Visualizzazione post con etichetta genocidio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta genocidio. Mostra tutti i post

giovedì 10 settembre 2026

A guerra finita, ciò che accade a Gaza è incontestabile genocidio - Ennio Remondino

«The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience». «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi», scrive Ilana Hammerman, studiosa ebrea, su Haaretz. «Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco lo scorso ottobre, 282 bambini e ragazzi sotto i 18 anni sono stati uccisi, una media di un bambino al giorno».

Genocidio in corso

Una parte rilevante dei 1.191 palestinesi uccisi in questo lasso di tempo, nel quale si sono registrati anche 3.853 feriti. Solo un aspetto del genocidio in corso, che molti di più muoiono di stenti e malattie a causa delle condizioni in cui sono costretti i sopravvissuti, ristretti nel 30% del territorio originale della Striscia.

La morte dal cielo e dal profondo della terra

«Per chi segue quanto si consuma a Gaza si tratta di cose note», annota Davide Malacaria su Piccolenote.it. La prima è quella di Plestia Alaqad, ventiduenne di Gaza, che il 18 ottobre 2023, solo tre settimane dall’inizio della guerra, scriveva sul suo diario: «Oggi la ‘guerra’ è finita. Questa non è più un’aggressione; è un genocidio. Non c’è altra parola che possa descrivere la portata della violenza che vedo davanti ai miei occhi» (il diario del giovane palestinese è stato pubblicato negli Stati Uniti da Little, Brown and Company e nel Regno Unito da Pan Macmillan con il titolo The Eyes of Gaza: A Diary of Resilience).

L’occhio invasivo di Israele

Seconda citazione, un post del dottor Said Muhammad Al-Kahlout, che racconta il monitoraggio invasivo da parte di Israele: «I cieli sono pieni di occhi che seguono ciò che gli aerei stanno registrando, e gli aerei sono vicini e possono contare la dentiera nella bocca di un vecchio sfollato». E nel post ci racconta appunto «di un anziano emaciato sul quale la morte è piovuta da quel cielo affollato di occhi. Ucciso senza una ragione, come tanti a Gaza, e la sua morte diventerà un numero perso tra le tante notizie che scorrono veloci nei telegiornali».

L’ossessiva narrazione israeliana

Ma forse la parte più interessante della nota (condivisa con Malacaria e Haaretz), è quella in cui la Hammerman si confronta con l’ossessiva narrazione israeliana, che vede l’IDF impegnato a «ridurre al minimo i danni alle vite civili e alle infrastrutture». Umanitari, dicono di loro stessi. Invece la cronista di Haaretz: «Fin dall’inizio, l’attacco a Gaza è stato una guerra di annientamento sistematica, una risposta sproporzionata e frenetica al barbaro attacco di Hamas del 7 ottobre. Una guerra che fin dal primo giorno non ha fatto distinzione tra combattenti e civili, né tra le infrastrutture militari di Hamas e quelle civili di Gaza».

Massacro voluto

«Nei pesanti bombardamenti sulle aree residenziali densamente popolate, effettuati senza nessun distinguo, decine di migliaia di donne, bambini e anziani sono stati uccisi, feriti e resi permanentemente invalidi, e sono stati distrutti ospedali, istituti scolastici, strade, reti idriche ed elettriche, così come l’agricoltura. E l’opera di distruzione continua ancora oggi, non solo attraverso i bombardamenti aerei e con i droni, ma anche condannando la stragrande maggioranza della popolazione a condizioni di vita disumane. Oltre l’80% degli abitanti di Gaza è stato costretto ad abbandonare le proprie comunità e le loro case sono state distrutte».

Gaza del ‘non vivere’ ancora oggi

«Vivono in tende sovraffollate, roventi d’estate e allagate d’inverno dall’acqua piovana, con i liquami che scorrono tra le tende e si accumulano in pozzanghere. Sono esposti a un’infestazione di topi, ratti e pulci, e a malattie infettive che, in assenza di cure adeguate, si traducono in una condanna a morte, in particolare per i bambini e gli anziani». GENOCIDIO. «Si tratta, dunque, di genocidio. Lo Stato di Israele ha inflitto e continua a infliggere un olocausto alla Striscia di Gaza. Non c’è altra parola per descriverlo oggi, quando le dimensioni delle uccisioni e della devastazione sono evidenti a tutti. ‘Pochi minuti fa ho visto il video di un ragazzo di 15 anni caduto in una delle tante fosse di liquami sparse intorno alle nostre tende. Era già morto quando è stato portato in ospedale».

Morte compagna di vita grama

«Prima di lui, un altro ragazzo stava giocando con un oggetto sospetto che è esploso uccidendolo. Poi un altro ragazzo è passato accanto ai blocchi di cemento gialli [che delimitano la parte della Striscia occupata da Israele] e i soldati dell’occupazione gli hanno sparato. Un proiettile ha colpito una tenda dove si trovava una ragazza e l’ha uccisa».

«Dei bambini sono caduti da un rimorchio e sono rimasti schiacciati sotto le ruote. Altri bambini sono morti di malnutrizione e altri non sono stati curati. Ci sono bambini che non morti in attesa di ricevere qualche cura… A Gaza la morte incombe sui nostri figli da ogni parte, persino dalle viscere della terra. Qualcuno sente? Qualcuno vede?»

da qui

martedì 30 giugno 2026

Voti truccati e propaganda: come Israele ha comprato l'Eurovision per nascondere l'orrore di Gaza - Eliana Riva

L'inchiesta del New York Times svela il piano di Netanyahu: milioni di dollari in hasbara, influencer arruolati e voti pilotati per ripulire un'immagine distrutta dal genocidio

Mentre le bombe radono al suolo Gaza, Tel Aviv stacca assegni milionari per comprare il consenso che le armi hanno distrutto. Un’inchiesta del New York Times svela gli investimenti di Tel Aviv nell’Eurovision: dietro le canzoni pop si nasconde una macchina da guerra propagandistica pronta a tutto pur di non restare isolata.

Dopo due anni e mezzo di massacri ininterrotti nella Striscia di Gaza, quella che una volta veniva venduta come “l’unica democrazia del Medio Oriente” è oggi percepita da larga parte del mondo come una potenza sanguinaria e priva di umanità. Un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot definiva il 7 ottobre 2023 non solo un fallimento militare e d’intelligence ma anche un collasso “comunicativo, percettivo e morale”. L’empatia internazionale rappresenta rappresenta per Israele un pilastro fondamentale di legittimità. Per questo, invece di fermare il massacro, il governo Netanyahu ha deciso di investire cifre colossali per plasmare la narrazione e ripulire un’immagine ormai logorata dal peso di decine di migliaia di vittime palestinesi.

La guerra dei milioni: l’Hasbara all’attacco

Il Ministero degli Esteri israeliano ha ricevuto per il 2025 un budget mostruoso: mezzo miliardo di shekel (circa 145 milioni di dollari) destinati esclusivamente al rafforzamento della hasbara, la cosiddetta “diplomazia pubblica” che nella pratica si traduce in propaganda pura e spesso molto aggressiva. A questi si aggiungono altri 40 milioni di dollari spesi dal governo nel suo complesso. L’obiettivo è quello di arruolare influencer, professori, giornalisti, programmi, e persino “celebrità arabe” disposte a difendere il sionismo, per spezzare quella che Tel Aviv definisce l’alleanza tra “islamisti e sinistra”. Ma i soldi servono anche a finanziare cattedre universitarie, reti e programmi radio-televisivi, “giornalisti”, sponsorizzate web. Solo nel 2024, l’agenzia pubblicitaria governativa Lapam ha inondato il web con oltre 2.000 annunci, di cui più della metà rivolti a un pubblico internazionale, per cercare di vendere la versione del governo Netanyahu.

L’Eurovision come arma di Soft Power

In questo scenario di isolamento diplomatico, l’Eurovision Song Contest è diventato il campo di battaglia perfetto. Un’inchiesta del New York Times rivela che gli sforzi di Israele per influenzare l’evento sono stati molto più profondi e coordinati di quanto ammesso finora. Mentre fioccavano le accuse di genocidio, i diplomatici di Tel Aviv contattavano freneticamente le emittenti televisive europee per evitare il bando dalla competizione.

Per il governo Netanyahu, l’Eurovision non è mai stata una gara canora, ma un’opportunità strategica di soft power per dimostrare che il pubblico europeo amasse ancora Israele, nonostante l’orrore di Gaza. I documenti finanziari lo dimostrano: Israele ha speso almeno un milione di dollari in marketing specifico per l’Eurovision, con fondi provenienti direttamente dall’ufficio della hasbara del Primo Ministro al fine di promuovere il proprio artista. L’inchiesta rivela che questi fondi sono stati utilizzati per inondare YouTube e i social network di annunci mirati durante la competizione.

Oltre al marketing digitale, la strategia ha previsto un uso spregiudicato di interviste e comparsate televisive per umanizzare l’immagine dello Stato: il governo ha arruolato influencer e “celebrità arabe”, come la siriana Rawan Osman, facendole apparire in podcast e programmi media per diffondere messaggi pro-israeliani e difendere il sionismo davanti a una platea internazionale. Lo stesso Netanyahu e il presidente Herzog hanno partecipato a questa messinscena, facendosi fotografare in pose amichevoli con i cantanti per trasformare ogni apparizione pubblica in un tassello della propaganda governativa, mentre i diplomatici israeliani facevano pressione dietro le quinte sulle emittenti televisive europee per garantire visibilità e protezione ai propri artisti.

Voti pilotati

Nel 2025, il governo ha orchestrato una campagna aggressiva invitando agli spettatori stranieri di “votare 20 volte” (il massimo consentito) per il rappresentante israeliano. Lo stesso Netanyahu ha postato grafiche sui social per spingere questa mobilitazione forzata.

L’analisi dei dati di voto del New York Times dimostra come questa strategia abbia distorto i risultati: in molti Paesi, il volume dei votanti è così esiguo che basta la mobilitazione coordinata di poche centinaia di persone che votano ripetutamente per ribaltare l’esito nazionale. Il caso della Spagna è emblematico: nonostante l’opinione pubblica fosse ferocemente contraria alle politiche israeliane, Israele ha ottenuto il 33% del voto popolare, un risultato artificiale costruito a tavolino con dollari e algoritmi.

L’anno prima, nel 2024, la cantante israeliana Eden Golan aveva ottenuto il secondo posto nelle preferenze del pubblico, conquistando la vetta dei consensi in diversi Paesi caratterizzati da un radicato orientamento solidale con la Palestina. Secondo diversi media israeliani conservatori, tra i quali il portale d'informazione israeliano Ynet, tale risultato sarebbe la dimostrazione che, contrariamente alle percezioni, l'opinione pubblica internazionale non nutra un'ostilità diffusa nei confronti del Paese.

Il ricatto finanziario e le scelte dell’EBU

L’European Broadcasting Union (EBU) emerge dall’inchiesta del New York Times come il principale architetto di un’operazione di insabbiamento volta a proteggere a ogni costo la permanenza di Israele nel concorso, mentre la Russia anche quest’anno ne rimane esclusa. Davanti a una rivolta interna senza precedenti, l’organizzazione ha trasformato i dati sulle votazioni in un segreto di Stato inaccessibile persino alle proprie emittenti associate. Quando la Slovenia ha denunciato anomalie sospette già dopo l’edizione del 2024, gli organizzatori hanno risposto con il silenzio, ignorando le richieste di chiarimento. L’anno successivo, di fronte a nuove proteste, l’EBU ha continuato a negare ogni trasparenza, fornendo solo dati superficiali definiti “top-line” ed evitando accuratamente di commissionare indagini esterne indipendenti che potessero far luce sulle campagne di voto orchestrate da Tel Aviv.

La strategia per blindare Israele è passata attraverso manovre procedurali definite dagli stessi protagonisti come “bizzarre” e opache. Per evitare di affrontare un voto esplicito sulla partecipazione israeliana, i vertici dell’EBU hanno architettato un inganno burocratico durante l’incontro di Ginevra. Invece di decidere sull’esclusione di uno Stato sotto accusa per genocidio, hanno indetto uno scrutinio segreto su semplici modifiche tecniche al regolamento, come la riduzione del limite di voti per utente. Approvando queste nuove regole, i membri hanno implicitamente confermato la presenza di Israele nella competizione senza dover mai votare direttamente sulla questione. Questa mossa è stata difesa dalla presidente Delphine Ernotte Cunci come la soluzione “più democratica possibile”, mentre altre emittenti, come la belga VRT, hanno denunciato duramente come l’organizzazione si stesse nascondendo dietro le linee guida pur di non discutere di diritti umani.

L’EBU ha valutato che l’espulsione di Israele avrebbe innescato perdite finanziarie insostenibili, stimate in oltre 600.000 dollari in tasse di partecipazione, a causa del possibile ritiro di alleati chiave come la Germania e l’Estonia. Il timore del collasso è diventato concreto quando l’Austria, incaricata di ospitare l’edizione del 2026, ha ventilato internamente l’ipotesi di ritirarsi per solidarietà con Israele, minaccia che avrebbe lasciato il concorso senza una sede. Per scongiurare il disastro economico, l’EBU ha ignorato persino il parere dei propri legali, che avevano confermato la piena legittimità giuridica di un’eventuale esclusione di Israele, preferendo invece imboccare la strada della censura. Il team di comunicazione dell’EBU è arrivato a inviare email alle emittenti nazionali per scoraggiarle attivamente dal parlare con i giornalisti, nel tentativo disperato di soffocare uno scandalo che stava ormai minacciando l’esistenza stessa della manifestazione. In questo modo, l’EBU ha scelto di sacrificare l’etica e la trasparenza sull’altare del profitto, rendendosi complice di una manovra di propaganda che ha trasformato un evento culturale in uno strumento di legittimazione politica.

da qui

mercoledì 18 febbraio 2026

“Definisce il genocidio a Gaza la guerra più giusta della storia. Ma il Cio ha escluso solo i russi”: la telecronaca della tv svizzera sul bobbista israeliano Edelman

 

Quando alla partenza della pista di Cortina per la gara di bob delle Olimpiadi 2026 si è presentato l’israeliano Adam Edelman, la telecronaca sportiva ha lasciato spazio a un altro tipo di informazione per i cittadini. È successo in Svizzera, non in Italia, dove il telecronista Stefan Renna di RTS (Radio Télévision Suisse) ha dedicato l’intera discesa del bob di Israele a denunciare le posizioni sulla guerra tenute dallo stesso Edelman. Con puntualità e rigore, Renna ha ricordato che il 34enne nato a Boston si definisce un “sionista fino al midollo“ e poi ha citato uno ad uno i suoi commenti sui social a sostegno del genocidio a Gaza. Il più emblematico definisce l’intervento militare israeliano “la guerra moralmente più giusta della storia”. Mentre la discesa proseguiva, il telecronista svizzero ha ricordato anche cosa prevedono le regole del Cio su Milano-Cortina 2026 per quanto riguarda Russia e Bielorussia: “Gli atleti che sostengono attivamente la guerra non potranno competere”. Lo stesso criterio però, ha sottolineato Renna, non viene applicato per gli altri atleti, come Edelman.

La telecronaca di RTS si è subito diffusa anche oltre i confini svizzeri. D’altronde, sono scene a cui in Rai siamo pochi o per nulla abituati. Giusto Alessandro Antinelli, nel post partita tra Italia e Israele dello scorso ottobre, mostrò un fiocco nero sulla giacca per “ricordare i giornalisti morti per raccontare il genocidio. La stessa parola è stata utilizzata anche dal suo collega svizzero Renna, che ha evidenziato come “genocidio” sia il termine usato dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla regione. Poi ha elencato tutte le prese di posizione di Adam Edelman e anche il sostegno manifesto alla guerra a Gaza, a cui hanno partecipato attivamente al fronte anche alcuni suoi colleghi bobbisti, come Ward Fawarsy, presente alle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

La squadra di bob di Israele si è qualificata per la prima volta ai Giochi. Negli scorsi mesi, i canali social di Edelman e del team hanno raccontato con toni epici la qualificazione, enfatizzando anche molti bobbisti hanno partecipato attivamente all’offensiva su Gaza. Uno di questi è appunto Ward Fawarsy, che viene apertamente sostenuto dallo stesso Edelman: “Uno dei più cazzuti che stanno prestando servizio in prima linea in questo momento è Ward Fawarsy. Mandategli un messaggio di sostegno!”. Edelman, insieme all’israeliano dello skeleton Jared Firestone, si è anche reso protagonista di una presa in giro alla scritta “Free Palestine” trovata su un muro a Lillehammer, in Norvegia, dove i due hanno partecipato alla coppa del mondo.

Tutti fatti ricordati dal telecronista svizzero Renna. A cui ne sono perfino sfuggiti altri. Per esempio, un commento in cui Edelman giustificava l’uccisione di giornalisti e medici a Gaza, sostenendo che “Gaza è l’unico posto sulla Terra dove puoi nascondere ostaggi e ‘identificarti come giornalista’ o sparare razzi da un ospedale e ‘identificarti come un dottore’”. Ma il bobbista ha anche minacciato Greta Thunberg e la Global Sumud Flotilla: “Non vogliamo che sia assassinata. Vogliamo che vada a Gaza a incontrare i suoi amiconi di Hamas. Stesso risultato finale, metodi diversi”. Nel concludere la telecronaca della discesa, Renna ha ricordato il doppiopesismo del Cio. Che concede tutto questo agli atleti israeliani, ma non gli altri. È il caso anche dell’atleta ucraino Vladyslav Heraskevych, skeletonista, a cui il Comitato olimpico internazionale ha vietato di indossare un casco con i volti degli atleti morti nella guerra. Quello era un messaggio politico, vietato dalle regole del Cio. Che però non sono uguali per tutti.

da qui

martedì 10 febbraio 2026

La nostra casa era già assediata - Sharif Hamad

A Gaza, ci conosciamo tutti e tutte. Ma soprattutto, conosciamo i bombardamenti. “Se li senti, vuol dire che sei salvo”, usiamo dire. A Gaza, che si è sacrificata per tutto il mondo, è entrato in vigore un cessate il fuoco ma non esiste ancora un luogo sicuro.

Anche dopo due anni di sterminio, le persone non sono arrabbiate né disperate. Hanno imparato a gioire delle piccole cose, nonostante vivano una quotidianità indescrivibile. Qualche giorno fa sono riuscito a parlare con mia madre: mi ha raccontato di aver comprato una piccola pianta di molokhia per preparare un pranzo. “L’ho piantata vicino alla nostra tenda, a Deir el Balah – mi ha detto – Ci ho cucinato sette pasti”. Ha piantato anche del basilico e della menta. L’ha fatto questa volta, e ogni volta che con il resto della mia famiglia è stata costretta a spostarsi, cambiare campo profughi, cambiare tenda. E ogni volta che se n’è andata ha salutato le sue piante. È il suo modo per tenere viva la sua relazione con la terra. È il suo modo per dire: io resto qui.

Beit Hanoun, la mia città, oggi non esiste più. Non c’è una casa a cui tornare. Eppure passeggio per le sue strade ogni notte, appena mi addormento. Parlo con le persone, con quelle ferite e con chi non c’è più. Ma non mi basta, vorrei sentire la loro stessa fatica. Vorrei poter dire a mia madre che torneremo a casa. “Dai, mamma. Portiamolo insieme questo materasso”, le direi. Le persone di Gaza che sono state uccise non saranno mai dimenticate, e prima poi torneremo a farci compagnia in Paradiso.

In questi giorni mi capita spesso di pensare alla Nakba. All’epoca, a Gaza le evacuazioni forzate durarono tre giorni, e ne abbiamo parlato per i successivi 70 anni. Adesso che abbiamo due anni di sfollamenti alle spalle, abbiamo almeno duemila anni di racconti da tramandare.

A Gaza, dopo due anni di genocidio che si è compiuto davanti agli occhi di un mondo complice, le persone sentono di aver fatto tutto il possibile per restare umane. Sono riuscite a mandarci sorrisi mentre cercavano di sopravvivere a un piano di sterminio, tra bombardamenti, fame e sete. Tra la devastazione di scuole, infrastrutture, ospedali e mancanza di medicine. Tra le macerie del proprio paese, ancora pieno di vita, dignità e orgoglio.

A Gaza, le persone hanno scelto come sempre di attaccarsi alla vita e alla terra. E con le mobilitazioni di solidarietà in tutto il mondo hanno smesso di sentirsi sole. Hanno capito che i popoli comprendono dove risiede il male, hanno sentito di avere compagni e compagne e alleati ovunque, che sono stati capaci di gridare nelle piazze e parlare di loro. Persone che hanno preso il mare – come le attiviste e gli attivisti della Global Sumud Flottiglia – a cui hanno detto “anche non siete arrivati e arrivate a Gaza, siete arrivati ai nostri cuori”. Hanno visto le famiglie donare, tentare di aiutare anche con piccoli gesti.

A chi manifesta da due anni al nostro fianco; a chi da due anni si sveglia di notte o dorme con il cuore pesante per le immagini che ha ricevuto; a chi ha riempito le strade e le piazze; a chi ha donato per aiutarci a sopravvivere: non vi ringraziamo più. Ce lo avete insegnato voi, urlando nelle piazze “siamo tutti e tutte palestinesi”: siamo compagni di strada e di lotta, Gaza vi ha aperto gli occhi e vi ha “insegnato la vita”. Per questo non vi ringraziamo più. Però vogliamo dirvi che vi abbiamo sentitoAnche quando avevamo troppo dolore nel cuore. Anche quando eravamo in fila per un pezzo di pane o un po’ d’acqua. Anche nel frastuono delle bombe. Noi Gazawi ascoltiamo con il cuore più che con le orecchie, vediamo con la coscienza, più che con gli occhi.

Con molta tenerezza e altrettanta fermezza, vi diciamo: ci avete teso una mano che ci ha permesso di andare avanti, un giorno dopo l’altro, permettendoci di credere che un secolo di propaganda potesse essere smantellata, lasciando spazio alla nostra voce. Oggi, vi chiediamo due mani. Perché il genocidio a Gaza continua. Possono fermarsi le bombe, ma non le conseguenze di due anni di sterminio e distruzione. Oggi la Striscia è ridotta in macerie. Oltre 70mila persone sono state uccise, di cui almeno 20mila bambini e bambine, e chissà quante migliaia sono ancora sotto le macerie. Il 10% della popolazione non esiste più. Circa 4mila famiglie sono state cancellate per sempre dall’anagrafe. Le persone ferite sono oltre 180mila, senza accesso a cure sanitarie, acqua potabile, cibo. E il 53% della Striscia di Gaza resta occupata dalle forze militari israeliane: questo significa che oltre due milioni di persone sono costrette a vivere in 180 chilometri quadrati, 13mila per chilometro quadrato. Come sopravvivono? Come prima. La nostra casa era già assediata: era solo un po’ più larga.

Ma Israele controlla soprattutto i terreni agricoli necessari alla sopravvivenza della popolazione. In questi due anni le persone hanno esaurito anche i propri risparmi: se per tanto tempo sono state capaci di arrangiarsi con le scorte messe da parte, oggi la gente non ha letteralmente più niente.

Paradossalmente, è quando si fermano le bombe che inizia la fase più difficile. Sembra impossibile anche solo pensarlo, alla luce delle immagini che abbiamo osservato. Ma finché si è concentrati sulla sopravvivenza non c’è tempo di farsi domande. Adesso invece, ci mancano le risposte. Come faremo a ricostruire Gaza? È quello che ci chiediamo ogni singolo giorno. E l’unica risposta possibile, forse, è “come sempre”. Ci sono già squadre di volontari ovunque che puliscono le strade, rimuovono le macerie, cercano di rimettere in funzione gli ospedali e di liberare le scuole dalle famiglie che lì hanno trovato rifugio. Perché sanno benissimo che il primo passo è permettere a bambini e bambine di non rinunciare alla propria istruzione. È questo che fa tornare la vita.

Vedendo tutta questa distruzione davanti a noi ci sembra di vivere in un deserto, senza un inizio né una fine. E sembra impossibile ricominciare. Ma poi, un giorno dopo l’altro, lo facciamo sempre. Bisogna solo iniziare.

Non è ancora finita. Non è finita la guerra. Ma neanche la nostra speranza.

da qui

mercoledì 5 novembre 2025

In Cisgiordania hanno torturato gli agnelli - Caitlin Johnstone

 

Nella Cisgiordania occupata dei coloni israeliani sono stati ripresi mentre torturavano agnelli appartenenti a palestinesi.

Gli hanno cavato gli occhi. Li hanno fracassati con blocchi di cemento. Li hanno picchiati a morte davanti alle loro madri.

Agnelli.

Non è la cosa più malvagia che gli israeliani abbiano mai fatto. Nemmeno lontanamente. 

Diavolo, l'intera civiltà umana sottopone gli animali a crudeli abusi ogni minuto di ogni giorno attraverso gli orrori degli allevamenti intensivi.

Ma questo particolare incidente getta una luce speciale su ciò che sta accadendo esattamente dietro gli occhi di Israele nella loro società sadica.

https://x.com/haaretzcom/status/1984980799792271535

Pensate all'odio e alla ferocia che dovreste evocare dentro di voi per cavare gli occhi a un agnellino vivo. Pensate al tipo di persona che dovreste diventare per fare una cosa del genere a una creatura innocente.

Quegli agnelli non sapevano di essere palestinesi. Non sapevano nulla di Hamas, del 7 ottobre, dell'Olocausto nazista, o di qualsiasi altra delle ragioni che gli israeliani generalmente citano per i loro abusi sugli esseri umani.

Se ne stavano lì seduti, senza fare assolutamente nulla che potesse essere interpretato come dannoso nemmeno dal più talentuoso hasbarista.

E quei coloni sono entrati e hanno inflitto loro sofferenze completamente gratuite.

Questo, almeno per me, la dice lunga sul livello di odio al vetriolo che sostiene lo Stato di Israele. È insito nel modo in cui è organizzato l'intero Stato.

https://x.com/Kahlissee/status/1823978690708976096

Israele non può continuare ad esistere senza una intrinseca infinita violenza. La violenza non può esistere senza odio. L'odio non può esistere senza un sistematico indottrinamento.

Questo indottrinamento insegna agli ebrei israeliani fin dalla nascita che le vittime del loro Stato genocida sono tutte mostri disumani che li stupirerebbero e li ucciderebbero se Israele cessasse gli abusi dell'apartheid, il militarismo e la violenza incessante. Insegna loro che annientare la loro empatia e compassione è essenziale per la loro sopravvivenza, perché solo gli ebrei disposti a fare tutto il necessario per sopravvivere ce la faranno.

Nel caso in cui l'indottrinamento infantile non fosse sufficiente a convincerli, gli israeliani sono anche costretti a prestare servizio militare, dove trascorrono due anni anni annientando ogni residuo di senso di decenza umana in loro stessi, infliggendo atti di inconcepibile crudeltà ai palestinesi come parte del loro dovere verso lo Stato.

Sono addestrati a credere di dover avere cuore freddo e mani dure, perché questo è ciò che serve per fare ciò che va fatto.

I coloni che hanno torturato quegli agnelli credevano di fare ciò che andava fatto. Credono di dover terrorizzare i palestinesi e rendere la loro vita così orribile da spingerli a trasferirsi altrove, il che consente ulteriori insediamenti ebraici in territorio palestinese.

https://x.com/AJIunit/status/1863553707897680291

Quegli agnelli torturati sono il prodotto di tutto ciò che Israele è come Stato. Il che, naturalmente, si potrebbe dire di ogni vittima del sadismo israeliano degli ultimi ottant'anni, umana e non umana.

Questo è Israele. Questo è il sionismo. Ecco cosa succede quando i sionisti ottengono tutto ciò che vogliono. Lo state guardando. È così.

Israele non può continuare così. L'umanità non può continuare così. Abbiamo bisogno di sistemi migliori. Ideologie migliori. Motivazioni migliori che guidino il nostro comportamento.

Tutti i nostri sistemi che alimentano crudeltà e abusi in tutto il mondo devono fare la fine dei dinosauri. Sionismo. Capitalismo. Imperialismo. Tutti i nostri sistemi basati sulla competizione che ci mettono contro altri popoli, altre etnie, altri paesi e la nostra stessa biosfera.

Dobbiamo adottare sistemi basati sulla collaborazione che promuovano giustizia, uguaglianza e benessere per tutte le creature della Terra. Perché ciò che abbiamo fatto finora chiaramente non funziona.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)

da qui

lunedì 13 ottobre 2025

La propaganda di Israele si arma di recensioni. Campagna d'odio contro locali pugliesi e lucani che espongono bandiere palestinesi

Diverse attività commerciali tra Matera, Monopoli e Locorotondo sono state bersagliate su Google con pareri negativi e accuse infondate. Dietro l'esercito di account ci sarebbe Naor Meningher, podcaster che ride se si parla di sofferenze a Gaza e che ha lavorato alle campagne elettorali di Netanyahu

Sarà che i Sassi e la Murgia ricordano un po’ i paesaggi della Palestina storica, sarà che per chi sostiene l’occupazione e la cancellazione di un popolo è tutto lecito e l’impunità travalica i confini nazionali. Ma da qualche giorno diverse attività commerciali tra Puglia e Basilicata, in particolare a Matera, Monopoli e Locorotondo, sono sommerse da commenti negativi su Google Maps. I profili di parrucchieri, birrerie, ristoranti, musei e negozi di abbigliamento sono pieni di accuse infondate e recensioni da una stella riconducibili ad account israeliani, persone che, se esistono, evidentemente non sono mai neanche entrate in quei negozi.

A guidare l’esercito virtuale sarebbe Naor Meningher, podcaster e filmmaker israeliano. È co-host di “Two nice Jewish boys”, (due bravi ragazzi ebrei), un podcast dal titolo quantomeno eufemistico che negli scorsi mesi ha fatto parlare di sé per aver mostrato il lato distopico della società israeliana“Se avessi un pulsante per distruggere Gaza, e uccidere ogni essere vivente a Gaza, lo premerei all’istante, la maggior parte degli israeliani farebbe lo stesso. Non stiamo promuovendo l’uccisione di bambini, ma perdonateci se non ce ne frega niente se nella Striscia muoiono tutti”.

 

Oltre a ridere ascoltando queste atrocità, Meningher nel suo sito web si definisce uno “specialista in campagne digitali con una comprovata esperienza in campagne politiche di successo. Tra il 2019 e il 2022 ho lavorato a cinque campagne elettorali del Primo Ministro Netanyahu, occupandomi della direzione dei progetti digitali, video e chatbot. Mi occupavo anche della gestione di tutti i canali digitali del Primo Ministro. Tra i miei principali progetti durante le campagne elettorali c’era la pagina Facebook di Netanyahu". Di lavoro, insomma, Meningher è organo di propaganda del premier israeliano, il megafono di una persona su cui pende un mandato d’arresto internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Una mansione che deve avergli procurato un certo livello di stress durante i due anni di genocidio. Così, seguendo l’esempio dei soldati dell'Idf che si sono rilassati in Costa Smeralda, ha scelto l’Italia per una vacanza. Ma il lavoro, si sa, ti segue ovunque. A Matera, Meningher si imbatte in diverse attività commerciali che in segno di solidarietà al popolo palestinese hanno affisso all’entrata una bandiera palestinese. Sono parte di un corpo sociale sempre più attivo ed eterogeneo, lo stesso che ha popolato le piazze di tutta Italia per chiedere la fine del genocidio a Gaza e di tagliare i rapporti con il governo di Tel Aviv.

 

La stessa marea ha travolto anche Naor Meningher, che ha subito deciso di prendere contromisure: “Un appello importante per gli israeliani che viaggiano in Italia per le vacanze!!!”, ha scritto in un post su un gruppo Facebook israeliano in cui turisti si scambiano dritte e consigli sui viaggi a Roma e in Italia. “Avrete notato che in quasi tutte le città ci sono aziende che scelgono di appendere orgogliosamente la bandiera di Hamas”. Quella che lui chiama bandiera di Hamas è in realtà quella palestinese, ma chi lo fa notare nei commenti viene insultato. “Uniamo tutti le forze”, continua “per sapere come evitare queste attività e avvisiamo gli altri. Scatta una foto. Entra su Google Maps e lascia una recensione in ebraico, dicendo che questa azienda supporta Hamas. E ovviamente non entrare in queste attività e non sostenerle! Mostriamogli che ci sono conseguenze per le loro azioni! E non restiamo in silenzio”. Nel post ci sono anche geolocalizzazioni e foto di esercizi commerciali di Matera. 

 

Tra questi c’è il Tam, museo d’arte contemporanea che da mesi ha all’ingresso una bandiera palestinese. “Per ragioni statistiche teniamo traccia della provenienza dei nostri visitatori e negli ultimi anni non abbiamo mai registrato nessuno da Israele. È quasi certo che nessuno degli autori delle recensioni negative sia stato davvero qui”, spiega uno dei fondatori del museo. “In alcune veniamo chiamati terroristi, in altre si lamentano dei prezzi (non essendo mai neanche entrati). Il nostro museo nasce come luogo di confronto, aperto, civile, attento e solidale con gli ultimi e riteniamo giusto rendere palese, ancor prima di entrare, da che parte stiamo: chi non è d’accordo con questa nostra posizione non è certamente obbligato a entrare”, aggiunge. L’ondata di odio si è riversata anche nei commenti al post su Instagram in cui il museo ha ribadito la propria posizione: “Terrorismo, stupro, presa di ostaggi, uccisione di bambini e anziani, esecuzione di persone a un festival musicale. QUESTO è ciò che tu e il tuo grazioso piccolo villaggio state promuovendo. E questo è ciò che avete deciso di fare: invece di chiedere la pace (come farebbe una persona decente), date la colpa a un altro ebreo per avervi accusato di sostenere il terrorismo. Dovreste essere completamente privati dei fondi”, ha scritto un utente.

 

Lo stesso trattamento è toccato a un parrucchiere, sempre di Matera, definito “non professionale”. Un negozio di abbigliamento che casualmente proprio negli stessi giorni avrebbe avuto clienti israeliani che non hanno gradito la qualità dei capi in vendita. Un bistrot che fa piatti tipici è diventato un “sostenitore di Hamas” e un birrificio è stato preso di mira con un pretesto: “Dopo solo due drink ho avuto mal di stomaco e la mia esperienza è stata completamente rovinata”. Tutto ciò che accumuna questi locali è che sono nel centro storico di Matera e hanno esposto bandiere o scritte in favore della causa palestinese. Una lista di proscrizione che non si è fermata alla Lucania. Anche diversi ristoranti di Monopoli e Locorotondo, in Puglia, hanno subito lo stesso "bombardamento", con le stesse parole copiate e incollate e le stesse modalità, e dagli stessi utenti. “Una grande bandiera nazionale inventata all’ingresso del ristorante”, “disgustoso, ho avuto forti dolori allo stomaco dopo aver mangiato lì”, “bassa qualità”, sono i commenti che accompagnano recensioni da una stella per posti che hanno medie ben sopra le quattro stelle su cinque. Le associazioni locali, tra cui il Comitato per la Pace Matera, si sono già attivate per rispondere con una contro-ondata di recensioni positive, in solidarietà a chi è stato vittima della campagna denigratoria.

È probabile però che diversi altri esercizi finiscano nella rete tessuta dal propagandista Naor Meningher. Il gruppo su cui ha invitato a attaccare chiunque in Italia renda visibili al pubblico simboli palestinesi conta 60mila iscritti e, malgrado l’intento originario sia quello di “aiutare, consigliare, orientare, dare recensioni e avvertire i viaggiatori israeliani su tutto ciò che riguarda Roma e la zona circostante”, gli utenti hanno risposto in fretta alla chiamata alle armi. D’altronde, quello di inondare il web con contenuti favorevoli alla propaganda israeliana è un diktat dello stesso Netanyahu: “Le armi cambiano nel tempo, le più importanti oggi sono i social media”, ha detto durante un incontro tenutosi lo scorso settembre con un gruppo di influencer americani. “L’acquisto più importante in corso, ad esempio, è quello di TikTok. Spero che vada in porto, perché può avere conseguenze significative”. Una strategia che Meningher, da responsabile delle campagne social del premier, doveva conoscere bene.

da qui

mercoledì 1 ottobre 2025

Ecocidio, imperialismo e liberazione della Palestina - Hamza Hamouchene

 

La devastazione di Gaza non è solo genocidio, ma anche ecocidio: la distruzione intenzionale dell’ecosistema. L’attacco di Israele dimostra come la violenza dei coloni sia legata al danno ambientale e perché la giustizia climatica dipenda dalla liberazione palestinese.

A prima vista, potrebbe sembrare fuori luogo o addirittura inappropriato scrivere di questioni climatiche ed ecologiche nel contesto del genocidio in corso a Gaza. Tuttavia, ciò che si sta verificando a Gaza non è semplicemente un genocidio: è anche un ecocidio, o quello che alcuni hanno descritto come un olocidio : l’annientamento deliberato di un intero tessuto sociale ed ecologico. Gaza è disseminata da oltre 40 milioni di tonnellate di detriti e materiali pericolosi, molti dei quali contenenti resti umani. All’inizio del 2024, una parte significativa dei terreni agricoli di Gaza era già stata decimata, con frutteti, serre e colture vitali spazzati via da incessanti bombardamenti. Uliveti e fattorie sono stati ridotti a terra battuta, e munizioni e tossine contaminano il suolo e le falde acquifere. Nel frattempo, l’acqua del mare di Gaza è intasata da liquami e rifiuti a causa dell’interruzione dell’elettricità e della distruzione degli impianti di trattamento da parte di Israele.

Comprendere la distruzione ecologica in atto nel genocidio israeliano mette in luce le intersezioni critiche che esistono tra la crisi climatica/ecologica e la lotta di liberazione palestinese. Non può esserci vera giustizia climatica globale senza la liberazione palestinese, così come la lotta per la libertà palestinese è intrinsecamente legata alla sopravvivenza della Terra e dell’umanità. Ciò che segue traccia il profondo intreccio tra la devastazione ecologica di Israele e la violenza del colonialismo d’insediamento in Palestina, che ha raggiunto l’apice nell’attuale genocidio. Mostra come il danno ambientale sia stato, fin dall’inizio, una caratteristica fondamentale del dominio coloniale sionista, usato come arma di controllo e cancellazione. Da lì, l’analisi si muove attraverso ambiti chiave: le sproporzionate vulnerabilità climatiche imposte ai palestinesi, l’uso da parte di Israele del greenwashing e dell’eco-normalizzazione per mascherare l’occupazione e l’apartheid, l’attuale ecocidio a Gaza e il ruolo di Israele nell’ordine globale del capitalismo fossile. L’analisi si conclude con un’attenzione particolare alla resistenza dei palestinesi attraverso pratiche radicate nella terra, nella cultura e nella cura, offrendo non solo un rifiuto del dominio, ma una visione di giustizia ambientale ancorata alla liberazione.

 

Orientalismo ambientale

Israele ha a lungo descritto la Palestina pre-1948 come un deserto vuoto e arido, un’immagine che contrasta con l’oasi rigogliosa presumibilmente creata dalla fondazione dello Stato di Israele. Questa narrazione ambientalista razzista descrive gli indigeni palestinesi come selvaggi ecologici che non si prendono cura, e persino distruggono, la terra su cui hanno vissuto per millenni. Questo discorso ambientalista non è né nuovo né esclusivo del colonialismo israeliano. In quello che definisce “orientalismo ambientale”, la geografa Diana K. Davis osserva come gli immaginari anglo-europei del XIX secolo spesso descrivessero l’ambiente del mondo arabo come “in qualche modo degradato”, implicando la necessità di un intervento per migliorarlo , ripristinarlo , normalizzarlo e ripararlo . 1

L’ideologia sionista del riscatto della terra è esemplificata dalla narrazione costruita attorno al progetto di rimboschimento guidato dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF), un’organizzazione parastatale israeliana. Attraverso il rimboschimento, il JNF ha cercato di cancellare i resti fisici e simbolici di 86 villaggi palestinesi distrutti durante la Nakba. 2 Con il pretesto della conservazione, il JNF ha trasformato la piantumazione di alberi in un’arma per nascondere la realtà degli sfollamenti di massa coloniali, della pulizia etnica, della distruzione dell’ambiente e dell’espropriazione, creando al contempo un nuovo paesaggio per sostituire quello indigeno.

Ghada Sasa analizza brillantemente tali pratiche eco-coloniali, descrivendole come colonialismo verde: l’appropriazione dell’ambientalismo da parte di Israele per eliminare i palestinesi indigeni e usurpare le loro risorse. Descrive come Israele utilizzi le designazioni di conservazione (parchi nazionali, foreste e riserve naturali) per (1) giustificare l’accaparramento di terre; (2) impedire il ritorno dei rifugiati palestinesi; (3) destoricizzare, giudaizzare ed europeizzare la Palestina, cancellando l’identità palestinese e sopprimendo la resistenza all’oppressione israeliana; e (4) ripulire la sua immagine di apartheid. 3

Il sequestro delle risorse da parte di Israele si estende anche alle acque della Palestina. Poco dopo la creazione di Israele nel 1948, il JNF prosciugò il lago Hula e le zone umide circostanti nella Palestina storica settentrionale, 4 sostenendo che ciò fosse necessario per espandere i terreni agricoli. Eppure, non solo il progetto non riuscì ad ampliare i terreni agricoli “produttivi” per i coloni ebrei europei appena arrivati, ma causò anche ingenti danni ambientali, distruggendo specie vegetali e animali vitali, 5 e degradò gravemente la qualità dell’acqua che scorreva nel Mar di Galilea ( Lago di Tiberiade ), interrompendo il flusso a valle del fiume Giordano.6 Più o meno nello stesso periodo, Mekorot, la compagnia idrica nazionale israeliana, iniziò a deviare l’acqua del fiume Giordano verso i coloni e le città costiere israeliane e gli insediamenti ebraici nel deserto del Naqab ( Negev ).7 Dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel 1967, Israele intensificò il saccheggio delle acque del fiume Giordano. Oggi, il Giordano, in particolare il suo tratto inferiore, è stato ridotto a poco più di un ruscello inquinato pieno di sporcizia e liquami .

Gli attacchi di Israele all’ambiente palestinese, sia attraverso la riforestazione che il prosciugamento delle risorse idriche, dimostrano come gli atteggiamenti verso l’ ambiente siano parte integrante della più ampia impresa coloniale di insediamento . Il colonialismo di insediamento è una forma di dominio che interrompe violentemente le relazioni delle persone con il loro ambiente “minando strategicamente la continuità collettiva delle comunità indigene sul territorio”. 9 Visto in questo modo, il colonialismo di insediamento è supremazia ecologica: cancella le qualità delle relazioni che contano per i popoli indigeni, imponendo al loro posto ecologie coloniali. Come osserva Kyle Whyte, “le popolazioni di coloni stanno lavorando per creare le proprie ecologie a partire da quelle dei popoli indigeni, il che spesso richiede che i coloni introducano materiali ed esseri viventi aggiuntivi”. 10 A questo proposito, Shourideh Molavi sostiene analogamente che la violenza coloniale è “prima di tutto una violenza ecologica”, un tentativo di sovrascrivere un ecosistema con un altro. Eyal Weizman concorda, sostenendo che “l’ambiente è uno dei mezzi attraverso cui viene attuato il razzismo coloniale, vengono espropriate le terre, fortificate le linee d’assedio e perpetuata la violenza”. 11 Weizman osserva che in Palestina: “La Nakba ha anche una dimensione ambientale meno nota, la completa trasformazione dell’ambiente, del clima, del suolo, la perdita del clima indigeno, della vegetazione, dei cieli. La Nakba è un processo di cambiamento climatico imposto dal colonialismo”. 12

 

La crisi climatica in Palestina

È in questo contesto di trasformazione israeliana dell’ambiente palestinese che i palestinesi si trovano ora ad affrontare l’intensificarsi della crisi climatica globale. Entro la fine di questo secolo, le precipitazioni annuali in Palestina potrebbero diminuire fino al 30% rispetto al periodo 1961-1990. 13 Il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (IPCC) prevede che le temperature aumenteranno tra 2,2 e 5,1 °C, con conseguenti cambiamenti climatici potenzialmente catastrofici, tra cui una maggiore desertificazione. 14 L’agricoltura, pilastro dell’economia palestinese, sarà gravemente colpita. Stagioni di crescita più brevi e un crescente fabbisogno idrico faranno aumentare i prezzi dei prodotti alimentari, minacciando la sicurezza alimentare.

La vulnerabilità climatica palestinese dovrebbe essere compresa nel contesto brutale di un secolo di colonialismo, occupazione, apartheid, espropriazione, sfollamento, oppressione sistemica e genocidio. A causa di questa storia, ci sono – e ci saranno – profonde asimmetrie nel modo in cui la crisi climatica colpisce Israele rispetto al modo in cui colpisce i Territori Palestinesi Occupati (TPO), come ha descritto Zena Agha. 15 Pertanto, mentre l’occupazione israeliana in corso impedisce ai palestinesi di accedere alle risorse e di sviluppare infrastrutture e strategie adattive, Israele è uno dei paesi meno vulnerabili al clima della regione e uno dei più pronti ad affrontare il cambiamento climatico. Questo perché ha accaparrato, saccheggiato e controllato la maggior parte delle risorse della Palestina, dalla terra all’acqua all’energia, sviluppando, sulle spalle dei lavoratori palestinesi e con il supporto attivo delle potenze imperialiste, tecnologie in grado di alleviare alcuni degli impatti del cambiamento climatico. In sintesi, la capacità di adattamento al cambiamento climatico in Palestina e Israele è profondamente stratificata, strutturata in base a razza, religione, status giuridico e gerarchie coloniali. Questo fenomeno è spesso definito apartheid climatico o eco-apartheid. 16

In nessun luogo questa situazione è più evidente che nella questione dell’accesso all’acqua. A differenza dei paesi vicini, non c’è carenza d’acqua tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. Eppure, una cronica crisi idrica colpisce i palestinesi in Cisgiordania e a Gaza a causa della supremazia ebraica imposta dall’occupazione e delle infrastrutture idriche soggette a apartheid. Dall’occupazione della Cisgiordania nel 1967, Israele ha monopolizzato le fonti idriche, un potere formalizzato negli accordi di Oslo II del 1995, che hanno concesso a Israele il controllo su circa l’80% delle risorse idriche della Cisgiordania. Mentre Israele ha sviluppato la sua tecnologia idrica e ampliato l’accesso attraverso la Linea Verde, i palestinesi hanno visto il loro accesso diminuire a causa dell’apartheid, del furto di terre e dell’espropriazione. Ciò include l’esercizio del controllo israeliano sulle fonti idriche, rigide quote di fornitura per i palestinesi, il diniego di sviluppo (come lo scavo di pozzi) e la ripetuta distruzione delle infrastrutture idriche palestinesi. Di conseguenza, la popolazione ebraica israeliana tra il Giordano e il Mediterraneo vive con il lusso della desalinizzazione e dell’abbondanza, mentre i palestinesi affrontano carenze croniche che peggioreranno con il cambiamento climatico. La disparità è impressionante: il consumo giornaliero pro capite di acqua in Israele era di 247 litri nel 2020, oltre il triplo degli 82,4 litri a disposizione dei palestinesi in Cisgiordania. 17

In Cisgiordania, i 600.000 coloni illegali israeliani consumano sei volte più acqua della popolazione palestinese di 3 milioni di persone. Inoltre, gli insediamenti illegali israeliani consumano fino a 700 litri pro capite al giorno, compresi beni di lusso come piscine e prati, mentre alcune comunità palestinesi, scollegate dalla rete idrica, sopravvivono con appena 26 litri a persona, una quantità vicina alla media nelle zone colpite da calamità e ben al di sotto della quantità d’acqua sufficiente per le esigenze personali e domestiche, ovvero tra i 50 e i 100 litri di acqua a persona al giorno, come raccomandato dalle Nazioni Unite (link esterno) e dall’OMS. 18

Nel 2015, solo il 50,9% delle famiglie della Cisgiordania aveva accesso quotidiano all’acqua, mentre nel 2020, B’Tselem ha stimato che solo il 36% dei palestinesi della Cisgiordania aveva un accesso affidabile tutto l’anno, con il 47% che riceveva acqua meno di 10 giorni al mese.

A Gaza, la situazione è ancora peggiore. Anche prima dell’attuale genocidio, solo il 30% delle famiglie aveva accesso giornaliero all’acqua, una cifra che è diminuita drasticamente durante gli attacchi israeliani. 19 Israele non solo impedisce l’ingresso di acqua pulita a Gaza, ma impedisce anche la costruzione o la riparazione di infrastrutture vietando l’uso di materiali essenziali. Il risultato è catastrofico: prima del genocidio, il 90-95% dell’acqua di Gaza non era potabile o per l’irrigazione. 20 L’acqua contaminata causava oltre il 26% delle malattie segnalate ed era una delle principali cause di mortalità infantile, responsabile di oltre il 12% dei decessi infantili nel territorio. 21 Nel febbraio 2025, mentre la violenza genocida continuava e la carestia peggiorava, Oxfam stimava (link esterno) che la quantità di acqua disponibile a Gaza fosse di 5,7 litri a persona al giorno.

In questo contesto di accesso limitato all’acqua, gli effetti del cambiamento climatico sulla disponibilità e sulla qualità dell’acqua avranno conseguenze mortali, in particolare a Gaza.

 

Eco-normalizzazione e greenwashing nell’era delle energie rinnovabili

In questo contesto di crescente crisi idrica, ambientale e climatica che i palestinesi devono affrontare, Israele si presenta come un paladino delle tecnologie verdi, della desalinizzazione e dei progetti di energia rinnovabile nella Palestina occupata e oltre. Usa la sua immagine verde per giustificare la sua politica coloniale e la sua espropriazione, screditando il suo regime coloniale e di apartheid e nascondendo i suoi crimini di guerra contro il popolo palestinese, spacciandosi per un Paese verde e avanzato in un Medio Oriente arido e arretrato. Questa immagine è stata rafforzata dagli Accordi di Abramo firmati da Israele con Emirati Arabi Uniti (EAU), Bahrein, Marocco e Sudan nel 2020, e da accordi per l’attuazione congiunta di progetti ambientali riguardanti le energie rinnovabili, l’agroalimentare e l’acqua. Si tratta di una forma di eco-normalizzazione: l’uso dell'”ambientalismo” per screditare e normalizzare l’oppressione israeliana e le ingiustizie ambientali che produce nella regione araba e oltre. 22

La normalizzazione tra Marocco e Israele nel dicembre 2020 è avvenuta attraverso un accordo tra le due potenze occupanti, facilitato dal loro protettore imperiale (gli Stati Uniti sotto Trump), in base al quale Israele e gli Stati Uniti hanno anche riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale. Da allora, gli investimenti e gli accordi israeliani in Marocco sono aumentati, soprattutto nei settori dell’agroalimentare e delle energie rinnovabili.

L’8 novembre 2022, durante la COP27 a Sharm El Sheikh, Giordania e Israele hanno firmato un protocollo d’intesa, mediato dagli Emirati Arabi Uniti, per proseguire uno studio di fattibilità su due progetti interconnessi – Prosperity Blue e Prosperity Green – che insieme formano il Progetto Prosperity. In base all’accordo, la Giordania acquisterà 200 milioni di metri cubi d’acqua all’anno da una stazione di desalinizzazione israeliana sulla costa mediterranea (Prosperity Blue). Questa stazione sarà alimentata da un impianto solare da 600 megawatt (MW) in Giordania (Prosperity Green), che sarà costruito da Masdar, un’azienda statale degli Emirati Arabi Uniti specializzata in energie rinnovabili. La retorica benevola dietro Prosperity Blue maschera il saccheggio decennale di Israele delle risorse idriche palestinesi e arabe (descritto in precedenza) e contribuisce a negare la responsabilità della scarsità idrica regionale, presentandosi al contempo come un custode ambientale e un’azienda energetica. Mekorot, uno dei principali attori della desalinizzazione israeliana, si posiziona come leader globale, anche grazie alla narrativa greenwashing di Israele. I profitti generati finanziano sia le sue attività sia la pratica dell’apartheid idrico attuata dal governo israeliano nei confronti dei palestinesi.

Nell’agosto 2022, la Giordania si è unita a Marocco, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Bahrein e Oman nella firma di un altro protocollo d’intesa con due aziende energetiche israeliane, Enlight Green Energy (ENLT) e NewMed Energy, per implementare progetti di energia rinnovabile in tutta la regione, tra cui solare, eolico e stoccaggio di energia. Queste iniziative rafforzano l’immagine di Israele come polo di innovazione nel settore delle energie rinnovabili, consentendogli al contempo di approfondire il suo progetto di insediamento coloniale e di estendere la sua influenza geopolitica in tutta la regione. L’obiettivo è integrare Israele nel sistema energetico ed economico della regione araba da una posizione di predominio, creando nuove dipendenze che rafforzino il programma di normalizzazione e presentino Israele come un partner indispensabile. Con l’aggravarsi delle crisi ecologiche e climatiche, i paesi che dipendono dall’energia, dall’acqua o dalla tecnologia israeliane potrebbero iniziare a considerare la lotta palestinese meno importante della garanzia del proprio accesso.

Il coinvolgimento di aziende del Golfo come Saudi ACWA Power ed Emirati Masdar in queste imprese coloniali evidenzia una caratteristica strutturale fondamentale della regione araba. Piuttosto che considerare la regione come un insieme indifferenziato, è fondamentale riconoscerne le gerarchie e le disuguaglianze interne. Il Golfo funziona come una forza semi-periferica, o addirittura sub-imperialista. Non solo è significativamente più ricco dei suoi vicini, ma partecipa anche alla cattura e all’assimilazione del plusvalore a livello regionale, riproducendo le dinamiche centro-periferia di estrazione, emarginazione e accumulazione tramite espropriazione.

 

Guerra ambientale ed ecocidio a Gaza

Gli orribili crimini che Israele sta commettendo a Gaza, sia contro la sua popolazione che contro il suo ambiente, sono l’intensificazione di una guerra di lunga data descritta da Shourideh C. Molavi nel suo libro Environmental Warfare in Gaza . Rifiutando la nozione di ambiente come sfondo passivo del conflitto, Molavi mostra come le pratiche coloniali israeliane utilizzino gli elementi ambientali come strumento attivo di guerra militare all’interno e nei dintorni della Striscia di Gaza. 23  In questa guerra, la distruzione delle aree residenziali di Gaza e la distruzione dei suoi spazi agricoli vanno di pari passo.

La violenza ecologica di Israele a Gaza si manifesta attraverso la distruzione di terreni, l’imposizione di restrizioni di coltivazione agli agricoltori palestinesi – tra cui limiti alle tipologie di colture e all’altezza – e la quasi totale eliminazione degli uliveti e degli agrumeti tradizionali del territorio. Anche al di fuori delle periodiche incursioni e dei massacri israeliani, i bulldozer israeliani entrano regolarmente a Gaza per sradicare le colture e distruggere le serre. In questo modo, come documentato da Forensic Architecture, Israele ha costantemente ampliato la sua “zona cuscinetto” militare lungo il confine orientale di Gaza.

Dal 2014, questo processo ha incluso la guerra chimica. Israele impiega regolarmente aerei per l’irrorazione aerea che spruzzano erbicidi tossici e fitotossici sui terreni agricoli palestinesi a centinaia di metri all’interno di Gaza. 24 Tra il 2014 e il 2018, il Ministero dell’Agricoltura palestinese stima che l’irrorazione aerea di erbicidi abbia danneggiato oltre 13 chilometri quadrati di terreni agricoli a Gaza. 25 Gli effetti di queste sostanze chimiche non si limitano alle colture: Al-Mezan, una ONG palestinese per i diritti umani, ha avvertito che il consumo di piante contaminate da sostanze chimiche da parte del bestiame può danneggiare gli esseri umani attraverso la catena alimentare. 26

Anche prima dell’inizio dell’attuale genocidio, queste pratiche avevano decimato intere fasce di terra coltivabile, privando gli agricoltori di Gaza dei loro mezzi di sostentamento e garantendo all’esercito israeliano una migliore visibilità per attacchi a distanza e letali. 27 Il risultato è che, a differenza dei chilometri di campi irrigati (fragole, meloni, erbe aromatiche e cavoli) degli insediamenti israeliani adiacenti a Gaza, le terre palestinesi a Gaza appaiono sterili, rese prive di vita non dalla natura ma da un disegno . Invece di “far fiorire il deserto”, i colonizzatori sono impegnati in un processo di desertificazione, trasformando terreni agricoli un tempo fertili e attivi in ​​un’area arida e bruciata, ripulita dalla vegetazione.

È in questa brutale e coloniale riconfigurazione del panorama biopolitico di Gaza (e più in generale di quello della Palestina storica) che ha avuto luogo l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Da allora, i crimini israeliani a Gaza sono entrati a far parte dell’ecocidio. La reale entità dei danni a Gaza deve ancora essere documentata e le statistiche vengono rapidamente rese obsolete dal protrarsi del genocidio israeliano. Ciononostante, alcuni fatti possono essere presentati qui.

Come dimostrato dal gruppo di ricerca londinese Forensic Architecture, che lavora con immagini satellitari, dall’ottobre 2023 le forze israeliane hanno preso di mira sistematicamente frutteti e serre in un deliberato atto di ecocidio che aggrava la catastrofica carestia in corso a Gaza e che fa parte di un più ampio schema di privazione dei palestinesi delle risorse per la sopravvivenza. 28 Entro marzo 2024, circa il 40% del terreno di Gaza precedentemente utilizzato per la produzione alimentare era stato distrutto, mentre quasi un terzo delle serre di Gaza era stato demolito, con percentuali che andavano dal 90% nel nord di Gaza a circa il 40% intorno alla città meridionale di Khan Younis. 29 Inoltre, l’analisi delle immagini satellitari fornite al Guardian nel marzo 2024 mostra che quasi la metà della copertura arborea e dei terreni agricoli di Gaza era stata distrutta a quel tempo, anche a causa dell’uso illegale di fosforo bianco. Come descritto nell’articolo del Guardian, uliveti e fattorie sono stati ridotti a terra battuta; munizioni e tossine hanno contaminato il suolo e le falde acquifere; e l’aria è inquinata da fumo e particolato. 30 È molto probabile che la situazione sia peggiorata drasticamente nei 14 mesi trascorsi da quando questi rapporti sono stati scritti.

Uno degli elementi più letali dell’ecocidio israeliano a Gaza è la distruzione delle risorse idriche del territorio. Anche prima dello scoppio del genocidio, circa il 95% delle risorse idriche dell’unica falda acquifera di Gaza era contaminato e inadatto all’uso potabile o all’irrigazione. Questo era il risultato del blocco disumano e dei periodici attacchi, che ostacolavano la creazione e la riparazione di impianti idrici e di desalinizzazione. Dall’ottobre 2023, tuttavia, si è verificato un collasso totale e la distruzione delle strutture e delle infrastrutture idriche di Gaza, con conseguente collasso delle forniture di acqua potabile e della gestione delle acque reflue. Ciò sta causando alti livelli di disidratazione e malattie (come il tifo).

Oltre alla distruzione diretta causata dall’attacco militare, la mancanza di carburante ha lasciato la popolazione di Gaza senza altra scelta che abbattere alberi per bruciarli per cucinare o riscaldarsi, aggravando ulteriormente la massiccia perdita di alberi che si sta verificando nel territorio. Allo stesso tempo, anche il suolo rimanente è minacciato dai bombardamenti e dalle demolizioni israeliane. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), i pesanti bombardamenti delle aree popolate contaminano il suolo e le falde acquifere a lungo termine, sia attraverso le munizioni stesse, sia attraverso il rilascio di materiali pericolosi (come amianto, sostanze chimiche industriali e carburante) da parte degli edifici crollati nell’aria, nel suolo e nelle falde acquifere circostanti. 31 A luglio 2024, l’UNEP stimava che i bombardamenti avessero lasciato 40 milioni di tonnellate di detriti e materiali pericolosi, con gran parte delle macerie contenenti resti umani. La bonifica di Gaza da queste macerie di guerra richiederà 15 anni e potrebbe costare più di 600 milioni di dollari. 32

L’ecocidio di Israele si estende al mare di Gaza, intasato da liquami e rifiuti. Quando Israele ha interrotto l’approvvigionamento di carburante a Gaza dopo il 7 ottobre, le conseguenti interruzioni di corrente hanno impedito il pompaggio delle acque reflue verso gli impianti di trattamento, con conseguente riversamento di 100.000 metri cubi di liquami al giorno nel Mediterraneo. Oltre alla distruzione delle infrastrutture sanitarie, agli attacchi contro ospedali e operatori sanitari e alle severe restrizioni all’ingresso di forniture mediche, ciò ha creato una “tempesta perfetta” per l’epidemia di malattie infettive, come il colera, e la recrudescenza di malattie un tempo debellate e prevenibili con vaccino, come la poliomielite. 33

Nel complesso, la distruzione descritta nei paragrafi precedenti ha portato molti osservatori ed esperti ad affermare che l’attacco di Israele agli ecosistemi di Gaza ha reso l’area invivibile.

 

Palestina contro l’imperialismo guidato dagli Stati Uniti e il capitalismo fossile globale

Al vertice sul clima COP28, tenutosi a Dubai nel dicembre 2023, il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato: “Genocidio e atti barbarici scatenati contro il popolo palestinese sono ciò che attende coloro che fuggono dal Sud a causa della crisi climatica… Ciò che vediamo a Gaza è la prova generale del futuro”. 34 Come chiariscono le parole di Petro, il genocidio a Gaza è un avvertimento di ciò che accadrà se non ci organizziamo e non resistiamo. L’impero e le sue classi dominanti sono pronti a sacrificare milioni di persone – neri, ispanici e bianchi della classe operaia – per preservare l’accumulazione e il dominio del capitale. Il loro rifiuto di impegnarsi in azioni per il clima alla COP29 di Baku, pur continuando a finanziare il genocidio a Gaza, lo rende chiaro, così come l’apartheid vaccinale che si è manifestato durante la pandemia di COVID-19.

Gaza rivela anche come la guerra e il complesso militare-industriale guidino la crisi climatica. Di fatto, l’esercito statunitense è il maggiore emettitore istituzionale al mondo. 35 Per quanto riguarda la guerra genocida a Gaza, in soli due mesi le emissioni di Israele hanno superato le emissioni annuali di carbonio di oltre 20 dei paesi più vulnerabili al clima al mondo, in gran parte a causa delle emissioni legate ai voli cargo militari statunitensi e alla produzione di armi. 36 Gli Stati Uniti non stanno solo consentendo il genocidio; stanno contribuendo attivamente all’ecocidio in Palestina. Ma il collegamento è più profondo. La lotta per la liberazione palestinese è inscindibile dalla lotta contro il capitalismo fossile e l’imperialismo statunitense. La Palestina si trova nel cuore del Medio Oriente, che rimane centrale per l’economia capitalista globale, non solo attraverso il commercio e la finanza, ma anche come fulcro del regime mondiale dei combustibili fossili, producendo circa il 35% del petrolio globale. 37 Nel frattempo, Israele sta cercando di diventare un polo energetico regionale, soprattutto attraverso i giacimenti di gas del Mediterraneo come Tamar e Leviathan, per i quali ha concesso nuove licenze di esplorazione del gas a poche settimane dall’inizio della sua guerra genocida a Gaza.

Il dominio statunitense in Medio Oriente, con la conseguente influenza sul capitalismo globale dei combustibili fossili, si basa su due pilastri: Israele e le monarchie del Golfo. Israele – descritto dall’ex Segretario di Stato americano Alexander Haig come “la più grande portaerei americana al mondo che non può essere affondata” – è l’ancora dell’impero, contribuendo al controllo delle risorse di combustibili fossili, sperimentando la sorveglianza e gli armamenti e integrandosi nella regione attraverso settori come l’agroalimentare, l’energia e la desalinizzazione. Per rafforzare il loro dominio, gli Stati Uniti e i loro alleati stanno lavorando attivamente per normalizzare il ruolo di Israele nella regione. Questo processo è iniziato con gli Accordi di Camp David (1978) e il trattato di pace tra Giordania e Israele (1994), ed è stato seguito dagli Accordi di Abramo nel 2020 con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco. Prima del 7 ottobre, la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele era imminente, sotto il patrocinio degli Stati Uniti, in un accordo che avrebbe cancellato la causa palestinese. Le azioni della resistenza palestinese hanno sconvolto quei piani.

Tutto ciò dimostra che la liberazione palestinese non è semplicemente una questione morale o di diritti umani: è uno scontro diretto con l’imperialismo statunitense e il capitalismo fossile. Per questo motivo, la liberazione palestinese deve essere al centro delle lotte globali per l’ambiente e la giustizia climatica. Ciò include l’opposizione alla normalizzazione di Israele e il sostegno al movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), anche in relazione alle tecnologie verdi e alle energie rinnovabili. Non può esserci giustizia climatica senza smantellare la colonia sionista di Israele e rovesciare i regimi reazionari del Golfo. La Palestina è in prima linea a livello globale contro il colonialismo, l’imperialismo, il capitalismo fossile e la supremazia bianca. Ecco perché i movimenti per la giustizia climatica, i gruppi antirazzisti e gli organizzatori antimperialisti devono sostenere la lotta palestinese e difendere il diritto dei palestinesi a resistere con ogni mezzo necessario.


Resistenza ed eco-sumud

Nonostante l’onnipresente e inesorabile catastrofe che affrontano, i palestinesi continuano a resistere e a ispirarci quotidianamente con la loro sumud (fermezza). Questa parola ha molteplici significati. Manal Shqair la definisce come un modello di pratiche quotidiane di resistenza e adattamento alle difficoltà quotidiane della vita sotto il dominio coloniale israeliano, 38 ma si riferisce anche alla perseveranza del popolo palestinese nel rimanere sulla propria terra e nel preservare la propria identità e cultura di fronte all’espropriazione israeliana e alle narrazioni che inquadrano i coloni ebrei come gli unici abitanti legittimi. 39

Approfondendo la nostra comprensione della fermezza palestinese, Shqair ha introdotto il concetto di eco- sumud, che si riferisce agli atti quotidiani di fermezza dei palestinesi che implicano modalità radicate nell’ambiente per mantenere un profondo legame con la terra. Il concetto abbraccia le conoscenze indigene, i valori culturali e le pratiche quotidiane che i palestinesi usano per resistere alla violenta rottura del loro legame con la terra. Eco- sumud si basa sulla consapevolezza che le uniche risposte praticabili alle crisi ecologiche e climatiche sono quelle che sostengono la ricerca di giustizia, sovranità e autodeterminazione del popolo palestinese, un risultato che richiede la fine dell’occupazione e del regime di apartheid e lo smantellamento di Israele come colonia di coloni. Praticare eco- sumud è radicato nella convinzione della possibilità di sconfiggere il colonialismo di coloni israeliano e afferma l’incrollabile desiderio dei colonizzati di plasmare il proprio destino.

Questa eroica resistenza palestinese, espressa attraverso l’eco- sumud e un profondo attaccamento alla terra, è fonte di ispirazione per i movimenti progressisti di tutto il mondo che lottano per la giustizia in mezzo a disastri sovrapposti. Non c’è modo migliore per chiudere questo capitolo che citare le parole dell’eco-marxista Andreas Malm, che traccia un toccante parallelo tra la resistenza palestinese e il fronte climatico:

“Cosa può imparare il fronte climatico dalla resistenza palestinese? È che anche quando la catastrofe è consumata – onnipresente, onnipresente e implacabile – continuiamo a resistere. Anche quando è troppo tardi, quando tutto è perduto, quando la terra è stata distrutta, ci solleviamo dalle macerie e combattiamo. Non cediamo; non ci arrendiamo; non ci arrendiamo perché i palestinesi non muoiono. I palestinesi non saranno mai sconfitti. Un esercito forte perde se non vince, ma un esercito di resistenza debole vince se non perde. Spero che la guerra in corso a Gaza finisca con la resistenza intatta, e questa sarebbe una vittoria. La continuazione della resistenza palestinese di per sé sarebbe una vittoria perché – continueremo a combattere, indipendentemente dalle catastrofi che ci riversate addosso. Questa è una fonte di ispirazione per il fronte climatico. In questo senso, i palestinesi non combattono solo per se stessi. Combattono per l’umanità nel suo insieme – per l’idea di un’umanità che resiste alla catastrofe, in qualsiasi forma o modo, e continua nonostante le forze nettamente superiori dall’altra parte. Penso che ci siano molti motivi per essere solidali con la resistenza palestinese, per il loro bene, ma anche per il nostro.” 40

Il compito che ci attende è molto impegnativo, ma come ci esortò una volta Fanon, dobbiamo, uscendo dalla relativa oscurità, scoprire la nostra missione, realizzarla e non tradirla. 41


Hamza Hamouchene è un ricercatore e attivista algerino. Attualmente è coordinatore del programma per la regione araba presso il Transnational Institute (TNI). È autore e curatore di quattro libri: Dismantling Green Colonialism: Energy and Climate Justice in the Arab Region (2023), The Arab Uprisings: A Decade of Struggles (2022), The Struggle for Energy Democracy in the Maghreb (2017) e The Coming Revolution in North Africa: The Struggle for Climate Justice (2015).

Note

Davis, DK (2011). ‘Imperialismo, orientalismo e ambiente in Medio Oriente: storia, politica, potere e pratica’. In: Davis e Edmund Burke (a cura di), Immaginari ambientali del Medio Oriente e del Nord Africa . Athens, Ohio: Ohio University Press. ↩︎

Galai, Y. (2017). ‘Narrazioni di redenzione: “Il significato internazionale della riforestazione nel Negev israeliano”’, International Political Sociology 11, n. 3: 273-291. https://doi.org/10.1093/ips/olx008 (link esterno) . ↩︎

Sasa, G. (2022). ‘Pini oppressivi: sradicare il colonialismo verde israeliano e impiantare l’A’wna palestinese’, Politics , 43(2), 219-235. ↩︎

“Riabilitazione della valle di Hula”, Acqua per Israele, KKL-JNF, https://www.kkl-jnf.org/organization-chief-scientist/water-for-israel/w… (link esterno) .  ↩︎

Ivi. ↩︎

Zeitoun, M. e Dajani, M. (2019). “Israele sta accaparrandosi il fiume Giordano: è ora di condividerlo”, The Conversation , 19 dicembre. https://tinyurl.com/53dad4tk (link esterno) . ↩︎

La campagna popolare palestinese contro il muro dell’apartheid (2025) “L’acqua come arma per il genocidio, l’apartheid e la pulizia etnica di Israele”. https://stopthewall.org/2025/03/22/weaponizing-water-for-israels-genoci… (link esterno) . ↩︎

Amnesty International (2017) ‘L’occupazione dell’acqua’. https://tinyurl.com/3yedrnnd (link esterno) ↩︎

Molavi, SC (2024). Guerra ambientale a Gaza: violenza coloniale e nuovi scenari di resistenza . Londra: Pluto ↩︎

Whyte, K. (2018). ‘Colonialismo dei coloni, ecologia e ingiustizia ambientale’, Ambiente e Società , 9, 1 (settembre): 135 ↩︎

Molavi, Carolina del Sud (2024). Op. cit↩︎​

Ivi. ↩︎

Tippmann, R. e Baroni, L (2017). ‘ClimaSouth Technical Paper N.2. L’economia del cambiamento climatico in Palestina’. ↩︎

Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), Programma di Assistenza al Popolo Palestinese (2010). Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici e Programma d’azione per l’Autorità Palestinese . https://fada.birzeit.edu/handle/20.500.11889/4319 (link esterno) . ↩︎

Agha, Z. (26 marzo 2019). “Cambiamenti climatici, occupazione e una Palestina vulnerabile”, Al-Shabaka. https://al-shabaka.org/briefs/climate-change-the-occupation-and-a-vulne… (link esterno) ↩︎

Dajani, M. (30 gennaio 2022). “Sfida all’apartheid climatico di Israele in Palestina”, Al-Shabaka . https://al-shabaka.org/policy-memos/challenging-israels-climate-aparthe… (link esterno) ↩︎

B’Tselem (2023, maggio). ‘Parched: la politica israeliana di privazione dell’acqua in Cisgiordania’. https://www.btselem.org/publications/202305_parched (link esterno) ↩︎

Howard, G., Bartam, J., Williams, A., Overbo, A., Fuente, D., Geere, JA. (2020). Quantità di acqua domestica, livello di servizio e salute, seconda edizione. Ginevra: Organizzazione Mondiale della Sanità. Licenza: CC BY-NC-SA 3.0 IGO. ↩︎

The Applied Research Institute – Jerusalem (ARIJ). (2012, giugno). ‘Assegnazione delle risorse idriche nei Territori Palestinesi Occupati: rispondere alle rivendicazioni israeliane’. https://www.arij.org/wp-content/uploads/2014/01/water.pdf (link esterno) . ↩︎

Lazarou, E. (2016). ‘L’acqua nel conflitto israelo-palestinese’, Servizio di ricerca del Parlamento europeo. https://www.europarl.europa.eu/ (link esterno) ↩︎

Kubovich, Y. (16 ottobre 2018). ‘L’acqua inquinata è la principale causa di mortalità infantile a Gaza, secondo uno studio’, Haaretz . https://www.haaretz.com/middle-east-news/palestinians/2018-10-16/ty-art… (link esterno) ↩︎

Questa sezione ha tratto grande beneficio dall’analisi di Manal Shqair. Per maggiori dettagli, si veda Shqair, M. (2023). ‘Arab-Israeli eco-normalisation: Greenwashing settler colonialism in Palestine and the Jawlan’. In: Hamouchene, H. & Sandwell, K. (a cura di) Dismantling Green Colonialism: Energy and Climate Justice in the Arab Region . Londra: Pluto ↩︎

Molavi, Carolina del Sud (2024). Op. cit. ↩︎

Forensic Architecture (19 luglio 2019). “Guerra erbicida a Gaza”. https://forensic-architecture.org/investigation/herbicidal-warfare-in-g… (link esterno) ↩︎

Gisha (2019). ‘Avvicinamento: vita e morte nelle aree ad accesso limitato di Gaza’. https://features.gisha.org/closing-in/ (link esterno) ↩︎

Centro Al Mezan per i diritti umani (2018). “Effetti dell’irrorazione aerea sui terreni agricoli nella Striscia di Gaza”. https://www.mezan.org/uploads/files/15186958401955.pdf (link esterno) ↩︎

Forensic Architecture (25 ottobre 2024). “Una cartografia del genocidio: la condotta di Israele a Gaza dall’ottobre 2023”. https://forensic-architecture.org/investigation/a-cartography-of-genoci… (link esterno) . ↩︎

Ivi. ↩︎

Ivi. ↩︎

Ahmed, K., Gayle, D. e Mousa, A. (29 marzo 2024). “Ecocidio a Gaza”: la portata della distruzione ambientale equivale a un crimine di guerra? The Guardian . https://www.theguardian.com/environment/2024/mar/29/gaza-israel-palesti… (link esterno) ↩︎

Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) (5 novembre 2021). “L’eredità ambientale delle armi esplosive nelle aree popolate”. https://www.unep.org/news-and-stories/story/environmental-legacy-explos… (link esterno) ↩︎

Al Jazeera (2024, 15 luglio). “La rimozione delle macerie di Gaza potrebbe richiedere 15 anni, afferma un’agenzia delle Nazioni Unite”. https://www.aljazeera.com/news/2024/7/15/clearing-gaza-rubble-could-tak… (link esterno) ↩︎

Ahmed, K et al. (2024). Op. Cit.  ↩︎

Governo della Colombia (2023, 1 dicembre). “Presidente Petro: Lo scatenamento del genocidio e della barbarie contro il popolo palestinese è ciò che attende l’esodo dei popoli del Sud scatenato dalla crisi climatica”. https://www.presidencia.gov.co/prensa/Paginas/President-Petro-The-unlea… (link esterno) ↩︎

Mallinder, L. (12 dicembre 2023). “L’elefante nella stanza”: la devastante impronta di carbonio dell’esercito statunitense. Al Jazeera . https://www.aljazeera.com/news/2023/12/12/elephant-in-the-room-the-us-m… (link esterno) ↩︎

Neimark, B., Bigger, P., Otu-Larbi, F. e Larbi, R. (2024). Un’istantanea multitemporale delle emissioni di gas serra dal conflitto Israele-Gaza (5 gennaio). Disponibile su SSRN:  https://ssrn.com/abstract=4684768 (link esterno)  o  http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.4684768 (link esterno) ↩︎

BP (2022). BP Statistical Review of World Energy 2022, 71a edizione . https://tinyurl.com/29kcuvb9 (link esterno) . ↩︎

Shqair, M. (2023). Op. cit. e Johansson, A. e Vinthagen, S. Concettualizzare la resistenza quotidiana: un approccio transdisciplinare (New York: Routledge, 2020): 149-152.  ↩︎

Ivi. ↩︎

Questa citazione è tratta da una lezione tenuta da Andreas Malm all’Università di Stoccolma il 7 dicembre 2023: “Sulla resistenza palestinese e di altri popoli in tempi di catastrofe”. https://youtu.be/tdQZTvNDwXs?si=gfP91jxq_-ZNIrUU (link esterno) ↩︎ Fanon, F. (1967). I dannati della terra . Londra: Penguin Books. Davis, DK (2011). ‘Imperialismo, orientalismo e ambiente in Medio Oriente: storia, politica, potere e pratica’. In: Davis e Edmund Burke (a cura di), Immaginari ambientali del Medio Oriente e del Nord Africa . Athens, Ohio: Ohio University

Traduzione a cura di Grazia Parolari

da qui