L'addio ai gettonisti ha aperto una nuova fase, ma le
criticità restano: organizzazione, medicina territoriale, attrattività e
programmazione continuano a mettere sotto pressione il sistema.
Immagine di sfondo repertorio Canva
«Quella della Sardegna è una realtà dove il sacrificio
dei professionisti copre carenze organizzative e di sistema. È qualcosa di
abituale per i medici, per gli infermieri e talvolta anche per gli operatori
socio sanitari». Giovanni Marco Ruggiu, presidente dell’associazione Mèigos –
Giovani Medici Sardegna e Consigliere dell'Ordine dei Medici Chirurghi ed
Odontoiatri di Sassari e Gallura, risponde in un orario diverso rispetto a
quello inizialmente accordato. Il motivo sono i tempi più lunghi del previsto
allo smonto del turno nel reparto dove lavora. Basterebbe questo piccolo
spaccato della quotidianità di un professionista e le parole che lo
accompagnano a spiegare quella che è la situazione del sistema sanitario
isolano.
«Manca ancora nel sistema sanitario regionale una
regia che permetta di assicurare ed ottimizzare i servizi» ammette Ruggiu,
mentre l’analisi passa velocemente alle guardie turistiche che non si sono
evolute nel corso degli anni, così come la continuità assistenziale [l’ex guardia medica, ndr]. Luoghi dove il medico spesso
si ritrova solo, senza una storia clinica e con pochi strumenti a disposizione
per rispondere alle richieste del paziente odierno. A poco a poco si risale
verso l’apice del sistema, a quegli ospedali sardi che
meno di un mese fa vedevano finire l’era dei cosiddetti “gettonisti” e
che oggi, malgrado gli sforzi di lavoratori e lavoratrici e l’ottimismo della
Giunta regionale, continuano a essere percepiti come isole di incertezza.
Gettoni
d’oro
Il 30 giugno si concludeva il capitolo dei gettonisti
chiamati a rispondere ai codici minori nei pronto soccorso e il 4 luglio, con
un messaggio sui propri canali social, la presidente della Regione Alessandra
Todde ringraziava i professionisti impegnati nei
pronto soccorso dell’isola per i loro sforzi, parlando di «giornate particolari
per il servizio sanitario regionale». Ammettendo così, ancora una volta, le
difficoltà tra le corsie. Cinque giorni dopo, Todde commentava un sistema di
emergenza-urgenza capace di reggere l’urto dell’assenza dei medici
provvisori.
Tuttavia, nel frattempo il primo luglio la direttrice
del Pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II di Olbia annunciava le proprie dimissioni, il 4
luglio il pronto soccorso di Isili chiudeva per ventiquattro ore mettendo
in allarme un intero territorio e il giorno successivo, a Sorgono, si ripeteva
l’ennesima manifestazione dei cittadini per chiedere un
servizio emergenziale all’altezza delle richieste. L’isola è la stessa, le impressioni, invece, appaiono differenti. Con
la risonanza delle spese dei gettonisti - oltre 328 milioni spesi tra il 2024 e
il 2026 secondo l’Autorità nazionale anticorruzione - e l’assenza di risposte
sul territorio oramai data per endemica sul fronte ospedaliero e della medicina
di base, che hanno continuato ad alimentare il malcontento e la preoccupazione
della popolazione.
«Va fatta una premessa - afferma Claudia Zuncheddu,
presidente della Rete Sarda per la Difesa della Sanità Pubblica - la crisi nei nostri pronto soccorso era prevedibile ed è la
conseguenza inevitabile dello smantellamento del sistema sanitario pubblico,
a partire dalla sanità territoriale. Stupisce però che la presidente Todde non
riesca a interpretare la drammaticità della sanità sarda. L’emergenza-urgenza è
sotto pressione, ma questo ha poco a che fare con i costosissimi e impreparati
gettonisti - chiosa Zuncheddu - Il problema è la gestione e l’organizzazione
del personale che invece di essere attratto, a oggi, si mette nella condizione
di fuggire».
Una lettura che allontana la narrazione di
professionisti che non si vogliono spostare per assumere incarichi in altre
zone dell’isola. «Prima di tutto - continua Zuncheddu - un medico, come
chiunque di fronte a una proposta lavorativa, sceglierà la proposta più
conveniente. Per agevolare la vita del sistema esistente, bisognerebbe
impegnarsi per rendere il lavoro più semplice e meno gravoso, ma soprattutto
chiedersi continuamente che qualità dell’assistenza sanitaria si intende
garantire a chi si ammala».
A
monte
Bassa retribuzione, monte orario in ascesa e
responsabilità medico-legali in continuo aumento sono alcuni degli elementi che
influiscono sullo stato non solo dell’emergenza-urgenza in Sardegna, ma su
tutto il sistema ospedaliero regionale e sulle condizioni di lavoro dei
professionisti. Un sistema che soffre anche di alcune scelte del passato sul
fronte della formazione di cui oggi si notano maggiormente gli effetti. A
partire dal passaggio dei test d’ingresso per le scuole di specializzazione dal
piano regionale a quello nazionale, che ha negato la possibilità di controllare
la programmazione del turnover nel sistema sanitario regionale.
Una realtà contrastata in parte con le borse di
specializzazione finanziate direttamente dalla Regione Sardegna, 185 nell’area
medica tra le Università di Cagliari e Sassari nel 2025, ma che ha prodotto
conseguenze sull’attualità: «Nel nostro percorso come Meigos - sottolinea
Ruggiu - facemmo una statistica: su una base del 100%, solo il 10% dei colleghi
venuti da fuori poi decideva di scegliere la Sardegna come luogo dove
esercitare la professione. C’era chi decideva di trasferirsi durante il corso
della propria scuola di specializzazione o appena specializzato. Questo anche
perché non avendo un sistema sanitario attrattivo per noi sardi, difficilmente
poteva esserlo per chi proveniva da altre realtà».
Ogni
livello conta
Quello dell’attrattività è un concetto che torna anche
guardando ai bandi annunciati dalla Regione lo
scorso 15 luglio. Il primo dedicato alla ricerca di 1.000 infermieri e di 500
medici da assumere a tempo indeterminato, dalla valenza extraregionale. Il
secondo, valido per assunzioni a tempo determinato per il biennio 2027-2028,
indirizzato al reclutamento di professionisti internazionali: una soluzione
temporanea, che sembra ripercorrere le rotte tracciate dai gettonisti e che
vedrebbe professionisti destinati "prioritariamente alle strutture
territoriali delle aree con maggiori criticità e ai pronto soccorso individuati
dal provvedimento", lì dove il termine continuità appare ancora più
sconosciuto.
Tutto accade mentre convincere medici e infermieri
a restare è una necessità che avvolge l’intero sistema, vittima però di una
coperta sempre più corta, in qualunque direzione la si tiri. Anche perché sullo sfondo
rimangono le domande su Case e Ospedali di comunità, per cui la Regione avrebbe
raggiunto gli obiettivi messi nero su bianco dal Pnrr, e sul futuro della
medicina di base. «Quando parliamo di Case di comunità - riprende Zuncheddu -
torniamo sempre al problema del personale e all’orientamento delle risorse
economiche a disposizione. Le scelte fatte sulla presenza del medico curante
per sei ore settimanali ad assistere chiunque arrivi in queste strutture è in
realtà una tendenza a scardinare l’ultima roccaforte del sistema sanitario
pubblico, ovvero il medico di famiglia».
Una figura, quella del medico di base, che soffre di
fronte a carichi di lavoro e responsabilità che divengono sempre più grandi e
di una burocrazia che ha finito per cambiare la professione, fino ad
allontanare anche i giovani laureati dalla scelta di perseguire la scuola di
formazione specifica. Nel settembre scorso, la morte a Dorgali della dottoressa
Maddalena Carta, sopraffatta dal peso di giornate lavorative infinite, sembrava
poter aprire una riflessione sulle condizioni di vita dei medici di medicina
generale che ancora, tuttavia, non è iniziata malgrado l’importanza.
«Non esiste una medicina generale che riesce a fare
bene il suo lavoro senza i servizi specialistici ospedalieri di supporto e
viceversa - aggiunge Giovanni Marco Ruggiu - I pronto soccorso soffrono perché
si confrontano con le carenze dell’assistenza primaria, ma nel frattempo manca
una lettura della società isolana: una realtà che invecchia, dove
paradossalmente è in aumento l’emigrazione dei giovani in età attiva lavorativa
mentre rientrano i pensionati con tutte le problematiche croniche tipiche
dell’isola. Un medico di medicina generale di nuovo incarico oggi si trova a far
fronte al triplo dei pazienti cronici, pluripatologici ed allettati rispetto al
passato. È incredibile - continua - come le aziende sanitarie si ritrovino a
chiedere a questi medici l’incremento del numero degli assistiti (da 1500 a
1800), quando per riumanizzare le cure sarebbe molto più utile ridurne il
numero, riconoscendo il maggiore impegno e mantenendo intatta la retribuzione».
Game
over (o quasi)
La sanità sarda sembra trasformarsi in un videogioco
anormale, dove puoi conoscere tutti i livelli essendo però consapevole che a
ogni step si presenterà un problema che appare insormontabile. Una serie di
sfide, a cui si aggiunge una spesa sanitaria extraregionale in continua
crescita, che per essere risolte hanno bisogno di una risposta sistemica di
cui, però, non si sa ancora la combinazione. «C’è bisogno di una politica
che smetta di far fronte sempre all’emergenza - conclude Ruggiu
- Inutile dire che la responsabilità faccia sempre capo al Ministero, quando si
ha un'autonomia che si dovrebbe essere in grado di far funzionare».
Senza la descrizione del passato e la comprensione del
presente, sarebbe difficile prevedere il futuro, avrebbe forse ricordato
Ippocrate parlando della medicina ancora oggi. Una lezione valida anche per la
politica, in una Sardegna che aspetta ancora una presa di coscienza sullo stato
di salute di ogni forma di uno dei diritti più sentiti dalle comunità.