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giovedì 1 febbraio 2024

Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima - Wu Ming 1

Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Prima parte - Wu Ming 1

Nei primi giorni del maggio 2023, e di nuovo due settimane dopo, sull’Emilia orientale e sulla Romagna si abbattono forti nubifragi. La popolazione è colta di sorpresa: si viene da un lungo periodo di siccità.

Fin dalle prime ore il territorio si rivela incapace di reggere l’urto. I fiumi e torrenti che scendono dall’Appennino – Idice, Lamone, Montone, Santerno, Savena, Senio, Sillaro e altri – si gonfiano e scavalcano gli argini, quando non li sfondano e spazzano via.

L’Appennino stesso si sgretola: quasi trecento frane dissolvono crinali e pendii, isolano paesi e aggiungono altra melma alle ondate che travolgono la pianura tra Bologna e il mare. Strade e ferrovie, zone industriali, centri abitati, tutto soffoca nel fango. Tornato il sole, si contano diciassette morti, sessantamila persone evacuate e danni per miliardi di euro.

La melma, il cemento, le nutrie

“Fango” non rende l’idea: a coprire la pianura è una fanghiglia tra il verdastro e l’arancione, tanto puzzolente da togliere il respiro, piena di escrementi e veleni. Appena oltre gli argini l’acqua ha trovato lo sprawl, l’urbanizzazione selvaggia della terza regione più cementificata d’Italia, sia in assoluto – 200.320 ettari di suolo consumato – sia per incremento netto nel solo 2021, 658 ettari persi, dei quali 501,9 in aree a media pericolosità idraulica.

A dispetto di un’autonarrazione trionfalistica, il territorio dell’Emilia-Romagna è molto fragile. Se l’Appennino è dissestato, la bassa è tutta pianura alluvionale, in buona parte risultato di grandi bonifiche, sottratta alle acque con mezzi meccanici. Terra che rimane emersa grazie al lavoro costante di impianti idrovori e migliaia di chilometri di canali. Un territorio sempre in bilico, in cui si dovrebbe costruire con prudenza e parsimonia. Si fa l’esatto opposto.

Nel 2017 la regione si è dotata di una legge contro il consumo di suolo, la cui entrata in vigore è stata più volte prorogata. Legge, in ogni caso, criticata da esperti e addetti ai lavori – si veda la raccolta di saggi critici e interventi Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna – perché in pratica favorisce il fenomeno che deve contrastare.

Un ettaro di terreno libero può assorbire fino a 3.750 tonnellate d’acqua. Acqua che scende e ricarica le falde. Su una lastra di cemento o asfalto, invece, l’acqua rimbalza e accelera la corsa. Ma non si tratta solo di questo. Nello sprawl emiliano-romagnolo l’acqua ha fatto scoppiare le fogne, ha rovesciato cassonetti e attraversato discariche, ha razziato case, fabbriche, negozi, distributori, autorimesse e magazzini, trascinando con sé detersivi, cosmetici, fitofarmaci, pesticidi, fertilizzanti e tonnellate di plastica destinata a diventare microplastica, ha inondato allevamenti intensivi e trasportato nei dintorni corpi di animali annegati.

“Consumo di suolo” significa urbanizzazione e sempre maggiore diffusione di materiali nocivi, anche in zone a rischio idraulico. Come è accaduto in Emilia-Romagna, presto o tardi l’acqua trova quei materiali, li trascina con sé e li sparge nel territorio.

L’ammasso di bombe chimiche e batteriologiche rimane sui territori per giorni. Conselice, in provincia di Ravenna, è la cittadina simbolo della catastrofe: resta invasa dai liquami per due settimane, il tanfo che la attanaglia si sente a chilometri di distanza. “Sopra quella putredine batteva il sole a picco / quasi volesse rosolarla a punto”, Charles Baudelaire, La carogna, nella traduzione di Gesualdo Bufalino.

Quando si riesce a far defluire la melma – nell’Adriatico, dove altrimenti? – e le vie tornano asciutte, dei probabili effetti su ambiente e salute non si parla più. Il tema scompare dal discorso pubblico.

Le cause di questo e analoghi disastri sono note. Il riscaldamento globale provoca un’alternanza tra lunghi periodi di siccità e nubifragi, il cosiddetto climate whiplash, effetto colpo di frusta. Allo stesso tempo, esondazioni e distruzioni sono l’esito di politiche che da più di mezzo secolo deturpano il territorio. A partire dai suoi corsi d’acqua, deviati, resi più artificiali, privati delle loro curve, sinuosità e naturali zone d’espansione per lasciare spazio al cemento, spesso anche “tombati”, come il Ravone a Bologna, che nel maggio scorso si è gonfiato ed è tornato in superficie prendendosi via Saffi, una delle principali arterie cittadine.

I boschi ripariali, che manterrebbero gli argini coesi e assorbirebbero l’acqua straripante, sono distrutti con ruspe e motoseghe. Anche abitudini in apparenza banali, improntate al decoro e tipiche di ogni amministrazione locale, si rivelano catastrofiche. Perfino nel pieno di una grave siccità si falcia l’erba dei parchi, dei prati, lungo le strade, sui cigli dei fossi e sugli argini, rasando a zero o quasi. L’erba alta è vista come un esempio di degrado. Ma il suolo, esposto al sole battente, si surriscalda, si secca e muore.

Fa scalpore che a essere messa in ginocchio sia una delle cosiddette locomotive d’Italia, regione virtuosa che ogni giorno si vanta delle sue eccellenze. Sebbene il presidente Stefano Bonaccini ripeta che “non è il momento delle polemiche”, voci autorevoli denunciano lo stato del territorio da ogni punto di vista: geologico, urbanistico, geografico, naturalistico, giuridico, storico. Voci che arrivano dall’Istituto superiore per la ricerca ambientale, dal Consiglio nazionale delle ricerche, dai comitati scientifici delle associazioni ambientaliste storiche. Il Cnr di Bologna lancia un “appello sulla crisi eco-climatica globale”. In poco tempo raccoglie oltre un migliaio di firme.

Ma gli amministratori locali non prestano ascolto a queste voci. Non solo non ammettono responsabilità, ma mettono in circolazione narrazioni diversive incentrate su capri espiatori. Il sindaco di Ravenna Michele De Pascale dà la colpa dell’alluvione alle nutrie, che scavano le loro tane negli argini, e a non meglio precisati ambientalisti che impedirebbero di abbattere le nutrie e gli avrebbero inviato “minacce di morte”. C’è un ovvio nucleo di verità: le nutrie proliferano e bucano gli argini, ma nell’insieme dei processi fin qui descritti hanno un ruolo secondario, e certo non sono colpevoli dello sprawl, dello stato in cui le piogge trovano il territorio.

Riguardo agli ambientalisti, De Pascale è noto per l’indifferenza verso le loro critiche. Ha tirato diritto sull’installazione di un rigassificatore da un miliardo di euro nel mare di fronte alla città e “difende a spada tratta”, come scrive il movimento civico Ravenna in comune, “ogni nuovo via libera alla cementificazione che la sua giunta sparge come il riso ai matrimoni”. Il comune di Ravenna ha il record regionale di consumo di suolo: nel 2021 ne sono spariti 69 ettari, per un totale di più di settemila. Se De Pascale non ha fatto abbattere le nutrie, non è certo per timore di presunti ecologisti. Prima di lui, il sindaco di Massalombarda Daniele Bassi aveva puntato il dito contro gli istrici.

Come si vede, nella fase iniziale le narrazioni diversive sull’alluvione si muovono dall’alto verso il basso: a introdurle nel ciclo mediatico sono rappresentanti delle istituzioni. E se gli esempi sono questi, davvero possiamo biasimare le cittadine e cittadini comuni che nelle stesse ore, su internet, “fanno le loro ricerche”?

Da alcuni anni l’espressione “do one’s own research” ha assunto una connotazione ironica. Indica la pulsione a stabilire a grande velocità correlazioni spurie su cui si formano fantasie di complotto.

L’aereo di Red Ronnie

In Emilia-Romagna ha appena smesso di piovere quando nelle chat e sui social network si comincia a parlare di un “aereo misterioso”, un bimotore che il 14 maggio avrebbe sorvolato a lungo le zone poi colpite dalle alluvioni, in particolare i dintorni di Cesena, eseguendo “strane manovre”, cambiando traiettoria più volte, come per tracciare invisibili scarabocchi in cielo.

Il mistero diventa sospetto e poi certezza: quell’aereo stava disseminando nelle nuvole sostanze chimiche, allo scopo di provocare le piogge dei giorni seguenti. L’ennesimo blitz di una presunta guerra climatica in corso da anni, condotta da poteri occulti contro l’occidente, per alimentare la convinzione che il riscaldamento globale sia causato dal nostro stile di vita, costringerci a cambiarlo, abbassando le difese della nostra civiltà.

Nel biennio 2022-2023 questi aerei misteriosi sono stati avvistati in varie parti del mondo, sempre all’indomani di nubifragi, tempeste, alluvioni. Per esempio in Australia nella primavera 2022 e in Nuova Zelanda nell’inverno 2023. Ancora prima, nel 2014-2015, erano stati avvistati in California. In quel caso la loro presunta missione non era causare tempeste ma siccità.

Qualcuno cerca l’aereo che ha sorvolato la Romagna sui siti Flightradar24 e FlightAware, scoprendo che è un Beechcraft Super King Air B200 della compagnia francese Aéro Sotravia, marca d’immatricolazione F-gjfa. Il suo volo è siglato Asr153. Decollato il 14 maggio alle 12:12 da Ancona, è atterrato a Bologna alle 18. Sul cesenate, in effetti, ha seguito traiettorie aggrovigliate.

Dunque del volo è disponibile ogni dato, e fin da subito. Per scoprirne anche lo scopo basterebbe un piccolo sforzo, ma nessuno di quelli che denunciano la guerra climatica ha in mente di compierlo. È più comodo, più aerodinamico saltare a conclusioni, prendere le scorciatoie dove il pensiero trova meno attrito, abbandonarsi alle spinte di pregiudizi cognitivi.

Per primo il pregiudizio di intenzionalità, in base a cui cui ogni evento è l’esito diretto di un agire premeditato, insieme a quello di proporzionalità: se l’evento ha conseguenze su vasta scala, dev’essere vasto anche il piano messo in atto. C’è poi il primacy effect: la nostra mente tende a dare maggiore rilievo e plausibilità alla prima spiegazione che riceve, a maggior ragione se solletica i bias, pregiudizi, di intenzionalità/proporzionalità e se colma un vuoto di senso.

All’indomani delle alluvioni, gli amministratori, invece di parlare delle cause principali, hanno dato la colpa alle nutrie, agli istrici, alla sfortuna. Ciò ha contribuito a creare un vuoto, che la storia dell’aereo misterioso ha riempito.

A seguire, è scattato il pregiudizio di conferma: dopo che ci si è fatta un’idea, si tende a scartare o sminuire ogni fonte che la metta in discussione.

Resistere a questi bias è difficile. Collegare l’alluvione al centro commerciale vicino a casa, alle villette a schiera che gli stanno attorno, al nuovo parcheggio che è tanto comodo, al rumore di motoseghe e decespugliatori che ogni tanto entra dalla finestra, ai pennacchi di fumo che escono da comignoli e ciminiere richiede fatica cognitiva. È più facile immaginare il grande piano segreto che figurarsi i molteplici flussi, progetti, processi, interessi, automatismi, consuetudini e spinte inerziali che ogni giorno muovono il capitalismo.

La storia dell’aereo misterioso è presto rilanciata dal bolognese Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, giornalista e conduttore televisivo, un tempo vicino al centrodestra, oggi ai margini del mainstream anche per via di tesi azzardate su cui fioccano battute e imitazioni.

Il 18 maggio Ansaloni pubblica un video intitolato Bologna oggi, non piove. Ma chi ha provocato questo disastro? Misterioso volo insistente di un aereo. Lo schermo è diviso in due. A sinistra la scheda del B200 ripresa da Flightradar24: data, rotta, tipo di aereo, quota mantenuta; a destra via Indipendenza, a Bologna, filmata da Ansaloni mentre cammina e domanda: “Qualcuno mi può spiegare perché questo aereo ha fatto tutte queste rotte? Non so, attenzione, non che io pensi male, però se qualcuno me lo spiega, io sarei molto felice, anche per fugare tutti quei complottisti che dicono che esistono le scie chimiche. La stessa cosa accadde giù nelle Marche, o in Umbria, non mi ricordo più, un aereo fece molti giri su in cielo poi ci fu l’alluvione. C’è anche qualcuno, chiaramente in malafede che dice che il terremoto in Turchia è accaduto dopo dei lampi incredibili…”.

Da quel momento la fantasia di complotto esce dalle nicchie e ha una vasta, anche se momentanea, diffusione. Fra i detrattori, il bimotore diventa “l’aereo di Red Ronnie”.

Eppure l’idea fa presa. Perfino lo scrittore e opinionista Stefano Massini, in un monologo durante la trasmissione Piazzapulita su La7, sembra alludere all’aereo misterioso, o almeno collegare le alluvioni al cloud seeding, l’inseminazione delle nuvole: “Ogni volta che vedo le immagini terrificanti che vengono, come in questo caso, dall’Emilia-Romagna, io non riesco a non pensare a questo pianeta Terra usato da noi uomini come un giocattolo dove [l’uomo] si è addirittura convinto di riuscire esattamente come dio a comandare il clima bombardando le nuvole, decidendo se far piovere o non far piovere”.

Nel frattempo la spiegazione è arrivata, qualcuno la scrive anche nei commenti in calce al video di Red Ronnie. Il B200 è l’aereo che segue il Giro d’Italia e fa da ponte radio alle riprese tv. A ogni suo viaggio recente corrisponde una tappa della gara ciclistica. Il 14 maggio si svolgeva la nona tappa, da Savignano sul Rubicone a Cesena. L’aereo vola in quel modo perché, viaggiando molto più veloce dei ciclisti, per ricevere i segnali delle riprese da quad, furgoni ed elicotteri deve continuamente tornare indietro.

Ora tocca al pregiudizio chiamato “intensificazione dell’impegno”, che spinge a tenere il punto contro ogni evidenza. Ammettere di aver preso una posizione sbagliata costa fatica cognitiva, a maggior ragione se ci si è espressi in pubblico e con i toni drastici tipici delle schermaglie sui social network. Ecco perché chi ha sposato la tesi dell’alluvione provocata dal cloud seeding incorpora la spiegazione nella fantasia di complotto: il compito di fare da ponte radio per il Giro è solo “un’ottima copertura”.

Cloud seeding e guerra climatica

Il cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, nasce nel dopoguerra. Gli esperimenti cominciano nel 1946, nei cieli di Schenectady, nello stato di New York, su iniziativa di scienziati stipendiati dalla General Electric. Uno di loro è Bernard Vonnegut, fratello maggiore di Kurt, futuro romanziere. All’epoca anche Kurt lavora alla General Electric, ma all’ufficio stampa.

Nelle prime inseminazioni si usa ghiaccio secco, cioè anidride carbonica allo stato solido, poi Bernard scopre che spargendo ioduro d’argento si ottengono risultati migliori, o almeno così sembra.

I militari tendono subito le antenne. Dopo la bomba atomica, forse si è scoperta un’arma ancora più potente: il controllo del clima. In accordo con la General Electric, l’esercito coopta gli scienziati nel cosiddetto progetto Cirrus. Nel nuovo contesto Bernard, pacifista, si trova sempre più a disagio, finché non dà le dimissioni. La storia è ricostruita nella sontuosa biografia di Ginger Strand I fratelli Vonnegut. Fanta-scienza nella Casa della magia, da poco uscita in italiano per Treccani.

Le ricerche dei militari proseguono. Il cloud seeding è usato a fini bellici durante la guerra del Vietnam. L’operazione viene chiamata Popeye: dal marzo 1967 al luglio 1972 – si scoprirà con la pubblicazione dei celebri Pentagon papers – l’aviazione statunitense cerca di prolungare le stagioni dei monsoni per sabotare le operazioni delle forze nord-vietnamite. Non è chiaro se e in che misura l’operazione ottenga risultati. Ed è proprio questo il punto…

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Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Seconda parte -

Guarda le scie bianche degli aerei. Guarda quante sono. Sempre più spesso si affiancano e si incrociano, formando una griglia vaporosa che copre gran parte del cielo, quasi da un orizzonte all’altro. Pensaci: ne hai sempre viste così tante?

Quest’esercizio mentale potrebbe essere utile, se si comprendesse che le scie sono un simbolo. Secondo il dizionario De Mauro un simbolo “evoca o rappresenta, per convenzione o per naturale associazione di idee, un concetto astratto, una condizione, una situazione, una realtà più vasta”.

Le scie bianche sono nuvole. Si formano per la condensazione del vapore acqueo presente nei gas di scarico degli aerei. Sono aumentate di numero perché negli ultimi trent’anni, con il successo dei voli a basso costo, il traffico aereo è quadruplicato. Con esso sono aumentate le emissioni di gas serra e sostanze inquinanti e le conseguenze sul territorio: più traffico aereo significa costruzione di nuovi aeroporti, ingrandimento di quelli esistenti, creazione di poli logistici, operazioni immobiliari spinte dalla bolla turistica.

C’è stata una pausa nel 2020, quando dopo i provvedimenti per contrastare la pandemia di covid-19 i voli commerciali internazionali sono diminuiti del 75,6 per cento, ma il traffico è già tornato ai livelli del 2019. In Italia li ha addirittura superati.

Il fitto incrociarsi delle scie è un’immagine forte. Potrebbe tornare utile, se la usassimo come simbolo. Ma non si può, perché se indichi le scie passi per credulone o addirittura per folle, sei colpevole per associazione, sei “come i complottisti”. Cioè coloro che da anni additano il cielo, lo fotografano, lo filmano, denunciano a gran voce l’aumento delle strisce bianche. Per queste persone le scie non segnalano un problema: sono loro stesse il problema. A volte un simbolo rimpiazza la realtà più vasta che dovrebbe evocare. In altre parole, un sintomo è scambiato per il male. Quando succede, è inevitabile sbagliare diagnosi.

Secondo le fantasie di complotto sulle cosiddette scie chimiche, ogni giorno migliaia di velivoli, seguendo le linee di una congiura planetaria, spargono nell’atmosfera miscele di sostanze tossiche, metalli pesanti, solfati e chissà cos’altro. Il fine cambia a seconda delle versioni della storia: condurre esperimenti sulla popolazione, tenerla costantemente ammalata e debole, creare sopra le nostre teste una “fascia chimica psicoattiva” grazie a cui controllare le nostre menti, eccetera. Negli ultimi anni, dalle fantasie sulle scie chimiche sono nate quelle sulla guerra climatica.

Le fantasie di complotto soffrono di una forma di asimbolia, l’incapacità di capire i valori simbolici o i sensi figurati di discorsi, azioni, comportamenti. Quando diciamo che i governi e i padroni ci “succhiano il sangue” stiamo usando una metafora. Ma secondo i seguaci della fantasia di complotto chiamata QAnon, i potenti bevono sangue veramente.

Nel singolo individuo l’asimbolia ha spesso cause neurologiche. Poiché è impossibile che ogni componente delle comunità nate intorno a fantasie di complotto abbia problemi neurologici, dovremo parlare di una forma culturale di asimbolia, creata dagli scambi di messaggi e dall’imitazione reciproca, in contesti fortemente influenzati da determinati bias, pregiudizi, ed errori di ragionamento.

Il punto cieco delle fantasie di complotto

Le fantasie di complotto sulle scie chimiche esemplificano anche uno dei principali paradossi della cultura cospirazionista: c’è un piano segreto, segretissimo, ma i suoi artefici lasciano che sia esposto nei dettagli e denunciato in tantissimi libri pubblicati in molte lingue, innumerevoli articoli, migliaia di video visti da milioni di persone. Libri, articoli e video disponibili sulle piattaforme di proprietà degli uomini più ricchi e influenti del mondo: Sergey Brin e Larry Page, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Elon Musk.

A proposito di loro Rebecca Solnit ha scritto che i miliardari “sono una minaccia per tutti: la loro mole politica distorce la nostra vita pubblica”, perché “funzionano come poteri non eletti, una sorta di aristocrazia globale autonoma che tenta di governare su tutti. Secondo alcuni le aziende tecnologiche che hanno generato tanti miliardari moderni agiscono con metodi più simili al feudalesimo che al capitalismo, e di certo molti miliardari operano come i signori del mondo, mentre si battono per difendere la disuguaglianza economica che ha reso loro così ricchi e tanti altri così poveri. Usano il loro potere in modi arbitrari, irresponsabili e spesso devastanti per l’ambiente”.

È un vero e proprio punto cieco della fantasia di complotto. I magnati della Silicon valley esercitano sulla nostra società e sulla nostra cultura una delle più estese e arroganti influenze mai viste. Se ci sono persone di cui, con un’iperbole, possiamo dire che “controllano le menti”, sono loro. Se c’è gente che cospira – letteralmente: respira insieme, negli stessi ambienti, in luoghi inaccessibili ai comuni cittadini – è proprio quella. Eppure nessuno li indica come complici del piano delle scie chimiche né, in generale, di alcun altro complotto su scala mondiale. Come mai?

C’è una possibile spiegazione: se Amazon, Facebook, Instagram, X, YouTube e Whatsapp fossero indicati come parte della cospirazione, nella mente di chi la denuncia su quelle piattaforme si produrrebbe una dissonanza cognitiva: percepirebbe il proprio star lì come incoerente, inconciliabile con quel che dice o scrive. Con fatica cognitiva dovrebbe giustificare la contraddizione in qualche modo, oppure rimuoverla. Tutto ciò sarebbe causa di stress. Meglio rimuovere a monte, evitando di pensarci e descrivendo lo scenario più implausibile: un complotto planetario in cui i padroni dei più potenti mezzi di comunicazione del pianeta non hanno alcun ruolo.

Succede qualcosa di simile nella narrazione di QAnon, dove si dice che la Cabal – la setta di satanisti pedofili di cui farebbero parte politici e star di Hollywood – controlla gli Stati Uniti… fatta eccezione per le forze armate, che sono rimaste “sane”. Come sia possibile controllare un paese senza controllarne le forze armate – per giunta gli Stati Uniti, che hanno le spese militari più alte del pianeta e un complesso militare-industriale il cui crescente peso politico fu denunciato già dal presidente Eisenhower – è una questione che i seguaci di QAnon non si pongono. Non possono farlo.

Le peggiori narrazioni

Prima di proseguire è necessario chiarire un punto. Nonostante quanto scritto finora, le fantasie di complotto sul clima non sono le narrazioni più dannose. Neanche il negazionismo conclamato – in Italia espresso da alcuni politici e personaggi da cronaca di costume – è la narrazione più dannosa.

Le peggiori narrazioni sono quelle che fanno greenwashing e spoliticizzano i temi climatici ed ecologici. A promuoverle è un capitalismo che coglie l’opportunità della crisi climatica – crisi causata dai costi esterni della produzione: emissioni, scarti, rifiuti – per continuare a fare profitti, generando nuovi costi esterni ancora poco visibili, come l’impatto ambientale dell’estrazione di litio per le auto elettriche, e pericoli futuri, come gli effetti collaterali delle pseudosoluzioni geoingegneristiche.

Il soluzionismo tecnologico riduce il riscaldamento globale a una questione di momentanea inefficienza tecnica che sarà superata con l’innovazione. Con il boom delle cosiddette intelligenze artificiali generative, questa narrazione è destinata ad avere sempre più presa, ma come scrive Joy Buolamwini, autrice del libro Unmasking Ai: “L’intelligenza artificiale non risolverà il problema del cambiamento climatico, perché le scelte politiche ed economiche sullo sfruttamento delle risorse del pianeta non sono questioni di carattere tecnico. Per quanto possa tentarci, non possiamo usare l’intelligenza artificiale per schivare il duro lavoro di organizzare la società, in modo che il tuo luogo di nascita, le risorse della tua comunità e le etichette che ti ritrovi addosso non determinino il tuo destino. Non possiamo usare l’intelligenza artificiale per evitare discussioni su chi ha potere e chi ne è privo. Dare in outsourcing morale alle macchine le decisioni difficili non risolverà i dilemmi sociali fondamentali”.

Il riduzionismo carbonico consiste nel parlare solo delle emissioni di CO2, rimuovendo dal quadro ogni altro processo: la distruzione di biodiversità, la cementificazione, la manomissione del territorio. In questo modo si può decidere di abbattere decine di alberi e consumare suolo per costruire edifici di classe energetica A4, e dire di aver fatto una scelta green.

L’individualismo verde è la narrazione più consolidata. Sostiene che per risolvere i problemi climatici e ambientali si debba puntare sullo stile di vita e le scelte coscienziose del singolo consumatore. In questo modo le responsabilità sono scaricate da monte a valle: dalle decisioni politiche in tema di produzione energetica e industriale alle piccole, sproporzionatamente meno influenti, scelte che chiunque di noi può fare nel quotidiano.

Un esempio eclatante lo fornisce la produzione di plastica. In un’inchiesta pubblicata dal Guardian qualche anno fa Stephen Buranyi ha spiegato come addossare il problema al singolo consumatore sia stata una strategia promossa direttamente dall’industria dei polimeri, con grandi investimenti e lavoro di lobby, per evitare regolamentazioni del settore. Solo da poco tempo ci si è resi conto di quanto ingannevole sia l’idea che basti fare la raccolta differenziata e usare plastica riciclata o compostabile. Come ha titolato qualche mese fa l’Atlantic, “la plastica compostabile è spazzatura”.

Un altro esempio riguarda la già citata auto elettrica. Nell’intersezione tra individualismo verde e soluzionismo tecnologico troviamo l’idea che basti cambiare il parco auto e voilà, potremo continuare come prima, incoraggiando gli spostamenti privati su gomma, senza investire su un trasporto pubblico, capillare e universale. Come per la plastica, i costi esterni di quest’illusione diventeranno visibili con il tempo.

L’eccezionalismo deresponsabilizzante è la narrazione più recente, tanto che molte persone non sanno ancora riconoscerla. Consiste nell’usare gli eventi estremi come scusa per non cambiare politiche. In Italia si è affermata dopo le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023. Il 17 maggio, durante un collegamento con La7, il presidente della regione Stefano Bonaccini ha dichiarato: “Quando in trentasei ore cade l’acqua di sei mesi, e cade dove quindici giorni fa era caduta una pioggia record che aveva fatto cadere quello che cade in quattro mesi, non c’è territorio che possa tenere, anche perché la pioggia cade su un terreno che non assorbe più nulla, va tutta nei fiumi e non può scaricare in mare perché è ingrossato dalle mareggiate: su questo non ci si può far nulla”. Altri amministratori hanno rilasciato numerose dichiarazioni su questa falsariga.

L’enfasi sulla straordinarietà dell’evento – che straordinario sarà sempre meno, perché il colpo di frusta climatico è parte del nuovo clima – rimuove il fatto che un territorio può reggere l’urto di un nubifragio meglio o peggio, in molti o pochi punti, dando a chi ci vive più o meno tempo di organizzarsi. Il territorio emiliano-romagnolo è destinato a cedere sempre più spesso, perché compromesso da scelte che ne hanno peggiorato l’assetto idrogeologico, e attraversato da fiumi costretti in alvei artificializzati da cui alla prima occasione fuoriescono, o che addirittura distruggono con furia. Esondando, non allagano solo campi, come sarebbe successo cinquant’anni fa: travolgono aree urbanizzate, uccidono persone, spargono in giro incalcolabili quantità di rifiuti e sostanze inquinanti. Dire che “non ci si può far nulla” serve a nascondere che, per prevenire il disastro, nulla si è fatto. Intanto si continua a cementificare, ponendo le basi per catastrofi future.

Di fronte a tutto ciò, le fantasie di complotto sulle scie chimiche o sul cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, sembrano poco più di una curiosità. Invece è indispensabile occuparsene…

giovedì 31 ottobre 2019

Un clima socialmente desiderabile - Guido Viale




Di fronte all’evidenza della crisi climatica i negazionisti non negano più il cambiamento, ma ne contestano l’origine antropica. Per continuare sulla loro strada. Come ha spiegato Naomi Klein, i “Signori del petrolio” sanno bene che la CO2 ci sta portando alla catastrofe, ma hanno compreso anche che il transito a un nuovo regime energetico non è un fatto tecnico: comporta il passaggio da un sistema centralizzato, in cui potere e ricchezza sono concentrati in poche mani, a un sistema decentrato, in cui potere e risorse possono essere distribuite. Non vogliono perdere i loro privilegi, a costo di mandare l’umanità in malora; contano che per loro un modo per mettersi in salvo ci sarà sempre. Il negazionismo non va quindi confuso con l’ignoranza delle cause della crisi, che coinvolge forse la maggioranza della popolazione mondiale; a partire da coloro che quella crisi la vivono già sulla propria pelle.
Ma nel campo “interventista” affiorano subito le differenze. Da un lato, green-washing: spacciare per lotta per il clima le misure messe in cantiere ben prima dell’allarme di Greta Thunberg e dell’IPCC. Come fanno l’attuale governo italiano, confermando la vecchia SEN di Passera e Monti, o il sindaco di Milano, che fa passare il PGT messo a punto quando era il direttore della giunta Moratti per la risposta della città alla dichiarazione di emergenza climatica. Dall’altro, coloro che lavorano a una svolta si ritrovano quasi tutti i sotto un unico ombrello chiamato Green New Deal: finanziare la transizione energetica con un grande piano pluriennale di investimenti.
In questo magazzino troviamo versioni diverse, sgranate tra due polarità che, schematizzando, sono “Sviluppo sostenibile” e “conversione ecologica”. Sviluppo significa crescita e sostenibile (in francese durable) vuol dire infinita: cosa impossibile in un pianeta finito. Ma i fautori di questo indirizzo protestano: la crescita è solo quantitativa; lo sviluppo riguarda anche il “fattore umano”. Vero. Ma per loro uno sviluppo senza crescita non è possibile: questa è condizione di quello. Crescita però, dicono, non significa necessariamente continuare ad aggredire le risorse dell’ambiente e intasarlo di scarti; è possibile separare aumento del Pil e consumo di risorse fisiche (decoupling). E’ una tesi su cui si sono spese per anni le principali agenzia mondiali (OCSE, Commissione Europea, Unep, Banca Mondiale) senza trovarne alcun riscontro empirico se non per pochi settori e per periodi limitati; ma è stata affossata da molti studi e, in modo definitivo, da Decoupling debunked: metastudio dell’European Environmental Bureau su ricerche di 143 enti in 30 paesi.
A differenza di chi fa solo green-washing, questo filone di pensiero, che in Italia ha il suo principale esponente nell’Asvis presieduta da Enrico Giovannini, ritiene che una svolta ecologica sia, sì, necessaria, ma non imponga un sostanziale cambiamento di stili di vita (una “cartina al tornasole” è: abolire le auto private, anche elettriche?) e dell’organizzazione sociale. A produrre la svolta saranno infatti le imprese, sotto lo stimolo di una forte pressione popolare, ma soprattutto in vista di convenienze (leggi profitto) da creare con incentivi e penali: affidando cioè a un mercato “governato” il compito di portarci fuori dai fossili. Rientrano in un approccio simile le tesi di Jeremy Rifkin nel saggio Un Green New Deal Globale che prospetta, sì, una generale redistribuzione del potere nel passaggio dall’era fossile alla “Terza rivoluzione industriale”, ma sviluppa una visione tecnica e quasi deterministica della transizione, imposta, a suo avviso, dai quattro pilastri del futuro assetto: l’internet dell’informazione, dell’elettricità, delle cose e dei trasporti.

Ma a un Green New Deal si richiamano anche figure che si dichiarano socialiste come Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez negli Usa e Jeremy Corbyn e Yanis Varoufakis in Europa, o movimenti e attivisti che non si connotano in tal senso, come Sunrise o Naomi Klein. L’elemento che li accomuna, assente nelle visioni precedenti, è il conflitto: per loro la lotta contro la crisi climatica ricomprende in sé obiettivi e istanze delle classi, delle comunità e dei gruppi sfruttati, emarginati, più esposti al degrado ambientale e sociale. Obiettivi che gli esponenti inseriti nei processi istituzionali riassumono in programmi di governo, sconfinando facilmente, come nel caso di Diem25, nella prospettiva di uno stato imprenditore. E che invece gli esponenti più legati ai movimenti cercano di portare alla luce a partire dai conflitti in corso, mettendo a fuoco sia il tema che accompagna in tutto il mondo occidentale l’avanzata delle destre negazioniste: la fobia e la caccia ai migranti, sia, soprattutto le ferite che le politiche estrattiviste e sviluppiste infliggono ai territori, intesi come ambiti entro cui si concretizza il rapporto che ogni comunità dovrebbe poter intrattenere con l’insieme del vivente per potersi costituire come tale. Un rapporto in cui qualità, distribuzione e origine del cibo svolgono un ruolo centrale.
Al centro di questo approccio emerge il nesso indissolubile tra giustizia sociale e giustizia ambientale, la “conversione ecologica” che Alex Langer aveva prospettato trent’anni fa, precisando che per affermarsi doveva essere “socialmente desiderabile”. Tema presente nell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, dove la conversione ecologica è sviluppata come rovesciamento della cultura antropocentrica – quella che vede nell’uomo non il custode ma il padrone del “Creato” – per promuovere la riconquista di una sorellanza con la Madre Terra (tema al centro del sinodo sull’Amazzonia chiuso ieri): il presupposto irrinunciabile di un conflitto che permetta ai poveri di tutto il mondo di far valere i loro diritti contro la crisi climatica di cui sono le principali vittime.

domenica 20 dicembre 2015

Finanziare ancora gli inquinatori? - Alberto Castagnola

Cap and Trade, il finanziamento e la compensazione delle emissioni inquinanti negli ultimi anni ha rivelato tutta la sua dannosità ed è sicuramente uno dei meccanismi che rivelerà se si è veramente deciso di cambiare strategia o se i poteri forti sono riusciti ancora una volta a imporre la logica del profitto ad ogni costo.
Per ricostruire la storia di questo errore drammatico seguiamo l’approfondita analisi contenuta nell’ultimo libro di Naomi Klein, uscito in Italia a gennaio di quest’anno. Procediamo per punti, tralasciando tutti gli esempi e i casi paese contenuti in questo testo, al quale però rimandiamo per una ricostruzione approfondita e documentata, che sostiene tutta l’analisi della nota ricercatrice.L’origine della scelta può essere fatta risalire all’amministrazione Clinton, intervenuta nei negoziati per il Trattato internazionale sul clima che sarebbe poi diventato il Protocollo di Kyoto. L’idea iniziale, relativa alla ricostituzione della fascia dell’ozono, pesantemente intaccata da clorofluorocarbonio, i gas liberati dalle bombolette di aerosol e dai refrigeranti contenuti nei frigoriferi, era che i paesi industrializzati avrebbero prima ridotto la produzione entro un tetto prefissato e poi li avrebbero sistematicamente eliminati anno dopo anno. “Paesi in via di sviluppo” e Unione Europea presumevano che i vari governi dei paesi industriali avrebbero varato severe normative nazionali per ridurre le emissioni, tassando il carbonio e incentivando il passaggio all’energia da fonti rinnovabili. Ma la nuova amministrazione propose una strategia alternativa, cioè di creare un sistema del commercio internazionale del carbonio che imitava il mercato del cap and trade che era stato utilizzato in passato contro le piogge acide. Ciò comportava che venissero concessi dei permessi per continuare ad inquinare, che potevano essere utilizzati o venduti, o addirittura comprati in modo da poter inquinare di più. Tutti i progetti finalizzati a tenere il carbonio lontano dall’atmosfera, magari piantando alberi che lo assorbissero o producendo energie a bassa emissione di carbonio, oppure modernizzando una fabbrica per ridurne le emissioni, potevano ottenere dei “crediti di carbonio” .
Il governo statunitense si mostrò entusiasta da tale approccio, mentre l’ex ministro dell’ambiente francese, Voynet, lo descriveva come un “conflitto radicalmente antagonistico” tra Usa ed Europa, che dal canto suo considerava la creazione di un mercato globale del carbonio equivalente ad abbandonare la crisi climatica alla “legge della giungla”, e la Merkel, all’epoca ministro dell’ambiente tedesco, insisteva nel dire che “lo scopo delle nazioni industrializzate non può essere quello di rispettare i propri obblighi solo tramite il profitto e il mercato delle emissioni”.
In una seconda fase, tuttavia, gli Stati Uniti non ratificarono l’accordo di Kyoto, mentre l’Europa divenne il più importante mercato delle emissioni, adottando nel 2005 il Sistema europeo di scambio quote di emissioni.
All’inizio i mercati parvero decollare: tra il 2005 e il 2010 la banca Mondiale stimo che i vari mercati del carbonio creassero oltre 500 miliardi di dollari di fatturato, mentre i progetti per generare crediti di carbonio nel 2014 erano oltre 7000. Poi cominciarono ad emergere gli effetti negativi del sistema. In primo luogo, qualunque progetto industriale, anche strampalato, poteva generare crediti lucrativi, e qui la Klein ricorda che le imprese petrolifere della Nigeria hanno chiesto di essere ricompensate per aver interrotto la pratica di incendiare il gas naturale che accompagnava la fuoriuscita del petrolio, pur essendo questa pratica illegale nel paese dal 1984. Ricorda anche le fabbriche cinesi di refrigeranti, che emettono come sottoprodotto il trifluorometano, potentissimo gas serra. In pratica il sistema è talmente lucrativo che ha dato luogo a degli incentivi perversi, cioè diventava più profittevole distruggere un sottoprodotto che continuare a fabbricate il prodotto principale, peraltro fortemente inquinante! In sostanza, la possibilità di ricevere soldi presentando progetti che regolano la quantità di una sostanza invisibile tende ad essere una sorta di calamita per truffe.

D’altro canto, molti paesi agricoli sono rimasti vittime di rapine e truffe, spesso giocando sull’isolamento degli indigeni, i cui territori, specie se coperti di foreste, possono essere classificati come “opere di compensazione”, purché li cedano a imprese (talvolta inesistenti) che li fanno riconoscere come oggetti di “crediti di carbonio”. Purtroppo gli esempi riportati dalla Klein sono molto numerosi, e comprendono anche esempi di organizzazioni che si presentano come ambientaliste e che invece talvolta arrivano perfino ad espropriare o a sfruttare le popolazioni locali e quindi il meccanismo ha di fatto creato una nuova categoria di violazioni dei diritti umani. Scrive Naomi Klein:
“È molto più facile strappare una zona di foresta a gente politicamente debole in un paese povero, che fermare i potenti inquinatori dei paesi ricchi”.
E aggiunge:
“Un’ulteriore ironia è rappresentata dal fatto che molte delle persone sacrificate in nome del mercato del carbonio conducono le esistenze più sostenibili del pianeta. Hanno un legame forte e reciproco con la natura, attingono agli ecosistemi locali su scala ridotta, e curano e rigenerano la terra, in modo che continui a fornire sostentamento a loro e ai loro discendenti”.
E conclude:
“Il problema è che, adottando questo modello di finanziamento, anche i progetti verdi migliori sono resi inefficaci in risposta al problema del clima, perché per ogni tonnellata di anidride carbonica che viene tenuta lontana dall’atmosfera, un’azienda del mondo industrializzato è libera di pomparvene un’altra tonnellata, utilizzando una di queste aree di compensazione come pretesto per affermare di aver neutralizzato l’inquinamento.Un passo avanti, uno indietro. Nel migliore dei casi si finisce per correre sul posto. E, come vedremo, ci sono altri modi, molto più efficaci del mercato del carbonio, per finanziare lo sviluppo ambientale”.
Del resto secondo Oscar Reyes, esperto di finanza del clima dell’Institute for Policy Studies, “Le deboli regolazioni delle emissioni e la regressione economica delle nazioni ricche hanno causato il crollo del 99 per cento dei crediti di carbonio tra il 2008 e il 2013”. Il testo della Klein si spinge ancora più avanti:
“Ma se il cambiamento climatico comporta rischi pari a quelli di una guerra nucleare, allora perché non reagiamo con la serietà che un tale paragone implicherebbe? Perché non ordiniamo alle aziende di smetterla di mettere a rischio il nostro futuro, invece di corromperle e cercare di convincerle?”.
Nel 2013, una rete di 130 gruppi di giustizia ambientale ed economica hanno affermato che il sistema europeo, l’Ets,“non ha ridotto le emissioni di gas serra…I peggiori inquinatori non hanno dovuto sottostare a quasi nessun obbligo di ridurre l’inquinamento. Anzi, le opere di compensazione sono sfociate in un aumento delle emissioni in tutto il mondo: perfino le fonti più conservative stimano che tra un terzo e due terzi dei crediti di carbonio acquistati nell’ambito dell’Ets non rappresentino reali riduzioni delle emissioni di carbonio”.
Dopo questa rapida sintesi dell’analisi della Klein, che merita di essere studiata nella sua interezza, possiamo richiamare le valutazioni di altri esperti…