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giovedì 26 giugno 2025

La fabbrica di batterie per auto elettriche che rischia di distruggere il popolo incontattato in Indonesia - Luisiana Gaita

 

La loro foresta ancestrale viene già distrutta dall’estrazione di nichel, ma nei prossimi giorni il governo indonesiano annuncerà la costruzione di una fabbrica di batterie per auto elettriche sull’isola di Halmahera, la maggiore dell’arcipelago delle Molucche. Ma questo, denuncia Survival International, significherà “una catastrofe per i circa cinquecento Hongana Manyawa”, il popolo incontattato che vive sull’isola. Il progetto porterà a realizzare il primo ecosistema integrato al mondo per la produzione di batterie per auto, perché l’intero processo – dall’estrazione alla raffinazione del nichel, fino alla realizzazione delle batterie – avverrà su Halmahera. Valore: 6-7 miliardi di dollari. Anche Catl, il più grande produttore al mondo di batterie per veicoli elettrici, dovrebbe diventare partner della joint venture che realizzerà la nuova fabbrica. Rifornisce, tra gli altri, Volkswagen, Tesla, Stellantis, Ford, BMW e Mercedes Benz. Ma tutto accade a poco più di un mese dall’inchiesta che Mediapart ha realizzato insieme al giornale indonesiano Narasi e al settimanale tedesco Der Freitag, denunciando che la direzione della miniera indonesiana di Weda Bay Nickel, di cui è co-proprietario il gruppo minerario francese Eramet, da anni nasconde incidenti gravi e contaminazioni dei corsi d’acqua.

La più grande miniera al mondo di nichel – Halmahera, infatti, ospita già la più grande miniera al mondo di nichel, che ha distrutto ampie aree di foresta sull’isola. Il sito in cui molto probabilmente verrà costruito la nuova fabbrica di batterie è a meno di 20 chilometri dal luogo in cui, nel 2023, due Hongana Manyawa vennero filmati mentre intimavano a un bulldozer di stare alla larga dal loro territorio. Quasi la metà di quell’area, infatti, si sovrappone già a concessioni minerarie, come raccontato da Survival International nel rapporto ‘Driver to the edge’. “Questo annuncio è una sentenza di morte per gli Hongana Manyawa incontattati. Le concessioni per l’estrazione di nichel si estendono già sul 40% del loro territorio” commenta la direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce. Tesla ha affermato di stare studiando “la necessità di stabilire una zona interdetta alle attività minerarie (no-go zone) per proteggere i diritti umani e indigeni, in particolare quelli delle comunità incontattate” in Indonesia.

La denuncia – La compagnia che gestisce la miniera Weda Bay Nickel, invece, la francese Eramet, secondo le ultime rivelazioni sarebbe a conoscenza da oltre dieci anni dei gravi rischi che le sue attività comportano per i Hongana Manyawa. “Alcuni documenti trapelati dalla miniera – racconta Survival – rivelano che la compagnia francese è a conoscenza del fatto che le sue attività minerarie possono avere un impatto sull’esistenza degli Hongana Manyawa, ma liquida questa eventualità come ipotetica e irrilevante”. Il nuovo progetto porterà alla devastazione delle case e dei mezzi di sussistenza degli Hongana Manyawa, ma metterà a rischio “anche il loro cibo, il loro riparo, le loro medicine e la loro stessa identità. Ucciderà intere famiglie hongana manyawa – aggiunge Pearce – che vivono e si prendono cura di quell’isola e delle sue foreste da innumerevoli generazioni. Ma ora vengono distrutti nel nome di una presunta strategia sostenibile per combattere i cambiamenti climatici”.

Dove si fanno scelte diverse in nome del turismo – La notizia, tra l’altro, arriva a sole due settimane dalla decisione del presidente Prabowo Subianto di cancellare invece quattro concessioni per l’estrazione di nichel nelle vicine isole di Raja Ampat. La ragione? Il timore che l’attività mineraria possa danneggiare la fiorente industria turistica. “Il governo indonesiano ha dimostrato di essere pronto a fermare l’estrazione di nichel per salvare il turismo – spiega Pearce – ora deve farlo anche per fermare una scioccante violazione dei diritti umani. Se agirà immediatamente, stabilendo una zona interdetta alle attività minerarie nel territorio degli Hongana Manyawa, può impedire il loro sterminio”.

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sabato 15 marzo 2025

Di terre e altre cose rare - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Dietro la guerra tra Russia e Ucraina sappiamo che ci sono la ferocia di Putin, la perdita dell’egemonia sul mondo dell’Occidente, il nazionalismo e il militarismo di Zelensky, oltre alla sempre presente ma troppo spesso dimenticata matrice virile della violenza e della guerra. Ma alla fine della triste fiera emerge forte, guarda un po’, anche la sete di terre ricche di risorse indispensabili soprattutto per la produzione di armi ma anche di auto elettriche, batterie, smartphone. Dunque qualcosa che riguarda tutti noi e perfino la cosiddetta transizione energetica. Le chiamano terre rare. Ma faremmo bene a chiederci anche cos’altro è raro nel mondo o lo sta diventando sempre di più

 

Ma tu guarda che novità. Alla fine della fiera, più che della guerra – giacché alcune sembrano non voler terminare mai – l’attuale, maggiormente controversa tragedia alle porte dell’Europa potrà risolversi con la concessione di cose preziose da parte di uno dei contendenti al potente, mediatore di turno, che sono anche stavolta gli Stati Uniti. Che poi, il mediatore è colui che giunge dall’esterno con nessuna responsabilità riguardo alla contesa e, soprattutto, nessun conflitto di interesse. E lo sanno anche le pietre che non è così.

In tale ennesimo capitolo di una Storia che si ostina a ripetersi – o forse siamo noi tutti a volerlo – addirittura con risvolti peggiori, si tratta di cose rare, ovvero terre. Viene definito come tale un gruppo di diciassette elementi chimici che tra l’altro sono indispensabili per la produzione di auto elettriche, batterie, armi e smartphone, le cui vendite sono in aumento nel mondo. La Cina ha in mano circa il 60 per cento della produzione mondiale, il cui valore si stima in centinaia di miliardi di dollari. Di conseguenza, USA e Unione Europea mirano a diventare indipendenti da Pechino, mentre l’Ucraina possiede riserve di terre rare tra le più ricche nel vecchio continente, quindi tutto torna.

 

A questo punto mi sono ritrovato a chiedermi: cos’altro è raro nel mondo, o lo sta diventando sempre di più? E ce ne stiamo occupando, lo stiamo irresponsabilmente ignorando o al massimo diventa merce di scambio per mettere in pausa il conflitto di turno, oppure ne è la miccia stessa? In poche parole, quali sono le altre “cose rare” che meriterebbero altrettanto se non maggiore attenzione da parte di tutti?

La prima è ovviamente l’acqua. Una cosa rara in molte, troppe parti del mondo, al punto che secondo gli esperti delle Nazioni Unite, a causa dei cambiamenti climatici – il che vuol dire di noialtri – cinque miliardi di persone, ovvero i due terzi della popolazione mondiale, dovranno affrontare almeno un mese di carenza idrica all’anno entro il 2050.

Altra cosa rara è la terra stessa, altro che elementi chimici. Gli scienziati avvertono che 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile vengono perse ogni anno, in gran parte a causa di pratiche agricole insostenibili, e che sempre nel 2050 il 95% del suolo terrestre sarà degradato.

Sono cose rare, o lo stanno diventando in modo preoccupante, gli alberi, visto che uno su tre è a rischio estinzione.

Ma la cosa rara che forse dovrebbe meritarsi un’attenzione speciale è l’aria pulita, considerando che secondo una ricerca del WWF il 99% della popolazione del pianeta respira aria non sicura.

Poi ci sono le cose che risultano estremamente rare solo in alcune zone del mondo, come il cibo, la cui mancanza è a giunta a un livello insostenibile per più di 700 milioni di persone ad Haiti, in Mali, in Sudan e Sud Sudan, e ovviamente nei Territori Palestinesi Occupati. E qual è la causa maggiore di questa inaccettabile rarità? Le guerre, già, ecco il folle paradosso che ci riporta all’incipit.

Nondimeno, la potenziale, futura cosa rara che mi ha dato più da riflettere è quella dei nuovi nati nel mondo. Ancora una volta entro il 2050, i tre quarti dei Paesi della Terra non avranno tassi di fertilità sufficientemente elevati per sostenere la dimensione della popolazione nel tempo. Ma al contempo, tale andamento risulterà opposto proprio nelle zone del mondo a basso reddito, dove le nascite raddoppieranno. Così, chiudo gli occhi e mi immagino uno scenario tristemente apocalittico: un’enorme massa di bambini affamati che marcia verso i confini di elitari avamposti protetti da muri, filo spinato e armi spianate, abitati da gente decrepita. Be’, a questo punto, sapete quale cosa rara sento urgentemente la necessità di proteggere, nutrire e far crescere quanto e anche di più di quegli stessi, ottusi muri?

La speranza, esatto.

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giovedì 2 febbraio 2023

RD Congo, il Paese dove i minerali valgono più delle persone

 

Il signor Bruno (omettiamo per prudenza il cognome) è residente a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, all’est della Repubblica Democratica del Congo. In questa intervista del 27 gennaio 2023 racconta la situazione di questa città e dell'interno, in preda alla guerra iniziata dal movimento M23 sostenuto da Rwanda e Uganda e da potenze internazionali.

 

Come si vive a Goma in questi tempi?

Viviamo, ma non come esseri umani. Se salisse la strada che porta al cimitero, vedrebbe come vivono le persone fuggite dalla guerra: come animali, nella miseria. Non hanno nemmeno dei teloni per costruire un riparo. Com’è possibile che delle persone possano far questo ad altri esseri umani? Se piove, piove su di loro; se c’è il sole, è su di loro. I loro rifugi sono fatti con pezzi di tela cerata, zanzariere, qualunque cosa raccolgono. Sono molto numerosi, muoiono di fame e di sete. La popolazione della città è troppo povera per aiutarli e sono praticamente abbandonati a sé stessi: abbandonati dalle autorità di Kinshasa, che se ne infischiano, e senza una significativa assistenza internazionale. Sono fuggiti dalla guerra...

 

Parliamo di questa guerra...

Una guerra che ci è stata imposta... È proprio la giungla: i potenti di questo mondo impongono la loro volontà, non gl’importa della gente: ci schiacciano, ci uccidono come mosche, come vogliono. Non abbiamo nessuno che ci aiuti! La guerra qui, secondo le nostre analisi, non viene dal Rwanda: esso conta solo 26.000 kmq, non può fare la guerra a un Paese di 2.345.000 kmq. I Ruandesi non hanno oro, sono molto poveri, come si procurano le armi? Ci stanno facendo la guerra per procura.

Ora hanno preso la città di Kitchanga, per sfruttarne i minerali. Per alimentare la città di Goma, ci sono due assi: l’asse Rutshuru-Kiwanja-Goma e l’asse Kitchanga-Masisi. Hanno tagliato queste due strade, prendendo così la città di Goma in una morsa. I prezzi stanno aumentando e presto la gente morirà di fame qui a Goma. I minerali: per questo ci uccidono, ci trattano come dei sub-umani. Non c’è amore sulla terra! Siamo abbandonati dal governo di Kinshasa e dalla comunità internazionale! Conoscono il motivo di questa guerra, ma tacciono.

 

Le forze dell’ONU e della Regione vi sono utili?

Come spiegare che l’ONU, che è qui con noi da vent’anni, che ha più di 18.000 uomini nel Kivu, elicotteri da combattimento, carri armati, non possa neutralizzare i ribelli dell’M23, anche se sono sostenuti da Rwanda e Uganda? Le forze keniote hanno fatto molto rumore dicendo che sono venute ad aiutarci: niente! I ribelli, che dicevano che si sarebbero ritirati da Kibumba il 15 gennaio, sono ancora lì e stanno rafforzando la loro posizione. Sul lago si vedono le barche dei Ruandesi: la città di Goma può cadere da un momento all'altro. Sono i leader di questo mondo che semplicemente impongono la loro volontà.

 

Come valuta le dichiarazioni di alcuni Stati, come Francia e Stati Uniti, che condannano l'aggressione del Rwanda?

Sono solo affermazioni. Se gli Stati Uniti e la Francia lo volessero, oggi non ci sarebbe guerra. Nel 1998, dopo che l’AFDL con i soldati ruandesi è entrato in Congo e ha preso Kinshasa, centinaia di soldati ruandesi che accompagnavano Mzee Laurent Kabila sono rimasti nel Kivu e non volevano più tornare a casa. È bastato un ordine da Washington, dalla Casa Bianca, e li abbiamo visti attraversare a piedi la città di Goma, in un solo giorno, mentre affermavano di aver bisogno di settimane o mesi per lasciare il Congo. Tutta la popolazione, ammassata sulla strada maestra, li vide rientrare. Quindi basta un ordine della Casa Bianca o di Macron affinché i ribelli M23, sostenuti da Uganda e Ruanda, tornino a casa. Ma vediamo che la comunità internazionale è complice, lascia perdere. Ciò costituisce un incoraggiamento per i nostri aggressori.

 

Qual è la responsabilità congolese in tutto questo?

La maggior parte dei leader attuali non è venuta per servire i propri connazionali, ma per i soldi. Quasi tutti i giorni un ministro o un dirigente d’azienda si appropria di denaro, mentre il Paese è nel baratro: la maggior parte delle persone vive nella miseria, non ci sono abbastanza strade, scuole, ospedali... I nostri leader accettano tutto ciò che decidono le grandi potenze: potrebbero forse opporsi? Il nostro Presidente ha speso un sacco di soldi visitando i grandi di questo mondo, per niente: siamo nel mezzo di una guerra e non abbiamo ancora visto gli americani, o i francesi o altri paesi del mondo venire in nostro aiuto.

 

Lo stato d'assedio che va avanti nelle province dell’Est del Paese da maggio 2021 è servito a qualcosa?

Prima che arrivasse la guerra qui, i militari sono venuti a gestire le nostre istituzioni con il pretesto di proteggere e mettere in sicurezza la città. Non vediamo però l’aiuto che ci è stato dato; al contrario, ci sono stati più morti. Se dà un’occhiata al campo militare qui vedrà le miserabili condizioni in cui vivono le nostre truppe. Come vuole che vivano? Aspettano il calar della notte e col fucile entrano nelle case dei civili e li uccidono, e nessuno dice niente. I grandi di questo mondo sono attratti dai minerali e per loro la vita umana non conta.

 

Dietro questa aggressione c’è solo l’avidità di minerali, o anche di terre?

Le due cose. Ci sono multinazionali che cercano minerali; c'è anche il fatto che il Rwanda è un paese piccolo con una forte demografia: potrebbe voler scaricare qui parte della sua popolazione. Ma questo non è un motivo per fare guerra! Il Congo è ancora vergine: possiamo accogliere qui tutto il Rwanda e ci sarà ancora tanto spazio.

 

Alcuni dicono che molti nomi di località del Nord-Kivu sono in lingua ruandese, il che significherebbe che appartengono al Rwanda…

Forse, ma non sono stati i Congolesi a stabilire i confini: è stato il Congresso di Berlino del 1885. Da allora, come mai solo adesso rivendicano queste terre? Inoltre, l'Unione Africana ha deciso di considerare definitivi i confini tracciati a Berlino.

Vivo in questa regione da quando sono nato: non si distingueva un congolese da un ruandese. Ai tempi di Habyarimana, non c'erano problemi tra ruandesi e congolesi: era come un unico paese. Inoltre, la regione era un tempo chiamata Congo-Rwanda-Urundi. È dal momento in cui Kagame ha preso il potere in Ruanda nel 1994 che abbiamo visto arrivare queste guerre. Anche se si vuole prendere delle terre, non si viene con fucili per uccidere: c’è modo di risolvere il problema. Il popolo congolese è ospitale e accogliente: milioni di Ruandesi vivono da decenni sul suo suolo senza problemi.

 

C’è un legame tra i massacri che si susseguono dal 2017 nel Nord Kivu e nell’Ituri e la guerra che sta vivendo il sud del Nord-Kivu?

Sì, c’è un collegamento. Coloro che uccidono le persone a Beni sono ugandesi: perché non attaccano il loro Paese? Le ADF stanno massacrando le persone in modo che le popolazioni fuggano e abbandonino la terra che occuperanno i Ruandesi o gli Ugandesi. O gli Interahamwe, perché non attaccano il loro Paese, il Ruanda? Li ricevono in Rwanda e dopo pochi mesi li rimandano qui per massacrare la popolazione congolese.

 

Cosa chiede ai grandi di questo mondo?

La pace. La vita umana è sacra. Che facciano quello che vogliono, ma abbiano pietà della gente che stanno massacrando. È orribile quello che sta accadendo in questo Paese: un vero e proprio genocidio.

 

Oggi, 27 gennaio, è il giorno della memoria dell’Olocausto degli Ebrei. Si può parlare di Shoah anche per il popolo congolese?

Non servirà a nulla nel futuro scegliere un giorno di memoria, quando le persone sono già state massacrate, per ricordarle. È adesso che si deve intervenire e mettere fine ai massacri. Sono milioni i Congolesi che hanno perso la vita dall’entrata dell’AFDL nel 1996, nessuno ne parla e si continua a morire.

 

Il fatto che il Mapping Report non abbia avuto un seguito giuridico ha il suo peso su questa situazione?

A cosa serve questo rapporto? Di rapporti sulla Repubblica Democratica del Congo ce ne sono tanti alle Nazioni Unite, ma sono messi nel cassetto. C’è molta ipocrisia e menzogna nella politica.

 

È quindi una guerra che è contro la popolazione stessa...

Avete sentito parlare di Kishishe, dove il 29 e 30 dicembre 2022 sono state uccise circa 300 persone: è la popolazione che viene massacrata. E anche se fosse uno scontro tra due eserciti, la popolazione è implicata: dove due elefanti combattono, è l’erba che soffre! Quanti morti tra gli sfollati!

 

Dal 1996, il Paese ha vissuto guerre guidate da movimenti con diverse denominazioni AFDL, RCD, CNDP, M23… Sono davvero diversi?

Perché queste guerre ripetute? Ovviamente non nell’interesse della popolazione, ma di chi le fa. Questi movimenti sono un’unica realtà, che viene sempre da Kagame, dal Rwanda. So perché le grandi potenze hanno scelto il Ruanda: è un Paese molto povero, che non può vivere senza gli aiuti internazionali. Avete sentito dire che Kagame era pronto ad accogliere immigrati dalla Gran Bretagna, mentre non ha spazio e ha milioni di cittadini rifugiati in Congo e nel mondo. Sfortunatamente Kagame ha accettato di fare il gioco dei grandi di questo mondo e ora ha contrapposto la popolazione congolese a quella ruandese.

 

Dei Congolesi vogliono che il presidente dichiari guerra aperta al Ruanda. Cosa pensa di questa ipotesi?

Questa non è una buona cosa: la guerra non è una soluzione. Le vittime sono la popolazione, quella congolese come quella ruandese. Pensa che tutti i ruandesi applaudano Kagame? No! Un essere umano non può amare la guerra. La guerra non sceglie le sue vittime.

 

Quando si pensa che basterebbe una telefonata, come nel 1998...

Questa è la soluzione. Non armi, perché la violenza genera violenza. È sufficiente che il governo degli Stati Uniti e Macron facciano pressione e una settimana dopo non ci sarà più guerra. La guerra non è una soluzione.

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mercoledì 1 febbraio 2023

Mai sanzionare un paese ricchissimo di materie prime - Pasquale Cicalese

Mai sanzionare un paese ricchissimo di materie prime, specie se le tue sanzioni colpiscono le tue industrie e contemporaneamente questo paese ha sbocchi commerciali ben più floridi, redditizi, capace di farti schizzare in alto la bilancia commerciale e il surplus delle partite correnti, che si riflette in un rafforzamento della sua moneta, mentre la tua ormai è dollarizzata.

Fonte Bloomberg di oggi, prodotti energetici russi verso la Cina aumentati da febbraio a settembre, fonte Gacc (General Administration of chinese customs) da 30 miliardi a 50. E poi boom di importazioni cinesi dai russi di nlckel, carbone, alluminio, palladio ecc. Una massa enorme di 1,4 miliardi di persone affamate di materie prime o che cambiano partner economici, visto che sul petrolio i russi si stanno avvicinando ai sauditi come primo partner dei cinesi.

Due giorni fa la notizia dell'associazione degli importatori europei che pregano la Commissione di non mettere sanzioni sull'alluminio, pena chiusura di migliaia di aziende. Prezzi alla produzione eurozona 43.2, la Commissione, in nome dell'alleanza atlantica, sta distruggendo l'apparato industriale europeo.

I prezzi alla produzione cinese pari allo 0.9, frutto anche del fatto che scontano prezzi minori sul mercato russo, li porta ad una posizione invidiabile. Mi chiedo se nella Commissione ci sia gente preparata sul commercio internazionale, sull'economia industriale e sulle relazioni internazionali. Ma ormai ne dubito fortemente. L' Accademia ha sfornato asini negli ultimi 40 anni.

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giovedì 6 gennaio 2022

Il paradosso ecologico delle economie digitali - Paz Peña

 

Il potere di avanzamento della tecnologia e la riduzione dei suoi costi di produzione hanno creato un ecosistema di tecnologie digitali interdipendenti che sostengono la trasformazione digitale.

Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)i, questo ecosistema si evolverà e, in futuro, continuerà a guidare il cambiamento economico e sociale. Attualmente l’ecosistema è sostenuto dall’internet delle cose (IoT nell’acronimo inglese), dalle reti wireless di prossima generazione (5G), dal cloud computing, dall’analisi dei big data, dall’intelligenza artificiale, dalla blockchain (o catene di blocchi) e dal calcolo ad alte prestazioni, anche se le tecnologie che modellano l’evoluzione dell’ecosistema sono destinate a cambiare nel tempo.

Si dice che davanti a noi abbiamo una rivoluzione. Tuttavia, è altrettanto facile sostenere che sembra una nuova evoluzione della stessa cosa: il capitalismo ha trovato una nuova vita con le tecnologie digitali. In una continuazione delle pratiche estrattive e colonialiste, questa volta le tecnologie digitali rivendicano l’esperienza umana come materia prima gratuita da tradurre in dati comportamentali. La nuova “rivoluzione” si chiama Quarta Rivoluzione Industriale e, per le aziende che ne beneficiano, suona come una rivolta felice.
Le aziende possono ora sfruttare ogni nostro passo quotidiano senza nemmeno fare affidamento sul fatto che accendiamo o meno i nostri dispositivi: le “città intelligenti” e tutti i nostri comportamenti mediati da “dispositivi intelligenti” (IoT) possono essere trasformati in dati, elaborati da più aziende e venduti nei mercati dei futuri comportamenti che, al di là degli annunci online mirati, si estendono a molti altri settori.

Ma le rivoluzioni richiedono velocità. Un senso di urgenza sta contagiando gli Stati dormienti che mancano di idee a favore del benessere sociale di massa. L’iniziativa nelle politiche pubbliche è ora dettata dal settore privato che, con un respiro di sollievo, chiede ai governi di facilitare la “trasformazione digitale”.
È una situazione vantaggiosa per entrambi: le aziende private avranno infinite miniere di dati (di ognuno e ognuna di noi) e gli stati potranno avere una maggiore produzione e quindi migliori quote di crescita.

 

Il cambiamento climatico come opportunità di fare affari

La trasformazione digitale ha ricevuto una spinta inaspettata e drammatica poco più di cinque anni fa. Il 12 dicembre 2015, nella Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Parigi (COP21), le parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) hanno raggiunto un accordo storico per combattere l’emergenza climatica e per accelerare e intensificare le azioni e gli investimenti necessari per un futuro sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Mitigare il cambiamento climatico significa ridurre il consumo di energia, principalmente attraverso la creazione di un sistema di energia rinnovabile.

L’Accordo di Parigi si riferisce esplicitamente all’innovazione nell’articolo 10, paragrafo 5.
Inoltre, per sfruttare appieno il potenziale delle tecnologie per il clima, l’UNFCCC afferma che è cruciale innovare e usare “tecnologie rivoluzionarie” in altri ambiti per migliorare le nostre vite “come la nanotecnologia, le catene di blocchi (o blockchain), l’internet delle cose e altre tecnologie di comunicazione e informazione.” ii
L’UNFCCC (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) ci ricorda anche che l’innovazione tecnologica deve essere inclusiva ed equa per ottenere il massimo impatto.

Secondo Riegeriii, ci sono teoricamente tre modi in cui le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) conducono alla dematerializzazione (intesa come diminuzione dell’uso delle risorse). Da un lato le ICT porterebbero alla dematerializzazione sostituendo i beni materiali con quelli virtuali, per esempio sostituendo le copie fisiche degli album musicali con copie digitali.
D’altra parte, il settore delle ICT ha un impatto ambientale minore rispetto a molti altri ambiti. A seconda dei settori economici che sostituisce, la sua crescita potrebbe ridurre le emissioni totali dell’economia nel suo insieme. Infatti, la sostenibilità è stata identificata come uno dei principali benefici dell’economia digitale, specialmente nei processi di produzione, dove l’allocazione delle risorse (prodotti, materiali, energia e acqua) può essere resa più efficiente attraverso una gestione intelligente che utilizza varie tecnologie. Infine, l’uso diffuso di queste tecnologie aumenterebbe l’efficienza energetica e delle risorse.

Secondo un rapporto commissionato alla società privata Accenture dalla Global e-Sustainability Initiative (GeSi), le ICT possono permettere una riduzione del 20% delle emissioni globali di CO2 entro il 2030, mantenendole ai livelli del 2015: “Questo significa che possiamo potenzialmente evitare il dilemma tra prosperità economica e protezione ambientale”.iv

 

Il paradosso ecologico dell’economia digitale

È tuttavia essenziale capire che gli effetti benefici delle ICT – ridurre il consumo di energia e facilitare il passaggio alle energie rinnovabili – devono essere valutati rispetto agli effetti dannosi diretti del nostro passaggio a un’economia digitale. Tra questi ci sono le emissioni dovute all’aumento della produzione, dell’uso e dell’eliminazione delle ICT. In altre parole, dobbiamo considerare il costo materiale dell’immaginario etereo della digitalizzazione.

Si riconosce che l’evoluzione dell’ecosistema tecnologico che sostiene l’economia digitale va accompagnata da un insolito aumento del consumo di energia. Tuttavia, questa relazione positiva tra digitalizzazione e consumo di energia non esiste in tutti i paesi e in tutti i settori energetici. Per affrontare queste criticità fondamentali nei sistemi e nei dispositivi di telecomunicazione, è stata sviluppata una visione olistica chiamata “comunicazione verde”, che mira ad aumentare l’efficienza energetica su tutta la scala delle reti di comunicazione e informatica.v
Per esempio, tra le altre tecnologie, ci sono sforzi per diminuire il consumo di energia nella diffusione del 5G e nei data center. Anche se l’efficienza energetica è in aumento da decenni nel settore delle ICT, le promesse di ridurre il consumo di energia attraverso la digitalizzazione non sono ancora state comprovate. Secondo un recente studio di Lange et al., “la digitalizzazione demolisce il suo stesso potenziale” per ridurre la domanda di energia.

Inoltre, come mostrano recenti risultati sulla dematerializzazione e le ICT in Europa:

“Sebbene la dematerializzazione si sia probabilmente verificata in specifici settori dell’economia – ne sono esempi la digitalizzazione di musica, libri e film, così come l’aumento del telelavoro, delle teleconferenze e la diffusione del commercio online – si tratta ancora di un cambiamento limitato e non ha avuto un impatto sul consumo nel suo complesso”.vi

Questo paradosso prodotto dall’aumento della produzione, dell’uso e dello smaltimento delle ITC ha anche un impatto diretto sulla gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE), o rifiuti elettronici.
La miniaturizzazione, l’obsolescenza dei dispositivi e la maggiore versatilità dei dispositivi (ad esempio con la nuova generazione di dispositivi compatibili 5G) hanno contribuito alla ridondanza dei dispositivi più vecchi. Secondo Forti et al.vii , il peso totale del consumo globale di apparecchiature elettriche ed elettroniche aumenta in media di 2,5 milioni di tonnellate ogni anno, anche escludendo i pannelli fotovoltaici. Inoltre, nel 2019, il mondo ha generato una quantità impressionante – 53,6 milioni di tonnellate – di rifiuti elettronici, una media di 7,3 kg pro capite.

Si stima che 57 miliardi di dollari di materie prime secondarie fossero presenti nei RAEE generati nel 2019. L’estrattivismo urbano cerca di recuperare materiali secondari e di ridurre l’esaurimento delle materie prime primarie. Tuttavia questo non è sempre fattibile, soprattutto perché produce inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo a causa degli effluenti provenienti da attività di riciclaggio spesso informali. Inoltre, la progettazione dei dispositivi per facilitare il loro successivo riciclaggio rimane una scommessa.

C’è anche da tenere in considerazione i costi ecologici dell’estrazione di materie prime per fabbricare la nuova generazione di dispositivi tecnologici, tecnologie verdi comprese. I conflitti politici, ambientali e culturali creati dall’ “estrattivismo verde”, che non fa che approfondire il divario economico tra paesi sviluppati e non sviluppati, dovrebbero essere un serio indicatore dei costi reali dell’innovazione e, soprattutto, di chi finisce per pagarne il prezzo.

Anche l’essere umano fa parte del paradosso ecologico in questa catena estrattiva. Più le tecnologie diventano efficienti più gli esseri umani saranno sfruttati come materia prima, poiché siamo le fonti del surplus del capitalismo di sorveglianza. I costi materiali della digitalizzazione vanno oltre l’uso delle risorse naturali, includendo anche l’estrattivismo umano. Tuttavia, le conseguenze di ciò sull’ambiente devono ancora essere esaminate. Per ora si può sostenere che, come parte del ciclo del capitalismo, lo sfruttamento dei nostri dati è in parte motivato dalla promozione del consumo infinito nelle economie digitali.

 

Tecnologia per una trasformazione socioecologica egualitaria

In linea con i concetti egemonici dell’economia digitale, l’emergenza climatica è, piuttosto che una crisi senza precedenti prodotta dal Capitalocene, un’opportunità di business. Questo ha portato a una visione neoliberale depoliticizzata che domina le attuali tecnologie. Il loro progetto e il loro impiego cercano di risolvere problemi strutturali di sostenibilità con la mera efficienza e produttività, allineandole con politiche di austerità. La logica dell’estrattivismo puro applicata alle tecnologie è contraria a qualsiasi norma etica post-umana e apre la strada a orrori come l’“apartheid climatica”.

In tempi urgenti del Capitalocene è imperativo creare tecnologie alternative; ma invece di concepire gli hackerspaces o le imprese open source come tentativi degni ma individuali che galleggiano in assenza di un orizzonte politico, la sfida è che le tecnologie digitali siano impiegate in una configurazione socio-economica e socio-ambientale qualitativamente diversa, che non sia solo “meno delle stesse cose”. In questo contesto è forse il momento di esplorare criticamente il progetto di decrescita.

La decrescita è un progetto di trasformazione socio-ecologica radicale ed egualitaria che mira a decolonizzare l’immaginario sociale della ricerca della crescita senza fine.
Come affermano Mastini et al., la decrescita cerca una riduzione equa della produzione con una conseguente garanzia di benessere.viii

La loro ipotesi è che il PIL possa diminuire e che, tuttavia, la qualità della vita possa migliorare. Da questo punto di vista, il capitalismo e il suo paradigma di crescita economica ci hanno portato a un limite planetario in cui non è possibile ridurre le emissioni di carbonio alla velocità necessaria. Inoltre, basandosi sulla storia, la decrescita rifiuta l’idea che il solo dispiegamento di energie rinnovabili sia sufficiente a sostituire i combustibili fossili nella produzione di energia dato che, per esempio, la scoperta del petrolio come fonte di energia non ha sostituito il carbone.

Il paradigma della decrescita è ancora agli inizi e molto resta da fare, compreso il ruolo fondamentale che le tecnologie devono avere in esso. Inoltre, la transizione alla decrescita deve essere pianificata come uno sforzo planetario e partecipativo per evitare disuguaglianze strutturali. Con tutte le sue infinite sfide, la decrescita può essere uno stimolo per i tecnologi, la società civile, il mondo accademico, i governi e le imprese ad allontanarsi dalla logica estrattivista e dare forma a un’economia digitale sostenibile.

L’umanità non ha tempo da perdere. Se vogliamo sopravvivere come specie, abbiamo bisogno di una innovazione strutturale. Abbiamo bisogno di situarci su una soglia diversa dove umani e non umani, comprese le macchine intelligenti, possano coesistere in modo solidale di fronte alle sfide di un pianeta che, ci piaccia o no, è già irrimediabilmente diverso.

 

Tratto da America Latina en Movimiento, “Tecnologia e Medio Ambiente. Respuestas desde el Sur”, n. 554, novembre 2021, pp. 2/6.
Traduzione in italiano di Marina Zenobio per Ecor.Network.

Paz Peña è una consulente indipendente e un’attivista nell’intersezione tra tecnologia, femminismo e giustizia sociale.

 

 

 

NOTE:

i OECD Going Digital: Shaping Policies, Improving Lives. OECD Publishing, 2019.

ii UNFCCC, Technological Innovation for the Paris Agreement: Implementing nationally determined contributions, national adaptation plans and mid-century strategies, 2017.

iii Rieger, A., Does ICT result in dematerialization? The case of Europe, 2005-2017, Environmental Sociology, 7(1), 64-75, 2020.

iv GeSI, #SMARTer2030: ICT Solutions for 21st Century Challenges, 2015.

v Lange, S., Pohl, J., & Santarius, T. , Digitalization and energy consumption. Does ICT reduce energy demand? Ecological Economics, 176, 2020.

vi Rieger, A. (2020). Op. cit.

vii Forti, V., Baldé, C. P., Kuehr, R., & Bel, G., The Global E-waste Monitor 2020: Quantities, flows and the circular economy potential, UNU/ UNITAR – co-hosted SCYCLE Programme, ITU & ISWA, 2020.

viii Mastini, R., Kallis, G., & Hickel, J. , A Green New Deal without growth?, Ecological Economics, 179, 2021.

 

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domenica 17 ottobre 2021

Ambiente: estrazione alluminio, spina nel fianco alla svolta green - Violetta Silvestri

 

Se la transizione energetica è il più ambizioso e necessario obiettivo per salvare il mondo, sapere quanto costa davvero la sua realizzazione potrebbe smorzare i più convinti entusiasmi. Ogni medaglia ha il suo rovescio e alla base del passaggio alle energie rinnovabili si scoprono storie di violazioni di diritti, sfruttamento, distruzione dell’ecosistema.

Come è possibile? Per produrre in modo intenso pannelli solari, pale eoliche, automobili elettriche servono risorse minerarie e materie prime in quantità sempre maggiore. La responsabilità nella loro estrazione, trasformazione e produzione farà davvero la differenza su quanto sostenibile diventerà il mondo. Il rischio, invece, è di danneggiare ulteriormente la natura e privare comunità locali di diritti e mezzi di sussistenza.

La Banca Mondiale ha messo in evidenza quanto, con gli impegni dei Governi mondiali verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, ci sarà sempre più bisogno di risorse quali alluminio (incluso il suo costituente chiave, la bauxite), cobalto, rame, minerale di ferro, piombo, litio, nichel, manganese, il gruppo dei metalli del platino, le terre rare, argento, acciaio, titanio e zinco. I territori dei Paesi in via di sviluppo ne sono ricchi e già ne stanno pagando le conseguenze. 

Un esempio per capire il delicato equilibrio tra maggiore produzione di energia verde e più sfruttamento di materie prime è quello dell’alluminio. La sua produzione è un processo in più fasi che trasforma la bauxite scavata nel terreno prima in allumina mediante frantumazione, lavaggio, trattamento e cottura della bauxite (processo Bayer), e poi in alluminio tramite elettrolisi (processo Hall-Héroult).

Questo metallo leggero è molto richiesto innanzitutto dal settore auto, che solo nel 2019 ne ha impiegato il 19% di tutto quello utilizzato nel mondo. Con l’aumento della domanda di veicoli elettrici, l’International Aluminium Institute prevede che entro il 2050 il metallo vedrà raddoppiare le sue richieste.

Inoltre, l’alluminio è impiegato per le tecnologie dell’eolico ed è considerato un elemento efficace e importante per la produzione di energia solare tramite i pannelli fotovoltaici. Non solo, il metallo è in grado di riflettere più di acciaio e ferro i raggi infrarossi (calore) del sole. I tetti in alluminio adeguatamente rivestiti possono assorbire fino al 95% dell’energia solare, migliorando notevolmente l’efficienza energetica e per questo esso è un componente chiave negli edifici verdi certificati.

Si prevede, quindi, un forte aumento della domanda di questo metallo, che rischia di avere impatti devastanti. Poiché la bauxite viene estratta a livello superficiale, le miniere spesso si estendono su aree molto vaste, distruggendo i terreni agricoli che sono alla base dei mezzi di sussistenza delle comunità locali. Inoltre, esse danneggiano le acque di fiumi, torrenti e fonti sotterranee su cui le popolazioni fanno affidamento per il consumo domestico e l’irrigazione.

La Guinea è testimone diretta di questo impatto distruttivo. Il Paese africano è secondo soltanto all’Australia come produzione di bauxite e nel 2020 ne ha estratta una quantità pari a 80.000 tonnellate. La nazione ha i più grandi giacimenti di bauxite del mondo e ha rapidamente ampliato la produzione, aumentando la sua quota di mercato globale dal 4% nel 2014 al 22% nel 2020. Oggi la bauxite della Guinea è diretta principalmente verso le raffinerie in Cina, che produce la maggior parte dell’alluminio mondiale.

Uno studio del Governo guineano prevede che nei prossimi 20 anni ci sarà un boom di estrazione di bauxite che rimuoverà 858 chilometri quadrati di terreno agricolo e distruggerà più di 4.700 chilometri quadrati di habitat naturale, uno spazio sei volte più grande di New York City. Circa l’80% dei residenti nella regione mineraria della Guinea fa affidamento sull’agricoltura per il proprio sostentamento e queste previsioni suonano come un allarme per la loro sopravvivenza.

In realtà, le comunità locali già soffrono a causa dell’intensa attività estrattiva sulle loro terre. Nella nazione guineana tutto è cambiato nel 2016, quando la Société Minière de Boké (SMB), la più grande compagnia mineraria di bauxite del Paese, ha iniziato a sgomberare centinaia di ettari di terreno intorno a Diakhabia per far posto a un porto industriale. Dal 2017 da lì vengono spedite ogni anno milioni di tonnellate di bauxite alle raffinerie appartenenti soprattutto alla China Hongqiao, il più grande produttore di alluminio al mondo. Tutta la regione di Boké è ormai circondata da una cintura di miniere.

Prima di questa intensa attività estrattiva, intere famiglie facevano affidamento sull’agricoltura per il cibo e il reddito, piantando riso e altre colture sulla terra fertile lungo le rive del vicino fiume Rio Nunez. In generale, c’erano alimenti sufficienti per i nuclei familiari e si potevano guadagnare fino a 1,5 milioni di franchi guineani ($ 152) a settimana durante una buona stagione del raccolto, portandone a casa circa 10 milioni all’anno.

Poi tutto è cambiato e dozzine di famiglie hanno perso la terra a causa della costruzione del porto, diminuendo i loro pasti quotidiani. Altre comunità si sono improvvisamente ritrovate senza acqua, poiché i sedimenti provenienti dalle miniere hanno bloccato corsi di ruscelli e fiumi. Promesse mai mantenute di risarcimento o indennizzi irrisori da parte delle compagnie minerarie si sono aggiunti alle frustrazioni delle popolazioni locali.

La raffinazione della bauxite in allumina produce grandi quantità di fango rosso, un materiale altamente pericoloso che, se non trattato e immagazzinato adeguatamente, può inquinare i corsi d’acqua e danneggiare le persone che ne entrano in contatto. Nello Stato brasiliano del Pará, un’organizzazione non governativa che rappresenta oltre 11.000 persone ha citato in giudizio una miniera di bauxite, una raffineria e una fonderia di alluminio per la presunta contaminazione dei corsi d’acqua nel bacino amazzonico.

In Ghana, una coalizione di società civile e gruppi di cittadini locali afferma che una miniera di bauxite progettata nella foresta pluviale di Atewa minaccia di contaminare i fiumi che forniscono acqua potabile a milioni di persone. E la preoccupazione sta salendo anche in Indonesia.

Le foreste e le fattorie del Borneo indonesiano sono piene di crateri con pozzi acquitrinosi lasciati dagli anni del boom dell’estrazione del minerale di bauxite. I metalli pesanti depositati nel suolo continuano a disperdersi nell’aria e nei corsi d’acqua. A meno che non venga sostituito il terreno a livello superficiale, esso non potrà essere utilizzato per l’agricoltura. I coltivatori locali, che non possono più piantare riso in questa area, chiedono da tempo – invano – l’intervento del Governo per non cadere nell’insicurezza alimentare.

Meno di dieci anni fa, la maggior parte della bauxite indonesiana veniva esportata in Cina. Dai primi anni Duemila, l’aumento della domanda cinese ha visto un’esplosione di attività minerarie in tutto il Kalimantan occidentale. Tutto questo si è fermato nel 2014, quando la nazione ha vietato le esportazioni del suo minerale grezzo per incentivare piuttosto l’industria locale e sostenere la raffinazione in loco.

Ora una serie di nuove leggi favorevoli all’estrazione mineraria mirano a far rivivere quei pozzi abbandonati e a riportare a pieno ritmo l’estrazione anche con l’intento di esportare. Molti vincoli prima imposti alle compagnie minerarie sono stati allentati, compresi i rigidi limiti di tempo sui permessi di esercizio delle miniere. E a ottobre il Parlamento è andato oltre nel ridisegnare il panorama normativo, approvando la cosiddetta “legge omnibus” nella quale viene disciplinato anche il settore minerario, a tutto vantaggio di una intensa attività estrattiva. Le nuove leggi limitano i reclami formali e le azioni legali dei residenti delle zone occupate dalle miniere e il compito di rilasciare i permessi ambientali sarà affidato al Governo centrale, con l’impossibilità di impugnarli da parte delle comunità.

Anche gli investitori internazionali e la Banca mondiale si sono opposti a questa legislazione. Un gruppo di 35 multinazionali ha firmato una lettera in cui avverte che la deforestazione guidata dalle miniere mette a rischio gli impegni per combattere il riscaldamento globale.

Intanto, però, le attività estrattive di bauxite stanno riprendendo. I timori per quello che accadrà nel medio-lungo periodo sono molti tra le comunità locali. Se la politica del Governo di trasformare l’Indonesia in una centrale elettrica per la raffinazione del minerale avrà successo, i locali sono convinti che più agricoltori saranno sfollati e che il terreno fertile si perderà nei corsi d’acqua. Se fallisce, le miniere possono essere abbandonate con pochi benefici trasferiti alle comunità.

L’estrazione di bauxite avviene spesso vicino a fattorie e aree residenziali e quando la terra viene disboscata, la polvere può diffondersi nell’aria e nell’acqua poiché il vento raccoglie particelle dalle miniere e dai camion che viaggiano con il minerale.

In Malesia, dove l’estrazione di bauxite è un settore importante, i funzionari della sanità pubblica hanno riferito che l’industria è stata associata a un aumento delle visite ospedaliere per infezioni respiratorie e all’incremento dei livelli di ferro e alluminio nei fiumi.

Nel Kalimantan occidentale, la polvere di bauxite ha ricominciato ad accumularsi sui bordi delle strade. Alcune persone, in particolare i bambini, hanno sviluppato eruzioni cutanee attribuite ai metalli pesanti che inquinano fiumi e torrenti. Inoltre, il deflusso ricco di sedimenti dalle miniere sta innalzando i livelli dell’acqua e aumentando la gravità delle inondazioni. Il governatore Sutarmidji ha accusato proprio l’attività estrattiva di aver causato le inondazioni mortali nel giugno scorso. Nonostante ciò, la “legge omnibus” di ottobre ha abolito i regolamenti che avevano protetto fiumi e suoli fino a quel momento.

Cosa fare per evitare una ennesima catastrofe ambientale e, allo stesso tempo, rispondere al fabbisogno di materie prime per la transizione energetica? Un report di Human Rights Watch ha indicato la strada nel suo studio sull’impatto delle aziende automobilistiche nell’estrazione di bauxite: è necessario ogni sforzo per una produzione responsabile certificata, mappando le catene di approvvigionamenti di alluminio e facendo in modo che esse rispondano rigorosamente a standard ambientali e di rispetto dei diritti umani.

Identificare specificatamente quali miniere e fonderie forniscono il minerale o il metallo deve essere prioritario, in modo da risalire alla qualità dell’estrazione. I grandi gruppi automobilistici devono inoltre garantire che le comunità locali private delle loro terre siano equamente e prontamente risarcite, dando loro denaro ma anche nuove aree fertili da abitare.

Alcuni passi in avanti sono stati compiuti. Per esempio, nel report si legge che Drive Sustainability, una coalizione di 11 aziende automobilistiche che include BMW, Daimler, Ford, Toyota, Volkswagen e Volvo, nel maggio 2021 ha avviato un progetto per valutare i rischi per i diritti umani inerenti alle catene di approvvigionamento dell’alluminio e quelli di altre nove materie prime.

Nel gennaio 2021, l’organizzazione ha scritto anche a The Aluminium Association, un’associazione di decine di produttori di alluminio, per esprimere preoccupazione per la situazione in Guinea e per dare sostegno a una mediazione in corso tra una società mineraria guineana e 13 comunità danneggiate.

Nel novembre 2020, il BMW Group ha dichiarato che, se l’estrazione di bauxite nella foresta di Atewa in Ghana avesse violato gli impegni del Governo per combattere i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità, BMW non avrebbe accettato l’alluminio proveniente dalla foresta nella sua catena di approvvigionamento.

Sono, queste, piccole gocce in un mare di ingiustizie e soprusi ancora troppo marcati e poco disciplinati. La corsa all’energia rinnovabile, così urgente per evitare la catastrofe climatica, rischia di creare danni ulteriori al mondo già in sofferenza. L’unica soluzione è la severa regolamentazione dell’intensa attività estrattiva, in nome di una responsabilità produttiva finora quasi assente.

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venerdì 25 giugno 2021

ALUMINIUM - Gianmario Pugliese

 

La produzione industriale di imbarcazioni ha raggiunto caratteristiche tali da costituire un notevole impatto ambientale, paragonabile ad altri settori più evoluti come quello automobilistico. In particolare, le principali difficoltà si verificano nel trattamento delle imbarcazioni nella fase di dismissione, che si traduce in un grave danno all’ambiente e conseguenti costi di gestione.

Attualmente, si stima un parco nautico di oltre 650 mila unità, di cui il 90 per cento costruite in Fibre reinforced polymer (Frp) – composito di resina polimerica rinforzata con fibre – o vetroresina con fibre di vetro (Gfrp).
L’utilizzo massiccio di questo materiale composito per la produzione nautica risale agli anni Settanta e le sue caratteristiche fisiche e meccaniche, unitamente ai bassi costi di produzione e alla versatilità formale del processo, lo hanno portato a diventare il materiale principale per la produzione di imbarcazioni, da piccole barche a yacht di lunghezza superiore ai 40 metri.
Analizzando il ciclo di vita di questo materiale nelle fasi di produzione, uso e dismissione, uno degli aspetti più critici riguarda proprio lo smaltimento. La loro durata, pluridecennale, fa emergere solo oggi il grande problema legato all’incapacità di gestire la loro dismissione.

Per queste ragioni, le imbarcazioni alla fine della loro vita utile vengono abbandonate nei porti o nei piazzali, o peggio affondate illegalmente, favorito da una carenza di regolamentazioni. Dal punto di vista legislativo, infatti, la nautica accusa un certo ritardo rispetto ad altri settori produttivi, soprattutto per quanto riguarda le direttive che regolamentano il fine vita. Si sta lavorando alla redazione della normativa UNI 810505 relativa proprio al problema della dismissione nella nautica, mentre a livello europeo si fa riferimento alla 2008/98/CE, che classifica le tipologie dei rifiuti indicandone una gerarchia di valore, e privilegiando il riciclo allo smaltimento. La stessa sancisce il trasferimento della responsabilità, e quindi i costi, del rifiuto dal proprietario al produttore.

Giunte a fine vita, le imbarcazioni andrebbero rottamate, ma in realtà questo non avviene quasi mai. Il processo non è organizzato in quanto il prodotto non si predispone a tale operazione. La demolizione dovrebbe avvenire successivamente ad un disassemblaggio del prodotto: separazione dei materiali e recupero dei componenti riutilizzabili. La caratteristica principale che rende l’imbarcazione “inquinante” è legata alla sua complessità materica. Se per le automobili sono ormai presenti procedure e strutture organizzate per lo smantellamento, riciclo e smaltimento, per le barche in vetroresina la questione è irrisolta. Il prodotto è assemblato con l’intento di renderlo un insieme monolitico più durevole possibile nel tempo, ma non necessariamente smontabile, a meno che non lo richiedano delle specifiche necessità di manutenzione. Ci troviamo, quindi, di fronte al problema generato dalla necessità di smantellare un oggetto composto da vetroresina, legno, vetro, acciaio, rame e impianti elettrici, per poterne eventualmente recuperare un certo valore in termini di riutilizzo, riciclo e recupero di energia. Il disassemblaggio è pertanto una parte cruciale del processo, e dal momento che il prodotto non è pensato per questa operazione, questa risulta molto svantaggiosa economicamente. Studi recenti hanno stabilito che per il disassemblaggio si spenderebbe oggi circa il 70 per cento del costo di produzione.

Nonostante le lacune legislative e le problematiche irrisolte di disassemblaggio e riciclo, il settore si è orientato alla ricerca di soluzioni che incentivino la produzione a cambiare rotta verso una maggiore sostenibilità e gli investimenti in ricerca e progettazione sono uno dei punti chiave in questa direzione.

Dal punto di vista della produzione si cerca di ottimizzare l’uso di materiali ecocompatibili e facilmente riutilizzabili, tra tutti l’alluminio. Per molto tempo nel campo nautico è stato visto come un materiale speciale, in un certo senso aristocratico, che veniva utilizzato per costruire imbarcazioni sofisticate. Oggi ha aumentato la sua popolarità grazie alla comparsa sul mercato di lancette di origine nordamericana. Un materiale totalmente riciclabile. Una barca di alluminio dopo qualche decennio di utilizzo può essere tagliata e riportata a livello di materia prima, pronta per un altro uso senza sprecarne neppure un centimetro quadrato.
Il peso molto contenuto dell’alluminio lo rende ideale anche per essere abbinato a motori elettrici che notoriamente non sono prodighi di cavalli, così da poter navigare in totale sintonia con l’ambiente. Senza dimenticare che utilizzando motorizzazioni meno potenti, a parità di misure e prestazioni di una barca di vetroresina – prodotta tramite un processo chimico irreversibile, oltre che inquinante – si risparmia benzina e si diminuiscono le emissioni inquinanti.

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martedì 4 maggio 2021

Alcune note di riflessione sul Green New Deal europeo - Redazione EcorNetwork

 

Come da manuale, la recessione che accompagna la crisi pandemica – la peggiore, secondo l’OCSE, dal dopoguerra – sta imprimendo un nuovo impulso all’aggressione del profitto contro i territori.
L’illusione che la pandemia potesse portare ad un ripensamento sull’assurdità di questo modello di sviluppo si è dissolta molto in fretta, a fronte della capacità del capitale (infinitamente maggiore della nostra) di trasformare le crisi in opportunità.

Poco importa se per garantire il rilancio dell’accumulazione del capitale verranno riprodotte esattamente le condizioni per lo sviluppo delle pandemie del futuro.
Condizioni la cui origine viene riconosciuta, peraltro, anche ufficialmente:


«Il cambiamento dell’uso del suolo è qui definito come conversione di territori naturali in terreno agricolo, urbanizzato e in altri ecosistemi dominati dall’uomo, compresi quelli dell’agricoltura intensiva e dell’estrazione di risorse naturali, come legname, minerali e petrolio. Il cambiamento dell’uso del suolo è un fattore trainante a livello globale delle pandemie, e ha causato l’emergere di oltre il 30% delle nuove malattie segnalate dal 1960. La distruzione dell’habitat e l’invasione di esseri umani e bestiame in habitat biodiversi forniscono nuovi percorsi per la fuoriuscita di agenti patogeni e l’aumento dei tassi di trasmissione».

 

La citazione è tratta dal documento che riunisce i pareri di ventidue scienziati di livello mondiale, convocati alla fine del luglio 2020 dall’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services per far luce sull’origine delle pandemie. Il report dell’IPBS, che è un’organizzazione istituita dall’Onu per migliorare la comunicazione tra scienza e politica in materia di biodiversità, ha sicuramente il pregio di affermare, con tutti i crismi dell’istituzionalità, la correlazione che lega l’emergere delle pandemie all’espandersi dell’agroindustria, degli allevamenti intensivi, delle miniere e dell’estrazione di combustibili fossili.

La sua impostazione fallisce però nell’attribuzione delle responsabilità della catastrofe ecosistemica, nel momento in cui classifica genericamente la distruzione dei territori naturali come anthropogenic changes, definizione che ne riversa l’imputabilità della colpa sull’intera umanità indistinta, scevra da differenze di classe e di potere. Evita di indicare gli attori reali della devastazione, e di analizzare nel merito il ruolo degli Stati, delle istituzioni sovranazionali e delle loro responsabilità storiche nei processi all’origine dell’attuale collasso.
Ironia della sorte, identifica proprio in tali istituzioni i principali referenti per una possibile inversione di tendenza.

Vediamo dunque come le istituzioni suddette, nelle quali dovremmo teoricamente confidare, affrontano nel concreto il tema della distruzione territori naturali, a partire dall’Unione Europea, luogo di sintesi dei desiderata degli attori finanziari e industriali dei suoi singoli Stati e di definizione delle politiche conseguenti, di cui i nostri governi (tutti) non sono che mera cinghia di trasmissione.

Nel dicembre 2019 la Commissione Europea ha pubblicato il documento sul “Green New Deal Europeo”, vale a dire i fondamenti della nuova strategia di crescita dell’Unione: una svolta verso una economia verde e digitale finalizzata, nelle retoriche, a restituite all’UE un ruolo di protagonista sullo scenario globale.
Una strategia che ha assunto nei mesi successivi il ruolo salvifico di strada maestra per l’uscita dalla recessione pandemica, con la creazione di linee e strumenti di finanziamento fino ad allora impensabili, quali il Recovery Fund e il NextGenerationEU1.

Il Green New Deal si basa sulla bizzarra teoria della “crescita verde” – caldeggiata anche dalla Banca Mondiale, dall’Ocse e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente – che ritiene possibile conciliare la continuità della crescita economica con una riduzione dell’impatto sul pianeta tale da scongiurare la catastrofe climatica.
Nella realtà, in Europa (come altrove) la “crescita green” sta innescando una nuova spinta verso l’aumento dell’estrazione mineraria, della proliferazione di gasdotti e di grandi opere infrastrutturali, dell’espansione dell’agroindustria.

In funzione del Green New Deal, nel settembre 2020 la Commissione Europea ha pubblicato la Comunicazione dal titolo “Resilienza delle materie prime critiche: tracciare un percorso verso una maggiore sicurezza e sostenibilità”.
Un documento che trabocca di termini rassicuranti, quali neutralità climatica, biodiversità, trasformazione verde, economia circolare, arrivando alla creazione di ossimori sublimi come quello di “ecosistemi industriali”.

Dietro tale abbondanza di vocaboli resilienti e sostenibili, la Comunicazione traccia in sostanza le linee per il rilancio dell’attività mineraria interna per l’estrazione delle “materie prime critiche” indispensabili per la transizione energetica e digitale, oltre che per svariati comparti produttivi, quali l’automotive, difesa/aerospaziale, l’edilizia e l’agricoltura.
L’elenco dell’UE 2020 comprende 30 materie prime – Antimonio, Afnio, Fosforo , Barite, Bauxite, Berillio, Bismuto, Borato, Carbone da coke, Cobalto, Elementi pesanti delle terre rare, Elementi leggeri delle terre rare, Indio, Fluorite, Fosforite, Gallio, Germanio, Gomma naturale, Grafite naturale, Litio, Magnesio, Metalli del gruppo del platino, Niobio, Silicio metallico, Scandio, Stronzio, Tantalio, Titanio, Tungsteno, Vanadio – alcune presenti nei giacimenti europei, in particolare in Scandinavia, Penisola Iberica, Francia, Austria, Slovacchia, Romania.

Giacimenti europei che comunque risultano del tutto insufficienti per soddisfare la domanda interna, dati i volumi di aumento della domanda a servizio del Green New Deal:

“per le batterie dei veicoli elettrici e lo stoccaggio dell’energia, l’UE avrebbe bisogno, rispetto all’attuale approvvigionamento della sua intera economia, di una quantità di litio fino a 18 volte superiore e di una quantità di cobalto fino a 5 volte superiore nel 2030 e di una quantità di litio 60 volte superiore e di una quantità di cobalto 15 volte superiore nel 2050”.

All’estrazione interna si affiancherà dunque la crescita esponenziale delle importazioni, da garantire attraverso le classiche modalità neoliberiste, quali gli accordi di libero scambio e i meccanismi di garanzia per sanzionare il mancato rispetto dei contratti da parte dei paesi esportatori.
Meccanismi da far valere magari a seguito dell’esito di referendum popolari o di sentenze delle magistrature dei paesi produttori contro lo svolgimento di attività minerarie devastanti. In questo modo l’UE riconferma la sua attitudine neocoloniale e l’esternalizzazione dei costi ambientali del suo sviluppo green.

  


 

Come risposta alla Comunicazione della Commissione Europea, nel settembre scorso si sono levate le voci di 234 fra organizzazioni europee della società civile e accademici, con le seguenti rivendicazioni:

-rendere prioritaria la riduzione dell’uso delle risorse
-rispettare il diritto delle comunità di dire NO ai progetti minerari
-assicurare il rispetto e il rafforzamento della normativa ambientale europea
-interrompere lo sfruttamento di paesi terzi, soprattutto del Sud Globale, proteggendo realmente i diritti umani

I firmatari hanno anche stigmatizzato il sostegno della Commissione Europea alla ricerca di materie prime critiche nei mari profondi, che mette a rischio ecosistemi particolarmente vulnerabile, chiedendo un’immediata moratoria.

Oltre ai “critical raw materials” va ricordato che la green economy ha anche un immenso bisogno di materiali tradizionali, quali il rame per l’espansione delle reti elettriche, il ferro, cromo e nichel per l’acciaio delle pale eoliche, il cemento per i plinti che le sostengono e per nuovi impianti idroelettrici2, oltre a tutte le materie prime necessarie alla sostituzione dell’intero parco degli autoveicoli, e tanto altro.
Estrazione e produzioni che, anche quando esternalizzate al di fuori dell’Ue, avranno impatto sul pianeta, e che necessitano a loro volta di energia, il che è inconciliabile con una riduzione delle emissioni climalteranti a breve termine.

Nel dicembre 2020 il Consiglio Europeo ha approvato «l’obiettivo vincolante di una riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas serra entro il 2030», completamente inutile se sarà basata sulla rilocalizzazione delle produzioni di carbonio all’esterno dei suoi confini. Tanto più che non si tratta di un abbandono dei combustibili fossili, visto che “l’obiettivo vincolante” è da raggiungere anche tramite «tecnologie di transizione come il gas».
Viene avvallata in questo modo la prospettiva dell’utilizzo del gas come sostituto del carbone, eludendo però un particolare: il metano, oltre ad essere un combustibile fossile, è un gas serra molto più potente della CO2, e la sua estrazione e trasporto comportano inevitabilmente emissioni fuggitive in atmosfera tali da renderne l’utilizzo più climalterante del carbone stesso.

Il metano come “tecnologia di transizione” rimanda anche alla questione delle infrastrutture critiche, e in particolare ai 32 progetti di interconnessione del gas considerati “di interesse comune” dall’Unione Europea, che provvederà dunque ad innervare il continente di gasdotti, con tutto il loro portato ambientale, sociale e coloniale. Riguardo a quest’ultimo aspetto, fra le infrastrutture critiche di interesse comune europeo troviamo l’EastMed che promette di portare ad Otranto il gas dei giacimenti al largo di Israele e Gaza, assieme all’ EuroAsian Interconnector, la “autostrada elettrica” che collegherà gli insediamenti illegali di Israele nei territori palestinesi occupati con la rete elettrica europea.

Gli investimenti nelle infrastrutture critiche – interconnettori energetici, reti multimodali europee, reti trans-europee di trasporto passeggeri e merci – sono espressamente citati nella “Strategia annuale per la crescita sostenibile 2021”, come requisito preferenziale per l’accesso ai fondi del NextGenerationEU.
Il che prefigura una nuova fase di finanziamento e di sviluppo dei corridoi TEN-T, cioè le 
reti trans-europee di trasporto considerate rilevanti a livello comunitario, con il loro corollario di grandi opere autostradali e per l’alta velocità/capacità ferroviaria, la cui compatibilità ambientale e climatica è ben conosciuta in Val di Susa.
Corridoi di cui è stata evidenziata recentemente anche la funzionalità dal punto di vista del “
miglioramento della mobilità militare”.

Infine, al di là della retorica dei documenti fondativi del Green New Deal e dei loro richiami alla «biodiversità, agroecologia, benessere animale», anche la Politica Agricola Comune (PAC)3 dell’Unione incarna un evidente carattere estrattivo.
La riforma della PAC votata dal Parlamento Europeo alla fine di ottobre 2020 non contiene nessun tetto massimo alla densità di animali negli allevamenti intensivi, nessun obbligo di protezione della biodiversità sui terreni delle aziende agricole, ma in compenso abolisce il divieto di arare e convertire i prati permanenti nei siti della rete Natura 2000, dove gli agricoltori potranno ricevere sovvenzioni per trasformare zone protette in campi agricoli.

La nuova PAC è stata definita a più voci come una politica contraria ai dettami del Green New Deal. In realtà è del tutto coerente: la “transizione energetica” ha bisogno di suolo.
Ha bisogno di biomasse, e questo era stato già stato espresso chiaramente nel 2018 dalla 
Strategia Europea di Bioeconomia, che punta allo sviluppo di «bioraffinerie sostenibili in tutta Europa», e di conseguenza ha bisogno che tali biomasse vengano prodotte. Formalmente tramite i rifiuti o i residui agricoli inutilizzati, ma nella realtà, come esperienza già insegna, tramite coltivazioni ad hoc, standardizzate e gestite a livello agroindustriale.
La prospettiva che si apre prefigura una maggior pressione sui territori naturali, l’erosione degli spazi dedicati alla produzione di cibo, un’ulteriore distruzione di biodiversità, la trasformazione delle vocazioni rurali in funzione delle centrali a biomasse. Territori che saranno contesi anche dalle estensioni fotovoltaiche e dai grandi parchi eolici, gestiti dalle multinazionali dell’energia.
Tanti segnali di come in Europa, come altrove, proprio nel momento in cui dovremmo porre freno alle pressioni sul pianeta per scongiurare il cambiamento climatico e prevenire l’emergere di nuove pandemie, la gestione capitalistica della transizione energetica spinga sull’acceleratore.


NOTE:

1 Non possiamo affrontare in questa sede tutti i risvolti di questa operazione ma, sotto la retorica green, l’obiettivo che traspare dalla cd “transizione digitale”è quello di determinare un salto tecnologico funzionale ad imprimere una nuova spinta verso la flessibilità del lavoro, la dematerializzazione della pubblica amministrazione, la didattica digitale, lo sviluppo e applicazione di nuovi strumenti di controllo sociale. Quanto alle modalità di finanziamento, la creazione di nuovo debito “nel rispetto dei parametri della stabilità macroeconomica” prefigura all’orizzonte il rilancio delle politiche del rigore.

2 Attualmente ci sono 21.000 impianti idroelettrici nell’Ue, e altri 8.000 in progetto (generalmente di capacità ridotta) di cui alcuni con finanziamento UE. Martin Hojsik, Hydropower sector has to keep in line with the European Green Deal, Euractiv, 3 novembre 2020.

3 La politica agricola comune (PAC) europea è una delle politiche comunitarie previste dal Trattato istitutivo delle Comunità, gestita e finanziata con risorse del bilancio dell’UE. Info su: https://ec.europa.eu/info/food-farming-fisheries/key-policies/common-agricultural-policy/cap-glance_it

 

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