Visualizzazione post con etichetta emigrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta emigrazione. Mostra tutti i post

giovedì 4 giugno 2026

Perché va frenata la fuga dei giovani - Chiara Saraceno

Ci sono più italiani che vivono stabilmente fuori dall’Italia che immigrati che vivono stabilmente nel nostro Paese. Nel 2025, anno in cui è avvenuto questo singolare sorpasso, erano iscritti all’Aire 6,4 milioni circa di italiani rispetto a 5,3 milioni circa di stranieri regolarmente residenti in Italia.

Più che preoccuparci di un’invasione da parte degli stranieri e vagheggiare qualche forma di remigrazione forzata, dovremmo preoccuparci di un esodo che negli ultimi anni non solo si è fatto più intenso, ma coinvolge sempre più giovani altamente qualificati, impoverendo il Paese dal punto di vista sia demografico sia delle risorse umane.

Tra il 2011 e il 2024, 486 mila giovani italiani (di prima o seconda cittadinanza) sotto i 34 anni sono emigrati verso Paesi, per lo più europei – Germania, Francia, Regno Unito Spagna, Svizzera – che offrivano loro condizioni migliori. Tenendo conto della stima dell’Istat secondo cui se ne vanno dall’Italia circa 21.000 giovani laureati ogni anno, più della metà, 294 mila, di tutti i giovani emigrati nel periodo sono, appunto, laureati, riducendo ulteriormente la già comparativamente ridotta quota di popolazione residente in possesso di questo titolo di studio. Gli altri sono per lo più diplomati.

Secondo le stime di Almalaurea, la percentuale di laureati che lascia l’Italia è “solo” il 5 per cento. Ma raddoppia in particolari settori, quelli delle lauree “più forti” sul mercato del lavoro, quali le Ict (11,3 per cento se ne va a 5 anni dal diploma), le materie scientifiche (10,3 per cento), gli ingegneri industriali e dell’informazione (8,2 per cento). Evidentemente, anche avere una laurea “forte” non è sempre sufficiente per trovare opportunità soddisfacenti in Italia, competitive con quelle di altri Paesi.

Per altro, le percentuali sono sopra la media anche tra i laureati in Scienze politiche, in Scienze della comunicazione e in Lingue. In altri termini, soprattutto per i giovani, l’emigrazione dall’Italia da tempo non riguarda più persone che provengono da contesti di povertà, a bassa istruzione, disponibili ad occupazioni a bassa o nessuna qualifica. Al contrario, riguarda persone spesso qualificate che non trovano in Italia condizioni, economiche, di qualità del lavoro e di riconoscimento sociale, adeguate alle proprie capacità e aspirazioni, sia nel settore privato sia in quello pubblico.

Per dire, come si racconta oggi in cronaca, il Comune di Torino sta cercando una persona laureata con le competenza necessarie per assumere il ruolo di amministratore delegato della società Turismo Torino e Provincia, stipendio massimo 1500 euro. Ovviamente non la trova.

Poco attrattiva per una parte, certo minoritaria, ma significativa, delle giovani generazioni italiane, l’Italia lo è anche per i loro coetanei di altri Paesi se si tratta, non di venirci in vacanza, ma per lavorare e vivere. I giovani stranieri qualificati che sono entrati in Italia tra il 2011 e il 2024 sono stati solo 55.000. Si aggiunga che mancano dal conteggio dei fuorusciti i giovani stranieri che magari sono nati, cresciuti e comunque hanno studiato in Italia, senza avere ottenuto la cittadinanza e se ne vanno perché, ancor più dei loro coetanei italiani, non trovano in Italia sufficienti opportunità di far valere le proprie competenze.

Come ha segnalato, infatti, l’ultimo Rapporto annuale Istat, neppure una laurea ottenuta in Italia basta a far superare l’“handicap” dell’origine straniera, specie se da un Paese povero. Sebbene tra i giovani stranieri il raggiungimento della laurea sia ancora più ridotto che tra i coetanei italiani, avere una laurea, a differenza di quanto avviene per questi ultimi, ha un effetto nullo sulle loro opportunità occupazionali rispetto all’avere solo il diploma. Vale quindi per i giovani stranieri in modo particolarmente acuto il circolo vizioso enunciato dal governatore della Banca d’Italia per i giovani in generale.

Da un lato, la scarsa valorizzazione delle competenze scoraggia troppi dall’acquisirle, specie tra chi sperimenta qualche forma di svantaggio sociale – origine straniera, basso reddito familiare. Ciò riduce, oltre che il pieno sviluppo delle loro capacità come esseri umani, cittadini, lavoratori, la disponibilità del capitale umano necessario perché il sistema economico e sociale italiano possa far fronte alle sfide in atto e future.

Dall’altro lato, una parte significativa di chi non si lascia scoraggiare, se può va, appunto, altrove. Lo ha documentato il Rapporto annuale Istat e ripetuto ora il Governatore: «Creare le condizioni perché le nuove generazioni possano realizzare le loro aspirazioni e concorrere al progresso del Paese non è solo una responsabilità economica: è il compito civile di questo tempo.

Solo così l’Italia potrà attraversare un mondo sempre più frammentato senza subirne le divisioni, e trasformare la transizione tecnologica in una stagione di libertà, lavoro e fiducia nel futuro». Aggiungo che, forse, solo così si potrà provare a convincere i giovani che vale la pena investire nel loro futuro in Italia, studiando, ma anche partecipando alla vita politica.

da qui

martedì 9 dicembre 2025

L’economia sarda resiste, ma i talenti scappano: in due anni via quasi 10mila giovani - Luigi Barnaba Frigoli


Il rapporto Svimez 2025: il Pil regionale, pur rallentando, resta positivo. Cresce l’occupazione. L’Isola però rimane nella «trappola» della denatalità e dei neolaureati in fuga

L’economia della Sardegna rallenta, ma resiste a crisi, dazi e altri sconvolgimenti economici e finanziari. Ciò che invece desta sempre più preoccupazione è la costante e pressoché inarrestabile fuga di giovani talenti.

È quanto evidenzia il nuovo rapporto dell’agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno Svimez, appena presentato.

Come accennato, l’Isola non arretra: tra il 2021 e il 2024 il Prodotto interno lordo regionale ha fatto registrare una variazione complessiva del +8,4%, anche se il rallentamento dell’economia isolana è nei fatti. Se nel 2021 il Pil regionale era infatti cresciuto dell’8,5%, nel 2022 si è scesi a +6,2%, nel 2023 a 1,1% e lo scorso anno a 0,9%.

Le performance migliori – sottolinea il report – sono soprattutto quelle dell’industria e delle costruzioni. In apparenza bene anche l’agricoltura (4,8%), che deve però fare i conti con un calo di occupati pari all’11,1%.

L’occupazione in Sardegna è complessivamente in aumento (+5,1%), ma, come accennato, l’allarme riguarda in particolare i giovani: il tasso di disoccupazione giovanile nell’Isola nel 2024 era infatti pari al 23%, mentre tra 2022 e 2024 hanno lasciato la Sardegna ben 9.491 persone nella fascia d’età 25-34 anni, di cui 5.164 per trasferirsi al Centro-Nord e 4.327 per trasferirsi all’estero.

Numeri ancor più allarmanti se associati a quelli degli emigrati totali dall’Isola tra il 2005 e il 2024 (20mila persone) e alla denatalità e al calo della della popolazione, che solo lo scorso anno è stato pari a 9.152 unità.

II commento di Svimez al fenomeno non lascia dubbi: la Sardegna, con Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Molise e Sicilia è una «regione in trappola», perché «il calo della popolazione attiva è accentuato, le percentuali di laureati sono nettamente inferiori alla media europea e la migrazione giovanile è ormai una tendenza consolidata, a conferma della persistente fragilità strutturale del Mezzogiorno».

Il Pil che tiene oppure che cresce e l’occupazione che aumenta, con il contraltare della fuga di giovani e di talenti, caratterizza infatti - rimarca il rapporto - tutti i territori del Sud e delle Isole.

Anche in questo caso i dati sono eloquenti: il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno ha registrato negli ultimi anni un balzo in avanti formidabile, pari all'8,5% contro il +5,8% del Centro-Nord. Numeri quasi da record, stemperati però dalle 175mila persone totali, soprattutto giovani, che hanno lasciato il Meridione e le Isole per trasferirsi al Nord o all’estero.

«Per trattenere i giovani – tira le somme il report Svimez -, il Sud deve attivare filiere produttive ad alta intensità di conoscenza, rafforzare la base industriale innovativa e integrare formazione superiore, ricerca e politiche industriali. Senza un salto di qualità nella domanda di competenze, la mobilità giovanile continuerà a essere una scelta obbligata».

da qui

mercoledì 19 novembre 2025

Fuga dall’Italia: nel 2024 gli italiani espatriati sono cresciuti del 38% rispetto all’anno prima. Esodo di laureati dal Mezzogiorno

Gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in "costante crescita", tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia

Gli italiani continuano ad emigrare, e lo fanno sempre di più, alla ricerca di un lavoro stabile, che sia inserito in un contesto meritocratico, con prospettive di crescita e servizi adeguati. Il 2024 segna un aumento del 38% di partenze rispetto all’anno precedente: un dato che certifica il superamento della pandemia e della Brexit, con la piena ripresa della mobilità. È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma: da gennaio a dicembre 2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”. L’aumento riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni). La componente dei giovani e dei giovani adulti, quindi, nell’insieme raggiunge il 72,2% del totale delle iscrizioni per espatrio avvenute lungo il corso del 2024 (era il 68,8% l’anno precedente) ed è sempre più interprete indiscussa dell’attuale esperienza migratoria dall’Italia. Le partenze giovanili crescono soprattutto per motivi di lavoro e opportunità professionali, ma anche per aiutare familiari già all’estero (es. nonni-babysitter). In ogni caso, l’attuale mobilità italiana, pur rivolgendo lo sguardo al mondo intero e pur avendo destinazioni privilegiate che si orientano verso nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia) preferisce sempre di più l’Europa. Il 73,7% di chi si è iscritto all’Aire per espatrio da gennaio a dicembre 2024 è andato in Europa (quasi 91 mila italiani). Sono 23.300 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (18,9% del totale) di cui 15 mila nell’America latina. Per molti, l’espatrio è una reazione alla frustrazione e all’esclusione sociale, e sta diventando sempre più definitivo.

 

Sono più gli italiani all’estero che gli stranieri in Italia – Negli ultimi vent’anni, la mobilità internazionale italiana è diventata strutturale, non più episodica: dal 2006 le iscrizioni all’AIRE sono più che raddoppiate (+106%). Il fenomeno coinvolge categorie sempre più varie per età, formazione e professione, con una crescente presenza femminile (48,3% del totale). Nel 2025 gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in “costante crescita”, tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia. Oggi un italiano su dieci vive fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa (54%) e America (41%). Anche la mobilità interna vede un forte spostamento dal Sud al Centro-Nord, con perdita di giovani qualificati. Il 45% dei residenti all’estero proviene dal Sud Italia, in particolare Sicilia (844 mila), poi ci sono Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila). Viene registrato in Europa il 53,8% degli italiani all’estero (oltre 3,4 milioni), mentre in America il 41,1% (soprattutto Sud America, con Argentina 990 mila e Germania 849 mila come comunità più grandi). Nel 2024 le mete più scelte sono state Germania (16.988), Regno Unito (15.471), Spagna (12.448), Svizzera (12.448), Francia (9.444). Guardando alle principali province di partenza ci sono Milano, Napoli, Torino, Roma, Treviso, Palermo e Brescia. Quasi 2,9 milioni (45,1%) di iscrizioni danno come luogo di origine il Meridione di Italia (978 mila circa nelle Isole, 15,2%). Oltre 2,5 milioni (39,2%) riguardano, invece, il Nord Italia e un milione il Centro (15,7%). La Sicilia si conferma la regione con la comunità di residenti all’estero più numerosa (844 mila), seguita da Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila).

 

Dove vanno i laureati – Dal 2014 al 2024, in media, su 5 giovani di 20-34 anni emigrati dal Mezzogiorno al Centro-Nord, circa due erano in possesso della laurea al momento del trasferimento (43,0%), altri due del diploma di scuola secondaria superiore (42,5%) e meno di uno su 5 (14,5%) possedeva la licenza media. Le partenze di questi ultimi dal 2014 al 2024 sono diminuite del 65%, mentre i trasferimenti verso il Centro-Nord dei laureati sono aumentati di oltre il 50%. Al saldo migratorio negativo dei giovani italiani di 20-34 anni del decennio ha quindi contribuito fortemente il saldo migratorio negativo dei più qualificati: -180 mila per i laureati e -154 mila per i giovani in possesso di diploma (contro un saldo migratorio negativo, ma decisamente più contenuto, dei giovani in possesso di licenza media, -40 mila). La perdita di giovani laureati nel periodo 2014-2024 riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno. La Campania, con un saldo migratorio interregionale per i giovani laureati pari a -65 mila, ha registrato la perdita netta più elevata, seguita dalla Sicilia (-56 mila). All’opposto, tutte le regioni del Centro-Nord hanno sperimentato, nello stesso periodo, un guadagno netto di giovani qualificati. Per Lombardia ed Emilia-Romagna, il guadagno è stato pari a, rispettivamente, 111 mila e 54 mila giovani laureati. Nel periodo 2014-2024 i cittadini italiani che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono stati, nel complesso, circa 1,1 milioni di cittadini, mentre solo 587 mila hanno fatto il percorso inverso. Il saldo negativo per il Sud è di -511 mila persone, in gran parte giovani (20-34 anni) e laureati. Il Mezzogiorno ha perso 373 mila giovani, di cui 180mila laureati. I maggiori saldi negativi sono in Campania (-65 mila) e Sicilia (-56 mila); le regioni che guadagnano più laureati sono Lombardia (+111 mila) ed Emilia-Romagna (+54 mila).

Rilevante anche la quota di persone tra i 35 e i 49 anni, pari al 21,8%, mentre la percentuale di cittadini al di sotto dei 20 anni che, verosimilmente, nella maggior parte dei casi, si sposta con la famiglia, è pari al 13,4%. Gli spostamenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, coinvolgendo in larga parte la popolazione più giovane, sembrerebbero quindi maggiormente connessi a necessità di tipo formativo o lavorativo, mentre molti dei trasferimenti lungo la traiettoria opposta, riguardando quote più elevate di popolazione oltre i 35 anni, potrebbero verosimilmente configurarsi come migrazioni di ritorno dopo un periodo, variabile, trascorso nel Centro-Nord.

da qui

giovedì 24 luglio 2025

Sardegna, giovani universitari in fuga: via dall’Isola un laureato su cinque


A incidere le difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro: a 5 anni dal titolo di studio il 14% non studia, non lavora e non segue percorsi formativi

 

Crescono gli studenti sardi impegnati a studiare negli atenei italiani fuori dall’Isola: se dieci anni fa erano l’11,2%, nell’anno accademico 2023/2024 sono passati al 16,2%. Non solo: il 20% dei giovani laureati in Sardegna, dopo 5 anni dal conseguimento del titolo, lavora in altre regioni o Paesi.

È quanto emerge dal report del Centro Studi di CNA Sardegna, che rielaborando dati Istat e Almalaurea evidenzia come, tra il 2019 e il 2022, il saldo migratorio negativo dei giovani laureati sardi tra i 25 e 39 anni si è attestato appena al di sotto di 16 residenti per mille abitanti. Un dato che colloca l’Isola all’ottavo posto tra le regioni italiane per saldo negativo, in una classifica dove a dominare per valori positivi sono invece Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana, Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna.

Secondo i dati del MIUR, per l’anno accademico 2023/2024 gli studenti iscritti negli atenei sardi sono passati da 47.572 nel 2011/2012 a 35.539 nel 2023/2024, con una diminuzione di oltre 12mila unità. Nel medesimo periodo, gli studenti residenti iscritti in altre regioni sono aumentati da circa 6.000 a 7.000.

Questo fenomeno si inserisce in un contesto di invecchiamento demografico e di riduzione della popolazione giovanile, diminuita da 102.158 (2011) a 83.518 (2024), con una contrazione del 18,2%.

Le difficoltà di inserimento lavorativo dei neo-laureati degli atenei di Cagliari e Sassari emergono anche dai tassi di occupazione significativamente inferiori alla media nazionale e livelli di disoccupazione superiori di circa 3 punti percentuali nei primi cinque anni post-laurea: la percentuale di NEET (chi non studia, non lavora e non segue percorsi formativi) tra i laureati sardi resta elevata, al 14% dopo cinque anni contro la media nazionale del 9,6%.

https://www.unionesarda.it/news-sardegna/sardegna-giovani-universitari-in-fuga-via-dallisola-un-laureato-su-cinque-lu54gx99

lunedì 9 giugno 2025

Il problema non è fare meno figli ma mandare via i pochi che facciamo - Ferdinando Boero

 

Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori sottopagati

 

Ho già scritto sulla demografia del nostro paese, ma si continua a parlarne e quindi riprendo l’argomento. Il ragionamento dominante è: la bomba demografica esiste, ma da noi c’è l’inverno demografico. Dobbiamo fare come gli altri, oppure ci estingueremo.

La popolazione italiana è cresciuta costantemente dal 1951 fino al 2014, raggiungendo un picco di circa 60,3 milioni. A partire dal 2015 si è osservata una diminuzione della popolazione residente, dovuta a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) non completamente compensato dall’immigrazione. L’Italia rimane uno dei paesi più popolosi dell’Unione Europea, ma molti esprimono preoccupazione per l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità.

Quale è il numero ottimale di abitanti nel nostro paese? In ecologia esiste il concetto di capacità portante: il numero massimo di individui che un ecosistema è in grado di sostenere. Raggiunta la capacità portante, la popolazione smette di crescere. Le tecnologie ci permettono di innalzare l’asticella della capacità portante, ma non di rimuoverla. Nessuna specie può crescere all’infinito. Per ridurre il costante aumento numerico e raggiungere l’equilibrio tra il numero di individui e le risorse disponibili bisogna smettere di crescere e, per questo, ci sono vari modi: il primo è di fare meno figli, oppure questi possono morire prematuramente con carestie, malattie, e guerre.

 

Le tecnologie ci permettono di prolungare la vita alleviando carestie e malattie. Se si adotta il sistema di fare meno figli, e si vive più a lungo, ci sarà un periodo in cui gli anziani sono più dei giovani. Quando il surplus di anziani morirà, si riequilibreranno i rapporti tra classi d’età.

C’è un’altra variabile che viene tenuta separata dall’inverno demografico così drammaticamente denunciato: molti dei pochi giovani vanno via perché il paese non ha molto da offrire, soprattutto a chi ha istruzione elevata. Il problema si risolverebbe se facessimo più figli? O aumenterebbero quelli che se ne vanno? La cosa più preoccupante non è che facciamo meno figli ma che espelliamo i pochi che facciamo. La soluzione non è incentivare le nascite, ma valorizzare chi è nato, e l’investimento nella sua formazione. Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori precari e sottopagati, spesso con mansioni non corrispondenti al livello di formazione conseguito. Se gli altri paesi li prendono, significa che il valore esiste, e noi ce lo facciamo scappare: un’emorragia demografica e sapienziale.

Ho già scritto queste cose diverse volte, ma le ripeto perché continuo a sentire preoccupazione per la denatalità e la emigrazione giovanile, ma non sento proposte per affrontare questi due fenomeni assieme, quasi fossero scollegati. La denatalità è socialmente spiegabile con il costante miglioramento della formazione delle donne. Più sono istruite e si realizzano nel lavoro, e meno figli fanno. Vogliono che i loro figli si laureino e si realizzino professionalmente e socialmente. Se questo non avviene… se ne vanno, e fanno ancor meno figli.

L’aumento dell’efficienza delle tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, rende sempre meno necessaria la forza lavoro. Al posto nostro lavorano le macchine. Ma come la mettiamo in quanto a reddito? Chi non lavora non riceve stipendio e, ovviamente, non fa figli, se ha un minimo di senso di responsabilità. La povertà non è un buon anticoncezionale, se il livello di formazione della popolazione, soprattutto femminile, è basso. Ma da noi le cose stanno diversamente.

 

Che vogliamo fare? E poi sembra che il fatto che si viva più a lungo sia una cattiva notizia. Da una parte ci dicono che la sovrappopolazione è un problema ma poi, se rallentiamo la crescita e tendiamo verso un riequilibrio, ci dicono che non va bene.

La capacità portante non è solo questione di cibo, ma anche di vile denaro. Le tecnologie tolgono opportunità lavorative: non abbiamo bisogno di tutta questa manodopera. Nei campi in cui ne abbiamo bisogno (prima di tutto l’agricoltura) gli stipendi sono bassissimi e si usano gli extracomunitari come schiavi. Meglio se clandestini, così sono ricattabili. Forse si dovrebbero unire i puntini e mettere assieme le variabili, in modo da pianificare interventi che bilancino eventuali squilibri. Per me la prima priorità è il lavoro ai giovani, con un giusto riconoscimento per i livelli di istruzione conseguiti. Invece continuo a leggere interventi che ci dicono di fare più figli, imitando i paesi sottosviluppati.

Ripeto la domanda: ma davvero pensiamo che se facessimo più figli diminuirebbe il numero di giovani che fuggono all’estero? Non viene il dubbio che aumenterebbe? Per trovare soluzioni a un problema bisogna definirne bene i termini, e le interazioni che li collegano. Invece li stiamo trattando uno alla volta, come se fossero indipendenti gli uni dagli altri. Oppure la logica è un’altra: si confida nella guerra come mezzo di riequilibrio, e si incentivano le nascite per incrementare il numero di soldati che, tanto, non diventeranno vecchi. Così sarà risolta la questione delle pensioni. Chi non andrà soldato troverà impiego nell’industria delle armi. E nella produzione di zainetti per sopravvivere 72 ore. Per il cibo basteranno le razioni K.

da qui

sabato 5 aprile 2025

La grande fuga. I successi di Meloni: gli italiani si rimpatriano in altri Stati – Alessandro Robecchi

Le politiche dei rimpatri di Giorgia Meloni sono un vero successo, infatti nel 2024 156mila italiani si sono rimpatriati da soli in altri Stati, facendo le valigie e salutando la carbonara e le ospitate di Italo Bocchino in tv (si suppone con qualche rammarico, almeno per la carbonara). Considerando che sempre nel 2024 sono nati in Italia 370mila bambini, si può dire che per ogni due nuovi italiani, un “vecchio” italiano ha levato le tende. Ciao e grazie di tutto. “Vecchio italiano” si fa per dire, perché di quei 156mila che sono espatriati, 131mila hanno meno di quarant’anni e la metà (il 48,5 per cento, per la precisione) sono laureati.

Volendo correre subito alle conclusioni, si potrebbe dire che la retorica nazionalista della signora Meloni, i suoi monologhetti in video diffusi a reti unificate sulla ritrovata grandezza della “Nazzione”, il suo volitivo spronare alla fierezza e al rinascente orgoglio dell’italianità, l’attaccamento sacro alla patria, e tutte quelle fregnacce da cronachette del Ventennio, hanno prodotto risultati concreti: quelli che se ne vanno sono aumentati del 20,5 per cento in un solo anno. Brava Giorgia.

Il fatto è – come al solito – che le belle parole colorite e mascellute non servono a niente, perché la gente non vive mettendo in tavola la bella retorica ardita e la Weltanschauung tricolore di Giorgia & Arianna, ma di solito preferisce buon cibo, sicurezza sociale e una risonanza magnetica quando serve, non tra ventotto mesi. Le statistiche parlano chiaro: ci dicono che a tre anni dalla laurea, solo sette italiani su dieci trovano un lavoro, e la media europea è all’otto e mezzo. Ma le statistiche sono anche freddine: non ci dicono se quei sette lavori hanno veramente a che fare con la laurea conseguita, in un Paese in cui basta lavorare una settimana ogni tanto per essere considerati “occupati”. E infatti quando Giorgia parla di boom dell’occupazione, sotto bisognerebbe scrivere, con nota segnalata da asterisco: grazie al cazzo.

Anche la perdita vertiginosa del potere d’acquisto (meno 8,7 per cento in quindici anni) non è tutta responsabilità del governo Meloni, ci mancherebbe, ma è un dato di fatto che in due anni abbondanti non è stato fatto nulla per invertire la tendenza. Pure la retorica pre-elettorale si è sciolta senza lasciare traccia: chi ricorda i “mille euro con un clic” e “toglieremo le accise sui carburanti” può serenamente farsi una risata, anche se molti se la faranno dalla Germania, o dalla Spagna o dalla Svizzera.

E’ probabile che gli italiani che scappano dall’Italia non troveranno altrove l’Eldorado, certo, tutta l’Europa ha i suoi problemi (primo tra tutti quello di educarli alla guerra prossima ventura), ma almeno si risparmieranno l’eterno giorno della marmotta di cose sentite e risentite. Per avere un lavoro non dovranno passare dalle forche caudine dello “stage non retribuito”, non si sentiranno dire che devono lavorare “per avere visibilità e migliorare il curriculum” e non si dovranno sorbire le periodiche lacrimose intemerate dei ristoratori che non trovano cuochi e camerieri che – avidi – vogliono essere pagati.Insomma, la retorica del Make Italia Great Again che i patrioti spargono a piene mani, abbellita dal paradosso (ah, finalmente non governano più i “comunisti”) diventa, da patetica che era, fortemente autosatirica, una presa in giro autoinflitta. Brutta immagine, quella del comiziante che arringa le folle e poi è costretto a dire, nel bel mezzo del discorso: “Aò! Ma dove andate tutti?”.

da qui

domenica 28 luglio 2024

Verso un paese di persone sole, mentre sempre più italiani se ne vanno all’estero - Giovanni Caprio

 

Le nuove previsioni ISTAT sul futuro demografico del paese, aggiornate al 2023, evidenziano tendenze la cui direzione parrebbe irreversibile, pur se in un contesto nel quale non mancano elementi di incertezza. La popolazione residente è in decrescita: da circa 59 milioni al 1° gennaio 2023 a 58,6 mln nel 2030, a 54,8 mln nel 2050 fino a 46,1 mln nel 2080. Il rapporto tra individui in età lavorativa (15-64 anni) e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due nel 2023 a circa uno a uno nel 2050. Con un’età media di 51,5 anni entro il 2050 (50,8 per l’Italia), nel Mezzogiorno ci sarà un processo di invecchiamento più rapido. Tra 20 anni ci sarà circa un milione di famiglie in più, ma saranno più frammentate. Meno coppie con figli, più coppie senza: entro il 2043 meno di una famiglia su quattro sarà composta da una coppia con figli, più di una su cinque non ne avrà. “L’aumento della speranza di vita e dell’instabilità coniugale, si legge nel Report dell’ISTAT, fanno sì che il numero di persone che vivono da sole, vere e proprie “micro-famiglie”, cresceranno nel complesso del 15%, facendo aumentare il loro ammontare da 9,3 milioni nel 2023 a 10,7 nel 2043. Tra l’altro, tale aumento, tanto assoluto quanto relativo, è quello che spiega in più larga misura la crescita globale del numero totale di famiglie.”

Fino a 64 anni di età la condizione di vita in solitudine, volontaria o meno che sia, coinvolge già oggi 4,9 milioni di individui, il 60,5% dei quali uomini. “Nei prossimi 10 anni, evidenzia l’ISTAT, questo segmento della popolazione è destinato a rimanere piuttosto stabile (4,8 milioni nel 2033). Nel decennio successivo, invece, in linea con il declino complessivo che caratterizzerà la popolazione in età adulta, anche le persone sole entro i 64 anni di età si avvieranno a subire una flessione che li porterà a 4,5 milioni entro il 2043.”

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.ripartelitalia.it/wp-content/uploads/2024/07/Previsioni-popolazione-e-famiglie_Base-1_2023.pdf.  

Un paese che si rimpicciolisce anche a causa della partenza di tanti italiani: al 31 dicembre 2022 i cittadini italiani abitualmente dimoranti all’estero sono 5 milioni e 940mila. Circa 3 milioni e 246mila risiedono in Europa e 2 milioni e 384mila in America. Solo il 31,6% degli italiani residenti all’estero è nato in Italia (1 milione e 900mila), ma in Europa questa quota è pari al 41,8% mentre in America centro-meridionale è di gran lunga inferiore al 10%. Nel 2022 a Londra risiedono quasi 375mila connazionali. Al secondo posto Buenos Aires, con poco più di 322mila italiani e al terzo San Paolo con oltre 239mila italiani. Nel 2022 i nati degli italiani residenti all’estero sono 25mila (tasso complessivo pari a 4,3 nati per 1.000 residenti). I decessi, invece, ammontano a poco più di 8mila (1,4 per 1.000 italiani residenti all’estero). Nel corso del 2022 sono 100mila gli espatri e 75mila i rimpatri dei connazionali dall’estero, con un saldo migratorio pari a +25mila per la popolazione italiana all’estero. Ammontano a oltre 85mila le acquisizioni di cittadinanza italiana all’estero, nell’America centro-meridionale soprattutto per effetto dei riconoscimenti iure sanguinis.

Qui il Report dell’ISTAT: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/07/Italiani-residenti-allestero.pdf.

Dovrebbe iniziare a destare qualche preoccupazione questa fuga degli italiani dall’Italia, soprattutto se a voler girare i tacchi per andar via sono i più giovani, anche stranieri. Il 34% dei giovanissimi immagina infatti un futuro all’estero. Giovanissimi che rappresentano un capitale umano tendenzialmente in calo, quindi ancora più prezioso per il futuro del paese. Da questo punto di vista il loro trattenimento in Italia richiede l’offerta di adeguate opportunità di vita. Molti ragazzi che oggi vivono in Italia, vedono il proprio futuro all’estero. Oltre il 34% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni da grande vorrebbe vivere in un altro Paese. La percentuale è ancora più alta per gli stranieri (38,4%). Da sottolineare che l’8% circa dei ragazzi stranieri da grande desidera vivere nel paese di origine (suo o dei genitori), mentre oltre il 30% si vede in un paese diverso dall’Italia e da quello di origine. Anche la quota di indecisi è leggermente più elevata per gli stranieri (23,7%) che per gli italiani (20,7%). La maggiore propensione alla mobilità dei ragazzi non italiani si spiega con il minore radicamento familiare e sociale in Italia; inoltre, chi ha vissuto una prima esperienza migratoria è più incline a intraprenderne altre. Come per altre intenzioni, è possibile evidenziare importanti differenze di genere. Tra le ragazze, sia italiane sia straniere, la quota di coloro che vogliono vivere all’estero da grandi è più elevata di quella riscontrata per i loro coetanei maschi: rispettivamente il 37,9% per le italiane (contro il 30,7% dei maschi) e il 42,7% per le straniere (contro il 34,6% dei ragazzi). La collettività che più di tutte vuole vivere in Italia è quella marocchina con una percentuale (45,1%) simile a quella degli italiani (45,6%) e al contempo superiore a quella del totale degli stranieri (37,9%). Pur nel quadro di un’ampia fetta di indecisi (47,5% a fronte di una media del 23,7%), i ragazzi cinesi mettono in evidenza una quota più contenuta di persone che da grandi desidera vivere in Italia (29%) e nel contempo un maggiore orientamento al voler vivere da grandi nel Paese di origine dei genitori (11,8%). Tra chi ha paura del futuro, la quota di chi vuole restare in Italia è più bassa rispetto al valore rilevato tra chi sente il fascino del futuro: 39,9% rispetto a 47,0%. Istat che ci dice che I ragazzi nel 2023 sognano ancora l’America: il 32% di coloro che da grandi si vedono all’estero vorrebbe vivere negli Stati Uniti, seguiti, ma a lunga distanza, dalla Spagna (12,4%) e dalla Gran Bretagna (11,5%): https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Bambini-e-ragazzi-2023.pdf. 

Già il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta aveva posto l’accento sulla fuga dei giovani dal nostro paese, evidenziando come dal 2008 al 2022 circa 525 mila giovani italiani avessero lasciato l’Italia e solo un terzo di essi sia tornato in Italia. Un esodo, aveva sottolineato Panetta, che “indebolisce la dotazione di capitale umano del nostro paese.” Ma cosa spinge tanti giovani ad abbandonare l’Italia?

Nel rapporto sulla condizione giovanile in Italia “Giovani 2024: Bilancio di una Generazione” del Consiglio Nazionale dei Giovani e dell’Agenzia Italiana per la Gioventù redatto con il supporto di EURES (https://www.pressenza.com/it/2024/04/giovani-2024-il-bilancio-di-una-generazione/) si legge che: “la cosiddetta “fuga dei cervelli”, ovvero la scelta di molti giovani qualificati di lasciare l’Italia, non è dovuta alla ricerca di maggiori benefici personali e professionali (4,6%), quanto piuttosto alla scarsa attrattività e alla mancanza di prospettive in Italia (35,5%), alla scarsa attenzione delle istituzioni italiane al futuro dei giovani (34,3%), e alla scarsa valorizzazione di questi da parte delle imprese italiane (25,6%). Sono principalmente i giovani del Nord (37,4%) e del Centro (39,2%) a spiegare la “fuga di cervelli” come conseguenza della scarsa attrattività e della mancanza di prospettive dell’Italia, mentre i giovani del Sud enfatizzano maggiormente il riferimento alla scarsa attenzione delle Istituzioni (38,2%). Si segnala infine come il campione femminile attribuisca la responsabilità del fenomeno alla scarsa valorizzazione dei giovani da parte delle imprese italiane (27,6%) in misura maggiore dei coetanei maschi (23,1%) che, invece, leggono maggiormente la “fuga dei cervelli” come ricerca di valorizzazione delle competenze di un giovane (7,1% contro il 2,4% tra le ragazze).” 

da qui

lunedì 27 novembre 2023

C’è sempre più Italia fuori dall’Italia - Giovanni Caprio

 

In 18 anni gli italiani nel mondo sono raddoppiati: da poco più di 3 milioni a poco meno di 6 milioni. A partire sono soprattutto i giovani tra i 28 e i 34 anni che non lavorano e non studiano, i lavoratori precari, i disoccupati, le giovani donne e 1 su 4 aono laureati e ricercatori. Si tratta di un’emigrazione che fotografa il disagio giovanile, una nuova generazione di poveri, ma che vede anche le donne andar via per ritrovare in un altro Paese pari opportunità e più tutele nella maternità. Infatti, a differenza di quanto è avvenuto nelle precedenti ondate migratorie, in cui la tradizionale figura di donna migrante era spinta al trasferimento per riunire la famiglia e ricongiungersi agli uomini che l’avevano preceduta in cerca di fortuna, negli ultimi anni essa è stata sostituita da quella di una donna moderna e dinamica, motivata anche dalla prospettiva di una vita indipendente, di un maggior benessere economico e di una carriera professionale più gratificante. L’unica Italia che cresce è solo quella all’estero: i bambini italiani nati all’estero sono 91mila: oltre il 20% rispetto ai poco meno di 400.000 nati in Italia, di cui 57 mila neonati figli di immigrati. E’ il 18° Rapporto italiani nel mondo 2023 della Fondazione Migrantes a fotografare questa Italia “fuori dall’Italia”.

“Al 1° gennaio 2023 -si legge nel Rapporto- i connazionali iscritti all’AIRE sono 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia continua inesorabilmente a perdere residenti (in un anno -132.405 persone, lo -0,2%), l’Italia fuori dell’Italia continua a crescere anche se in maniera meno sostenuta rispetto agli anni precedenti. Il 46,5% dei quasi 6 milioni di italiani residenti all’estero è di origine meridionale (il 15,9% delle sole Isole), il 37,8% del Settentrione (il 19,1% del Nord Ovest) e il 15,8% del Centro. Negli ultimi 20 anni, quindi, e poi ancora di più nell’ultimo decennio, abbiamo assistito non solo a un revival del fenomeno, ma a un drastico cambiamento dello stesso. Rispetto alle caratteristiche tradizionali – origine meridionale, protagonismo dell’oltreoceano, emigrazione familiare – la mobilità degli italiani più recente, caratterizzata da partenze dalle regioni del Centro-Nord dopo, nella maggior parte dei casi, un periodo più o meno lungo di mobilità interna Sud-Nord, sta riscrivendo la storia dell’Italia legata ai flussi migratori dei suoi residenti.”

E’ la Sicilia la regione d’origine della comunità più numerosa (oltre 815 mila). Seguono – restando al di sopra delle 500 mila unità – la Lombardia (quasi 611 mila), la Campania (+548 mila), il Veneto (+526 mila) e il Lazio (quasi 502 mila).

L’attuale presenza italiana all’estero è europea. “L’Europa -sottolinea il Rapporto della Fondazione Migrantes- accoglie oltre 3,2 milioni di connazionali (il 54,7% del totale) mentre il continente americano segue con oltre 2,3 milioni (40,1%). Oggi le comunità italiane più numerose si trovano in Argentina (oltre 921 mila iscritti, il 15,5% del totale), in Germania (oltre 822 mila, il 13,9%), in Svizzera (oltre 639 mila, il 10,8%). Seguono Brasile, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Nelle prime dieci posizioni si registrano ben tre continenti – America del Nord e Latina, Europa e Oceania – ma non occorre superare la 27° posizione perché tutti i continenti siano rappresentati.”

C’è anche una “mobilità previdenziale” che ha motivazioni più diverse, dalla ricerca di luoghi esotici più amati dal punto di vista culturale o climatico alla necessità di paesi con politiche di defiscalizzazione, dal desiderio di posti diffusamente sponsorizzati anche dalle agenzie nate proprio per accompagnare la Terza Età nel processo migratorio, all’esigenza di ricongiungersi con i propri familiari. “Quella che, dall’incrocio dei dati, appare come la ragione più battuta, si legge nel rapporto, è che gli anziani vanno negli stessi luoghi dove si sono trasferiti figli e nipoti. Il desiderio che spinge un uomo o una donna avanti nell’età, molte volte vedovo/a, a vivere un percorso migratorio oggi, mettersi in discussione e affrontare l’ignoto è, quindi, una sorta di processo di ricongiungimento familiare moderno spesso portato avanti in modo non ufficiale.”

Sconcerta registrare che il 44% di coloro che hanno lasciato l’Italia nel 2022 era un giovane tra i 18 e i 34 anni. Stiamo perdendo il futuro. Si tratta di due punti percentuali in più rispetto agli anni precedenti. E il motivo è innanzitutto l’assensa di lavoro dignitoso. Molti giovani rinunciano a cercare lavoro nel nostro Paese perché si imbattano quasi esclusivamente in contratti con scarsi diritti, con salari da fame, con orari che non vengono rispettati e con scarse opportunità di crescita. Si imbattono cioè in quei settori in cui –come certifica l’INPS– oltre il 50% dei lavoratori è povero: un dato che da solo ridicolizza tutta le retorica del merito dall’attuale governo. E non dimentichiamo che i lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro in meno della media dei colleghi europei.

Tuttavia, c’è chi a dispetto di difficoltà e problemi ha deciso di non andar via oppure di ritornare. “Negli ultimi anni, di legge nel Rapporto, si registrano fenomeni di restanza (…). La restanza si riferisce alla decisione di individui o famiglie di rimanere o tornare nelle loro comunità d’origine: una scelta personale motivata da un forte legame con il territorio che si muove anche su un piano comunitario in quanto può tradursi in iniziative imprenditoriali, progetti culturali e sociali (…). Come scrive l’antropologo Vito Teti, la restanza non è un elogio del restare come forma di nostalgia regressiva, ma è un invito a pensare il restare come nucleo fondativo di nuovi progetti, aspirazioni e rivendicazioni. Si tratta, quindi, di una scelta di responsabilità che porta a investire il territorio di intenzioni, azioni e pratiche di cura.”

Qui la sintesi

da qui

domenica 12 febbraio 2023

In 10 anni la desertificazione del Sud: via oltre 500mila residenti - Giambattista Pepi


Il dato non è nuovo ma si aggrava: il Mezzogiorno continua a perdere popolazione a vantaggio del Centro-Nord. Nel decennio 2012 – 2021 ha perso 525mila residenti accrescendo l’impoverimento strutturale sia per lo spopolamento, sia per il depauperamento di risorse umane qualificate.

Si parte di più da Campania (30%), Sicilia (23%) e Puglia (18%). Tassi sopra il 6% in Basilicata e Molise. I principali flussi sono diretti verso Lombardia (28%) e in particolare l’Emilia-Romagna. Visto da Sud il Rapporto dell’Istat sulle migrazioni interne e internazionali (relativo al 2021 e aggiornato ai primi 10 mesi del 2022) conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, il divario della popolazione residente tra il Mezzogiorno e le altre macro aree del Paese. Del resto è l’Istituto nazionale di statistica stesso nell’incipit del Rapporto a confermare la ripresa nel 2021 della mobilità interna (un milione 423mila trasferimenti, + 6,7% rispetto al 2020, che era stato l’anno in cui era esplosa la pandemia Covid-19).

Nei 10 anni 2012-2021 sono stati circa 1,13 milioni i movimenti in uscita dal Sud e dalle Isole verso il Centro-Nord e a circa 613mila quelli sulla rotta inversa. Il bilancio tra uscite ed entrate si è tradotto, come detto, in una perdita netta di 525mila residenti per il Mezzogiorno. Nel 2021 la ripresa della mobilità interna ha interessato anche gli spostamenti lungo questa direttrice. Ammontano a circa 112mila i trasferimenti dai comuni meridionali verso quelli settentrionali, in lieve aumento (+3%) rispetto al 2020, ma in deciso calo (-17%) rispetto al periodo pre-pandemico.

La regione del Mezzogiorno da cui si parte di più è la Campania (30% delle cancellazioni dal Mezzogiorno), seguita da Sicilia (23%) e Puglia (18%). In termini relativi, rispetto alla popolazione residente, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Calabria (circa otto residenti per 1.000). Tassi sopra il 6‰ si registrano per Basilicata e Molise. La regione verso cui si dirigono prevalentemente questi flussi è, in termini assoluti, la Lombardia (28%) ma, in termini relativi, l’Emilia-Romagna è quella che li attrae di più (quattro trasferimenti dal Mezzogiorno per 1.000 residenti).

La provincia del Mezzogiorno da cui si registrano più partenze verso il Centro-nord è Napoli in termini assoluti (17mila partenze), mentre Crotone ha il tasso di emigratorietà più elevato: 11 residenti su 1.000 che si spostano al Centro-nord. Viceversa, la provincia centro settentrionale che riceve più emigrati dal meridione è Milano (14mila arrivi), ma, in termini relativi, l’area metropolitana di Bologna è più attrattiva (6‰).

Ci confortano fino ad un certo punto gli altri dati salienti dell’Istat: l’aumento delle immigrazioni (oltre 318mila; +28,6%) la diminuzione delle emigrazioni (poco più di 158mila; -1% sul 2020) soprattutto dei cittadini italiani (94mila; -22%).

 

IN RIPRESA LA MOBILITÀ DEI COMUNI

Nel 2021 il volume dei trasferimenti di residenza interni al Paese, pari a 1 milione 423mila (+6,7% rispetto al 2020), è quasi in linea con il dato del 2019 quando si registrava circa 1 milione 485mila movimenti tra Comuni. L’aumento della mobilità residenziale si riflette sia tra i movimenti all’interno delle regioni (+7,4%) sia tra regioni diverse (+4,6%).

 

IL CENTRO-NORD “RECUPERA” GIOVANI LAUREATI DAL SUD

Con riferimento alle regioni d’origine, le perdite di popolazione dovute allo scambio con l’estero possono essere compensate dai trasferimenti di residenza tra le ripartizioni del Paese. Il movimento di giovani risorse che si spostano dal Mezzogiorno verso il Centro e il Nord riesce, talvolta, a invertire il bilancio negativo trasformandolo in guadagno di popolazione.

È quello che accade al Nord Italia dove, durante il decennio, a fronte di perdite complessive di giovani residenti causate dai movimenti con l’estero, si osserva un saldo migratorio positivo dovuto agli scambi di popolazione in maggioranza proveniente dal Mezzogiorno.

Negli ultimi dieci anni, infatti, gli espatri di giovani laureati sono sempre stati quantitativamente superiori ai rimpatri e hanno prodotto, per ciascuna ripartizione, un saldo migratorio con l’estero negativo

La perdita complessiva di giovani risorse del Nord a favore dell’estero ammonta a circa 39mila unità, quella del Centro è di circa 13mila mentre quella del Mezzogiorno è di circa 28mila unità in tutto il periodo considerato. A fronte di queste significative perdite, il Nord e il Centro riescono a compensare in buona parte le uscite verso l’estero grazie ai movimenti migratori provenienti dal Mezzogiorno. Il Nord guadagna oltre 116mila giovani risorse provenienti dal Sud e dalle Isole, il Centro quasi 13mila. I saldi migratori interni evidenziano la perdita o il guadagno di popolazione dovuti ai trasferimenti di residenza da una regione all’altra. In termini relativi i saldi migratori per 1.000 residenti più elevati si hanno in Emilia-Romagna (+3‰) e nella provincia autonoma di Trento (+2,3‰), quelli più bassi in Basilicata (-4,7‰), Calabria (-4,3‰), e Molise (-3,7‰). In generale, le regioni del Centro-Nord mostrano saldi netti positivi (in media, +1,3‰); viceversa, quelle del Mezzogiorno riscontrano tutte perdite nette di popolazione (-2,5‰).

 

PIÙ RIMPATRI DAI PRINCIPALI PAESI EUROPEI

Con riferimento alla componente italiana proveniente dall’estero, nel 2021 i rimpatri dei cittadini italiani sono stati 75mila (+34% rispetto al 2020 e +10% rispetto al periodo pre-pandemico).

I rimpatri provengono in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione. Con in testa Regno Unito e Germania (che, insieme, originano complessivamente il 27% dei flussi di immigrazione), il 7% dei flussi di rientro proviene dalla Svizzera, il 5% dalla Francia, il 4% dalla Spagna. Per quanto riguarda le provenienze oltre oceano, il 5% dei rimpatri arriva dagli Stati Uniti, il 4% dall’Argentina e dal Brasile.

 

I PAESI DOVE VANNO GLI ITALIANI

L’Europa continua a essere la principale area di destinazione delle emigrazioni dei cittadini italiani (83% degli espatri) ma è anche l’area che ha risentito maggiormente del calo degli espatri nel 2021 (-22% rispetto al 2020). Rallentano, ma restano numerose, le partenze degli italiani verso il Regno Unito (23mila, 24% del totale degli espatri), così come quelle verso la Germania (14mila, 15%), la Francia (11mila, 12%), la Svizzera (9mila, 9%) e la Spagna (6mila, 6%). Tra i paesi extra europei, le mete preferite sono gli Stati Uniti (4mila, 4%) e l’Australia (2mila, 2%).

da qui

venerdì 14 agosto 2020

Il clima innescherà migrazioni colossali

 


Un nuovo e approfondito studio sulle conseguenze del cambiamento climatico presenta scenari che si stanno già avverando, con futuri spostamenti di centinaia di milioni di persone

Il giornale online ProPublica e il New York Times, con il sostegno dell’organizzazione Pulitzer Center, hanno lavorato con il geografo Bryan Jones a un ampio studio sulla cosiddetta “migrazione climatica”, cioè sulle persone che saranno costrette a lasciare la propria casa e la propria terra di origine per circostanze ambientali: non tanto quelle legate ai singoli eventi disastrosi, come un uragano, ma ai processi lenti e costanti già in atto come per esempio la desertificazione delle terre.

La ricerca – che riprende e amplia quella del 2018 fatta dalla Banca Mondiale e intitolata  “Groundswell – Preparing for internal climate migration” – si concentra soprattutto sulle conseguenze umane dei cambiamenti climatici: su come le persone si sposteranno all’interno dei loro paesi e dal loro paese a un altro. A partire dall’elaborazione di miliardi di dati, sono stati costruiti vari scenari basati soprattutto sulle risposte politiche che i paesi più ricchi e meno colpiti dal cambiamento climatico daranno ai cambiamenti climatici stessi e alle migrazioni che ne conseguiranno.

Cosa accadrà

Negli ultimi seimila anni, dice un importante studio pubblicato lo scorso maggio, il genere umano ha vissuto in zone della terra caratterizzate da un intervallo di temperature medie molto ristretto che sta tra gli 11 e i 15 gradi: in condizioni, dunque, che potevano permettere agricoltura, allevamento e sopravvivenza. Nei prossimi 50 anni, dice la ricerca, il clima cambierà più di quanto sia cambiato nei precedenti seimila anni: un terzo della popolazione si ritroverà a vivere in ambienti con una temperatura media attorno ai 29 gradi, quella che oggi si registra nello 0,8 per cento della superficie terrestre. Entro il 2070, dunque, le zone estremamente calde come il Sahara e che ora ricoprono meno dell’1 per cento della superficie terrestre potrebbero estendersi a quasi un quinto del territorio del pianeta.

Sui potenziali, probabili e certi effetti del cambiamento climatico sulla terra c’è un generalizzato consenso scientifico, e sono state fatte previsioni numeriche anche molto precise. Con l’aumento della temperatura, ampie fasce di territorio diventeranno più aride, e aumenteranno drasticamente le siccità estreme. Le frequenze e le intensità delle piogge cambieranno, con alcune zone che saranno più interessate di oggi (quelle monsoniche) e altre che lo saranno meno (quelle alle medie latitudini). Secondo le previsioni tutto questo, unito alla mutata composizione del suolo, causerà alluvioni devastanti.

Lo scioglimento dei ghiacci, inoltre, sta innalzando il livello delle acque del pianeta, che aumenterà, secondo le stime, tra gli 8 e i 13 centimetri entro il 2030, tra i 17 e i 20 centimetri entro il 2050, e tra i 35 e gli 82 entro il 2100, a seconda dei modelli matematici usati per le previsioni. Questo avrà conseguenze potenzialmente enormi per le persone che vivono vicino ai delta dei fiumi e in generale nelle zone costiere, soprattutto sulle isole più piccole. L’innalzamento del livello dei mari poi comporta una sempre maggiore salinizzazione del suolo, fenomeno che ha gravi conseguenze sull’agricoltura e che è naturalmente contrastato dalle piogge. Con i cambiamenti nelle precipitazioni e le siccità, però, questo ciclo è messo a rischio.

Fra le possibili conseguenze di tutto questo, i vari studi parlano di un cambiamento nella distribuzione geografica della popolazione, cioè migrazioni di massa, che si verificheranno comunque e nonostante le barriere psicologiche, sociali e politiche, poiché non esiste adattamento più naturale a un clima sfavorevole se non quello di migrare. 

Di quante persone si parla?
Prevedere quanti saranno i migranti climatici è complicatissimo e secondo alcuni impossibile. La migrazione è un fenomeno umano ed è influenzata da una serie di fattori antropici che possono essere più difficili da prevedere di quelli naturali, già di per sé spesso incerti. La quantità di persone che lasceranno il proprio luogo di origine per circostanze ambientali dipenderà da una lunga serie di fattori aggiuntivi, che vanno dalle specificità dei luoghi e delle popolazioni alla facilità con cui sarà possibile spostarsi per questo genere di fenomeni, dal punto di vista legale ad esempio, fino ad arrivare alla risposta dei governi locali (ci torniamo).

Ci sono comunque studi che dicono che entro il 2050 i migranti climatici potrebbero essere 200 milioni, un numero esorbitante: una persona su 45 tra quelle che pensiamo vivranno in tutto il mondo, e più dei 192 milioni di persone che oggi vivono lontano dal proprio luogo di nascita. La Banca Mondiale, nel 2018, studiando gli effetti del cambiamento climatico in atto in tre regioni (Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina) ha stimato migrazioni interne (cioè all’interno dei propri confini, dalle aree rurali alle città vicine) di 143 milioni di persone entro il 2050: 86 milioni di persone in Africa, 40 milioni in Asia del Sud, 17 milioni in America Latina.

Il processo di migrazione è in realtà già in atto. Un’altra ricerca pubblicata nel novembre del 2017 dalla ONG Oxfam aveva parlato di 22 milioni di persone all’anno che, tra il 2008 e il 2016, sono state costrette in tutto il mondo ad abbandonare la propria casa a causa dei mutamenti climatici. Nel sud-est asiatico, dove le piogge e la siccità dei monsoni hanno drasticamente abbassato le rese dell’agricoltura, la Banca Mondiale ha parlato di oltre otto milioni di persone che si sono spostate verso il Medio Oriente, l’Europa e il Nord America.

Se lo spostamento lontano dai climi caldi raggiungesse le dimensioni che le attuali ricerche suggeriscono è probabile che si arriverà, scrive il New York Times, a una vera e propria «rimappatura delle popolazioni del mondo». 

Conseguenze umane
Al di là dei numeri ci sono conseguenze molto complesse di cui tenere conto quando si parla di clima e migrazione. Diversi studi considerano il cambiamento climatico un elemento significativo nell’esasperazione sistemica che può portare all’inizio di un conflitto. Il New York Times cita ad esempio le perdite di raccolti e la conseguente disoccupazione come concausa delle rivolte della primavera araba in Egitto e in Libia. Una siccità senza precedenti, poi, ha contribuito tra il 2007 e il 2010 a spingere molti siriani dalle campagne alle periferie delle città, periferie già gravate dalla crescita della popolazione e dalla presenza di più di un milione di rifugiati arrivati dall’Iraq dopo la seconda guerra del Golfo. Tutto questo ha aggravato le tensioni, peggiorato la disoccupazione, aumentato la corruzione e la disuguaglianza.

I vari modelli elaborati non possono dire molto sulla tensione culturale e sociale che potrebbe derivare dall’afflusso di migranti climatici in alcuni paesi, ma è comunque qualcosa da tenere in considerazione, sapendo che potrebbe avere ripercussioni molto ampie.

 

Come avverrà tutto questo? 
La migrazione umana, come si è detto, è difficile da prevedere, ma è possibile individuare una tendenza: in tutto il mondo quando il cibo scarseggia le persone si spostano verso le città che, di conseguenza, crescono molto rapidamente. Il flusso migratorio interno provocherà dunque una sorta di shock: svuoterà le aree rurali, incrementerà la pressione su quelle urbane che diventeranno sovraffollate, povere di infrastrutture, con poca acqua o elettricità. E in questi contesti, in una specie di circolo vizioso, le persone saranno più vulnerabili alle inondazioni o ad altri disastri ambientali. Gli impatti sistemici, dice il New York Times, saranno gravissimi: aumenteranno la disoccupazione e la criminalità, si accentueranno le disuguaglianze, provocando possibili e profonde crisi politiche.

Le regioni potenzialmente più colpite dai cambiamenti climatici saranno e sono tra le più povere al mondo, nonostante nella stragrande maggioranza dei casi siano tra quelle che contribuiscono meno alle emissioni pro capite di gas serra, il principale contributo umano al cambiamento climatico. Tutto quel che accadrà come conseguenza delle migrazione climatiche costituirà dunque un fattore di pressione su un territorio e su un ambiente umano già vulnerabili.

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha detto che il 96 per cento della futura crescita urbana avverrà in alcune delle città più fragili del mondo, che hanno già alti livelli di conflitto e governi che sono poco in grado di affrontarli. In questo momento poco più della metà della popolazione del pianeta vive nelle aree urbane, ma entro la metà del secolo, secondo la Banca Mondiale, nelle città vivrà il 67 per cento della popolazione e alcune città non riusciranno a sostenere l’afflusso.

Quando la situazione interna inizierà a diventare insostenibile, le persone tenderanno ad attraversare i confini e a intraprendere viaggi verso altri paesi, in quello che viene definito percorso di “migrazione graduale”. Lasciare un villaggio per la città è abbastanza difficile, scrive il New York Times, ma attraversare un confine e andare in un altro paese è un processo completamente diverso, se si tiene conto, tra l’altro, che il diritto internazionale non riconosce il diritto all’asilo per motivi ambientali. Per questo la definizione di “rifugiati climatici” è, almeno per ora, inesatta.


Scelta politica
«La migrazione può offrire grandi opportunità» dice il New York Times, non solo per i migranti ma anche per gli stati in cui i migranti si spostano. Il declino demografico americano, ad esempio, suggerisce che un numero maggiore di migranti avrebbe un ruolo anche nella produzione, ma sarebbe fondamentale fin d’ora investire e prepararsi a quell’afflusso di persone. Tutto, insomma, deve avere inizio «da una scelta»: i paesi del Nord del mondo possono scegliere di consentire ai rifugiati climatici di attraversare i loro confini, oppure possono chiudersi, «intrappolando centinaia di milioni di persone in luoghi sempre più invivibili».

In tutto il mondo, la tendenza sembra essere la seconda: «Gli Stati Uniti e l’Europa rischiano di murarsi e di murare gli altri». Lo scenario peggiore sarebbe quello in cui gli Stati Uniti e il resto del mondo sviluppato si rifiutano di accogliere i migranti senza riuscire ad aiutarli nelle loro terre. Le persone morirebbero a causa delle elevate temperature, di fame, o nei conflitti che nasceranno a causa dell’insicurezza alimentare e idrica.

Si potrebbe invece decidere per un impegno sistematico nel sostenere le persone vulnerabili nei luoghi in cui vivono, finanziando lo sviluppo locale, modernizzando l’agricoltura e le infrastrutture idriche. Il Programma alimentare mondiale (World Food Programme, WFP), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, ha ad esempio contribuito a costruire serre irrigate a El Salvador, riducendo drasticamente le perdite dei raccolti e migliorando i redditi degli agricoltori.

Quindi la domanda di fondo è: cosa sono disposti a fare i vari governi al riguardo? Diversi studi sui migranti climatici concordano nel dire che se le società risponderanno in modo deciso contro i cambiamenti ambientali aumentando la loro “resilienza”, la produzione alimentare sarà sostenibile, la povertà ridotta e la migrazione internazionale rallentata, tutte cose che potrebbero contribuire alla stabilità e alla pace. Se i leader del mondo non intraprenderanno azioni efficaci contro i cambiamenti climatici, o intraprenderanno scelte punitive contro i migranti, l’insicurezza alimentare aumenterà, così come la povertà e probabilmente i conflitti.

Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, il documento approvato nel dicembre del 2018 dall’Assemblea dell’ONU con il voto contrario, tra gli altri, degli Stati Uniti, chiede esplicitamente che i governi facciano dei piani per prevenire le migrazioni climatiche e per aiutare le persone che saranno costrette a spostarsi per questi motivi. Anche gli Accordi sul clima di Parigi del 2015 hanno chiesto esplicitamente che un comitato speciale istituito alla Conferenza sul Clima di Varsavia del 2013 si occupi di preparare delle linee guida per definire giuridicamente i migranti ambientali. Qualunque azione sarà fatta e quando sarà fatta, «farà la differenza», conclude il New York Times. «Ma la finestra temporale per agire si sta per chiudere».

da qui

venerdì 12 giugno 2020

migrare verso Marte


Le coltivazioni sul pianeta rosso avranno i profumi della Sardegna - Miriam Carraretto
I primi astronauti che metteranno piede su Marte mangeranno, in un certo senso, italiano. Il brevetto per il cibo sul Pianeta Rosso parla sardo.
DASS, il Distretto Aerospaziale della Sardegna, ha acquisito anni fa un brevetto in grado di garantire il sostentamento di missioni umane su Marte. A inizio 2020 è arrivato l’ok anche da parte dell’India, dopo che già Cina, Europa, Giappone, Russia e Stati Uniti avevano detto sì.
I ricercatori dell’Università di Cagliari e del Centro di Ricerche Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, ora soci del DASS, guidati dal professor Giacomo Cao, sono riusciti a inventare un processo capace di generare cibo sfruttando le risorse presenti sul Pianeta Rosso: il suolo, prima di tutto, ma anche i relativi componenti, come pure l’anidride carbonica, di cui l’atmosfera marziana è quasi completamente costituita, per ottenere ossigeno, fertilizzanti, propellenti e biomassa edibile.
«La tecnologia che abbiamo brevettato prevede numerosi stadi tra loro notevolmente interconnessi, che potremmo suddividere in due sezioni» spiega Cao: «Una contraddistinta da processi chimico-fisici, dalla quale si possono ottenere ad esempio fertilizzanti, e l’altra che contempla operazioni unitarie a carattere biologico, da cui si produce biomassa edibile, anche con l’impiego di microalghe».
Uno dei mantra della NASA è lo sviluppo di nuove tecnologie per l’esplorazione dello spazio che sfruttino le risorse disponibili in situ, tali da consentire un abbattimento dei costi e l’allungamento dei tempi di missione.
Cao e i suoi colleghi hanno ideato una cupola geodetica capace di mantenere le condizioni necessarie a consentire la coltivazione e la presenza di umani al suo interno, con un’atmosfera respirabile e una temperatura di minimo 10 gradi, garantita dall’energia raccolta da pannelli solari, un’escavatrice, macchinari per mantenere stabile il calore e l’umidità, e tubature per convogliare l’acqua estratta dal suolo. «La cupola servirà anche a proteggere attrezzature e astronauti dalle radiazioni solari».
Ma cosa potremo coltivare su Marte? «Specie alimentari di vario genere: sicuramente alghe, ma anche altri vegetali. Per l’arrivo dell’uomo si parla del 2030, ma fosse anche il 2040 poco cambierebbe. Con poco meno di 500mila euro ottenuti dalla Agenzia Spaziale Italiana nel 2009 siamo riusciti a realizzare due brevetti internazionali e due brevetti italiani, un grande orgoglio per noi».
A chi lo interroga dubbioso sul senso di tutti questi progetti spaziali, Cao ricorda che esistono molte applicazioni sulla Terra di tecnologie nate per l’esplorazione dello spazio: dalle tute ignifughe alle pellicole degli occhiali per sciare fino alle celle a combustibile.
Cao è anche responsabile scientifico del progetto Small Mission to Mars, che coinvolge DAC (Distretto aerospaziale della Campania), il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali, Avio e altri, che consentirà all’Italia di essere annoverata tra i pochissimi Paesi al mondo in grado di raggiungere Marte sperimentando l’utilizzo di tecnologie nazionali proprietarie.
Su Marte entro il 2027, se tutto andrà bene, con una sonda di elevata tecnologia interamente progettata e realizzata in Italia, che verrà portata sul pianeta grazie al Vega, il lanciatore sviluppato in ambito Esa. «I nostri punti di forza sono affidabilità e economicità. Prevediamo di svilupparlo in sette anni, con un investimento di 250 milioni di euro, oltre ai 50 milioni del Vega».
A dimostrazione che il settore aerospaziale rappresenta un volano strategico, e neanche così costoso, per lo sviluppo e l’occupazione nel Belpaese.

«Stamperemo cibo spaziale» - Miriam Carraretto

Fino ad oggi gli astronauti hanno mangiato cibi conservati, ma la prospettiva di Marte cambia tutto, perché solo per raggiungere il Pianeta Rosso e tornare sulla Terra sarà necessario un viaggio di circa due anni. Thales Alenia Space, leader mondiale in campo aerospaziale, sta già lavorando alle coltivazioni senza suolo attraverso una serra sperimentale in Antartide, Eden ISS. Un esperimento i cui risultati stanno facendo scuola in tutto il mondo.
Liliana Ravagnolo è la responsabile ALTEC, costola di Thales Alenia, delle operazioni di missione e del training degli astronauti e si sta occupando della preparazione degli operatori di terra del Rover Operations Control Center (ROCC), la centrale operativa che da ALTEC a Torino seguirà la missione ExoMars 2020. Fra le prime donne al mondo a conseguire la certificazione da parte della NASA per l’addestramento degli astronauti, Ravagnolo è una grande esperta di space food.
Dottoressa Ravagnolo, cosa significa oggi parlare di cibo spaziale?
La preparazione del cibo spaziale deve rispondere a parecchi requisiti che sono determinati dalle principali agenzie spaziali di riferimento per il cibo, la NASA, con il NASA Food Lab, e l’agenzia spaziale russa, con l’IBMP-Institute for Biomedical Problems. I requisiti sono pensati per un utilizzo ottimale del cibo in ambiente spaziale ma possono essere traslati per un utilizzo a terra in situazioni estreme, come le razioni di emergenza per militari, squadre di soccorso o di pronto intervento in caso di terremoti o eventi particolari, spedizioni di esplorazione in luoghi impervi come il deserto o l’Antartide. I menù sono studiati per garantire il giusto apporto nutrizionale e calorico. In particolare, non viene consentito l’uso di sale aggiunto, per limitare le conseguenze già indotte dall’ambiente di microgravità sulla circolazione del sangue. Inoltre, si utilizzano particolari procedure di conservazione del cibo che ne consentano la consumazione fino a 24 mesi dalla data di produzione in ambiente non refrigerato: la deidratazione e la termostabilizzazione.
Come vi state preparando alla missione su Marte e quale sarà l’apporto italiano?
ALTEC partecipa al programma ExoMars 2022, il primo rover europeo che verrà inviato sul suolo marziano alla ricerca di tracce di vita. In ALTEC abbiamo il ROCC (Rover Operations Control Center), da dove gli esperti comanderanno il rover una volta arrivato su Marte. Al momento sono attivi solo progetti di esplorazione robotica del pianeta, mentre per quelli relativi all’esplorazione umana dovremo aspettare ancora un po’. Le competenze sviluppate nel seguire il programma ExoMars saranno però sicuramente utili in futuro anche per la gestione di una missione umana. Dovremo far fronte ai ritardi nella comunicazione dovuti alla distanza fra i due pianeti, ci abitueremo a pianificare le attività e a dare supporto agli astronauti da remoto non solo nel senso dello spazio ma anche del tempo. Stiamo studiando per esempio dei sistemi di supporto alle operazioni e all’addestramento basati sulla realtà virtuale e aumentata.
Thales Alenia sta studiando anche la coltivazione senza suolo in Antartide…
Questi studi sono dedicati alla seconda fase dell’esplorazione umana dello spazio, quella della produzione del cibo in loco, una volta che le basi spaziali saranno consolidate. Si stanno studiando delle serre idroponiche che potranno produrre verdura e frutta in quantità. Al momento sulla Stazione c’è Veggie, un dimostratore americano molto piccolo. Lo scopo non è sostituire l’attuale dieta degli astronauti, ma provare a produrre del cibo commestibile in condizioni di microgravità.
In attesa di avere serre spaziali per la produzione di cibo in loco, state progettando macchine a stampaggio 3D in grado di produrre cibo direttamente nello spazio.
Luca Parmitano ad esempio ha cotto biscotti in orbita… A che punto siete con questo progetto?
Queste macchine consentono di impostare delle ricette: ogni cartuccia contiene un singolo ingrediente. Si seleziona la ricetta e si procede al suo stampaggio in strati successivi. In missioni di esplorazione umana verso la Luna e Marte, che prevedono la costruzione di basi permanenti, i principali problemi da risolvere relativamente al cibo saranno la fornitura del cibo nel periodo iniziale, e la produzione di cibo in loco, che richiederà del tempo per arrivare a regime. Per coprire questo lasso di tempo, abbiamo studiato varie possibilità, fra cui l’utilizzo di stampanti 3D per il cibo. Il vantaggio è l’utilizzo di ingredienti di base liofilizzati a cui verrà aggiunta l’acqua solo in fase di stampaggio. Questo garantisce la durata del cibo per cinque anni. Per realizzare i piatti, chef e nutrizionisti stanno studiando alcune ricette che si basino su un numero limitato di ingredienti base e che, stampati in serie, realizzino il piatto.
Quali sono i maggiori problemi e ostacoli con cui vi troverete a fare i conti?
Rimangono ancora parecchi nodi da sciogliere per garantire una sicura esplorazione umana dello spazio e degli altri pianeti. Prima di tutto dovranno essere sviluppate nuove tecnologie e nuovi vettori che siano in grado di trasportare gli astronauti in modo sicuro ed efficiente. La NASA sta sperimentando una serie di nuovi vettori, tra cui il Falcon Heavy di SpaceX, la società di Elon Musk. In parallelo sta procedendo nella realizzazione dello Space Launch System (SLS), un sistema di lancio orbitale pesante unito alla capsula Orion, che dovrebbe essere utilizzata per i viaggi interplanetari. Ma c’è anche la questione della protezione dalle radiazioni, la capacità di costruire in loco habitat funzionali e protettivi rispetto all’ambiente esterno, e lo sviluppo di nuove tute che siano adatte all’esplorazione planetaria.

Arriva l’orto marziano, a km zero e made in Italy - Miriam Carraretto

In principio furono purea di patate, carne e crema al cioccolato, tutti rigorosamente in tubetti da spremere in bocca. Il primo pasto consumato in orbita fu in quel lontano 12 aprile 1961, quando Jurij Gagarin spiccò il volo. Otto ore appena in cui il primo uomo ad andare nello spazio dimostrò al mondo intero l’infondatezza della convinzione che mangiare in assenza di gravità portasse al soffocamento.
Poi per gli astronauti arrivò il cibo liofilizzato, ma quei dadi super concentrati erano davvero disgustosi. Nella storia delle esplorazioni spaziali si racconta sempre di John Young, che nella missione Gemini 3 si portò dietro di nascosto un panino. Rischiò di compromettere, con le briciole, tutta la strumentazione di bordo: fortunatamente, fu beccato prima di masticarlo. Dopo ancora, fu la volta dell’acqua calda, che permise per la prima volta di reidratare gli alimenti, migliorandone nettamente il gusto.
DOMANI, IN ORBITA SI POTRÀ mangiare cibo vero e proprio, a chilometro zero. E persino made in Italy. Sembra fantascienza, eppure è quasi realtà. Il cibo prodotto nello spazio è una frontiera vicinissima e affascinante. Uno dei grandi obiettivi della ricerca spaziale oggi è produrre cibo direttamente in situ, in modo che sia sempre disponibile per gli astronauti e abbattere così costi e tempi di viaggi per i rifornimenti che diversamente sarebbero infiniti. Serre e orti spaziali, agritech estremo, espressioni di una sintesi perfetta tra futuristica innovazione tecnologica e agricoltura di base.
GRAZIE AGLI STUDI DELL’UNIVERSITÀ DI WAGENINGEN, Olanda, esistono già almeno nove specie di piante coltivate in serra con simulanti di regolite, cioè analoghi preparati per riprodurre le caratteristiche del terreno di Marte e della Luna, che danno vita ad altrettante verdure: crescione, rucola, pomodori, ravanelli, segale, quinoa, erba cipollina, piselli e porri. Per ora, gli esperti hanno fallito solo con gli spinaci. Intanto, gli astronauti dell’ISS, la Stazione spaziale internazionale, hanno già assaggiato l’insalata cresciuta in assenza di gravità («buonissima», secondo il nostro Paolo Nespoli).
La creazione di un ecosistema agricolo chiuso e sostenibile è una meta possibile. Coltivare nello spazio è essenziale in primis per assicurare rifornimenti agli astronauti, considerando che per arrivare su Marte ci vanno almeno nove mesi. Ma questi progetti visionari, i loro sviluppi, potrebbero essere un giorno importanti anche per la Terra.
È di matrice italiana lo studio attualmente in corso che ha portato già ad avere piccole serre di vegetali in orbita, senza terra né acqua, e che sta lavorando per rendere il sistema operativo per una produzione sufficiente ad alimentare in autonomia le basi spaziali. Dagli ulivi alle insalate, dalle patate ai pomodori, stiamo assistendo, anche in Italia, a una vera e propria corsa alla sperimentazione per l’agricoltura su Marte, e nello spazio in generale, per le future colonie umane.
ADATTARE LE COLTIVAZIONI A CONDIZIONI estreme extraterrestri richiede però una lunga serie di sperimentazioni e ricerche. Una delle più importanti e pionieristiche è la missione Amadee 18 realizzata nel deserto dell’Oman. A fornire cibo fresco ci ha pensato proprio l’Italia, con un orto ipertecnologico realizzato da Enea, Asi-Agenzia Spaziale Italiana e Università degli Studi di Milano, nell’ambito del progetto HortExtreme. L’orto marziano consiste in un sistema a contenimento di quattro metri quadri dove vengono coltivate quattro specie di micro verdure – amaranto, cavolo cappuccio, senape e ravanello – appositamente selezionate perché completano il loro ciclo vitale in circa 15 giorni e garantiscono un corretto apporto nutrizionale ai membri dell’equipaggio: un’alimentazione di alta qualità, grazie a un sistema di coltivazione fuori suolo con riciclo dell’acqua (il cosiddetto sistema idroponico) e senza l’uso di pesticidi e agrofarmaci.
LA RICERCA AGRICOLA SPAZIALE PUNTA anche a studiare gli equipaggiamenti che potranno essere impiegati in future missioni su Marte, come rifugi resistenti fino a -80 gradi e a venti oltre i 100 chilometri orari, e serre gonfiabili dotate di una rete di sensori per monitorare tutti i parametri indispensabili alla vita umana e vegetale.
TRA I MODULI AGRICOLI EXTRATERRESTRI in fase di sperimentazione c’è anche la serra costruita tra i ghiacci dell’Antartide, nella base di ricerca tedesca Neumayer Station III, finanziata dall’Unione europea, mentre sulla Stazione spaziale orbitante si stanno utilizzando moduli chiusi per coltivare in assenza di gravità varietà di frumento nano, ortaggi e spezie.
Walter Cugno, vicepresidente di Thales Alenia Space, centro torinese di eccellenza mondiale in campo aerospaziale, ha annunciato che i risultati della loro serra pilota in Antartide sono molto promettenti. Visto che nello spazio ci sarà bisogno anche di carboidrati e proteine, si lavora anche al frumento tenero e duro, al riso, alla soia e alla patata.
«REBUS» INVECE È UN PROGETTO PER REALIZZARE sistemi biorigenerativi, coordinato e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), al quale partecipano, tra gli altri, Enea, Cnr, Thales Alenia e le Università di Tor Vergata, Pavia e Federico II di Napoli, quest’ultima nel ruolo di capofila. Il sistema biogenerativo è basato sull’integrazione di diversi organismi come piante, funghi, batteri e cianobatteri, in modo da massimizzare l’uso delle risorse disponibili in situ e minimizzare contemporaneamente l’impiego di quelle esogene, riciclando la materia organica prodotta.
I SUOLI PLANETARI, HA SPIEGATO LA RESPONSABILE del progetto Stefania De Pascale, verranno utilizzati come substrato di coltivazione e i rifiuti della missione – residui di coltivazione, feci e urine – come fertilizzanti o biostimolanti, per produrre vegetali freschi, che potrebbero persino essere usati per contrastare malattie degenerative indotte da fattori spaziali, come le radiazioni.