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lunedì 27 marzo 2023

Il male siamo noi quando siamo disumani. È ora di prenderne consapevolezza - Roberto Mancini

 

La parte più consapevole dell’umanità ha compreso il pericolo e sta agendo per la salvezza di tutti. Contro questa primavera storica si scatenano le convulsioni di resistenza a tutti i costi da parte del sistema necrofilo della globalizzazione della violenza e dei suoi servitori. Le “idee eretiche” di Roberto Mancini

La resilienza del male. È la tendenza dei soggetti disumanizzati e dei sistemi di potere ad aggravare la loro reazione distruttiva proprio quando si aprono spiragli di guarigione del mondo. Anziché cedere alla novità di forze vitali che migliorano le situazioni, quei soggetti e quei sistemi fanno di tutto per accelerare la spirale di degrado che avevano innescato. Chi vive con umanità può mettere in campo una più lucida consapevolezza del proprio stare al mondo, un’etica più efficace, una maggiore dedizione alla giustizia, un agire politico nonviolento, un impegno al risanamento dell’economia, tentando quella traversata storica che oggi viene evocata come transizione ecologica. Ma, per spegnere tale opera di liberazione, chi è preda della disumanità moltiplicherà le energie per rendere irrimediabile la situazione.

Del male non si parla volentieri, sembra un termine eccessivo. Per molti bene e male sono riferimenti del tutto relativi. Per altri il male è qualcosa di abissale e misterioso. A me pare invece che, a parte quelle forme di distruzione della vita indipendenti da noi e derivanti da eventi naturali, il male siamo noi quando siamo disumani. Allora accade che o lo commettiamo con le nostre perversioni e stupidità di individui, oppure collaboriamo al suo condensarsi in grandi sistemi di potere che opprimono gli esseri viventi. La modernità si è caratterizzata soprattutto per questa modalità strutturale, istituzionalizzata, globale, al punto da mettere a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie e la salute del Pianeta.

La parte più consapevole dell’umanità ha compreso il pericolo e sta agendo per la salvezza di tutti. Contro questa primavera storica si scatenano le convulsioni di resistenza a tutti i costi da parte del sistema necrofilo della globalizzazione della violenza e dei suoi servitori. Il primo fenomeno di questo tipo è la radicalizzazione del processo di riduzione del mondo a mercato, riaffermato sotto il rivestimento ideologico della “sostenibilità”. Il surriscaldamento dell’atmosfera si aggrava e questo sistema accresce, anziché diminuire, tutte le pratiche che lo determinano. Poi c’è il fenomeno della preponderanza della guerra nel circuito geopolitico e della corsa al riarmo delle nazioni e persino dei singoli. Il mondo ha estremo bisogno di dialogo, nonviolenza, diplomazia, pacificazione e che fanno i disumanizzati? Si armano, sparano, uccidono sempre di più. Non c’è solo la guerra contro l’avversario etnico o politico. È in atto la guerra sistematica a tutte le soggettività più sintoniche con la vita e più allergiche alla logica del potere: contro le nuove generazioni, contro le donne, contro chi emigra per un’esistenza migliore, contro la natura. Ciò non sarebbe possibile senza il contagio del totalitarismo aperto o subdolo, in molti Paesi.

Il fascismo continua a diffondersi in molte forme: fondamentaliste, misogine, razziste, aziendaliste, sovraniste. Nel momento in cui l’umanità ha bisogno di diventare una stessa comunità solidale, c’è una recrudescenza di nazionalismi. E il nazionalismo è già fascismo. La disgregazione è così esasperata che il nazionalismo non basta: si tenta di spezzare le comunità politiche e costituzionali dividendole in parti vincenti e in parti abbandonate a sé stesse. L’attuale imposizione della cosiddetta autonomia differenziata concepita da un vero maestro dell’ingegneria istituzionale come il senatore Roberto Calderoli, lo stesso che già aveva definito la legge elettorale da lui confezionata “una porcata”, fa tornare l’Italia ai tempi del Congresso di Vienna e la frammenta in Regioni a sé stanti nell’epoca delle sfide globali. La scuola, la sanità, i diritti fondamentali sono sacrificati sull’altare dell’egoismo regionalista per il disprezzo verso l’Italia della Costituzione e della democrazia solidale. Questo vortice della disgregazione va fermato scegliendo un nuovo impegno politico per tutelare il bene comune, nel quale porteremo non le nostre miserie ma il meglio della nostra umanità.

da qui

mercoledì 3 giugno 2015

L'importanza di leadership davvero democratiche - Roberto Mancini

La stupidità al potere. Sembrerebbe una legge di natura, ma non può essere, vista l’intelligenza della medesima. Si tratta invece di una di quelle fatalità solide eppure soltanto costruite per l’effetto incrociato delle inerzie, delle mediocrità, dell’incuria degli umani nella misura in cui disattendono la loro umanità. Intelligenza e potere sono inversamente proporzionali. Lo si può constatare in ogni ambiente: nelle scuole e nelle università, nelle comunità religiose e nelle istituzioni politiche, nei media e nelle aziende. Non esistono eccezioni, giacché quando una persona intelligente e buona giunge a un ruolo di grande responsabilità, allora è il potere a essere trasformato: diviene servizio, cura del bene comune, gestazione di migliori condizioni di vita, “arte di produrre fatti nuovi” come diceva Danilo Dolci. 

I grandi leaders spirituali e politici che hanno alimentato la speranza nella storia non si sono lasciati schiavizzare dal potere, piuttosto lo hanno spezzato come si spezza il pane, lo hanno condiviso e trasfigurato, facendone un mezzo di liberazione per risolvere i problemi comuni. Certo, sono esempi ancora rari. Per lo più a prendere le decisioni rilevanti per le collettività trovi quasi sempre non la persona più illuminata, ma individui specializzati nelle attitudini del potere verticale, quello che si usa al di sopra degli altri. Parlo dell’abilità nel calcolare i vantaggi per sé, della furbizia, della spregiudicatezza, dell’opportunismo, del senso tattico, della durezza di cuore e, -naturalmente- della competitività. Si potrebbe ritenere che tale fatalità sia inesorabile nel campo dell’economia, ma a me sembra che essa pesi soprattutto nell’ambito della politica. Una delle principali cause della desertificazione in questo campo sta proprio nella stupidità degli individui che comandano -qui questo brutto verbo è d’obbligo-, cosicché la partecipazione democratica, la capacità di cooperare e la facoltà di prendere decisioni insieme senza fare vittime restano inibite in partenza.
È un problema che dev’essere affrontato, poiché senza una sintesi politica e un processo democratico che traduca in atto le migliori intuizioni, non c’è progetto di altreconomia che possa realizzarsi. Non è un caso che molti programmi di transizione in tale direzione -da quello della bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen a quello dell’economia sostenibile di Herman Daly sino al progetto della decrescita di Serge Latouche- mancano di indicazioni proprio nella parte relativa al cambiamento politico. Quando si arriva a questa frontiera sinora invalicata tutti balbettano. È tempo di trovare soluzioni inedite evitando la tentazione di disinteressarsi della politica. Ma come avviare un’azione efficace di democratizzazione?

Quanto ho detto sinora sembra chiudere ogni spiraglio. Eppure questa lettura sarebbe sbagliata. Si può pur sempre invertire la tendenza partendo dalle esperienze più vicine a noi. Si tratta infatti di svolgere pazientemente il percorso contrario: se la passione per il potere rende stupidi, la tenace costruzione di percorsi di trasformazione della vita civile risveglia il pensiero collettivo e fa sorgere persone-guida democratiche. Quando partecipiamo a una rete di tutela dei beni comuni, a un movimento di liberazione, a una vicenda politica di effettiva risposta ai diritti delle persone, stiamo bene attenti a riconoscere le persone-guida. Affianchiamole, aiutiamole a mantenersi lontane dall’ambizione narcisista, sollecitiamo gli altri a comprendere quanto sia importante la loro funzione. 

La costruzione dal basso di una leadership democratica diffusa, anziché la delega a un capo autoritario, è una dinamica a cui di rado si presta attenzione, ma coltivare questa possibilità è decisivo. Del resto non è detto che l’emergere di molte guide democratiche sia destinato a restare un fenomeno locale, disseminato esclusivamente nei mondi vitali quotidiani. Non è un dato trascurabile il fatto che oggi ai vertici delle istituzioni repubblicane (dalla Presidenza della Camera a quella del Senato, sino alla Presidenza della Repubblica) e anche al vertice della stessa Chiesa cattolica ci siano persone autorevoli per intelligenza etica, capacità di servizio e lealtà verso il bene comune. Unita alla rigorosa adozione di un metodo di giustizia sistematica verso la dignità di chiunque, la crescita di persone di riferimento per l’azione collettiva potrà trasformare l’ambito oggi più resistente alla democratizzazione: la politica.

martedì 6 maggio 2014

Storia di un poliziotto perbene

Roberto Mancini era un poliziotto, un Sostituto Commissario della Polizia di Stato.  Da qualche tempo in congedo.
Era entrato in Polizia nel 1980. Nel 1986 faceva parte della Criminalpol romana e ha indagato sulle attività camorristiche nel basso Lazio. Da lì ha iniziato a comprendere l’ampiezza degliaffari nel campo dello smaltimento illecito dei rifiuti tossici.
Nel 1994 iniziava un’indagine sull’ecomafia dei Casalesi e il 12 dicembre 1996 consegnava una documentata informativa alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli.   Un’informativa che curiosamente sarà ritrovata dal pubblico ministero Alessandro Milita solo a svariati anni di distanza e sarà un cardine dell’accusa nel procedimento aperto nel 2011 davanti alla Corte d’Assise di Napoli contro i padroni di Gomorra.
Nel periodo 1998-2001 Roberto Mancini ha collaborato con la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti presso la Camera dei Deputati e ha compiuto decine di sopralluoghi in discariche abusive di rifiuti tossici e radioattivi.   Nel 2002 gli veniva diagnosticato un linfoma non  Hodgkin.
Il Comitato di verifica del Ministero delle Finanze ha sancito che il suo tumore del sangue dipendeva da “causa di servizio”: 5 mila euro di indennizzo. La risposta della Camera dei Deputati, per conto della quale sono stati svolti i numerosi sopralluoghi venefici, è stata glaciale: il 13 luglio 2013 ha escluso “una qualsiasi responsabilità risarcitoria”, in quanto “dal punto di vista amministrativo, il sig Mancini, al fine di poter collaborare per la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti è stato inquadrato dal 16 aprile 1998 al 28 maggio 2001 nell’Ispettorato della Polizia presso la Camera dei deputati senza che sia stabilito alcun rapporto a titolo oneroso con la Commissione… La collaborazione del sig. Mancini con la Commissione parlamentare d’inchiesta non può, dunque, in alcun modo inquadrarsi in un rapporto di lavoro con l’organo parlamentare”.
Le indagini di Roberto Mancini avevano portato a individuare protagonisti e vicende della Terra dei Fuochi, ben 15 anni prima della scoperta ufficiale, ma qualche mano ignota le ha messe in un cassetto per lunghi e tragici anni.
Roberto Mancini è morto, a 54 anni, a Perugia il 30 aprile 2014.  Il 3 maggio 2014 si sono svolti i funerali solenni nella Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura, a Roma. Cordoglio unanime del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Ministro dell’interno Angelino Alfano, del Capo della Polizia Alessandro Pansa.
Non ha avuto dallo Stato quel sostegno e quei riconoscimenti che ha meritato, ma è e resterà un esempio per chiunque abbia a cuore questa povera Terra e chi ci vive.
da qui