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mercoledì 2 settembre 2026
mercoledì 18 marzo 2026
A chi appartengono le idee? - Irene Frau
Intervista a Kenobit su Assalto alle piattaforme.
In un tempo non molto lontano, Internet era uno spazio libero. Quando il
World Wide Web è stato inventato in seno al CERN (Conseil Européen pour la
Recherche Nucléaire), il suo scopo era quello di agevolare la cooperazione
e la condivisione di conoscenze nell’ambito della ricerca scientifica mondiale.
Lo slogan che completava il logo racchiudeva esattamente l’intenzione con la
quale era stata architettata, per la prima volta, una rete tecnologica su scala
globale per lo scambio di informazioni. Recitava “Let’s share what we know”.
Pochi anni dopo la sua invenzione, nel 1993, il codice sorgente del WWW è stato
reso di pubblico dominio dall’organizzazione europea e dal suo ideatore, Tim Berners-Lee, che scelse di
non depositare il brevetto in totale aderenza con i valori della rete appena
nata. Molto probabilmente, proprio la decisione di lasciare aperto l’accesso al
codice provocò la rapida diffusione del suo utilizzo da parte di utenti comuni
e non solo di informatici, tecnici e ricercatori.
Per certi versi, durante questa sorta di fase pionieristica della rete, si
era dato avvio a una certa forma di anarchia: Internet era un luogo dove tutte
e tutti avevano lo stesso peso. Chi lo abitava non doveva rispondere ad alcun
tipo di gerarchia e qualsiasi sito web si costituiva come realtà indipendente,
autonoma e autogestita. Non solo: da Internet “aperto” era molto più semplice
uscire, rispetto al mondo digitale di oggi, dominato dai monopoli tecnocratici
delle Big Tech. Ne è un esempio lapalissiano l’obiettivo primario dei social
media mainstream: tenere i propri utenti dentro le piattaforme con qualsiasi
arma di seduzione e di manipolazione.
Negli anni Novanta Internet era composto da una moltitudine di comunità, e
quindi di gruppi di persone che spesso dalle chatroom e dai
forum si muovevano verso il mondo fisico, radunandosi in incontri tra
appassionati degli stessi interessi. In questo humus erano presenti anche i
movimenti antagonisti, i collettivi della controcultura e dei centri sociali
autogestiti. Dentro e fuori dal mondo virtuale si avviavano progetti di respiro
internazionale, come l’ECN (European Counter-information Network), nato
per avvicinare i movimenti antagonisti europei e per fare controinformazione, e
che a Milano aprì il suo primo nodo al Leoncavallo, poco dopo il primo sgombero
del 1989 dal quartiere di Casoretto. Gli spazi occupati e autogestiti erano
l’habitat dove insediare gli hacklab, promotori dell’accesso libero
e gratuito alla tecnologia, ai computer, ai software e alle banche dati. Erano
i luoghi dove per la prima volta si parlava di hackmeeting, di
incontri nel mondo fisico fra hacktivisti per la libertà digitale e anche
fautori di netstrike e cybersquatting. Il
primo hackmeeting in Italia avvenne nel 1998 a Firenze,
proposto dal collettivo Strano Network. L’esperienza di quel decennio ad alta
intensità rivoluzionaria è restituita dal collettivo Autistici/Inventati (A/I),
uno dei gruppi di hacktivisti di quel tempo, in una
pubblicazione del 2012 per Agenzia X. Di recente, la stessa casa editrice
indipendente ha pubblicato Assalto
alle piattaforme. Riprendiamoci Internet (2026) di
Fabio Bortolotti, in arte Kenobit, hacktivista per la libertà
digitale ed esponente della scena chiptune italiana col suo
strumento d’elezione: il game boy. È anche cofondatore dell’istanza italiana
Livello Segreto, uno dei server indipendenti di Mastodon, social network open
source e decentralizzato.
In Assalto alle piattaforme, prim’ancora di mostrare le
alternative ai social mainstream e agli strumenti digitali di colossi come
Google, Kenobit ripercorre brevemente la storia di Internet, rendendo
accessibile il saggio e le sue argomentazioni anche a chi non ha familiarità
con la tecnologia. In quel capitolo, c’è un passaggio cruciale. Racconta di
come l’intersezione fra mondo fisico e mondo digitale si stesse palesando per
la prima volta in modo evidente negli anni Novanta e di come, poco dopo, con
l’avvento di MySpace, il primo grande social network lanciato nel 2003, si
stesse per assistere al primo tassello di un “grande processo di
centralizzazione della rete libera”.
Niente meno che Rupert Murdoch acquisisce
MySpace nel 2005 e nel 2006 firma un contratto da 900 milioni di dollari con
Google, già diventato monopolista dei motori di ricerca. Lo scopo era usare i
dati raccolti dalla piattaforma social per posizionare annunci pubblicitari
mirati. I profili iniziarono a essere infestati da banner, ma solamente nel
2009 Facebook scalzerà via il primo social della storia con la promessa che gli
utenti e le utenti avrebbero potuto finalmente connettersi fra loro senza la
fastidiosa interruzione di inserzioni pubblicitarie. Era l’alba di un’era che
avrebbe portato ai Big Data e alle loro conseguenze anche politiche, come il
caso di Cambridge Analytica che smascherò la correlazione fra la cessione dei
dati raccolti da Meta e la propaganda a favore di Donald Trump nelle elezioni
del 2016, ma anche nella Brexit. Una cesura della storia recente nella quale
andare in profondità insieme all’autore di Assalto alle piattaforme.
Prima di parlare del tuo libro, mi interessa capire come ti sei avvicinato
all’hacktivism e cosa significa esserlo nell’era degli
influattivisti e non degli hacklab nei centri sociali autogestiti.
Per me i centri sociali hanno rappresentato qualcosa di molto importante
dal punto di vista formativo perché da ragazzino mi interessava la musica. Nei
primi centri sociali ci sono andato ben prima di compiere diciott’anni. Non
sapevo niente di politica, né di battaglie o di temi. Mi interessavano la
musica punk e lo skate. Ricordo che a Pergola (un centro sociale autogestito a
Milano, ndr) c’erano dei piccoli half-pipe. Sono stato attirato dai
centri sociali per delle questioni all’apparenza non politiche, per quanto lo
fossero. Avevo trovato un ambiente affine a quello che cercavo. Frequentando
questi spazi, mi sono imbattuto in una cosa meravigliosa: le scritte sui muri,
i manifesti, gli adesivi. Ho scoperto una marea di tematiche e battaglie. Ho
scoperto, prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese. Sono entrato in
contatto con le istanze del femminismo, della liberazione animale, del Rojava,
del Kurdistan.
Fra queste lotte, ce ne fu una che piantò in me un seme importantissimo.
Ricordo un incontro organizzato dal Leoncavallo, dove si parlava di creative
commons, ossia di quella dimensione alternativa al copyright: il cosiddetto
copyleft. Sono licenze che ti permettono di tutelare la tua autorialità senza
barricarla dentro il copyright e il diritto d’autore. Quell’incontro per me è
stato fondamentale. Io ero già interessato all’informatica e da lì sono
arrivato al software libero, che altro non è che lo stesso discorso dei
creative commons applicato alle licenze del software. Nel mondo del software
libero ho incontrato dei discorsi che negli anni mi sono maturati dentro: la
privacy, la sorveglianza digitale, le alternative ai problemi del software
proprietario.
Tutti temi che hanno guidato i miei interessi nel corso del tempo, fino
agli ultimi dieci anni nei quali, non più ragazzino, ho sentito l’esigenza di
occuparmi più attivamente di questi temi e ho cominciato a seguire dei progetti
musicali e culturali. Ho iniziato a frequentare più assiduamente i giri
del hackmeeting, tutte realtà che esistono da molto prima di me e
alle quali devo tantissimo. Ho iniziato a leggere di più sul tema: lavori di
gruppi di ricerca come Ippolita e Circe. La cosa bella è che nel momento in cui
ho maturato consapevolezza e voglia di agire ho potuto contare da un lato sul
bagaglio che mi ero fatto io e dall’altro su un grandissimo lavoro fatto da
tantissime persone nel mondo. È come se avessi trovato una faretra piena di
frecce da scagliare.
A proposito di diritto d’autore e copyright, ho letto un’esortazione in una sorta di manifesto pubblicato nel 1988 sull’ottavo numero della fanzine milanese Amen intitolato L’era della comunicazione negativa. Diceva: “Saccheggiate ogni prodotto. Gli artisti non esistono, i loro diritti tanto meno.” Oggi che esistono realtà come Redacta e che le lavoratrici e i lavoratori dell’arte e della cultura in Italia vivono nel precariato con salari da fame, come suona questa frase? A chi appartengono le idee?
Un manifesto su una fanzine aveva tutto il diritto di arrivare a gamba tesa
con delle affermazioni, magari discutibili, ma che provocano il pensiero. Trovo
senza dubbio fertile l’invito al brigantaggio artistico, ma sono estremamente
contrario all’affermazione che l’artista non esista e che non abbia diritti,
perché è un’argomentazione che nel 1988 poteva essere una provocazione
interessante per mettere in discussione il copyright: oggi rischierebbe di fare
un assist ai peggiori malintenzionati che stanno cercando di mettere il
cappello sul pubblico dominio. Io penso che il diritto d’autore non sia la via.
Sono un artista e riesco a viverci, ma non è di certo il diritto d’autore a
mantenermi economicamente.
Sono convinto che qualunque persona si muova nell’arte e nella
comunicazione tragga un grande vantaggio dalla proliferazione dell’arte, e
quindi dalla proliferazione anche delle proprie opere. Se copi la mia opera, le
dai risonanza. E questo è il motivo per cui io credo molto nelle licenze
copyleft. Io rivendico il diritto della paternità delle cose che ho fatto. Non
è una questione di ego, ma di indicizzazione. È una questione pratica per
sapere dove si sono sviluppati alcuni discorsi e in quali ambiti. Credo che
mettere dei recinti intorno alle cose che facciamo non sia il modo più efficace
perché si diffondano e in questo momento abbiamo bisogno di diffondere le
nostre idee.
Detto questo, siamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa, di
grandi aziende private come OpenAI, che hanno saccheggiato il lavoro di artiste
e artisti in tutto il mondo; l’hanno messo dentro il loro recinto, ci hanno
tirato fuori un prodotto dal quale ricavano profitto. Un prodotto che va
maledettamente in concorrenza diretta con le artiste e gli artisti che hanno
saccheggiato. Tra gli apologeti dell’intelligenza artificiale, c’è una posizione
che io trovo irricevibile, ovvero che l’artista sia semplicemente una
manifestazione della volontà e del sapere collettivo e che quindi siamo tutte
autori e autrici di tutto. Questo discorso, anche dal punto di vista
filosofico, è fallace, ma oggi è triplamente problematico in quest’epoca di IA
e di grande saccheggio dello scibile umano al fine di creare servizi privati a
pagamento. Sono convinto che sia necessario ripensare al copyright, perché
nella sua forma attuale è estremamente inadeguato al presente. In realtà la
forma odierna del copyright è nata un secolo prima di Internet. Quindi è
superata. Ma soprattutto, abbiamo bisogno che le nostre idee si diffondano come
fiamme e questo non succederà se le mettiamo dentro a dei recinti.
Per arrivare al tuo libro, possiamo dire che tutto quello che hai imparato
finora lo hai fatto convogliare su Assalto alle piattaforme. In un
certo senso, il tuo impegno da hacktivista è assimilabile a
quello che fai quando promuovi l’utilizzo di alternative non mainstream come
il Fediverso?
Partiamo dal fatto che, sebbene le definizioni lascino sempre il tempo che
trovano, a me non dispiace il termine hacktivista. Per spiegare che
cosa comporti per me essere hacktivista, uso spesso una metafora mutuata dal
mondo di Dungeons & Dragons. Nella versione più antica del gioco di ruolo
c’era il party, il gruppo di avventurieri che si avventurava nel dungeon.
C’erano il mago, il guerriero, il bardo, ecc. Faccio questo esempio perché
penso che le battaglie dell’attivismo e dell’hacktivismo non possano essere
individuali: nessuna e nessuno può affrontarle singolarmente, anzi. Penso che
sia fondamentale mettere da parte i personalismi, altrimenti si rischia di
arrivare a quelle tremende storture dell’attivismo performativo. Per questo a
me piace l’immagine del party, del gruppo, perché in ogni battaglia ci sono
molti ruoli e, affinché queste battaglie vengano vinte, devono esserci tutti.
Immaginiamo che il capitalismo digitale sia letteralmente un dungeon, con
in fondo un drago sdraiato sulla sua distesa di monete d’oro sottratte alla
povera gente dei villaggi circostanti. Nella battaglia per la libertà digitale
servono i maghi e le maghe, coloro che conoscono la lingua arcana, i lati più
tecnici e difficili della dimensione tecnologica, che scrivono i codici e i
programmi. Perché dietro al software libero c’è un enorme grimorio di saperi.
Da un lato ci vogliono i maghi, con grandi competenze tecniche. Poi ci vogliono
i guerrieri, ovvero il popolo che, con le protezioni fornite dai maghi,
brandisce gli strumenti e parte all’assalto. E poi c’è il bardo. Io mi
identifico con il ruolo del bardo, nel senso che non ho le competenze tecniche
dei maghi, ma credo che il mio contributo sia quello di comunicare. Quello che
ho cercato di fare anche con Assalto alle piattaforme è
cantare le gesta dei maghi per poi partire all’assalto tutte e tutti insieme.
Ci tengo molto a questa visione del party, del gruppo per due motivi. Il primo
è che mi piace il concetto di gruppo a livello ideologico. Il secondo è che mi
diverte anche a livello di assonanza, perché risuona con “free party” e per me
la lotta deve essere festosa. Ne sono ancora più convinto, dopo la lettura
di Pleasure Activism (2019) di Adrienne
Maree Brown.
Nel primo capitolo del tuo libro metti subito in chiaro la relazione fra mondo reale e mondo virtuale. Citi l’ultima pubblicazione del collettivo Ippolita, Hacking del sé. Disertare il capitalismo del controllo (2024), in riferimento al concetto di simulacro nell’opera di Philip Dick e al suo immaginario. L’androide è sia il simulacro dell’essere umano, sia della realtà condivisa: soggetto e oggetto si confondono, così come realtà e allucinazione. Mi viene in mente ciò che Hannah Arendt sosteneva in merito al fatto che il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto, ma la persona per la quale non c’è più differenza fra realtà e finzione. Oggi siamo immersi in una tecnocrazia dal potere subdolo, capace di capitalizzare l’immaginario e di impedire la visione di orizzonti alternativi. Non solo: mondo reale e mondo virtuale sono perfettamente complementari, nell’accezione più spaventosa. Verrebbe da chiedersi se la colonizzazione del mondo digitale da parte di pochi miliardari (privilegiati, potenti ben prima di divenire imprenditori in questo settore) abbia incrinato gravosamente i sistemi democratici. A tal proposito, in una nota riporti una dichiarazione di Peter Thiel, cofondatore di PayPal: “Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili”. Significa che per i padroni del mondo, la libertà non è un diritto umano universale, fondamentale e inviolabile, ma un privilegio di pochi?
Per me Peter Thiel è il più inquietante della sua categoria. In questo
periodo sono uscite le conversazioni dei famosi files di Epstein. Il fatto che
tramite il controllo delle tecnologie e dei social media sia possibile
influenzare l’andamento politico del mondo ormai non è più una teoria. Non che
ci fosse bisogno di conferme ulteriori, ma ora ne abbiamo davvero la prova. In
questo contesto, secondo me dovremmo dare spazio ai nostri sentimenti e alle
nostre emozioni. Io dico sempre che per essere miliardari bisogna essere
psicopatici, nella definizione clinica del termine. Non c’è modo di guadagnare
così tanto, non c’è modo di accumulare così tanta ricchezza, in mondo come il
nostro, senza sfruttare le persone.
Ultimamente, i discorsi che ho sentito fare a Elon Musk, a Peter
Thiel, a Mark Zuckerberg e a Sam
Altman, ex presidente di OpenAI, sono dei discorsi completamente fuori
dall’umanità. E questo mi dà speranza perché sono convinto che la non umanità
di certi meccanismi sia sempre più evidente anche alle persone non coinvolte
attivamente nella politica. È un vantaggio rispetto a quando questo
tecno-ottimismo ci sembrava ragionevole, perché prima veniva venduto molto
meglio. Vent’anni fa pensavamo ancora che la tecnologia avrebbe sicuramente
migliorato le nostre vite. In realtà, la tecnologia ha ancora il potere di
migliorare le nostre vite, ma il problema è dato dal fatto che, invece di
essere di proprietà e al servizio delle masse, la tecnologia è diventata sempre
più privatizzata e utilizzata per estrarre valore alle masse.
Per te siamo in una situazione vantaggiosa? Nel tuo libro sostieni
che “il disagio digitale serpeggia fra di noi” e non solo fra antagonisti
e attivisti. Come fai a essere così positivo?
Non posso portare dati o numeri concreti. Porto un mio dato aneddotico. Mi
occupo di questi temi da tempo e da ben prima di pubblicare Assalto
alle piattaforme. Quando ne parlavo cercando di problematizzarli mi scontravo
con un muro di gomma: venivano recepiti come discorsi idealisti. Mi dicevano
“il mondo funziona così, devi prenderne atto e basta; io sono comodo qua dentro
alle piattaforme, ai social. Sei troppo rigido”. Invece, negli ultimi anni, ho
notato un cambiamento nelle reazioni di chi mi ascolta. Non dico che il
risveglio delle coscienze sia merito mio: il mio è un pixel di lavoro in mezzo
a migliaia e migliaia di altri pixel che compongono l’immagine.
In questo contesto, vorrei citare la resistenza palestinese, che ci ha
insegnato tantissimo. Secondo me, uno dei contributi enormi che ha dato è stato
mettere a nudo alcuni dei meccanismi e dei legami tra tecnologia, piattaforme e
il capitalismo. Ecco perché io vedo un risveglio delle coscienze. Perché andando
a parlare in giro di questi temi adesso trovo molle cariche di energia
potenziale che non vedono l’ora di attivarsi. Se fino a un po’ di tempo fa si
diceva che nel mondo digitalizzato “non si sta benissimo, ma non si sta davvero
male”, perché siamo nel migliore dei mondi possibili, adesso invece c’è tanta
consapevolezza di come questi meccanismi siano problematici.
Chiaramente, possiamo trovare anche migliaia di persone alle quali non
importa niente, ma ci sono studi che dicono che i grandi cambiamenti partono
quando una piccola percentuale – se sono sbaglio si parla di un 3% della
popolazione – sviluppa una nuova consapevolezza. Io vedo che quella
consapevolezza sta crescendo anche e soprattutto fuori dalla bolla di chi ha le
competenze tecnologiche. Chi si occupa di questi temi da vicino da anni ha
messo più facilmente a fuoco quali erano le storture di Meta, di TikTok, di
Amazon, di Windows, di Microsoft, di OpenAI, ecc. Quella bolla era, per forza
di cose, una minoranza. Non possiamo aspettarci la rivoluzione sperando che la
faccia quella persona su mille che sa programmare in C++. Invece oggi questa
consapevolezza si sta diffondendo tra la gente comune. Tornando alla metafora
di Dungeons & Dragons, questa presa di coscienza non si sta propagando tra i
maghi, ma tra gli abitanti del villaggio razziato dal drago.
Leggendo Assalto alle piattaforme, riflettevo sul fatto che la
fine del movimento no-global, il G8 di Genova e l’ascesa dei colossi del
digitale coincidono cronologicamente nei primi anni Duemila, quando abbiamo
cominciato a cedere i nostri dati (ovvero i tasselli della nostra identità) per
ottenere in cambio delle comodità. Secondo te è un caso oppure no che le piazze
fisiche e Internet della controinformazione si siano svuotati? C’è una correlazione?
Assolutamente sì. Ovviamente, non nel fatto che il G8 di Genova abbia
portato all’ascesa di Facebook. Non c’è una causalità. Però esiste una
correlazione fra cosa è cambiato su Internet e cosa è cambiato nel mondo
fisico. Penso che ci sia una linea di causalità tra l’oppressione della
componente libertaria e indipendente di Internet e il fatto che ci siamo
trovate e trovati con uno strumento in meno, finito nelle mani di chi detiene
il potere e che i movimenti nel 2001 cercavano di contrastare. Il caso di
Cambridge Analytica è la dimostrazione di come con grandi capitali sia
possibile comprare lo strumento Internet per esercitare un effetto sul mondo
estremamente radicale, come nella Brexit e nell’elezione di Trump nel 2016. Gli ultimi grandi
stravolgimenti dell’Occidente hanno origine da Meta.
È l’ennesima dimostrazione che il digitale non è una dimensione a parte, ma
è un aspetto ben definito e causale del reale. Se abbiamo così tanta
documentazione preziosa sul G8 di Genova, se abbiamo così tanta documentazione
al di là di quella ufficiale diffusa dalla questura, come testimonianze e
dossier di chi era quei giorni a Genova, è grazie a una realtà grandiosa di
quegli anni che era Indymedia, nata dal movimento no-global e dalle proteste a
Seattle contro il WTO (World Trade Organization). Il motto di Indymedia
era “Non odiare i media, diventa i media”. Si trattava di una sorta di TV fatta
per diffondere informazioni dal basso. Un sito dove chiunque poteva farsi
reporter, proprio negli anni antecedenti allo scoppio di Internet. Premetto che
io tendo a collocare l’esplosione definitiva di Internet, quella che sancisce
l’inizio di un’epoca in cui ci troviamo ancora, con la diffusione degli
smartphone. Con gli smartphone tutti sono entrati su Internet: hanno aperto le
porte alla vita online anche a chi, fino a quel momento, non l’aveva
frequentata.
Indymedia nasce proprio in quel momento, quando l’esplosione di Internet
stava avvenendo. Una diffusione che “ha fatto anche cose buone”, come la
raccolta e la pubblicazione della documentazione che abbiamo ancora oggi sul G8
di Genova. Potevamo osservare ciò che accadeva nel mondo da due prospettive
parallele: c’era un Internet plurale, libero, decentralizzato, dove fiorivano
grandi progetti no profit e autorganizzati, esattamente come Indymedia;
dall’altro, nel mondo fisico, c’erano dei grandi movimenti, che non nascevano
solo su Internet, ma che in Internet trovavano uno strumento prezioso per
coordinarsi e comunicare. Poco tempo dopo, prima con l’avvento di MySpace e
poi, definitivamente, con l’arrivo di Facebook, questa pluralità di Internet è
venuta meno. Se prima del 2001 esistevano tantissimi siti, ognuno con la sua
indipendenza, di fatto negli ultimi anni possiamo dire di avere cinque siti
(Facebook, Instagram, YouTube, X, TikTok) dove vengono ricondivisi sempre gli
stessi contenuti.
La grande differenza è che queste piattaforme non nascono decentralizzate:
non nascono con l’obiettivo di farci interagire, di organizzarci, di farci
comunicare e socializzare davvero, anche fuori dalle app. A prescindere da tutte
le premure etiche, sono piattaforme ottimizzate per far aumentare i profitti di
chi le possiede, attraverso le pubblicità che ci raggiungono e i dati che
cediamo. Il parallelo che vedo è che prima avevamo un Internet estremamente
plurale, un potenziale amplificatore di tutto quello che avveniva nel mondo
fisico, come una vera e propria piazza dove incontrarsi. Ora è diventato un
grande centro commerciale. Se ci troviamo in piazza è più facile parlare di
cambiamento e di rivoluzione. Se ci troviamo al centro commerciale è più
difficile che accada. Per questo credo che la lotta alla libertà digitale sia
cruciale in questo momento. Perché qualunque sia il futuro delle battaglie,
qualunque sia la direzione che le vogliamo darle, Internet ce lo dobbiamo riprendere.
Un tema ricorrente nelle cosiddette bolle dei gruppi antagonisti e di
persone che si occupano di politica attiva è quello dell’utilizzo delle
piattaforme social mainstream per fare controinformazione, dal momento che
andrebbero boicottate e che il medium è il messaggio, ovvero che gli argini
entro i quali muoversi non sono aderenti ai valori che sorreggono determinate
istanze. Un esempio fra tutti è quella sorta di linguaggio in codice che
prevede l’uso di specifiche emoji o di numeri al posto delle lettere per
evitare di essere puniti dall’algoritmo, finendo in shadow ban o
persino vedendo il proprio account cancellato per sempre. Penso al profilo
TikTok della giornalista palestinese Bisan Owda. Tu sei fra quelli che non
credono all’efficacia di questo tipo di linguaggio. Puoi spiegare meglio
perché? Per esempio, credi che le manifestazioni a sostegno della Global Sumud
Flotilla di fine 2025 si siano sgonfiate troppo precocemente, nonostante la
tregua non sia stata mai rispettata, anche a causa di questa vacuità del
linguaggio social? Che senso ha fare controinformazione sui social mainstream?
È una questione che mi sta particolarmente a cuore. Faccio un esempio che
riporto anche sul libro, quando parlo di TikTok. Molte persone, giustamente, mi
dicono che tramite quella piattaforma si sono informate sulla Palestina, che
per la generazione Z è stato un veicolo importante di informazione sulla
questione. Sono estremamente grato a chi ha fatto quel lavoro molto bene,
amplificando la consapevolezza sulla causa. Personalmente non credo che ora la
strategia migliore sia abbandonare del tutto le grandi piattaforme commerciali.
In futuro auspico di farlo definitivamente, ma ora è meglio fare ragionamenti
strategici.
Da un lato le piattaforme sono luoghi in cui non possiamo esprimerci come
vogliamo e dobbiamo autocensurarci, aggirando possibili limitazioni; dall’altro
snaturano il nostro messaggio e la sua efficacia. In realtà il problema è
ancora più grande e ben rappresentato dal fatto che la “tregua” mendace sulla
Striscia di Gaza non c’è mai stata, il cessate il fuoco non è mai stato
rispettato, eppure tutta quella grande emozione di massa si è sgonfiata, senza
che la situazione a Gaza migliorasse affatto. I bombardamenti sono continuati,
le vittime continuano ad aumentare, le condizioni in cui sono costrette a
sopravvivere le persone sono sempre più disumane. Eppure tutto quel buzz e
quella elettricità che abbiamo visto anche sui grandi social a fine settembre
sono spariti. Questo si deve a un fenomeno ben preciso. Ossia che tutto quello
che mettiamo nelle piattaforme è content e il content è
di per sé effimero. È come se fosse l’allestimento della vetrina.
Noi siamo gli allestitori delle vetrine che noi stesse e noi stessi
guardiamo. La vetrina dev’essere costantemente allestita e rinnovata. Perciò
il content ha una data di scadenza brevissima e tende a
muoversi seguendo le wave, le mode, i trend. Questo purtroppo è
quello che è successo anche con un fenomeno estremamente bello e positivo come
le grandi mobilitazioni per la Palestina. La nostra battaglia è diventata content,
ne ha tratto qualche beneficio, ma poi si è scontrata contro l’enorme limite
del content e ad oggi il tema è quasi sparito. Per questo nel
mio libro scrivo che ben vengano le battaglie di consapevolezza anche sulle
grandi piattaforme, ma non possiamo farle solo lì. È necessario tornare a
investire nel mondo fisico e in alternative digitali come il Fediverso perché
abbiamo visto che anche un risultato straordinario come organizzare grandi mobilitazioni
internazionali può infrangersi contro la natura effimera del content.
A proposito di content, in Assalto alle piattaforme parli
del fatto che nell’era del Web 2.0 ogni mestiere, ogni professione e ogni forma
d’arte è livellata dalla macina digitale e ridotta a un unico ruolo: quello
del content creator. Perfino i semplici utenti lo sono. In un mondo
senza più classi sociali ben definite, ma fluide, l’unica coscienza di classe
che potrebbe innescare l’insurrezione contro l’oppressore è quella di una
coscienza di classe 2.0 da content creator?
È un tema difficile. Chi trova la quadra sulla coscienza di classe farà la
prossima rivoluzione. Bisognerebbe partire da cos’è la classe oggi.
Giustamente Marx distingueva tra chi detiene i
mezzi di produzione e chi non li detiene. Ovviamente, tutta la storia della
coscienza di classe si è evoluta nel Novecento, quando ai suoi albori il
soggetto rivoluzionario si identificava con l’operaio, perché in grado di agire
sul reale in un modo capace di modificarlo. Da lì in poi, si sono riempite
pagine e pagine su che cosa volesse dire coscienza di classe e soggetto
rivoluzionario. Nel frattempo il mondo è cambiato così tanto che oggi siamo
molto confuse e confusi.
Abbiamo smarrito il senso della lotta di classe e una delle ragioni è la
progressiva demolizione del concetto stesso di coscienza di classe. Sono
cambiati i mezzi di produzione: oggi non ci sono più solamente le fabbriche. A
questo si somma il fatto che i social non funzionano davvero come network,
perché sono più simili alla TV, che ci fa restare a casa. Perciò, io non credo
che i prossimi soggetti rivoluzionari saranno i content creator, né
credo che la prossima rivoluzione dipenda dallo sviluppo della loro coscienza
di classe. Penso che sarà necessario anche il loro risveglio, nell’ottica della
promozione di un modo di stare su Internet non su piattaforme commerciali ma su
realtà autogestite e autonome. Da quelle basi lo strumento digitale sarà uno
strumento potentissimo per rivendicare una coscienza di classe su scala più
ampia, qualunque cosa decideremo sia la classe.
Credo che sia necessaria una rivendicazione e un modo diverso di vivere la
dimensione digitale che ci faccia realizzare, come scrivevo nel libro, che
siamo tutte e tutti sulla stessa barca. Sulla piattaforma c’è chi detiene i
mezzi di produzione e chi non li detiene. Più prendiamo consapevolezza sul
funzionamento di queste piattaforme, più emerge come la struttura stessa di
queste piattaforme sia fatta per atomizzare qualsiasi vagito di coscienza di
classe e che quindi sia necessario fare un passo laterale verso le alternative,
iniziando a vivere diversamente le nostre vite digitali. Esattamente come se
smettessimo di andare tutti sabato pomeriggio al centro commerciale e
iniziassimo a passare tutti sabato pomeriggio insieme ai collettivi in un
centro sociale. Semplicemente, la tua coscienza risponde con due risultati
diversi.
venerdì 30 maggio 2025
La speculazione eolica e fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco
«Le rinnovabili? Una bolla speculativa che arricchisce pochi e devasta
l’ambiente: energia più cara per cittadini e imprese»
(intervista a Maria
Giovanna Bosco di Paolo Paolini)
Maria Giovanna Bosco e lo studio sul “caso Sardegna”
pubblicato da Il Mulino: il settore privato ha infiltrato quello pubblico
ottenendo miliardi per un settore che economicamente non si regge
«È un tipico
fenomeno che si osserva nelle relazioni tra economia e politica: si chiama
“cattura regolatoria”, branca della political economy, che studia
il sistema usato dal privato – in certe condizioni – per influire sulla sfera
pubblica orientando la legislazione a favore del proprio settore. Nel caso
delle energie rinnovabili, gli effetti sono i contributi massicci erogati dallo
Stato per i progetti di pale eoliche e pannelli fotovoltaici con i quali si
vorrebbero foderare campagne, colline, le pendici del Limbara, perfino spicchi
di mare davanti alle coste di Gallura, Riviera del corallo, Sulcis e
Cagliaritano. Iniziative che sacrificano l’ambiente, redistribuiscono il
reddito arricchendo solo chi le porta avanti, limitano le occasioni di sviluppo
per chi vive in quel territorio. Una certa narrazione ha coniato lo slogan
“rivoluzione green”, ma la realtà è che si scaricano i costi sulle spalle di
cittadini e imprese attraverso le bollette. Ecco perché il prezzo dell’energia
può solo aumentare, come già avviene».
Tempiese
cresciuta a Olbia, Maria Giovanna Bosco vive a Milano e fa ricerca
all’università di Ancona, dopo aver insegnato Macroeconomia, Economia
internazionale ed Europea ed Economia del lavoro alla Bocconi, nell’ateneo
Milano-Bicocca, al Politecnico di Milano, alle università di Modena e
Reggio-Emilia, alla Marshall school of finance (University of Southern California,
Los Angeles). Su L’Industria, la rivista edita da Il Mulino, ha pubblicato una
dettagliata analisi sul “Caso Sardegna” che sarà illustrata a fine giugno a
Oslo: «L’idea di impegnarmi nello studio sulla transizione energetica nasce da
diverse ragioni. Primo: mi occupo di transizione ecologica all’università
Politecnica delle Marche. Motivo numero due: ho un’attenzione personale per
quanto sta accadendo in Sardegna, dove si vorrebbe produrre un settimo dei
gigawatt previsti dai progetti presentati in tutta Italia: 52,88 contro 354.35.
È chiaro che qualcosa non torna». A Olbia per il fine settimana, accetta di
parlare a una condizione: «Ciò che ho scritto riguarda me e non può essere
attribuito in alcun modo all’ateneo nel quale lavoro attualmente».
Cos’ha scoperto?
«Sono
partita dagli elementi narrativi – proteste dei comitati di cittadini, articoli
sui giornali – per cercare i fatti che indicano l’infiltrazione del mondo
dell’industria nella politica, al punto che il processo decisionale e politico
è stato asservito agli interessi di soggetti privati ben definiti. A far da
cornice le norme che agevolano gli espropri, il tentativo di silenziare i
movimenti di opposizione per conquistare il pubblico con una narrativa ad hoc.
C’è una dinamica industriale che include aiuti di Stato nonostante il generale
divieto europeo: investire in sanità no, perché c’è il vincolo di bilancio, che
invece cade per le rinnovabili. Il risultato è che il soggetto pubblico ha
finito per portare avanti le esigenze dei privati spacciandole per interesse
generale. Non solo: c’è l’evidenza scientifica che l’obiettivo di ridurre
l’emissione della CO2 è una chimera, perché a livello globale tutti tranne
l’Europa continuano a investire in fonti fossili. Il nostro sforzo per quanto
lecito, degno, moralmente accettabile, sarà inutile. Il mio compito si conclude
con la raccolta dei dati di fatto. Ovviamente può essere solo un magistrato a
individuare i potenziali reati, a capire se e quando è stato commesso un danno
ambientale, se c’è stato un interesse privato in atto pubblico, corruzione e
così via. So che è stato presentato anche un esposto a tutte le Procure della
Sardegna dal Comitato per l’Insularità».
Il libero
mercato non vale per gli impianti di rinnovabili?
«Già nel
2014 il professore di economia politica Ross McKitrick denunciava il problema
per l’Ontario, nel civilissimo Canada. Diceva: “Purtroppo l’idea di dover
decarbonizzare a tutti i costi ha indirizzato il sistema degli incentivi
economici quasi esclusivamente verso le rinnovabili che però dal punto di vista
economico sono fallimentari”. Perché ciò che richiedono per l’installazione e
quel che provocano in termini di danno ambientale è un’enormità rispetto a ciò
che producono. Non difendo le fonti fossili o il nucleare, ma nel confronto
sulla produttività non c’è paragone. Per questo motivo l’unico modo per rendere
sostenibili l’eolico e il fotovoltaico è che lo Stato intervenga foraggiando i
progetti, annullando la concorrenza e diventando il primo cliente per vent’anni
di attività, offrendo la garanzia di acquistare l’energia a un determinato
prezzo. Un’attività senza rischi per chi possiede le società che, di riflesso,
ha cancellato il libero mercato».
Corruzione?
«Comportamenti
criminali ci sono già stati e sono stati sanzionati, ne cito alcuni
nell’indagine, così come sono accertate le infiltrazioni mafiose».
«Le promesse
di agevolazioni in bolletta sono falsità. Un rapporto di Morgan Stanley di
marzo 2025 evidenzia che i prezzi in Europa sono cresciuti da due a quattro
volte più degli Stati Uniti, cinque-sette volte più di Cina e India».
Chi ha
deciso di indirizzare i progetti verso la Sardegna?
«Sicuramente
la scelta non è stata fatta dalle comunità locali. Nel 2021 l’Enel l’ha
individuata in alcuni comunicati come futuro hub energetico del Mediterraneo.
La digitalizzazione estrema verso la quale stiamo andando ha bisogno di una
quantità enorme di energia, mi chiedo: c’entra qualcosa il disegno sul futuro
della Sardegna? Di sicuro la mercificazione del sole e del vento rischia di
perpetuare un atteggiamento neocolonialista da parte delle istituzioni nei
confronti dell’Isola».
I rischi?
«Da un punto
di vista identitario, culturale e psicologico veder deturpato il paesaggio è
una forma di violenza che equivale a perdere una parte di se stessi: come se mi
guardassi allo specchio e non mi riconoscessi più. Da una prospettiva
economica, stravolgere l’ambiente farebbe diventare la Sardegna meno appetibile
e incepperebbe il turismo: chi mai vorrebbe andare in vacanza in un paradiso industriale
fatto di pale e pannelli fotovoltaici? Penso a Tempio, il gioiello del nord est
che rischia di essere snaturato sulla spinta dell’affitto dei terreni per
impianti che arricchiscono pochi e danneggiano tutti. Alcuni proprietari che ho
intervistato si stanno pentendo perché non è certa neppure la redditività:
quando finirà il ciclo di vita l’impianto sarà abbandonato e i costi di
smaltimento sono enormi. Come è accaduto a Nasca, sull’isola di San Pietro: le
pale sono lì da decenni anche se non funzionano».
Ha
analizzato la legge regionale sulle Aree idonee?
«La Regione
l’ha varata rifiutando di valutare la Pratobello, nata su iniziativa popolare e
sostenuta da centinaia di migliaia di firme. Si basava sulla prerogativa
assoluta in materia urbanistica. Ho intervistato un esponente della Giunta
regionale, mi ha detto: “Sarebbe stata impugnata dallo Stato per
incostituzionalità”. Di sicuro questa sorte è toccata alla Moratoria e alla
legge 45 sulle Aree idonee. Dunque, c’è stata incompetenza o malafede?».
Cos’è
l’ambientalismo industriale di cui scrive?
«Propone una
transizione che di verde ha solo l’aggettivo. È ancorato a norme che consentono
l’utilizzo di parchi, foreste e aree agricole per impianti di energia
fotovoltaica, eolica, termovalorizzazione dei rifiuti e, in generale, di
qualsiasi altra fonte energetica non fossile. Un tempo la legge era più
restrittiva, la realizzazione era limitata alle aree incolte o degradate del
territorio. Oggi se un agricoltore o un piccolo proprietario terriero non desidera
vendere o affittare i propri terreni sui quali deve nascere un parco eolico, le
norme prevedono l’esproprio. Ed è in questo passaggio che, per l’ambientalismo
industriale, risiede il significato della transizione ecologica: passare da un
modello economico territoriale ad alto contenuto occupazionale basato su
agricoltura di qualità, turismo e cultura, a un modello industriale
specializzato nella produzione di energie alternative, a basso contenuto
occupazionale e con rendimenti molto elevati. Va da sé che alla base ci sia un
ambientalismo fasullo che danneggia l’economia, non crea posti di lavoro,
impoverisce il territorio e cancella i paesaggi per cui siamo famosi nel mondo.
Si cita sempre la Danimarca, patria dell’eolico: vi risulta che qualcuno vada
fin lì per ammirare le pale?».
L’atteggiamento
delle associazioni ambientaliste?
«Tranne
Italia Nostra e alcuni piccoli movimenti, fingono di non vedere gli interessi
di chi fino al giorno prima produceva CO2 a tutto spiano e oggi si è
raffrescato l’immagine - tipo l’Erg a Saccargia - buttandosi nel business delle
energie rinnovabili».
Perché non è
stato individuato un tetto alla produzione?
«Può essere
stata una svista del legislatore, oppure un riflesso del dolo sottostante, cioè
l’aver creato volutamente una bolla speculativa simile a quella dei mutui
subprime che nel 2008 terremotò l’economia mondiale».
Cita aziende
che hanno costi operativi annuali di 28 mila euro e incassano incentivi per tre
milioni?
«Mi sono
limitata a raccogliere i dati di numerose aziende del settore: tutte hanno in
comune una sproporzione tra costi e soldi ricevuti dallo Stato».
La via
d’uscita?
«Basterebbe
coprire i capannoni industriali con i pannelli fotovoltaici: gli obiettivi
sarebbero raggiunti senza cementificare le vigne. Se poi si aggiungessero tutti
i tetti delle case sarebbe risolto il problema italiano, tenendo presente che
per “stabilizzare” il sistema energetico sarebbero comunque necessari anche i
combustibili fossili».
Geotermia?
«Il
potenziale sardo è molto elevato quanto inutilizzato, secondo solo a quello
della Toscana. Per la produzione di energia elettrica si potrebbe prelevare
acqua bollente in profondità per poi reimmetterla nel sottosuolo. In questo
modo si creerebbe un ciclo produttivo interamente rinnovabile. Non mi sembra
che qualcuno sia intenzionato a farlo».
La speculazione eolica e
fotovoltaica come colonialismo energetico - Maria Giovanna Bosco
L’alta Gallura, come altre zone in Sardegna, è soggetta ad un attacco di speculazione energetica da parti di imprese che mirano al lucro di breve periodo garantito anche dagli incentivi pubblici, in un’autentica fase di colonialismo che rischia di minare l’identità culturale ed economica del territorio.
In queste
settimane in Gallura, così come in altre zone della Sardegna, si dibatte su
progetti relativi all’installazione di una iperbolica quantità di pale eoliche
e impianti fotovoltaici per ottemperare agli ‘sfidanti obiettivi europei di
decarbonizzazione’ (Terna, 2024). In una regione già gravata da 31
basi militari, – il 65 per cento di quelle presenti in tutta Italia (Arcai, 2024) – e drasticamente depredata delle
aree boschive in duecento anni di dominio sabaudo (Casula, 2017), anche il territorio dell’alta
Gallura è soggetto all’interesse di multinazionali del settore energetico che,
forti del quadro normativo, sono persino legittimate ad espropriare terreni
privati, deturpando il paesaggio e le acque costiere della regione con la
costruzione di nuovi impianti.
In Sardegna,
le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna S.p.A. al 31
marzo 2024 risultano ben 809, pari a 57,67 GW di potenza (Figura 1). 57,67 GW
significa quasi 30 volte gli impianti oggi esistenti (GIG, 2024).
L’alta Gallura, in particolare, è contraddistinta da un susseguirsi di colline, rocce e vallate di macchia mediterranea, zone adibite a pascolo e rocce spettacolari, aree archeologiche uniche oltre che da zone costiere dalla fragilità e bellezza incomparabili. L’impatto anche solo visivo delle pale eoliche, di cui alcune alte oltre 200 metri, come quella già in costruzione nei pressi nella zona del Marganai nel Sud Sardegna (L’Unione Sarda, 2024), è semplicemente devastante.
Gli impianti
eolici, le cui pale dissacrano il profilo del territorio in quanto idealmente
destinate ai deserti o ad aree off-shore lontane dalle coste, determinano anche
un danno diretto sulla salute umana a livello uditivo e neurologico (Hanning, 2009; Havas & Colling, 2011), oltre che a
flora e fauna. Dove sono installate le pale eoliche, gli uccelli spariscono e
le rotte migratorie vengono deviate. Sotto i pannelli fotovoltaici, certo non
sono possibili coltivazioni. La riduzione delle aree verdi naturali, fattore
che incrementa la concentrazione nell’aria di anidride carbonica, entra in
contraddizione con l’ideologia della ricreazione delle aree pristine supportata
dalle istituzioni comunitarie. A ciò si aggiunge l’altro grave problema
ecologico che riguarda lo smaltimento degli impianti a fine vita, i cui costi
sono esorbitanti. Se costruiti per poi essere abbandonati, con un risparmio sui
materiali come è già stato documentato nella zona di Calangianus, insiste sulla
comunità anche il costo della bonifica.
Questa
depredazione denota un atteggiamento coloniale che mira a cancellare tradizioni
culturali e il nesso che gli abitanti instaurano con il loro territorio in nome
di investimenti che di “green” hanno ben poco. Tali progetti calati dall’alto,
infatti, non solo eliminano pascoli e aree agricole, ma non creano nemmeno un
incremento di posti di lavoro (perché gli “esperti” vengono perlopiù chiamati
da fuori area e la manutenzione è minima). Si riduce inoltre il valore dei
terreni e delle abitazioni che si trovano anche a distanze ragguardevoli e si
creano minacce economiche anche per il settore turistico che costituisce una
fonte primaria di reddito per tutta l’area.
Voler
forzosamente imporre modelli di sviluppo ideati altrove e per altri contesti
sul territorio sardo sembra inteso a sradicare un modello di gestione
agri-turistica a favore di un asservimento ad una produzione energetica che
verrebbe peraltro destinata a soggetti terzi, dato che la Sardegna è già
autonoma dal punto di vista energetico. Peraltro, l’extra-produzione non
potrebbe nemmeno essere assorbita dalla rete per limiti di capacità (GIG, 2024).
Ancora più
grave è che, benché esistano alternative meno impattanti dal punto di vista
ambientale e territoriale, queste non vengono nemmeno prese in considerazione e
gli enti preposti si fanno beffe delle alternative ragionate e sostenibili –
come la collocazione di pannelli fotovoltaici su tutti i capannoni e fabbricati
industriali compresi quelli in disuso (Confartigianato Sardegna, 2023). A dar prova della scarsa
sensibilità del soggetto pubblico nei confronti dei temi legati alla
sostenibilità sociale ed ambientale, vi è la recente pronuncia del Consiglio di
Stato che ha rigettato un ricorso della Regione Sardegna contro il
potenziamento di un parco eolico proprio alle spalle della celebre Basilica
della SS. Trinità di Saccargia (La Nuova Sardegna, 2024).
Non si può cancellare il sospetto di essere in presenza di un tipico schema di “regulatory capture” (Dal Bó, 2006), fenomeno in cui le gerarchie lobbistiche riescono a piegare il decisore politico alle proprie logiche espansionistiche e predatorie. In questo caso, il bene pubblico, inteso come benessere sociale, economico ed ambientale, è soppiantato, anche attraverso il posizionamento di figure chiave in ambito istituzionale, dalla logica di arricchimento e speculazione che vanno a remunerare ristrette élite a discapito della stragrande maggioranza delle persone. Tale tendenza di lungo periodo alla redistribuzione dei redditi e della ricchezza in favore di un’accentuata polarizzazione presso pochi soggetti è ben rilevata sia a livello finanziario che industriale, ed è quindi coerente con questa interpretazione.
Sembra
lecito chiedersi chi sia il soggetto intenzionato a deturpare e cannibalizzare
il territorio. Quali sono, inoltre, i guadagni a cui sta puntando? In presenza
di alternative reali e dimostrabili, si punta solo al profitto economico
derivante dalla vendita di energia, oppure si cerca di minare anche le attività
locali? Se fosse così, l’intento si trasformerebbe da speculativo a
propriamente criminale.
Riferimenti
Arcai, F.
(2024). La pesante eredità delle basi militari aleggia sul voto in
Sardegna, https://www.wired.it/article/sardegna-basi-militari-inquinamento/
Casula, F.
(2017). Quando i tiranni sabaudi rasero al suolo la Sardegna, https://www.manifestosardo.org/quando-i-tiranni-sabaudi-rasero-al-suolo-la-sardegna/
Confartigianato
Sardegna (2023), Potenzialità dell’installazione di pannelli fotovoltaici sui
tetti dei capannoni nelle aree produttive presenti in Sardegna,
https://confartigianato.cagliari.it/settimana-energia-sostenibile-lautonomia-energetica-della-sardegna-puo-arrivare-dai-pannelli-fotovoltaici-sui-capannoni/
Dal Bó, E.
(2006). Regulatory capture: A review. Oxford review of economic policy, 22(2),
203-225, https://doi.org/10.1093/oxrep/grj013
GIG – Gruppo
di Intervento Giuridico (2024). Sardegna, realtà della speculazione energetica
e normativa di salvaguardia del territorio, https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2024/04/11/sardegna-realta-della-speculazione-energetica-e-normativa-di-salvaguardia-del-territorio/#more-37799
Hanning, C.
(2009). Sleep disturbance and wind turbine noise. Broadview Energy
Developments. Sleep disturbance and wind
turbine noise | Wind Energy Impacts and Issues (wind-watch.org)
Havas, M.,
& Colling, D. (2011). Wind Turbines Make Waves: Why Some Residents Near
Wind Turbines Become Ill. Bulletin of Science, Technology & Society, 31(5),
414-426. https://doi.org/10.1177/0270467611417852
La Nuova Sardegna (2024). Pale eoliche accanto alla basilica di Saccargia: il Consiglio di Stato respinge il ricorso della Regione, via libera al progetto, https://www.lanuovasardegna.it/regione/2024/04/08/news/pale-eoliche-accanto-alla-basilica-di-saccargia-il-consiglio-di-stato-respinge-il-ricorso-della-regione-via-libera-al-progetto-1.100503147
L’Unione Sarda (2024). Devastazione eolica alle pendici del Marganai, https://www.unionesarda.it/news-sardegna/devastazione-eolica-alle-pendici-del-marganai-v1w0w1jm
Terna S.p.A.
(2024). Econnextion: la mappa delle connessioni rinnovabili. https://www.terna.it/it/sistema-elettrico/rete/econnextion
martedì 6 maggio 2025
Roberto Saviano e Edward Snowden: "Lotto perché Internet torni di nuovo libero. Zuckerberg? Si pentirà"
(intervista di Roberto Saviano)
IMMAGINATE di aprire il vostro computer e
di trovare sul desk un documento non redatto da voi che raccolga in ordine
tutti i dati della vostra vita. Quando vi siete diplomati, la foto in cui siete
allo stadio, il documento della patente, gli audio mandati su WhatsApp.
E poi, scavando, ogni singolo dettaglio: una foto di quando eravate ubriachi a
una festa dieci anni fa, il dettaglio di un bacio dato alla moglie del vostro
migliore amico che entrambi avete giurato di non raccontare e di non far
accadere mai più.
E ancora: l'elenco di tutti i porno che avete visto, la mappatura di ogni
commento stupido e sessista detto in una telefonata. Un selfie da nudi, la foto
fatta al compleanno di vostra madre, un video al museo del Louvre. Ebbene,
questo documento esiste. O meglio, potrebbe esistere e non è una fantasia
distopica, né un'esagerazione: la persona che di tutto questo ha portato prova,
documentazione, esperienza diretta ce l'ho davanti ai miei occhi ora ed è Edward
Snowden.
Non cercate di catalogare in mente, andando a ritroso, le cose fatte o i file inviati che potrebbero esporvi; troppo tardi, è ormai cosa irrimediabile. E anche se aveste vissuto come un monaco trappista nelle alture del Golan, qualche elemento per mettervi in imbarazzo lo si trova sempre. Ah, sia chiaro, non ci sono reati in quest'elenco, nemmeno uno. E a ben vedere neanche immoralità, ma elementi personali, gusti, contraddizioni, errori, passioni di cui dovreste rispondere solo a voi stessi o a chi decidete di metterne a parte ma che, se finissero nelle mani di qualche "giornalista" pagato (o a qualche "tribunale", dipende dallo Stato in cui vivete) per fare killeraggio sulla vostra reputazione, comprometterebbero la vostra immagine pubblica e dovreste spendere tempo e energie a giustificarvi.
Non tutti abbiamo un profilo pubblico, potreste obiettare. Non siamo giornalisti, né volti della tv, non siamo politici né scrittori. Vero, eppure paradossalmente questo genere di informazioni, se rese pubbliche, fanno più danno alle persone comuni che, da sole, si trovano costrette a difendere il proprio privato all'interno di una comunità di persone in carne e ossa, che giudicano e stigmatizzano, e non di odiatori virtuali da social media. Ora però calmate il respiro, nessuna paranoia. Non c'è nessuno che vi stia spiando. Nessuno con occhi voce orecchie; ma ci sono strutture tecnologiche che raccolgono tutto, con il consenso del vostro governo e all'occasione, se serve, se fate qualcosa che non va fatto, se diventate nemico di qualcuno, le informazioni disponibili su di voi verranno selezionate e consegnate a chi potrà servirsene in modo lecito o illecito, secondo arbitrio. Cosa avete fatto? Molto spesso nulla, ma è bastato spiarvi nella vostra normale vita di tutti i giorni per rendervi "mostri".
Snowden ha scritto un libro, Errore di Sistema, in cui racconta come sia riuscito a
scoprire tutto questo e come la sua vita lo abbia portato a scegliere di
svelare la più grande violazione di massa della privacy mai accaduta in una
democrazia. Attendevo questo libro da anni e tra le mani ho non il diario di un
esiliato, né il racconto di un testimone, ma la lucida analisi di un intellettuale
al quale ho molte domande da porre.
Edward, quindi non c'è modo di difendere la
propria privacy?
"Non puoi pensare che non ti interessa la
privacy perché non hai nulla da nascondere, sarebbe come dire che non ti
interessa la libertà di stampa perché non ti piace leggere o che non ti importa
della libertà di culto perché non credi in Dio. La privacy è l'espressione
individuale di un diritto collettivo. Ma quando costruiscono un sistema che
cataloga, immagazzina, sfrutta gli scambi tra esseri umani, per usarli contro
di noi, devi stare in guardia e chiederti: e ora cosa ci succederà?"
Snowden mi sta parlando da uno schermo, mi parla
dal suo esilio lungo ormai sei anni. Da quando nel 2013 ha rivelato ciò che
accadeva, gli Stati Uniti gli hanno revocato il passaporto e lo hanno
denunciato per aver rivelato i programmi della NSA: questo è ciò che si sa di
lui. Nel libro c'è tutto il resto. Il suo primo atto di hackeraggio lo fa a sei
anni quando, per andare a dormire due ore dopo l'ordine della madre, cambia
l'orario di tutti gli elettrodomestici di casa, riuscendo a ingannare la
famiglia e ad andare a letto più tardi. La sua prima operazione importante
risale ai suoi sedici anni, quando scopre che il sito di Los Alamos può essere
"bucato" per trovare documenti ad uso interno. Chiamano a casa, la
madre crede che abbia fatto danni, invece vogliono assumerlo, ma non sanno che
è minorenne. Edward Snowden è il classico nerd che passa le giornate sul Web e
con i videogiochi. Quando non è collegato, Edward pensa a quando si collegherà
e nel suo libro racconta benissimo la trasformazione del Web.
"So bene quale luogo tossico e insano sia diventato oggi il Web, ma dovete capire che per me, quando ci sono entrato in contatto per la prima volta, Internet era qualcosa di totalmente diverso. Era come un amico, un genitore. Tutti indossavamo delle maschere, eppure questa cultura dell' 'anonimato attraverso la polionimia' produceva più verità che falsità, perché aveva un carattere creativo e cooperativo, più che commerciale e competitivo. Dopo la bolla... Le aziende capirono che le persone, quando si trovavano online, erano più interessate a condividere che a spendere, e che la connessione umana che Internet aveva reso possibile poteva essere monetizzata: dovevano semplicemente trovare il modo di inserirsi in questi scambi sociali e trarne profitto. Così è iniziato il capitalismo di sorveglianza, decretando la fine di Internet per come la conoscevo io".
Come è avvenuto, in concreto, questo passaggio?
"Le persone, attirate dalla maggiore
facilità d'uso, hanno preferito abbandonare i propri siti personali - che
richiedevano un costante lavoro di manutenzione - a favore di pagine Facebook o account Gmail,
dei quali, però, erano proprietari solo nominalmente. Chi era succeduto alle
società che avevano fallito nell'e-commerce, perché non erano riuscite a
trovare nulla che ci interessasse comprare, ora aveva un nuovo prodotto da
venderci. Quel prodotto eravamo noi stessi. I nostri interessi, le nostre
attività, la nostra posizione e i nostri desideri".
Se avessi di fronte Mark Zuckerberg, cosa gli
diresti?
"Non penso sarebbe interessato a conoscere
la mia opinione, perché mi pare un uomo piuttosto sicuro di sé".
Insisto.
"Gli chiederei: come vuoi essere ricordato?
Credo che quando Zuckerberg invecchierà, si guarderà indietro, vedrà il suo
fascicolo personale e si rammaricherà di non aver usato le risorse di cui oggi
dispone per qualcosa di più nobile e importante, che non vendere più
pubblicità".
Permanent Record, 'Fascicolo personale', è il titolo in inglese del
libro di Snowden e indica tutte le informazioni che non è più possibile
cancellare su di te. Errore di sistema è
il titolo scelto da Longanesi e credo sia più su misura di Edward, perché
rappresenta quel tassello del sistema che doveva funzionare e che invece...
Forse come titolo lo prediligo.
Ma dove ha trovato Edward il coraggio di svelare
i segreti della National Security Agency? La NSA è una divisione militare del
Pentagono, il generale Alexander, che l'ha diretta per 9 anni, aveva una
massima: "Raccogliere tutto il raccoglibile". I funzionari del
governo americano hanno negato, ma intanto Snowden aveva dato alla stampa le
prove dei programmi XKeyscore, in grado
di leggere qualsiasi email. Poi svela PRISM, un programma
di sorveglianza utilizzato per monitorare chat, videochat, comprese quelle che
avvengono via Skype. E poi svela Tempora, programma che il governo britannico utilizzava
per spiare le cancellerie europee. Snowden ha dato tutte le prove che aveva
alla stampa, illegalmente, nessun governo lo aveva autorizzato. Ma il punto è:
possibile che la sorveglianza di massa, che non riesce a fermare il terrorismo,
disperda invece forze e risorse per creare e gestire spazi che limitano la
libertà di ogni cittadino violando la sua privacy?
C'è un passaggio in Errore di Sistema che descrive come, la prassi di
registrare, non visti, le abitudini private di tutti noi, non sia stata mai
condivisa con nessuno: mai votata, mai approvata. Nessuno ci ha mai chiesto:
accetti tu di essere monitorato fin nella tua camera da letto perché, in caso
di necessità, sia tutelato l'interesse nazionale? "Il governo americano -
scrive Snowden nel suo libro - nel più totale disprezzo dei principi della
Carta costituzionale, ha ceduto alla tentazione e, una volta assaggiato il
frutto dell'albero avvelenato, è stato colto da una smania irrefrenabile. Ha
assunto in segreto il controllo della sorveglianza di massa, un'autorità che,
per definizione, affligge più gli innocenti che i colpevoli".
Si può recuperare la libertà del Web?
"Non credo che possiamo riportare le cose
come erano un tempo, ma penso che possiamo ricordare che esistono dei valori e
rispettarli. Ci sono persone più intelligenti di me, persone come l'inventore
del World Wide Web, Tim Berners, che si sta dedicando a una
cosa che si chiama re-decentralizzazione di Internet".
Il punto di caduta del tuo discorso è che, in
definitiva, non usiamo più il Web, ma siamo usati dal Web.
"I cittadini oggi sono meno consapevoli di
ciò che accade nelle nostre democrazie e, invece di essere soci della rete,
sono diventati oggetto della rete. Quello che sentiamo è un malcontento
crescente, perché vediamo il modo in cui queste tecnologie vengono utilizzate
contro di noi".
Che cos'è la re-decentralizzazione?
"Re-Decentralizzare, ossia fare in modo che
il sistema non abbia più bisogno di trattenere i nostri dati per fornire
servizi. Per capire il motivo per cui Internet è diventato quello che è oggi,
dobbiamo ragionare in termini di servizio pubblico. Tu paghi l'acqua e le
società che gestiscono servizi idrici non pensano a come la usi. La stessa cosa
vale per l'elettricità. Ma quando si parla di Internet, o di qualsiasi forma di
comunicazione che utilizzi Internet, come ad esempio le smart tv, non ti
permettono di usare una banale connessione Internet che non possono
controllare. C'è un'aggressiva resistenza alla crescita della crittografia.
Vogliono poter vedere per cosa usi Internet e applicare tariffe diverse in base
al traffico e ai siti che frequenti. Questa è la sfida, questo è il servizio
pubblico. Internet è stato trattato in maniera eccezionale e diversa da
qualsiasi altro servizio pubblico".
Ci fermiamo a riflettere su come la nostra
generazione sia l'ultima ad aver vissuto uno spazio di crescita fuori dalla
tecnologia. Snowden dà una lettura non scontata sul perché la tecnologia abbia
un'attrazione magnetica sui giovani, sul perché stare sullo smartphone,
connessi, costituisca un desiderio irrefrenabile.
"I giovani sono naturalmente affascinati e
attratti dalla tecnologia perché le macchine non discriminano. È il primo vero
incontro che i bambini hanno con una realtà in cui vengono trattati non da
bambini, ma come gli altri, perché un computer o uno smartphone non coglie la
differenza. Ciò che è cambiato, rispetto a quando ero bambino io, è che la
tecnologia con cui interagivo non si ricordava di noi. Accendevo la macchina,
la usavo e la spegnevo, e quando tornavo a usarla non si ricordava chi fossi o
cosa avessi fatto l'ultima volta, non aveva memoria".
Cosa pensi della condivisione sui social delle
fotografie dei bambini? Sarebbe davvero preferibile evitare di pubblicarle?
"È estremamente pericoloso il fatto che
oggi, partendo dalle immagini che le mamme postano di un'ecografia su Facebook, Twitter o Instagram, la storia privata dei bambini venga
catturata e conservata, e che non sia posseduta o controllata da chi l'ha
creata. Sono terze parti, aziende, gruppi di aziende o governi che assoldano
queste società come 'delegati' per avere informazioni. Quello che cercano di
creare è un 'grafico sociale' a partire da una semplice connessione tra persone
che conosci, con cui parli e interagisci e alle quali importa della tua vita. O
almeno questo è quello che accadeva all'inizio della mia carriera nella
comunità dell'intelligence".
E poi cos'è successo?
"Ora quello che fanno, una volta raccolte
le informazioni su di te e sulla tua vita, è arricchire il grafico, per
costruire il tuo fascicolo personale".
In termini pratici questo cosa comporta?
"La differenza tra me bambino e la mia
generazione è che io potevo fare errori, potevo dire cose terribili, provare
momenti di vergogna e fare cose di cui mi pentivo e che facciamo tutti da
piccoli, perché fare errori ci fa crescere. Oggi invece le persone sono
desensibilizzate perché sanno che quello che hanno detto rimarrà, non puoi dire
che era stato un errore e devi difenderti e giustificarti e finisci per
rafforzare un'identità in cui non ti ritrovi più, che non volevi, ma è troppo
tardi: sei intrappolato nel tuo passato. Ogni cosa che facciamo ora dura per
sempre, non perché vogliamo ricordarla, ma perché non ci è permesso
dimenticarla".
Vuoi dire quindi che qualsiasi cosa diciamo o
scriviamo ci perseguiterà?
"Viviamo gli errori come un archivio. Molti
giornalisti si chiedono, ad esempio, se io sia un eroe o un traditore, perché
ci piace l'idea competitiva di schierarci, di scegliere una squadra. Quello che
neghiamo sono le nostra capacità, credendo di essere incapaci sia di fare del
bene che di evitare il male. Dicono: non sono Gandhi, non sono Martin
Luther King, ho le bollette, ho dei figli e voglio solo andare a casa e
guardare il mio programma preferito. Beh, anche Gandhi voleva una vita felice.
Io non sono Gandhi, sono una persona semplice, ma amo una cosa: amo l'idea che
possiamo connetterci con tutte le persone del mondo e costruire legami di
fratellanza, costruire reti oltre barriere di lingua, confini, culture e
diventare migliori tramite uno scambio. Ma quando costruisco un sistema che cataloga,
immagazzina, sfrutta e arma questi scambi contro di noi a beneficio di coloro
che ottengono informazioni che ci riguardano, non posso fare a meno di
chiedermi: cosa succederà?".
Nel suo libro, Snowden descrive la sensazione
costante di colpa che provava quando lavorava per la NSA, mentre i giovani di
mezzo mondo morivano per combattere i regimi che fermavano il Web e l'accesso
ai social... Eppure lui sapeva cosa stava diventando quel libero accesso.
Scrive: "Per tutto il Medio Oriente civili innocenti vivevano sotto la
costante minaccia della violenza; lavoro e scuole erano paralizzati, mancava
l'elettricità, niente fognature. In molte regioni la gente non aveva accesso
neppure alle cure mediche più basilari. Ma se in ogni momento dubitavo che le
mie ansie sulla sorveglianza e la privacy fossero rilevanti, o addirittura
appropriate, di fronte a tali privazioni e pericoli immediati, dovevo soltanto
fare più attenzione alle folle per la strada e alle proclamazioni che facevano,
al Cairo come a Sana'a, a Beirut come a Damasco, e poi ad Ahvaz, nel Khuzestan,
e in ogni altra città della Primavera araba e del Movimento verde iraniano. Le
folle reclamavano la fine dell'oppressione, della censura, della precarietà.
Sostenevano che in una società veramente giusta non erano le persone a dover
rispondere al governo, ma era il governo che doveva rispondere alle
persone".
Il libro diventa, in alcuni momenti, una
misurazione del battito cardiaco della democrazia: "In uno Stato
autoritario i diritti derivano dallo Stato e sono concessi al popolo. In uno
Stato libero i diritti derivano dal popolo e sono concessi allo Stato. Nel
primo i popoli sono soggetti ai quali viene soltanto permesso di possedere una
proprietà privata, ottenere un'educazione, lavorare, pregare e parlare poiché è
il loro governo a consentirglielo. Nello Stato libero i popoli sono cittadini
che si mettono d'accordo per essere governati secondo un patto consensuale che
deve essere periodicamente rinnovato ed è costituzionalmente revocabile. È
questo urto fra l'autoritarismo e la democrazia liberale che credo costituisca
il maggiore conflitto ideologico del mio tempo, non la nozione architettata e
tendenziosa di una divisione fra Oriente e Occidente, o il revival di una
crociata contro il Cristianesimo o l'Islam".
Ciò che abbiamo di più prezioso, ovvero la nostra
vita, che è composta di tracce e dati, la lasciamo fluttuare nel Web, la diamo
via in cambio di niente e senza accorgercene. Come accade?
"Storicamente
i grossi cambiamenti sono avvenuti ogni volta che le persone sono passate da
circostanze comode a scomode, dal conforto allo sconforto. La sorveglianza è
insidiosa, anche quella aziendale. Chiedo sempre a tutti: cosa sa Google di noi? O Facebook? Nessuno sa
rispondere precisamente. Quello che ci viene detto è incompleto. Quando fai una
ricerca su Internet, quelle parole sono registrate per sempre ed è la stessa
cosa per tutti i siti. Alla Silicon Valley usano il temine
"frictionless", senza attrito, cioè comodo, senza problemi, ma quello
che in realtà significa è celare le conseguenze, nascondere i costi e farti
sentire al sicuro anche quando ti stanno danneggiando".
Così si stanno progressivamente trasformando le
nostre vite e smontando ciò che la democrazia aveva costruito (come ad esempio
il diritto all'oblio, a commettere un errore, non un reato, ma un errore, senza
doverti giustificare e restarne marchiato a lungo). E tutto sta accadendo
"frictionless", cioè senza attrito. Snowden crede nella democrazia
americana, nei suoi principi e nel libro usa un'espressione per descrivere
cos'è accaduto e continua ad accadere: "Hanno hackerato la
Costituzione".
Una volta, Edward, hai detto che il vero valore
di una persona non si misura dai valori in cui sostiene di credere, ma da che
cosa è disposto a fare per proteggerli. Se non pratichi i valori in cui credi,
probabilmente non ci credi fino in fondo. Non senti di non star praticando i
tuoi valori vivendo in Russia, un Paese che viola i diritti umani, un regime
che risponde a un unico uomo e a uno strettissimo gruppo di oligarchi, dove i
tribunali e i processi sono costruiti per impartire condanne e mai (se non in
casi rarissimi e spesso manipolati) assoluzioni?
"Molte persone dimenticano che non è stata
una mia scelta vivere in Russia. Ero a Hong Kong in viaggio verso l'America
latina quando il governo americano, l'ex segretario di stato John Kerry, mi ha
annullato il passaporto e sono atterrato in Russia. Di sicuro avrei potuto
collaborare con la Russia e dire che era il posto più sicuro del mondo per una
persona come me e mi avrebbero accompagnato in limousine fino all'hotel, ma ho
rifiutato. Mi è costato molto negli anni. Sono stato intrappolato in
quell'aeroporto per circa 40 giorni. Da lì ho fatto domanda di asilo in 27
Paesi nel mondo, inclusa l'Italia, ma anche Francia, Germania, Norvegia: i
Paesi che immaginiamo rispettino i diritti umani. Ma ogni volta che si arrivava
alla decisione e pensavamo fosse una decisione positiva, i miei legali
sentivano che una di 'quelle due persone' aveva chiamato i ministri degli
Esteri di quei Paesi, e quelle due persone erano John Kerry, il segretario di
Stato o il vicepresidente Joe Biden. E così ero intrappolato. Non sapremo mai
perché i russi mi lasciarono uscire dall'aeroporto, ma al momento ero l'uomo
più ricercato al mondo. C'erano giornalisti che si affollavano là fuori tutti i
giorni. Ho avuto un asilo temporaneo, per un anno, e dopo quell'anno non mi è
più stato garantito asilo. Non ho più scorta, agenti di protezione, vado in
metropolitana, prendo il taxi e pago l'affitto come chiunque altro. È una
situazione rischiosa e non ne ho il controllo, ma la realtà è che il motivo per
cui mi va bene vivere così, nonostante sia frustrante, - per quanto io abbia
criticato il governo russo per le sue politiche di sorveglianza, per la
gestione delle elezioni politiche, per come vengano effettuate e abbia
supportato le proteste - è che se il governo americano o i loro amici
provassero a uccidermi, confermerebbero la mia teoria, perché io non ho fatto
nulla per danneggiare il mio governo. Volevo aiutarlo. Ciò che ho iniziato a
fare, con questo lavoro di giornalismo, non è un atto di rivoluzione, ma un
atto di ritorno agli ideali degli Stati Uniti. E penso che sia la parte più
tragica della mia presenza in Russia che, ripeto, non è voluta da me. Tutto il
mondo ha sempre creduto che fossero gli Stati Uniti a proteggere i dissidenti.
Cosa accade quando notiamo di vivere in un mondo in cui un dissidente deve
essere protetto dagli Stati Uniti? Credo ciò dimostri quanto sia un periodo
oscuro della nostra storia e spero non duri troppo".
Sulla presenza di Edward Snowden in Russia sono
nate mille leggende, tra le più comuni quella che abbia dato informazioni
riservate ai Russi in cambio di ospitalità o che fosse già una spia al soldo
dei cinesi: nulla di tutto questo è provato, ciò che ha denunciato, invece, ha
trovato puntuale riscontro e lui stesso ha sempre negato di aver mai
collaborato con i russi. Perché, dunque, lo tengono lì? Un'ipotesi potrebbe
essere questa: Snowden è la prova vivente che, ogni qual volta gli Usa si
presentano come la più grande democrazia sulla terra, esiste in realtà un lato
oscuro, un'ombra da tenere lontana, il più possibile. E per distruggere questa
"contraddizione", la macchina del fango è lo strumento
principale.
"All'inizio avevo deciso di non difendermi.
Quando sono uscito allo scoperto nel giugno del 2013 e tutti parlavano di me ai
telegiornali, è iniziata la propaganda che tu ben conosci. Ogni domenica ai
talk show i giornalisti riportavano notizie che non erano vere, e gli altri le
ripetevano: è il loro lavoro. Non ho rilasciato interviste fino a dicembre
2013. Mi ci sono voluti sei mesi. E non ho nemmeno risposto alle critiche,
volevo solo commentare i risultati raggiunti e cosa ancora c'era da fare. Il
motivo per cui non ho risposto alle critiche era che la mia reputazione non
importava. Se avessi risposto, anche se avessi smontato le accuse e dimostrato
di aver ragione, avrebbero continuato a ripetere le loro accuse perché quegli
attacchi non sono nati per essere affrontati con i fatti, per capire cosa è
realmente successo. Non interessano i fatti, interessano i sentimenti".
Snowden vive una campagna di pressione mondiale
enorme, è "il traditore", "la spia", "il nemico della
democrazia americana", "l'alleato dei terroristi", "la
quinta colonna degli stati canaglia"... Eppure la sua scelta è di piena e
consapevole strategia.
"Se avessi risposto a tutti gli agenti che
mi accusavano in televisione, dicendo che non era vero niente, la faccenda si
sarebbe focalizzata su di me e la questione vera che era di interesse pubblico,
cioè se quei programmi fossero legali o meno, se il governo avesse davvero
violato la Costituzione, sarebbero passati in secondo piano".
Se rispondi, l'attenzione va su di te e se tu sei
fragile possono schiacciarti, ma se i tuoi "fatti" sono più forti di
tutto, anche più forti di te, a loro spetterà il compito di smentire i tuoi
accusatori.
"Il governo avrebbe saputo come rigirare le
cose, tutti avrebbero parlato di me e non dell'NSA. Fa male. Ci sono moltissime
persone, soprattutto nel mio Paese, che non hanno idea di ciò che è vero su di
me. Abbiamo pochi momenti di respiro nella nostra vita e possiamo usarli per
difendere la nostra reputazione o per focalizzarci sull'unica cosa che possiamo
fare, cioè il nostro lavoro. La cosa più difficile, e che mi fa provare molta
empatia nei tuoi riguardi, è stata stare semplicemente zitti, ma stare zitti
con un obiettivo preciso, perché quando decidi di parlare, lo fai per dire qualcosa
di importante".
L'Europa ha perso un'occasione unica rifiutando
l'asilo politico a Snowden; avrebbe potuto dimostrare il diverso approccio nel
dare sicurezza ai cittadini. Se Paypal, Facebook, Apple, Microsoft nascono negli Usa, è anche perché l'Europa
non ha considerato una sfida alla sua altezza avere delle proprie piattaforme,
ma è chiaro anche quanto poco riesca a preservare spazi di diritto e di scambio
dentro un perimetro di libertà. "Ho percorso i corridoi più oscuri del
governo e ho scoperto che è la luce che temono", ho letto questa frase di
Snowden in un'intervista rilasciata a Glenn Greenwald e me ne sono ricordato
mentre lo guardavo negli occhi sul grande monitor che avevo davanti.
"Siamo vicini di età e, considerata la
nostra situazione, è quasi ironico: entrambi siamo stati in esilio e visto da
un punto di vista storico, l'esilio è una cosa terribile. Nella letteratura
italiana e nel passato, essere in esilio era quasi peggio della morte. Sei
tagliato fuori dalla famiglia, dalla società, dalla vita intellettuale, dalla
lingua. Ma siamo qui a parlarne. Non hanno vinto..."
Vero... Ti trovo pieno di speranza. Anche il tuo
libro lo è. Hai un viso sereno e non sembra avvelenato da quello che stai
subendo.
"Sai, l'oppressione politica ha strumenti
che iniziano a non funzionare più. L'esilio non riesce a fermare più una
conversazione. Se mi chiedi se ho una vita felice, nonostante tutto quello che
ho passato, nonostante i sacrifici che anche tu hai dovuto fare, ci sono molti
fattori che ci danno fastidio. In verità sono più felice ora di quando sono
uscito allo scoperto, perché almeno ora posso credere nelle cose che faccio.
Non so cosa accadrà in futuro, se sarà positivo o negativo, ma non ne ho il
controllo. E poi pensiamo alla questione rimpianto: se avessi potuto, avresti
agito diversamente? No, certo".
Ti sei mai pentito?
"Mai.
Anzi mi sono pentito solo di una cosa".
Quale?
"La cosa che rimpiango è non essermi fatto
avanti prima. Rimpiango ogni anno che ho impiegato a decidere in cosa credessi,
per rendermi conto di ciò che succedeva e decidere di fare qualcosa. Spesso mi
chiedo cosa sarebbe successo se mi fossi fatto avanti prima. Recentemente mi
hanno chiesto se mi piacerebbe tornare al tempo della mia vita sul Web, quando
potevo cambiare continuamente nome. E chiedo a te la stessa cosa. Non sarebbe
bello se un giorno potessi avere un altro nome, o vivere in Danimarca?".
Sarebbe bello... Sì.
"Ma più passa il tempo e vivo così, più mi
sento a mio agio nel trovarmi a disagio. È una sorta di dote, allenarsi a
trovarsi nella propria pelle. È una di quelle situazioni eccezionali in cui
impari molto. Una cosa che vorrei ridurre è l'impatto sulla famiglia e gli
amici".
La tua famiglia è con te? Temi per i tuoi
familiari?
"Sai, io sono minacciato da una parte che
impone su se stessa delle restrizioni etiche, per cosi dire. La mafia può
toccare i familiari, il governo non può. La mia famiglia non ha dovuto vivere
altre conseguenze se non quella di essere preoccupata per me e le difficoltà
che tutti affrontano quando in casa hai qualcuno che è diventato famoso, o per
meglio dire, famigerato. La mia famiglia capisce perché ho fatto quello che ho
fatto. Non so se provano quello che provo io, non parlo per loro, ma abbiamo
ancora un rapporto molto stretto. È stata di grande consolazione".
Vorresti tornare negli Usa?
"Sì, vorrei tornare negli Usa e vorrei che
mi fosse concesso un giusto processo e essere giudicato secondo la legge.
L'Espionage Act del 1917 (della cui violazione Snowden è accusato ndr) in realtà non era stato creato per fermare le
spie, ma per fermare la resistenza politica. Credo però che questa legge non
durerà. Penso anche che anno dopo anno, tutte le accuse che mi sono state mosse
crolleranno sempre di più. Gli agenti dell'NSA ora dicono che avrebbero dovuto
loro stessi rivelare quello che ho rivelato io e che il programma che avevo
denunciato lo stanno eliminando".
Davvero pensi di poter un giorno tornare in Usa
dopo tutto quello che è successo?
"So solo che quando il mio Paese avrà bisogno
di me, io ci sarò".
Dopo la pubblicazione di questo libro
aumenteranno i guai...
"Non ho fatto quel che ho fatto per avere
amici. L'ho fatto perché penso che le cose in cui crediamo contino. Ma contano
soltanto in relazione a ciò che siamo in grado di rischiare per esse. L'unica
su cui posso contare, pensando al mio futuro, è la mia compagna Lindsay".
Sto per salutare Edward Snowden e lo ringrazio
per la sincerità delle sue risposte e la profondità non scontata, ma lui
continua...
"Non so chi vivrà più a lungo tra noi
due..."
E allunga un sorriso tenero da bimbo. Per
esorcizzare mi giro e faccio una foto, un selfie di me con Edward dietro, sullo
schermo. Lui sorride e aggiunge: "Sapevo che avrei sempre lavorato con i
computer ma non avrei mai immaginato di vivere dentro un computer".
Click.