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venerdì 16 gennaio 2026

Soluzioni semplici: costruire più case per abbassare gli affitti? - Stefano Portelli

 

Scrive un deputato della repubblica italiana, economista, segretario di un partito, in un post di lunedì 21 luglio: “Facciamola semplice: se in una qualsiasi città i prezzi delle abitazioni sono troppo alti, c’è un solo modo per farli scendere: costruire più abitazioni”. Il contesto, inutile dirlo, è il continuo e sfacciato tentativo di tenere in piedi il “modello Sala”, crollato rovinosamente a Milano. Ma il deputato Marattin si inerpica su un terreno spinoso. Secondo lui la speculazione immobiliare, la costruzione estensiva di abitazioni, sarebbe un modo non solo per far guadagnare i costruttori, com’era sicuramente l’obiettivo del modello Milano, ma anche per abbassare i canoni d’affitto. Al di là delle vicende giudiziarie, insomma, fomentare la costruzione fa bene a tutti.

Il deputato va oltre, e scrive, excusatio non petita: “I tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge sono stati un fallimento in tutto il mondo e in ogni tempo”. Gli inquilini e le inquiline, insomma, avrebbero bisogno di più cemento, non di leggi che li tutelino. È curioso come un’affermazione così controintuitiva ancora riesca a trovare spazio nel dibattito pubblico. Perché? Da una parte si continua ad alimentare l’illusione che gli imprenditori lavorino per la società e non per il proprio tornaconto, il che permette d’ignorare l’evidenza, per esempio, che l’enorme aumento di costruzioni degli ultimi anni sia orientato a favore delle classi medio-alte e al turismo, non certo a risolvere i problemi abitativi dei ceti impoveriti. Dall’altra, perché persiste il mito della mano invisibile del “mercato”, che presenta come autoregolato, spontaneo e in qualche modo magico, il rapporto tra chi compra e chi vende – anche quando è così evidente, come dimostra proprio il modello Sala, che chi vende o affitta le case ha il potere, gli appoggi politici, la possibilità di “inventare” e diffondere una intera retorica, mentre chi le affitta, o prova a comprarle, non ha strumenti di questo tipo a disposizione. Queste “soluzioni semplici”, che nascondono potere e diseguaglianze, fanno venire voglia di mettere mano alla sciabola. Per sublimare questo desiderio vale la pena fare una piccola carrellata sui “tentativi di abbassare gli affitti controllandoli per legge” – le leggi per il rent control – che sono invece proprio le misure di cui abbiamo bisogno ora.

DUEMILA ANNI DI CONTROLLO DEGLI AFFITTI
L’umanità dev’essere proprio impermeabile agli errori, se lo stesso fallimento continua a riproporsi anche a distanza di millenni. La prima legge per controllare gli affitti che conosciamo risale alla Roma repubblicana, cinquant’anni prima della nascita di Cristo: fu sperimentata all’inizio nella piccola “colonia interna” del porto di Ostia, come cancellazione dei debiti e blocco dei pagamenti per un anno. Misure simili furono usate da Cesare e da Ottaviano, più avanti dagli imperatori Valeriano e Gallieno.

Altri esempi importanti furono le misure straordinarie introdotte dalla dinastia Song in Cina, intorno all’anno 1000; nel 1513, nello Stato Pontificio, un Decretum Camerae Apostolicae in fauorem inquilinorum sancì il controllo pubblico sugli affitti; a metà Settecento un editto del Regno di Sardegna affidò al vicario di Torino il compito di “conoscere e provvedere circa le differenze per eccessivo aumento di fìtto tra li padroni di case poste in detta Città ed i loro affittavoli, e di procedere ove d’uopo alla tassa de’ luoghi appigionati”; nel 1815 il Ducato di Modena pubblicò una legge che fissava l’affitto al 6% del valore della proprietà.

Si possono citare un’infinità di altri esempi, particolarmente concentrati nell’Europa meridionale – da Parigi a Malta, dal Portogallo alla Madrid del 1600: in alcuni casi le leggi funzionarono, in altri casi no (come quelle dell’imperatore Gallieno: i proprietari le aggirarono stipulando contratti brevi, non regolati). Ma quello che più interessa sono le forme di regolazione moderne, che si diffusero in varie parti d’Europa e in Nordamerica all’inizio del Novecento. Le lotte del movimento operaio di metà-fine Ottocento in molti casi reclamarono il diritto alla casa per chi viveva in affitto, cioè la totalità della classe lavoratrice: i padroni delle fabbriche erano spesso anche i padroni delle case. In Scozia, Inghilterra, Irlanda, Svezia e Spagna, a cavallo del secolo, ci furono grandi “scioperi dell’affitto” che si conclusero spesso con l’approvazione di leggi per il controllo dei canoni: 1915 in Scozia, Inghilterra e Irlanda, 1917 in Svezia, 1919 in alcune parti della Germania, 1920 in Spagna e a New York. Erano leggi pensate per essere temporanee, ma furono rinnovate per reggere l’emergenza della Grande Guerra.

La storica Jo Guildi spiega che il primo movimento inquilino moderno per l’abbassamento dei canoni era in primo luogo un movimento anticoloniale: furono i contadini irlandesi vessati dai proprietari inglesi a reclamare l’abbassamento per legge degli affitti delle terre e delle masserie, con il primo sciopero degli affitti della storia. Il parlamento irlandese approvò un Land Act che impose che i contratti tra inquilini e proprietari considerassero il diritto all’uso delle terre, non solo quello alla proprietà, e regolati da un tribunale speciale. Dei valutatori professionisti analizzavano i canoni caso per caso. I movimenti inquilini di altre regioni britanniche presero l’esempio e iniziarono altri scioperi dell’affitto: il più grande fu quello del 1915 a Glasgow, dove c’è ancora la statua di una delle leader della protesta inquilina, Mary Barbour (gli inquilini e le inquiline che trattenevano l’affitto furono chiamati “l’esercito di Mrs. Barbour”).

Anche in Spagna le donne erano molto attive nelle organizzazioni inquiline di inizio secolo: i sindacati inquilini di Bilbao, Valencia e Barcellona furono fondati nel 1904, e nel 1920 riuscirono a far approvare la prima legge per ridurre i canoni, estendere la durata dei contratti e limitare gli sfratti. Le proteste non si fermarono, e nell’aprile 1931 a Barcellona iniziò un enorme sciopero dell’affitto (la huelga de alquileres), chiamato dal sindacato anarchico della CNT, a cui parteciparono oltre centomila unità abitative.

Queste leggi ottennero l’abbassamento dei canoni, anche se spesso il risultato fu inferiore alle aspettative: l’obiettivo della CNT era che gli affitti scendessero del quaranta per cento e fossero azzerati per chi non aveva reddito (perché la casa è un diritto!). Il governo repubblicano spagnolo non arrivò a tanto, ma certamente molte famiglie operaie o disoccupate videro migliorare le proprie condizioni prima che Francisco Franco iniziasse a intaccare il controllo pubblico sugli affitti. Anche in Italia fu Mussolini, nel 1923, a eliminare il blocco degli affitti in vigore sin dalla Grande Guerra: fu la prima legge del fascismo, fatta per compiacere proprietari immobiliari e investitori. Gli affitti aumentarono vertiginosamente, soprattutto a Roma e Milano, e nel 1930 il regime dovette reintrodurre la regolamentazione. Anche i governi più conservatori ricorrono al controllo degli affitti in tempi di guerra e di crisi, e gli effetti sono evidenti: gli affitti scendono e gli inquilini più vulnerabili hanno meno difficoltà a rimanere nelle loro case. Lo dimostra anche l’esempio dell’Argentina, dove il rent control permise a migliaia di famiglie di sopravvivere dopo la prima e la seconda guerra mondiale, con regolamentazioni molto stringenti.

INEFFICACIA DEL RENT CONTROL, UN MITO DEL MACCARTISMO
L’attacco più duro al controllo degli affitti fu negli anni Cinquanta, quando forme di rent control erano attive in molti stati e città sia d’Europa che d’America. Il mantra degli economisti liberisti statunitensi, orientati dal maccartismo, dall’anticomunismo e dalla retorica del laissez-faire, divenne proprio “l’inefficacia” del rent control, argomentazione ripresa oggi dal deputato Marattin. Per non dire che il controllo degli affitti fa male ai proprietari, si iniziò a dire che faceva male agli inquilini. Negli anni Settanta, importanti economisti come Milton Friedman e Friedrich Hayek furono i campioni di questa nuova ondata di retorica liberista, che si scatenò ovunque si fossero ottenute conquiste sociali nei decenni precedenti. La retorica contro il rent control raggiunse picchi epici, come quando l’economista svedese Assar Lindbeck scrisse che il controllo degli affitti “sembra essere la tecnica più efficace per distruggere una città, oltre a bombardarla”. 

Ora sappiamo che queste sparate erano parte di un vero e proprio progetto politico, quello identificato da Marco D’Eramo in Dominio, e cioè l’assalto dei think tank conservatori alle conquiste del movimento operaio e delle battaglie degli afroamericani per i diritti civili. Think tank finanziati dalla lobby immobiliare come il Fraser Institute ebbero un ruolo determinante nel modellare il discorso pubblico. Mentre Lindbeck e gli altri pontificavano sull’inefficacia del rent control, l’associazione dei proprietari immobiliari californiani spendeva quattordici milioni di dollari per far ritirare le regolamentazioni, allora attive in tredici comuni dello stato – oltre che in cinque città del Massachusetts, centoventi del New Jersey, e a New York. Anche in Europa il controllo degli affitti cadde, prima in Irlanda, nel 1966, poi in Inghilterra, nel 1982, poi in Spagna, nel 1986, infine in Italia, con la liberalizzazione dei fitti del 1998. Mentre la prima stagione di liberalizzazioni fu guidata dalla destra (Reagan e Thatcher), la seconda è interamente opera della cosiddetta sinistra (il Psoe di Felipe González in Spagna, il governo D’Alema in Italia). L’opera iniziata da Franco e Mussolini fu conclusa dagli ex comunisti.

Tom Slater e Hamish Kallin, geografi marxisti scozzesi, oggi i principali esperti di rent control, descrivono questo assalto come una “pseudoscienza”, promozione organizzata dell’ignoranza. L’assalto degli economisti al rent control si basa sempre su tre miti. Il rent control spingerebbe i proprietari a ridurre l’offerta di case (supply myth), non incentiverebbe i proprietari a migliorarne la qualità (quality myth), e in generale sarebbe inefficiente (efficiency myth) perché gli inquilini finirebbero per abitare case migliori di quelle che si possono permettere. In un libro che uscirà a fine anno con Armando Editore, scritto insieme a Chiara Davoli, entreremo più nel dettaglio sulle fallacie fattuali e logiche di questi tre miti, il cui debunking comunque si trova negli articoli e nelle interviste di Slater e Kallin (come questa, questo, e questo, purtroppo protetti da paywall accademici). Per riassumere, basti vedere che trent’anni di liberismo non hanno certo prodotto maggiore offerta di case, né maggiore qualità; qualità e offerta sono molto migliori in paesi dove ci sono regolamentazioni, come i Paesi Bassi, rispetto che a dove non ci sono, come il Regno Unito. Si pensi alla tragedia della Grenfell Tower a Londra, dove morirono settanta persone a causa della pessima qualità delle abitazioni, in un sistema ultraliberista: la mano invisibile del mercato non aveva dato neanche una passata di vernice. Anzi, è proprio il libero mercato a produrre effetti simili a un bombardamento: un esempio per tutti, Detroit. Meglio non commentare il mito dell’efficienza, che dà per scontato che i poveri debbano vivere sempre al minimo della sussistenza, e che le case grandi e belle devono essere per forza abitate dai ricchi.

RENT CONTROL OGGI
Nonostante questo assalto neoliberale, nonostante i Marattin, nonostante i think tank nostrani (il presidente di Confedilizia Calabria, Sandro Scoppa, ha curato un recente volume dal titolo Controllare gli affitti, distruggere l’economia), nuove forme di controllo pubblico sugli affitti stanno tornando in auge in tanti paesi del mondo. L’evidenza del fallimento del libero mercato, soprattutto di fronte alla catastrofe abitativa dopo il 2008 e dopo il 2020, è così evidente che i vecchi miti economicisti non reggono più. Le stesse amministrazioni pubbliche che per decenni hanno ignorato ogni studio non finanziato dalle lobby dei costruttori oggi hanno iniziato ad ascoltare altre posizioni, in particolare quelle dei sindacati inquilini e dei loro esperti indipendenti. Oggi ci sono ben sedici paesi dell’Unione Europea in cui sono attive forme di controllo degli affitti: le regolamentazioni più dure sono presenti in Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca, e quelle più leggere sono in Spagna, Germania, Svizzera, Belgio, Lussemburgo, Croazia, Polonia, Cipro, Scozia, Norvegia. L’Italia è uno dei diciassette paesi dell’Unione che non ha più nessuna forma di controllo degli affitti, insieme a Portogallo, Grecia, Inghilterra, Islanda, Finlandia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Serbia, Bulgaria e i tre paesi baltici. Gran parte delle leggi sul rent control sono state introdotte negli ultimi cinque o sei anni, per cui è presto per dire quale sia stato il loro effetto (primi studi si trovano qui e qui). Ma è interessante sapere che oggi il paese dove ci sono più forme di controllo degli affitti sono proprio gli UsaNew York ha un controllo sugli affitti che si applica solo a un numero limitato di abitazioni, e la Rent Stabilization Ordinance di Los Angeles stabilisce un tetto massimo agli aumenti degli affitti, che fino al Covid era del tre per cento. Negli Stati Uniti il rent control è l’unica politica pubblica che si possa ancora usare per limitare i danni del neoliberalismo, perché le leggi federali impediscono la costruzione di nuove case popolari (se non per sostituire quelle da abbattere). 

La domanda chiave, ovviamente, è: il controllo pubblico sugli affitti riesce davvero a far calare i prezzi dei canoni? Oggi che le case sono completamente costruite da privati, e che è possibile produrne una grande quantità, che effetto ha l’intervento pubblico? Intanto, niente panico, sappiamo bene che lo Stato interviene in un’enorme quantità di settori economici, e che di fatto non c’è niente di simile a un vero “mercato”: lo stato regola, interviene, sussidia, promuove, detassa, finanzia, aiuta. Non sarebbe un’eresia se invece di intervenire solo sul tabacco e sul sale, o su pasta, latte e uova come durante la pandemia, si intervenisse anche sulle case. Gli studi esistenti dicono chiaramente che i miti sulle presunte catastrofi del rent control sono falsi: in nessuno dei paesi in cui sono attive politiche di questo tipo c’è stato niente di simile a un bombardamento, né drastiche riduzioni della qualità e dell’offerta. Anche le regolamentazioni attivate sono piuttosto blande: si congelano i canoni, permettendo solo aumenti legati all’inflazione, o a miglioramenti sostanziali nella qualità degli alloggi (rent freeze) oppure si fissa un tetto massimo sopra il quale non si può aumentare (rent cap, in tedesco Mietendeckel). 

Il progetto del Sindacato inquiline e inquilini della Catalogna di abbassare gli affitti del cinquanta per cento, sostenuto da una grande manifestazione a Barcellona a novembre, non si è ancora realizzato, e la nuova legge spagnola è piena di “buchi” che permettono ai proprietari di aggirarla, proprio come avevano fatto i loro omologhi al tempo dell’imperatore Gallieno: stipulando contratti brevi non regolati. Anche quando non ottiene i risultati sperati, tuttavia, il rent control non fa di certo male, almeno non agli inquilini. Fa anche bene? Le prime analisi sembrerebbero confermarlo: uno studio condotto dalla municipalità di Parigi sui primi sei anni di controllo degli affitti mostra che i canoni sono scesi del quattro per cento rispetto a quanto avrebbero fatto senza regolamentazione: del due per cento nel primo triennio (che però è anche quello della pandemia), e poi addirittura del sei per cento. Sono sessantaquattro euro di media al mese risparmiati dagli inquilini. Intanto sono stati segnalati milleseicento casi di infrazione, con i relativi procedimenti contro i proprietari: quasi la metà degli annunci indicano prezzi più alti di quelli consentiti per legge. Se tutti i proprietari avessero rispettato la legge, la diminuzione degli affitti sarebbe stata superiore agli otto punti percentuali.

Conclusioni simili risultano dalla Catalogna, dove il controllo degli affitti è stato in vigore per un anno e mezzo, prima di essere annullato dal Tribunale costituzionale (e sostituito dalla timida Ley de Vivienda del governo Sánchez). I prezzi sono scesi del cinque per cento già dai primi tre mesi di regolamentazione, secondo i dati dell’Istituto Catalano del Suolo. Naturalmente, i proprietari hanno reagito riducendo i contratti indefiniti e stipulando molti più contratti temporanei, che il governo aveva iniziato a regolare quando è stato bloccato dal partito catalanista Junts, oltre che dai fascisti del Pp e di Vox. Altre situazioni sono ancora più complesse. A Vienna, per esempio, dove il settantotto per cento degli abitanti vive in affitto, e appena un terzo di questi è in affitto da privati, ci sono forme molto estese di regolamentazione dei prezzi: solo il sette per cento non è regolato. Eppure, negli ultimi anni i prezzi sono comunque saliti, portando il governo ad approvare un nuovo congelamento dei prezzi. In Olanda invece il sistema sembra funzionare bene, con un meccanismo centralizzato che calcola i prezzi, e che tiene fuori dalle regolamentazioni solo le case di lusso. Ci sono tribunali che sanzionano le violazioni, e tutti i contratti d’affitto sono diventati contratti permanenti. 

Insomma, far scendere gli affitti è una priorità assoluta, ma non si può credere che si possa fare con “soluzioni semplici” alla Marattin: serve un’azione combinata, in cui si colpisce in primo luogo il mercato libero, poi gli affitti brevi, poi altre forme di speculazione, come i grandi proprietari che tengono centinaia di case vuote, e che devono essere tassati. Dire “basta fare per abbassare gli affitti” è la tipica soluzione “semplice, elegante e sbagliata” che permette di continuare a produrre i danni che si vuole contenere, magari anche a peggiorarli: stampare moneta per risolvere la crisi del debito, tagliare le politiche sociali per affrontare la recessione (in Grecia), imporre dazi per salvare posti di lavoro (in Usa), congelare i conti bancari per impedire la fuga di capitali (in Argentina), o immettere enorme quantità di moneta per far funzionare il sistema bancario malato dopo il 2008 (ovunque).

Il sistema delle abitazioni è complesso, perché nessuno può rimanerne fuori, e perché si basa su un bene già distribuito in maniera diseguale, cioè la terra. Non si può applicare astrattamente la legge della domanda e dell’offerta, perché non è un mercato competitivo (come argomenta Jaime Palomera del Sindacato inquilino di Barcellona), dove se aumenta l’offerta i prezzi scendono. La stessa metafora del “mercato” è fuorviante: si potrebbe paragonare più a un centro commerciale, dove i negozi dipendono tutti dagli stessi franchising, e un singolo operatore è in grado di influenzare tutti. L’offerta di case è un oligopolio, regolato da cartelli e da lobby, che sono sostenute dai governi, e che mantengono i prezzi alti mettendo sul mercato poche case alla volta e tenendone chiuse migliaia di altre per usarle come deposito di investimenti e garanzie per ottenere nuovo credito.

Pensate a quanto ci siamo scandalizzati durante la pandemia, quando alcuni commercianti mettevano sul mercato piccole quantità di mascherine e amuchina per far alzare i prezzi, e vendere a otto euro quello che sarebbe dovuto costare pochi centesimi. Ma come! Sono beni di prima necessità, presidi indispensabili per la salute! Lo stato deve impedirlo! Bene, lo stesso ragionamento si applica alle case, che sono un bene di prima necessità, presidio di salute fondamentale, e che pochi speculatori mettono sul mercato in piccole quantità per tenere prezzi assolutamente insostenibili. Il controllo degli affitti è sicuramente un modo per iniziare a scalfire il dumping commerciale delle grandi lobby della proprietà, e deve diventare assolutamente una delle richieste prioritarie del movimento per la casa (come già annunciato dal sindacato Asia-Usb in un convegno a Roma).

Mentre facciamo crescere le campagne per il rent control, però, dobbiamo studiarne in dettaglio l’applicazione, gli effetti, le varianti, prendendo in considerazione tutti i fattori che possono far aumentare o diminuire gli affitti. Ci vuole un pensiero olistico, che rifiuta a priori gli “è semplice” alla Marattin, e che sia in grado di combinare un’azione politica decisa con un ragionamento scientifico complesso, capace di mettere in discussione anche quello che consideriamo ovvio. Come scrivono due economisti svedesi nello studio su cui si basa la nuova politica di rent control del governo svedese: “Il rent control ci riporta alla macroeconomia: se lo studi e non ti senti un po’ confuso, probabilmente non stai pensando lucidamente”.

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venerdì 9 gennaio 2026

Spagna, la miniera di Manresa e la devastazione ambientale dell’Israeli Corporation - Stefano Portelli e Josep Lluis Mateo Dieste

 

Nei giorni del “blocchiamo tutto” contro l’attacco alla Global Sumud Flotilla, in Catalogna c’è stata un’importante protesta contro le miniere dell’impresa israeliana ICL, nella zona di Manresa. La manifestazione è stata caricata violentemente dalla polizia della regione autonoma, i Mossos d’Esquadra: gli agenti avevano i passamontagna ed erano molto aggressivi, hanno trattato i manifestanti come terroristi, sostenendo che ci fossero sbarre di ferro e altri oggetti pericolosi nascosti dal corteo.

La protesta ha mostrato la convergenza tra il movimento in difesa del territorio, che da anni denuncia la devastazione causata dalle miniere, e il movimento di solidarietà per la Palestina, molto forte in tutta la Catalogna. Non ci sono solo le grandi mobilitazioni di Barcellona – come quelle in occasione della partenza della Flotilla, forse anche troppo mediatizzate, con grandi schermi e personalità politiche. Come anche in Italia, il movimento è decentralizzato, con azioni in moltissime altre città e regioni, anche piccole o periferiche. Nella città di Manresa, che ha meno di centomila abitanti ma una rete di associazionismo molto forte, il 2 ottobre una grande manifestazione aveva bloccato i binari del treno: i manifestanti avevano bruciato anche delle traverse di legno per mantenere ferma la circolazione; il 4, invece, gli studenti delle scuole superiori hanno bloccato per un’ora l’autostrada Eix Transversal. L’azione più importante però è stata la protesta del 3 ottobre davanti alle miniere della multinazionale israeliana ICL a Súria. Queste proteste hanno visto la convergenza tra il movimento per il boicottaggio a Israele e le proteste locali in difesa del territorio e dalla popolazione da una delle forme più dannose di estrattivismo capitalista.

La Israeli Corporation LimitedICL, che acquistò le miniere di Súria e Sallent in Catalogna negli anni Novanta, fa parte della vasta rete di grandi aziende che sostengono il sionismo sin da prima della nascita di Israele. Già negli anni Venti ICL estraeva minerali dai territori palestinesi; si è consolidata negli anni Sessanta, con progetti di estrazione nei territori occupati del Naqab e delle sponde del Mar Morto, diventando un pilastro importante del capitalismo israeliano. Le miniere di Súria e Sallent erano state pubbliche, ed erano già di per sé causa di devastazione ambientale prima dell’acquisto da parte di ICL: una delle ragioni per cui l’acqua a Barcellona è imbevibile nonostante i tantissimi acquiferi sotterranei, è che per decenni i residui salini delle miniere sono stati sversati sul territorio, in particolare in una conca che è diventata una colossale montagna di sale alta cinquecento metri e larga cinquanta ettari. Il sale penetra nelle falde acquifere e raggiunge il fiume Cardener, che alimenta Manresa, e il fiume Llobregat, che alimenta Barcellona.

Con l’arrivo dell’impresa israeliana, si sono aperte le porte a tutti i progetti e le richieste dell’industria: la Generalitat ha sempre avuto legami stretti con Israele, e oggi il sostengo pubblico alla ICL mette in difficoltà ogni altro produttore della zona. Oltre a provare a presentare l’incredibile cumulo di residui salini come un’attrazione turistica, la Generalitat ha offerto i suoi Ferrocarrils, i treni regionali, per il trasporto del potassio verso il porto di Barcellona. Un progetto da cento milioni di euro approvato pochi anni fa prevede la canalizzazione diretta dei residui verso il mare, con una linea di tubature di settanta chilometri. Nella zona di Manresa i lavori sono già visibili: posare le tubature richiede il taglio di boschi e lo scempio di aree naturali, sempre accanto al fiume Llobregat, con i conseguenti rischi di sversamento. La Generalitat sta coprendo il dieci per cento dei costi di questa devastazione con fondi pubblici. Inoltre, nel 2023 ci fu un gravissimo incidente, in cui morirono due giovani tirocinanti e un geologo, tutti con meno di trent’anni, che rimasero bloccati in un tunnel a un chilometro di profondità.

Le proteste sono cresciute sin dal 2015, quando l’industria ha patrocinato la squadra di basket di Manresa. La contestazione ha portato la questione all’attenzione pubblica, convergendo anche con le lotte per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a Israele. La convergenza ha fatto sì anche che si conoscesse il coinvolgimento della ICL nell’industria militare e nella colonizzazione della Palestina. I vertici di ICL infatti sono stati militari e imprenditori dell’industria militare: Yohannan Loker, direttore tra il 2016 e il 2019, era pilota dell’esercito, poi capo di stato maggiore con Netanyahu; gli azionisti sono anche azionisti della Elbit System, una delle principali industrie militari, e la compagnia è legata anche a la Naviera ZIM, che trasporta le armi dagli Usa a Israele. Il sospetto più grave però è che il fosforo bianco estratto non sia usato solo per la produzione di fertilizzanti, come dichiarato, bensì che rifornisca le terribili armi che bruciano la pelle in modo irreversibile, arrivando fino all’osso, e che sono state denunciate da Amnesty International e proibite dalle convenzioni internazionali. Ovviamente non ci sono prove definitive: ma alcuni documenti mostrano che la filiale ICL America, che ha una fabbrica a Saint Louis, sia vincolata alla fabbricazione del fosforo bianco per gli eserciti di Usa e Israele (tra l’altro, insieme alla Monsanto, altro nome noto della produzione di fertilizzanti chimici).

L’enorme sostegno alla ICL da parte della Generalitat catalana e dalla sua polizia – che riceve anche addestramento dalla polizia israeliana – ovviamente frustra molte delle azioni che denunciano la devastazione ambientale e umana provocata da questa compagnia. Manresa è una città con una forte componente operaia e una forte rete di associazionismo in difesa del territorio. Negli ultimi mesi il movimento locale ha tentato di bloccare anche la partita che la squadra di basket  doveva giocare con l’Hapoel di Gerusalemme, cercando di impedire l’accesso degli atleti in campo. I Mossos hanno dispiegato un grosso contingente di furgoni della Brigata Mòvil per impedire le proteste. Alla fine la partita si è giocata, ma la mobilitazione ha avuto molta eco. Anche il giorno della protesta davanti alla miniera di Súria, nonostante l’aggressività dei Mossos, i manifestanti sono riusciti comunque a piantare un ulivo subito fuori dalla miniera. 

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venerdì 26 luglio 2024

Sono sfratti e sgomberi a essere illegali, non le occupazioni - Stefano Portelli

 

Prima che il dibattito pubblico slitti via verso qualche nuovo scandalo estivo, forse è importante mettere agli atti una precisazione. Si parla di diritto alla casa e occupazioni di immobili disabitati, a partire da un’affermazione di Ilaria Salis su un canale social. Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia (la corporazione dei proprietari immobiliari), ha risposto naturalmente che quella di Salis è una “rivendicazione orgogliosa di una serie di reati”, definendo poi “eversiva” la proposta di depenalizzare le occupazioni. Simone Tulumello, geografo siciliano attivo a Lisbona, sul Manifesto ha spiegato che siccome da quarant’anni in Italia non si costruiscono case popolari, le occupazioni oggi sono l’unica politica per la casa esistente. Marco Travaglio ha risposto pubblicando l’indirizzo del giornale, per dire “andate a occupargli la sede” (come quando fai notare che il governo viola il diritto di asilo, e qualcuno ti risponde “ospitali a casa tua”). Una giurista su Domani ha ribadito che le occupazioni abitative sono sempre illegali e illegittime; su Repubblica Concita De Gregorio ha recuperato la politica delle “case minime” del sindaco democristiano di Firenze nel dopoguerra, e Luigi Manconi ha menzionato delle sentenze della Corte Costituzionale che tutelano il diritto alla casa. Un buon resoconto del dibattito lo ha fatto Isaia Invernizzi sul Post, concludendo con la domanda: occupare è “accettabile”?

Ma questi dibattiti mediatici spesso finiscono per confondere ancora i termini della questione. Ricordiamo che ad aprile 2020, quando migliaia di persone non potevano pagare l’affitto e rischiavano di finire per strada, Confedilizia tirò fuori una campagna per far ripartire gli sfratti, basata sull’immagine di un povero proprietario che si era inciso sul braccio a sangue le parole “non sulla mia pelle”. Nel 2022 la stessa organizzazione propose al governo di legalizzare gli sfratti extragiudiziali, cioè di permettere ai proprietari di cacciare inquilini o occupanti con le proprie mani, senza passare per i tribunali. Subito dopo la proposta di Confedilizia, un padrone di casa di Castel Gandolfo aveva rapito e torturato il suo inquilino moroso, insieme a due sgherri. Permettere ai proprietari di farsi giustizia da soli non è ben più eversivo che lasciare in pace chi si è adattato ad abitare in un’immobile abbandonato? Non è una “rivendicazione orgogliosa di una serie di reati”, molto più problematica che legalizzare chi ha trasformato in casa un immobile abbandonato? Spaziani Testa mi minacciò di querela per aver accostato la loro proposta al caso di Castel Gandolfo. Ma non è che uno dei continui tentativi di affossare il dibattito sulla catastrofe degli sfratti e degli sgomberi, per portarlo al “problema delle occupazioni”.

Il problema non sono le occupazioni, bensì sfratti e sgomberi. Non solo perché, come scrive Tulumello, in molti paesi occupare le case non è affatto un reato (in altri lo è diventato di recente; e quasi ovunque chi occupa una casa abbandonata ha dei diritti); ci sono anche decine di risoluzioni internazionali, trattati Onu, delibere delle commissioni sui diritti umani, che autorizzano esplicitamente le occupazioni di immobili abbandonati, condannando invece sfratti e sgomberi ingiustificati. L’Italia si sta discostando sempre di più dalla legalità internazionale, che considera gli sgomberi una violazione dei diritti umani; non l’occupazione. Le associazioni che difendono gli interessi della grande proprietà, e delle banche che si stanno accaparrando migliaia di immobili, sanno bene che il diritto alla proprietà è limitato dal suo valore sociale, e che la speculazione immobiliare sta distruggendo le vite di decine di migliaia di persone. Per questo costruiscono il panico su immaginari “racket” o “mafie delle occupazioni”, connettendo eventi disparati o inventandoli di sana pianta per presentarsi come vittime di occupanti violenti, inquilini morosi o “associazioni a delinquere finalizzate all’occupazione di immobili” (come nella sentenza contro gli attivisti per la casa del Comitato Giambellino-Lorenteggio di Milano).

L’obiettivo è creare l’allarme sociale verso questo “problema”, perché diventi impossibile discutere del problema vero, cioè la mancanza di case. Sanno bene che molti esperti di questioni urbane considerano depenalizzare l’occupazione come uno dei modi con cui affrontare la crisi. Decriminalizzare l’occupazione degli immobili abbandonati (ovviamente non di quelli abitati!) da una parte aiuterebbe a mitigare la penuria di alloggi, impedendo ai proprietari di tenere case vuote in zone ad alta pressione immobiliare: lo ha spiegato in un podcast il geografo Manuel Aalbers, il principale esperto europeo di finanziarizzazione dell’abitare; dall’altra, contribuirebbe alla decrescita urbana, cioè alla riduzione del cemento, dei consumi e della spesa pubblica, come ha scritto Claudio Cattaneo in un libro pubblicato da Routledge, Housing for Degrowth. L’occupazione, scrive, può “offrire alloggi dignitosi a costo zero, fermare la speculazione immobiliare, e, come conseguenza, redistribuire i diritti di proprietà, ottenendo la decrescita in termini monetari e materiali”. Ma la grande proprietà vuole proprio alimentare la crescita urbana, liberalizzare ancora il consumo di suolo e di cemento, rafforzare la distribuzione ingiusta della proprietà, renderci la vita impossibile, insomma, per monopolizzare la necessità vitale di avere una casa. Per questo devono rendere più impraticabile l’occupazione, e più facili gli sgomberi.

Una risoluzione del Parlamento europeo del 21 gennaio 2021 ha chiesto a tutti gli stati dell’Unione di porre rimedi all’accaparramento di case da parte di banche, gruppi finanziari, speculatori, che sta facendo crescere il numero dei senzatetto in tutta Europa. Il parlamento Ue ha chiesto espressamente ai governi di garantire che tutte le persone abbiano una casa dignitosa, di evitare in ogni modo possibile che le persone rimangano senza casa, di combattere i padroni di casa che chiedono affitti troppo alti, o che affittano case in pessimo stato, di fare in modo che entro il 2030 non ci sia più nessuno senza casa, e soprattutto, di riconoscere sfratti e sgomberi come “palesi violazioni dei diritti umani”. L’Ue chiede di vietare “in ogni circostanza” gli sgomberi in cui chi viene cacciato di casa non ottiene un appartamento alternativo (comma 29 della risoluzione). Sta parlando di chi non riesce a pagare l’affitto, o ha smesso di pagare il mutuo, o non ha alcun titolo di proprietà, o ha occupato le case. La risposta del governo italiano? Un Decreto sicurezza che punisce l’occupazione degli immobili con pene fino a sette anni di carcere, considerando occupanti anche gli inquilini che non se ne vanno di casa quando arriva l’ufficiale giudiziario. Eppure ce lo chiedeva l’Europa.

A febbraio 2024, inoltre, la Commissione Onu per i diritti economici, sociali e culturali ha pubblicato la prima risoluzione definitiva su un caso di occupazione a Roma (qui la traduzione in italiano). Alla fine degli anni Novanta cinque famiglie nordafricane avevano occupato e ristrutturato un vecchio immobile del demanio, sui binari tra stazione Prenestina e stazione Tiburtina. Abbandonato dopo la guerra, il manufatto era diventato una crackhouse; gli “occupanti” riempirono secchi e secchi di siringhe prima di iniziare i lavori per ricavarne cinque case dignitose. Ci abitarono fino a ventiquattro persone, con una decina di bambini; gli agenti della polizia locale si complimentarono con loro perché li avevano aiutati a risolvere un problema del quartiere. Verso il 2009 arrivò la notizia che Ferrovie dello Stato era entrata in possesso dell’immobile (non è chiaro come) e ne esigeva lo sgombero. Il tribunale stabilì che gli “occupanti” avevano più diritto di abitare nell’immobile che Ferrovie di accamparne il possesso, poiché i primi avevano speso una gran quantità di soldi ed energie per rimetterlo a nuovo. Più avanti un nuovo processo diede ragione alla proprietà, che intanto era diventata Ferrovie dello Stato Real Estate. Per quei giudici i profitti del real estate contavano più del diritto a usare le case per la ragione per cui erano state costruite, cioè per abitare.Per tutto il 2021, 2022 e 2023, il Movimento per il diritto all’abitare, l’Assemblea di autodifesa dagli sfratti, il sindacato Asia-Usb, organizzarono manifestazioni e picchetti davanti alle cinque case, per ribadire il diritto degli occupanti a rimanere lì, almeno fino a quando non avessero avuto un’alternativa dignitosa.

Con l’Assemblea di autodifesa dagli sfratti aiutammo due delle cinque famiglie a inoltrare una comunicazione all’Alto Commissariato Onu per i diritti umani, affermando che uno sgombero senza alternative sarebbe stata una violazione del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Le due famiglie furono tra le prime a usare questo strumento, che a partire dal 2021 impiegarono decine di altri inquilini e occupanti sotto sfratto in tutta Italia. Avevano ragione: la Commissione dichiarò immediatamente che quegli sgomberi si dovevano fermare e che gli autori delle comunicazioni dovevano avere una casa. I tribunali fermarono il procedimento per poco più di un anno; poi decisero di riprenderlo, violando la protezione internazionale accordata dall’Onu alle famiglie e le loro case. Solo i picchetti antisfratto continuarono a garantire il rispetto della legalità, impedendo l’esecuzione di uno sgombero potenzialmente illegale. A febbraio 2024 è arrivata la risoluzione definitiva: le famiglie non solo hanno diritto ad avere una casa dignitosa, se proprio devono essere sgomberate; lo stato italiano deve anche compensarle economicamente, vista la precarietà in cui le ha costrette a vivere per così tanto tempo.

La risoluzione definitiva dell’Alto commissariato non dà alcuna importanza al fatto che queste famiglie siano “occupanti illegali”; è lo sgombero, invece, a essere illegale. La Commissione considera che uno Stato “commette una violazione del diritto all’alloggio, se prevede che una persona che occupa un immobile senza titolo legale debba essere sfrattata immediatamente, indipendentemente dalle circostanze” (par. 8.3). È vero, riconosce l’Onu, che queste famiglie “non avevano alcun titolo legale”. Ma quello che importa per la legge non è se o quanto punirle per questa mancanza, bensì se il loro sfratto sia “necessario e proporzionato all’obiettivo perseguito, e se lo Stato abbia tenuto conto delle conseguenze dello sfratto” (par. 10.1). La Commissione prende in considerazione diversi elementi: che le famiglie hanno chiesto la casa popolare per oltre dieci anni, senza nessun risultato; che hanno dei bambini; che hanno fatto tutto il possibile per regolarizzare la loro situazione; e anche, sorprendentemente, che lo sfratto non è “il risultato di una richiesta di un individuo che aveva bisogno dell’alloggio come abitazione o reddito vitale”, ma di una compagnia finanziaria che non ha nessuna necessità vitale a quell’immobile. Come ogni altra cosa, sfratti e sgomberi non si valutano sulla base di concetti astratti di legalità e illegalità, ma soppesando attentamente le necessità e gli interessi di tutte le parti. La conclusione è che lo sfratto di questi “occupanti” è una violazione del “diritto a un alloggio adeguato” (par. 11.1).

Per la legge internazionale, non è importante con quale titolo, o se c’è un titolo, per garantire il diritto universale ad avere una casa. Quello che importa è che nessuno rimanga senza casa. Illegali, inaccettabili, abusivi, illegittimi, sono i procedimenti di sgombero che non tutelano questa necessità fondamentale, che non forniscono soluzioni, e che condannano le persone a vivere senza un tetto. Nel film Il tetto, di Vittorio De Sica, una famiglia senza terra e senza soldi si costruisce una casa di notte, sapendo che se all’arrivo della polizia la casa ha già un tetto costruito, non potrà cacciarli. Il dibattito attuale sulle cosiddette “occupazioni illegali” sta cercando di minare questo diritto consuetudinario che accompagna tutta la storia degli insediamenti umani: ricchi e potenti possono appropriarsi delle terre, possono recintare i pascoli e le foreste, ma chi non ha altra scelta che trasformare in casa un pezzo di terra disabitato, deve avere il diritto di considerarlo casa propria, indipendentemente dalla volontà del padrone, almeno fino a quando non viene offerta un’alternativa.

Colin Ward ha ricostruito la “storia nascosta” di questo diritto in Cotters and Squatters, un libro del 2002. Le occupazioni di oggi, spiega, sono eredi dirette dei cottage inglesi, costruiti “abusivamente” ma legalmente, su terreni altrui, e che lo Stato non poteva abbattere, perché erano a tutti gli effetti delle case abitate, anche se senza titolo. In questo diritto hanno vissuto le baraccopoli del dopoguerra a Roma e Milano del film di De Sica, gli asentamientos espontáneos in America Latina, i karien in Marocco, gli ashwayat in Egitto, e i gecekondu in Turchia, un termine che vuol dire proprio “costruiti di notte”. È una consuetudine vitale, che precede le normative urbanistiche, precede gli stati nazionali, precede le recinzioni delle terre; queste istituzioni hanno il dovere di riconoscere la precedenza, e di rispettarla.

Il “diritto di restare” che hanno gli occupanti dei palazzi e delle case abbandonate, ha molti secoli di storia, e ha permesso a milioni di persone in tutto il mondo di sopravvivere nonostante l’assenza di politiche abitative statali. È il prodotto di un diritto consuetudinario, la pratica di “abitare di notte” terreni e immobili abbandonati, grazie al duro lavoro di trasformazione di spazi che nessuno usa in case. È vero che chi entra in una casa popolare abbandonata deve farlo di notte, di nascosto, come la coppietta di De Sica. È comprensibile anche che questa azione possa destare preoccupazione o sconcerto per chi ha la fortuna di non dovervi ricorrere. Ma quelle ormai sono case. Non possono essere sgomberate, per legge, a meno che non venga offerta un’alternativa. Eversivo è chi tenta di criminalizzare questo diritto per aumentare i propri profitti.

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