sacrificano l’ambiente, redistribuiscono il reddito arricchendo solo chi le porta avanti, limitano le occasioni di sviluppo per chi vive in quel territorio. Una certa narrazione ha coniato lo slogan “rivoluzione green”, ma la realtà è che si scaricano i costi sulle spalle di cittadini e imprese attraverso le bollette. Ecco perché il prezzo dell’energia può solo aumentare, come già avviene».

Tempiese cresciuta a Olbia, Maria Giovanna Bosco vive a Milano e fa ricerca all’università di Ancona, dopo aver insegnato Macroeconomia, Economia internazionale ed Europea ed Economia del lavoro alla Bocconi, nell’ateneo Milano-Bicocca, al Politecnico di Milano, alle università di Modena e Reggio-Emilia, alla Marshall school of finance (University of Southern California, Los Angeles). Su L’Industria, la rivista edita da Il Mulino, ha pubblicato una dettagliata analisi sul “Caso Sardegna” che sarà illustrata a fine giugno a Oslo: «L’idea di impegnarmi nello studio sulla transizione energetica nasce da diverse ragioni. Primo: mi occupo di transizione ecologica all’università Politecnica delle Marche. Motivo numero due: ho un’attenzione personale per quanto sta accadendo in Sardegna, dove si vorrebbe produrre un settimo dei gigawatt previsti dai progetti presentati in tutta Italia: 52,88 contro 354.35. È chiaro che qualcosa non torna». A Olbia per il fine settimana, accetta di parlare a una condizione: «Ciò che ho scritto riguarda me e non può essere attribuito in alcun modo all’ateneo nel quale lavoro attualmente».

Cos’ha scoperto?

«Sono partita dagli elementi narrativi – proteste dei comitati di cittadini, articoli sui giornali – per cercare i fatti che indicano l’infiltrazione del mondo dell’industria nella politica, al punto che il processo decisionale e politico è stato asservito agli interessi di soggetti privati ben definiti. A far da cornice le norme che agevolano gli espropri, il tentativo di silenziare i movimenti di opposizione per conquistare il pubblico con una narrativa ad hoc. C’è una dinamica industriale che include aiuti di Stato nonostante il generale divieto europeo: investire in sanità no, perché c’è il vincolo di bilancio, che invece cade per le rinnovabili. Il risultato è che il soggetto pubblico ha finito per portare avanti le esigenze dei privati spacciandole per interesse generale. Non solo: c’è l’evidenza scientifica che l’obiettivo di ridurre l’emissione della CO2 è una chimera, perché a livello globale tutti tranne l’Europa continuano a investire in fonti fossili. Il nostro sforzo per quanto lecito, degno, moralmente accettabile, sarà inutile. Il mio compito si conclude con la raccolta dei dati di fatto. Ovviamente può essere solo un magistrato a individuare i potenziali reati, a capire se e quando è stato commesso un danno ambientale, se c’è stato un interesse privato in atto pubblico, corruzione e così via. So che è stato presentato anche un esposto a tutte le Procure della Sardegna dal Comitato per l’Insularità».

Il libero mercato non vale per gli impianti di rinnovabili?

«Già nel 2014 il professore di economia politica Ross McKitrick denunciava il problema per l’Ontario, nel civilissimo Canada. Diceva: “Purtroppo l’idea di dover decarbonizzare a tutti i costi ha indirizzato il sistema degli incentivi economici quasi esclusivamente verso le rinnovabili che però dal punto di vista economico sono fallimentari”. Perché ciò che richiedono per l’installazione e quel che provocano in termini di danno ambientale è un’enormità rispetto a ciò che producono. Non difendo le fonti fossili o il nucleare, ma nel confronto sulla produttività non c’è paragone. Per questo motivo l’unico modo per rendere sostenibili l’eolico e il fotovoltaico è che lo Stato intervenga foraggiando i progetti, annullando la concorrenza e diventando il primo cliente per vent’anni di attività, offrendo la garanzia di acquistare l’energia a un determinato prezzo. Un’attività senza rischi per chi possiede le società che, di riflesso, ha cancellato il libero mercato».

Corruzione?

«Comportamenti criminali ci sono già stati e sono stati sanzionati, ne cito alcuni nell’indagine, così come sono accertate le infiltrazioni mafiose».

«Le promesse di agevolazioni in bolletta sono falsità. Un rapporto di Morgan Stanley di marzo 2025 evidenzia che i prezzi in Europa sono cresciuti da due a quattro volte più degli Stati Uniti, cinque-sette volte più di Cina e India».

Chi ha deciso di indirizzare i progetti verso la Sardegna?

«Sicuramente la scelta non è stata fatta dalle comunità locali. Nel 2021 l’Enel l’ha individuata in alcuni comunicati come futuro hub energetico del Mediterraneo. La digitalizzazione estrema verso la quale stiamo andando ha bisogno di una quantità enorme di energia, mi chiedo: c’entra qualcosa il disegno sul futuro della Sardegna? Di sicuro la mercificazione del sole e del vento rischia di perpetuare un atteggiamento neocolonialista da parte delle istituzioni nei confronti dell’Isola».

I rischi?

«Da un punto di vista identitario, culturale e psicologico veder deturpato il paesaggio è una forma di violenza che equivale a perdere una parte di se stessi: come se mi guardassi allo specchio e non mi riconoscessi più. Da una prospettiva economica, stravolgere l’ambiente farebbe diventare la Sardegna meno appetibile e incepperebbe il turismo: chi mai vorrebbe andare in vacanza in un paradiso industriale fatto di pale e pannelli fotovoltaici? Penso a Tempio, il gioiello del nord est che rischia di essere snaturato sulla spinta dell’affitto dei terreni per impianti che arricchiscono pochi e danneggiano tutti. Alcuni proprietari che ho intervistato si stanno pentendo perché non è certa neppure la redditività: quando finirà il ciclo di vita l’impianto sarà abbandonato e i costi di smaltimento sono enormi. Come è accaduto a Nasca, sull’isola di San Pietro: le pale sono lì da decenni anche se non funzionano».

Ha analizzato la legge regionale sulle Aree idonee?

«La Regione l’ha varata rifiutando di valutare la Pratobello, nata su iniziativa popolare e sostenuta da centinaia di migliaia di firme. Si basava sulla prerogativa assoluta in materia urbanistica. Ho intervistato un esponente della Giunta regionale, mi ha detto: “Sarebbe stata impugnata dallo Stato per incostituzionalità”. Di sicuro questa sorte è toccata alla Moratoria e alla legge 45 sulle Aree idonee. Dunque, c’è stata incompetenza o malafede?».

Cos’è l’ambientalismo industriale di cui scrive?

«Propone una transizione che di verde ha solo l’aggettivo. È ancorato a norme che consentono l’utilizzo di parchi, foreste e aree agricole per impianti di energia fotovoltaica, eolica, termovalorizzazione dei rifiuti e, in generale, di qualsiasi altra fonte energetica non fossile. Un tempo la legge era più restrittiva, la realizzazione era limitata alle aree incolte o degradate del territorio. Oggi se un agricoltore o un piccolo proprietario terriero non desidera vendere o affittare i propri terreni sui quali deve nascere un parco eolico, le norme prevedono l’esproprio. Ed è in questo passaggio che, per l’ambientalismo industriale, risiede il significato della transizione ecologica: passare da un modello economico territoriale ad alto contenuto occupazionale basato su agricoltura di qualità, turismo e cultura, a un modello industriale specializzato nella produzione di energie alternative, a basso contenuto occupazionale e con rendimenti molto elevati. Va da sé che alla base ci sia un ambientalismo fasullo che danneggia l’economia, non crea posti di lavoro, impoverisce il territorio e cancella i paesaggi per cui siamo famosi nel mondo. Si cita sempre la Danimarca, patria dell’eolico: vi risulta che qualcuno vada fin lì per ammirare le pale?».

L’atteggiamento delle associazioni ambientaliste?

«Tranne Italia Nostra e alcuni piccoli movimenti, fingono di non vedere gli interessi di chi fino al giorno prima produceva CO2 a tutto spiano e oggi si è raffrescato l’immagine - tipo l’Erg a Saccargia - buttandosi nel business delle energie rinnovabili».

Perché non è stato individuato un tetto alla produzione?

«Può essere stata una svista del legislatore, oppure un riflesso del dolo sottostante, cioè l’aver creato volutamente una bolla speculativa simile a quella dei mutui subprime che nel 2008 terremotò l’economia mondiale».

Cita aziende che hanno costi operativi annuali di 28 mila euro e incassano incentivi per tre milioni?

«Mi sono limitata a raccogliere i dati di numerose aziende del settore: tutte hanno in comune una sproporzione tra costi e soldi ricevuti dallo Stato».

La via d’uscita?

«Basterebbe coprire i capannoni industriali con i pannelli fotovoltaici: gli obiettivi sarebbero raggiunti senza cementificare le vigne. Se poi si aggiungessero tutti i tetti delle case sarebbe risolto il problema italiano, tenendo presente che per “stabilizzare” il sistema energetico sarebbero comunque necessari anche i combustibili fossili».

Geotermia?

«Il potenziale sardo è molto elevato quanto inutilizzato, secondo solo a quello della Toscana. Per la produzione di energia elettrica si potrebbe prelevare acqua bollente in profondità per poi reimmetterla nel sottosuolo. In questo modo si creerebbe un ciclo produttivo interamente rinnovabile. Non mi sembra che qualcuno sia intenzionato a farlo».

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La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco

L’alta Gallura, come altre zone in Sardegna, è soggetta ad un attacco di speculazione energetica da parti di imprese che mirano al lucro di breve periodo garantito anche dagli incentivi pubblici, in un’autentica fase di colonialismo che rischia di minare l’identità culturale ed economica del territorio.

In queste settimane in Gallura, così come in altre zone della Sardegna, si dibatte su progetti relativi all’installazione di una iperbolica quantità di pale eoliche e impianti fotovoltaici per ottemperare agli ‘sfidanti obiettivi europei di decarbonizzazione’ (Terna, 2024). In una regione già gravata da 31 basi militari, – il 65 per cento di quelle presenti in tutta Italia (Arcai, 2024) – e drasticamente depredata delle aree boschive in duecento anni di dominio sabaudo (Casula, 2017), anche il territorio dell’alta Gallura è soggetto all’interesse di multinazionali del settore energetico che, forti del quadro normativo, sono persino legittimate ad espropriare terreni privati, deturpando il paesaggio e le acque costiere della regione con la costruzione di nuovi impianti.

In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna S.p.A. al 31 marzo 2024 risultano ben 809, pari a 57,67 GW di potenza (Figura 1). 57,67 GW significa quasi 30 volte gli impianti oggi esistenti (GIG, 2024).

L’alta Gallura, in particolare, è contraddistinta da un susseguirsi di colline, rocce e vallate di macchia mediterranea, zone adibite a pascolo e rocce spettacolari, aree archeologiche uniche oltre che da zone costiere dalla fragilità e bellezza incomparabili. L’impatto anche solo visivo delle pale eoliche, di cui alcune alte oltre 200 metri, come quella già in costruzione nei pressi nella zona del Marganai nel Sud Sardegna (L’Unione Sarda, 2024), è semplicemente devastante.

Gli impianti eolici, le cui pale dissacrano il profilo del territorio in quanto idealmente destinate ai deserti o ad aree off-shore lontane dalle coste, determinano anche un danno diretto sulla salute umana a livello uditivo e neurologico (Hanning, 2009Havas & Colling, 2011), oltre che a flora e fauna. Dove sono installate le pale eoliche, gli uccelli spariscono e le rotte migratorie vengono deviate. Sotto i pannelli fotovoltaici, certo non sono possibili coltivazioni. La riduzione delle aree verdi naturali, fattore che incrementa la concentrazione nell’aria di anidride carbonica, entra in contraddizione con l’ideologia della ricreazione delle aree pristine supportata dalle istituzioni comunitarie. A ciò si aggiunge l’altro grave problema ecologico che riguarda lo smaltimento degli impianti a fine vita, i cui costi sono esorbitanti. Se costruiti per poi essere abbandonati, con un risparmio sui materiali come è già stato documentato nella zona di Calangianus, insiste sulla comunità anche il costo della bonifica.

Questa depredazione denota un atteggiamento coloniale che mira a cancellare tradizioni culturali e il nesso che gli abitanti instaurano con il loro territorio in nome di investimenti che di “green” hanno ben poco. Tali progetti calati dall’alto, infatti, non solo eliminano pascoli e aree agricole, ma non creano nemmeno un incremento di posti di lavoro (perché gli “esperti” vengono perlopiù chiamati da fuori area e la manutenzione è minima). Si riduce inoltre il valore dei terreni e delle abitazioni che si trovano anche a distanze ragguardevoli e si creano minacce economiche anche per il settore turistico che costituisce una fonte primaria di reddito per tutta l’area.

Voler forzosamente imporre modelli di sviluppo ideati altrove e per altri contesti sul territorio sardo sembra inteso a sradicare un modello di gestione agri-turistica a favore di un asservimento ad una produzione energetica che verrebbe peraltro destinata a soggetti terzi, dato che la Sardegna è già autonoma dal punto di vista energetico. Peraltro, l’extra-produzione non potrebbe nemmeno essere assorbita dalla rete per limiti di capacità (GIG, 2024).

Ancora più grave è che, benché esistano alternative meno impattanti dal punto di vista ambientale e territoriale, queste non vengono nemmeno prese in considerazione e gli enti preposti si fanno beffe delle alternative ragionate e sostenibili – come la collocazione di pannelli fotovoltaici su tutti i capannoni e fabbricati industriali compresi quelli in disuso (Confartigianato Sardegna, 2023). A dar prova della scarsa sensibilità del soggetto pubblico nei confronti dei temi legati alla sostenibilità sociale ed ambientale, vi è la recente pronuncia del Consiglio di Stato che ha rigettato un ricorso della Regione Sardegna contro il potenziamento di un parco eolico proprio alle spalle della celebre Basilica della SS. Trinità di Saccargia (La Nuova Sardegna, 2024).

Non si può cancellare il sospetto di essere in presenza di un tipico schema di “regulatory capture” (Dal Bó, 2006), fenomeno in cui le gerarchie lobbistiche riescono a piegare il decisore politico alle proprie logiche espansionistiche e predatorie. In questo caso, il bene pubblico, inteso come benessere sociale, economico ed ambientale, è soppiantato, anche attraverso il posizionamento di figure chiave in ambito istituzionale, dalla logica di arricchimento e speculazione che vanno a remunerare ristrette élite a discapito della stragrande maggioranza delle persone. Tale tendenza di lungo periodo alla redistribuzione dei redditi e della ricchezza in favore di un’accentuata polarizzazione presso pochi soggetti è ben rilevata sia a livello finanziario che industriale, ed è quindi coerente con questa interpretazione.

Sembra lecito chiedersi chi sia il soggetto intenzionato a deturpare e cannibalizzare il territorio. Quali sono, inoltre, i guadagni a cui sta puntando? In presenza di alternative reali e dimostrabili, si punta solo al profitto economico derivante dalla vendita di energia, oppure si cerca di minare anche le attività locali? Se fosse così, l’intento si trasformerebbe da speculativo a propriamente criminale.

Riferimenti

Arcai, F. (2024). La pesante eredità delle basi militari aleggia sul voto in Sardegna, https://www.wired.it/article/sardegna-basi-militari-inquinamento/

Casula, F. (2017). Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna, https://www.manifestosardo.org/quando-i-tiranni-sabaudi-rasero-al-suolo-la-sardegna/

Confartigianato Sardegna (2023), Potenzialità dell’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni nelle aree produttive presenti in Sardegna,  https://confartigianato.cagliari.it/settimana-energia-sostenibile-lautonomia-energetica-della-sardegna-puo-arrivare-dai-pannelli-fotovoltaici-sui-capannoni/

Dal Bó, E. (2006). Regulatory capture: A review. Oxford review of economic policy, 22(2), 203-225, https://doi.org/10.1093/oxrep/grj013

GIG – Gruppo di Intervento Giuridico (2024). Sardegna, realtà della speculazione energetica e normativa di salvaguardia del territorio, https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2024/04/11/sardegna-realta-della-speculazione-energetica-e-normativa-di-salvaguardia-del-territorio/#more-37799

Hanning, C. (2009). Sleep disturbance and wind turbine noise. Broadview Energy Developments. Sleep disturbance and wind turbine noise | Wind Energy Impacts and Issues (wind-watch.org)

Havas, M., & Colling, D. (2011). Wind Turbines Make Waves: Why Some Residents Near Wind Turbines Become Ill. Bulletin of Science, Technology & Society, 31(5), 414-426. https://doi.org/10.1177/0270467611417852

La Nuova Sardegna (2024). Pale eoliche accanto alla basilica di Saccargia: il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Regione, via libera al progetto, https://www.lanuovasardegna.it/regione/2024/04/08/news/pale-eoliche-accanto-alla-basilica-di-saccargia-il-consiglio-di-stato-respinge-il-ricorso-della-regione-via-libera-al-progetto-1.100503147

L’Unione Sarda (2024). Devastazione eolica alle pendici del Marganai, https://www.unionesarda.it/news-sardegna/devastazione-eolica-alle-pendici-del-marganai-v1w0w1jm

Terna S.p.A. (2024). Econnextion: la mappa delle connessioni rinnovabili. https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/rete/econnextion

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martedì 6 maggio 2025

Roberto Saviano e Edward Snowden: "Lotto perché Internet torni di nuovo libero. Zuckerberg? Si pentirà"

(intervista di Roberto Saviano)

IMMAGINATE di aprire il vostro computer e di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete allo stadio, il documento della patente, gli audio mandati su WhatsApp. E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far accadere mai più.

E ancora: l'elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene, questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia distopica, né un'esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova, documentazione, esperienza diretta ce l'ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward Snowden.

Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest'elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere solo a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche "giornalista" pagato (o a qualche "tribunale", dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi.

Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all'interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media. Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c'è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all'occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi "mostri".


Snowden ha scritto un libro, Errore di Sistema, in cui racconta come sia riuscito a scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una democrazia. Attendevo questo libro da anni e tra le mani ho non il diario di un esiliato, né il racconto di un testimone, ma la lucida analisi di un intellettuale al quale ho molte domande da porre.

Edward, quindi non c'è modo di difendere la propria privacy?
"Non puoi pensare che non ti interessa la privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l'espressione individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora cosa ci succederà?"
 
Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno denunciato per aver rivelato i programmi della NSA: questo è ciò che si sa di lui. Nel libro c'è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei anni quando, per andare a dormire due ore dopo l'ordine della madre, cambia l'orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la famiglia e ad andare a letto più tardi. La sua prima operazione importante risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere "bucato" per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web.

"So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell' 'anonimato attraverso la polionimia' produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla... Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io".


Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio?
"Le persone, attirate dalla maggiore facilità d'uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali - che richiedevano un costante lavoro di manutenzione - a favore di pagine Facebook o account Gmail, dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle società che avevano fallito nell'e-commerce, perché non erano riuscite a trovare nulla che ci interessasse comprare, ora aveva un nuovo prodotto da venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre attività, la nostra posizione e i nostri desideri".

Se avessi di fronte Mark Zuckerberg, cosa gli diresti?
"Non penso sarebbe interessato a conoscere la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé".
 
Insisto.
"Gli chiederei: come vuoi essere ricordato? Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi dispone per qualcosa di più nobile e importante, che non vendere più pubblicità".
 
Permanent Record, 'Fascicolo personale', è il titolo in inglese del libro di Snowden e indica tutte le informazioni che non è più possibile cancellare su di te. Errore di sistema è il titolo scelto da Longanesi e credo sia più su misura di Edward, perché rappresenta quel tassello del sistema che doveva funzionare e che invece... Forse come titolo lo prediligo.

Ma dove ha trovato Edward il coraggio di svelare i segreti della National Security Agency? La NSA è una divisione militare del Pentagono, il generale Alexander, che l'ha diretta per 9 anni, aveva una massima: "Raccogliere tutto il raccoglibile". I funzionari del governo americano hanno negato, ma intanto Snowden aveva dato alla stampa le prove dei programmi XKeyscore, in grado di leggere qualsiasi email. Poi svela PRISM, un programma di sorveglianza utilizzato per monitorare chat, videochat, comprese quelle che avvengono via Skype. E poi svela Tempora, programma che il governo britannico utilizzava per spiare le cancellerie europee. Snowden ha dato tutte le prove che aveva alla stampa, illegalmente, nessun governo lo aveva autorizzato. Ma il punto è: possibile che la sorveglianza di massa, che non riesce a fermare il terrorismo, disperda invece forze e risorse per creare e gestire spazi che limitano la libertà di ogni cittadino violando la sua privacy?
 


C'è un passaggio in Errore di Sistema che descrive come, la prassi di registrare, non visti, le abitudini private di tutti noi, non sia stata mai condivisa con nessuno: mai votata, mai approvata. Nessuno ci ha mai chiesto: accetti tu di essere monitorato fin nella tua camera da letto perché, in caso di necessità, sia tutelato l'interesse nazionale? "Il governo americano - scrive Snowden nel suo libro - nel più totale disprezzo dei principi della Carta costituzionale, ha ceduto alla tentazione e, una volta assaggiato il frutto dell'albero avvelenato, è stato colto da una smania irrefrenabile. Ha assunto in segreto il controllo della sorveglianza di massa, un'autorità che, per definizione, affligge più gli innocenti che i colpevoli".
 
Si può recuperare la libertà del Web?
"Non credo che possiamo riportare le cose come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l'inventore del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet".

Il punto di caduta del tuo discorso è che, in definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web.
"I cittadini oggi sono meno consapevoli di ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete, sono diventati oggetto della rete. Quello che sentiamo è un malcontento crescente, perché vediamo il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate contro di noi".

Che cos'è la re-decentralizzazione?
"Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire servizi. Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi, dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l'acqua e le società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa vale per l'elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti permettono di usare una banale connessione Internet che non possono controllare. C'è un'aggressiva resistenza alla crescita della crittografia. Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base al traffico e ai siti che frequenti. Questa è la sfida, questo è il servizio pubblico. Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da qualsiasi altro servizio pubblico".
 
Ci fermiamo a riflettere su come la nostra generazione sia l'ultima ad aver vissuto uno spazio di crescita fuori dalla tecnologia. Snowden dà una lettura non scontata sul perché la tecnologia abbia un'attrazione magnetica sui giovani, sul perché stare sullo smartphone, connessi, costituisca un desiderio irrefrenabile.
 
"I giovani sono naturalmente affascinati e attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi. Accendevo la macchina, la usavo e la spegnevo, e quando tornavo a usarla non si ricordava chi fossi o cosa avessi fatto l'ultima volta, non aveva memoria".

Cosa pensi della condivisione sui social delle fotografie dei bambini? Sarebbe davvero preferibile evitare di pubblicarle?
"È estremamente pericoloso il fatto che oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un'ecografia su FacebookTwitter Instagram, la storia privata dei bambini venga catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l'ha creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano queste società come 'delegati' per avere informazioni. Quello che cercano di creare è un 'grafico sociale' a partire da una semplice connessione tra persone che conosci, con cui parli e interagisci e alle quali importa della tua vita. O almeno questo è quello che accadeva all'inizio della mia carriera nella comunità dell'intelligence".

E poi cos'è successo?
"Ora quello che fanno, una volta raccolte le informazioni su di te e sulla tua vita, è arricchire il grafico, per costruire il tuo fascicolo personale".

In termini pratici questo cosa comporta?
"La differenza tra me bambino e la mia generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per rafforzare un'identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso dimenticarla".

Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o scriviamo ci perseguiterà?
"Viviamo gli errori come un archivio. Molti giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché ci piace l'idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del bene che di evitare il male. Dicono: non sono Gandhi, non sono Martin Luther King, ho le bollette, ho dei figli e voglio solo andare a casa e guardare il mio programma preferito. Beh, anche Gandhi voleva una vita felice. Io non sono Gandhi, sono una persona semplice, ma amo una cosa: amo l'idea che possiamo connetterci con tutte le persone del mondo e costruire legami di fratellanza, costruire reti oltre barriere di lingua, confini, culture e diventare migliori tramite uno scambio. Ma quando costruisco un sistema che cataloga, immagazzina, sfrutta e arma questi scambi contro di noi a beneficio di coloro che ottengono informazioni che ci riguardano, non posso fare a meno di chiedermi: cosa succederà?".

Nel suo libro, Snowden descrive la sensazione costante di colpa che provava quando lavorava per la NSA, mentre i giovani di mezzo mondo morivano per combattere i regimi che fermavano il Web e l'accesso ai social... Eppure lui sapeva cosa stava diventando quel libero accesso. Scrive: "Per tutto il Medio Oriente civili innocenti vivevano sotto la costante minaccia della violenza; lavoro e scuole erano paralizzati, mancava l'elettricità, niente fognature. In molte regioni la gente non aveva accesso neppure alle cure mediche più basilari. Ma se in ogni momento dubitavo che le mie ansie sulla sorveglianza e la privacy fossero rilevanti, o addirittura appropriate, di fronte a tali privazioni e pericoli immediati, dovevo soltanto fare più attenzione alle folle per la strada e alle proclamazioni che facevano, al Cairo come a Sana'a, a Beirut come a Damasco, e poi ad Ahvaz, nel Khuzestan, e in ogni altra città della Primavera araba e del Movimento verde iraniano. Le folle reclamavano la fine dell'oppressione, della censura, della precarietà. Sostenevano che in una società veramente giusta non erano le persone a dover rispondere al governo, ma era il governo che doveva rispondere alle persone".
 
Il libro diventa, in alcuni momenti, una misurazione del battito cardiaco della democrazia: "In uno Stato autoritario i diritti derivano dallo Stato e sono concessi al popolo. In uno Stato libero i diritti derivano dal popolo e sono concessi allo Stato. Nel primo i popoli sono soggetti ai quali viene soltanto permesso di possedere una proprietà privata, ottenere un'educazione, lavorare, pregare e parlare poiché è il loro governo a consentirglielo. Nello Stato libero i popoli sono cittadini che si mettono d'accordo per essere governati secondo un patto consensuale che deve essere periodicamente rinnovato ed è costituzionalmente revocabile. È questo urto fra l'autoritarismo e la democrazia liberale che credo costituisca il maggiore conflitto ideologico del mio tempo, non la nozione architettata e tendenziosa di una divisione fra Oriente e Occidente, o il revival di una crociata contro il Cristianesimo o l'Islam".
 
Ciò che abbiamo di più prezioso, ovvero la nostra vita, che è composta di tracce e dati, la lasciamo fluttuare nel Web, la diamo via in cambio di niente e senza accorgercene. Come accade?
"Storicamente i grossi cambiamenti sono avvenuti ogni volta che le persone sono passate da circostanze comode a scomode, dal conforto allo sconforto. La sorveglianza è insidiosa, anche quella aziendale. Chiedo sempre a tutti: cosa sa Google di noi? O Facebook? Nessuno sa rispondere precisamente. Quello che ci viene detto è incompleto. Quando fai una ricerca su Internet, quelle parole sono registrate per sempre ed è la stessa cosa per tutti i siti. Alla Silicon Valley usano il temine "frictionless", senza attrito, cioè comodo, senza problemi, ma quello che in realtà significa è celare le conseguenze, nascondere i costi e farti sentire al sicuro anche quando ti stanno danneggiando".
 
Così si stanno progressivamente trasformando le nostre vite e smontando ciò che la democrazia aveva costruito (come ad esempio il diritto all'oblio, a commettere un errore, non un reato, ma un errore, senza doverti giustificare e restarne marchiato a lungo). E tutto sta accadendo "frictionless", cioè senza attrito. Snowden crede nella democrazia americana, nei suoi principi e nel libro usa un'espressione per descrivere cos'è accaduto e continua ad accadere: "Hanno hackerato la Costituzione".
 
Una volta, Edward, hai detto che il vero valore di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che cosa è disposto a fare per proteggerli. Se non pratichi i valori in cui credi, probabilmente non ci credi fino in fondo. Non senti di non star praticando i tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e mai (se non in casi rarissimi e spesso manipolati) assoluzioni?
"Molte persone dimenticano che non è stata una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l'America latina quando il governo americano, l'ex segretario di stato John Kerry, mi ha annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto collaborare con la Russia e dire che era il posto più sicuro del mondo per una persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all'hotel, ma ho rifiutato. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in quell'aeroporto per circa 40 giorni. Da lì ho fatto domanda di asilo in 27 Paesi nel mondo, inclusa l'Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali sentivano che una di 'quelle due persone' aveva chiamato i ministri degli Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di Stato o il vicepresidente Joe Biden. E così ero intrappolato. Non sapremo mai perché i russi mi lasciarono uscire dall'aeroporto, ma al momento ero l'uomo più ricercato al mondo. C'erano giornalisti che si affollavano là fuori tutti i giorni. Ho avuto un asilo temporaneo, per un anno, e dopo quell'anno non mi è più stato garantito asilo. Non ho più scorta, agenti di protezione, vado in metropolitana, prendo il taxi e pago l'affitto come chiunque altro. È una situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante, - per quanto io abbia criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia supportato le proteste - è che se il governo americano o i loro amici provassero a uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. E penso che sia la parte più tragica della mia presenza in Russia che, ripeto, non è voluta da me. Tutto il mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti. Cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve essere protetto dagli Stati Uniti? Credo ciò dimostri quanto sia un periodo oscuro della nostra storia e spero non duri troppo".
 


Sulla presenza di Edward Snowden in Russia sono nate mille leggende, tra le più comuni quella che abbia dato informazioni riservate ai Russi in cambio di ospitalità o che fosse già una spia al soldo dei cinesi: nulla di tutto questo è provato, ciò che ha denunciato, invece, ha trovato puntuale riscontro e lui stesso ha sempre negato di aver mai collaborato con i russi. Perché, dunque, lo tengono lì? Un'ipotesi potrebbe essere questa: Snowden è la prova vivente che, ogni qual volta gli Usa si presentano come la più grande democrazia sulla terra, esiste in realtà un lato oscuro, un'ombra da tenere lontana, il più possibile. E per distruggere questa "contraddizione", la macchina del  fango è lo strumento principale.
 
"All'inizio avevo deciso di non difendermi. Quando sono uscito allo scoperto nel giugno del 2013 e tutti parlavano di me ai telegiornali, è iniziata la propaganda che tu ben conosci. Ogni domenica ai talk show i giornalisti riportavano notizie che non erano vere, e gli altri le ripetevano: è il loro lavoro. Non ho rilasciato interviste fino a dicembre 2013. Mi ci sono voluti sei mesi. E non ho nemmeno risposto alle critiche, volevo solo commentare i risultati raggiunti e cosa ancora c'era da fare. Il motivo per cui non ho risposto alle critiche era che la mia reputazione non importava. Se avessi risposto, anche se avessi smontato le accuse e dimostrato di aver ragione, avrebbero continuato a ripetere le loro accuse perché quegli attacchi non sono nati per essere affrontati con i fatti, per capire cosa è realmente successo. Non interessano i fatti, interessano i sentimenti".
 
Snowden vive una campagna di pressione mondiale enorme, è "il traditore", "la spia", "il nemico della democrazia americana", "l'alleato dei terroristi", "la quinta colonna degli stati canaglia"... Eppure la sua scelta è di piena e consapevole strategia.
"Se avessi risposto a tutti gli agenti che mi accusavano in televisione, dicendo che non era vero niente, la faccenda si sarebbe focalizzata su di me e la questione vera che era di interesse pubblico, cioè se quei programmi fossero legali o meno, se il governo avesse davvero violato la Costituzione, sarebbero passati in secondo piano". 

Se rispondi, l'attenzione va su di te e se tu sei fragile possono schiacciarti, ma se i tuoi "fatti" sono più forti di tutto, anche più forti di te, a loro spetterà il compito di smentire i tuoi accusatori.
"Il governo avrebbe saputo come rigirare le cose, tutti avrebbero parlato di me e non dell'NSA. Fa male. Ci sono moltissime persone, soprattutto nel mio Paese, che non hanno idea di ciò che è vero su di me. Abbiamo pochi momenti di respiro nella nostra vita e possiamo usarli per difendere la nostra reputazione o per focalizzarci sull'unica cosa che possiamo fare, cioè il nostro lavoro. La cosa più difficile, e che mi fa provare molta empatia nei tuoi riguardi, è stata stare semplicemente zitti, ma stare zitti con un obiettivo preciso, perché quando decidi di parlare, lo fai per dire qualcosa di importante".
 
L'Europa ha perso un'occasione unica rifiutando l'asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel dare sicurezza ai cittadini. Se PaypalFacebookAppleMicrosoft nascono negli Usa, è anche perché l'Europa non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme, ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio dentro un perimetro di libertà. "Ho percorso i corridoi più oscuri del governo e ho scoperto che è la luce che temono", ho letto questa frase di Snowden in un'intervista rilasciata a Glenn Greenwald e me ne sono ricordato mentre lo guardavo negli occhi sul grande monitor che avevo davanti.
 
"Siamo vicini di età e, considerata la nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da un punto di vista storico, l'esilio è una cosa terribile. Nella letteratura italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto..."

Vero... Ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo libro lo è. Hai un viso sereno e non sembra avvelenato da quello che stai subendo.
"Sai, l'oppressione politica ha strumenti che iniziano a non funzionare più. L'esilio non riesce a fermare più una conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare, ci sono molti fattori che ci danno fastidio. In verità sono più felice ora di quando sono uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio. Non so cosa accadrà in futuro, se sarà positivo o negativo, ma non ne ho il controllo. E poi pensiamo alla questione rimpianto: se avessi potuto, avresti agito diversamente? No, certo".

Ti sei mai pentito?
"Mai. Anzi mi sono pentito solo di una cosa".

Quale?
"La cosa che rimpiango è non essermi fatto avanti prima. Rimpiango ogni anno che ho impiegato a decidere in cosa credessi, per rendermi conto di ciò che succedeva e decidere di fare qualcosa. Spesso mi chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi fatto avanti prima. Recentemente mi hanno chiesto se mi piacerebbe tornare al tempo della mia vita sul Web, quando potevo cambiare continuamente nome. E chiedo a te la stessa cosa. Non sarebbe bello se un giorno potessi avere un altro nome, o vivere in Danimarca?".

Sarebbe bello... Sì.
"Ma più passa il tempo e vivo così, più mi sento a mio agio nel trovarmi a disagio. È una sorta di dote, allenarsi a trovarsi nella propria pelle. È una di quelle situazioni eccezionali in cui impari molto. Una cosa che vorrei ridurre è l'impatto sulla famiglia e gli amici".

La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi familiari?
"Sai, io sono minacciato da una parte che impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere altre conseguenze se non quella di essere preoccupata per me e le difficoltà che tutti affrontano quando in casa hai qualcuno che è diventato famoso, o per meglio dire, famigerato. La mia famiglia capisce perché ho fatto quello che ho fatto. Non so se provano quello che provo io, non parlo per loro, ma abbiamo ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione".

Vorresti tornare negli Usa?
"Sì, vorrei tornare negli Usa e vorrei che mi fosse concesso un giusto processo e essere giudicato secondo la legge. L'Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato ndr) in realtà non era stato creato per fermare le spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state mosse crolleranno sempre di più. Gli agenti dell'NSA ora dicono che avrebbero dovuto loro stessi rivelare quello che ho rivelato io e che il programma che avevo denunciato lo stanno eliminando".

Davvero pensi di poter un giorno tornare in Usa dopo tutto quello che è successo?
"So solo che quando il mio Paese avrà bisogno di me, io ci sarò".

Dopo la pubblicazione di questo libro aumenteranno i guai...
"Non ho fatto quel che ho fatto per avere amici. L'ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L'unica su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay".
 
Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui continua...
"Non so chi vivrà più a lungo tra noi due..."

E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo schermo. Lui sorride e aggiunge: "Sapevo che avrei sempre lavorato con i computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer".
Click.

 

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